Sebastiano Vassalli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sebastiano-vassalli/ un blog di approfondimento culturale Sat, 20 Feb 2016 00:31:40 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Sebastiano Vassalli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sebastiano-vassalli/ 32 32 Umberto Eco, un grande italiano https://minimaetmoralia.it/interviste/gruppo-63-intervista-a-umberto-eco/ https://minimaetmoralia.it/interviste/gruppo-63-intervista-a-umberto-eco/#comments Sat, 20 Feb 2016 06:30:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14534 È mancato ieri sera Umberto Eco, intellettuale e scrittore italiano tra i più noti e apprezzati al mondo. Ripubblichiamo quest'intervista apparsa originariamente sul Venerdì, basata sulla sua esperienza del Gruppo 63.

Un intero scaffale. Nella biblioteca di Umberto Eco – immensa, una Babele affascinante, l’Eden sognato e immaginato da qualsiasi amante dei libri – la letteratura sul Gruppo 63 occupa un bel po’ di spazio. Eppure nessun libro restituisce la risata, piena e fragorosa, dello scrittore quando ricorda quell’esperienza. Questo movimento letterario, definito di neoavanguardia per distinguerlo dalle avanguardie storiche, nasceva ben cinquant’anni fa. Il suo carattere di sperimentazione faceva il paio con le polemiche, incandescenti, che riuscì a innescare. Una su tutte: Carlo Cassola, Vasco Pratolini e Giorgio Bassani, scrittori già noti e consacrati dalla fama e ironicamente bollati come “Liale”, sprezzante richiamo ai romanzetti rosa firmati Liala. Robe da salotti letterari, si dirà. Se non fosse però che alcuni membri del Gruppo 63 saranno destinati a diventare fra i maggiori protagonisti della cultura del Novecento.

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È mancato ieri sera Umberto Eco, intellettuale e scrittore italiano tra i più noti e apprezzati al mondo. Ripubblichiamo quest’intervista apparsa originariamente sul Venerdì, basata sulla sua esperienza del Gruppo 63.

Un intero scaffale. Nella biblioteca di Umberto Eco – immensa, una Babele affascinante, l’Eden sognato e immaginato da qualsiasi amante dei libri – la letteratura sul Gruppo 63 occupa un bel po’ di spazio. Eppure nessun libro restituisce la risata, piena e fragorosa, dello scrittore quando ricorda quell’esperienza. Questo movimento letterario, definito di neoavanguardia per distinguerlo dalle avanguardie storiche, nasceva ben cinquant’anni fa. Il suo carattere di sperimentazione faceva il paio con le polemiche, incandescenti, che riuscì a innescare. Una su tutte: Carlo Cassola, Vasco Pratolini e Giorgio Bassani, scrittori già noti e consacrati dalla fama e ironicamente bollati come “Liale”, sprezzante richiamo ai romanzetti rosa firmati Liala. Robe da salotti letterari, si dirà. Se non fosse però che alcuni membri del Gruppo 63 saranno destinati a diventare fra i maggiori protagonisti della cultura del Novecento. Da Guglielmi a Sanguineti, passando per Manganelli e Malerba, Elio Pagliarani ed Enrico Filippini, Alfredo Giuliani e Antonio Porta, Sebastiano Vassalli, Alberto Arbasino e Nanni Balestrini, forse il più attivo di tutti. E poi naturalmente Umberto Eco, che quando parla degli amici e delle vicende dell’epoca s’illumina in volto. Val la pena cominciare dall’inizio, poiché il Gruppo 63 non nacque certo dal nulla.

Professore, qual era il clima che l’ha generato?

Mettiamo subito in chiaro una cosa: si continua a parlare del Gruppo 63 come di una neoavanguardia, come se fosse un gruppo che ha lanciato un modo nuovo di scrivere, un po’ come il futurismo. Non è così. Nel Gruppo 63 confluiva ciò che esisteva da almeno cinque o sei anni. Era già dalla metà degli anni Cinquanta che la rivista “Il Verri” ospitava i primi scritti dei poeti e dei critici che poi faranno parte del Gruppo. Poi c’era stata l’antologia I Novissimi, uscita all’inizio degli anni Sessanta. Esisteva perciò già un contesto ben preciso.

Che però accomunava personalità estremamente differenti.

Basti pensare all’abissale differenza fra Manganelli e Sanguineti, o fra Malerba e Balestrini…

Gira un aneddoto sul suo incontro con Balestrini, propiziato dal filosofo Luciano Anceschi.

