scienza Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/scienza/ un blog di approfondimento culturale Mon, 31 Aug 2020 10:51:15 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg scienza Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/scienza/ 32 32 Gli animali e la morte https://minimaetmoralia.it/altro/gli-animali-la-morte/ https://minimaetmoralia.it/altro/gli-animali-la-morte/#respond Mon, 31 Aug 2020 12:00:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43997 di Stella Levantesi

Per 17 giorni e 1600 chilometri ha portato con sé il suo cucciolo morto, nuotava e lo sospingeva nell’acqua con la testa. Era il 2018 quando J35, un’orca del nord-ovest del Pacifico, ha conquistato i titoli di giornale di tutto il mondo. Raramente, nel mondo animale, una madre resta così tanto tempo attaccata al cucciolo morto. La sigla J35, che i ricercatori usano per identificare gli esemplari di cetacei, in questo caso, non bastava. L’orca venne chiamata Tahlequah, come una cittadina dell’Oklahoma, una parola forse ripresa dalla lingua Cherokee nella quale “ta-li” and “ye-li-quu” significano, “solo due” o “due bastano”. Due, come Tahlequah e il suo cucciolo.

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di Stella Levantesi

Per 17 giorni e 1600 chilometri ha portato con sé il suo cucciolo morto, nuotava e lo sospingeva nell’acqua con la testa. Era il 2018 quando J35, un’orca del nord-ovest del Pacifico, ha conquistato i titoli di giornale di tutto il mondo. Raramente, nel mondo animale, una madre resta così tanto tempo attaccata al cucciolo morto. La sigla J35, che i ricercatori usano per identificare gli esemplari di cetacei, in questo caso, non bastava. L’orca venne chiamata Tahlequah, come una cittadina dell’Oklahoma, una parola forse ripresa dalla lingua Cherokee nella quale “ta-li” and “ye-li-quu” significano, “solo due” o “due bastano”. Due, come Tahlequah e il suo cucciolo.

Sono passati due anni e, oggi, J35 è di nuovo incinta. Il gruppo di orche di cui fa parte Tahlequah è composto di 73 esemplari ed è considerato dai ricercatori a rischio perché la specie di cui si nutrono, il salmone Chinook, la più grande specie di salmone pacifico, è anch’essa a rischio. Anche se non è raro avvistare femmine di orca incinte, è raro che le gravidanze vadano a buon fine e che il cucciolo sopravviva. Secondo uno studio del 2017, fino al 69% di tutte le gravidanze rilevate non hanno avuto successo e, di queste, fino al 33% non sono andate a buon fine in stadi avanzati o addirittura dopo il parto, com’è accaduto con Tahlequah.

Quando Tahlequah non abbandonava il suo cucciolo, non faceva qualcosa di estraneo ad un istinto materno universale. Il record di 17 giorni ci ha sconvolto proprio perché quando un animale assume comportamenti che sono “più umani”, ne siamo colpiti. Tra gli esseri umani, le pratiche legate alla morte variano da tradizione a tradizione, da cultura a cultura, da paese a paese, ma un paradigma di fondo rimane innegabile: ha valore il custodire, osservare, trattenere il corpo per un certo periodo di tempo dopo la morte. E questo trascende anche i confini tra le specie.

Negli esseri umani, la morte dà luogo a espressioni di compassione e sostegno sociale. Nel regno animale, accade qualcosa di simile. Per valutare il comportamento degli scimpanzé nei confronti di questa dinamica, per esempio, lo studioso Goldsborough ha analizzato le interazioni di alcuni scimpanzé in cattività. Come si relazionavano ad una femmina adulta del gruppo, prima e dopo aver dato alla luce un cucciolo nato morto? La femmina ricevette più attenzioni dopo il parto che prima, e in particolare da altri scimpanzé che in precedenza non erano vicini a lei, come, ad esempio, un’altra femmina che, anni prima, aveva anch’essa avuto un cucciolo nato morto. Gli autori dello studio hanno interpretato questi comportamenti in termini “consolatori” nei confronti della femmina in “lutto”.

