scrivere Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/scrivere/ un blog di approfondimento culturale Fri, 25 Jan 2019 11:12:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg scrivere Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/scrivere/ 32 32 Un senso del vero https://minimaetmoralia.it/scrittura/un-senso-del-vero/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/un-senso-del-vero/#respond Mon, 28 Jan 2019 07:00:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39330 Pubblichiamo un pezzo di Chiara Marchelli, tornata in libreria il 24 gennaio scorso con “La memoria della cenere” (NN Editore). di Chiara Marchelli Scrivere è una questione di concentrazione e scarto. Quando lavoro a un romanzo, la realtà perde presa, si sfoca, soffia contro persiane chiuse. Io mi sfilo, mi riduco, mi spoglio, mi libero. […]

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Pubblichiamo un pezzo di Chiara Marchelli, tornata in libreria il 24 gennaio scorso con “La memoria della cenere” (NN Editore).

di Chiara Marchelli

Scrivere è una questione di concentrazione e scarto. Quando lavoro a un romanzo, la realtà perde presa, si sfoca, soffia contro persiane chiuse. Io mi sfilo, mi riduco, mi spoglio, mi libero. Tutto ciò che rimane è la storia che da quella realtà è generata, sono i personaggi, è lo sforzo di ascolto e trascrizione il più fedele possibile alla loro verità. Ci vogliono distanza e sfrenatezza.

Questo è possibile finché il romanzo rimane solo con me. A persiane chiuse, mi muovo in un luogo esclusivo e circoscritto, dove posso essere e far accadere qualsiasi cosa. Anche per questo scrivere è un atto esaltante.

Poi il libro finisce e a quel punto, se mi è andata bene, arriva la consapevolezza che ho scritto quello che andava scritto, e cioè ciò che sentivo come necessario e vero, mescolata alla presa di coscienza che questo necessario e vero potrebbe far male a qualcuno. Si manifesta come un brivido, un frizzare sul collo.

È successo anche di recente, appena concluso il mio ultimo romanzo. Ho riaperto le persiane, inspirato l’aria fresca. E poi, come un rumore che ci sveglia di notte, il fremito sulla verità. Una verità che credo debba essere – e lo credo perché mi cimento nella superba faticaccia della scrittura da tutta la vita – nuda.

Ora, un’unica verità dell’esperienza, la memoria granitica e unilaterale di un fatto avvenuto, condivisa da tutti allo stesso modo, non esiste. Su cinque persone che vivono la stessa cosa, è assai probabile che nessuna ne conservi un ricordo del tutto identico a quello di un’altra. Questo tipo di verità, quindi, è multipla, cangiante. Però, nel momento in cui ne scrivo così come è per me, deve essere nuda. Senza ornamenti, senza mediazioni. Senza viltà, senza cura per l’altro. Proteggere, smussare – nulla.

Nel momento in cui si decide di parlare di un certo evento preso dalla propria o altrui biografia, oppure dall’immaginazione, credo si debba trattare quell’evento con un’onestà e una crudezza incondizionate. La verità merita il massimo che abbiamo da offrire, e non mi vengono in mente strumenti migliori. Onestà e crudezza servono a liberare la verità di ciò che vogliamo raccontare – trasmettere, comunicare – dalla nostra piccola paura. Che non serve a niente. Perché se permettiamo alla paura di segnare confini e operare censure, verrà fuori un racconto menomato, cui mancherà il battito fondamentale: il senso del vero.

Che la verità, come dicevo, non debba essere per forza accaduta non semplifica le cose. Perché anche se non riporto fedelmente un certo fatto, rimane la verità dello sguardo, del ricordo, della traccia che ho conservato di qualcosa, o che ho creato da zero, nel momento in cui ho deciso di scriverne. Una verità “contaminata” dal mio intervento (ricordare è già intervenire), ma ciononostante viva perché sostenuta dall’innocenza, dall’urgenza, dall’impegno a restituire, distillare, quello che ho dentro così come si è impiantato dentro di me, puro. Non è necessario scrivere di cose reali, purché risultino vere.

