Serena Dandini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/serena-dandini/ un blog di approfondimento culturale Tue, 20 Oct 2015 13:05:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Serena Dandini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/serena-dandini/ 32 32 Il lavoro dell’attore: incontro con Ascanio Celestini https://minimaetmoralia.it/teatro/incontro-con-ascanio-celestini/ https://minimaetmoralia.it/teatro/incontro-con-ascanio-celestini/#respond Tue, 20 Oct 2015 15:30:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28797 di Gianmarco Di Traglia

“Secondo me, un attore non può pensare di essere solamente un attore”, esordisce Celestini sorridendo tra il blu, il rosso, il verde ed il giallo dell’arcobaleno tessile creato dalle poltrone del teatro Palladium. Voglio essere chiaro, l’ho ingannato. L’ho incontrato diverse volte con il pretesto di dovergli rivolgere delle domande per conto di una radio locale, ma alla fine era solo un modo per incontrarlo e sapere cosa ne pensava di questo o di quello. Conoscere Celestini che seguivo dalla Dandini e che leggevo e rileggevo voracemente e che riusciva a comunicare in maniera diretta con me, allora sedicenne.

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(fonte immagine)

di Gianmarco Di Traglia

“Secondo me, un attore non può pensare di essere solamente un attore”, esordisce Celestini sorridendo tra il blu, il rosso, il verde ed il giallo dell’arcobaleno tessile creato dalle poltrone del teatro Palladium. Voglio essere chiaro, l’ho ingannato. L’ho incontrato diverse volte con il pretesto di dovergli rivolgere delle domande per conto di una radio locale, ma alla fine era solo un modo per incontrarlo e sapere cosa ne pensava di questo o di quello. Conoscere Celestini che seguivo dalla Dandini e che leggevo e rileggevo voracemente e che riusciva a comunicare in maniera diretta con me, allora sedicenne.

In verità la radio esisteva, era una radio pirata che avevo fondato assieme ad un mio amico, nella sua camera. Il segnale oscurava quello di un’altra emittente ed era debole, quindi più che locale la radio era intercondominiale potremmo dire. Ad ogni modo, Ascanio continuando a sorridere osserva“L’attore scrive, anche se non con le parole. La scrittura scenica è composta principalmente dall’attore. Che poi ci sia un regista a dare un sostegno e un drammaturgo  a dare una struttura è importante, ma al di la di tutto l’attore è uno scrittore”.

Il suo consiglio è fortemente chiaro e semplice. Studiare, leggere, scrivere. Celestini mi fa notare che in Italia la maggior parte di quelli che portano in scena un qualcosa di interessante, riescono perché si sono trovati un gruppo “e non perché sostengono migliaia di provini, girando per centinaia di compagnie, quindi” prosegue “a mio avviso è necessario trovare un gruppo di persone con le quali portare avanti una propria idea di teatro”.

Mi interrogo ed interrogo lui sul rischio di perdere un’idea di teatro con lo sfrenato eccesso di sostenere provini su provini e lui mi risponde “se cominci a fare provini a rotta di collo finisci per lavorare al servizio degli altri, ammesso poi che in questo “teatrificio” dove si producono spettacoli a rotta di collo ci sia un’idea di teatro”. Mi sembra di capire che la soluzione sia passare ai margini delle grandi compagnie, per non rischiare di essere avviluppato in questo modo di fare e in un determinato ambiente. “Il mondo del teatro è uno strano settore del mercato del lavoro. C’è una grande parte di manovalanza e di precariato, come del resto accade in altri settori, che sostiene ciò che emerge”. Esemplificando, prosegue: “Mettiamo che una compagnia sia formata da quindici persone. Dieci di loro prendono la minima sindacale, in realtà cinque di questi dieci neanche la prendono se non formalmente, fino a poco tempo fa almeno gli attori avevano il sussidio di disoccupazione mentre ora lo hanno solo i tecnici, ad ogni modo, i restanti cinque membri della compagnia, magari, prendono cifre esorbitanti. È anche così questo settore. Per questo è meglio cercare la propria strada al lato delle grandi compagnie, anche perché spesso fanno cose poco interessanti, per bisogni ministeriali, perché lì stanno i soldi; e perché spesso fanno lavori che non hanno nulla a che vedere con la scrittura scenica ed il teatro”.

Girare un po’ l’Europa in cerca di un teatro diverso, non necessariamente migliore o peggiore, ma diverso, questo è un altro consiglio che sono riuscito a comprendere conversando con lui. E ancora: occorre distinguere tra il successo e la fama, e tornare a puntare sull’idea. “Il successo e la fama sono due cose molto distanti, anche se non sembra”, dice Celestini. “Mio padre, ad esempio, era un artigiano di successo poiché non gli mancava mai il lavoro e ha potuto costruire una casa e campare una famiglia. Qualche tempo fa parlavo con Marco Paolini del fatto che spesso gli imprenditori non mettono un tetto, un limite, su quello che vogliono guadagnare. Per non perdere la testa dobbiamo fissare un obiettivo, raggiungerlo e fermarci. Non andare sempre oltre incessantemente perdendo la testa”.

Rimanere nel proprio spazio, non solamente scenico – un’ultima fondamentale osservazione da tenere a mente. Siamo esseri finiti, dopotutto.

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Due giorni all’Expo: un reportage di Gianni Mura https://minimaetmoralia.it/reportage/due-giorni-allexpo-un-reportage-di-gianni-mura/ https://minimaetmoralia.it/reportage/due-giorni-allexpo-un-reportage-di-gianni-mura/#comments Wed, 03 Jun 2015 04:00:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27141 Pubblichiamo un reportage di Gianni Mura apparso sul Venerdì di Repubblica, ringraziando l'autore e la testata. Vi segnaliamo due incontri con Gianni Mura dedicati a Non c'è gusto, edito da minimum fax: oggi, mercoledì 3 giugno, alle 18 alla libreria Feltrinelli Appia di Roma con Serena Dandini; domani, giovedì 4, alle 18 alla libreria Coop Ambasciatori di Bologna con Jenner Meletti.

Milano. Cuando Cubango suona bene, ci scriverei una canzone. È una provincia dell’Angola, capoluogo Menongue. Cuando e Cubango sono due fiumi. Quasi tutti i fiumi angolani cominciano per k: Kuatato, Kuelei, Kujambo, Kueve, Kuzumbia, Kapembe, Kueio, Kuito Kanavale. In minoranza Cuchi, Lomba, Longa, Matunga e Muhondo. Non fossi venuto due giorni di fila all’Expo, non l’avrei mai saputo. Oltre a saperlo faccio fuori una caldeirada, una zuppa di pesce e verdure su base di riso in bianco. dalla terrazza al quarto piano, tra le piante esotiche, ottima vista sulle carceri di Bollate. C’è di tutto, all’Expo. Ci sono andato un po’ prevenuto, come molti che vivono a Milano. Quelli duri e puri, stile Caparbio, ci hanno già fatto una croce sopra. «Coca-cola e Mc Donald’s tra gli sponsor contro la fame nel mondo? Non mi avrete».

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Pubblichiamo un reportage di Gianni Mura apparso sul Venerdì di Repubblica, ringraziando l’autore e la testata. Vi segnaliamo due incontri con Gianni Mura dedicati a Non c’è gusto, edito da minimum fax: oggi, mercoledì 3 giugno, alle 18 alla libreria Feltrinelli Appia di Roma con Serena Dandini; domani, giovedì 4, alle 18 alla libreria Coop Ambasciatori di Bologna con Jenner Meletti.

Milano. Cuando Cubango suona bene, ci scriverei una canzone. È una provincia dell’Angola, capoluogo Menongue. Cuando e Cubango sono due fiumi. Quasi tutti i fiumi angolani cominciano per k: Kuatato, Kuelei, Kujambo, Kueve, Kuzumbia, Kapembe, Kueio, Kuito Kanavale. In minoranza Cuchi, Lomba, Longa, Matunga e Muhondo. Non fossi venuto due giorni di fila all’Expo, non l’avrei mai saputo. Oltre a saperlo faccio fuori una caldeirada, una zuppa di pesce e verdure su base di riso in bianco. dalla terrazza al quarto piano, tra le piante esotiche, ottima vista sulle carceri di Bollate. C’è di tutto, all’Expo. Ci sono andato un po’ prevenuto, come molti che vivono a Milano. Quelli duri e puri, stile Caparbio, ci hanno già fatto una croce sopra. «Coca-cola e Mc Donald’s tra gli sponsor contro la fame nel mondo? Non mi avrete».

Me, mi hanno. Perché da bambino andavo alla Fiera di Milano. Era in città, la sentivamo nostra, altroché una costosa escrescenza dalle parti di Rho, di Baranzate, tra svincoli autostradali e superstrade, dove spesso si perdono anche i tassisti. Alla Fiera davano un sacco di assaggi e nel dubbio arraffavo tutta la documentazione possibile, pieghevoli o semplici volantini, un paio di borsoni che poi avrei vuotato un po’ alla volta, leggendo tutto, dalla réclame del ferro da stiro a quella del Filamar Groppi. All’Expo di assaggi gratis non c’è l’ombra. A parte l’acqua, si paga tutto. E nemmeno si può fare scorta di volantini, l’argomento è troppo serio. Ho deciso di raccontare un viaggio, senza essere Alice nel paese delle Meraviglie né Chatwin né Gulliver. Ho deciso di non chiedermi mai «che ci faccio qui». Effetto-spugna, come al Tour. Full immersion, e vi andare. Andare, all’Expo, significa camminare parecchio e salire una quantità infinita di scale. Il mio viaggio di due giorni dura 21 ore, calcolando solo quelle all’interno dell’Expo, e se uno mi chiedesse la sensazione più forte gli direi che mi fanno male i piedi, ma anche la produzione di acido lattico degli arti inferiori non è disprezzabile. Bello il padiglione dell’Italia, ma quattro piani a piedi non ispirano simpatia. Gli ascensori ci sarebbero, ma riservati non ho capito a chi.

Accento brianzolo, una coppia. Lei: «Gino, stavolta non mi puoi dire no, voglio vedere la cerimonia del tè». Lui: «Ma dài, è una menata che durerà due ore. Fa’ come vuoi, io mi cerco una degustazione di vini italiani». Probabile ci sia andata anche lei. Nel padiglione giapponese, in giornata, non è in programma la cerimonia del tè. E un carrello avverte che la visita dura 50 minuti. Ripassare. Spagna, colori allegri, un patio ricreato all’interno, con gli aranci e il bar a tapas. Ora, non è che io pretenda un sottofondo di Segovia, ma questa musica da discoteca, a palla, cosa c’entra? Ah, guarda, in quell’angolo affettano, ovviamente a mano, il jamòn de bellota. Buono, sarebbe meglio il pane invece di questi stupidi similgrissini. Buono, ma anche il costo si fa ricorda. Un etto, 40 euro. E 8 due bicchieri di Tempranillo, alla giusta temperatura. Vuoi cavartela più a buon mercato? Una bella salsiccia dell’angolo slovacco, 8 euro, con la canonica salsa al rafano che fa lacrimare gli occhi. E un boccale di birra chiara da mezzo litro, 8 euro.