In un altro caso, descritto dallo studioso Anderson, i ricercatori hanno osservato le reazioni dei membri di un gruppo di scimpanzé intorno al corpo di una vecchia femmina morta nel sonno, Pansy. Le altre femmine erano particolarmente interessate al cadavere, toccandolo delicatamente e facendogli la toletta; i maschi erano più propensi a limitarsi a guardarlo e annusarlo. L’unica eccezione era il maschio più giovane che mostrava una certa agitazione, saltandoci sopra e colpendolo. Gli studiosi avevano notato che questa era, per il giovane maschio, la prima esperienza di morte e che probabilmente stava imparando a conoscerla, sperimentando la mancanza di reattività del corpo morto di Pansy. Per un periodo di nove ore, gli scimpanzé del gruppo hanno visitato la femmina morta ripetutamente. La figlia adulta fu l’ultima ad abbandonarla. Per diversi giorni poi, gli scimpanzé si rifiutarono di andare nel luogo dove Pansy era morta.

Nel 2017, un team di ricercatori in Zambia ha filmato una madre che usava un pezzo di erba secca per pulire i detriti dai denti del figlio morto. L’implicazione, secondo gli esperti coinvolti, è che gli scimpanzé continuano a sentire i legami sociali, anche dopo la morte e che provano una certa sensibilità verso i cadaveri.

Molti scienziati, però, sono contro l’idea che gli animali provino un dolore “reale” per una perdita o che siano in grado di rispondere in modo complesso alla morte. Altri insistono che comportamenti animali “antropizzati” nei confronti della morte non dovrebbero essere etichettati con termini che hanno connotazione sociale come “lutto”, ad esempio, perché anche se la scienza può osservare un determinato comportamento, è complesso sapere quale sentimento abbia motivato quel comportamento nell’animale. Tuttavia, un numero sempre crescente di prove scientifiche sostiene l’idea che gli animali siano consapevoli della morte, che possono provare dolore e che, a volte, arrivano a piangere i loro morti, persino attraverso dei rituali.

Lo studio delle risposte degli elefanti alla morte dei loro esemplari, per esempio, ha sollevato molti interrogativi sul livello di comprensione della morte di questa specie. L’essere umano non è l’unico a seppellire i propri morti. Gli elefanti sollevano e ricoprono di terra e vegetazione le carcasse della propria specie, rendendoli gli unici altri animali, insieme all’uomo, ad eseguire una forma di sepoltura. Gli elefanti distinguono anche tra i resti di un elefante e quelli di altri grandi mammiferi. Durante alcuni test per approfondire la loro capacità di comprensione, i pachidermi hanno scelto il cranio di un elefante al posto di quello di un bufalo e di un rinoceronte.

National Geographic riporta che la famiglia di Eleanor, un’elefantessa matriarca della riserva di Samburu in Kenya, hanno trascinato e spinto la sua carcassa per quasi una settimana dopo la sua morte nel 2003. Alcuni elefanti intorno a lei dondolavano avanti e indietro, mentre altri sono rimasti in silenzio. I comportamenti più frequenti degli elefanti nei confronti dei loro morti sono il contatto, l’avvicinamento e l’indagine; gli elefanti allungano le loro proboscidi, toccando il cadavere con delicatezza, come per ottenere informazioni, facendo scorrere la punta della proboscide lungo la mascella inferiore, le zanne e i denti dell’elefante morto. Queste sono le parti che sarebbero state più familiari nella vita e più toccate durante i saluti, le parti più riconoscibili di un individuo. In modo simile, quando qualcuno che ci è vicino muore, accade che ne cerchiamo il viso, le mani, quelle parti che, anche per noi, sono più familiari.

Secondo alcuni esperti, gli elefanti hanno una forma di rispetto per i propri morti, ma la loro interazione con la morte è qualcosa che “non comprendiamo ancora appieno”. Le osservazioni di animali che sembrano interagire con i propri morti, però, aumentano. Alcuni studi suggeriscono che anche le giraffe possano vivere una sorta di “lutto”. Un articolo del 2013 sull’African Journal of Ecology osserva che le giraffe femmine restano nei pressi dei loro cuccioli morti in Africa orientale. Per quattro giorni una giraffa è rimasta vicino al luogo in cui il suo cucciolo era stato ucciso dai leoni, avvicinandosi, poi, per annusare il terreno. Anche dopo il passaggio delle iene, quando ormai non rimanevano altro che le ossa del cucciolo di giraffa, la madre non se ne andò e fu raggiunta da altri tre esemplari del suo branco.

