Scuola di nudo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/scuola-di-nudo/ un blog di approfondimento culturale Tue, 06 Nov 2012 16:50:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Scuola di nudo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/scuola-di-nudo/ 32 32 La mia diversità è di massa: intervista a Walter Siti https://minimaetmoralia.it/interventi/la-massa-e-la-mia-diversita-intervista-a-walter-siti/ https://minimaetmoralia.it/interventi/la-massa-e-la-mia-diversita-intervista-a-walter-siti/#respond Tue, 14 Jun 2011 09:17:03 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4539 di Francesco Borgonovo

Siti parla di tv con la confidenza di chi conosce pregi e difetti del mezzo, i momenti di verità e le grandezze del piccolo schermo (senza neanche dover ricorrere alle solite serie tv). Rompendo stereotipi e luoghi comuni e parlando dell’influenza (poca o troppa) della tv sugli scrittori italiani. Intervista apparsa su Link 10 – Decode or Die.

Davanti a casa di Walter Siti dovrebbe esserci la fila. Una bella coda, lunghissima, di pellegrini in attesa di abbeverarsi alla sua saggezza. Se c’è uno scrittore italiano che abbia saputo raccontare il nostro Paese – peraltro senza l’arrogante pretesa di farlo – quello è lui.

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di Francesco Borgonovo

Siti parla di tv con la confidenza di chi conosce pregi e difetti del mezzo, i momenti di verità e le grandezze del piccolo schermo (senza neanche dover ricorrere alle solite serie tv). Rompendo stereotipi e luoghi comuni e parlando dell’influenza (poca o troppa) della tv sugli scrittori italiani. Intervista apparsa su Link 10 – Decode or Die.

