Selena Gomez Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/selena-gomez/ un blog di approfondimento culturale Sat, 03 Sep 2016 02:51:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Selena Gomez Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/selena-gomez/ 32 32 In dubious battle: l’ultima sfida di James Franco https://minimaetmoralia.it/cinema/in-dubious-battle-lultima-sfida-di-james-franco/ https://minimaetmoralia.it/cinema/in-dubious-battle-lultima-sfida-di-james-franco/#comments Sat, 03 Sep 2016 06:00:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31888 Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Lo incontro in una palestra di pugilato di Dumbo, a Brooklyn, un sabato mattina. James Franco è lì a girare un videoclip. Attori e modelle combattono contro nemici immaginari sul ring della palestra. Combattono a viso scoperto, o indossando maschere di animali o altri mostri. L'ultimo lungometraggio che ha diretto e interpretato è In Dubious Battle (prodotto e distribuito da Ambi Group, il film verrà presentato fuori concorso a Venezia il 3 settembre).

Nel film Franco è Mac McLeod, sindacalista di vecchia data che per tutta la vicenda fa da mentore al giovane Jim Nolan (interpretato da Nat Wolff), istruendolo su come organizzare uno sciopero. Nel cast ci sono Robert Duvall, Sam Shepard, Selena Gomez e il protagonista della serie tv Breaking Bad Bryan Cranston.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Lo incontro in una palestra di pugilato di Dumbo, a Brooklyn, un sabato mattina. James Franco è lì a girare un videoclip. Attori e modelle combattono contro nemici immaginari sul ring della palestra. Combattono a viso scoperto, o indossando maschere di animali o altri mostri. L’ultimo lungometraggio che ha diretto e interpretato è In Dubious Battle (prodotto e distribuito da Ambi Group, il film verrà presentato fuori concorso a Venezia il 3 settembre).

Nel film Franco è Mac McLeod, sindacalista di vecchia data che per tutta la vicenda fa da mentore al giovane Jim Nolan (interpretato da Nat Wolff), istruendolo su come organizzare uno sciopero. Nel cast ci sono Robert Duvall, Sam Shepard, Selena Gomez e il protagonista della serie tv Breaking Bad Bryan Cranston.

La storia è tratta dal romanzo di John Steinbeck La battaglia (Bompiani, pagg. 314, 8 euro) ed è ambientata negli anni trenta del novecento in una valle della California. Il salario dei raccoglitori di mele viene di colpo abbassato, e i “rossi” decidono di spingere i lavoratori allo sciopero. La trama della storia è proprio lo sciopero, partito con le migliori intenzioni e terminato in catastrofe. Il titolo è preso da un verso del Paradiso perduto di John Milton – “And, me preferring, His utmost power with adverse power opposed
 In dubious battle on the plains of Heaven, And shook His throne“, eseguendomi, opposero forza alla sua estrema forza, e in dubbia battaglia gli scrollarono in cielo il trono – e il romanzo di Steinbeck è alla vertiginosa altezza del titolo.

“Amo Steinbeck da quando ero ragazzo, e volevo fare un film da un suo libro”, racconta Franco che con In Dubious Battle è al suo primo film tratto da Steinbeck, ma che ha già diretto film tratti dai romanzi di William Faulkner e Cormac McCarthy. “Di Uomini e topi e degli altri suoi romanzi più importanti erano già stati fatti più film, non della Battaglia. Forse non è all’altezza dei suoi romanzi migliori, ma è più cinematografico. E rispetto ai romanzi di Faulkner è più facile da adattare, trama e situazioni sono semplici, vanno dritte al punto. Nel film abbiamo cambiato poche cose, ma per la maggior parte siamo rimasti fedeli a Steinbeck”.

Prima del film avevi già interpretato Uomini e topi di Steinbeck a Broadway.

Sì, ed è stato utilissimo per lavorare a In Dubious Battle. I due romanzi di Steinbeck sono ambientati nello stesso mondo. I personaggi parlano lo stesso slang, e sostanzialmente fanno gli stessi mestieri. Steinbeck ha scritto i due libri uno dopo l’altro, molta dell’atmosfera, dei personaggi li ha basati sulle proprie esperienze o sulla gente che aveva conosciuto quando da giovane lavorava nei ranch in California. Anche se poi Mac, il personaggio che interpreto in In Dubious Battle, è diversissimo dal George che interpretavo in Uomini e topi. Mac è estroverso, manipolativo, cospiratore. George sta sempre sulla difensiva, è introverso, ed è un sognatore. Mac cerca di cambiare il mondo, George prova solo a sopravvivere.

