Sellerio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sellerio/ un blog di approfondimento culturale Wed, 02 Jun 2021 18:30:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Sellerio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sellerio/ 32 32 “Può un romanzo de-romanzare?”: su “Io sono Gesù” di Giosuè Calaciura https://minimaetmoralia.it/letteratura/puo-un-romanzo-de-romanzare-su-io-sono-gesu-di-giosue-calaciura/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/puo-un-romanzo-de-romanzare-su-io-sono-gesu-di-giosue-calaciura/#respond Fri, 19 Feb 2021 08:00:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47892 Gesù nel romanzo di Giosuè Calaciura è un adolescente come tanti. Vive a Nazaret con la madre, che lo ha avuto giovanissima, e con il padre, un falegname taciturno. Il punto di rottura nella sua vita serena e piuttosto monotona di figlio unico amatissimo si deve proprio a questo genitore maturo e imperscrutabile che un giorno abbandona la famiglia senza lasciare messaggi, né tracce.

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Nella battaglia sempre un po’ improvvisata della narrativa, gli scrittori sono quelli con l’arsenale di partenza più deludente: solo quattro verbi, “volere”, “immaginare”, “architettare” e “incaricare”. I loro piani si svolgono per mano di altri agenti, più versatili perché irreali, ubiqui, e capaci di muoversi tra dimensioni: a ogni loro azione dentro le pagine corrisponde un’altra uguale e contraria fuori, nella mente del lettore.

Un esempio, rapido e famoso. Verso la fine del suo Vita di Pi, lo scrittore Yann Martel introduce due personaggi, i funzionari giapponesi, che, con la scusa di interrogare il protagonista, di fatto costringono chi legge a ragionare sulla sospensione d’incredulità. Noi non abboccheremo, sottintendono, a un ragazzino che dice di aver trascorso sette mesi su una zattera in mezzo al Pacifico in compagnia di una zebra, un orango, una iena e, soprattutto, per la maggior parte del tempo, una tigre del Bengala; e voi, là fuori? Ma ecco che, rapida, arriva la provocazione: Pi racconta sul gong l’altra versione, più stringata, dolorosa e realistica. Dopodiché, domanda: «Visto che per voi non fa nessuna differenza e che non avete alcun modo di scoprire quale sia la storia giusta, quale preferite? Qual è la storia più bella, quella con gli animali o quella senza animali?». E i funzionari, subito, senza consultarsi: «La storia con gli animali».

La fantasia, opportunamente modellata, rende la vita (propria, altrui) più sopportabile e interessante — motivo per cui gli scrittori, pur scarsamente equipaggiati, si intestardiscono a battagliare. Ma cosa succede se un romanziere prende la vita celebre e mitizzata per eccellenza e la spoglia di ogni presunta esagerazione? Può un romanzo de-romanzare? Io sono Gesù (Sellerio), il nuovo libro di Giosuè Calaciura, risponde a questi interrogativi capovolgendo la prospettiva di Yann Martel: per Calaciura, infatti, se la versione egemone di una data storia è quella che contiene elementi di straordinarietà, la fantasia starà nel riscriverla per sottrazione. Anche perché, soprattutto: cosa significa “storia più bella”? Più bella per chi?

Gesù, qui, è un adolescente come tanti. Vive a Nazaret con la madre, che lo ha avuto giovanissima, e con il padre, un falegname taciturno. Il punto di rottura nella sua vita serena e piuttosto monotona di figlio unico amatissimo si deve proprio a questo genitore maturo e imperscrutabile che un giorno abbandona la famiglia senza lasciare messaggi, né tracce. Per Gesù, ragazzino inquieto, è un colpo durissimo. Così, dopo un’iniziale resistenza decide di lasciare il villaggio. «Madre. Quanto è stato duro, e quanto dolore mi è costato voltarti le spalle, partire. Ma dovevo trovare mio padre».

La prima cosa che salta all’occhio del Gesù di Calaciura è una certa tensione tra la via tracciata da Giuseppe (l’inesplorato) e quella, preminente, tracciata dalla madre (la casa, il legame, i ritorni inesorabili). Il risultato, come ha fatto notare Marcello Benfante su Repubblica, è il profilarsi di un Gesù «matriarcale, per il quale la madre rappresenta il principio e il senso stesso della narrazione». Vero. Se in Io sono Gesù c’è una volontà da farsi, è quella materna; se si intravede una qualche forma di fede o religione, è perché Calaciura l’ha nascosta negli sguardi, frequentissimi, che il figlio rivolge alla mamma. A lei si deve ogni slancio di coraggio del ragazzo, ogni illogica speranza, ogni sospetto che un destino grandioso, nonostante la vita di stenti, attenda entrambi oltre la stalla, la falegnameria, il piccolo orto. Gesù, fin dai primi capitoli, è carico di responsabilità non perché figlio di Dio, ma in quanto “uomo di casa”. «Mia madre, […] come tutte le donne con prole, era certa che suo figlio avrebbe cambiato il mondo. Ne avrebbe sconvolto la prospettiva, arrestato l’inerzia sterile del tempo che le sembrava fermo e immutabile. Nell’interesse di ciascuno ma soprattutto a beneficio di lei, la donna, la madre: suo figlio le avrebbe disegnato un nuovo destino».

E a proposito di destini: Calaciura, da un certo punto in poi, non fa che giocare con le nostre aspettative nei confronti della sorte, nota a tutti, del Gesù ufficiale. Ed ecco che, prima del previsto, fuori dalla sua storica giurisdizione, spunta Barabba, seguito da Erode Antipa, poi da Lazzaro, e così via: ogni capitolo aggiunge due piedi alla carovana di comparse eccellenti che, di fatto, ci sorprendono non facendo ciò che invece ci aspettiamo che facciano, fino alla stoccata decisiva, un colpo di scena commovente e, a seconda della prospettiva con cui si legge il libro, espiatorio – sì, insomma, niente spoiler, ma se dico “Vita di Gesù”, dopo la madre e parecchio prima della Maddalena, qual è il personaggio più disperato, quindi letterario, che vi viene in mente?

L’obiettivo dell’autore, però, non è soltanto quello di stupire scompaginando. Anzi. Riscrivere la storia di Gesù e trasformarla in un romanzo di formazione (o forse sarebbe meglio dire “di sostituzione”), significa, per Calaciura, donare all’eroe più popolare della cultura occidentale un substrato esperienziale che possa giustificarne la forza e l’ostinazione; cioè, più semplicemente, premettere all’effetto (noto) una causa (nuova, secolare). Operazione rischiosa – visto che pretendere di spiegare le ragioni di Gesù significa, in un certo senso, reinventare Dio, o riassegnarne la parte – eppure riuscita. Nel vestito di una scrittura più piana del solito ma comunque, da par suo, elegantissima, Calaciura ha confezionato un romanzo centrato, autorevole ed emozionante, nonché carico di sorprese.