Le impressioni (impressioni, non certezze) si sovrappongono. Dopo due giorni ne restano tre. La prima è che ci sia un largo spazio in cui si sfrenano le idee degli architetti. Un raduno di archistar. Ci sono padiglioni davvero belli. Altri così così. più il Paese è famoso, più c’è coda. In quello degli Usa ho molto apprezzato le scale mobili, in quello dell’Estonia, tutto legno, le altalene che producono energie: gli estoni hanno ricreato un minibosco di betulle e garantiscono che da loro il wifi funziona anche nei boschi. Fuori dal padiglione del Brasile c’è la coda, ma per accedere a una rete di corda su cui tutti si sentono Indiana Jones. Un cocktail di frutta, niente alcol, 7 euro. L’acqua gratis è una bella idea: il decumano è lungo 1500 metri, il cardo 350. bella idea anche gli 80 mila metri quadri di teli che coprono il decumano. Proteggono dalla pioggia e forse eviteranno di stramazzare sotto il sole d’agosto, di cadere come corpo morto cade. Il richiamo dantesco m’è arrivato davanti al padiglione della Polonia. Molto legno anche qui, e una scritta accanto all’ingresso: «Abbiate una speranza, voi che entrate».

Un’altra impressione, che chiamerò 1/bis. È che nell’Expo convivono almeno due anime: una classica e una ultra-moderna. La prima è nei rimandi culturali. Prendiamo il famoso Albero della vita, che svetta su vegetali magrolini e vagamente malinconici e fa pensare alla vita degli alberi. La sua sommità è una stella a 12 punte che riproduce il disegno di Michelangelo quando ideò la piazza del Campidoglio. Visto di giorno, la prima volta, sembra il palo della cuccagna alla sagra di Cuernavaca. Ma col buio si mette l’abito di gala, si anima di luci, di scoppi, di brividi: seduta in cerchio la gente assiste come fosse a teatro, applaude le mutazioni più spiazzanti e veloci, insomma si gode lo spettacolo. Realizzato nel Bresciano, destinato al mondo (Dubai, si dice, ma non è sicuro). L’emozione più forte è stata l’ingresso nel padiglione Zero, Divinus Halitus Terrae c’è scritto sulla facciata. Ripercorre la nostra storia, nostra di esseri umani, partendo dalle caverne.

L’archivio della memoria, l’insieme delle conoscenze si può definire una stupenda cattedrale lignea, con centinaia di cassetti aperti e chiusi. Vien da pensare a una biblioteca borgesiana. E sulla parte di fronte senza sosta vengono proiettati filmati di lavoratori della terra e del mare, pastori, pescatori e contadini, può essere Salento come Uzbekistan, cambiano i volti, ma non la sacralità e la fatica dei gesti. Dovessi indicare una cosa da non perdere, direi questa. Ma anche il documentario breve (12 minuti) girato da Ermanno Olmi, che ogni giorno è mostrato nella zona di Slow Food. Nessuna parola, solo un accompagnamento musicale su immagini che solo un regista-poeta (quanto tempo è passato dall’Albero degli zoccoli?) dal grande senso civile poteva assemblare. Vedere l’effetto che fa una goccia di petrolio in un contenitore pieno d’acqua crea più coscienza ecologica in due secondi di cinque conferenze di due ore. Non a caso il titolo di Olmi è Il Pianeta che ci ospita. Per dire che non è nostra e possiamo fare quello che ci pare, ma l’abbiamo ricevuta e la dobbiamo trasmettere.

La seconda impressione mi riporta a scuola, quando la maestra scriveva fuori tema. Giudizio meno pesante di un’insufficienza, ma negativo per la sua parte. Tema di Expo: Nutrire il Pianeta. Energia per la vita. Qualcuno l’ha centrato. Per esempio Oman, uno dei posti dove piove di meno, illustra come non sciupare, anzi tesaurizzare, le riserve d’acqua. E Israele, con una serie di filmati molto coinvolgenti. E l’Angola, con una realizzazione ultramoderna che paragona la forza delle donne al baobab. Qu mi danno un depliant ma è scritto in tedesco, poi ne rimedio uno che mi fa scoprire Cuanda Cubango. Per il resto, parlano di biodiversità. Paesi seminati a ogm, ma insomma, come si dice a Milano, se la va la g’ha i gamb. Quasi tutti puntano sui vegetali: alberelli, fiori di tutti i tipi, veri orti. Come la Francia, al termine della prima sera li ho maledetti in lingua originale perché dal decumano all’ingresso ci saranno stati 30 metri, ma diventavano circa 200 con il passaggio obbligato, come nei labirinti, tra pomodori e melanzane, rosmarino e peperoncino. Un orto didattico anche a Slow Food. Già che c’ero, degustazione di quattro formaggi 8 euro, con bicchiere di vino 10. formaggi: Bitto, Castelmegno, Vastedda del Belice e, mai essere sciovinisti, Bleau d’Auvergne. Ora, in questi mesi di Expo so che ci saranno cose (eventi) più mirati. Ma, più che nutrire il Pianeta, Expo mostra come ci nutriamo in Italia, in Russia, in Uruguay, in Giappone.

Finita sui giornali la ricevuta di una signora che, bevendo acqua, per una cena giapponese ha speso 115 euro. Allo stand iraniano, assai piacevole, si spende molto di più comprando caviale, e al chiosco Franciacorta il caviale targato bs (Calvisano, per la precisione). La parte del Pianeta che Expo nutre è quella che va ad Expo e decide, secondo curiosità e abitudini, cosa vuol mangiare. Il ristorante più affollato è Mc Donald’s. Preciso di non aver provato la linea Eataly, un po’ perché le cucine regionali le conosco tutte, un po’ perché mi ero deciso per la Basilicata, regione lontana da dove vivo, ma non dal mio cuore. Vedo che è accoppiata alla Calabria, la giudico operazione arbitraria e rinuncio. Mi avevano detto: prova l’Iran. Lo provo. M’informo sulla presenza di teste d’aglio sottaceto. La spedizione è partita, ma deve arrivare. Colazione Milano-Teheran: riso Basmati allo zafferano con ossobuco (ma d’agnello), gelato allo zafferano. Servizio in guanti bianchi, piatti di porcellana. Una quarantina d’euro in due.

La fame nel mondo all’Expo è fuori dai cancelli. La si può trovare, ma bisogna cercarla. Nel padiglione del Vaticano, all’esterno coperto da scritte sul pane quotidiano, filmati sulla difficoltà di vivere. Visto uno, molto bello, su una famiglia di Guayaquil. Commento all’esterno, di un tipo sulla quarantina: «È costato tre milioni di euro, era meglio se li davano ai poveri». So già per chi vota. Ogni tanto mi ricordo di essere un giornalista e chiedo a una signora cinese: «È venuta dalla Cina?». «No, abito a Milano in via Nicolini». I giorno dopo chiedo a un signore cinese: «È di Milano?». «No, di Pechino». Mi riprometto di non fare più domande ai cinesi.
Ci sono molti stranieri, e molti non abitano a Milano. Due anziane inglesi si scattano selfie davanti a un enorme barattolo di Nutella. Davanti all’Albero della vita ci sono poltroncine rosse a forma di trottola. Un gruppo di ragazzi ondeggia come i dervisci danzanti e rotea sempre più in basso e sempre scattando selfie. Spero che cadano senza farsi male, ma non cadono.

L’Olanda va sulla sagra: l’ingresso pare quello di un sex shop, all’esterno furgoncini folcloristici vendono patatine fritte (4,50 al cartoccio), salsicce, birra. In questo ramo, direbbero a Genova, abbiamo già dato. L’Austria è una boccata d’aria fresca: un bosco vero. Anche qui c’è la coda. Il padiglione cinese ha un bel tetto e una bella mostra di sculture in terracotta. Purtroppo non sono in vendita: mi piaceva un bambino grasso con un’oca in braccio. Invece le solite cineserie, come le matrioske nel padiglione russo. Si consuma, qui dentro. La lotta contro la fame si trova dove la fanno sul serio, e tutti i giorni: alla Don Bosco, alla Caritas, a Save the Children, nel suo villaggetto di legno, tante idee in poco spazio. Un bambino, mettiamo, di 8 anni gioca al computer che gli chiede età, famiglia, scuola, insomma vita, e poi gli chiede: vuoi vedere come vive un bambino della tua età che non è nato in Italia? C’è da scegliere: Etiopia, Siria, Liberia, India, altre ancora. Il gioco di scambio, che non è un gioco, continua: ora che ti sei scambiato con lui, cosa faresti se scoppiasse una guerra? E se morissero la capra e le due galline che assicuravano un minimo di cibo? Ogni giorno muoiono di fame e malnutrizione 17 mila bambini sotto i cinque anni. Nella classifica dei Paesi in cui è più facile essere mamme è in testa la Norvegia, segue in blocco la Scandinavia, l’Italia ben piazzata (gradino 12), davanti a Francia (23) e Usa (33). In coda Haiti e Sierra Leone.

Come nelle antologie, viene spontaneo per l’Expo guardare chi c’è e chi non c’è. Non c’è la Norvegia, e con lei tutti i Paesi scandinavi. Ci sono Paesi minuscoli e non il Canada, l’Australia, l’India, le Filippine, la Nuova Zelanda. Sagarianamente attratto dai Paesi minuscoli o poco frequentati, vado alla ricerca di Sao Tomé e Principe, Vanuatu, Benin, Gambia, Zambia, Isole Salomone. Non ci sono ancora, sono inseriti nei cluster (chiedo scusa, ma l’inglese è la lingua ufficiale all’Expo: il decumano si chiama World Avenue). Sono raggruppamenti tematici (il cacao, i tuberi, il riso), che raccolgono rappresentanze non in grado di andare da sole. Povere, diciamolo. Lo spazio di un monolocale con due o tre poster turistici, un filmato ben che vada, qualche oggettino d’artigianato in vendita: questo ho visto nei pochi già aperti. I ritardo non è colpa loro, sarebbe il caso di dargli una mano perché possano raccontarsi.

Ho visto una copia della Madonnina esposta ad altezza d’uomo. Meglio ad altezza Duomo. Ho visto l’uccello portafortuna fuori dal padiglione ceco. Creatura inquietante, perché la parte posteriore è un cofano d’auto e un’ala si prolunga come quella di un aereo e spande acqua. È la sintesi di natura e tecnologia, ha spiegato il suo ideatore, Lukàs Rittstein. Ci guardiamo per un po’, con la creatura (Kafka passeggia sullo sfondo) e dico al cortese accompagnatore: non credo che tutti gli uccelli portino buono. Cos’è questo, di preciso? Serie di telefonate, temo di essere scambiato per un pazzo, un ornitologo o un ornitologo pazzo. Vado a festeggiare in Inghiterra, bel giardino fiorito e l’alveare come idea ispiratrice: un enorme gomitolo metallico dove si sente i ronzìo, anzi il rombo, delle api. Nel padiglione turco ho chiesto un caffè turco. Ma avevano solo tè. Mi è andata meglio da Illy, e vorrei vedere: un euro, come al bar sotto casa, a dimostrare che non tutti ci marciano.