Davanti a casa di Walter Siti dovrebbe esserci la fila. Una bella coda, lunghissima, di pellegrini in attesa di abbeverarsi alla sua saggezza. Se c’è uno scrittore italiano che abbia saputo raccontare il nostro Paese – peraltro senza l’arrogante pretesa di farlo – quello è lui. E lo ha fatto parlando quasi esclusivamente di se stesso e delle sue ossessioni, creandosi un alter ego che per tre romanzi – Scuola di nudo, Troppi paradisi e Il contagio – ha scandagliato l’uomo e lo scrittore Siti in ogni dettaglio. Inoltre, gli si deve il più bell’incipit degli ultimi vent’anni di narrativa italica: “Mi chiamo Walter Siti, come tutti. Campione di mediocrità. Le mie reazioni sono standard, la mia diversità è di massa”. Comincia così Troppi paradisi, il libro che più di ogni altro ha messo in scena, nella sua finzione e nella sua verità estrema, il mondo della televisione. Walter ha spiegato la tv nell’unico modo in cui era possibile farlo, raccontandone il funzionamento e concludendo (almeno così pensiamo) che il piccolo schermo non va capito, va semplicemente guardato.
Però purtroppo la fila davanti a casa sua non c’è. Abita a Roma, vicino a piazza Risorgimento, in un casermone che ha molto di popolare, ricorda un po’ la classica “casa della nonna”. Solo che il suo appartamento è foderato di libri e imbottito di foto d’uomini nudi col fisico scolpito, il collo gonfio e le braccia enormi.
Mi apre cordiale, in vestaglia, e mi fa accomodare in salotto. La prima cosa che mi chiedo è dove guardi la televisione (è anche il critico televisivo de La Stampa, dunque deve guardarla parecchio). Ma non mi pare che tra poltrone e divani ci sia un luogo privilegiato per l’adorazione del piccolo schermo.
Walter, oltre a guardarla, la tv l’ha anche “fatta”, come si dice di solito: l’ha vista dall’interno. Dunque non la può liquidare alla stregua di una “cattiva maestra” come fa la maggior parte degli intellettuali italiani. Gli butto lì la domanda: “Aldo Busi mi ha detto in un’intervista che hai lavorato con Alda D’Eusanio”. “No, ho lavorato per Al posto tuo, ma la D’Eusanio non lo conduceva già più. C’era Paola Perego, alla quale poi è subentrata Lorena Bianchetti. Ma dovevo solo scrivere le storie dei vari protagonisti. Io purtroppo la televisione non l’ho fatta quanto avrei voluto. Mi sarebbe piaciuto lavorare per programmi mainstream. Ho lavorato anche con Enrico Papi, per un programma che si chiamava Jackpot. Però anche in quel caso non sono entrato a fondo nel meccanismo. Dovevo solo scrivere le domande, era un lavoro sporadico, ne mandavo da casa cento o duecento alla volta, e finiva lì”.
Quindi che programma scriverebbe oggi Walter Siti se ne avesse la possibilità (produttori all’ascolto, drizzate le orecchie)? “Farei un programma sull’alfabetizzazione sentimentale. Un po’ come il maestro Manzi, insegnerei a parlare dei sentimenti”. Beh, esistono già Love Line, Sex Academy, … “No, lì si parla di sesso, è diverso, ognuno se la gestisce per conto suo. Sui sentimenti ormai c’è un tale casino… E poi non vorrei soltanto parlare d’amore, ma anche di odio, d’invidia, di orgoglio, di euforia e di tanti sentimenti che rischiano di abortire prima di esser nati”.
Siti non ha perso l’ottimismo nei confronti della scatola magica: quando mi spiega il format che ha in mente sorride candido come un bambino, appare entusiasta. Eppure tempo fa, durante un’altra conversazione, mi aveva detto che lavorare dietro le quinte “è stata un’esperienza bella per l’intensità con cui si lavora; sempre con l’acqua alla gola, sempre con la tensione addosso, adrenalina a mille – in confronto, il campo letterario sembra una bocciofila per pensionati. Ma non buona quanto al valore di ciò che si fa, con la brutta sensazione che fossero più o meno tutti rassegnati alla merda”. Beh, la rassegnazione alla merda pare svanita.
E da spettatore, come si avvicina alla televisione Walter Siti? “Il mio programma preferito è lo zapping. Senza lo zapping entro in astinenza. Il momento che preferisco è quando mi metto un paio d’ore alla sera a girare i canali. Ho Sky e il digitale, arrivo fino a Current e poi torno indietro. La cosa più bella di questo modo di guardare la tv è che non aspetto i programmi, ci capito sopra. Per me, stranamente, la cosa che funziona di più è questa: il caso. Sono felice quando mi capita di guardare Jersey Shore o di trovare Chef per un giorno. Oggi sei spinto a programmare, a registrare tutto. Invece non sapere che cosa troverai sullo schermo è bellissimo. Io, per esempio, non affitto mai i film, perché poi guardarli mi sembra un obbligo. Invece l’aspetto liberatorio è proprio quello della casualità. L’opera televisiva che mi piace è dadaista. E non penso a Blob. Anzi, non mi piace perché lì la selezione la fanno già gli autori”.
Dico a Walter che tra i miei programmi preferiti c’è La Corrida. “Trovo che la conduzione di Flavio Insinna sia molto valida. Mi ricordo per esempio questa scena, che ora si trova su YouTube. Si esibisce una cantante scozzese, canta I Believe I Can Fly e Insinna si mette a piangere. Ecco, questo è lo specifico della televisione”.
Una delle accuse che più spesso vengono mosse alla tv, specie negli ultimi tempi, è quella di regalare una via preferenziale per la celebrità, una scorciatoia che tutti vogliono prendere. Non si tratta soltanto dei warholiani quindici minuti di fama, ma di qualcosa di più, del desiderio di “svoltare”, di cambiare vita senza fare troppa fatica. Tempo fa Siti mi offrì una definizione piuttosto cruda di che cosa significhi oggi “essere famoso”: “La definizione varia a seconda dei periodi. Il senso per cui, anticamente, si considerava famosa una persona – perché aveva fatto cose importanti, capaci di restare nella storia – è passato in sottofondo. Famoso è chi ha visibilità sui mezzi di comunicazione. Tutti si riempiono la bocca con la ‘società dello spettacolo’, ma ho la sensazione che non esaminiamo fino in fondo le conseguenze della definizione. Lo spettacolo è una forma d’arte e se viviamo in uno spettacolo vuol dire che le regole dell’opera d’arte valgono anche per la vita: per esempio, la non-pertinenza dei concetti di vero e falso, e il prevalere della forma sul contenuto”.
Ora però, sui giornali e nei talk si esagera con il moralismo sulle mamme che portano le figlie in coda ai provini per il Grande fratello o Veline. Essere famosi, dopo tutto, non è brutto. Anzi, può essere molto piacevole, e non capisco perché uno non possa legittimamente aspirare alla notorietà. “Certo che non è brutto. Il problema è un altro. Non voglio fare il moralista, ma mi chiedo: se poi ti va male, che genere di paracadute hai? Basta vedere che cosa è successo a chi ha fatto i reality”.
L’unico che è riuscito a distinguersi in modo netto è stato Pietro Taricone. Ricordo una considerazione molto intelligente di Tommaso Labranca: è stato l’unico a perdere il patronimico “del Grande fratello”. Era Taricone, non “Pietro del GF”. “Vero. È successo anche a Luca Argentero, che ha fatto un altro tipo di carriera. Ma gli altri?”. Gli altri si barcamenano fra serate, ospitate, ruoli da inviato… “Conosco la storia di uno dei partecipanti, non voglio dire il nome”. Me lo ricordo. Partecipò una volta a un programma domenicale Mediaset, credo che fosse il 2007. Raccontava che, dopo qualche sporadica apparizione, non l’avevano più chiamato, e non riusciva a pagare le bollette. “Ecco. Ha fatto un po’ di comparsate, la gente intorno a lui per un po’ l’ha favorito, dopo tutto era ancora famoso, era quello che aveva partecipato al Grande fratello. Poi è finita. So che è strafatto di droga, che se la pagava vendendo i vestiti che gli regalavano prima, quando faceva le serate. Per queste persone riadattarsi è difficile. Per un po’ sei famoso, ma poi devi vivere altri quarant’anni. Il problema vero è la mancanza di mediazioni. Il fatto di diventare famoso ti abitua a pensare che tu possa farne a meno. Un conto è se uno si costruisce quello che ha in una vita, ma se non lo fai poi riadattarsi è molto difficile”.
Siti ha curato l’edizione dei Meridiani Mondadori su Pasolini, si è sempre dedicato all’esplorazione e al racconto delle borgate. Una volta gli chiesi come fosse arrivato a interessarsi a questo mondo: “Mi occupo delle borgate”, mi rispose, “perché penso che siano il sintomo di qualcosa di più generale che sta accadendo. Ci sono dei modi di vedere la vita che per quelli che una volta si chiamavano sottoproletari erano delle verità date, cose naturali: l’assenza di futuro, l’impossibilità di programmare la propria vita, un misto di fatalismo e di imprudenza, il fatto che, in fondo, qualunque azione sia a somma zero, che non ci sia poi molta distinzione fra legale e illegale, che tutto si risolva con la frase, ‘E che problema c’è?’. Mi sembra che tutto questo si stia estendendo anche ad altri ceti sociali. Pasolini aveva previsto che la borgata si sarebbe imborghesita, io credo che la borghesia si sia imborgatata. Il futuro manca anche a loro, i figli vivranno peggio dei genitori, c’è questa mania di sognare in grande –vincere un sacco di soldi ai quiz, fare le veline – con la consapevolezza che tanto non si avvereranno”. Mi torna in mente, questa sua risposta. E gli domando se, in qualche modo, fare il calciatore o la velina rappresenti una possibilità di ascesa sociale per i borgatari, forse l’unica. Pur con tutti i rischi di cui abbiamo parlato. “Il fatto è che di borgatari veri, nei reality, non ce ne sono tanti. Sono quasi tutti piccolo-borghesi. Il borgataro vero non ci va, non riesce ad arrivarci. Credo che la percentuale di borgatari sia di circa il 10%”. Quindi aveva ragione, alla fine dei conti. Sono i borghesi che si stanno imborgatando, nei modi, nell’apparenza, non il contrario.