L’ambientazione, in fondo, consentiva di tutto. Si veda, per una matrice, Memorie di Adriano, di Marguerite Yourcenar, con cui Io sono Gesù condivide, oltre al personaggio storico che parla in prima persona, il contesto di passaggio tra il politeismo e, naturalmente, il cristianesimo. Una parentesi che ha incoraggiato, dopo Yourcenar, l’azzardo umanista di Calaciura. La prima volta che, nel romanzo, compare la frase «Padre, perché mi hai abbandonato?» Gesù ha diciassette anni, non trentatré, e sta pensando a Giuseppe. Nella mente di un giovane che deve tutto alle persone prima che alle scritture, al materiale prima che al divino, non c’è creatore più stupefacente di un papà falegname. «Mio padre che faceva miracoli con il legno, con le sue mani onnipotenti, che aveva sgrossato dalle radici ogni animale della Creazione per il mio divertimento». Di chi si parla? Vuoi vedere – suggerisce Calaciura – che Dio, stringi stringi, non è altro che l’educazione, l’accudimento, il modo in cui restituiamo l’amore che abbiamo ricevuto da ragazzi?

Dopo l’ultima pagina di Io sono Gesù ci si chiede se si sia letto, per usare un gergo mutuato dal cinema, un prequel o un reboot. Se, cioè, Calaciura abbia voluto coprire il vuoto (insolito, misterioso) sulla giovinezza di Cristo o proporre un ipotetico “in realtà è andata così”, una vicenda alternativa, inzeppata di riferimenti suggestivi alla storia ufficiale. Il finale, che contiene sorprese, offre la possibilità di convincersi di entrambe le letture — anche se, da un punto di vista finemente letterario, la seconda ipotesi è più divertente. Soprattutto perché apre a un altro dubbio, che ci riporta a qualche rigo fa: quale delle due storie sarebbe stata migliore per lui, per Gesù? Quella con Dio – quindi la letteratura, la grandiosità – o quella (apparentemente) senza Dio – quindi la sua vita di uomo comune, ragazzo e figlio innamorato, realisticamente individualista, disperato per ragioni personali?

Si è più felici da persona o da personaggio?

Questo bel romanzo sembra il tentativo di restituire a Gesù un po’ del suo altruismo, e la possibilità di preoccuparsi solo di se stesso, della sua casa, di sua madre; un’autorizzazione a essere felice, o almeno sgravato dalle responsabilità; un modo laico per dirgli, a nome della letteratura, “Scusaci”, ma anche “Grazie”. Perché Cristo, che soffre, muore e resuscita ogni volta che lo si racconta, è in fondo la dimostrazione che il romanzo può vincere sulla realtà: che sarà mai, per una volta, se uno scrittore ricambia il favore, salvandolo?

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Il muro e la distopia di John Lanchester https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/muro-la-distopia-john-lanchester/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/muro-la-distopia-john-lanchester/#respond Wed, 08 Jul 2020 06:00:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43651 di Stefano Friani Nel momento in cui la distopia è a tal punto mainstream da essersi tramutata nel nostro presente, John Lanchester arriva un po’ col fiato corto, avendo rimasticato le paturnie collettive di ieri – il Muro (stavolta non lo pagherà il Messico), il Cambiamento (climatico, s’intende), gli Altri (disambiguazione: i migranti) – in […]

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di Stefano Friani

Nel momento in cui la distopia è a tal punto mainstream da essersi tramutata nel nostro presente, John Lanchester arriva un po’ col fiato corto, avendo rimasticato le paturnie collettive di ieri – il Muro (stavolta non lo pagherà il Messico), il Cambiamento (climatico, s’intende), gli Altri (disambiguazione: i migranti) – in un page-turner che si fa leggere come un breve e troppo ambizioso romanzo di intrattenimento sullo stato dell’unione, ricordandoci i giorni incantati in cui la Brexit sembrava la grande preoccupazione delle due isole, la maggiore minaccia per le statue erano i piccioni, e i coronavirus erano malattie esotiche in qualche regione della Cina di cui leggevamo nelle pagine degli esteri.

Il muro (traduzione di Federica Aceto, Sellerio), come magari si sarà già intuito grazie a un titolo non particolarmente fantasioso ma di sicuro effetto descrittivo, è una fortificazione di cemento che corre lungo tutta la costa britannica e serve a tenere fuori gli Altri, i disperati rimasti a galla in un mondo travolto dalle acque. Joseph Kavanagh, il protagonista dall’onomastica ammiccante, è un Difensore, una delle sentinelle di leva che per due anni è obbligata a scrutare le onde al freddo e al gelo per proteggere il tratto di costa assegnato; dovesse fallire, dovesse un Altro riuscire a penetrare nell’entroterra durante il suo turno di guardia, la pena potrebbe essere quella di venire buttato a mare.

In quest’universo il Regno Unito (chissà per quanto ancora) in cui ha vinto il Leave è finalmente riuscito a isolarsi dal resto del globo, pur coltivando ancora un’idea di grandezza degli imperiali bei tempi andati nel proprio orticello che dà «vari tipi di cavolo, il sedano rapa, le rutabaghe, le barbabietole rosse, le bacche». Sono finiti i tempi in cui «schiacci un pulsante ed esce il roast beef, mole di fagiano, frittelle di ceci con salsa di yogurt, salsa aioli, curry di scampi, soufflé di mango, sangue d’anatra saltato in padella, consommé». I campi, nemmeno a dirlo, sono stati «bruciati dal sole, i raccolti sono andati a male, i corridoi montani si sono sgretolati, i pozzi seccati», e il fatto che siano i droni e i robot a occuparsi dell’agricoltura, nemmeno quella sembra una buona notizia. Nelle lunghe notti solitarie, i Difensori ritrovano il sapore di casa solo quando sgranocchiano delle barrette energetiche con lo sguardo perso nell’orizzonte.

La pensata scelta iconografica della copertina Sellerio è una riproduzione di On The Edge di Andrew Wyeth, un novecentesco viandante sopra un mare di nebbia, il cui originale verrà perfino evocato nel romanzo. Sì perché dal mare baluginante in lontananza ci si attende sbuchi fuori un Altro pronto a farci rimettere il posto. «Per uno che entra uno deve uscire: per ogni Altro che riusciva a superare il Muro un Difensore veniva abbandonato in mare»: è questa la molla che sospinge la narrazione e carica di tensione le pagine. La sostituzione etnica che molto spaventa i razzisti di ogni latitudine ha il suo bel posto anche nell’apocalisse immaginata da Lanchester e il proprio perimetro va conquistato e difeso se si ha intenzione di restare all’asciutto, o se addirittura si coltiva l’ambizione vagamente meritocratica di entrare un giorno nella favoleggiata Élite.

A grande richiesta poi non poteva mancare anche la guerra generazionale – altro tema preso di peso dal presente e calato come una scure dentro alla dinamica della narrazione. Allo stesso identico modo dei suoi coetanei costretti a passare sul muro 729 giorni e notti, Kavanagh non ha alcuna simpatia per i suoi vecchi che hanno vissuto nell’epoca ante-muro né saprebbe come parlargli. «C’era il mondo dei nostri genitori, e adesso c’è il nostro mondo» si sente dire il protagonista. Il suo è il disagio di tutta una generazione di Difensori che non riescono a entrare in contatto in alcun modo con i genitori, nati e vissuti in un pianeta che aveva addirittura le spiagge. A loro volta, anche i boomer del libro aspettano che il figlio abbia la buona creanza di tornarsene in servizio per gustarsi un documentario sul surf e cullarsi tre le onde della cara nostalgia canaglia.