Terza impressione: ero preparato al peggio e non l’ho trovato. Un paragone con Gardaland, o Disneyland, in parte ci sta. Ma da questa megaesposizione organizzata dall’Italia esco meno pessimista di quando ci sono entrato. Ho trovato: buone maniere, tanti sorrisi, servizi igienici più che dignitosi. E moltissime possibilità di sedersi a riposare senza dover consumare. Questo si è stupefacente, per Milano e per il resto dell’Italia. Ho immaginato: i lavoro massacrante per costruire, dopo i ritardi e le ruberie che sappiamo a memoria. E quello di ogni notte, per le pulizie, i rifornimenti, la sorveglianza. Ho visto: gente che aveva voglia di mangiare, ma anche di sapere. Tantissime le scolaresche, dalle elementari ai licei, tutti dotati di telefonino e contenti di confrontarsi con tecnologie avanzatissime che Guido Fuà, il fotografo, ha cercato di spiegarmi, specialmente nei padiglioni di Giappone e Corea del Sud. Qui, se tu scarichi l’app dell’Expo e infili il cellulare lì, puoi catturare le immagini di cibo che vedi su quel cono di luce e inserirle nel cellulare. Gli ho detto che non era il caso. Prima di uscire, un cocktail allo zenzero (5 euro) nello spazio amanita. E una certezza: Expo non è il raccolto, è la semina. Qualcuno si ricorderà qualcosa: un flash, un filmato, una percentuale, un colore, un sapore, una faccia, una goccia di petrolio. E si documenterà, studierà, penserà a cosa può fare. Qualcuno o molti.

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Tre cose su Kurt Cobain, vent’anni dopo https://minimaetmoralia.it/musica/kurt-cobain/ https://minimaetmoralia.it/musica/kurt-cobain/#comments Sat, 05 Apr 2014 09:40:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19793 Il 5 aprile 1994 moriva Kurt Cobain. Lo ricordiamo con un ritratto di Liborio Conca.

Si trasforma in un teppista del rock’n roll

In un pezzo scritto nell’ottobre del 1966, Luciano Bianciardi racconta del tour italiano di Jack Kerouac: era reduce da una «sbornia transoceanica», a Londra dovettero portarlo da un aereo all’altro in ambulanza. Nell’albergo milanese che lo ospita riesce a nascondere una bottiglia di whisky nel bagno – quando gli assistenti la scoprono, ne versano il contenuto nel lavandino. «Ma una bottiglia Jack la trova sempre», scrive Bianciardi, che poi si meraviglia di come in un’intervista televisiva trasmessa più tardi «l’Omero della generazione perduta e sbatacchiata» appaia invece ripulito.

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Il 5 aprile 1994 moriva Kurt Cobain. Lo ricordiamo con un ritratto di Liborio Conca.

Si trasforma in un teppista del rock’n roll

In un pezzo scritto nell’ottobre del 1966, Luciano Bianciardi racconta del tour italiano di Jack Kerouac: era reduce da una «sbornia transoceanica», a Londra dovettero portarlo da un aereo all’altro in ambulanza. Nell’albergo milanese che lo ospita riesce a nascondere una bottiglia di whisky nel bagno – quando gli assistenti la scoprono, ne versano il contenuto nel lavandino. «Ma una bottiglia Jack la trova sempre», scrive Bianciardi, che poi si meraviglia di come in un’intervista televisiva trasmessa più tardi «l’Omero della generazione perduta e sbatacchiata» appaia invece ripulito.

Kurt Cobain amava gli autori beat, ma quello che preferiva tra di loro era William Burroughs: si ispirava alla sua scrittura, ne riprendeva il nervosismo e i tic narrativi e l’immaginario underground[1]. Come Kerouac, però, è diventato (quello che si dice) l’icona di una generazione. Saltiamo a piè pari la controversia “suo malgrado” vs “furbastro in cerca di fama”, fermandoci sul fatto in sé, incontrovertibile: Kurt Cobain è un’icona, per giunta (così, a naso) l’ultima venuta dal mondo del rock[2]. Il perché (sia un’icona) è una cosa difficile da calcolare: si potrebbero sommare il numero di dischi venduti, il numero di ragazzi con la maglietta dei Nirvana che abbiamo incontrato in giro, la potenza con cui ha riempito un immaginario, le volte in cui Mtv ha trasmesso il video di «Smells like teen spirit», e così via. Ma non basterebbe[3], c’è bisogno di aggiungere qualcos’altro per arrivare al quoziente giusto… Quando si sparge la notizia del suicidio di Cobain, Seattle diventa un luogo di pellegrinaggio per i fan. Una ragazza lascia questo messaggio davanti alla villa di Lake Washington: «Oggi è difficile essere giovani. Lui ha contribuito a far capire alla gente le nostre difficoltà». Ecco, forse è questo[4], forse è il fatto che per assolvere a questa funzione bastava la semplice vocalità di Cobain, prima ancora delle canzoni.

Le leggi di quel posto avevano gli artigli

Sono i primi giorni di aprile del 1994, Kurt Cobain si toglie la vita. Lascia una lettera, una moglie, una figlia, due compagni di band e una schiera di fan che adorano le sue canzoni. Courtney Love, sua moglie, disse che il disco che ritrovò sul piatto, l’ultimo ascoltato da Kurt Cobain, era «Automatic for the people» dei Rem[5].

Nella lettera d’addio Kurt scrive ai fan e alla famiglia. Ai primi dice «non posso più imbrogliarvi, non sento più l’effetto dell’urlo della folla, non è come era per Freddie Mercury, a lui la folla lo inebriava, ne ritraeva energia e io l’ho sempre invidiato per questo». Ora, se c’è una band più lontana dal mondo da cui provenivano i Nirvana (quello del rock indipendente, del suono sporco, di un certo nichilismo), ecco i Queen. Una delle questioni che evidentemente mandava in tilt Kurt Cobain era il solco tra il voler essere una rockstar di successo, volontà di cui si trova traccia nei suoi diari e nelle interviste, e l’esserlo diventato. Scrive nel diario: «Spero di morire prima di trasformarmi in Pete Townshend». Gli piacevano i Melvins e Daniel Johnston, ma anche i Beatles, i Fleetwod Mac e persino gli Knack.

Con Mtv e la grande stampa americana coltivava un rapporto di amore-odio viscerale. Dice nel 1989, alla vigilia di «Nevermind»: «Puntiamo costantemente verso la semplicità e una miglior scrittura[6]». Detto fatto, ecco «Come as you are» e compagnia. E poi la tossicodipendenza. Secondo Krist Novoselic[7], Cobain provò l’eroina nel 1986 e ne divenne dipendente dal 1991. Cobain diceva che gli alleviava i cronici dolori allo stomaco di cui soffriva; ma col tempo capì di essere finito nel fondo d’un pozzo. Scrive: «Che lo si voglia ammettere o no, l’uso della droga è una fuga. Una persona può aver passato mesi, anni a cercare aiuto, ma il tempo che passi a cercare l’aiuto giusto non è nulla a confronto del numero di anni necessario a uscire completamente dalla droga».

Frances Farmer Will Have Her Revenge on Seattle

L’ultima performance dei Nirvana in uno studio televisivo va in scena su Raitre, a «Tunnel», il programma condotto da Serena Dandini registrato a Roma. A un certo punto, per una gag, arriva sul palco Corrado Guzzanti nei panni di Lorenzo… Cobain è da tutt’altra parte, Novoselic è l’unico che gli dà un po’ di corda. Suonano «Serve the servants» e «Dumb», dal loro terzo e ultimo disco, «In Utero». La prima canzone inizia così: «Teenage angst has paid off well, Now I’m old and bored». Dopo «Tunnel», i Nirvana suonano a Milano, in Slovenia e a Berlino; ma prima di tornare negli Stati Uniti, Kurt Cobain si concede qualche giorno a Roma con sua moglie. Cobain era rimasto colpito da Roma tutte le volte in cui ci era stato, il che è sorprendente almeno quanto la citazione di Freddie Mercury nella lettera d’addio[8]. Ma le cose girano velocemente verso il peggio.

Nella notte tra il 3 e il 4 marzo finisce in ospedale, all’Umberto I, per un avvelenamento da farmaci e alcol. Roipnol, morfina, ipnotici, champagne. Il Corriere della Sera presenta i Nirvana così: «È  agghiacciante, fra gli altri, il testo di “Rap me[9]” che si ispira alla famigerata “pulizia etnica” della ex Jugoslavia: “Stuprami amico mio, stuprami ancora, non sono l’ unica, odiami e fallo, fallo ancora ed ancora sprecami e gustami amico mio”[10]». Segue elenco delle “rockstar maledette”. E La Stampa: «Kurt Cobain probabilmente ce la farà, nonostante abbia tentato di onorare al meglio la sua missione: anche lui ha ventisette anni, la stessa età che avevano Janis, Jimi e Jim quando “irruppero all’altra parte”. Ma è difficile sostenere che, ingerendo qualche grammo di Roipnol in più, sarebbe passato direttamente dal secondo disco[11] al mito[12]». Un teorema: ti ammazzi, diventi mito, e pazienza se per Layne Staley e Mark Linkous[13] non è andata così.

Vent’anni dopo, si cerca ancora l’erede dei Nirvana[14]. L’erede di Kurt, invece, c’è, si chiama Frances Bean Cobain, ha 21 anni, è sempre più coinvolta nell’amministrazione dei diritti discografici del padre. E le piacciono Pj Harvey e i Jesus and Mary Chain e Jeff Buckley, ma anche gli Oasis.

 

 


[1] I due incisero assieme un brano, «The priest they called him»: Cobain lacera la chitarra, Burroughs legge una sua storia, ehm, natalizia, protagonisti un tossico e un sacerdote. Cobain gli chiese anche di recitare nel video di «Heart-Shaped Box».

[2] Colpa (se mai è una colpa) dell’avvento del hiphop, della polverizzazione dei generi, dell’avvento di internet, dell’esaurimento di una formula? Fate voi.

[3] E poi ci sarebbe sempre qualcuno pronto a dire che “i Nirvana sono sopravvalutati”.

[4] Alla ragazza rispose Andy Rooney (una specie di Giuliano Ferrara americano, a prima vista), conduttore per la CBS del programma “60 minuti”. Disse: «Asciuga quelle lacrime, cara. Mi si stringe il cuore a vederti così. Mi piacerebbe alleviare il tuo dolore, scambiando la mia età con la tua».