Patricia Wright studia i primati del Madagascar, i lemuri. Carl Safina, biologo e autore, racconta che Wright dice dei lemuri che quando un esemplare muore, “per tutta la famiglia, è una tragedia”. Dopo che una specie di mangusta, la fossa, ha ucciso un lemure sifaka, Wright ha raccontato che la famiglia di lemuri è tornata. La compagna del lemure ucciso ha emesso il richiamo “di perdita” più volte. “Quando i sifaka sono davvero persi il richiamo avviene meno spesso ed ha toni più alti e più energici. Ma questo era un fischio basso, addolorato, ossessionante; ancora e ancora”. Anche gli altri membri del gruppo, i figli e le figlie del maschio morto, emettevano richiami di perdita, mentre guardavano il cadavere da sopra, tra i rami a 5, 10 metri da terra. Nei cinque giorni successivi, i lemuri sono tornati al corpo quattordici volte.

Anche altri animali interagiscono con i propri morti. La rivista scientifica Primates ha dedicato un intero numero al comportamento di diverse specie in relazione alla morte, dall’infanticidio negli scimpanzé al senso di vigilanza che suscita nei cavalli. Occasionalmente, gli animali fanno notizia per quelle che sembrano essere vere e proprie manifestazioni di lutto, come nel caso di Tahlequah. I fattori fisiologici, emotivi, sociali e cognitivi sono tutti rilevanti per capire come gli esseri viventi non solo percepiscono la morte, ma anche come affrontano le varie sfide poste dalla morte. È noto, per esempio, che i corvi si comportano in modo strano intorno ai loro morti: si radunano intorno al corpo e strillano forte. Anche nelle ghiandaie della macchia occidentale, che appartengono alla stessa famiglia di uccelli, i corvidi, sono stati ritrovati comportamenti simili ma, al contrario dei corvi, le ghiandaie reagiscono negativamente anche ad altre specie di uccelli morti. È stata avanzata, in più occasioni, l’idea che queste reazioni facciano parte di una sorta di rituale funebre.

Secondo uno studio sulla rivista Animal Behaviour, i corvi americani selvatici, Corvus brachyrhynchos, rispondono alla vista di corvi morti con un atteggiamento di “mobbing”, aumentando il tempo per avvicinarsi al cibo nelle aree associate alle morti e imparando di nuovi predatori, in base alla loro vicinanza a corvi morti. I corvi americani selvatici si radunano intorno ai loro morti per conoscere il pericolo. La morte diventa una forma di conoscenza della realtà, del mondo. La morte permette la sopravvivenza.

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Richard Powers ci pone domande massimaliste sulla letteratura e intanto scrive un altro romanzo https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/richard-powers-ci-pone-domande-massimaliste-sulla-letteratura-e-intanto-scrive-un-altro-romanzo/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/richard-powers-ci-pone-domande-massimaliste-sulla-letteratura-e-intanto-scrive-un-altro-romanzo/#comments Sun, 08 Jan 2012 22:42:53 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6153 di Christian Raimo “Per buona parte della storia umana, quando l’esistenza era troppo breve e tetra per significare qualcosa ci servivano delle storie per compensare. Ma ora che siamo sul punto di vivere la vita, soddisfacente e quasi indolore che la nostra intelligenza merita, è ora che l’arte ci conduca oltre un nobile stoicismo”. Che […]

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di Christian Raimo

“Per buona parte della storia umana, quando l’esistenza era troppo breve e tetra per significare qualcosa ci servivano delle storie per compensare. Ma ora che siamo sul punto di vivere la vita, soddisfacente e quasi indolore che la nostra intelligenza merita, è ora che l’arte ci conduca oltre un nobile stoicismo”. Che affermazione è quella che, proprio a metà libro, Richard Powers piazza in bocca a Thomas Kurton, il morbido “cattivo” del suo ultimo romanzo, Generosity, in una scena in cui questo personaggio – ingegnere genetico, scienziato senza più una morale a noi riconoscibile – viene invitato a dibattere in una conferenza sul futuro dell’umanità proprio insieme a un romanziere? Con una specie di mise en abyme, Powers ci svela proprio qui, a pag. 174, quella che è l’ennesima sfida che secondo lui la letteratura, in particolare il romanzo, può portare alle altre narrazioni della surmodernità che sembrano scalzarlo.