Ma non è finita qui. Ci sono i microchip che tanto spaventavano i grillini prima maniera, e come in tutti i romanzi a tema di questi ultimi anni anche il concepimento è diventato affare di stato. Quando Kavanagh e la compagna Hifa decideranno di diventare Figliatori per loro si spalancheranno le porte di un meritato riposo dallo scrutinio costante del mare immobile e l’ingresso nella distopia vera: la vita di coppia.

L’idea antieconomica di fortificare diecimila e più chilometri di costa, già accarezzata ai tempi delle guerre napoleoniche e dell’operazione Leone marino, maschera appena i difetti di approfondimento del libro, che se lascia intravedere i contorni del piccolo mondo custodito dal muro e ciò che viene lasciato fuori (una specie di Waterworld senza Kevin Costner con le branchie) non ci usa la premura di disegnare le relazioni sociali che intercorrono tra gli abitanti dei due ecosistemi non comunicanti. Gli Altri che hanno avuto l’ardire di tentare con successo il superamento della barriera in questo giochi senza frontiere versione acquatica sono messi di fronte alla scelta: tornarsene da dove sono venuti oppure diventare Aiutanti. «Quasi tutti scelgono di diventare Aiutanti. L’incentivo è che se dovessero avere figli, questi verrebbero cresciuti come normali cittadini» perché perfino nelle anti-utopie c’è lo ius soli. Per alcuni, invece, si spalancherà addirittura la carriera da Difensore, come succede al Capitano, il più inflessibile e rigido degli ufficiali. Almeno così sembrerebbe.

Sorvolando pietosamente su momenti a dir poco bizzarri in cui l’autore si cimenta con la «poesia concreta» e scrive versi a forma di albero, o quando a metà del primo capitolo la prospettiva scivola dalla seconda alla prima persona con la grazia di un elefante in cristalleria, il quinto romanzo di Lanchester è forse la profezia che ci meritiamo, scritta da un autore che sembra aver finalmente trovato una strada dopo molto girovagare, essendosi specializzato in questa narrativa della crisi, alla quale si era avviato con il ponderoso Capitale: Pepys Road (traduzione di Norman Gobetti, Mondadori). Apparso sette anni fa sull’onda lunghissima della Grande recessione, se quello era un vasto affresco di un boom e di un crack finanziario, l’automazione, il luddismo e il futuro tutt’altro che roseo rimangono le ossessioni di Lanchester, che nel periodare del suo ultimo libro, però, fa più il verso a La strada di McCarthy.

I muri col loro bel corollario di filo spinato, si sa, non mancano mai nelle utopie negative, ce ne erano sia in Noi di Zamjatin sia in 1984 di Orwell, e senza andare a scomodare Berlino e la solita canzone del solito gruppo (Another Brick in the Wall dei Pink Floyd se davvero ve lo steste chiedendo), la nostra sembra essere più epoca di porte – rimanendo nel fertile immaginario di infissi e serramenta. In Numero undici, Jonathan Coe aveva indicato il vero precursore di questa tendenza in H.G. Wells col seminale racconto La porta nel muro. Gli epigoni moderni, tutt’altro che pallidi, sono sicuramente stati Exit West di Mohsin Hamid e Basma Abdel-Aziz con La fila.

Se è vero che le distopie si leggono per la loro capacità predittiva e non certo per la loro letterarietà, la maggior pecca di Il muro come quella di tanti altri parti di futurologi più fervidi è di non aver saputo immaginare che al posto di una grande muraglia a tumularci sarebbero bastate quattro mura, quelle di casa, e che a tenerci sotto chiave sarebbe stata la tanatofobia, il civismo e lo stato d’emergenza. Su una cosa almeno però Lanchester ci aveva visto giusto: «il nemico invisibile» (ah, avere un copeco per ogni volta che l’abbiamo sentita) sono sempre e immancabilmente gli Altri, quelli che vanno a correre, a aperitivare, a portare a spasso il cane, o magari solo a scavalcare un muro.

(Foto)

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Lo strano caso di Henri Girard https://minimaetmoralia.it/interviste/lo-strano-caso-henri-girard/ https://minimaetmoralia.it/interviste/lo-strano-caso-henri-girard/#respond Sat, 19 Oct 2019 06:00:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41269 Nella notte tra il 24 e il 25 ottobre 1941 nel castello di Escoire, in Francia, si trovano quattro persone: Henri Girard, suo padre Georges, sua zia Amelie, e la domestica Marie. La mattina seguente solo Henri Girard è ancora vivo. Gli altri tre sono stati brutalmente assassinati a colpi di roncola. Alcuni dettagli importanti: […]

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Nella notte tra il 24 e il 25 ottobre 1941 nel castello di Escoire, in Francia, si trovano quattro persone: Henri Girard, suo padre Georges, sua zia Amelie, e la domestica Marie. La mattina seguente solo Henri Girard è ancora vivo. Gli altri tre sono stati brutalmente assassinati a colpi di roncola. Alcuni dettagli importanti: Henri Girard è la persona cui prodest il triplice delitto, perché erediterà le immense fortune di famiglia; nessun possibile ingresso al castello presenta segni di effrazione, per cui si presume che l’assassino si trovasse già al suo interno; l’arma del delitto, che abbiamo già detto essere una roncola, era stata chiesta in prestito da Henri Girard pochi giorni prima ai custodi del castello; una mano di Henri Girard presenta ferite compatibili con l’utilizzo della roncola stessa.

Il caso sembra quindi poter trovare velocemente una soluzione scontata: eppure Henri Girard – subito sospettato, e recluso in prigione per 19 mesi in attesa di essere giudicato – al termine del processo, che si svolge tra il 27 maggio e il 2 giugno del 1943, viene assolto. È uno degli errori giudiziari più clamorosi di sempre?

Lo scrittore francese Philippe Jaenada torna su questa storia a più di settant’anni di distanza con Lo strano caso di Henri Girard, pubblicato quest’anno da Sellerio. In parte romanzo, in parte non-fiction, il libro segue una traiettoria errabonda nella biografia di Henri Girard; giocando con l’attesa e l’impazienza del lettore, che freme per giungere al cuore della vicenda, all’omicidio e alla storia di questa improbabile assoluzione, Philippe Jaenada sceglie di raccontare innanzitutto ciò che precede e segue quella notte. La prima sorpresa arriva qui: una pagina dopo l’altra ci si rende conto di quanto la vita di Girard meriti di essere narrata a prescindere dal fatto di cronaca che l’ha segnata. Prima del triplice omicidio, quella di Henri Girard è una storia di formazione che velocemente assume i tratti della storia di guerra, in una Parigi sotto l’occupazione nazista. In seguito arriveranno la storia della letteratura, e quella del cinema: dopo la tragedia, nella sua vita c’è un periodo trascorso in Sudamerica facendo principalmente l’autista, guidando anche un camion carico di materiale esplosivo; poi, la scrittura di un romanzo ispirato proprio a tale esperienza, Il salario della paura, firmato con lo pseudonimo di Georges Arnaud, composto dal nome del padre e dal cognome della madre – dal libro verrà tratto un film interpretato da Yves Montand e diretto da Henri-Georges Clouzot (che, curiosamente, unisce nel proprio i due nomi con cui Girard si farà chiamare nel corso della sua esistenza); infine, una carriera giornalistica con cui svolgerà un ruolo di primo piano nel dibattito politico e culturale francese, spendendosi, tra le altre cose, per la causa algerina.