Sì, un giorno Anceschi mi prende sotto braccio e mi dice: “Eco veda un po’ che si può fare per questo ragazzo, è un po’ pigro…”. Poi passato qualche tempo, dopo la nascita del Gruppo 63, Anceschi mi prende sotto braccio e mi dice: “Eco, veda un po’ che cosa si può fare con Balestrini, forse bisognerebbe frenarlo un po’”. Erano ancora i tempi del Blu Bar di piazza Meda, a Milano: è lì che in fondo si è disegnata non dirò una frattura ma una differenza generazionale. In questo bar, al sabato, si riunivano Montale, Sereni, Bo, l’alta e vecchia guardia, dove non dico il più giovane ma di certo il più avanzato era proprio Anceschi. Lui aveva cominciato a portare alcuni di noi giovani: per noi era davvero un’esperienza, incontrare questi grandi “guru” e poter conversare con loro. Però man mano che noi entravamo – arrivava Cambon con il suo ultimo saggio su Joyce o Giuseppe Guglielmi con la poesia sull’Anifructus brunito per la cena dove si parlava di merda – noi eravamo sempre di più e alcuni anziani non riuscivano a entrare nella nuova atmosfera, così non venivano più. Non era avvenuto nessuno scontro, intendiamoci, il clima era tutto sommato idillico. Poi capitava anche che qualche volta, visto che alcuni di noi lavoravano in televisione, si arrivava lì con bellissime fanciulle. Non è che agli anziani dispiacesse, direi il contrario, ma certamente si sentivano fuori posto.

Invece come avvenne l’atto di nascita formale del Gruppo 63?

Da un delirio di Balestrini. Secondo me attorno a un tavolo di ristorante a Milano. Invece Balestrini stesso, proprio pochi giorni fa, mi diceva che era iniziato tutto a Palermo, un giorno, durante una chiacchierata, tanto che poi sempre lì ci ritrovammo per il primo incontro ufficiale del Gruppo.

Qual era l’idea fondante?

Ricordo benissimo la frase di Balestrini: “faremo incazzare un sacco di gente”. L’idea fondante era un atto puramente terroristico. Si trattava di un progetto sociologico ancor prima che letterario. Nel senso che il letterario c’era già prima col “Verri” e altri circoli, perciò poteva andar benissimo avanti anche senza Gruppo 63.

E a livello “sociologico” suscitaste uno straordinario clamore.

Il clima era piuttosto favorevole. Ricordo quando nel ’62 uscì “Il Menabò” di Vittorini con un mio lungo testo e quelli di Sanguineti, Filippini, Colombo e altri: fummo duramente attaccati da Vittorio Salvini su «l’Espresso», che rappresentava allora un’“estrema destra” crociana. E ricordo anche un dibattito nella libreria Einaudi di Via Veneto, allora diretta da Cesare Cases: arrivò Achille Perilli, uno dei pittori (non c’erano tra noi solo uomini di penna ma anche uomini di pennello), con un manico di scopa nascosto sotto l’impermeabile, una sorta di manganello, dicendo: “se stasera si deve menare, allora si mena!”. Un poco come accadeva alle serate futuriste.

C’era una certa euforia della critica…

Sì, le polemiche verbali erano all’ordine del giorno. Sempre su «l’Espresso», recensendo un mio intervento, Vittorio Saltini menzionava con sarcasmo una mia citazione da Blaise Cendrars, che diceva “Tutte le donne che ho incontrato si profilano agli orizzonti –coi gesti pietosi e gli sguardi tristi dei semafori sotto la pioggia”. Versi bellissimi, ma Saltini commentava che a me “solo i semafori evocavano pensieri erotici”. Bene, gli risposi di mandarmi sua sorella!

L’impressione è che vi divertivate davvero molto.

Ci divertivamo un mondo. Ed è questo in qualche modo l’idea balestriniana di tipo terroristico. In cosa consisteva? C’era stata l’esperienza del Gruppo 47 tedesco, scrittori sperimentali che si ritrovavano a leggere i propri testi e poi criticarsi ferocemente l’un l’altro. Ma in Italia questo era impensabile, perché l’etichetta era di estrema educazione e, anzi, d’incensamento reciproco, visto che in fondo quella letteraria era una piccola comunità che doveva autodifendersi.