Forse l’intera carriera artistica di questo scrittore americano potrebbe essere rivisitata con questo schema: la letteratura contro tutti. Dove tutti sono le altre visioni che rischiano di ridurre l’infinita complessità dell’uomo a una visione parziale – salvifica o apocalittica che sia. Dal suo primo romanzo del 1985, Tre contadini vanno a ballare, in cui l’antagonista è la fotografia e la sua capacità di immortalare icasticamente; al capolavoro stilistico Il dilemma del prigioniero del 1988, in cui è la propaganda politica a essere sfidata; al suo romanzo classicamente post-moderno The Goldbug Variation (1991), in cui abbiamo a che fare con la sequenzialità sottesa a informatica e musica; alla capacità taumaturgica che alla volte attribuiamo alla medicina pediatrica – in Operation Wandering Soul (1993); al titanismo della cibernetica di Galatea 2.2; all’economia del mondo globale di Gain (Sporco denaro, secondo il brutto titolo italiano) del 2001; alla realtà virtuale di Plowing the dark; fino ai suoi ultimi tre romanzi acclamati dal pubblico oltre che dalla critica: l’opera-monstre Il tempo di una canzone (2003) in cui è direttamente la Storia con la S maiuscola a dover fare i conti con la pluralità romanzesca; Il fabbricante di eco (2006, vincitore del National Book Award) in cui il nostro bisogno di storie se la vede direttamente con le scienze della memoria (neurologia, psichiatria…); per finire con il libro uscito nel 2009 negli Stati Uniti e quattro mesi fa in Italia per Mondadori, Generosity. Qui: la narrativa ce la farà contro l’ingegneria genetica

Scrittore per scrittori, considerato da molti un narratore freddo, cerebrale – tanto dotato di mezzi linguistici formidabili quanto poco coinvolgente da un punto di vista emotivo – Richard Powers ha portato avanti, libro dopo libro, con una caparbietà commovente – questa sì –, l’idea che il romanzo non possa esimersi dal compito che gli hanno attribuito i grandi scrittori del passato: aiutarci a conoscere il mondo, continuare a interrogarci con sempre maggiore intelligenza sulla questione umana. E se le visioni d’insieme diventano ogni giorno più complesse (prismatiche, multifratte), uno scrittore non può pensare di ritrovare in una sorta di ingenuità sentimentale il suo ruolo. Invece di liquidarlo come cerebrale, proviamo a usare l’attributo cognitivo. E se ancora questo lo definiamo massimalismo, pare sottintendere insieme a noi Powers anche in questo Generosity (un romanzo colto, ambizioso, intellettuale, ipermoderno…), sia. Ma  pensate cosa sarebbero uno Svevo, un Joyce o una Woolf che non avessero letto Freud? Pensate a cosa avremmo perduto se Kafka avesse ritenuto poco plausibile quell’incipit con un uomo che si ritrova a essere uno scarafaggio? O se Gunther Grass non avesse provato a rendere nel protagonista del Tamburo di latta tutto il dramma dell’Europa postbellica? O se Goncarov non si fosse concesso l’ardire di raccontare un pezzo di storia sentimentale del Novecento tutta in un quell’unico personaggio, Oblomov? O o o.