Il materiale per una buona storia di certo non manca. «Sì, esatto. In effetti, l’argomento è caduto dal cielo (ciò che dico nel libro è vero: il nipote di Henri Girard era il padre del migliore amico di scuola di mio figlio), ed è un ottimo soggetto, davvero, in ogni modo. Non ho merito quanto alla sostanza del romanzo, non viene da me, non ho inventato», mi dice Jaenada. «Il mio lavoro di scrittore e romanziere ha quindi consistito nel dargli forma. E non dovevo sbagliarmi, non dovevo rovinare il soggetto. È stato lungo, complicato, ma appassionante. Ho avuto due problemi principali, due ostacoli. Innanzitutto, la vita di Henri Girard nella sua interezza e l’atmosfera del tempo mi sono sembrate molto importanti per capire “il cuore della vicenda”, come dici tu, per capire tutto, quindi. Non potevo semplicemente trattarli rapidamente, in pochi paragrafi, e dedicare quasi tutto il libro alla notizia, alla storia criminale, ma avevo un problema cronologico: il dramma del castello arriva molto presto nella vita di Henri Girard, se lo avessi inserito in ordine di tempo avrei avuto ancora centinaia di pagine da scrivere – e il lettore centinaia di pagine da leggere… – con la vera tensione drammatica (e al tempo stesso la suspense) già venuta meno dopo la “soluzione” dell’enigma del triplice omicidio. Non mi sembrava possibile, era un ritmo generale troppo traballante. Quindi ho rischiato di raccontare la storia di Henri Girard, interamente, con una piccola area sfocata a 24 anni, e poi di guardare in profondità in questa “piccola area sfocata”».

Nella sua autobiografia, Sono uno scapestrato, è del resto lo stesso Henri Girard a presentare la sua vita come divisa in due: «Avete visto questo ragazzino gentile, il bravo Girard, l’avete visto il ragazzo di buona famiglia beneducato. È morto, Girard è morto un mattino d’ottobre insieme al padre e alla zia. Il nuovo Henri Girard che avete davanti è nato in una prigione, nel freddo, nella fame e nell’odio, tra i criminali. Finita la cortesia, finite le buone maniere, al diavolo l’ipocrisia, ho altre cose da fare adesso». (Piacerebbe molto a David Lynch, credo, questa doppiezza, due nomi e due personalità diverse cui corrisponde sempre lo stesso corpo: Henri Girard diventa Georges Arnaud un po’ come Betty diventa Diane in Mulholland Drive, ma il passaggio non avviene con uno spettacolo al Club Silencio, bensì con un bagno di sangue nel castello di Escoire.)

A un certo punto, inevitabilmente, si arriva dunque al cuore della vicenda, che riserva altre sorprese. Non solo ci sono diverse possibili spiegazioni per l’assoluzione di un imputato ritenuto colpevole praticamente da chiunque, alcune delle quali davvero sorprendenti; ma inizia presto una terza parte del libro in cui Jaenada ribalta la prospettiva: Henri Girard forse è davvero innocente, ci sono diversi indizi a sua discolpa, bisogna semmai spiegare perché e in che modo si sia indagato esclusivamente su di lui, e quali altre piste avrebbero potuto seguire invece gli investigatori. «Il secondo problema, ovviamente, era come affrontare la sua innocenza o colpevolezza», mi spiega Jaenada. «Sembrava troppo semplice, e poco utile, dire: “La gente dell’epoca era ignorante, tutti pensavano che fosse colpevole quando non era lui”. Volevo capire in primo luogo ciò che avevano compreso gli osservatori del 1941 e del 1943 – cioè la polizia, la magistratura, i giornalisti, la società – che erano umani esattamente come lo siamo oggi, non più stupidi o malvagi, potrei pensare. E solo allora, mostrare che con il tempo, il rinculo, nella calma, possiamo vedere le cose in modo diverso.

È un libro sulle apparenze e sui nostri giudizi che spesso ci ingannano». Qui potremmo ricordare una delle più preziose lezioni di Heidegger, senza tradirne troppo il senso originale: «forse è dimostrabile soltanto ciò che è essenzialmente senza importanza, e tutto ciò che ha bisogno di venir dimostrato, non ha forse in sé rilevanza alcuna». Philippe Jaenada è rigoroso, è efficace, è convincente nelle sue argomentazioni, ma non arriva a togliere qualsiasi dubbio sulla colpevolezza di Henri Girard, né a incriminare definitivamente colui che individua come potenziale vero assassino; né gli interessa farlo.

L’essenziale, nel libro di Jaenada, non è l’identikit del colpevole, ma qualcosa che non ha bisogno di venir dimostrato, come il trascorrere del tempo, o il rapporto tra un padre e un figlio. Sotto questo aspetto, si dimostra fondamentale il ruolo del narratore, vale a dire dello stesso Philippe Jaenada, all’interno del libro. È lui, con la sua presenza, a portare l’elemento di fiction, il romanzesco, nella storia vera di Henri Girard; a collegare le vicende con quelle dei suoi libri precedenti; a invitare il lettore a ragionare insieme a lui, non semplicemente a seguirlo. «Ancora una volta, è esattamente così. In precedenza (i miei primi sette romanzi), parlavo solo di me stesso – non ero proprio io, ma personaggi che mi assomigliavano, che vivevano cose che avevo vissuto. Quando ho deciso di raccontare altre vite, ho avuto l’idea di rimanere un po’ in parallelo. Per due motivi: primo, è vero, il libro è un romanzo, non una biografia, una tesi o un lungo articolo di giornale. Mi metto un vincolo: rispettare assolutamente la realtà storica, non inventare il minimo dettaglio (anche un colore di abbigliamento, per esempio), non modificare il più piccolo fatto  perché mi conviene. Ma per non essere “asciutto” ci vuole finzione, o una possibile finzione. Sono io, le mie piccole avventure, a svolgere questo ruolo (quello che dico su di me, non sappiamo se sia vero o falso). La mia presenza (ma sono davvero io?) aiuta a trasformare una storia vera in un romanzo, in letteratura. Ma soprattutto, e ancora una volta hai ragione, sono ossessionato dal tempo. Non voglio che il passato sia considerato qualcosa di chiuso, distante, finito, sepolto in una cassa sul fondo dell’Atlantico. Voglio creare collegamenti, “attraversare” i personaggi, “vederli”, passando sulle loro tracce nello spazio, se non nel tempo. E nel collegare il passato al presente, spero che il mio personaggio (che non è un eroe, che è timido, goffo, che fa errori, che è “normale”), possa essere un ambasciatore per il lettore. Cerco di accompagnare il lettore sulle orme del passato, o meglio, come dici tu, di agire al suo posto, di parlare al suo posto, di fare da rappresentante, un avatar piuttosto che una guida».