Invece voi?

Noi eravamo differenti. È mia la battuta che la nostra era “un’avanguardia in vagone letto”. Noi eravamo già “sistemati”, tutti lavoravamo già nelle case editrici, nei giornali, in televisione e nell’università. Non dovevamo scalare il potere, non avevamo bisogno di arroccarci in una difesa corporativa. Ma quello che è apparso più intollerabile è che nessuno degli scrittori di tipo tradizionale avrebbe mai accettato di presentare i suoi testi a una pubblica critica, meno che mai fatta dai colleghi. Ebbene, ecco in cosa consisteva l’atto terroristico di Balestrini: lanciare nell’ambiente letterario un modo nuovo di interagire.

Quindi non era soltanto un costrutto “teorico” a tenervi insieme.

Se si va a vedere chi ha partecipato alla riunione di Palermo e poi alle altre, si troveranno alcuni scrittori difficilmente ascrivibili a una qualche forma di neoavanguardia. Basti pensare a Malerba, un narratore modernissimo ma leggibile. Non era soltanto un’associazione di “illeggibili”, come qualcuno indubbiamente era. Ciò che ci teneva insieme era il senso del reciproco duello. E poi tutto sarebbe finito se “gli altri” non si fossero offesi.

In che senso?

L’esperienza sarebbe probabilmente terminata lì, a Palermo, come si conclude un qualsiasi convegno. E invece quelli che erano stati attaccati si offesero. E risposero creando una gran cagnara. Quando Sanguineti ha definito Bassani e Cassola le “Liale del nostro tempo”, Bassani ha reagito pubblicamente con vigore dando così rilievo a quella che era stata una battuta detta di passaggio. Altri invece si incuriosirono: Moravia per esempio era a Palermo in quei giorni, forse non era venuto per quello, ma pareva voler annusare da vicino cosa stava succedendo. Vittorini partecipò alla seconda riunione di Reggio Emilia, e lo stesso Calvino ci guardava con simpatia.

Più che avanguardisti o neo, eravate piuttosto sperimentali.

L’avanguardia presuppone una sorta di attacco violento, lo sperimentalismo è un lento lavoro sulla pagina. Bisogna rileggersi il saggio di Renato Poggioli, bellissimo, sulle avanguardie: ne faceva una fenomenologia fissandone le caratteristiche. E fra queste diceva che per l’avanguardia deve esser terroristica e suicida. In ogni caso espressione polemica di un gruppo bohémien ancora escluso dal potere. Il Gruppo era terroristico ma non suicida, perciò non eravamo come l’avanguardia storica. Joyce non era avanguardia ma scrittore sperimentale. Possiamo metterci anche Proust e ci sta benissimo. Quindi nella “neoavanguardia” del Gruppo 63 gli autori più interessanti e più visibili erano gli sperimentali.

C’era una componente goliardica che vi permise di realizzare la premessa di Balestrini, quella cioè di far arrabbiare molta gente?

Direi proprio di sì. Ricordo l’istituzione del Premio Fata, in opposizione al Premio Strega, per il romanzo più brutto dell’anno. L’idea venne a me insieme alla Cederna e i fiorentini. Lo assegnammo a Pasolini, che lo prese talmente sul serio che ci scrisse per argomentare che non potevamo dare quel premio a lui.

Veniamo ai vostri “nemici”, ai vecchi rappresentanti del mondo letterario che si piccarono delle vostre uscite. In definitiva vi rimproverarono per tre cose: la prima quella di fare gruppo.

Esatto: se c’è un gruppo “c’è un golpe”, “ci attaccano perché vogliono il potere”.

Seconda: fate gruppo su base generazionale.

Era vero, anche se qualcuno, come per esempio Manganelli, non era un adolescente di primo pelo.

Terza: fate gruppo contro qualcosa o contro qualcuno.

Polemizzavamo contro quello che all’epoca, con linguaggio della critica americana, veniva chiamato “il romanzo ben fatto”. Quindi in un certo senso la polemica era contro il romanzo consolatorio, indirettamente contro la letteratura commerciale. Certo, oggi riconosco che l’aver messo sullo stesso piano Cassola e Bassani non fu giusto. Salverei Bassani e non Cassola.

Inizialmente si diceva che il Gruppo produceva solo programmi o poetiche, ma nessuna opera di valore.Poi si è dovuto ammettere che alcuni erano scrittori da non sottovalutare, come Arbasino, Manganelli, poeti come Pagliarani e Porta… Allora cosa è successo?