[5] Cobain amava i Rem, è cosa nota. In tutti i what if immaginati per un Cobain ancora in vita, a un certo punto compare la collaborazione con Michael Stipe. E davvero sarebbe stato probabile. In un frammento del suo diario, Cobain scrive: «I Nirvana non sanno se essere punk o Rem».

[6] Nella stessa intervista manda a quel paese il saccentissimo (e attualmente intoccabile) critico rock Simon Reynolds.

[7] Il bassista dei Nirvana, cresciuto con Cobain ad Aberdeen. Adesso sta prendendo una laurea in scienze sociali e fa politica attiva. Gli capita di suonare ancora con Dave Grohl, batterista dei Nirvana e leader dei Foo Fighters.

[8] Mi sembra che non esista una città più lontana dall’immaginario grunge di Roma.

[9] Sic.

[10] Mario Luzzatto Fegiz, Corriere della Sera, 5 marzo 1994.

[11] Sic again. D’accordo, non esisteva ancora Wikipedia, ma bastava andare in una Ricordi, o al massimo sfogliare uno di quei cataloghi Nannucci. O chiedere al caporedattore.

[12] Maria Corbi, La Stampa, 5 marzo 1994,

[13] Cara Maria Corbi, ascolta «Sad and Beautiful World», poi ne riparliamo.

[14] No, non erano i Puddle of Mudd, né gli Staind.

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Questo articolo è uscito oggi su Europa.

di Christian Raimo

Sono un uomo, un maschio voglio dire, ma seguo le questioni di genere. Questo per dire che qualche anno fa ero un lettore costante e allibito di Beatrice Busi quanto teneva una rubrichetta settimanale di spalla su Liberazione: 3000 battute, forse meno, per ri-raccontare gli omicidi di donne avvenuti nei sette giorni precedenti che negli altri giornali erano stati rubricati a cronaca nera, delitti passionali, regolamenti di conti, assassini etnici. Messi uno in fila all’altro, facevano impressione, quelli che allora non si chiamavano ancora placidamente femminicidi. Già: se del resto anche solo l’anno scorso parlare di femminicidio era un discorso per pochi, oggi – per fortuna – il termine è diventato di uso consueto (anche se mentre scrivo mi rendo conto che Word non lo riconosce), e la questione ha finito per l’indossare molte pelli: culturale, sociale, politica. Prima ancora della discussione del decreto legge ad hoc, era un item che aveva conquistato lo spazio mediatico come, per dire, l’argomento più discusso della saggistica di quest’anno dopo Papa Francesco: da Loredana Lipperini & Michela Murgia a Cinzia Tani, da Riccardo Iacona a Serena Dandini fino al blog della 27ora del Corriere, finalmente si è affermato nel senso comune che la violenza domestica è una delle prime cause di omicidio in Italia, e che – ovviamente – oltre le donne ammazzate, ce ne sono migliaia di altre che vengono ogni giorni picchiate e violentate, fisicamente e psicologicamente.
E c’è da essere soddisfatti se questa vittoria culturale non è un fenomeno di moda ma è stata resa possibile specialmente dalle tanti militanti di associazioni di donne che in questi anni hanno lavorato sulla violenza di genere nella più totale marginalità, proprio fino a riuscire a rendere legittimo l’utilizzo della parola femminicidio – il suo valore concettuale, storico più che giuridico tracciabile attraverso il blog di Barbara Spinelli , per esempio; una rivendicazione di questa legittimità sul blog di Giovanna Cosenza, per esempio, dove per me si bypassano anche le sensate obiezioni sulla debolezza statistica, avanzate tra gli altri da Fabrizio Tonello e da Davide De Luca.
Quest’onda rinfrancante di dibattito la si è voluta poi appunto colare nella forma di una legge: il decreto anti-femminicidio. In mezzo all’abulia governativa, al metamorfismo deprimente dell’attuale alleanza Pd-Pdl, questa legge bipartisan ha avuto quantomeno il pregio di tracciare una linea per un intervento politico. Anche se. Anche se, come era successo per le leggi sullo stalking, si è finito per ridurre il problema a emergenza sociale, facendo leva sui dispositivi più pavloviani della politica italiana: normazione e criminalizzazione. Le critiche, proprio da chi aveva aspettato questa legge prevedibilmente non c’hanno messo molto ad arrivare.
L’idea che molte femministe si sono fatte è che il decreto non servirà a molto se non si finanziano i centri anti-violenza sul territorio, o più in generale se non capisce come poter realizzare un programma nazionale di educazione sulle questioni di genere. Questo – tra le righe – vuol dire qualcosa di al tempo stesso molto semplice e molto complesso. Molto semplice: serve qualche soldo di più. (Questa conclusione è lapalissiana tanto da essere recepita anche dal New York Times). Molto complesso: questo governo dovrebbe far propria una prospettiva femminista che prevede ovviamente una trasformazione di sé che non si può improvvisare. Arrivato a questo punto dell’articolo, esprimo quella che è la mia opinione: fare propria questa prospettiva, lavorare sul lungo periodo, è comunque l’unica strada.

Ora, come dicevo all’inizio, sono un maschio, un maschio assolutamente convinto della bontà della pratica femminista di partire dal sé. E per questo arrivato a questo punto del dibattito, mi sono sentito esplicitamente chiamato in causa qualche giorno fa da un lettissimo articolo di Beppe Severgnini, in cui in ottima fede, ma un po’ come un tizio cascato da un alto pero, si scriveva:

Noi maschi dovremmo occuparci di più del femminicidio: parlarne, scriverne, domandare, provare a capire. Anche a costo di dire e scrivere leggerezze. È invece un dramma confinato in un universo femminile: ne parlano le donne, ne scrivono le donne, le fotografie sono quasi sempre delle vittime e non dei carnefici. È come se noi uomini volessimo prendere le distanze da qualcosa che non capiamo e di cui abbiamo paura.

Capita anche a me spesso di scrivere questa specie di articoli che dicono: dovremmo fare questo e quello, nella cultura italiana c’è un gran deficit di questo, perché in Italia nessuno si occupa di. È un primo passo, ma spesso è inutile. Perché resta l’unico: ho individuato una mancanza, la stigmatizzo, passo alla prossima.
Ma non è soltanto l’autoindulgenza sul proprio deficit di problematizzazione (perché soltanto ora Severgnini richiede quest’interrogarsi?), è soprattutto invece troppo morbido, diciamo pastello, il ritratto che Severgnini fa degli uomini violenti: creature Jekyll-Hyde di cui non possiamo che continuare a stupirci della morale schizoide. L’errore implicito di Severgnini è però lo stesso che fanno i fanno maschi che si occupano di questioni di genere: non partire da sé.
Anche nel pezzo di Severgnini, che cerca di aver un occhio laico e attento, la violenza è sempre descritta come altrui, misteriosa, nascosta, lontana.

La sociologia dell’orrore è rovesciata: i mostri non sono semplificazioni lombrosiane, personaggi abbruttiti e abitualmente violenti. Molti studiano, lavorano, guadagnano, si vestono bene. Tra di noi ci sono uomini tragici e pericolosi mascherati da persone prevedibili; e li riconosciamo quando è tardi.

È chiaro che questo “tra di noi” dovrebbe essere preso un po’ più sul serio. Che questi altri che si aggirano mascherati dalla loro buona facies affidabile e borghese somigliano a chi vediamo nello specchio. Occorrerebbe sfumare un po’ i confini tra una comunità di persone razionali e perbene (uomini avvertiti, compagni che affiancano le proprie donne nelle loro battaglie, che decidono di accompagnare le loro partner alle manifestazioni sulla violenza domestica) e un’altra massa di uomini potenzialmente violenti, che covano sotto le camicie inamidate e uno sguardo innocuo un impulso alla brutalità pronto a emergere al primo raptus. Io preferirei che se un discorso maschile deve partire sul femminicidio si cominciasse a riconoscere l’esistenza di una “zona grigia” in cui la razionalità e l’irrazionalità sono confuse. Sul New Yorker di qualche settimana fa – e in un articolo del Post che ne riprendeva gli highlights – si raccontava la vicenda legata alla legislazione sulla violenza domestica negli Stati Uniti a partire dal caso seminale, quello di Dorothy Giunta-Cotter, una donna finita ammazzata dal marito nonostante l’avesse denunciato più volte e fosse seguita da un centro anti-violenza. Da quella tragedia esemplare il centro Jeanne Geiger elaborò una sorta di questionario in grado di prevedere a partire da una serie di indizi qual è la percentuale di rapporti finiranno con un omicidio. Si inaugurò insomma un modello predittivo: molto discusso, come è ovvio per tutti i modelli predittivi. Ma non voglio entrare nel merito della problematica giuridica, quanto mettermi di fronte alle domande che il questionario propone.

1. Le violenze fisiche sono aumentate – nel numero o nella gravità – nell’ultimo anno?
2. Lui possiede un’arma da fuoco?
3. Lo hai mai lasciato nell’ultimo anno vissuto insieme?
4. È disoccupato?
5. Ha mai usato un’arma contro di te o ti ha mai minacciata con un’arma letale? In questo caso, era un’arma da fuoco?
6. Ha minacciato di ucciderti?
7. Ha evitato in passato un arresto per violenza domestica?
8. Hai un figlio non suo?
9. Ti hai mai forzata a fare sesso con lui?
10. Ha mai tentato di strangolarti?
11. Fa uso di sostanze stupefacenti illegali (anfetamine, metanfetamine, speed, fenciclidina, cocaina, crack)?
12. È un alcolista o ha problemi con l’alcool?
13. Controlla la maggior parte delle tue attività quotidiane? Per esempio, ti dice chi può esserti amico e chi no, quando puoi vedere la tua famiglia, quanto denaro puoi spendere o quando puoi prendere la macchina?
14. È costantemente e violentemente geloso di te? Per esempio, ti dice cose come «se non posso averti io, non può averti nessuno»?
15. Sei mai stata picchiata da lui quando eri incinta?
16. Ha mai tentato di suicidarsi o minacciato di farlo?
17. Ha mai minacciato di fare del male ai tuoi figli?
18. Lo ritieni capace di ucciderti?
19. Ti segue o ti spia, ti lascia messaggi di minacce, distrugge le tue cose o ti chiama quando tu non vuoi che ti chiami?
20. Hai mai tentato di suicidarti o minacciato di farlo?