L’insistenza di Jaenada sui casi di cronaca (prima di Henri Girard, in Sulak era stato il turno di Bruno Sulak, “ladro gentiluomo”, e in La petite femelle di Pauline Dubuisson, condannata all’ergastolo per aver ucciso il suo ex fidanzato), in effetti, non è dovuta solo a un interesse per le storie criminali, ma anche, forse soprattutto, all’abbondanza delle fonti disponibili, necessarie a creare quei collegamenti. «Mi piace la cronaca nera come piace quasi a tutti, vale a dire mi piacciono i romanzi polizieschi, le trasmissioni televisive, le rubriche sui giornali… quindi questo è un motivo per cui la uso per i miei libri. Ma ce ne sono altri due: il primo è che non mi piace “inventare” (non so se non mi piace o se non ho immaginazione, ma diciamo che “non mi piace”). I fatti sono quindi un supporto perfetto per me, una buona materia prima. E soprattutto, non sono particolarmente affascinato dal sangue, dall’omicidio, dalla morte (per niente), ma quando c’è un crimine, ci sono necessariamente delle indagini. Gli agenti di polizia o i giudici hanno scritto moltissimi rapporti e hanno intervistato dozzine e dozzine di persone, che conoscevano il protagonista nella sua infanzia, al lavoro, in famiglia, che lo hanno frequentato per quindici anni o che l’hanno visto solo dieci minuti prima del crimine. Ciò restituisce un ritratto molto completo, molto vario, con tante sfaccettature, diverse angolazioni. (Conosco Henri Girard meglio di mia madre, penso, e in ogni caso non ci sono state cinquanta persone che mi hanno raccontato ciò che sapevano di mia madre in diversi momenti della sua vita.) L’indagine è un ottimo strumento, un materiale straordinario per uno scrittore. Non ho una passione per gli assassini o i sospettati di omicidio. Ma se volessi raccontare la vita di un veterinario o di un fornaio negli anni ’30, ad esempio, dove troverei centinaia di informazioni su di lui?». Eppure è proprio il crimine a dare il titolo originale al libro, che in francese è La serpe, cioé la roncola, vale a dire proprio l’arma del delitto. «La scelta del titolo non è stata facile. Volevo che il libro fosse una storia umana, una storia di civiltà, ma anche un enigma, una storia di polizia – qualcosa di un po’ leggero, allora. Volevo che ci fosse la parola roncola. Ma tutto quello a cui ho pensato era o troppo serio, o troppo triste, o troppo “campagnolo”, o troppo poliziesco, o troppo “da piccolo romanzo di seconda categoria” (“A colpi di roncola”, per esempio). Ho detto al mio editore: “Mi dà fastidio, vorrei un titolo con roncola, cerco, cerco, provo tutto, ma non trovo nulla di buono”. Ha risposto: “Stai cercando un titolo con roncola? La roncola”. Aveva ragione».

(Fonte foto)

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Roberto Alajmo: abbandono, perdita e liberazione Nell’estate del 78 https://minimaetmoralia.it/libri/alajmo-abbandono-perdita-e-liberazione-estate-del-1978/ https://minimaetmoralia.it/libri/alajmo-abbandono-perdita-e-liberazione-estate-del-1978/#respond Fri, 23 Mar 2018 09:29:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36679 L’estate del 1978 è per Roberto Alajmo quella della maturità, quella delle giornate lunghe passate a Mondello a studiare con gli amici in preparazione degli esami, ma è anche il momento in cui sua madre decide di abbandonarlo, lasciando la casa di famiglia per poi andarsene definitivamente soltanto pochi mesi dopo. L’estate del ’78 (Sellerio) […]

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L’estate del 1978 è per Roberto Alajmo quella della maturità, quella delle giornate lunghe passate a Mondello a studiare con gli amici in preparazione degli esami, ma è anche il momento in cui sua madre decide di abbandonarlo, lasciando la casa di famiglia per poi andarsene definitivamente soltanto pochi mesi dopo.

L’estate del ’78 (Sellerio) segue il movimento di una fine adolescenza e di un doppio sentimento inscindibile che fonde insieme perdita e abbandono, un dolore che Alajmo rivede e rilegge a posteriori ricostruendo la sua vita e mettendo a confronto pezzi di un’intimità famigliare non più ricomponibili, ma almeno affiancabili gli uni agli altri: la malattia del padre, l’ansia della morte, la propria paternità e poi la depressione della madre avvallata da una scriteriata cura farmacologica che si trasforma in dipendenza letale.

Roberto Alajmo mette a nudo quarant’anni di storia privata restituendo al lettore una sorta di comune destino di quando ancora il tempo della storia pubblica penetrava nelle case di una famiglia qualunque con le tensioni politiche e le nuove tendenze culturali, un viaggio nella memoria che mostra in maniera esemplare cosa significò la fine di un discorso pubblico capace di portare il privato, il famigliare ad un piano sempre nuovo, un discorso che oggi pare arenatosi tra ansie e angoscie, tra psicosi e paranoie incapaci di ogni svolgimento ed elaborazione.

Se la polvere del tempo sembra depositarsi sulla memoria prendendo la forma di episodi a tratti solitari a tratti confusi tra i dolci del Natale e gli auguri dei compleanni, così la scrittura di Roberto Alajmo restituisce una narrazione in cui il passato si affianca al presente, la paura per il destino di Arturo – figlio di Roberto – si scontra con il ricordo di un se stesso adolescente impaurito e solo, gli amici sempre sullo sfondo, vicini, ma non sufficienti di fronte al dolore di un abbandono materno.

Tuttavia, non manca una giusta dose di leggerezza e di ironia, un fluido che Alajmo sa distribuire tra le sue pagine con sapiente delicatezza, una qualità che sempre è presente nei suoi libri, ma che in questo caso riluce ancora di più per la formidabile tenerezza che è in grado di trasmettere.

Una narrazione che si affianca docilmente ai fatti, dai più banali eppure fondamentali per la costruzione della memoria, ai più tragici che sfumati assumono uno sguardo comune e condiviso: gli abbracci con il padre e con il fratello, il ricordo del sorriso materno e la riproposizione delle sue lettere e infine il mondo allora infinito e oggi esauritosi di una famiglia fatta di zii e zie, cugini e parenti più o meno lontani e che oggi sembra racchiudersi nel nucleo cosmopolita eppure ridotto fatto da Arturo e dalla compagna Annick. Un famiglia piccola che contiene quello che fu il caos del mondo famigliare passato, quasi un individuo fatto di radicali diversità, ma conscio della propria inscindibilità.

