Secretary Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/secretary/ un blog di approfondimento culturale Tue, 04 Jun 2013 09:40:02 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Secretary Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/secretary/ 32 32 Mary per sempre https://minimaetmoralia.it/interviste/mary-per-sempre/ https://minimaetmoralia.it/interviste/mary-per-sempre/#comments Mon, 25 Jun 2012 13:41:28 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8505 Pubblichiamo un'intervista di Tiziana Lo Porto, uscita su «D - La Repubblica delle Donne», a Mary Gaitskill.

Mary Gaitskill è una delle scrittrici che tutti dovrebbero conoscere. Leggendo, in blocco, l’opera completa: per ora due romanzi e tre raccolte di racconti abitati prevalentemente da ragazze più o meno giovani dirette in caduta libera ma a testa alta verso l’età matura, disposte alla resa a un mondo di adulti contorti, sbagliati, politicamente molto meno corretti di quanto vorrebbero far credere, al loro meglio pornografici. C’è Debbie, arrendevole al sesso e al dolore prima ancora che all’amore, divenuta celebre in Italia (e altrove) una decina d’anni fa come personaggio principale del film di Steven Shainberg Secretary, tratto da un omonimo impeccabile racconto di Bad Behavior, fulgida antologia d’esordio di Gaitskill (oggi parzialmente tradotta e pubblicata in Italia da Einaudi in Oggi sono tua, sorta di best of delle sue tre antologie di racconti). C’è Veronica, musa e personaggio del romanzo a cui dà il nome (Veronica, da metà giugno in libreria per Nutrimenti) e in cui morirà di Aids malgrado l’amore. C’è Alison, modella coprotagonista e struggente voce narrante di Veronica, che inconsapevole della propria bellezza si muove in un mondo in cui “anche se siamo in guerra con il terrore, le riviste di moda dicono che ora siamo solari, indossiamo abiti dai colori chiari e preferiamo essere moralmente limpidi”. Ci sono frasi che si stagliano piene e dense da sembrare interi romanzi, dialoghi che presagiscono commozione e struggimento, e promettenti dichiarazioni d’intenti. Così Leisha, nel racconto Legame: “Appena finisco di studiare voglio trovare un lavoro da Dunkin’ Donuts. Voglio ingrassare. O darmi all’eroina. Voglio essere un disastro”.

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Pubblichiamo un’intervista di Tiziana Lo Porto, uscita su «D – La Repubblica delle Donne», a Mary Gaitskill.

Mary Gaitskill è una delle scrittrici che tutti dovrebbero conoscere. Leggendo, in blocco, l’opera completa: per ora due romanzi e tre raccolte di racconti abitati prevalentemente da ragazze più o meno giovani dirette in caduta libera ma a testa alta verso l’età matura, disposte alla resa a un mondo di adulti contorti, sbagliati, politicamente molto meno corretti di quanto vorrebbero far credere, al loro meglio pornografici. C’è Debbie, arrendevole al sesso e al dolore prima ancora che all’amore, divenuta celebre in Italia (e altrove) una decina d’anni fa come personaggio principale del film di Steven Shainberg Secretary, tratto da un omonimo impeccabile racconto di Bad Behavior, fulgida antologia d’esordio di Gaitskill (oggi parzialmente tradotta e pubblicata in Italia da Einaudi in Oggi sono tua, sorta di best of delle sue tre antologie di racconti). C’è Veronica, musa e personaggio del romanzo a cui dà il nome (Veronica, da metà giugno in libreria per Nutrimenti) e in cui morirà di Aids malgrado l’amore. C’è Alison, modella coprotagonista e struggente voce narrante di Veronica, che inconsapevole della propria bellezza si muove in un mondo in cui “anche se siamo in guerra con il terrore, le riviste di moda dicono che ora siamo solari, indossiamo abiti dai colori chiari e preferiamo essere moralmente limpidi”. Ci sono frasi che si stagliano piene e dense da sembrare interi romanzi, dialoghi che presagiscono commozione e struggimento, e promettenti dichiarazioni d’intenti. Così Leisha, nel racconto Legame: “Appena finisco di studiare voglio trovare un lavoro da Dunkin’ Donuts. Voglio ingrassare. O darmi all’eroina. Voglio essere un disastro”.