E anche qui, Powers, parte da un incredibile paradosso incarnato. C’è una ragazza algerina, Thassa, immigrata in America dopo aver visto il suo paese d’origine dilaniato da un’atroce guerra civile, una ragazza che sembra essere sempre felice. Ipertimica, come si dice in gergo psichiatrico. Com’è possibile? Che segno è per i nostri tempi di cinismo e malinconia? Se lo chiedono tutti quelli che la conoscono. L’insegnante di scrittura creativa che se ritrova tra gli studenti del suo corso. La psicologa del college alla quale questo insegnante va a chiedere lumi e finisce per innamorarsi. L’ingegnere genetico di cui sopra. Una giornalista di un format tv sulla scienza che ne vuole fare un’eroina da teleschermo. E poi, piano piano, tutto quel mondo occidentale acculturato e a rischio depressione, che somiglia molto a noi lettori e che oggi si chiede se le pene dell’anima forse non sono altro che imperfezioni del DNA. Così, la questione attorno alla quale riesce a ruotare la narrazione di Generosity diventa ineludibile: se ci fosse data la possibilità di crescere un umanità geneticamente più felice, la accetteremmo? Tutti saremmo forse disposti a riscrivere un pezzo del nostro codice genetico per evitare ai nostri figli la possibilità di ammalarsi di fibrosi cistica, ma: se ci venisse concesso di modificare gli equilibratori dell’umore?

La risposta che nella conferenza il romanziere restituisce a Kurton, lo scienziato, sembra in parte quella che Powers allestisce nel resto delle pagine del libro: “Quando la narrativa diventerà reale, alla realtà servirà un ceppo narrativo più resistente”. Sì, la risposta è semplicemente un ampliamento della domanda. È questo il nostro mondo, ci mostra Generosity: un’umanità in overload. Un sovraccarico cognitivo, emotivo, psichico… Un universo popolato da bambini iperconsapevoli che si sanno perfettamente destreggiare in città virtuali sulle loro playstation, storie d’amore che somigliano a terapie psicanalitiche, una politica governativa che pare improntata a guarire la popolazione da una forma diffusa di stress post-traumatico, eccetera eccetera. Cosa vorrà dire felicità per questi uomini?

Come spesso è accaduto, da Omero in poi, forse raccontarlo ci aiuterà a comprenderlo.

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Nube https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nube/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nube/#respond Wed, 26 May 2010 08:02:10 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2472 di Andrea Capocci Gli incontri tra gli aerei e le ceneri eruttive non hanno mai causato incidenti gravi. Certo, un paio di volte in trent’anni è capitato che agli aerei che le attraversavano si spegnessero tutti i motori, e non dev’essere stato piacevole. Ma in entrambi i casi, dopo qualche minuto di volo libero i […]

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di Andrea Capocci

Gli incontri tra gli aerei e le ceneri eruttive non hanno mai causato incidenti gravi. Certo, un paio di volte in trent’anni è capitato che agli aerei che le attraversavano si spegnessero tutti i motori, e non dev’essere stato piacevole. Ma in entrambi i casi, dopo qualche minuto di volo libero i motori si sono riaccesi e tutto è finito per il meglio. Molti, dunque, hanno avuto l’impressione che il blocco dei voli (centomila voli cancellati e un miliardo di euro persi in soli sei giorni d’aprile) fosse una misura eccessiva di fronte ad un rischio tutto sommato remoto. Perciò, ora che il vulcano islandese Eyjafjallajökull torna ad eruttare, più della nube si teme il principio di precauzione. Su Le Monde, ad esempio, si sta svolgendo un interessante dibattito sul tema, forse perché in Francia dal 2005 il principio di precauzione ha valore costituzionale e ora se ne chiede un’applicazione meno rigida.

Da un certo punto di vista, ci conforta che un semplice bollettino del Volcanic Ash Advisory Center possa fermare il sistema circolatorio del turbo-capitalismo in nome della sicurezza. Abbiamo spesso l’impressione che la macchina dell’economia non possa fermarsi di fronte a nulla: quanti incidenti sul lavoro, o nelle strade, sono causati dalla fretta della produzione? Eppure, anche il principio di precauzione è un sintomo di un rapporto patologico tra noi e l’habitat tecnoscientifico che ci siamo costruiti attorno. Il principio si basa sul fatto che vi siano tecnologie e procedure intrinsecamente rischiose, magari perché non le conosciamo a sufficienza, e altre che non lo sono. Ma così si espelle il fattore umano, individuale e collettivo, dalle cause di rischio, e si valuta la tecnica al di fuori del suo uso sociale. Siamo infatti indotti a credere che, laddove non sia invocato il principio di precauzione, siamo al sicuro e possiamo fidarci della tecnica senz’altro.