Non è però una questione di dimensioni e nemmeno di qualità dell’affetto, Alajmo indugia invece sulla capacità individuale di sapersi affrancare dal narcisismo di un monologo sentimentale che dichiara per sé – fino alla scoperta della vicina venuta al mondo di Arturo – un passato ripetibile e quindi autoreferenziale, la volontà di una morte da stabilire a priori in nome di un tempo che ha già stabilito limiti e norme. Si affaccia così quasi timidamente un terzo movimento quello della liberazione, un movimento che si specchia proprio nella figura del figlio ossia in quella di un esistenza già vissuta eppure ancora del tutto sconosciuta, anzi a tratti irriconoscibile. E sarà proprio l’autonomia apparentemente distaccata di Arturo a restituire a Roberto la cornice di senso dento al quale vide dimenticare se stesso in nome e per colpa di un dolore difficilmente pronunciabile.

Un libro denso, fatto anche delle fotografie famigliari che compaiono come segnalibro all’interno delle pagine, quasi a ribadire veridicità non tanto al narrare, ma al ricordare. Un noir sentimentale, delicato e doloroso in cui i personaggi – perché così sono voluti ed esplicitati dall’autore – rimettono in scena un padre ed una madre, un fratello. E al tempo stesso un narratore che si fa a sua volta figlio, padre e compagno.

Ricordare è dunque inventare, ma anche restituire vita, non al tempo che fu, non al padre o alla madre, ma a se stessi, non conta che si sia autore o lettore della vicenda riportata alla luce. L’estate del ’78 vive così pienamente la declinazione di un libro senza sconti al proprio tempo che senza sente il limite di una narrazione che sa parlare tra storia pubblica e privata non a degli spettatori, ma a dei cittadini, a chi quel tempo lo ha vissuto come a chi lo vive oggi diversamente e ugualmente tra continue e strazianti contraddizioni.

Immagine di Alessio Mumbo Jumbo

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La Questione Meridionale 2.0 https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-questione-meridionale-2-0/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-questione-meridionale-2-0/#comments Sat, 08 Aug 2015 09:01:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28124 Covava sotto le braci, e il rapporto Svimez ha riacceso nei media (e scritto sull’agenda del governo) un’emergenza questione meridionale che nel paese reale era il pane quotidiano – una normalità spesso difficilissima – già da molto tempo. Vorrei provare a dare un piccolissimo quadro del dibattito in corso. Tra gli articoli usciti in questi […]

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Covava sotto le braci, e il rapporto Svimez ha riacceso nei media (e scritto sull’agenda del governo) un’emergenza questione meridionale che nel paese reale era il pane quotidiano – una normalità spesso difficilissima – già da molto tempo. Vorrei provare a dare un piccolissimo quadro del dibattito in corso. Tra gli articoli usciti in questi giorni, segnaliamo il contributo di Oscar Iarussi (che da qualche anno sotto la sigla #tunonconosciilsud sta portando avanti un gruppo di ragionamento sul Meridione dopo che molti precedenti gruppi di ragionamento hanno fatto perdere le proprie tracce), quello di Alessandro Leogrande su Internazionale, la lettera di Roberto Saviano a Matteo Renzi, il racconto degli scrittori “emigrati” (Arnaldo Greco, Nadia Terranova, Cristiano De Majo, Alcide Pierantozzi) così raggruppati in un pezzo per Rivista Studio, un lungo pezzo di Giso Amendola, Girolamo De Michele, Francesco Ferri, Francesco Festa uscito su Euro Nomade.
Io, qualche mese fa, avevo provato a spiegare le ragioni del tramonto della Primavera Pugliese in questo lungo articolo per Internazionale. E poi ho scritto questo pezzo uscito ieri su “Repubblica”.

di Nicola Lagioia

È nelle ultime pagine de Il giorno della civetta che un profetico Leonardo Sciascia introduce il tema della “linea della palma”. Il capitano Bellodi e il suo amico Brescianelli chiacchierano per le strade di Parma, in apparenza lontani dalla Sicilia mafiosa che è stata al centro del romanzo. “Bisogna andare in Sicilia per constatare quanto è incredibile l’Italia”, risponde il narratore a una battuta di Bellodi. E Brescianelli: “Forse tutta l’Italia sta diventando Sicilia […] gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno […] E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già oltre Roma”.

Nell’estate del 2015, mentre vampe di caldo africano esplodono inclementi a Milano come a Palermo, si è riaccesa la questione meridionale. Sbaglia chi la reputa altro da sé, e non il cuore della questione nazionale. Chi non capisce il Sud non capisce l’Italia. Se volete una stele di Rosetta per risolvere il mistero del geroglifico che siamo, venite a Taranto, ad Agrigento, a Napoli, a Crotone. In nessun luogo come nel Mezzogiorno ci sono gli strumenti per assemblare la bussola necessaria a non smarrirsi tra i labirinti anche del Mose o di Mafia Capitale (per non tacere dei già dimenticati scandali dell’Expo), e magari per uscirne.

Non sembri dunque strano che – a fronte di una situazione economica sempre sconcertante – il Sud rimane formidabile per produzione di immaginario. Basti pensare al cinema e alla letteratura. Anime nere di Francesco Munzi (parabola elisabettiana conficcata nella Calabria della ‘ndangheta) ha trionfato agli ultimi David di Donatello e viene esaltato da «New York Times» e «Village Voice». È il napoletano Paolo Sorrentino l’ultimo vincitore italiano di un Oscar, ed è ispirato al libro di un altro campano (Gianbattista Basile rivisitato da Matteo Garrone) uno dei nostri film che più gira il mondo in questo periodo. Gomorra è tra le poche serie televisive italiane a non sfigurare oltreconfine. Continuano a girare il mondo anche le storie di Andrea Camilleri e Elena Ferrante. Fatte le eccezioni come nel caso di Sellerio, resta però grande la distanza tra idee e loro messa a frutto: vinca il premio Strega uno scrittore di Bari o di Caserta, non lo fa con una casa editrice pugliese o campana. Se l’immaginario del Sud risulta tanto fecondo, è allora proprio perché nel Meridione esplodono con più chiarezza le contraddizioni di un intero paese.

All’Italia manca un piano industriale? Ecco che Taranto (ossia la scelta assurda tra sviluppo e salute) diventa il simbolo di un dramma che investe oggi il capitalismo globale. I diritti dei lavoratori vengono minacciati ovunque? Ecco che nelle campagne del sud si muore per trenta euro al giorno stremati dal caldo (e dal caporalato) come ai tempi di Di Vittorio. Non mancano testacoda tra disastro e progresso. Mentre in un’Italia retrograda redarguita da Strasburgo (derisa da Barcellona a Amsterdam) l’omosessualità resta un tabù, per il popolo di Puglia e Sicilia non è stato un ostacolo quando si è trattato di eleggere il Presidente di regione.