Però continuo a pensare che il medium televisivo possa aiutare. Senza la televisione, gli operai che hanno creato L’isola dei cassintegrati all’Asinara non se li sarebbe filati nessuno. “Però questo genere di cose ha la durata che hanno i fenomeni televisivi. È l’unico sistema per farsi sentire. Nel ’68 nessuno avrebbe pensato di salire sulla torre di Pisa come hanno fatto tempo fa gli studenti. Si andava nelle fabbriche, piuttosto. Questo genere di cose è saltato. Ora devi per forza finire in video o su YouTube”.
Abbiamo parlato di celebrità e di famosi. Troppi paradisi pullula di famosi, Walter li utilizza quasi come miti contemporanei, un po’ come fa Bret Easton Ellis in Glamorama o American Psycho. “Io utilizzo i ‘famosi’ nei miei libri per ottenere un effetto di realtà. Le celebrità – come quelle che compaiono sul canale E! Entertainment, alle quali non viene mai chiesto che cosa sappiano fare, basta che abbiano avuto mezz’ora di passerella in video – mi aiutano a riprodurre la mancanza di distinzione tra persona e personaggio, che esiste anche nella vita”. Il fatto è che questa distinzione fra persona e personaggio bisogna farla anche quando si parla con lui. Perché anche Walter Siti nei suoi libri si espone, racconta le sue ossessioni, perfino. Spesso scrive in prima persona e ha dato vita a un personaggio con il suo nome: “Nel mio ultimo libro, Autopsia dell’ossessione, metto in scena il mio opposto in tutto e per tutto. Sia fisicamente che psicologicamente. In questo, sicuramente, ho mostrato anche la mia ombra. Diverso quanto ho fatto nella ‘trilogia’: quel personaggio in effetti era un mio prolungamento”.
Ecco, in quel caso non hai giocato su quella che a volte hai chiamato “famosità”? “Non credo sia possibile fare un parallelismo con il Grande fratello o simili. Non pensavo che mi avrebbe fatto avere successo, questo gioco dell’esibizione. Anzi, ero convinto che mi avrebbe danneggiato, più che giovato. Specie all’università. E in parte è stato così. Chi invece va in un reality, lo fa per mostrare il meglio di sé. Credo però ci sia un punto in comune, cioè la mescolanza fra realtà e fiction, la stessa che troviamo nella televisione. Anche se, per quel che riguarda la tv, è meglio se il pubblico non si accorge della componente di fiction, mentre io cercavo di esplicitarlo. Forse la differenza è che la letteratura può permettersi di attraversare una cosa, ciò che non è letteratura invece la ripete. Se uno poi in un romanzo fa sul serio, non è detto che abbia fortuna. Troppi paradisi e Il contagio sono andati bene, con l’ultimo libro mi sono dato la zappa sui piedi. Non venderò molto. Non c’è nessun personaggio buono. Antonio Franchini di Mondadori mi ha detto che è un romanzo freddo, ostile”.
Restiamo sulla letteratura. Qualche volta, guardando reality come Jersey Shore o le serie tv americane, mi sembra che siano molto meglio dei romanzi, quasi che fossero la letteratura del futuro. “Posto che i protagonisti di Jersey Shore alla fine li baceresti, specie quello che lavora in gelateria, il mio preferito, sembra un bufalo…”. Cerchiamo di ricordarci come si chiama, ma non ci viene in mente. Siti va avanti. “Cose come Jersey Shore sono sintomi, non sono come i romanzi, molte scene sono casuali, è quasi come guardare la vita vera. Mentre il lavoro letterario crea strutture che si ripetono per secoli”.
E delle serie tv, che si può dire? “Mi piacciono I Soprano, quella dell’HBO sullo psicanalista, come si chiama… Sono come un bel film. Sono qualcosa di più e qualcosa di meno di un romanzo. Intanto hanno le immagini, poi partono da progetti commerciali, dunque qualche stereotipo lo contengono. Invece il libro ha un vantaggio: può essere una cosa che non assomiglia a nulla, pensiamo a Rimbaud… È difficile che lo stesso avvenga con un serial”. Chiambretti, del resto, diceva che in televisione non si inventa nulla. Restiamo ancora un po’ sui serial. Chiedo a Walter quali sono quelli meglio scritti e quelli che lo appassionano di più. Forse perché da un romanziere ci si aspetta che ami questi prodotti più strutturati e in qualche modo “profondi”. Forse il mio è solo snobismo. “Su questa domanda non sono preparato: non ho molto interesse per la fiction in tv, mi interessa di più la televisione che mischia il vero con il finto, il personaggio con la persona – quello mi sembra il lato della tv che più influenza il nostro modo di immaginare e di pensare, e che provoca le più devastanti mutazioni psichiche. Mi interessano i reality, i talk, i talent: la fiction, in fondo, non è che l’eterno feuilleton raccontato con altri mezzi. Detto questo, non c’è dubbio che alcune serie americane siano fatte a un livello di professionismo impensabile da noi, e con una presa sulla realtà molto più diretta. Soprattutto, mi pare che abbiano più coraggio nell’affrontare quelli che da noi si chiamano ‘nodi eticamente sensibili’, i cambiamenti nel costume, nella famiglia, nella società eccetera. Penso per esempio a una serie popolare come Glee, dove una delle protagoniste è figlia di una coppia di maschi gay, e un altro è un ballerino sulla sedia a rotelle. Non hanno paura di rovesciare stereotipi, affrontano i rapporti umani con crudeltà: i mafiosi vanno dallo psicanalista (ne I Soprano), le donne parlano apertamente di masturbazione (in Sex and the City), la famiglia appare come un nido di vipere (in Desperate Housewives e altrove). Da noi c’è sempre un’autocensura preventiva, un perbenismo vaticano: dominano lieto fine e morale edificante. Non ci sono neppure vere e proprie serie: sono filmoni alla Matarazzo, o commedie all’italiana, diluite e allungate”.
A me però Romanzo criminale è piaciuta. E parecchio. “La serie di Romanzo criminale mi è parsa meglio del film, se non altro c’erano facce più plausibili. Ma sulla faccenda del noir come nuova epica realista, e come unica forma romanzesca che sarebbe in grado di raccontare oggi l’Italia, credo che sia in atto un grande equivoco: non bisogna dimenticare che epica e romanzo sono due forme opposte di narrazione, come testimoniano grandi lavori critici. L’epica lavora sugli stereotipi (Achille piè-veloce, Ulisse astuto eccetera), non è realistica affatto e presuppone valori morali dati una volta per tutte (in genere una morale di tipo aristocratico). Bisognerebbe chiedersi quanto una morale troppo sicura di sé non finisce per nascondere, invece che rivelare, la realtà. Il gigantesco e sproporzionato successo (e insensato pullulare) dei polizieschi risponde a una voglia di ‘sapere chi è stato’ e a un effetto rassicurante su chi sono i buoni e chi i cattivi. Il romanzo, quello vero, fa l’opposto: non dà giudizi e non sa mai chi è stato”.
Mi pare che i reality show alla Jersey Shore gli piacciano di più. Allora insisto, anche perché li adoro. Cioè, chi non impazzisce guardando Teen Mom su Mtv? In ogni caso, la mia curiosità riguarda sempre la scrittura: mi sembra infatti che questi prodotti made in Usa siano sempre molto più lavorati di quelli nostrani, su tutti il Grande fratello. “La differenza principale, almeno rispetto ai due reality che nomini, è che là i protagonisti non sono confinati in un luogo chiuso; hanno rapporti con il quartiere e con il resto della società. Sono i protagonisti che hanno una caratteristica socio-antropologica speciale (la povertà e l’incidente della maternità precoce in Teen Mom, il coattume italo-americano in Jersey Shore) e la manifestano appunto nei rapporti con la vita comune. Non sono topi da laboratorio chiusi in gabbia finché non vanno fuori di testa. Da tempo sostengo che il reality è interessante quando è un prodotto di nicchia e non ha il problema dei grandi ascolti: più lo si spettacolarizza, più diventa un baraccone inutile e perde il suo significato di testimonianza antropologica (ricordo un bel reality condotto da Costanzo nel carcere di Viterbo, condannato dai bassi ascolti e per questo eliminato). In fondo è un problema di rispetto: l’altra sera Snooki, la protagonista più vistosa di Jersey Shore, era ospite di Letterman – due culture a confronto ma con reciproco riconoscimento. Da noi quelli che escono dal Grande fratello vengono trattati come pezze da piedi, spiati in camera da letto anche dopo che sono usciti, sommersi da ragazzi-immagine e troiette, messi alla berlina da improbabili opinionisti e da giornalisti scoopofili”.
Resta un’ultima cosa, forse scontata, ma in realtà mica tanto: secondo Siti, quanto sono stati influenzati dalla televisione gli scrittori italiani? E perché, nonostante tutto, della televisione si parla sempre male, al di là dei discorsi politici che ben sappiamo (la parola chiave è: Silvio)?
“Abbastanza poco: gli scrittori italiani che hanno un maggior successo di vendite mirano a fare ‘intrattenimento alto’ e quindi si tengono lontani dalla televisione che considerano troppo trash. Sono come quei voyeur che parlano male del porno schietto e adorano il burlesque perché sarebbe ‘meno volgare’. Forse però, inconsapevolmente, subiscono il fascino di uno degli aspetti più deteriori della tv, che è quello di annullare tutti i momenti morti e di voler avere a che fare solo con il ‘clamoroso’: è un bel po’ che nei romanzi italiani ‘da classifica’ leggiamo solo di vite e di eventi eccezionali, raccontati in stile vivace e ruffiano. Della tv si parla male anche giustamente, perché contribuisce all’imbarbarimento del cervello (favorisce la velocità, la voracità e l’eccesso); ma anche perché è diventata una metonimia di Berlusconi, e perché ci si vergogna della propria solitudine”.
La chiacchierata finisce. Difficile capire se davvero ho reso la profondità e l’intelligenza di tutto ciò che Walter ha detto. Penso di no. Penso che dovreste farvi rispiegare tutto da capo, da lui. Anzi, da uno dei suoi libri, che è meglio. Poi, male che vada, organizziamo una gita in pullman a casa sua, un piccolo pellegrinaggio: un euro a biglietto, così gli regaliamo l’intera collezione di Mad Men in Dvd, e magari si convince che è più bella di molti romanzi. Ma non dei suoi.