Per chi per anni ha considerato la propria vita uscita dalla penna di Mary Gaitskill, intimidisce ritrovarsi al suo cospetto, in uno studio di Chelsea a New York, snocciolando a mente episodi a casaccio delle sue storie, cercando il buon inizio, la scena giusta da cui cominciare, qualcosa. Fino a quando non è lei a parlare. Bella a cinquantasette esattamente come doveva esserlo a vent’anni, Gaitskill guarda la gente in strada e s’affretta a dirmi che New York non è più la stessa città che era negli anni Ottanta. “Se non hai soldi non puoi viverci”, dice. “Un tempo riuscivi a stare a New York anche con pochissimo. Gli affitti erano bassi, e gli stipendi dignitosi. Oggi non lo puoi più fare. E oltre che cara, è diventata una città decisamente poco erotica. Ha mai visto Girls, la serie tv ambientata a New York?”

Sì.

Ecco, quello è l’esempio perfetto di quanto la città, e in generale la cultura in cui viviamo, siano diventate poco erotiche. Ho visto il primo episodio della serie, e mi sono chiesta: ma chi è che nella vita reale vive il sesso in quel modo? Ho cercato di capire come si sia arrivati a un immaginario del genere.

E?

E una conclusione possibile è che ci sia troppa pornografia in giro. La pornografia finisce per privare il sesso della sua componente erotica.

Le piace l’adattamento cinematografico che è stato fatto anni fa del suo Secretary?

No. A lei?

Sì, a parte il finale. Il lieto fine in una storia del genere non è molto realistico.

No, non lo è per niente. E azzera ogni immaginazione.

Quanto è importante per lei l’immaginazione?

L’immaginazione è una cosa che viene sempre e comunque fuori mentre scrivi. Si materializza ogni volta che cerchi di descrivere qualcosa. Anche se quel qualcosa è realmente accaduto. Se vuoi raccontare una storia, sei costretto a immaginare, per certi versi a inventare quello che stai raccontando. Nabokov a un certo punto disse che scrivere Lolita lo costringeva a inventare l’America. L’America era già stata inventata, certo, e lui l’ha solo descritta, ma l’ha fatto in un modo che solo lui avrebbe potuto fare. E scrivere è esattamente questo: inventare qualcosa che c’è sempre stato ma che non era mai stato raccontato in quel modo. Nabokov l’ha fatto con l’America, Charles Dickens con Londra.

Lei con Bad Behavior voleva inventare New York?

No, quando ho scritto quei racconti non era alla città che pensavo. Volevo raccontare le persone. Certe persone in particolare, in dei momenti precisi delle loro vite. Anche se poi, scrivendo, New York è venuta fuori comunque.

Parte sempre dai personaggi quando scrive una storia?

Sì, per me sono e restano la cosa più importante.

E sa sempre dall’inizio se la storia che sta per scrivere sarà un racconto o un romanzo?

Sì, anche se per Veronica c’è stato un momento in cui non ero più sicura di cosa fosse. Ma è durato poco. Non sapevo se la storia avrebbe retto nel lungo periodo.

E che ha fatto?

Ho continuato a scrivere e ho capito subito che non poteva che essere un romanzo.

La protagonista della storia, Alison, è una modella. Cosa la affascinava di quel mondo?

Più che affascinarmi era una mondo che m’incuriosiva. M’incuriosiva il fatto che ovunque ti girassi andavi a sbattere contro foto di giovani modelle. Quando ero adolescente io non era una cosa a cui la gente dava molta importanza. Sì, Twiggy era famosa, ma erano in poche esserlo. E anche se c’erano già diverse riviste di moda, né io né le mie coetanee le leggevamo. Negli anni Ottanta, quando sono andata a vivere a New York, ho cominciato a frequentare ragazze che per vivere facevano le modelle. E anche in quegli anni nessuno trovava fosse una cosa interessante. Le mie coetanee sognavano di fare le attrici o le cantanti, nessuna voleva fare la modella. Poi, negli anni Novanta, ecco che di colpo è cambiato tutto. Fare la modella è diventata la cosa più bella che una donna potesse fare. È stato un grosso cambiamento culturale, una di quelle cose che non puoi ignorare.

Lei però ha sempre voluto fare la scrittrice…

Sì, e ho sempre scritto, da quando ero bambina. Poi, a sedici anni sono andata via di casa. E lì ero troppo impegnata a sbarcare il lunario per pensare a scrivere. Verso i diciotto anni ho capito che scrivere era quello che volevo fare, ma sapevo anche di non saperlo fare. Mi ricordo che all’epoca dormivo in una casa occupata, un giorno mi sono svegliata e ho capito che non era quello il mio posto e che volevo tornare a scuola. Volevo scrivere, ma non ero capace di mettere due frasi in fila. Così sono tornata dai miei nel Michigan, per sei mesi ho abitato da loro e poi ho preso un appartamento insieme a mia sorella. Mi sono iscritta al college, e mi sono messa a studiare. Ero l’unica della mia classe a volere fare la scrittrice, per cui l’insegnante leggeva tutto quello che scrivevo. Era come avere un professore privato. Il mio insegnante del college è stata la prima persona a dirmi che avrei potuto farcela. Poi ho continuato a studiare scrittura all’università. Ho anche provato a seguire un corso di giornalismo, ma ho capito subito che non era il mio mestiere.