Ecco, nonostante come molte delle persone che stanno leggendo quest’articolo, non sono una persona violenta, mi rendo conto ogni volta che leggo un caso di violenza di genere che molti degli comportamenti aggressivi che esistono in una relazione, devo ammettere che li ho praticati o subiti, o avrei potuto praticarli o subirli, e moltissimi sicuramente li ho pensati, e moltissimi ancora – riti ossessivi di varia fatta – li ho amati quando li ho visti rappresentati nella letteratura o al cinema (cos’era se non ossessione-compulsione o stalking l’amore di un’Adele H o del pretendente di Amèlie Poulain o del protagonista di Nuovo Cinema Paradiso che per cento notti sta sotto la finestra di lei?). Ecco: ricatti, atti distruttivi e autodistruttivi, violenze sulla persona e sulle sue cose, forme più o meno velate di stalking eccetera sono tutte azioni che non sono così distanti, impensabili per me e per la maggior parte delle persone educate, razionali, colte, nonviolente che conosco. Cose come controllare la mail del proprio partner, telefonargli nel cuore della notte, alzare le mani: conoscete molte persone che non hanno mai fatto qualcosa del genere? Per fortuna, per quanto riguarda i maschi, questi uomini razionali non hanno un’arma (ci sarebbe da sottolineare quanti dei casi di femminicidio coinvolgono militari, poliziotti, guardie giurate, etc…); ma, ma per brevi periodi, in certe circostanze particolarmente dolorose, possono trasformarsi in persone terribili: possono impazzire. Se non si ammette questa debolezza generale, ma specialmente maschile, nelle relazioni, non si va da nessuna parte nel dibattito. Se non si ammette che c’è una parte di mostro, di irrazionale incapacità di gestire l’abbandono o altre fragilità dei sentimenti, la questione verrà confinata in qualche suo inutile surrogato: sia quello normativo, sia quello che vede schierati uomini e donne perbene da un alto e maschilisti carogne e donne complici dall’altro, sia quello spettacolare con tanti reading affollati di attrici e scrittrici che leggono una qualche Spoon River terribile e tragicamente monotona di donne stalkizzate e poi massacrate dai loro ex-partner che tanto dicevano di amarle.
Dunque, se qualcosa si è capito nelle questioni sociali di questo rilievo è che l’approccio testimoniale o quello normativo sono delle armi spuntate che riconoscono il problema, ma esauriscono la sua soluzione al massimo in una sua esposizione mediatica, con grandi riti di shame on you. Che se ne parli non vuol dire che se ne parli con cognizione di causa, ma soprattutto che qualcosa cambi.
Quindi? Quindi proviamo, come si fa nella pratica femminista, a partire da sé. Dicevo che sono un maschio, che sono un maschio educato e non violento, che ha avuto la fortuna di aver avuto una famiglia che gli ha trasmesso il valore della parità dei sessi e della non-violenza e che ha frequentato un’ottimo liceo classico pubblico e un’ottima università pubblica. Ora, pur in tutta questa fortuna, mi è chiaro come un cielo estivo che ho avuto un’educazione decisamente filomaschilista. Il primo libro scritto da una donna che ho letto sarà stato il centesimo della mia giovane vita: a quindici anni, Cime tempestose di Emily Bronte o Flush di Virginia Woolf, proposte da una prof di inglese con la fama di scocciante femminista. Ho scelto il mio primo romanzo scritto da una donna a vent’anni, La campana di vetro di Sylvia Plath. Per tutto il liceo e l’università (un’ottima facoltà di filosofia) praticamente nessuno mi ha mai parlato di pensiero femminista, sono incappato in un paio di testi di Hannah Arendt e Simone Weil in un esame di Filosofia teoretica che in maniera molto vaga accennavano alle questioni di genere. Per dire: Simone De Beauvoir, Toni Morrison, Judith Butler, Julia Kristeva, Luce Iragaray… è tutta gente che ho incontrato perché forse a un certo punto le ho cercate o perché ho avuto la fortuna di conoscere delle donne capaci di farmici arrivare. A pochissimi dei miei amici – maschi, intellettuali, eruditi… – questo è accaduto. Credo che quasi nessuno dei miei amici scrittori abbia letto in vita sua una Carla Lonzi, per citare forse il nome italiano più emblematico; io stesso l’ho fatto per la prima volta un paio di anni fa. Credo che la maggior parte dei miei amici – maschi, intellettuali, eruditi… – abbia avuto e ancora abbia una domestica, rigorosamente donna. Certo tutto questo non è solo colpa dei maschi, certo è vero che la cultura femminista in Italia, ostracizzata, non metabolizzata, vittima di un separatismo interpretato malissimo, si è progressivamente arroccata, ritagliando per se stessa il ruolo di un fortino, e questa cosa è tanto più vera nel paradiso dei fortini che è l’ambito universitario, con cattedre che diventavano luoghi di culto di una pratica femminista impossibile da agire altrove, ma – viene da dire – sono responsabilità decisamente minori o consequenziali.
Per questo, insomma, quando uno dice che cosa si può fare contro il femminicidio oggi in Italia, la mia risposta è lateralissima: leggere più libri scritti da donne alle elementari e alle superiori, studiare di più il pensiero femminista alle superiori e all’università. Far sì che per esempio La campana di vetro non sia una chicca introvabile ma un best-seller estivo per studenti come Il giovane Holden; inserire nei programmi di filosofia, letteratura, storia delle superiori una parte significativa dedicata al femminismo storico; desacralizzare autrici come Amelia Rosselli o Cristina Campo dalla loro pseudosantificazione nelle cattedre di studi femminili e pensarle come centrali in un canone della letteratura italiana. Insomma muoversi pensando una politica di lungo periodo, tutto qui. Ecco mi piacerebbe che queste cose che dico accadessero talmente in fretta che se qualcuno si andasse a rileggere tra un anno quest’articolo sarei contento che mi liquidasse dicendo che ho fatto il pieno delle banalità.

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Dalla comunità alla community, dalle sezioni ai meetup. Una storia di parole e politica https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/dalla-comunita-alla-community-dalle-sezioni-ai-meetup/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/dalla-comunita-alla-community-dalle-sezioni-ai-meetup/#respond Tue, 23 Jul 2013 13:13:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15092 Questo pezzo è uscito sul numero di maggio di Nuova Rivista Letteraria. (Fonte immagine.)

di Alberto Sebastiani

Le sezioni di partito sono state per decenni un luogo di discussione, dibattito, partecipazione, decisione. E quando si dice “sezione” e si aggiunge la parola “partito”, in Italia la prima associazione è Partito Comunista Italiano. “Il Partito”. Nella storia repubblicana del nostro paese, in particolare quella del dopoguerra e dei “Partiti Chiesa”, insomma della tanto vituperata “prima Repubblica”, il Pci è per antonomasia “Il Partito”. In cui avere fede (fino a diventare una situazione caricaturale: dal “Contrordine compagni” guareschiano al “perché il Partito è il Partito” della canzone Ambarabaciccicoccò di Vasco Rossi del 1978, fino alla vignetta di Andrea Pazienza sugli elefanti che non volano, va bene, ma se lo dice l’Unità allora diciamo che svolazzano, per non smentire la voce ufficiale del “Partito”). Un’immagine granitica, ricca di miti, ma tra luci e ombre. Guido Morselli nel romanzo Il comunista riprende il mito di Togliatti che non dormiva mai, del suo ufficio con la luce sempre accesa, fin dalla mattina presto. Eppure nel suo libro racconta le ombre meschine che vivono nel “Partito”, dalla provincia reggiana, da cui proviene il protagonista, alla capitale. Accanto ai “militanti” sinceri, una larga fetta di persone orchestra e si muove opportunisticamente sotto il parapioggia della tessera del “Partito”, fingendo di condividere ideali a cui non crede minimamente.

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predire-futuro

Questo pezzo è uscito sul numero di maggio di Nuova Rivista Letteraria. (Fonte immagine.)

di Alberto Sebastiani

Le sezioni di partito sono state per decenni un luogo di discussione, dibattito, partecipazione, decisione. E quando si dice “sezione” e si aggiunge la parola “partito”, in Italia la prima associazione è Partito Comunista Italiano. “Il Partito”. Nella storia repubblicana del nostro paese, in particolare quella del dopoguerra e dei “Partiti Chiesa”, insomma della tanto vituperata “prima Repubblica”, il Pci è per antonomasia “Il Partito”. In cui avere fede (fino a diventare una situazione caricaturale: dal “Contrordine compagni” guareschiano al “perché il Partito è il Partito” della canzone Ambarabaciccicoccò di Vasco Rossi del 1978, fino alla vignetta di Andrea Pazienza sugli elefanti che non volano, va bene, ma se lo dice l’Unità allora diciamo che svolazzano, per non smentire la voce ufficiale del “Partito”). Un’immagine granitica, ricca di miti, ma tra luci e ombre. Guido Morselli nel romanzo Il comunista riprende il mito di Togliatti che non dormiva mai, del suo ufficio con la luce sempre accesa, fin dalla mattina presto. Eppure nel suo libro racconta le ombre meschine che vivono nel “Partito”, dalla provincia reggiana, da cui proviene il protagonista, alla capitale. Accanto ai “militanti” sinceri, una larga fetta di persone orchestra e si muove opportunisticamente sotto il parapioggia della tessera del “Partito”, fingendo di condividere ideali a cui non crede minimamente.

Il romanzo di Morselli è del 1964-65, pubblicato poi nel 1976, ma quella narrazione negativa della situazione era già anche altrove. Quando Pier Paolo Pasolini racconta in Una vita violenta (1959) la sezione della borgata romana, non mostra compagni pronti alla riscossa delle masse (sotto)proletarie, ma una situazione stanca di semi-abbandono. E Luciano Bianciardi nella Vita agra (1962) racconta la delusione per la vita di sezione, a Milano, con il capocellula padrone di un salone di bellezza per cani, e l’ottusità dei burocrati di partito. Con la “p” minuscola.

È una narrazione lontana dal mito, dall’immagine delle riunioni prima clandestine, poi pubbliche, del partito che educa alla discussione, alfabetizza e organizza i militanti all’interno di un orizzonte ideologico in cui aver fede. Lontana, però, anche dal racconto di Rossana Rossanda, La ragazza del secolo scorso (2005), con le discussioni tra compagni che proseguivano anche in orari serali, fino a tarda notte. Con la passione e la durezza delle riunioni anche più importanti, come quella che sancirà l’uscita del Manifesto da Botteghe Oscure. Il suo racconto si svolge nel cuore del Partito e rivela problemi centralistici, rigidità, ma anche un positivo desiderio di discutere, cioè di riflettere insieme, di mettere in comune idee e pensieri, dubbi, e insieme cercare risposte. Specie nei momenti di disorientamento, come coi fatti d’Ungheria nel 1956, o i fatti di Praga nel 1968. O come avverrà, una ventina d’anni dopo, con la svolta della Bolognina e la fine del Pci raccontata nel documentario di Nanni Moretti, La cosa (1990). Si discute, cioè si elabora insieme: è un’esperienza collettiva. Si prende coscienza, attraverso un percorso comune. Attraverso la parola, il nominare che dà voce a cose, fatti, idee, dubbi…

La condivisione crea una comunità, e la prima comunità è quella in cui nasco, cresco, condivido una lingua, con cui comunico e apprendo usi, costumi, tradizioni. In cui interagisco, partecipo, accetto, discuto, insomma faccio politica, nel senso che agisco nella vita comune, pubblica, per mantenere una certa situazione, modificarla, riformarla, abbatterla, sostituirla con un’altra. Posso fare tutto questo muovendomi in modo isolato, autonomo (ma comunque perseguendo un fine appreso da parole altrui, scritte o orali, in cui mi ritrovo, che ritengo giuste). Oppure posso agire insieme ad altre persone, a cui mi accomuna un interesse, una passione, una visione delle cose, una critica o un sostegno allo stato di cose esistente, una prospettiva.