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In principio erano i corpi gloriosi https://minimaetmoralia.it/libri/in-principio-erano-i-corpi-gloriosi/ https://minimaetmoralia.it/libri/in-principio-erano-i-corpi-gloriosi/#comments Thu, 02 Dec 2010 08:02:49 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3403 In principio erano i “corpi gloriosi”: i culturisti (cartacei/carnali) di Scuola di nudo, le infinite repliche di un archetipo celeste infine, nei libri successivi, sceso in terra, atterrato tra le palazzine della periferia romana. In Troppi paradisi il messaggero divino si chiamava Marcello Moriconi, già immortalato, con tanto di cahier fotografico, nel breve ma intenso libretto intitolato La magnifica merce.

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In principio erano i “corpi gloriosi”: i culturisti (cartacei/carnali) di Scuola di nudo, le infinite repliche di un archetipo celeste infine, nei libri successivi, sceso in terra, atterrato tra le palazzine della periferia romana. In Troppi paradisi il messaggero divino si chiamava Marcello Moriconi, già immortalato, con tanto di cahier fotografico, nel breve ma intenso libretto intitolato La magnifica merce. Si parlava ancora di lui, a lato di un più affollato condominio di borgata, nel fortunato Contagio. Nel Canto del diavolo lo spasimato cambiava nome in Massimo, ma gli attributi erano quelli. Oggi, infine, Autopsia dell’ossessione esibisce il corpo glorioso (ma forse già estinto) di un Angelo di periferia, coatto e palestrato come tutti gli altri, identico a loro nei modi e nelle parole. Le foto di Angelo, sparse nel libro a margine dei commenti dell’incantato e dolente protagonista (che questa volta non si chiama Walter ma Danilo Pulvirenti), confermano la sua natura di replicante. Il volto che contempliamo in questi nudi è lo stesso dell’apparato iconografico della Magnifica merce, e di altre, meno note, esposizioni extra-letterarie. La medesima girandola di avatar, la stessa cattiva infinità che colpisce l’oggetto del desiderio grava, simmetricamente, sul soggetto desiderante. Che si tratti di personaggi autobiografici, più o meno mistificatori, di professori universitari, autori televisivi o flâneurs delle periferie, ad occupare la scena è sempre lo stesso individuo, o meglio la stessa ossessione ambulante. Come Angelo, Danilo non sfugge al ripetersi delle incarnazioni letterarie. Anche in questo caso, nonostante l’invenzione di un nuovo personaggio, il ciclo delle varianti non può che confermare la ricorrenza del tema. Tema che proprio nella ripetizione dell’identico esibisce la sua cifra esistenziale: quella dell’ossesso, appunto.