Nemmeno vale a difesa del principio di precauzione il suo ruolo di baluardo contro la pervasività della ragione economica, perché l’argomento si può facilmente rovesciare: il principio di precauzione ha alimentato l’insensato business dei vaccini anti-influenzali comprati coi soldi pubblici a milioni di dosi in previsione di una pandemia che non si è mai avverata. D’altronde, sia il rischio che la precauzione sono mercati da conquistare, come oggi insegna la finanza: c’è chi si arricchisce speculando sulle quote azionarie e chi lo fa, con conseguenze molto peggiori, sui derivati, cioè sulle polizze assicurative che tutelano dalle oscillazioni del mercato.

Che vinca la precauzione o il rischio, dunque, il problema di fondo non cambia: abbiamo un rapporto bipolare con la tecnologia e la scienza, nonostante la loro ormai totale integrazione con l’umanità. Oscilliamo tra la delega e la paranoia, e i due sentimenti paiono alimentarsi a vicenda. L’Italia primeggia a livello internazionale per abuso di telefonia cellulare, ma abbiamo leggi severissime contro l’elettrosmog. Gli USA e la Turchia, gli stati tecnologicamente più avanzati del mondo cristiano e di quello islamico, sono quelli più scettici nei confronti della teoria darwiniana dell’evoluzione. La nostra organizzazione sociale ci rende difficile o meno desiderabile, avere figli, ma allo stesso tempo ascoltiamo più i vescovi che gli scienziati sulla procreazione assistita. Costruiamo abusivamente sul Vesuvio, ma l’imprevedibilità dei terremoti ci fa gridare al complotto. La conoscenza scientifica non segue un filo lineare: assomiglia più ad un ipertesto, in cui diverse narrazioni (letteralmente, science fiction) si sovrappongono generando effetti diametralmente opposti. Confrontate i problemi di questi giorni con le dichiarazioni sulla nube di un controllore di volo dell’aeroporto di Catania, ai piedi dell’Etna, in un’intervista al Giornale: «Qui è routine. Se la nube si trova a quota 3mila piedi in direzione nord-ovest, noi facciamo in modo che l’aereo in atterraggio esca dal punto di maggiore pericolo indicando la rotta opposta. Pochi accorgimenti e tutto procede senza rischi. Lo facciamo spesso, molto spesso». Ceneri simili e conseguenze assai diverse, che non raccontano tanto l’imprudenza di un controllore di volo quanto la complessità del rapporto tra conoscenza, tecnica (simili in Islanda e in Sicilia) e società (assai diverse).

Antonio Pascale, su questa dicotomia tra paranoia e ottimismo, ha scritto un severo e fortunato pamphlet contro i pregiudizi antiscientisti, intitolato Scienza e sentimento. Pascale critica chi preannuncia catastrofi ad ogni innovazione e invita a fidarsi degli esperti. Ma lo stesso autore, al momento di spiegare la fisica del caos, prende una topica e cita a sproposito la meccanica quantistica. Una svista trascurabile, per carità. Tuttavia, è una piccola dimostrazione che positivismo e anti-scientismo, oggi, sono conseguenze della stessa acritica superficialità nei confronti della scienza, dei suoi aspetti storici e sociali: conoscendoli meglio, scopriremmo che la comunità scientifica non è un’associazione a delinquere, ma anche che non basta il luminoso e razionale metodo scientifico galileiano a spiegarne i meccanismi – non bastava nemmeno ai tempi di Galileo.

Qualche colpa ce l’hanno anche gli scienziati: come fidarsi di quei luminari della medicina che attaccano i preti se non li lasciano giocare con le staminali, ma che vorrebbero brevettarle per giocarci solo loro? Lo scienziato dovrebbe essere un esperto dell’incertezza, produrre conoscenze tanto più valide in quanto falsificabili. Invece, troppo spesso ci promette miracoli per conquistare facile consenso, come un Berlusconi qualunque. Ma è lo stesso rapporto che si instaura tra cartomante e cliente. Non sorprendiamoci, poi, se qualcuno col mago si arrabbia e va a caccia di streghe.

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