Come ha fatto a capirlo?

Scrivevo per il giornale dell’università e l’ho capito alla prima intervista che mi hanno assegnato. Dovevo intervistare Noam Chomsky, e sono andata da lui senza avere idea di chi fosse. Un totale disastro.

Con la scrittura però è andata meglio.

Sì. Anche se come mestiere ha i suoi lati negativi.

Per esempio?

È un mestiere solitario. Per scrivere sei costretto a passare un sacco di tempo dentro la tua testa. A rischio di impazzire. Però poi ci sono gli aspetti positivi, e hanno sempre la meglio.

Tipo?

La possibilità di condividere con gli altri la tua visione delle cose.

Nelle interviste e negli articoli su di lei viene citato spesso Lolita come il suo romanzo preferito. È così?

Lo è stato per molto tempo. La prima volta che l’ho letto è stato al college, avevo ventitré anni, e per me è diventato una sorta di romanzo ideale. Ma è difficile avere un solo e unico romanzo preferito. Lolita l’ho riletto cinque o sei volte e continua a piacermi moltissimo. Mi piacciono anche certi racconti di Nabokov. Segni e simboli è assolutamente perfetto. Ma mi piace anche l’Ulisse di Joyce, e amo I demoni di Dostoevskij. Mi piacerebbe scrivere come Dostoevskij.

A tutti piacerebbe scrivere come Dostoevskij, ma non credo sia possibile.

Perché?

È vissuto due secoli fa. Se ignorasse tutto quello che è successo in questi due secoli, smetterebbe di essere contemporanea. E non sarebbe una brava scrittrice.

Vero.

Però lo sapeva di essere nata lo stesso giorno di Dostoevskij?

No!

L’11 novembre. L’ho letto da qualche parte mentre preparavo l’intervista. È già qualcosa, no?

Sì, è decisamente qualcosa.

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Estensione del dominio della sottomissione. Ovvero di Hegel, di bondage e sado-maso https://minimaetmoralia.it/libri/estensione-del-dominio-della-sottomissione-ovvero-di-hegel-di-bondage-e-sado-maso/ https://minimaetmoralia.it/libri/estensione-del-dominio-della-sottomissione-ovvero-di-hegel-di-bondage-e-sado-maso/#comments Thu, 24 May 2012 09:24:07 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8061 Pubblichiamo un articolo di Marco Filoni, uscito su «Panorama», sul dibattito scatenato in America dal libro «Fifty Shades of Grey» di E.L. James.

E sia. Doveva succedere, del resto: tanto e tale il clamore legato al successo del libro Fifty Shades of Grey della finora sconosciuta (e oggi, buon per lei, milionaria) E.L. James, che non possiamo non parlarne. L’eco delle infinite discussioni intorno al suo best-seller è giunto sino a noi, tanto che la Mondadori manderà in libreria l’edizione italiana, il prossimo 19 giugno, con il titolo Cinquanta sfumature di Grigio.

Per chi si sia perso il dibattito, stiamo parlando del «romanzo post-pornografico», il libro erotico «che apre uno spaccato sui desideri nascosti delle mamme americane», il manifesto di una generazione di “femmine” finalmente coscienti e libere di ammettere ciò che vogliono. C’è addirittura chi ha scomodato De Sade – ma per carità, lasciamolo riposare in pace! – e chi ha invocato un capolavoro dell’emancipazione femminile. No, non è nulla di tutto ciò. È un libro che ha sbancato le classifiche americane, ha venduto migliaia e migliaia di copie prima in ebook, poi nella versione cartacea, di cui si aspettano i due sequel (è infatti il primo di una trilogia) e di cui sono già stati venduti, a quanto pare non proprio a buon prezzo, i diritti per l’adattamento cinematografico..

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Pubblichiamo un articolo di Marco Filoni, uscito su «Panorama», sul dibattito scatenato in America dal libro «Fifty Shades of Grey» di E.L. James.

E sia. Doveva succedere, del resto: tanto e tale il clamore legato al successo del libro Fifty Shades of Grey della finora sconosciuta (e oggi, buon per lei, milionaria) E.L. James, che non possiamo non parlarne. L’eco delle infinite discussioni intorno al suo best-seller è giunto sino a noi, tanto che la Mondadori manderà in libreria l’edizione italiana, il prossimo 19 giugno, con il titolo Cinquanta sfumature di Grigio.