La scelta, inedita per lo scrittore, di condurre la narrazione completamente in terza persona, non comporta gravi eccezioni. E non stupisce dunque, in un capitolo del romanzo intitolato Dopplegänger, vedere riapparire, in veste di doppio e rivale d’amore di Danilo, uno scrittore sessantenne diventato famoso grazie a un romanzo sulle borgate romane. Tutto è chiaro e conclamato, Siti gioca a carte scoperte: impossibile, o comunque terribilmente difficile, uscire dal narcisismo autobiografico, tagliare una volta per tutte quel fertile cordone ombelicale. Il tema del doppio è metafora narrativa di una più antica e sostanziale incapacità di trascendersi, la stessa che portava il protagonista del Contagio a domandarsi, alla fine del libro: «Ho teorizzato che tutto il mondo stava diventando gay; ora teorizzo che il mondo sta diventando un’immensa borgata; non sarà perché mi è mancato il coraggio di ammettere che per me un borgataro gay era diventato tutto il mondo?» Niente di nuovo sotto il sole dunque? Più o meno. Intanto, il tentativo di cogliere l’ossessione all’interno di uno spazio più asettico possibile (l’autopsia del titolo), spremerne una sorta di essenza speculativa o matematica, compendiata in una ventina di postulati definitivi. Il corollario dell’analisi in vitro è però che, di fronte a tanta ontologia, la natura per così dire secondaria della fisionomia sociale di Pulvirenti risalta come una nota vagamente stonata. Figlio di madre nobile e padre militare, moderatamente attivo sul fronte politico (dal Pc ai Ds), appassionato di lirica e di pratiche sadomaso, antiquario di professione: Danilo resta una creatura effimera. Zavorrato dal peso dei suoi predecessori, schiacciato dal dovere dell’esemplarità (o dell’essenzialità), il personaggio non riesce a spiccare il volo dell’autonomia. I connotati della finzione non bastano a nascondere l’ingombrante matrice originaria e la sua vicenda biografica (che pure iniziava bene, in quegli anni giovanili che avremmo desiderato durassero un po’ più a lungo) dà l’impressione di una sistemazione provvisoria, destinata a cure più approfondite. Il tentativo di ancorare il carattere di Danilo allo sfondo dell’attualità (politica, in questo caso), forse perciò, a momenti, sembra girare a vuoto. Il proprio debito con il presente, questa volta Siti lo paga con un assegno mezzo scoperto. Anche il linguaggio del narratore sconta in qualche modo il suo carattere derivativo: le metafore gnostiche e religiose, la fuga dal mondo nella contemplazione di un osceno sacralizzato, la correlazione scandalosa del sublime e dell’infimo. Tutto come prima, ma l’intensità è come scesa di una tacca. La presenza delle immagini fotografiche, dato significativo del romanzo e sua possibile «chance inaspettata» (per usare una vecchia espressione dell’autore), non convince fino in fondo. La dialettica di testo e immagine è a tratti monotona e il momento in cui il discorso si aggrappa all’immagine con maggiore mordente, producendo un effetto davvero toccante, è nell’unica fotografia che non riguarda Angelo, quella di Danilo bambino, mostrata appena dopo la tesissima scena del matricidio. Si tratta dell’ultima immagine del libro: a indicare, immaginiamo, una possibile via d’uscita. C’è forse una trama, una traccia interna, di romanzo in romanzo, che conduce all’Autopsia come a una fine annunciata già nel Contagio, facendone qualcosa di necessario all’economia complessiva dell’opera di Siti, alla parabola poetica di un’ossessione durata (almeno sulla carta) più di quindici anni. Ma pare, questa, una morte dura, molto dura a consumarsi. Forse, quello che osserviamo nelle pagine dell’Autopsia sono gli ultimi rantoli, l’ultimo tentativo di sbarazzarsi di un’ispirazione che comincia a diventare un limite. Non è da escludersi, comunque, che a un lettore innocente, al primo incontro con questo scrittore, il suo nuovo romanzo possa piacere senza riserve. La scrittura di Siti vola altissimo, come sempre, ed è sempre un piacere abbandonarsi al suo fraseggio così denso e preciso, al ritmo e alla ricchezza straordinaria della sua prosa poetica. Siti resta uno dei nostri massimi narratori, un grande stilista e un grande visionario. Di fronte a tanto scrittore suona quasi inopportuno lamentarsi, ma ai più bravi si chiede sempre il meglio, e l’accanito istinto di sopravvivenza dell’ossessione non basterà a convincerci del depotenziamento di una scrittura che in passato ci ha appassionato, sapendo peraltro abbandonare, e con ottimi risultati, il sentiero battuto e autobiografico della mania erotica (certi racconti della Magnifica merce, certe pagine del Contagio, Benvenuta Rachele – nella raccolta di racconti politici pubblicata da Einaudi nel 2008 – lo splendido testo sui salotti romani letto quest’estate alla basilica di Massenzio, ad esempio).Vedremo nel prossimo romanzo se il culturista avrà davvero finito di dibattersi oppure se, come la creatura di Frankenstein, continuerà a perseguitare il suo autore.

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La bestia ruminante e la questione del velo https://minimaetmoralia.it/societa/la-bestia-ruminante-e-la-questione-del-velo/ https://minimaetmoralia.it/societa/la-bestia-ruminante-e-la-questione-del-velo/#respond Thu, 11 Feb 2010 08:34:21 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1743 Di fronte ai discorsi che in questi giorni, sui media francesi, affrontano la questione del velo islamico e della sua legittimità sento muoversi in me un’imbarazzante pulsione regressiva… Perché non riesco riconoscere le ragioni di coloro che si oppongono al velo? Perché, io che con la religione ho un rapporto del tutto esteriore, nel divieto […]

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Di fronte ai discorsi che in questi giorni, sui media francesi, affrontano la questione del velo islamico e della sua legittimità sento muoversi in me un’imbarazzante pulsione regressiva… Perché non riesco riconoscere le ragioni di coloro che si oppongono al velo? Perché, io che con la religione ho un rapporto del tutto esteriore, nel divieto di questo oggetto non vedo altro che un sintomo di oltranzismo laicista e di illuminismo accecato dalla sua stessa luce? Perché immagino strette relazioni tra la nostra imposizione, chiaramente razzista, di conoscenza della costituzione italiana e l’obbligo (proposto come una difesa dei diritti civili) di tenere la testa o il volto scoperto, che in Francia è da qualche anno un punto controverso del dibattito politico-culturale e che ora pare stia procedendo verso una soluzione piuttosto drastica? Forse ultimamente ho letto troppo Pasolini, forse mi sono lasciato plagiare dalle sue mirabolanti provocazioni, come quando si è presentato al convegno dei radicali per sostenere che le persone che non sanno di avere diritti sono molto più umane e simpatiche di quelle che sbandierano diritti a destra e a manca. Il diritto diventato ricatto, strumento di omologazione e di conformismo, o peggio di un fascistoide imperativo identitario, questo mi sembrano oggi certe misure simboliche, come quella del velo, o meno simboliche, come la pretesa della conoscenza linguistica o l’esamino costituzionale per gli aspiranti italiani. Il tutto fa parte di un sinistro e ridicolo dibattito sull’identità nazionale che in Francia, ad esempio, si consuma in altrettanto sinistre e ridicole pretese, come quella che i bambini cantino a scuola, almeno una volta all’anno, la marsigliese. E che mostra il suo volto nascosto ogni volta che prendo un taxi a Parigi e che il tassista africano di turno, approfittando della mia origine straniera, si lamenta del razzismo pesante e strisciante che regna in una città apparentemente aperta, tollerante e cosmopolita. Apprezzo il postino Besancenot, dirigente del NPA, il Nuovo Partito Anticapitalista (il successore del LCR, insomma i vecchi trotskisti), che fa candidare alle amministrative una donna mussulmana e velata, sfidando, oltretutto, le prevedibili resistenze femministe di una parte del suo stesso partito.