In Dubious Battle è ambientato negli anni trenta, ma ha molto di politico e contemporaneo.

Sono assolutamente d’accordo. Gli scontri che si vedono nel film avvengono durante la Grande Depressione ma potrebbero accadere tranquillamente oggi. La distanza tra classi sociali in America mi sembra tutt’altro che colmata. L’America, e non solo l’America, è divisa tra chi ha tutto e chi non ha niente, e c’è ancora molto lavoro da fare per migliore lo stato delle cose. Politici di oggi sarebbero a proprio agio tra i personaggi del romanzo, anche se quando Steinbeck ha scritto La battaglia non era molto impegnato politicamente. Credo che il conflitto che racconta nel libro sia più quello interiore, la battaglia che ogni uomo ha con se stesso, qualunque sia lo schieramento a cui appartiene, schivando i giudizi e provando a capire entrambe le parti. E anche questo è un conflitto contemporaneo.

Novecento di Bernardo Bertolucci è ambientato in parte in quegli stessi anni, anche se nelle campagne emiliane. Ti sei ispirato in qualche modo a quel film?

Amo Bertolucci (e amo De Niro) più di ogni altra cosa al mondo. Ho visto e rivisto, anche di recente, Ultimo tango e Il conformista. Ma Novecento non lo vedo da tempo. Credo che In Dubious Battle sia stato influenzato più dalla Battaglia di Algeri di Pontecorvo o da film corali di Robert Altman come M*A*S*H*, Nashville, o Il lungo addio.

E gli altri film tratti da Steinbeck?

Sì, certo, ci sono anche quelli. Soprattutto i classici, Furore diretto da John Ford e La valle dell’Eden di Elia Kazan, che ho visto e rivisto un’infinità di volte. Henry Fonda inFurore è l’attore è riuscito a catturare meglio l’essenza dei romanzi di Steinbeck. Mentre James Dean nella Valle dell’Eden aveva una lunghezza d’onda tutta sua, nel film quasi trascende Steinbeck. Quel film è come un’improvvisazione jazz, in cui tre virtuosi – Steinbeck, Kazan e Dean – fanno in modo che il risultato sia qualcosa di molto più grande della somma delle parti.

Il romanzo di Steinbeck è stato tradotto per la prima volta in Italia da un poeta, Eugenio Montale. All’epoca in Italia i migliori romanzieri e poeti traducevano, per generosità verso gli italiani che non conoscevano le lingue, e forse per frequentare più a lungo le opere più amate. Anche adattare un romanzo a film è per certi versi una traduzione.

Gli adattamenti sono una traduzione. Traducono un romanzo in un linguaggio cinematografico e visivo. Se amo adattare grandi romanzi è perché raccontano storie, e il modo in cui le raccontano ti spinge a osare, a percorrere delle strade che siano all’altezza al libro. E poi in fondo adattare un romanzo è una sorta di collaborazione.

Anche quando l’autore del romanzo è morto?

Sì, se ci pensi traducendo o adattando un romanzo riesci a collaborare con questi scrittori incredibili. Che sono anche i tuoi eroi.

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Aspetta primavera, Korine https://minimaetmoralia.it/cinema/intervista-harmony-korine-spring-breakers/ https://minimaetmoralia.it/cinema/intervista-harmony-korine-spring-breakers/#comments Sat, 23 Mar 2013 11:18:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13719 Questa intervista è stata parzialmente pubblicata su D la Repubblica.

Lo spring break sono le vacanze di primavera. Per una settimana gli studenti dei college americani (e non solo) staccano con lo studio e si dedicano agli eccessi. Eccesso di alcool, eccesso di droghe, eccesso di sesso, eccesso di mare, eccesso di tutto. Sono loro gli Spring Breakers del nuovo film del già enfant prodige del cinema indipendente americano Harmony Korine. Presentato a Venezia all’ultima Mostra del cinema, “prodigioso” come i precedenti film del regista, il film è uscito nelle sale italiane il 7 marzo. Protagoniste della storia sono quattro ragazze (impeccabilmente interpretate da Selena Gomez, Vanessa Hudges, Ashley Benson e Rachel Korine, moglie del regista). Quattro studentesse annoiate dall’università che aspettano le vacanze di primavera per divertirsi un po’, e quando si accorgono di essere a corto di soldi e non potersi permettere il viaggio decidono di fare a modo loro. A modo loro significa: facciamo una rapina, rapiniamo il fast food vicino, rapiniamo i clienti, rubiamo tutti i soldi che ci servono per goderci la nostra cazzo di vacanza. Dicono: “Facciamo finta di essere in un cazzo di videogioco”.