Per chi si sia perso il dibattito, stiamo parlando del «romanzo post-pornografico», il libro erotico «che apre uno spaccato sui desideri nascosti delle mamme americane», il manifesto di una generazione di “femmine” finalmente coscienti e libere di ammettere ciò che vogliono. C’è addirittura chi ha scomodato De Sade – ma per carità, lasciamolo riposare in pace! – e chi ha invocato un capolavoro dell’emancipazione femminile. No, non è nulla di tutto ciò. È un libro che ha sbancato le classifiche americane, ha venduto migliaia e migliaia di copie prima in ebook, poi nella versione cartacea, di cui si aspettano i due sequel (è infatti il primo di una trilogia) e di cui sono già stati venduti, a quanto pare non proprio a buon prezzo, i diritti per l’adattamento cinematografico.

Per quanto riguarda ciò che è il libro, la definizione migliore l’ha data un ragazzino americano di dieci anni: «la lettura un po’ sporcacciona della mamma». E infatti mommy-porn è uno degli epiteti più utilizzati dalla stampa (probabilmente uno dei pochi usati a proposito). Trama semplice, quasi banale. Lui e lei, storia d’amore e passione. Con l’aggiunta di ciò che funziona sempre e fa vender bene: il sesso. Di più: il sesso non permesso, quello un po’ perverso che si avvale di frustini, cuoio e manette. Insomma, il BDSM, acronimo un po’ cool che mette insieme bondage, sottomissione e sadomasochismo. Ricetta perfetta. A dire il vero pure già sentita: ricordate il film Secretary, che una decina d’anni fa giocava proprio sulla stessa dinamica sadomaso (avvocato di successo e segretaria un po’ matta appena uscita da una clinica) e con un happy end finale?

Inutile entrare nel merito del romanzo – che regge bene e si fa leggere sino alla fine (basti ricordare, ma questo sarà lampante dopo poche righe, che non si sta leggendo Dostoevskij: detto questo, allora funziona). In breve, c’è un uomo in carriera, ricco e bello (il Grey del titolo e, fortunosa coincidenza, anche l’avvocato di Secretary si chiamava Grey), che seduce la giovane e vergine capitata per caso nelle sue grinfie (Anastasia, per la cronaca). Ma la seduzione passa appunto per una stanza dei piaceri che proprio piaceri non sembrano, almeno a lei (Anastasia la chiama la stanza rossa del dolore). Così la giovane viene iniziata alle pratiche forti della sottomissione: lui è un dominatore, ama asservire la propria donna e così, solo così, trae piacere. Fatto sta che l’indifesa e candida vergine arriva al patibolo e, colpo di scena, non fugge. O meglio, fino a un certo punto sta al gioco (senza svelare il finale, che i lettori italiani potranno scoprire da soli). Addirittura le piace esser sottomessa – e questo ha scatenato le fantasie di (femministe, post-femministe, protofemministe di risulta o meno) che vi hanno letto una sublime manifestazione dell’emancipazione femminile: come dire, esser sottomessa è una mia libertà, quindi il mio riscatto. Sarà.

Assomiglia tanto al riscatto del servo, messo in scena nella dialettica del Signore e del Servo che quel pover’uomo di Hegel affidava, nel 1807, alla sua Fenomenologia dello spirito. Qui il filosofo tedesco, in soldoni, ci diceva che c’è un Signore (in inglese master, lo stesso termine dell’uomo dominatore nelle pratiche sessuali di sottomissione) che è tale poiché ha rischiato la propria vita e per questo si eleva su di un Servo, il quale invece non ha lottato per la sua indipendenza per paura di morire. Il Servo lavora perciò per il suo Signore. Ma è proprio questo lavoro del Servo che tiene in vita il Signore: non può più farne a meno, senza di lui sarebbe spacciato. Quindi la subordinazione si rovescia. Il Signore diventa schiavo e il Servo diviene padrone. Le donne che pensano che il piacere che donano al loro “dominatore” in realtà le rende a loro volta dominatrici – perché, in fondo, è da esse stesse che dipende il piacere dell’uomo – ragionano con questa stessa dialettica. Ma questo ragionamento non basta a spiegare il fenomeno.