Sul New York Times hanno fatto notare che l’idea francese di vietare (è una delle proposte) alle donne velate di entrare nei mezzi pubblici non farebbe altro che portare acqua al vendicativo mulino dei vari integralismi. Un ragionamento semplice e scontato, puramente utilitaristico, che da solo dovrebbe bastare a far abbassare le armi della cosiddetta «integrazione». L’«identificabilità» infine, usata a mo’ di giustificazione logistica per le pretese «umanitarie» di eliminazione del velo, unisce a questo clima da piccola crociata la follia legalista e l’ossessione sociale per la sicurezza di cui sono da anni vittime le società occidentali, mostrando, se ce ne fosse ancora bisogno, come dietro a tutto si nasconda la solita disperata inappartenenza, il solito inquieto sonno comunitario e sociale capace di generare mostri ben peggiori di quelli di cui qui si parla.
Il dibattito sul velo e in generale sulla libertà di culto richiederebbe di differenziare e articolare i problemi e questo forse sarà fatto, speriamo, ma probabilmente lontano dai megafoni mediatici. Il discorso pubblico, quello chiassoso e maggioritario, è invece come al solito in balia di umori incontrollati, che i politici, con la complicità di molti giornalisti, sanno benissimo come fomentare e sfruttare per creare effimeri consensi.
Manca drammaticamente, alla nostra pubblicistica e alla nostra coscienza civile, una figura difficile e complessa come è stata quella di Pasolini. Sulla questione del velo, e in generale sull’immigrazione, l’autore degli Scritti corsari e delle Lettere luterane avrebbe certamente detto cose penetranti. Per colmare in qualche modo questo vuoto, possiamo, provvisoriamente, provare ad affidarci alla letteratura. Una letteratura che non vuole surrogare il discorso politico e giornalistico, ma parlare del mondo dal suo luogo specifico, che è quello della creazione immaginaria. Ad esempio, potremmo provare ad ascoltare le parole di un personaggio inventato da qualcuno che con l’opera di Pasolini ha avuto un rapporto strettissimo. Il passo che segue è tratto dal primo romanzo di Walter Siti, Scuola di nudo, pubblicato del 1994. Il protagonista, che ha lo stesso nome dell’autore e che, come l’autore, di lavoro fa il professore universitario, è stato invitato da un’associazione di immigrati africani a esprimere la propria opinione sul fenomeno dell’immigrazione, sulla questione postcoloniale, sul razzismo, ecc. Il suo discorso va molto al di là di quello che si attendono gli organizzatori dell’incontro.
Quello che potete leggere qua sotto non è un ragionamento politico. Walter Siti – l’autore in carne e ossa – mai si sognerebbe di firmare su un quotidiano un testo del genere. Colui che parla, è bene ripeterlo, è un personaggio letterario, un soggetto esemplare. La sua è una provocazione, possiamo dire, esasperatamente pasoliniana, ultra-pasoliniana. Pasolini, diversamente dal Walter di Scuola di nudo, per quanto umorale e angosciato, anche negli anni più bui continuava a misurare le proprie opinioni col metro di un giudizio profondamente razionale, e quindi in fondo speranzoso. Si tratta, in queste righe, dello sfogo immaginario di un uomo disperatamente ossessionato dal destino del mondo occidentale, di cui allo stesso tempo non può, tragicamente, non sentirsi parte (Io sono l’Occidente, dirà lo stesso personaggio in un romanzo successivo, intitolato Troppi paradisi). È un discorso maniacalmente, sublimamente ideologico, che non potrà certo servire per fare leggi ma forse potrebbe servire, nel suo parossismo letterario e nichilista, a incrinare, a contaminare, o almeno a controbilanciare le certezze, altrettanto ideologiche ma meschine, che nutrono il desiderio di normalità delle nostre anime belle.
La lunga citazione vuol essere anche un invito a leggere uno dei più bei romanzi pubblicati in Italia negli ultimi anni, recentemente riproposto da Einaudi in edizione tascabile.