Per agire con altri è necessario mettere in comune il sapere, una competenza tecnica o teorica. Così si può declinare il termine “comunità” all’interno della discussione e della partecipazione politica. A lungo si è parlato, nominando i membri di una comunità che fa politica e si riconosce in un particolare gruppo o partito, di “militanti”. È un’espressione che suona antica, da Prima Repubblica, perché negli anni ’90, all’aurora della Seconda, nel desiderio del nuovo, nella nascita della nuova comunicazione, anche il lessico andava ripensato, e si parlava più genericamente di “base” (altro termine comunque datato), che inglobava i “militanti” di un tempo e una sorta di elettorato implicito. La “base” della sinistra, in crisi d’identità, era presa amaramente in giro da Corrado Guzzanti nei panni di Max, “giovane” dj di Radio Progo sul programma Tunnel di Rai3: “adesso che Berlusconi ha vinto cosa farete?”, lo provocava Serena Dandini, e lui si rifugiava nella ripetizione ossessiva di una parola d’ordine a cui si aggrappava contro il panico del vuoto: “solidarietà”.

Mentre a destra cresceva la “base”, quella della Lega, di Forza Italia e di Alleanza Nazionale, a sinistra cresceva lo scollamento tra “base” e vertici dei partiti. Questi apparivano sempre più arroccati, chiusi, ingessati, antichi, legati a giochi di Palazzo, incapaci di risposte decise, di posizioni nette e condivise, di dialogo con gli iscritti, di capire il malessere del Paese.

Nella seconda Repubblica “Il Partito” non c’è più. Le sezioni iniziano a vuotarsi, ma le persone continuano a incontrarsi, e sempre più numerose scendono in piazza. A destra come a sinistra. Ma se a destra, dall’ampolla del fiume Po fino alle adunate contro Prodi, ci vanno persone legate a un partito o comunque a un leader, a sinistra la situazione è più complicata. In migliaia partecipano alla manifestazione del 25 aprile 1994 a Milano, a quella dei centri sociali nel 1996 contro l’aggressione al Leoncavallo, poi molte di più a Genova 2001, al Circo Massimo di Sergio Cofferati nel 2002, fino ai nostri giorni, con “Se non ora quando” e oltre. Chi scende in piazza, però, non è più una “base”, cioè un insieme composto da “militanti” di un partito (o coalizione) e dai suoi elettori impliciti. Lo scollamento è delusione, e sempre meno persone della piazza si riconoscono in (e votano senza turarsi il naso) singoli partiti, o coalizioni.

Chi manifesta si ritrova all’interno di movimenti, non sempre dall’identità precisa, con cui condivide magari solo certe posizioni rispetto a talune cose. E una nuova espressione prende piede: si parla ormai di “popoli” (il “popolo dei fax”, dei girotondi, della rete, come poi si materializzerà in esperienze come il “popolo viola”. Ma per calco estensivo c’è anche “popolo della Lega”). “Popoli” che per altro si uniscono in proteste non più solo legate alla politica nazionale, quindi non necessariamente cercano una voce nel Parlamento italiano. E se non si può più parlare di “internazionalisti” o “terzomondisti”, parole ormai abbandonate, si parla di “popolo di Seattle” da cui nascono i “noglobal” o “neoglobal” o altre espressioni che rivelano la centralità del problema della globalizzazione.

Quindi, finito “Il Partito”, continuano il dialogo, la discussione e il conflitto. E se le sezioni si svuotano, nascono social forum, in spazi fisici e on line. In rete si fanno circolare informazioni di cui discutere, e le comunità diventano a poco a poco community. Ma quanto si discute in questi spazi viene sempre meno accolto nel dibattito politico istituzionale, tradizionale, parlamentare. I partiti, soprattutto a sinistra, abdicano al loro ruolo, in un certo senso. Non catalizzano, organizzano, incanalano più l’agire collettivo, la partecipazione, il dibattito che c’è. O si sciolgono nei movimenti, nei “popoli”, o se ne scollano radicalmente, in maniera più o meno evidente, o esplicita. “Responsabile”. Si ragiona intanto di partiti “a rete”, o “leggeri”, ma in realtà l’immagine che sta vincendo nei vertici dei partiti attinge a un’area economica, non politica. Non è un caso che una nuova formula si faccia largo: “marketing politico”.

Già negli anni ’70 appaiono in Italia interventi sull’argomento. Il marketing politico è per Dominique David, Jean-Michel Quintric e Henri-Christian Schroeder la strategia per convogliare il maggior numero di voti su un partito o un progetto politico. Era il 1979, erano anni di ritorno all’ordine, di riorganizzazione, Eri pubblicava il loro Marketing politico, uscito in Francia l’anno precedente, che mostrava con esempi concreti, francesi, come analizzare una data situazione, il quadro d’azione, per definire il “prodotto” e un’immagine da comunicare, competitiva sul mercato dell’offerta politica. L’idea dell’applicazione del marketing alla politica risale alla fine degli anni sessanta, nasce negli Usa ma presto si diffonde in Europa, con un successo direttamente proporzionale, negli anni, al crescente allentamento dei legami tra partiti e cittadini, che porta a una maggiore volatilità elettorale, e che permette di considerare gli elettori come consumatori a cui fare offerte.

Una strategia che, per essere efficace, deve prima di tutto ascoltare, capire, interpretare l’elettorato, come sintetizza Marco Cacciotto in Marketing politico. Come vincere le elezioni e governare (il Mulino 2011). Un’indagine di mercato per comunicare al meglio il brand attraverso una narrazione (storytelling) efficace. Un processo complesso per il quale negli anni sono emerse professionalità specifiche, che agiscono come consulenti e organizzatori della comunicazione dei partiti e dei candidati, all’interno di un sistema mediatico non uniforme, con canali dalle peculiarità specifiche e utenze differenti.

In questo quadro teorico e operativo, i partiti diventano aziende politiche che producono beni politici da offrire all’elettorato, che va persuaso come consumatore. Il “militante”, la “base”, colui che stava nella sezione a discutere e poi volantinava, faceva propaganda elettorale, ora diventa una sorta di promotore, la «punta distributiva dell’offerta politica» (Antonio Foglio, Il marketing politico ed elettorale, Franco Angeli 2006, p. 143). Il lessico è qui espressione di una concezione della partecipazione e del dibattito. I frasari, gli slogan, le battute, il lessico sono orientati sull’uditorio, anzi sul target (esiste una manualistica sull’argomento, come (E)lezioni di successo. Manuale di marketing politico, di Alberto Cattaneo e Paolo Zanetto, Etas 2003). I cui bisogni possono essere anticipati, o indotti.

Nel marketing politico s’incontrano la scienza politica e gli studi sulla società di massa, sul suo controllo, sui media, sulla comunicazione, sulla propaganda, sulla pubblicità. Le sezioni vissute dai militanti alla Rossanda o criticate da Pasolini e Bianciardi, o ancora vissute nella Cosa di Moretti, sono lontane, qualcosa di archeologico. Dagli anni ’90 vince il marketing politico, da Berlusconi in poi, perché vince il suo modello comunicativo. E i “popoli”? Sono in marcia. Continuano a comporsi, scomporsi e ricomporsi, tra piattaforme più o meno puntuali, con intenti o punti operativi, e attraversano gli anni Zero, fino alla crisi economica, quando diventano “accampati”, “indignati”, “occupy”, “99%”. Sono addensamenti nel magma del “popolo di internet”, un’espressione talmente generica e astratta che non significa nulla (come dire “Umanità”), ma che implica un certo tipo di competenze, e di cultura.

L’idea della passività dell’uditorio è una visione unidirezionale della comunicazione. Come una fontana che riempie la brocca d’acqua. Ma non è così, ed è cosa nota anche agli strateghi del marketing politico. Difficile fidelizzare e conciliare “apparenza e appartenenza”, come ricorda il titolo del volume curato da Angelo Mellone e Bruce I. Newman (Apparenza e appartenenza. Teorie del marketing politico, Rubbettino, 2004). Anche perché l’uditorio-elettorato-consumatore italiano negli ultimi vent’anni ha maturato una diffidenza e un disprezzo notevoli nei confronti del “teatrino della politica”. E, che sia frutto di un’altra forma di marketing o meno (senza scomodare eventuali teorie del complotto), è anche spia di questo malcontento il successo di espressioni spregiative come “casta” o “dipendenti” riferite ai Parlamentari, punta di un iceberg che, nella mentalità comune (e non solo), o viene abbattuto, o il paese fa la fine del Titanic.

“Casta” e “dipendenti” nell’accezione spregiativa sono termini diffusi dal successo del libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo (La casta, Mondadori 2007) e del blog di Beppe Grillo. Il comico, che per altro ha subito ripreso anche “casta”, con “dipendenti” ricordava agli e-lettori che gli eletti sono pagati con soldi pubblici, quindi con le tasse, perciò stipendiati dai contribuenti, che diventano così coloro da cui dipendono gli onorevoli. Il popolo è sovrano, anzi: datore di lavoro. E dicendo “dipendenti”, Grillo urla a suo modo «il re è nudo», ridicolizza l’iceberg e lo riduce a un innocuo granello di grandine spazzabile via. Lo riavvicina alle persone, a suo modo, che è quello del comico. Lo sottrae infatti all’aura di intoccabilità, lo abbassa, secondo il classico rovesciamento carnevalesco che porta il potente fuori dalla torre d’avorio (e in questa prospettiva vanno ovviamente letti i nomignoli e gli insulti con cui sono appellati i vari personaggi della scena politica). Permette così un nuovo “incontro”, che è poi uno scontro, una forma di conflitto. Una risata vi seppellirà? Vedremo, di certo Grillo ha contribuito a creare un “noi” che si riconosce in un leader, in uno stile comunicativo, in un luogo (il blog), in una fede (tecnologica), in un progetto, in un ideale di rinnovamento. Un “noi” che si contrappone a quel “voi” da seppellire.

Il conflitto permane quindi anche nella società dello spettacolo e nell’era digitale 2.0, poi 3.0, e la storia recente ha dimostrato che la piazza virtuale non esclude quella reale. Se, per citare gli ultimi casi, prima il “Popolo viola” e poi “Se non ora quando” hanno portato in manifestazione migliaia di persone, in più occasioni, il blog di Beppe Grillo e le sue iniziative, le campagne come “Parlamento pulito” e la nascita dei meetup, nonché il V-day del 2007 a Bologna o lo “Tsunami tour” delle elezioni 2013, hanno dimostrato che la disaffezione ai partiti porta a movimenti di opinione di peso politico (come hanno rivelato i risultati dei referendum sull’acqua e sul nucleare del 2011), a nuove militanze che possono diventare masse elettorali (per i critici: essere incanalate in un voto per il brand indicato, il logo del M5S, garanzia per l’elettorato), attraverso una particolare modalità di partecipazione, cioè quella che parte dall’approdo al blog di Grillo: uno spazio in cui è lasciata libera di discutere la community.