Ricordo una ragazza, durante un laboratorio di scrittura a Roma, che mi chiedeva cosa fare quando quello che scriviamo tocca da vicino una persona amata. Quella ragazza era così spaventata all’idea di provocare sofferenza negli altri, che non mi chiedeva nemmeno cosa fare dopo aver scritto qualcosa di così personale, bensì come comportarsi mentre lo faceva: andare avanti oppure no? La questione morale del recar danno al prossimo la turbava al punto che non riusciva a sbloccarsi. Le chiesi quanto teneva a quel che stava scrivendo. “Tantissimo”. C’era altro di cui voleva scrivere? Un’esitazione: “No”. E allora, risposi, scrivi. “Sì, ma…” Passerà, la interruppi. Arriverà il momento in cui importerà di più ciò che hai da scrivere rispetto alle conseguenze che quel che scrivi potrebbe avere (e che, per inciso, di rado sono quelle che abbiamo prefigurato). Lei rimase interdetta, ma volli subito chiarire che non la stavo provocando. Semplicemente, le sorrisi, bisogna scrivere il vero. Di nuovo, non necessariamente il reale, ma il vero sì. E se incidentalmente le due cose corrispondono, o si scrive o no. Se lo si fa, il rischio è venire accusati di essere sleali, irrispettosi e cannibali. Che sia. Se serve a esprimere qualcosa che deve essere scritto, o a raccontare qualcosa che non può essere detto, non c’è scelta. Non si scrive a metà.

Io ritengo, anzi, per me scrivere è un gesto talmente importante, più efficace di qualsiasi altro metodo di comunicazione, che i compromessi mi risultano intollerabili. Quelli che facciamo – e giustamente – nel quotidiano per il bene individuale e comune, nella scrittura non hanno posto. Ciò che sono nel quotidiano è al servizio della sopravvivenza, della costruzione di me come individuo e della tessitura dei rapporti necessari alla mia natura di essere umano. In terra narrativa vigono altre regole.

E poi c’è da tener conto dell’egemonia dei personaggi. Sono loro che governano: la loro coerenza, la loro verità. Se un’etica della scrittura esiste, dovrebbe essere applicata alla storia che si scrive e ai suoi protagonisti: il rispetto completo della loro psicologia ed esigenze, la costruzione di un impianto che segua chi sono e chi diventano a mano a mano. Soltanto in questo caso è possibile (bisogna?) piegare la realtà dei fatti e delle persone, perché il racconto lo richiede.

Quella della ragazza è, come accennavo, una delle domande che danno vita a certi dibattiti su un’eventuale etica della scrittura: Quanta libertà si ha in letteratura? Quanto bisognerebbe misurare l’espressione della verità? Come va declinata questa verità? Cosa va detto, cosa taciuto? A cosa serve? Che dovere ha l’atto dello scrivere?

Ho però il sospetto che, in fondo, la questione vera stia in una domanda che le precede tutte. E cioè: Perché si scrive?

Ognuno di noi ha una risposta diversa, naturalmente. Ognuno di noi ha le sue ragioni. Per quello che mi riguarda, ho iniziato a scrivere perché a un certo punto della mia vita, quando era troppo presto perché potessi disporre di adeguati strumenti di interpretazione e difesa, il mondo come lo conoscevo è finito di colpo e mi sono trovata catapultata dentro una dimensione ignota, incomprensibile e ostile. Immersa in una condizione di violenta solitudine, ho istintivamente cercato un modo di esprimermi che non fosse quello che mi era stato sottratto. E cioè la comunicazione esplicita che, assente quando avrebbe dovuto creare un passaggio armonioso tra il prima e il dopo, aveva mancato di garantire una continuità di valore e congruenza tra chi ero e cosa mi stava accadendo intorno. Così ho cominciato a scrivere. Per parlare, osservare, capire, essere vista e ascoltata. La scrittura, intesa come mezzo di conoscenza e comunicazione, è elemento fondante della mia identità.