Si è creata la sindrome del carciofo. Se si riconosceva via via che qualcuno era davvero uno scrittore, subito si diceva: sì, ma lui non c’entra veramente col Gruppo 63, ci è passato per caso. Manganelli? Era lì di passaggio. Si scopre Porta come grande poeta? Ma partecipava solo marginalmente al Gruppo. Man mano che non si poteva negare il talento di qualcuno di noi lo si scartava dal Gruppo come si sfoglia un carciofo. Col risultato che alla fine rimanevano soltanto i personaggi di secondo piano.

Per esempio?

Si pensi agli sperimentali radicali, gli illeggibili per sfida. Ricordo il libro di Gian Pio Torricelli Coazione a ripetere: un intero libro dove per centinaia di pagine apparivano stampati in lettere alfabetiche, uno dopo l’altro e senza virgole, i numeri da uno a cinquemilacentotrentatrè. Una provocazione, oggi si direbbe, alla Cattelan.

Lei ritiene che un’esperienza simile, in cui si fa gruppo, sia oggi ripetibile?

Mi pare difficile. È cambiato il clima. Balestrini ha cercato di far nascere un Gruppo ’93, ma ciascuno poi ha corso per conto proprio. È un po’ per lo stesso motivo per cui oggi i giovani non si riuniscono più in associazioni o partiti. Siamo in un’epoca di cani sciolti.

Non crede sia anche un po’ colpa degli scrittori, sempre più interessati a vendere il proprio libro che non a imporsi come autori?

Anzitutto, se alcuni giovani scrittori sono presi da esigenze di mercato questo non esclude che, se ci guardiamo in giro, esista il gruppo che fa la rivistina dove per vocazione si produce senza pretese di far cassa. Poi, negli anni Cinquanta in televisione la rubrica sui libri di Luigi Silori s’intitolava “Decimo Migliaio”, il che voleva dire che se un libro riusciva ad arrivare a diecimila copie era un successo al pari di Via col vento. Quindi chi faceva letteratura (ma anche pittura: il contemporaneo allora non veniva venduto certo per milioni di dollari) sapeva benissimo che non era da quella attività che avrebbe tratto da vivere. Ora, si metta nella situazione di uno scrittore che vede intorno a sé un mercato che può trasformare il suo prodotto in qualcosa che gli permette di vivere.

L’aspetto di marketing della letteratura è evidente…

Il libro di successo non fa più diecimila copie, ma parte da centomila per arrivare in alcuni casi al milione. Ma non è detto che uno come Philip Roth, che vende milioni di copie, non sia un grande autore.

E cosa avevate all’epoca voi del Gruppo 63 che oggi non c’è più nel mondo letterario?

La possibilità e il gusto del confronto. Immagini la scena: uno di noi aveva appena scritto una pagina e veniva in pubblico a discuterla. Se oggi uno facesse una cosa simile sarebbe preso per le orecchie dal suo editor. È cambiata l’atmosfera generale. Il gusto del confronto forse è rimasto solo nell’università: lì i giovani si confrontano, fanno seminari, si attaccano, litigano. Ma solo perché non c’è da guadagnarci. Uno può fare un feroce dibattito sulla sua interpretazione di Heidegger, ma questo non fa salire le sue vendite.

Voi del Gruppo 63 non avevate un’identità politica ben definita.

Diciamo che eravamo “vaga sinistra”.

Appunto, “vaga”…

C’erano comunisti come Sanguineti e socialisti come Barilli. E altri che semplicemente non facevano politica.

Vi rimproverarono di non essere abbastanza “engagés”?

Uscivamo dal periodo di dominio del PCI sulla cultura che aveva creato una neoscolastica marxista – per cui si attaccava persino Visconti solo perché si stava occupando di drammi ottocenteschi e non più di ponti della Ghisolfa. Era più che ovvio che il Gruppo non potesse e non volesse collocarsi in qualche “chiesa”. Però questo non escludeva che ciascuno, per conto proprio, avesse le proprie compromissioni politiche.

Dopo il Gruppo 63 si può parlare di altre correnti o generi?

Non in maniera visibile. E comunque non con lo stesso impatto che avemmo noi allora.

Gli scrittori pulp italiani degli anni Novanta?