Detto così suona riduttivo, e in effetti lo è. Grillo dal 2005, dall’apertura del blog, ha posto con uno stile accattivante dei temi precisi, problemi concreti, proposte risolutive di cui discutere, su lavoro, economia, ambiente, giustizia. Tra i detrattori c’è chi sostiene abbia sondato l’interesse dei suoi lettori, per poi decidere su cosa insistere maggiormente, ma centrale è sempre stata la “questione morale”. E la sua community lo ha seguito, animando con commenti il blog e partecipando ai suoi spettacoli. E dal blog sono nati i meetup, ovvero gruppi creati attorno a particolari interessi. Un’esperienza, quella della piattaforma Meetup, preesistente al blog di Grillo e alla sua community, che ha offerto spazi a discussioni, scambi di informazioni, organizzazioni di attività: una costellazione attorno al blog. E non è come, un tempo, tra direzione nazionale di un partito e sezioni.

Svuotate le sezioni dei partiti (non solo del “Partito” che non c’è più), le discussioni permangono, avvengono on line e si concretizzano in iniziative che radicano nei territori i nuovi militanti e nuove rappresentanze. Sono community che escono dalla rete. Ma le community, come afferma David Byrne, «tendono ad avvicinare il simile al simile, il che va benissimo per certi fini, ma a volte l’ispirazione viene da incontri accidentali con persone estranee al proprio profilo demografico, e questo è poco probabile se si comunica solo con i propri “amici”» (Diari della bicicletta, Bompiani 2010, p. 158). Byrne parla di ispirazione artistica, ma il discorso è declinabile in più direzioni. I simili dialogano coi simili. In fondo, è un po’ come avveniva nelle sezioni: erano incontri tra compagni di partito. Certo, tra correnti e deviazionisti, riformisti, massimalisti, moderati e altro ancora non si può pensare che un dibattito nella sezione del “Partito” avvenisse intonato con una sola voce, ma non è questo il punto.

Byrne parla della community come di uno spazio di discussione utile per certi fini. Da sempre, dal fandom alla comunità scientifica, dai gamers ai giocatori di fantacalcio, dai lettori ai musicisti, dalle mamme in apprensione agli uomini con problemi erettili, ci sono siti, blog, forum, piattaforme social in cui incontrarsi, consolarsi, confidarsi, consigliarsi, discutere. Con l’obiettivo della realizzazione o risoluzione pratica di qualcosa, dalla fanzine alla formazione migliore da mettere in campo. Un aspetto positivo della rete, in linea con l’idea che molte teste connesse possano creare un’intelligenza collettiva a cui ognuno possa contribuire secondo le proprie competenze per la crescita di tutti.

È però una visione ottimistica, lineare, speculare a quella che vuole l’elettore-consumatore come una brocca da riempire. In rete si comunica, ci si intrattiene, si cercano (contro)informazioni, si fanno cose. Chiunque, indipendentemente dalle competenze, in molte maniere, può commentare qualsiasi tema, dire la sua, o ripetere quel che ha sentito dire convinto sia verità o, peggio, di averlo pensato per primo, come fosse frutto di una sua riflessione. La rete è tante cose, è uno spazio di conflitto, di caos e di aggregazioni, di specialisti e dilettanti allo sbaraglio, non riducibile a immagini esclusivamente positive o negative. In questo contesto, ogni community o meetup a tema politico è un’esperienza di partecipazione come un tempo lo era la vita di sezione, ma in modo non istituzionalizzato, non rigido. E diverso sistemicamente.

Ai tempi delle sezioni, ognuna era potenzialmente in contatto con le altre (coi mezzi a disposizione, negli anni, dalla bicicletta per portare a voce o per iscritto un messaggio, al telefono, al fax…), ma lo era di fatto e direttamente soprattutto con la segreteria locale (comunale), a sua volta collegata alla provinciale, alla regionale, fino alla nazionale. Questo era lo schema verticista dei partiti. Una comunicazione e un confronto dalla base al vertice che deve prendere le decisioni principali (Gramsci auspicava secondo un verticismo democratico). Se s’interrompe la comunicazione, o se si muove di fatto in una sola direzione, cioè il centro non recepisce più sollecitazioni periferiche, o non gli interessano più, e comunica le decisioni prese in autonomia e impartisce disposizioni alla periferia come ordini, allora la struttura che prevede un ruolo di partecipazione decisionale alla periferia non ha più senso. La sezione diventa la sede da cui deve partire per la sua opera promozionale la «punta distributiva dell’offerta politica». Questo fatto è centrale per la crisi della politica tradizionale, che Carlo Formenti in Cybersoviet (Raffaello Cortina 2008) sintetizzava nella formula “partiti senza referenti e cittadini senza rappresentanza”.

Il concetto di strategia comunicativa e operativa in rete è teoricamente diverso. Un concetto a cui è molto legato il tanto citato Gianroberto Casaleggio, che lo applica al progetto di cui viene detto “guru”. La costellazione di meetup (tra riunioni virtuali e reali) attorno al blog di Grillo disegna una sorta di sistema solare, al cui centro è il blog, che distribuisce argomenti da approfondire e (a volte) recepisce sollecitazioni. Un sistema che funziona, che raccoglie proseliti, che si diffonde capillare. Senza entrare nel merito dei contenuti, la disponibilità alla partecipazione trova qui nuovi spazi dopo il suicidio dei partiti, col loro appiattimento sul marketing. La partecipazione 2.0 o 3.0, che predica on line (“sezione” assume ormai un sapore archeologico) l’estinzione dei dinosauri “partiti”, vive però sotto la bandiera dei “popoli”, dei “movimenti”, dove la parola “ideologia” è stata bandita, e “politico” è un insulto.

Ecco quindi le community in politica. Con il pericolo indicato da Byrne: la chiusura tra simili, nel “noi” narcisistico, nella risoluzione pratica di un fine che non contempla aperture, e che quindi rischia di impoverire discorsi in slogan sempre più vuoti come jingle pubblicitari per stimolare reazioni pavloviane. Se, ripensando a quanto detto da Formenti, una community decide di impegnarsi in prima persona, di rappresentarsi, sceglie per forza di aprirsi, di porsi verso l’esterno, allora sorge un problema che non è di poco conto: quello retorico, nel senso del come si argomenta, del come si parla. Un sistema chiuso tende a comunicare in modo sempre più economico, essenziale, perché i discorsi sono noti e in comune, anzi in rete. Chi non appartiene a quel mondo, a quella retorica, non sempre può interagire.

Se però la community si apre all’esterno (della rete) in un contesto repubblicano democratico, senza compiere una rivoluzione o un golpe, o si atteggia a fagocitatore (o diventate parte del “noi” o restate il “voi” da seppellire), o trova la via del dialogo, quindi deve ricostruire una retorica, al di là degli slogan, per comunicare con il “voi”: dialogare, ragionare, condividere un sapere, discutere una lettura dello stato di cose esistente e delle sue prospettive. Insomma, fare politica, uscire dalla community per confrontarsi con la comunità (di cui per altro è parte, magari). Che intenda o meno avere un atteggiamento evangelizzatore, per interagire con essa, quanto meno per spiegarsi, la community deve compiere un atto di umiltà: comprendere il contesto in cui si trova ad agire, per riuscirci al meglio, compiendo magari un’opera di alfabetizzazione (di sé e del “voi”), prima ancora che di informazione. Anche solo per costruire un tavolo attorno al quale sedersi per cambiare lo stato di cose esistente, deve reimparare a dialogare – sempre nel conflitto, nelle differenze, e laddove possibile – tra “noi” e “voi”. E ciò avviene ritornando a ragionare da un lato di prospettive ampie, orizzonti da delineare con consapevolezza (la tanto vituperata “ideologia”), dall’altro reimparando ad argomentare, a confutare, a discutere oltre lo slogan. Per costruire. Perché quanto si fa riguarda tutta la comunità, un “noi” più ampio, e “noi” siamo fatti della stessa sostanza delle nostre parole, del nostro parlare. Dalle sezioni ai meetup, prima e oltre.

[Excusatio non petita: In realtà le sezioni dei partiti esistono ancora, tanto a destra quanto a sinistra, e i militanti vi operano e vi discutono, ma l’iperbole mi sembrava utile per (e)semplificare, senza banalizzare, la situazione]

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[pubblicato su Diario]

Che cos’è il potere? Se un giorno mio figlio dovesse rivolgermi questa domanda, dilaniato dagli scrupoli, finirei per dargli una risposta evasiva. Per evitare condizionamenti di qualsiasi genere, formulerei un aforisma prêt-à-porter, un esercizio pedagogico interlocutorio in attesa che cresca: Il potere, figliolo, è la cosa che cerca in tutti i modi di impedire la tua espressione personale e professionale, qualunque cosa o persona ti scelga come nemico. Inventerei qualcosa del genere, senza fare nomi e senza chiamare in causa i massimi sistemi. E comunque eviterei accuratamente di prospettargli la possibilità di cambiare le cose. A questo mio figlio che non esiste ancora cercherei infondere disillusione a priori. Quella che io, durante la mia infanzia, non ho avuto. Perché ho sempre saputo da che parte stare fino a che non è arrivato il futuro.

Nato nella metà degli anni Settanta, faccio parte di una generazione cresciuta sotto l’ombrello di troppe certezze e che, per contrappasso, si è trovata risucchiata nei buchi neri di un’incertezza cosmica. Fin dalla più tenera età sono stato indottrinato, ma in un modo naturale, involontario, visto che non ci potevano essere dubbi su quale fosse la verità e dove risiedesse. A cinque anni leggevo Repubblica e Paese Sera seduto in braccio a mio padre. E più o meno a quell’età ho imparato la fondamentale distinzione tra bene (sinistra) e male (destra, centro, religione, Andreotti).

Mi tornano in mente le domeniche, quando ascoltavamo Banana Republic, il live del mitico tour De Gregori – Dalla del 1979, mentre nel nostro appartamento venivano celebrate rievocazioni ufficiali della contestazione. Ero fiero che i miei genitori, come dicevano loro, avessero fatto il Sessantotto e che mia madre avesse partecipato ai gruppi femministi di autocoscienza e che per un certo periodo avesse distribuito Lotta Continua all’università. Mi piaceva sentire quelle storie, che mi facevano venire voglia di tornare indietro nel tempo per contribuire alla causa a modo io, o anche solo per poter dire di esserci stato. A quattordici anni ero lo spettatore della Notte della Repubblica che tifava contro Sergio Zavoli.

D’estate andavamo in campeggi sulla costa greca frequentati esclusivamente da gente di una certa frangia. Erano giornalisti del Manifesto, insegnanti universitari con fantomatici trascorsi nei Nap, psichiatri antistrutturalisti che avevano fatto i candidati nelle liste di Democrazia Proletaria. Sentivo come il privilegio di essere parte di un’elite di migliori. I peggiori non li avevo mai visti. Ma immaginavo si nascondessero nel potere, la forza oscura che aveva impedito all’utopia di avverarsi.