da Scuola di nudo di Walter Siti

Il colonialismo e l’imperialismo sono stati un genocidio esteso e duraturo rispetto al quale l’olocausto degli ebrei è quasi uno scherzo, con la differenza che stavolta le SS (o almeno i contadini polacchi che vedevano il fumo uscire dai camini e continuavano a sbocconcellare il loro pane e cipolla) siamo noi. Altri crimini certo sarebbero stati commessi senza il nostro contributo, e sono stati commessi: ma quello d’aver piegato gran parte dell’umanità ai nostri comodi è così clamoroso che non lo vediamo più, come una forma che supera in ampiezza il nostro campo visivo non la percepiamo più, o un rumore che dura da sempre cessa di essere un rumore. La nostra coscienza però non lo sopporta e reagisce elaborando un finto sapere; qualcosa di peggio che menzogna o ipocrisia, qualcosa che è più simile all’impossibilità di pensare pensieri interi. Il nostro cervello è foderato di teorie che non abbiamo il coraggio di formulare…
… un tempo i rivoluzionari borghesi rinunciavano ai privilegi in nome della verità, ora si tratta di rinunciare ai privilegi e insieme alla verità: alla nostra verità, a quella che per noi è la verità, perché non è altro che la difesa dello status quo, del nostro essere in cima. Il vero contrasto oggi è tra chi crede che i valori occidentali meritino di sopravvivere e chi invece è convinto che debbano autocondannarsi ad essere sopraffatti; soltanto il nostro masochismo può stare alla pari delle vostre ragioni…
… le vostre culture, è inutile negarlo, ci sembrano infantili, tiranniche, superstiziose, tali che rischiano di trascinare il mondo intero nel caos; ma la nostra tra poco le ucciderà tutte, imporrà il bene e si stenderà come una bestia ruminante gonfia d’innocenza. Di fronte a questa volgarità immensa, che sporca i sentieri dell’universo, abbiamo il dovere di dirvi “distruggeteci, quando assumerete il comando vi odieremo, ma riconosciamo il vostro diritto a calpestarci in nome degli interessi superiori della dignità della specie”. Le nostre condizioni di vita peggioreranno, metterete le bombe nei bar, perseguirete i diversi, velerete le donne, brucerete i libri, ci imporrete usanze e modalità logiche che considereremo degradanti; eppure venite, il poco orgoglio che ci resta consiste nel sabotare noi stessi le nostre armi per favorire la vittoria degli incivili. Volere l’Europa unita significa recalcitrare al castigo; siamo nell’attesa ansiosa di una catastrofe, non crediate a chi ci governa e alle loro ottimistiche prescrizioni, tutti ci sentiremo sollevati quando potremo finalmente consegnare nelle vostre mani un potere che ci inibisce. Voi dimostrerete che il potere e la soggezione possono cambiare di campo e sarà comunque un guizzo d’allegria; se lo guideremo noi, il mondo sarà come un vecchio rimbecillito così lentamente che non si è accorto d’essere rimbecillito. Meglio gli sbudellamenti per strada che l’acquiescenza generale…
… l’internazionalismo deve impegnarsi ormai alla distruzione della cultura europea, perché non c’è in Europa una particella che non sia padronale; l’imperialismo ci ha colonizzato la comprensione, l’uomo onesto dentro di noi l’abbiamo ridotto al silenzio, non possiamo più fidarci che del nostro istinto di traditori. Le nostre migliori creazioni sono state divorate di una virus che le ha lasciate identiche in apparenza ma tramutate internamente nel loro rovescio ottuso. L’unica memoria a cui possiamo decentemente appellarci è quella dei capolavori mancati, delle competenze sprecate, delle opposizioni naufragate del ridicolo…
… mia nonna aveva due fratelli minori, gemelli: appartenendo a una famiglia di mezzadri, erano destinati alla terza elementare ma si dimostrarono così dotati per la matematica che il padrone li prese sotto la sua protezione e pagò i loro studi; frequentarono l’università, vinsero un concorso nazionale, suscitavano meraviglia per il modo barbaro e geniale di risolvere i problemi e per quel loro misterioso funzionare insieme: ne parlò Peano su una rivista. Andarono in guerra, morirono sul Piave lo stesso giorno; nessuno dei due era mai stato con una ragazza. Mia nonna ne conservava i ritratti sul cassettone, col doppio viso imbambolato. A duecento metri da dove vi sto parlando, in un appartamento di Borgo Stretto, una notte del 1903 il poeta Saba voleva morire: un amico bellissimo e musicista lo sospettava d’una tresca con la propria fidanzata e Saba era ossessionato dal delirio che l’amico bellissimo volesse vendicarsi denunciandolo alla polizia asburgica; leggeva negli Juvenilia di Carducci “per Vanni Fucci frusta e galera” e vomitava quel che aveva mangiato per cena, accusandosi di essere ladro e miserabile, marchiato da ferite anteriori alla sua nascita. Questa è la tradizione che mi riconosco…
… la nostra è una generazione di senza-padri: cinquant’anni fa a essere piccolo-borghesi erano in cento, ora siamo in mille, in novecento abbiamo un padre da disprezzare. Il non rispettare alcuna autorità, che tra i miei peccati era quello di cui mi vergognavo di più, può essere una qualità che ho da offrirvi; la passione del piromane è benvenuta se il contagio è totale. Maledetto il vizio prometeico di migliorare, di edificare, di non lasciare in pace; se c’è qualcosa che vale la pena di predicare è un radicale antiumanesimo; sovrestimando la vita, l’umanesimo è avaro; solo la sfiducia nell’uomo può salvare il pianeta. Voi non siete migliori: le vostre fedi oscurantiste sono la punizione che meritiamo, ma presto sarete condannati all’illuminismo…
… la democrazia toglie aria e s’impone come unica forma di governo praticabile, alla lunga, perché la modernità rende l’oppressione troppo feroce. Voi potete ancora permettervela, l’oppressione, perché lavorate artigianalmente; la vostra superiorità è nel ritardo. Se non mi sono fatto capire non importa, basta che abbiate annusato l’odore del selvatico che possiamo ancora emanare e che questo odore ecciti in voi il piacere della caccia: perderemo tutti, se la vostra intelligenza si accoppierà alla vostra diplomazia invece che al vostra rancore.

I ragazzi del circolo Maisha, soprattutto i tre o quattro organizzatori che conosco meglio, un ghanese e tre senegalesi, sulle panche della prima fila sono divertiti a forza di sconcerto; se avessero immaginato qualcosa del genere non m’avrebbero invitato, si aspettavano un discorso di solidarietà.

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Intervista a Walter Siti https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-walter-siti/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-walter-siti/#comments Wed, 29 Jul 2009 08:02:39 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=408 Apriamo, con questo pezzo, un piccolo ciclo di interviste che Peppe Fiore ha fatto a personaggi della letteratura, del cinema, del fumetto. Si comincia con Walter Siti. di Peppe Fiore «La cocaina è un po’ il simbolo eccellente della nostra società. La nostra è una società dopata, una cocaina a lento rilascio. Perché presuppone desideri […]

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Apriamo, con questo pezzo, un piccolo ciclo di interviste che Peppe Fiore ha fatto a personaggi della letteratura, del cinema, del fumetto. Si comincia con Walter Siti.

di Peppe Fiore

«La cocaina è un po’ il simbolo eccellente della nostra società. La nostra è una società dopata, una cocaina a lento rilascio. Perché presuppone desideri sempre più eclatanti, esattamente come il cocainomane ha bisogno di sempre più droga. Ma se questo è vero, è vero anche il risultato: cioè una completa apatia. Io ho l’impressione che, emergenze a parte, quello che domina complessivamente oggi sia davvero una specie di chissenefrega generale: guardiamo il soffitto e speriamo che passi. È vero, intellettualmente sono un po’ disperato di mio. Ma stranamente questa convinzione è più forte quanto più nella vita privata sto bene».

contagio_blogTrovandosi a parlare con Walter Siti in una domenica mattina fitta di lividi sprazzi di pioggia, l’impressione è quella di un uomo che ha con la disperazione una consuetudine lucida e consapevolmente accudita negli anni. Arrivato nel 2008 al suo quinto lavoro narrativo (Il contagio, per Mondadori, un atlante della sopravvivenza nelle borgate romane) Walter Siti – accademico, critico letterario, curatore di Pasolini – sta portando avanti da quasi trent’anni una spietata operazione di pantografia dei sentimenti che può essere vista in controluce da libro a libro come un percorso unitario. Difatti fin dall’esordio (con Scuola di nudo, anno 1994, ma iniziato a scrivere nel 1982: quindi molto prima che la critica inventasse l’autofiction), quello che colpisce maggiormente del lavoro di Siti scrittore è la volontà spietata di squartare la propria vita per crearne un doppio narrativo che risulta sistematicamente più vero dell’originale. Una forma allucinata e autolesionista di realismo, in un corto circuito tra esperienza vissuta e esperienza raccontata dove non è mai chiaro quale delle due preesista all’altra.

«Da ragazzino facevo tutte le cose che c’erano da fare in modo inappuntabile: essere un bravo figlio a casa, essere un bravo studente a scuola, perfino un bravo ragazzo quando mi vedevano le persone per strada. E poi c’era un mio mondo fatto di perversioni sessuali, di immaginazioni erotiche, in cui gli altri non dovevano mettere bocca. Per cui questa sensazione che io ero sempre da un’altra parte è nata lì».