Ci stavano dentro persino gli Skiantos, ai quali Maria Corti dedicò un bellissimo saggio. Ma erano fenomeni più locali e più disseminati. L’ultima possibilità data a una generazione di fare gruppo fu il ’68, ma non era gruppo letterario bensì politico. Diciamo che molte di quelle energie che in un’altra epoca sarebbero confluite in un’attività letteraria allora confluirono nella politica. L’unico tentativo di diversificazione fu quello di Bifo nel 1977, dei deleuziani bolognesi, ma anche lì sul piano letterario non ha prodotto molto.

Se dovesse fare un bilancio del Gruppo 63 oggi, cinquant’anni dopo?

Una delle accuse che ci muovevano era, come ho detto, che si producevano poetiche e non opere. Ecco, direbbe che La ragazza Carla di Pagliarani o le poesie di Porta non sono opere che sono sopravvissute ai loro autori?In ogni caso la sopravivenza di un’opera va però giudicatasull’arco di un secolo, non di qualche decennio. Pensi che nella prima metà del Novecento c’erano scrittori che contavano e oggi sono dimenticati – come Virgilio Brocchi o Papini. Persino Bacchelli, che pure per me continua a essere uno dei grandi scrittori della prima metà del Novecento. Vedremo se fra 50 anni si leggerà ancora Sanguineti o no. Se sì, ci saranno certamente ancora alcuni che diranno che però lui, tutto sommato, non apparteneva al Gruppo…

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“Il mondo intero è gremito di storie”. In memoria di Sebastiano Vassalli https://minimaetmoralia.it/estratti/in-memoria-di-sebastiano-vassalli/ https://minimaetmoralia.it/estratti/in-memoria-di-sebastiano-vassalli/#comments Tue, 28 Jul 2015 13:01:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27946 Sebastiano Vassalli ci ha lasciato nella notte tra il 26 e il 27 luglio. Lo ricordiamo pubblicando l'incipit de La notte della cometa, il romanzo-inchiesta sul poeta Dino Campana uscito per Einaudi nel 1984, e con un estratto dal libro-intervista Un nulla pieno di storie, scritto con Giovanni Tesio per Interlinea, che ringraziamo.

Marradi, settembre 1983. Il dépliant del Ristorante Albergo Lamone, dove alloggio da una settimana, dice: «Albergo moderatamente attrezzato. Cucina tradizionale e genuina. Specialità gastronomiche tosco-romagnole. Servizio accurato per matrimoni, banchetti, comitive ecc. Cacciagione, trote, funghi, pecorino marradese, torta di marroni. Vini tipici tosco-romagnoli». Le camere, distribuite su due piani, affacciano da un lato sullo scalo della stazione ferroviaria e dall’altro su un viale d’ippocastani intitolati a un tale Baccarini ma denominato, nell’uso, «viale della stazione».

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Sebastiano Vassalli ci ha lasciato nella notte tra il 26 e il 27 luglio. Lo ricordiamo pubblicando l’incipit de La notte della cometa, il romanzo-inchiesta sul poeta Dino Campana uscito per Einaudi nel 1984, e con un estratto dal libro-intervista Un nulla pieno di storie, scritto con Giovanni Tesio per Interlinea, che ringraziamo.

Marradi, settembre 1983. Il dépliant del Ristorante Albergo Lamone, dove alloggio da una settimana, dice: «Albergo moderatamente attrezzato. Cucina tradizionale e genuina. Specialità gastronomiche tosco-romagnole. Servizio accurato per matrimoni, banchetti, comitive ecc. Cacciagione, trote, funghi, pecorino marradese, torta di marroni. Vini tipici tosco-romagnoli». Le camere, distribuite su due piani, affacciano da un lato sullo scalo della stazione ferroviaria e dall’altro su un viale d’ippocastani intitolati a un tale Baccarini ma denominato, nell’uso, «viale della stazione».

In una di queste camere il poeta Dino Campana e la scrittrice Sibilla Aleramo trascorsero la notte di Natale dell’anno 1916: forse in questa stessa dove io ora mi trovo, forse in un’altra. Chissà. L’albergo, rimaneggiato nei muri divisori ma intatto nella struttura, molto probabilmente è coetaneo della ferrovia Firenze-Faenza: che s’inaugurò nel 1893 con grandi feste popolari e con l’intervento di Sua Altezza il Duca di Genova in rappresentanza di Umberto I di Savoia, Re d’Italia «per grazia di Dio e per volontà della Nazione».