Agli inizi degli anni Novanta ero abbastanza grande per assistere coi miei occhi alla stagione del cambiamento. L’implosione del potere reazionario che per cinquant’anni aveva tenuto in pugno l’Italia stava lasciando enormi spazi vuoti che sarebbero stati riempiti con dosi massicce di speranza. A Napoli, la mia città, l’elezione di Antonio Bassolino fu salutata come un momento di profondo rinnovamento, una specie di rivoluzione elettorale che avrebbe persino spinto qualcuno a intonare The times They’re a-Changin’. Se ci penso adesso, è incredibile come nella figura di un uomo di apparato – un uomo che avrebbe fatto dell’esercizio del potere la propria ragion d’essere politica – si concentrassero un miscuglio di aspettative così campate in aria. Di certo nessuno si aspettava il sovvertimento del sistema capitalista, ma nelle persone che conoscevo, nei miei genitori e nei loro amici, potevo intravedere un luccichio negli occhi, un senso di risarcimento per tutte le battaglie perse, le delusioni, le soddisfazioni che il potere aveva loro negato. Quella elezione, insieme ad altre, fu anche una specie di rimborso generazionale. E quindi, ancora una volta, un investimento di illusioni, fatto di quel tipico sentimento di speranza estraneo alla realpolitik che, in modo del tutto incongruo, continua, anche oggi ma più flebilmente, a percorrere lo spirito di certe manifestazioni del Pd o della sinistra radicale. Si percepisce negli inni di Fossati che risuonano, nelle bandiere che sventolano quando qualche oligarca ancora ben voluto sale sul palco di una piazza, nell’abbigliamento dei ragazzi, figli di famiglie di sinistra, passate senza soluzione di continuità dal culto di Marcuse a quello di Dario Franceschini.

Quando qualche volta mi capita di parlare con i miei genitori e i loro amici, sessantenni delusi ed estranei a qualsiasi tipo di partecipazione che veleggiano sulle acque calme delle gratificazioni spirituali ed enogastronomiche, e affronto la delicata questione del giudizio su ciò che di buono la loro generazione ha fatto, finisco quasi sempre per litigare con tutti. La loro versione della storia non mi convince, continua ad assomigliare troppo a una fiaba senza lieto fine dove i buoni avrebbero potuto vincere se non fosse stato per i cattivi (che hanno sempre la meglio). Quello che rimprovero loro è il sottrarsi a qualsiasi ammissione di responsabilità. Di solito mi rispondono che almeno ci hanno provato a fare le battaglie che andavano fatte e hanno comunque contribuito a migliorare il Paese, mentre noi – la generazione di cui faccio parte – non abbiamo neanche tentato di fare qualcosa. La mia obiezione è che il senso di quelle battaglie va letto alla luce di cosa è successo dopo. E, sotto questa luce, le famose battaglie non sembrano avere avuto molto senso se si pensa all’Italia berlusconiana o alla condizione disperatamente priva di prospettive che la maggior parte dei miei coetanei si trova ad affrontare. Sono anche loro – la generazione dei Veltroni, dei D’Alema, dei Cacciari, baby boomer passati dalle più ambiziose utopie al pragmatismo prussiano – ad avere lasciato ai propri figli quest’Italia, un luogo brado e senza futuro dove vige la legge del più forte e l’ingiustizia sociale è una prassi consolidata.

Qualche tempo fa, proprio nel corso di uno di questi rendez-vous intergenerazionali, sfinito da una discussione su Berlusconi come unica causa dei nostri guasti, mi sono messo a urlare: «Siete degli ingenui». Qualcuno mi ha urlato di rimando: «Allora spiegacelo tu cos’è il potere».

Ho capito che il problema era il diverso significato che stavamo attribuendo alla parola. Pur continuando a identificare in modo quasi automatico la parola potere con l’immagine del volgare imprenditore brianzolo tirato e abbronzato mentre passeggia con la bandana a Porto Cervo, il mio modo di relazionarmi al potere aveva cessato di essere un fatto puramente astratto. Avevo conosciuto un potere familiare e insospettabile, elegante e colto, che in qualche modo aveva demolito le mie ultime certezze.

Per fare capire ai miei genitori e ai loro amici cosa cercavo di dire, avrei potuto consigliare la lettura delle Lettere a nessuno di Antonio Moresco, quadro avvilente, tragico, grottesco del potere culturale italiano, uscito nel 1991 per Bollati Boringhieri e di recente ristampato da Einaudi. È un libro in cui, attraverso appunti, stralci e lettere, Moresco racconta pezzi della sua vita, dagli anni Settanta, Ottanta, fino al momento della rinascita come scrittore celebrato e odiato, stimato e villipeso. La parabola delinea in modo preciso e disperato un’estenuante lotta donchisciottesca contro il potere. Dapprima, con l’impegno politico in un gruppuscolo della sinistra extraparlamentare – una vita di stenti, delusioni, frustrazioni, e fiducia mal riposta – e poi, con i tentativi di fare leggere i suoi scritti, o quantomeno di farsi ascoltare, da alcuni illustri esponenti della cultura italiana (i nessuno del titolo). Quali che siano il contesto storico e lo scenario, Moresco appare sempre come una formichina alle prese con cose titaniche e impossibili da combattere. Ma le sue lettere a Giovanni Raboni, Maria Corti, Goffredo Fofi e il fastidio o – nel migliore dei casi – il silenzio che riceve in cambio danno esattamente la misura di come le articolazioni del potere siano multiformi e mascherate. Ne esce fuori il ritratto di un Paese dove pubblicare un libro senza uniformarsi alla logica dominante – la logica delle amicizie e delle leccate di culo, dei libri scritti per andare incontro al gusto del pubblico – può risultare utopistico come realizzare una nuova rivoluzione d’ottobre.

Leggendo mi è venuto da pensare che per chi non si adegua all’esistente è sempre dietro l’angolo il rischio di fare la parte del martire. Così come lo diventa Moresco, la cui figura nel corso della lettura assume proprio la forma di un martire laico che a un certo punto si convince della sua santità. Ma bisognerebbe ribaltare la prospettiva, perché, parafrasando un vecchio adagio di sinistra, è proprio questo il caso in cui il personale deve diventare politico.

In Italia la cultura continua a essere un campo sostanzialmente di sinistra – l’ultimo settore monopolizzato dalla sinistra – ma se si volesse descrivere onestamente lo stato attuale dell’industria culturale con lo stesso grado di severità che impieghiamo per descrivere la situazione politica, si potrebbe utilizzare una lista di aggettivi simili: disastroso, dittatoriale, populista, ambiguo.

Anche qui siamo nel regno delle diseguaglianze e del conformismo, dello sfruttamento e della doppia morale. Siamo in un sistema che non è in grado di riconoscere a un testo un adeguato valore economico, a meno che l’autore di quel testo non sia uno scrittore di successo che abbia già sfondato il mercato. Nello stesso tempo abbiamo un mercato che dimostra una grande ostilità nei confronti dei prodotti difficili e quindi – da un punto di vista letterario, cinematografico, televisivo – finisce per scommettere sempre sul sicuro, sull’opera media. Viviamo, peraltro, una sindrome da trincea, in ragione della quale finiscono per essere privilegiati gli autori e le opere schierati aprioristicamente, rispetto agli sguardi obliqui, dissonanti, disturbanti, realmente anticonformisti.

La mia esperienza, che del resto è simile a quella delle persone che conosco e che fanno il mio stesso lavoro – e che quindi non è martirologica ma sistemica – delinea il quadro di una cultura autoritaria, forte con i deboli e in definitiva non libera. Innanzitutto perché lavorare nel campo della cultura – nei giornali, nelle case editrici – molto spesso, a meno di non essere scrittori di best seller, significa abituarsi a non essere pagati, oppure a essere pagati a piacere, il che è un terribile sintomo di come la cultura stessa sia considerata un optional, una ginnastica mentale per gente ricca di famiglia, qualcosa di cui in definitiva si può anche fare a meno.

E poi ci sono le case editrici – assolutamente di sinistra – sempre più assetate di libri «freschi» e «divertenti», che possano «stuzzicare il lettore» senza essere «troppo pesanti». E che dunque a quest’atmosfera nazionale che – ne sono certo – si spingerebbero a definire plumbea, opprimente, fascistoide, volgarmente incolta, offrono la risposta dell’Intrattenimento, della volatilità, della facilità spacciata per cultura sopraffina. Che poi è la logica che guida manifestazioni come lo Strega, l’unico premio letterario al mondo dove a essere ricompensata non è la qualità o l’eventuale novità di un testo, ma la sua vendibilità.

Infine i metodi della cooptazione, che sono ancora una volta praticati attraverso lottizzazioni, corsie preferenziali, conoscenze, adulazioni. Letteralmente impossibile realizzare la normalità di essere ricevuti da chicchessia a seguito di invio del curriculum. Lo stesso Moresco, che in un celebre articolo scritto qualche anno fa, intitolato La restaurazione e fonte di molte polemiche sui blog letterari, diceva cose simili, ha giustamente fatto notare che mentre è pacifico sostenere che l’Italia sia un paese affetto da una «intossicazione delle forme economico-politiche e democratiche», non lo è altrettanto sostenere che quest’intossicazione riguardi anche la cosiddetta cultura.

Deve essere per colpa di questa cecità che a un tratto ho incominciato a sviluppare un odio viscerale per i miti mediatici della sinistra contemporanea. Propugnatori della qualità come Fabio Fazio e Roberto Benigni e Giovanni Floris e Serena Dandini. Ognuno a suo modo ha coltivato la propria arcadia televisiva, ritenendosi esente da qualsiasi contagio, e continuando la sua opera di pedagogia delle masse. Nessuno di loro ammetterebbe di essere stato inoffensivo, o addirittura funzionale alla macchina del potere. Eppure ci dev’essere un motivo se in questo cosiddetto ventennio berlusconiano hanno continuato a lavorare, a percepire stipendi milionari, a occupare il loro spazio di potere, stabilendo cosa dovesse essere letto (Paolo Giordano), ascoltato (Giovanni Allevi), visto (Ferzan Ozpetek) – ancora intrattenimento spacciato per elevato nutrimento che soltanto loro sanno offrire – e proteggendo le loro reti di amicizie, e identificando nella destra la causa di tutti i mali, o esercitando sulla sinistra un giudizio dolcemente critico, bonario e di prammatica, come un rimprovero paterno.

Tutte queste persone di sinistra si troverebbero senz’altro d’accordo sul fatto che l’Italia sia oppressa da un’odiosa forma di potere, ma ancora una volta qual è il loro contributo? Perché nessuna di queste persone si preoccupa di misurare le proprie responsabilità? In nome di cosa continuiamo a sentirci migliori?

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