Così raccontando degli anni giovanili a Modena. L’infanzia e l’adolescenza di un ragazzo sostanzialmente secchione e sostanzialmente solo, che gira in bicicletta per le campagne e ha «una memoria mostruosa». La famiglia operaia torna spesso nei lavori di Siti: sono sempre agghiaccianti interni proletari fatti di silenzio e di una forma gelida e rarefatta di pietà parentale. Anche quando parla dei suoi genitori – una madre descritta come un essere vorace e impaurito, un papà di cui «già dalle elementari ho cominciato a pensare che ne sapevo più di lui» – è impressionante la dimestichezza, e per così dire l’igiene mentale, con cui Siti maneggia il dolore. Quando glie lo si fa notare, risponde semplicemente che quella è la realtà.

In effetti questo rapporto frontale con la realtà – che nei libri si traduce in un autobiografismo straniato – è proprio uno dei congegni fondamentali della sua poetica. «La letteratura non può evitare di dire la verità»: detto da Siti, più che una dichiarazione d’intenti, suona come una condanna autoinflitta. Tutta la sua opera in qualche modo testimonia come il rapporto tra scrittura e verità vada sempre a discapito dell’autore, anzi tenda alla sua uccisione. È come se per aspirare alla verità la letteratura esigesse sempre dallo scrittore un piccolo suicidio.

«Dire a mio padre e a mia madre che volevo fare lo scrittore sarebbe stato come dirgli che volevo fare la ballerina alla Scala. Io pensavo di non averne il diritto».

Il primo romanzo, infatti, Siti lo pubblica tardi, a quarantasette anni. Un libro che nasce, appunto, da un suicidio intellettuale: il progetto di un lavoro su Leopardi che avrebbe dovuto consacrare il suo percorso accademico.
«Su Leopardi ci lavorai due anni, ho ancora dei quadernoni alti così in cui schedai tutto lo Zibaldone e le biblioteche marchigiane. Arrivato a metà di questo lavoro ho avuto una crisi. Ho detto: se vado avanti così muoio. Mi sembrava di alienare completamente me stesso. Allora ho detto: a me cosa interessa veramente? Gli uomini nudi».

scuola_di_nudo_blogSi tratta di quel già citato Scuola di nudo per cui a Pisa – l’ateneo in cui ha iniziato la carriera – in molti gli toglieranno il saluto. È una vasta, dolorosa odissea attorno al corpo maschile. Anzi, attorno ad una specifica immagine celeste di corpo maschile, impuramente rifratta dentro decine di corpi terreni. Ancora una volta, la lucidità di Walter Siti nel dialogare frontalmente con le sue ossessioni è raggelante. Questo corpo d’uomo, che è astratto, una pura algebra di forme muscolari, attraversa come una cometa tutta la sua vita. Inizia a Modena: «Io a quattro anni avevo chiarissimo che un certo tipo di corpo maschile, rotondo muscoloso brillante alla luce, era il mio oggetto sessuale. Ho l’impressione che l’immagine di questo corpo ci fosse da sempre. Si trattava solo di riconoscerla».

E il riconoscimento arriva a Roma cinquant’anni dopo, incarnandosi in quel Marcello Moriconi che nasce in un racconto de La magnifica merce, domina Troppi Paradisi, esplode ne Il contagio e tappezza dei suoi pettorali, due placche divine, lo studio dello scrittore (sorvegliando il lento trascorrere del turismo religioso verso Via della Conciliazione).

A Marcello, Walter Siti ha dedicato centinaia di pagine. Tutte, effettivamente, scritte come rivolgendosi ad un’immagine interiore che preesisteva alla realizzazione di carne. Marcello è un fragile compromesso tra artificiale (la palestra, gli anabolizzanti) e umano (anzi umanissimo: si commuove quando gli muore un pesce rosso, è schiavo della cocaina). Leggendone e sentendone raccontare, si ha davvero la conferma che la figura narrativa del culturista di borgata sia la rappresentazione estrema di quella scissura che attraversa tutta l’esperienza biografica e letteraria di Siti stesso. Realtà e simulazione: la medesima faglia che porta fatalmente alla televisione, presenza eccellente di Troppi Paradisi e in generale nelle giornate di Siti.

«Almeno cinque o sei ore di televisione me le sono sempre fatte. Ma è una cosa molto poco di testa: la guardo perché sono solo e mi fa compagnia» dichiara, con la solita agghiacciante compostezza «In realtà anche se in televisione sono sempre tutti allegri, c’è molta tristezza nella ricezione televisiva. Di fatto la televisione ha a che fare con la miseria di molte vite individuali. Penso che disinteressarsi di una cosa che va a formare l’ottanta percento della testa delle persone sia una cosa sbagliata. E trovo che adesso tutte queste meraviglie degli intellettuali per come sono andate le elezioni sono veramente risibili. Perché mi chiedo dov’erano».

Siti è in pensione da un anno. Ha lasciato l’insegnamento (per circa vent’anni è stato professore di letteratura italiana contemporanea all’Aquila) e può dedicarsi completamente alla sua opera. Una cosa che, dice, avrebbe dovuto trovare il coraggio di fare molto tempo prima. Ad un certo punto della nostra conversazione, pronuncia questa frase: «Io credo di non avere mai scelto in realtà. Penso che a un certo punto ho accettato che la strada fosse quella, ma come l’acqua che se ne va per la via di minore resistenza. Io credo di aver cominciato a oppormi all’ovvietà soltanto negli ultimi sei o sette anni».

Siti_blogDietro gli occhiali, le pupille di Walter Siti sembrano in certi momenti ritrarsi all’indentro, come per una specie di timidezza congenita allo sguardo a fronte delle parole che dice. E in effetti ascoltandolo viene davvero il dubbio che, forse, c’è qualcosa di vagamente disumano nell’aver fatto della propria vita lo strumento (attenzione: non l’oggetto) della propria narrativa. Da venticinque anni quest’uomo sottopone se stesso ad un’autopsia poetica per trasformare le sue frattaglie, con esiti altissimi, in romanzo: forse è qualcosa che ha a che fare con il coraggio della scrittura, o viceversa con il bisogno fetale di riasciugarsi completamente dentro la propria opera. Ma esiste davvero una ragione per continuare a stare volontariamente in trappola dentro un loop infinito tra vita e scrittura, se il risultato dev’essere sempre questa condizione di lucidità ustionante?
Evidentemente sì.

«In questi vent’anni la cultura umanistica è completamente crollata e noi che insegnavamo alle facoltà di lettere non ce ne siamo occupati. E penso che questa sia stata la colpa più grave della nostra generazione. Io credo che fare gli storici dei sentimenti, cioè capire che cosa ne è stato dei sentimenti in questi anni televisivi, mediatici, sia un lavoro fondamentale. Che ne è stato dell’amore? Capirlo diventa un lavoro politico. Ed è un lavoro che si può fare soltanto con il romanzo. Per quanto riguarda il mondo letterario, quello ormai non mi interessa più: sono troppo vecchio. Preferisco bazzicare le borgate».

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