Perciò la scrittura come risultato di un vuoto? Anche. Quanta arte nasce così. E allora, a maggior ragione, se la scrittura diventa il ponte tra me e il mondo, come mentire? Come sottrarre? Come sottrarsi?

Ho cercato per anni un luogo che potesse sostituire ciò che avevo perso, ma non l’ho più trovato. Il sollievo della fuga, o della proiezione di una nuova fuga, prima o poi si esauriva. Finché ho capito che quel luogo era nel frattempo andato costruendosi non fuori, non altrove, bensì dentro di me: non la mia identità di donna, che aveva al centro di sé un buco profondo, ma quella di scrittrice, che offriva un tempo (il tempo circolare della scrittura, che non finisce mai e include tutto) e uno spazio (dove mi raccolgo a scrivere e dove tutto converge) scartati rispetto alla realtà. Che è tutta un’altra cosa. Nel quotidiano tutto è più complicato. Più vitale, anche, e più incontrollato. I rapporti, le persone, il lavoro, gli imprevisti, l’altro da me. Declino questa realtà, quella in cui vivo, al condizionale, perché è un sistema composto da altre persone; declino la realtà in cui scrivo all’indicativo, perché lì, in quell’universo parallelo, ci sono solo io (non per questo è più facile: siamo molto spesso i nostri più efferati nemici).

Non è possibile tenere queste due realtà sempre separate; a volte si sovrappongono e, quando succede, bisogna stare attenti, perché l’equilibrio è delicato. La prima domanda che un amico scrittore mi ha fatto quando gli ho parlato del mio compagno è stata: “Gli pesa che scrivi?” Al mio no, ha risposto: “È una gran fortuna”.

Perché c’è anche questo: il luogo della scrittura è prioritario, e non è raro doverlo lasciare malvolentieri per partecipare alla vita, quella in cui decliniamo al condizionale e dove sovente, assorti e goffi, combiniamo disastri. Le persone intorno a noi, questo, lo vedono. Possono prenderla male, patire della nostra assenza, sentirsi defraudate. Capire che non potranno mai entrare in un posto così esclusivo e privato. Dove, sospettano, noi siamo più veri.

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Italia, amore: solitudini https://minimaetmoralia.it/interventi/italia-amore-solitudini/ https://minimaetmoralia.it/interventi/italia-amore-solitudini/#comments Wed, 15 Feb 2012 09:45:33 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6581 «Italia, Amore» è una rubrica di Christian Raimo e Marco Mancassola che esce tutti i mesi su «Rolling Stone». Questi due articoli sono apparsi sull’ultimo numero della rivista, febbraio 2012.

MM >> Sono uno scrittore, essere solo è il mio lavoro. Ci sono attività in cui la solitudine è uno strumento attivo di lavoro. E la solitudine in realtà ha una varietà di sfumature, dalla più scura alla più esaltante. Ci vorrebbero decine di termini diversi per nominare tutte le solitudini possibili, proprio come in quella leggenda secondo cui gli Inuit avrebbero cinquanta parole per indicare la neve.

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«Italia, Amore» è una rubrica di Christian Raimo e Marco Mancassola che esce tutti i mesi su «Rolling Stone».  Questi due articoli sono apparsi sull’ultimo numero della rivista, febbraio 2012.