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Questa intervista è stata parzialmente pubblicata su D la Repubblica.

Lo spring break sono le vacanze di primavera. Per una settimana gli studenti dei college americani (e non solo) staccano con lo studio e si dedicano agli eccessi. Eccesso di alcool, eccesso di droghe, eccesso di sesso, eccesso di mare, eccesso di tutto. Sono loro gli Spring Breakers del nuovo film del già enfant prodige del cinema indipendente americano Harmony Korine. Presentato a Venezia all’ultima Mostra del cinema, “prodigioso” come i precedenti film del regista, il film è uscito nelle sale italiane il 7 marzo. Protagoniste della storia sono quattro ragazze (impeccabilmente interpretate da Selena Gomez, Vanessa Hudges, Ashley Benson e Rachel Korine, moglie del regista). Quattro studentesse annoiate dall’università che aspettano le vacanze di primavera per divertirsi un po’, e quando si accorgono di essere a corto di soldi e non potersi permettere il viaggio decidono di fare a modo loro. A modo loro significa: facciamo una rapina, rapiniamo il fast food vicino, rapiniamo i clienti, rubiamo tutti i soldi che ci servono per goderci la nostra cazzo di vacanza. Dicono: “Facciamo finta di essere in un cazzo di videogioco”.

Con un mirabile piano sequenza circolare in camera car, assistiamo così dall’auto e dalle vetrine del fast-food all’altrettanto impeccabile rapina. Due delle ragazze, passamontagna in testa e armi in mano, entrano, urlano, sbattono le armi sui tavoli, mettono paura, ottengono tutti i soldi che chiedono, escono, vanno via. E del film è solo l’inizio.

Nel cast anche James Franco, al suo meglio (e quasi irriconoscibile) nel ruolo di Alien, rapper e gangster che a un certo punto della storia fa uscire le ragazze di galera e le fa entrare nel suo mondo. Un mondo che estremizza ulteriormente tutti gli eccessi dello spring break e lo trasforma in qualcosa di più universale, di condiviso, a Miami come a Napoli. Di Korine Franco dice: “Uno dei pochi registi americani che spinge al limite stile e contenuti”.

E “spingere” è una delle parole più ricorrenti nei discorsi di Harmony Korine, che in circa venti minuti di conversazione mi spiega antefatti, making of del film e poetica. Ripete “spingere”, e poi “selvaggio” e “sfrenato” ed “esplosione”. E così via, ricreando dal solo vocabolario una sua idea di cinema che sta prevalentemente nel tendere al massimo estetica, narrazione o percezione della realtà che sia.

Acclamato dalla critica già dalla sua prima sceneggiatura (Kids di Larry Clark, scritto quando aveva ventun anni) e dalla sua prima regia (Gummo, due anni dopo). Apprezzato da registi come Gus Van Sant, Bernardo Bertolucci e Werner Herzog (che ha interpretato due dei suoi film, Julien Donkey-Boy e Mister Lonely), Harmony Korine, quarant’anni appena compiuti, non è più il regista ragazzino capace di raccontare con schiettezza, irriverenza e assoluto talento la propria generazione e il proprio mondo. Adulto racconta la realtà attraverso mondi metaforici e non per questo meno reali. Usa la realtà per spiegare la realtà. Prende distanza dal cinéma vérité cercando strade più impervie ma più efficaci nel descrivere lo stato delle cose. Perché, dice, “per raccontare la realtà devi allontanarti dalla realtà. Devi girarle intorno”.

E mi spiega come tutto quello che ha di un film prima di girarlo è un’idea. “Lo spring break per esempio mi interessava come fenomeno già da un po’. Ritagliavo foto e le raccoglievo. Foto scattate in Florida, foto di ragazzi e ragazze che in quei pochi giorni di vacanza danno di matto, fanno cose strane, fanno sesso sulla spiaggia, esagerano con droghe e alcool e tutto, vivono il divertimento in modo selvaggio ed esasperato. Di lì m’è venuta l’idea che avrei potuto usare lo spring break come metafora per raccontare qualcos’altro. Sono partito da un’immagine di un gruppo di ragazze in spiaggia in bikini che si diverte e ho iniziato a lavorare d’immaginazione costruendoci sopra una storia”.