Insomma, così come la Grecia ha rappresentato quest’estate l’osservatorio da cui capire a che punto è la notte in tutta Europa (se volete indagare lo spirito di Wolfgang Schäuble, cercatelo tra le strade di Atene), la stessa cosa si può dire del Mezzogiorno per l’Italia. Il che vale anche rispetto agli umori del Palazzo. Negli ultimi anni sono arrivate più lamentazioni da nord che da sud. Mi è anzi sembrato incredibile il modo in cui il tessuto sociale ha retto in Meridione nonostante i numeri devastanti su economia e lavoro. Ecco perché non capisco le accuse di piagnisteo del Presidente del Consiglio. O meglio, riesco a decifrarle avendo come cartina di tornasole un operaio dell’Ilva tarantina o un bracciante di Rosarno. Renzi non solo vorrebbe che non si lamentassero, ma che stessero sereni. A ulteriore conferma che l’Italia si rispecchia da opposte sponde, potremmo dirla con le strofe di un Gran Lombardo: “e sempre allegri bisogna stare, ché il nostro piangere fa male al re”.
Se ne esce insieme, o non se ne uscirà per niente.

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Giudice, che il dubbio sia sempre con te https://minimaetmoralia.it/libri/giudice-che-il-dubbio-sia-sempre-con-te/ https://minimaetmoralia.it/libri/giudice-che-il-dubbio-sia-sempre-con-te/#respond Sat, 11 Feb 2012 09:22:30 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6522 La recensione di Giorgio Vasta al romanzo «Per legge superiore» di Giorgio Fontana (Sellerio), uscita la scorsa domenica sul «Sole 24 Ore».

All’interno di Per legge superiore (Sellerio 2011) – il nuovo romanzo di Giorgio Fontana che seguendo di alcuni mesi la riflessione sul presente italiano contenuta in La velocità del buio (Zona 2011) conferma l’attitudine coraggiosamente analitica dello scrittore milanese, riscontrabile anche dalla lettura del suo blog – si attivano due percorsi che entrano in dialogo con due differenti film.

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La recensione di Giorgio Vasta al romanzo «Per legge superiore» di Giorgio Fontana (Sellerio), uscita la scorsa domenica sul «Sole 24 Ore».

All’interno di Per legge superiore (Sellerio 2011) – il nuovo romanzo di Giorgio Fontana che seguendo di alcuni mesi la riflessione sul presente italiano contenuta in La velocità del buio (Zona 2011) conferma l’attitudine coraggiosamente analitica dello scrittore milanese, riscontrabile anche dalla lettura del suo blog – si attivano due percorsi che entrano in dialogo con due differenti film.
Nell’incipit, il Palazzo di Giustizia di Milano cade a pezzi: il marmo è attraversato da crepe e l’intera struttura è stata imbracata in un’armatura di lastre in cui penetrano chiodi a espansione. Osservandoli, Roberto Doni, il sostituto procuratore ultrasessantenne protagonista del romanzo, riflette: “Quegli oggetti avevano qualcosa di morale, naturalmente. Il luogo della Giustizia piegato alle leggi più alte della materia.”
Vengono in mente le sequenze di un film nodale per la comprensione di come possa declinarsi la giustizia in Italia.
Quando nel 1971 Dino Risi dirige In nome del popolo italiano, la sceneggiatura di Age & Scarpelli prevede che il luogo dove si amministra il diritto sia così pericolante da imporre un trasferimento d’urgenza in un’altra sede (una caserma, con tutte le implicazioni metaforiche del caso).
Se il tribunale è lo spazio in cui si articola il potere giuridico, questo è senz’altro tarato sulla caducità umana, sui suoi vacillamenti, sul suo impulso al crollo. In Per legge superiore il Palazzo è intenzionalmente unidimensionale e privo di doppifondi: l’amministrazione della giustizia non ha a che fare con i segreti ma con una prosaica umanissima trascuratezza (parafrasando Hannah Arendt potremmo parlare di una “banalità del bene” – o del tentativo di compierlo).

Roberto Doni – un’ultima porzione di carriera da perfezionare, un legame fragilmente robusto con la moglie Claudia, geografia e sensibilità che lo scagliano a distanze siderali dalla figlia Elisa – attraversa questo involucro nella consapevolezza che la legge è “la sola approssimazione della giustizia che abbiamo”. Da parte sua nessuna esaltazione dei legislatori (tutt’altro: per Doni il disincanto è uno sguardo sul mondo che si sottrae tanto alle idealizzazioni quanto alle demonizzazioni, un punto di vista che riduce il riverbero emotivo quasi a zero); soltanto la certezza che questa approssimazione – opinabile, migliorabile – è uno strumento del quale non si può fare a meno.
Fino al giorno in cui qualcosa mette in crisi la percezione del mondo a cui Doni ha scelto di affidarsi.
Qui si attiva il secondo percorso, in dialogo stavolta con una narrazione cinematografica che nel 1957 aveva raccontato il legame necessario tra giustizia e dubbio.
In La parola ai giurati Sidney Lumet (su soggetto di Reginald Rose) descrive  il progressivo e contrastato riorientarsi di un pensiero: soltanto tramite un tenace esercizio di scetticismo (che trova nello sguardo risolutamente inerme di Henry Fonda una sintesi perfetta), dodici giurati passano dalla certezza quasi unanime della colpevolezza di un imputato per omicidio fino alla sua assoluzione.
Nel romanzo di Fontana, a incarnare il senso di questa obiezione a ciò che appare talmente ovvio da risultare indiscutibile – l’implicazione di Khaled, un immigrato tunisino, in un’aggressione – è Elena Vicenzi, una giornalista free lance che propone a Doni un’altra ricostruzione dei fatti.
Scriveva Emily Dickinson: “Non lo sai che la parola no è la parola più selvaggia che affidiamo al Linguaggio?”.

In Per legge superiore la parola che seduce il mondo e lo sovverte non è la negazione netta (ovvero qualcosa che nella sua radicalità rischia di semplificare) bensì il ma. In questa congiunzione che limita e oppone si produce un colpo di reni, quel coincidere di esitazione e ripensamento che è in sé condizione di civiltà.
Elena Vicenzi è un ma. La sua vita quotidiana – giornalista free lance ma anche libraia part-time e ghost writer, dunque una persona che come tantissimi prova a galleggiare nell’arcipelago del lavoro contemporaneo – è fatta con la materia del dubbio. I suoi dialoghi con Doni – tra i più belli del libro – sono rivelatori di una condizione della contemporaneità, qualcosa di incandescente con cui è difficile confrontarsi. Se infatti Elena, dall’alto del suo presente frantumato, vuole vincolare Doni a un “fattore di coscienza”, dunque a un continuo farsi carico delle storture del mondo, dal canto suo il sostituto procuratore chiarisce che nessuno può sottrarsi alla propria vulnerabilità etica. In altri termini, tra ciò che consideriamo giusto e ciò che di giusto riusciamo a fare esiste uno scarto che è oggi la misura delle nostre contraddizioni.
Gli escamotage disponibili sono diversi: abbandonarsi a una complessiva moratoria morale rifugiandosi nella logica del “Lo fanno tutti”, “È così dappertutto”, oppure affidarsi alla strategia involuta – e italianissima – del “male minore” (ancora Arendt: “Chi sceglie il male minore dimentica rapidamente di aver scelto a favore di un male.”)