MM >> Sono uno scrittore, essere solo è il mio lavoro. Ci sono attività in cui la solitudine è uno strumento attivo di lavoro. E la solitudine in realtà ha una varietà di sfumature, dalla più scura alla più esaltante. Ci vorrebbero decine di termini diversi per nominare tutte le solitudini possibili, proprio come in quella leggenda secondo cui gli Inuit avrebbero cinquanta parole per indicare la neve.
L’inglese distingue tra loneliness e solitude. La prima è una sensazione cattiva, sofferta, la seconda è più costruttiva – frutto di una scelta. Il teologo Paul Tillich scrisse che “loneliness esprime la pena di essere soli,solitude la gloria di essere soli.” Ma ovvio che il confine tra i due stati è vago, molto permeabile. È questa ambiguità a rendere interessanti le professioni solitarie, esposte più di altre alla verità emotiva del mondo, che è sempre duplice e scivolosa, epica, miserabile, profetica e al tempo stesso ridicola. Scrivere è sentirsi tutte queste cose insieme.
Come un problema di fisica quantistica, la solitudine è una faccenda multipla, legata al punto di osservazione.
Nel mondo insonne e illuminato dai bagliori di mille schermi, la gente oggi pare particolarmente terrorizzata all’idea di restare sola con se stessa. Per questo sfugge alle responsabilità e alle opportunità della propria solitude e si getta nel mercato delle connessioni, del brusio perenne, del flusso di dati. Beh, non si torna indietro dalla società della connessione. Ma è comico il modo in cui, così facendo, per sfuggire allasolitude si finisce spesso per gettarsi in pasto alla loneliness. Ed è comico il modo in cui, sempre di più, gli altri diventano nient’altro che un rimbombo del nostro pensiero, mentre leggiamo un messaggio sul telefono o un commento sulla schermata di Facebook.
La società della connessione crea forme effettive di comunione. Ad esempio quando la rete serve, come accade negli ultimi anni, a organizzare manifestazioni facendo convergere insieme sulle strade migliaia di cani sciolti. Molte altre volte, lo sappiamo, la rete non è che un laboratorio di desolazione. Una macchina della banalità, del commento automatico, dello spam furioso, del flusso isterico. Una macchina, appunto. Un giorno chatteremo e scambieremo commenti in rete senza sapere se lo stiamo facendo con una persona o con un software. E tutto sommato non ce ne importerà.
La solitudine di cercare su google qualcosa di introvabile. La solitudine dell’ennesima richiesta di amicizia da parte di qualcuno che non conosci, né mai conoscerai. La solitudine di fingersi amico di tutti. La solitudine di fingersi nemico di tutti. Alla fine chiudi le connessioni. Sei solo, ma in un modo più interessante. Non hai bisogno di far sapere a tutti cosa stai facendo: è un momento glorioso proprio perché appartiene soltanto a te. Apri il programma di scrittura. Sei uno scrittore, è davvero il tuo lavoro.