Di Marrani le guide turistiche dicono poco: 328 metri sul livello del mare, cinquemila abitanti (ma all’inizio del secolo erano molti di più, quasi il doppio), qualche santuario nei dintorni, qualche resto di torre medioevale… In pratica, un paese attraversato da una strada, senza particolari connotazioni culturali o linguistiche. Soltanto gli edifici di piazza Scalelle parlano ancora di un’epoca in cui Marradi fu la piccola capitale della «Romagna toscana» alla frontiera di due Stati: il Granducato e lo Stato della Chiesa. Il paesaggio, gradevole, non presenta scorci o caratteristiche di particolare rilievo. Il profilo dei monti è «dolce» e insieme «severo», come diceva Campana; il cielo è luminoso, la vegetazione è varia: ma ciò che rientra nella generale bellezza del paesaggio appenninico e italiano. L’Italia è tutta un incanto.

 

 

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Il richiamo dei luoghi  

Io credo che la pianura tenda ad essere un non-luogo
letterario perché la più grande tra le sue storie non
raccontate è la sua stessa storia o, se si preferisce, quella
del suo paesaggio. […] La storia di questo paesaggio,
tra i più artefatti e manipolati dall’uomo che ci
siano nel mondo, riassume e compendia in sé tutte le
altre storie; le sovrasta come il Monte Rosa, il «macigno
bianco» di Dino Campana, sovrasta e domina la
pianura; le rende piccole e sostanzialmente inutili.
Ogni fatto che è accaduto in questi luoghi, anche il
più importante e drammatico, è una parola o una frase
di un romanzo che nessuno mai scriverà, ma che
chiunque, in una bella giornata, può vedere, andando
in treno o in automobile da Milano a Torino o viceversa.
A fronte della grandiosità di quella storia, gli scrittori
sono disarmati: e la nostra letteratura, inevitabilmente,
finisce per essere una letteratura di bozzetti, di
atmosfere, di frammenti di paesaggio e di “figurine”.
(Il mio Piemonte)

Nato a Genova un po’ a pigione e trapiantato forzosamente a Novara, come ti consideri regionalmente parlando?

Mi considero, e sono, piemontese. Pur essendo metà lombardo per parte di padre, e metà toscano per parte di madre. Il Piemonte, e specificatamente la pianura ai piedi delle Alpi: la pianura del riso (inteso come cereale) è, se non proprio la terra dei miei avi, il paese dove sono vissuto sempre. È il mio orizzonte fisico e mentale, che comprende e racchiude in sé ogni altro orizzonte.

La pianura, dici. E le valli?

Ho un rapporto speciale con la Valsesia: una valle chiusa, dominata dal massiccio imponente del Monte Rosa. Varallo è una piccola città d’arte, dove hanno operato, nel corso dei secoli, pittori scultori e architetti di grande talento. Di questa valle, e delle sue meraviglie sepolte nel tempo, ho parlato nel mio recente romanzo: Le due chiese.

Non sono gli unici luoghi in cui tu abbia ambientato le tue storie. Ne hai ambientate anche altrove, di certo più in là. Ti sei occupato degli «italiani trasparenti» del Sud Tirolo.

Sì, ho amato altri luoghi delle Alpi. Nelle Dolomiti, che conoscevo poco, ci sono dovuto andare all’inizio degli anni ottanta per un servizio giornalistico. Ho conosciuto Bolzano e Merano e le valli annesse fino al Brennero. Ho dovuto calarmi nella realtà di una terra dove gli italiani, in passato, hanno mostrato la loro faccia peggiore, quella “forte e vincente”: e ora cercano di riparare una situazione che non cesserà di essere difficile finché gli altri (i sud-tirolesi) non metteranno un poco di buona volontà per venirgli incontro. Le vie dell’odio sono fin troppo facili da percorrere; le altre richiedono pazienza e intelligenza. Due cose rare.

Hai anche ambientato buona parte del romanzo Marco e Mattio nella valle di Zoldo.

È vero, sono tornato nelle Dolomiti: nella valle di Zoldo, per raccontare la storia di un uomo, Mattio Lovat, che doveva salvare il mondo e che forse lo salvò davvero. Chissà! (Visto che si sacrificò per realizzare quell’impresa, concediamogli almeno il beneficio del dubbio). Con Mattio Lovat e con Ludovico Manin, che fu l’ultimo dei dogi, ho conosciuto Venezia. Non la città medievale e rinascimentale, splendida d’arte e di ricchezze. La Venezia in cui io sono arrivato, e di cui ho percorso le calli, stava vivendo il momento del suo declino; era la vuota spoglia di una città grande e splendida, destinata a diventare l’ombra di sé stessa. Una finzione per i turisti dei secoli a venire.