In definitiva il dibattito suscitato dal libro (che c’interessa più del libro stesso) può esser riassunto con le parole di Katie Roiphe, editorialista del settimanale Newsweek, che ha dedicato al fenomeno la storia di copertina di qualche settimana fa: «Nel momento in cui le donne sono in ascesa nei posti di lavoro, consumano ardentemente miriadi e disparate fantasie di sottomissione»; anzi, la commentatrice americana si spinge oltre: essere sottomessa è il “sogno” delle donne poiché tali fantasie offrono «un sollievo, una pausa, un’evasione dalla noia e dal duro lavoro dell’esser eguali» agli uomini. Ovviamente parole che hanno scatenato un inferno, fra “ben detto” e “sono solo stronzate”. Senza voler accogliere né l’una né l’altra posizione, proviamo a capire di cosa si parla.

Secondo il ragionamento espresso dal Newsweek e ribadito da molte altre voci, la donna ama esser sottomessa, lo vuole, è un suo desiderio. Ma sarebbe da aggiungere: “potrebbe” amarlo, “potrebbe” desiderarlo. Fatto salvo che qui si parla di fantasie, di proiezioni, ovvero di pratiche che magari si leggono volentieri perché restituiscono quel malizioso senso del “non si fa eppure lo faccio”, l’infrazione del divieto, la piccola e in fondo innocente perversione della nostra immaginazione. Eppure esiste un confine fra l’immaginare e il praticare queste “fantasie”. Inoltre viene messo in gioco l’argomento della scelta: proprio perché il voler essere sottomessa è una decisione, un atto del libero arbitrio, nel compierlala donna si libera dalle catene – le catene della tradizione che l’hanno imprigionata, per secoli, alla sottomissione involontaria all’uomo. Come dire: per secoli voi uomini mi avete tenuta relegata all’ambito domestico, asservita a vincoli sociali che mi hanno di fatto resa oppressa; ecco, ora io donna mi sono talmente emancipata da questa sovrastruttura che sono io stessa a scegliere, volontariamente, di esser sottomessa. Detta in altre parole: ci sono donne che desiderano essere sottomesse.

Entra così in gioco un’estensione del dominio della sottomissione: il desiderio. Tema quanto mai importate. Ben prima e meglio del pensiero (con buona pace di Cartesio e del suo Cogito ergo sum) è il desiderio che ha generato la coscienza che l’uomo moderno ha di sé. Così almeno ci ha detto la filosofia – sempre il buon vecchio Hegel, sempre la sua Fenomenologia dello spirito, ma stavolta faziosamente riletta negli anni Trenta del Novecento da quel genio che risponde al nome di Alexandre Kojève, filosofo francese di origini russe, maestro di desiderio (nonché dello psicanalista Jacques Lacan, che ha fatto del desiderio il suo pane quotidiano). Cerchiamo di capire. Secondo questi grandi pensatori la nostra autocoscienza, ovvero ciò che siamo agli occhi di noi stessi, si genera da ciò che desideriamo. E cosa desideriamo? Ciò che ci inquieta, un impulso che ci fa sperimentare la mancanza di cui soffriamo e che vogliamo colmare. Seguendo questa linea allora desiderare una cosa vuol dire volerla assimilare, e assimilarla significa interiorizzarla, perciò mutarla, negare la sua estraneità.

Ecco la dialettica del desiderio: si tratta di una dinamica annichilente, che si può soddisfare solo negando, quindi distruggendo, ciò che desideriamo. Ora, questa immagine di dissoluzione forse ben si addice alle pratiche di sottomissione che la donna, secondo alcuni, desidera. È una pratica di piacere e, sin quando rimane tale, può anche rispondere a queste attitudini. Ma il dominio e la sottomissione sono scivolosi. Possono diventare distruttivi, rivelarsi pericolosi se non gestiti in piena coscienza e consapevolezza. Se diventano irragionevoli allora si trasformano in pericolosi alibi della violenza. Del resto è un’anomalia: nel regno animale non esiste questo tipo di rapporto, la “femmina che si sottomette” è una specificità della “specie superiore” umana. Tanto che vien da chiedersi se, in fondo, non sia soltanto il retaggio di un condizionamento sociale durato secoli.

Insomma, il tam tam mediatico generato dal libro sia occasione per riflettere. La donna può esser dissoluta, amante del piacere, scoprirsi licenziosa e quindi pascersi dei principi di questo libro – perché questi incoraggeranno le passioni sinora dipinte come spauracchi da moralisti frigidi e stremati. E potrà, se vorrà, anche sottomettersi. Sarà libera di farlo. Ma non sarà libera nel farlo. La libertà d’esser servo di un padrone alimenta la dialettica del desiderio, ma non significa esser liberi. La libertà è irriducibile, è là dove c’è sottomissione non esiste libertà. Nessun dominio è compatibile col dirsi umani.

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