CR>> Nelle ultime settimane ho letto/riletto tre libri incredibili: Una cosa divertente che non farò mai più di David Foster Wallace, Gli anelli di Saturno di W. Sebald, L’onda del porto di Emanuele Trevi. Sono tre reportage che raccontano qualcosa che dovrebbe essere un viaggio tra i luoghi inconsueti (dieci giorni in crociera ai Caraibi, un pellegrinaggio nell’Inghilterra del Sud, un vagabondare nella Thailandia post-tsunami) e che si rivela invece un’erranza labirintica e inesausta nella propria testa. Gli scrittori sono così: persone sole che oscillano tra il desiderio di eremitaggio e la voglia di parlare a chiunque, di dissolversi nelle proprie stesse parole in una infinita conversazione con il lettore. Se Paul Celan considerava i poeti gli ultimi custodi delle solitudini, se Emily Dickinson poteva scrivere versi come Forse sarei più sola senza la mia solitudine, nella famosa intervista rilasciata a David Lipsky, Wallace raccontava più volte di come venisse angosciato dalla sensazione di essere da solo a pensare o provare certe cose e a non riuscirle a comunicare a nessuno. Frase che è, credo, una buona definizione della vocazione alla letteratura e, insieme, della depressione vista dalla parte di chi la vive.
È cambiato qualcosa oggi, all’epoca della comunicazione globale rispetto a questa percezione di solitudine che ha attraversato l’umanità, dai lirici greci al Qoelet agli scritti di Giovanni Della Croce sulla “notte oscura” a Beckett? Forse sì. Forse questa solitudine non è più una rivelazione, forse siamo tutti più consapevoli di una cosa: dell’abisso che esiste tra quello che in teoria possiamo comunicare a qualcun altro e quello che di fatto riusciamo a comunicare. Per questo magari, se vi andate a leggere il rapporto Osmed anche quest’anno, vedete come è aumentato anche quest’anno il consumo di psicofarmaci in Italia. Per questo, recentemente, di fronte a delle morti così consapevoli come il suicidio assistito di Lucio Magri o quella raccontata per filo e per segno da Christopher Hitchens si è scritto così tanto: ci si può confrontare con la solitudine che ci porta la morte e riuscire a non impazzire? E per questo le persone che passano dieci ore al giorno su facebook o twitter, ci sembrano normali e mostruose al tempo stesso: gli riconosciamo un nostro stesso bisogno, ma gli vorremmo dire che stanno sbagliando strategia, dando onore a un simulacro di condivisione, non a un’autentica empatia.
Ma quale, poi, di fatto, è un’autentica empatia? Qual è quella volta che ci siamo sentiti veramente accomunati a qualcuno? Nella Morte di Vladimir Jankelevitch o nella Stella della redenzione di Franz Rosenzweig o anche nella Morte di Ivan Ilic di Leo Tolstoj si parla di come la vita umana abbia una specie di regolarità: crescendo si passa da osservare come turisti quello che ci sta intorno a sentire che questo ci riguarda, fino ad arrivare a ammettere che tutto questo ci tocca nel profondo. Se ripercorreremo come miliardi di persone questo cammino, vuol dire che in un certo senso ci saremmo salvati, interpretando ancora una volta la parte che ci è toccata: quella degli esseri umani, soli e incredibilmente pieni di desideri.

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«Io te ne faccio dono» https://minimaetmoralia.it/interventi/%c2%abio-te-ne-faccio-dono%c2%bb/ https://minimaetmoralia.it/interventi/%c2%abio-te-ne-faccio-dono%c2%bb/#comments Mon, 05 Dec 2011 10:47:21 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5859 Sul blog di Giorgio Fontana, un’interessante riflessione sul ruolo che devono (e possono) avere letteratura e scrittura in questo tempo di crisi.

Cosa può fare la letteratura in tempo di crisi? Cosa può, naturalmente, non cosa deve: non credo che la letteratura abbia altro dovere se non quello di raccontare delle buone storie e cercare di colpire il cuore delle cose. Ma la domanda è pressante. Per quanto sia isolata la nostra torre, la realtà bussa con insistenza alla porta, e da un po’ di tempo è sempre più difficile fare finta di nulla.

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Sul blog di Giorgio Fontana, un’interessante riflessione sul ruolo che devono (e possono) avere letteratura e scrittura in questo tempo di crisi. 

di Giorgio Fontana

Cosa può fare la letteratura in tempo di crisi? Cosa può, naturalmente, non cosa deve: non credo che la letteratura abbia altro dovere se non quello di raccontare delle buone storie e cercare di colpire il cuore delle cose. Ma la domanda è pressante. Per quanto sia isolata la nostra torre, la realtà bussa con insistenza alla porta, e da un po’ di tempo è sempre più difficile fare finta di nulla.

In un articolo che pubblicai per Ilsole24ore.com, due anni fa la mettevo così: il problema non è soltanto economico o politico, ma innanzitutto relativo all’esistenza: la precarietà è diventata una forma trascendentale e uniforma quasi tutti gli aspetti comuni del vivere.La reazione corretta, argomentavo, non è quella di farsi cronisti della crisi (e dunque raccontare il mio precariato, la mia solitudine, il mio schifo in quanto tali), bensì diventare i suoi poeti: corteggiarla, trarne fuori tutte le possibilità di rinnovamento che contiene. (E chiudevo con un appello augurandomi che nascessero “scrittori all’altezza del compito, che credano ancora nel potere forse non salvifico, ma quantomeno etico, della parola”).