La notte della cometa non può certo dirsi ambientata in Piemonte.

Con Dino Campana ho camminato sulle strade del Mugello e sono andato a piedi al santuario della Verna. Insieme a lui ho conosciuto la Firenze del primo Novecento: i suoi caffè, le sue case editrici, i suoi personaggi alla moda. Ho rivissuto, nell’Alcova elettrica, il processo a “Lacerba”. Passatisti contro futuristi. Una storia futile e grottesca, come la battaglia dei topi e delle rane cantata da Omero e da Leopardi. Ricordi? «Antica lite io canto, opre lontane, / la battaglia dei topi e delle rane». Ma con il canonico Giovan Battista Cavagna sono anche sceso nelle catacombe di Roma alla fine del Cinquecento, per cercare le reliquie dei santi da portare a Novara al vescovo Bascapè: uno dei protagonisti della Chimera. Poi ho conosciuto la Palermo di Emanuele Notarbartolo, di Raffaele Palizzolo e di “don Piddu” Fontana, che sarebbe diventato uno dei capi della Mano Nera in America. Ho conosciuto – e ne abbiamo
appena parlato – la Sicilia. La Sicilia è un luogo della terra pieno di bellezze e di bruttezze, di pregi e di difetti, con una caratteristica unica: che quando la conosci ci resti coinvolto. O la ami, o la odi; l’indifferenza nei suoi confronti non è possibile.

E tu?

Io sono stato tentato di odiarla; poi, invece ho finito per amarla.

Il tuo rapporto con Novara?

A vent’anni, mi sono sforzato di odiare Novara, la città «quasi brutta» e «priva di lusinghe» come la signorina Felicita di Gozzano, dove il destino mi ha fatto approdare in tempo di guerra. Non ci sono riuscito, e ci sono rimasto per tutta la vita.

Del resto di Novara hai lungamente parlato nei romanzi La chimera e Cuore di pietra.

Questa piccola città ha una storia nascosta: una grande storia, che probabilmente nessuno mai riuscirà a raccontare. La coltivazione del riso, di cui è stata ed è il centro, ha impiegato nei secoli migliaia di schiavi, come la coltivazione del cotone in America. L’unica differenza con l’America è che gli schiavi del riso non viaggiavano sulle navi e non venivano dall’Africa. Non avevano la pelle nera: erano bianchi, come gli uomini che li facevano lavorare a suon di frustate. Venivano dalle valli alpine o anche dai villaggi della pianura. Erano i disgraziati che più disgraziati non si può: gli storpi, i gozzuti, gli handicappati, i vecchi ormai inabili a qualsiasi altro lavoro, e morivano di stenti e di malaria, secondo ciò che riferiscono le “gride” degli spagnoli, senza che nessuno si occupasse di loro…

Una città sorprendentemente gremita di storie.

Il mondo intero è gremito di storie: anche se non tutte sono così grandi e così dolorose come l’epopea degli schiavi del riso. (Che non a caso è stata sepolta e “rimossa” nell’inconscio collettivo).
Novara non ha grandi tradizioni culturali; non è una ex capitale né una città d’arte, ma è un luogo che ha visto compiersi nel tempo molte più storie di quante io ne potrei raccontare. È un teatro, come ho scritto in Cuore di pietra, su cui gli dei vengono ad affacciarsi per assistere alle nostre vicende; e se loro se ne accontentano anch’io posso accontentarmene. Non ti pare?

Anche a Napoli hai trovato il modo di guardare.

Napoli l’ho vista con gli occhi di Giacomo Leopardi, seduto a un tavolino del Caffè delle Due Sicilie, poi Caffè d’Italia; o intento a scrivere sulla terrazza della villa (che in realtà non era una vera villa, ma la sua dépendence) ai piedi del Vesuvio, dove lui abitò con Ranieri durante l’epidemia di colera. Forse nessuno se ne è accorto, ma io ho finito per raccontare l’Italia fuori dai particolarismi e dai localismi. L’ho raccontata a nord, a sud, a est e a ovest.

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