Quanto conta l’improvvisazione nel suo cinema?

È importante ma non improvviso mai del tutto. Quando giro una sequenza quello che cerco di fare è mettere in circolo energia tra gli attori, in modo che diventino loro stessi sfrenati e selvaggi. In Spring Breakers la sceneggiatura era minima ma esisteva, così come esistevano i dialoghi. Ho solo spinto agli estremi la mia regia e l’interpretazione che ne hanno fatto gli attori.

Quanto contano gli attori per la riuscita di un film?

Direi che gli attori sono tutto, sono essenziali. E sceglierli bene fa parte del mestiere. C’ho messo un po’ a mettere insieme quel cast lì, e alla fine ha funzionato perfettamente.

Per ambientare il film ha preferito la piccola St. Petersburg, Florida, a Miami. Perché?

Miami mi sembrava troppo grande. E mi piaceva l’aspetto che aveva St. Petersburg di notte, deserta, più provincia americana, un luogo come un altro, non necessariamente e solo Miami, Florida.

Spring Breakers usa molta più finzione degli altri suoi film, per certi versi anche più sperimentale, eppure racconta forse in modo anche più autentico la realtà. 

Parlerei più di iperrealismo. È sempre il mondo reale quello che racconto e che si vede nel film, è solo esasperato, è ancora una volta selvaggio, sfrenato. E sì, sicuramente questo è il più sperimentale dei miei film, in cui ho cercato di ottenere un crescendo di trascendenza, una tensione al limite, per poi far sparire tutto.

Ha iniziato come regista a ventun anni. Ora che ne ha quaranta ha lavorato con un cast di ventenni. Com’è stare dall’altra parte? Essere l’adulto della situazione?

È stranissimo. Sono sempre convinto di avere ventun anni. E non credo di avere cambiato il mio modo di fare cinema. Scrivo le sceneggiatura di gran corsa, e giro immediatamente e in poco tempo. Non credo di essere cambiato molto.

Chi guarda i suoi film tende a guardare più l’arte della realtà. La sua sperimentazione però sembra più una ricerca della realtà che un’esplorazione artistica. A lei cosa sta più a cuore quando gira i suoi film?

Difficile rispondere. Arte e realtà sono due cose collegate. La poesia è più importante del cinéma-vérité. C’è qualcosa che va al di là della realtà e che è legato al sentimento. Ed è quella cosa lì che cerchi facendo cinema. Cerchi una magia. E lo stesso vale per il tuo pubblico. Il pubblico vive nella realtà, conosce la realtà, ha a che farci tutti i giorni. Quando va al cinema vuole vedere un’altra cosa. Vuole vedere qualcosa di più profondo, che va al di là, che sia più trascendente, che appartenga alla dimensione dei sogni.

Però il cinema onirico di Fellini non le piace…

No, non è che non mi piaccia Fellini. Preferisco altri. C’è Pasolini, o anche Rossellini, o Visconti prima di Fellini. Ma non vuol dire che Fellini non sia un gran regista.

Fellini si muoveva tra sogno e realtà, lei sembra ruotare sempre e comunque intorno alla realtà.

Credo si tratti più di un andare e tornare dalla realtà. Di prendere cose diversissime tra loro e però reali, e mescolarle, e metterle in un contesto che non è il loro ma è reale, e a quel punto aspettare l’esplosione.

Una delle scene più belle di Spring Breakers è il lungo piano sequenza circolare della rapina a inizio film. Quello lo aveva già scritto in partenza?

Non ne sono sicuro. C’era nella prima sceneggiatura, ma non credo fosse scritto come un unico piano sequenza circolare. Quantomeno non l’avevo pensato così lungo.

Poi, alla fine, come in un film di Tarantino o di Bertolucci, lei salva le ragazze. Lo sapeva dall’inizio che sarebbe finita così?

Un finale così dava più senso al tutto. È sì un lieto fine ma appartiene comunque alla dimensione dei sogni, non hai nessuna certezza che quello che vedi stia accadendo realmente. Del resto i personaggi di un film esistono in quella dimensione lì, ed esistono al di là del bene o del male. Quello che ho cercato di fare è stato trattarli così, al di là del bene e del male.

E non giudicare.

Sì, non giudicare.

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