Bene: in un certo senso continuo a pensarla così, ma a due anni di distanza vedo tutto il vuoto che si porta dietro una frase affascinante ma formale come “farsi poeti della crisi”. Dunque mi pongo nuovamente la domanda, sperando di poter dare una risposta più concreta: cosa può la letteratura in tempo di crisi?

Forse può tentare una strada diversa, poco battuta. In tempi in cui le uniche parole sono state parole di odio, inviti all’egoismo, o anche continuo e radicale incitamento (godete! indignatevi! protestate! fottetevene! firmate! cliccate!), la letteratura potrebbe offrire quantomeno una parola di consolazione. Forse siamo destinati a cadere, ma possiamo cadere insieme e non ognuno per conto proprio.

Attenzione: per consolazione non intendo una forma intrattenimento facile, o una pillola soporifera che ci aiuti a dimenticare o lenire quello che c’è là fuori. Al contrario. La letteratura può offrire una comprensione profonda del nostro disorientamento, e insieme una voce di speranza attiva, qualcosa in grado di suggerire — senza pretendere di definirlo una volta per tutte — che a questo disorientamento c’è fine.

È la consolazione di cui parla Stig Dagerman: “Il mondo è dunque più forte di me. Al suo potere non ho altro da opporre che me stesso — il che, d’altra parte, non è poco. Finché infatti non mi lascio sopraffare, sono anch’io una potenza. E la mia potenza è temibile finché ho il potere delle mie parole da opporre a quello del mondo, perché chi costruisce prigioni s’esprime meno bene di chi costruisce la libertà.” E questo, per Dagerman, è “una consolazione più bella di una consolazione e più grande di una filosofia, vale a dire una ragione di vita”.

Una ragione di vita. Può la letteratura mostrare questo ideale? Infondere coraggio nel lettore senza arrogarsi altri diritti o finire nel buco del realismo più piatto? La mia risposta è sì, e non credo che il discorso si limiti alle questioni su come raccontare il tempo presente, o l’Italia berlusconiana. La domanda è molto più ampia e include una verifica dei poteri della letteratura di fronte alla crisi — in qualsiasi tempo.

Un esempio in questo senso l’ha portato Marco Mancassola con il suo ultimo libro, Non saremo confusi per sempre: spezzare il tremendo sigillo della realtà e apporvi quello della fiaba, di un nuovo fine — non una conclusione posticcia e irenica, ma molto di più: come le cose sarebbero dovute andare, o anche solo come avremmo dovute rileggerle noi, comprenderle noi, farle nostre e finalmente elaborarle per confrontarci con un nuovo futuro.

Il secondo sguardo e la leva del fantastico hanno qui un doppio potere — ci consolano e ci invitano a una nuova forma di impegno: le storie possono essere diverse da come sono, e la confusione (tutto il carico di dolore, difficoltà, inquietudine; tutte le volte che hai sentito la terra cedere sotto di te) avrà fine.

Ecco, questa potrebbe essere una buona risposta da parte della letteratura. La strada dell’imperativo retorico è senza uscita, quando si narra (e, mi sembra, ormai anche quando si fa politica). Per il lettore, così come per il cittadino e il bimbo, valgono molto di più un buon esempio e una parola carica di umanità. Questo vorrei, dunque — una letteratura che non mi tradisca. In un tempo in cui ogni forma di tradimento è legittimata, che almeno le storie non mi abbandonino.

Questo vorrei. Un canto in grado di dire: non tutto è un ghigno malefico o un orribile e continuo sforzo per difendersi dalla realtà: non tutto va ridotto all’enfasi paratattica e a una lingua incapace di amare: anche in questi tempi, anche in questo inferno un altro mondo possibile esiste, e io te ne faccio dono. Da qui, da questa forma attiva e consapevole di consolazione, si può ricominciare.

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