Ma esiste una terza via.
Nel romanzo di Fontana, come un contrappunto, torna il riferimento al Testamento che Doni sta scrivendo. Non tanto una questione notarile, quanto la descrizione di una visione del mondo in cui si concentrano dubbi profondamente umani. Questo regolamento di conti con la propria storia non può che venire di continuo emendato e riscritto, come se il senso della giustizia non potesse che essere una scrittura in costante divenire, un succedersi dialettico di decifrazioni dell’esistente e di nuovi tentativi di codificazione. Un tendere verso.
Nel telaio in rovina dell’amministrazione della giustizia è essenziale ostinarsi a pensare che la possibilità di riparare un torto sia un fuori scena decisivo, l’allusione a qualcosa che deve esserci ma non sempre è raggiungibile.
La giustizia – questo il fattore di coscienza che Per legge superiore ci mette a disposizione – è un continuo indispensabile presentimento.

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Prendiamo sul serio il nostro futuro https://minimaetmoralia.it/interventi/prendiamo-sul-serio-il-nostro-futuro/ https://minimaetmoralia.it/interventi/prendiamo-sul-serio-il-nostro-futuro/#comments Mon, 16 May 2011 08:26:52 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4341 La scuola è risorsa essenziale per il libero sviluppo delle persone e per la crescita sociale, economica, culturale e civile di ogni Paese. In particolare, la scuola pubblica statale è luogo del pluralismo, affidato a docenti reclutati in base alla propria professionalità e non alle convinzioni politiche, alle fedi religiose o all’appartenenza a qualsiasi gruppo o […]

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La scuola è risorsa essenziale per il libero sviluppo delle persone e per la crescita sociale, economica, culturale e civile di ogni Paese.
In particolare, la scuola pubblica statale è luogo del pluralismo, affidato a docenti reclutati in base alla propria professionalità e non alle convinzioni politiche, alle fedi religiose o all’appartenenza a qualsiasi gruppo o associazione o categoria.La scuola pubblica statale è perciò anche luogo di integrazione tra individui provenienti da diversi ambienti familiari, sociali, culturali.
Dobbiamo tutti fare qualcosa per la scuola di tutti. Non dobbiamo lasciarla sola a chiedere attenzione.
Facciamo dell’istruzione un tema centrale di discussione tra i cittadini, nelle scuole e in ogni altro luogo di incontro.

Lettera aperta al Presidente della Repubblica, al Parlamento e al Governo.

Promossa dagli Editori Marco Cassini e Daniele di Gennaro (minimum fax), Carmine Donzelli, Federico Enriques (Zanichelli), Carlo Feltrinelli, Sandra Ozzola Ferri e Sandro Ferri (E/O), Sergio Giunti e Bruno Mari (Giunti), Alessandro e Giuseppe Laterza, Stefano Mauri (Gruppo Mauri Spagnol), Paolo Mieli (RCS), Antonio e Olivia Sellerio.

La scuola è risorsa essenziale per il libero sviluppo delle persone e per la crescita sociale, economica, culturale e civile di ogni Paese. In Italia lo è sempre stata: ha reso un insieme di sudditi analfabeti degli antichi stati una comunità di cittadini italiani. Lo è ancora più oggi, in un’epoca in cui il “capitale umano”, l’insieme delle conoscenze di cui disponiamo, è il fattore decisivo per il successo degli individui e delle nazioni.

L’articolo 34 della Costituzione Italiana sancisce inequivocabilmente che “i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. In passato il diritto dei più deboli nella società italiana è  stato garantito soprattutto dall’estensione dell’obbligo di frequenza della scuola pubblica (nella “scuola pubblica” la legge italiana comprende anche le scuole paritarie a gestione privata), e dalla qualità del suo insegnamento, che hanno riscattato dalla miseria milioni di cittadini.

In particolare, la scuola pubblica statale è luogo del pluralismo, affidato a docenti reclutati in base alla propria professionalità e non alle convinzioni politiche, alle fedi religiose o all’appartenenza a qualsiasi gruppo o associazione o categoria. Nel mondo globalizzato è fondamentale conoscere chi è lontano da noi, per saperne cogliere i valori e le potenzialità, e perché altri possano conoscere – a loro volta – i nostri valori e le nostre potenzialità.

La scuola pubblica statale è perciò anche luogo di integrazione tra individui provenienti da diversi ambienti familiari, sociali, culturali. Nella scuola pubblica  statale bambini e ragazzi di diversa estrazione sociale imparano ad apprezzare la diversità. Nella scuola pubblica statale il patrimonio culturale della famiglia entra in contatto in modo fertile con quello di altre famiglie.

Questa è la missione della scuola pubblica statale diversa da ogni altra istituzione formativa, che legittimamente si proponga altre finalità a partire da una visuale parziale della cultura, della religione, della società, dell’economia. Se, infatti, è un diritto di ogni famiglia mandare i propri figli a scuola solo insieme a chi condivide la stessa visione del mondo (la libertà di insegnamento è infatti riconosciuta dall’articolo 33 della Costituzione), per il benessere della società nel suo insieme è conveniente e auspicabile che la grande maggioranza dei cittadini abbia una formazione comune ispirata ai valori del pluralismo e della Costituzione.

Per rendere effettivo questo principio lo Stato deve investire più risorse nell’istruzione pubblica statale, consentendo alle istituzioni scolastiche autonome di dotarsi di strumenti adeguati a svolgere la propria missione. Occorrono docenti qualificati e ben retribuiti. Ma occorrono anche edifici ben tenuti, aule attrezzate, laboratori moderni, biblioteche aggiornate.

Purtroppo l’investimento nella scuola pubblica statale è stato inadeguato – ben al di sotto dei livelli medi dei Paesi UE – per gran parte della storia unitaria italiana, al punto che oggi spesso non è in grado di garantire neppure i servizi minimi. Di questa situazione ognuno di noi deve preoccuparsi, perché essa è anche frutto dell’indifferenza.

Dobbiamo tutti fare qualcosa per la scuola di tutti. Non dobbiamo lasciarla sola a chiedere attenzione. Se è vero –  come sentiamo continuamente ripetere – che nella scuola si costruisce il futuro dei nostri figli e, quindi, del nostro Paese, nessuno può guardare alla questione “dall’esterno”. Chi ricopre cariche istituzionali e politiche deve avvertire la forza dell’opinione pubblica. Chi ha più responsabilità e potere nella società, nell’economia e nella cultura deve essere il primo a impegnarsi.

Facciamo dell’istruzione un tema centrale di discussione tra i cittadini, nelle scuole e in ogni altro luogo di incontro, con la competenza e l’urgenza che la materia necessita.

Firmiamo questa lettera aperta in ogni luogo a partire dalle stesse scuole pubbliche statali.

Prendiamo sul serio il nostro futuro.

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