Sergio Atzeni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sergio-atzeni/ un blog di approfondimento culturale Sun, 16 Jul 2017 17:03:38 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Sergio Atzeni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sergio-atzeni/ 32 32 Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni https://minimaetmoralia.it/letteratura/nella-sardegna-magica-in-cerca-di-sergio-atzeni/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/nella-sardegna-magica-in-cerca-di-sergio-atzeni/#comments Sun, 13 Aug 2017 05:00:30 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7932 Dal nostro archivio, un reportage di Francesco Forlani apparso su minima&moralia il 25 maggio 2012.

Pubblichiamo un articolo di Francesco Forlani, uscito sulla rivista «il Reportage», su Sergio Atzeni.

di Francesco Forlani

Ci vogliono dieci ore di traversata in mare. Genova-Porto Torres. È il 25 dicembre, Natale. Per far passare il tempo mi sono portato una copia del “Viaggio al termine della notte”. Con Ernesto Ferrero, che l'aveva tradotto, abbiamo tenuto una conferenza alla Biblioteca civica di Torino. Lui su Céline, io su Cendrars. Ernesto Ferrero era molto amico di Sergio Atzeni. Quando gli chiedo di mandarmi un suo articolo del 25 aprile 1996, intitolato “Gli sciamani di Sardegna”, insiste su un particolare: “Sai, siamo stati suoi ospiti a Carloforte e ancora non ci sembra vero, a me e mia moglie, ancora oggi a tanti anni di distanza, che sia morto annegato. Aveva un fisico da nuotatore, insomma spalle larghe”. Il 6 settembre del 1995 Atzeni aveva trovato la morte nel mare dell'isola di San Pietro. Carloforte. Tra gli scogli della Conca. Ma l'aveva cercata?

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Dal nostro archivio, un reportage di Francesco Forlani apparso su minima&moralia il 25 maggio 2012.

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Pubblichiamo un articolo di Francesco Forlani, uscito sulla rivista «il Reportage», su Sergio Atzeni.

di Francesco Forlani

Ci vogliono dieci ore di traversata in mare. Genova-Porto Torres. È il 25 dicembre, Natale. Per far passare il tempo mi sono portato una copia del “Viaggio al termine della notte”. Con Ernesto Ferrero, che l’aveva tradotto, abbiamo tenuto una conferenza alla Biblioteca civica di Torino. Lui su Céline, io su Cendrars. Ernesto Ferrero era molto amico di Sergio Atzeni. Quando gli chiedo di mandarmi un suo articolo del 25 aprile 1996, intitolato “Gli sciamani di Sardegna”, insiste su un particolare: “Sai, siamo stati suoi ospiti a Carloforte e ancora non ci sembra vero, a me e mia moglie, ancora oggi a tanti anni di distanza, che sia morto annegato. Aveva un fisico da nuotatore, insomma spalle larghe”. Il 6 settembre del 1995 Atzeni aveva trovato la morte nel mare dell’isola di San Pietro. Carloforte. Tra gli scogli della Conca. Ma l’aveva cercata?

Le porte dell’Isola

Ci sono delle città che per storia vanno conquistate scegliendo con attenzione da quale porta entrare. A Parigi bisogna arrivare dalla Porte d’Italie, a Venezia da Jesolo. In Sardegna è sicuramente Porto Torres, l’immagine sfocata della terra all’orizzonte che la fa apparire come una costa atlantica, il luogo di destinazione migliore. Ad attendermi c’è Giovanni Cossu con cui prenderò un caffè insieme agli altri naviganti e che poi mi accompagna alla stazione con un solo binario e un nuovo treno, che il capostazione non riuscirà a far partire subito. Giovanni è il primo scrittore sardo che incontro. Proprio su Porto Torres ha scritto il suo più bel libro, Turritani. Di Atzeni mi dice che il suo capolavoro è Bellas Mariposas. Si narra la storia di due ragazzine che sembrano uscite da un episodio di Ranxerox, la splendida bande dessinée di Stefano Tamburini e Tanino Liberatore. Le lingue che il racconto mette in campo sono il fulgido esempio di una letteratura che fa a meno della lingua dominante, l’italiano, la “creolizza”, la contamina con il sardo campidanese, a sua volta declinato nello slang delle periferie urbane. Al momento di lasciarci, Giovanni mi consegna alcuni fogli. Sono le lettere di Gadda da Portovesme. Di fronte all’isola di Carloforte. Dove terminerà il mio viaggio. Parlano delle due centrali elettriche. Atzeni lavorava all’Enel prima di abbandonare l’isola.

Quando arrivo a Sassari, ad accogliermi alla stazione è Lalla Careddu. Non ci siamo mai incontrati di persona prima d’ora, ma so che casa sua è un libro, dove vengono spesso ad abitare gli scrittori ospiti del piccolo festival Cabudanne de sos poetas. Mi dice che Sassari è un gomitolo di sarcasmo ironia e disincanto: “Molti si sono appiccicati ad Atzeni per farsi promotori di una sardità pretestuosa e finta. Atzeni diceva di sé sono sardo ed europeo. Alla Soriga o Abate, tanto per fare due esempi”. Dal vicolo Luzzati alla Piazza Italia dove mi verrà a prendere il mio amico e mentore Marco Murgia è tutta una salita, Sassari è una città in salita. Scoprirò poi che Nuoro è una città in discesa. Lalla conosce tutti a Sassari e tutti la salutano per quella piazza così centrale e luminosa, assolata a dicembre. Quando Marco arriva facciamo festa. Eravamo compagni di collegio e si sa che quando si è amici nelle camerate si è amici per tutta la vita. Faremo prima tappa dai suoi suoceri a Sorradile di fronte al lago Omodeo, che sembrala Svizzera. Poi andremo a Nuoro e finalmente a Orgosolo.

“Banditi a Orgosolo”

A Orgosolo non ero mai stato. Eppure i suoi murales mi sono familiari quanto lo struggente manifesto del film di De Seta, quanto gli affreschi di Pompei. Un museo en plein air di tutte le rivoluzioni. Ma senza la pesantezza statica delle collezioni che si incrociano tra le sale del Louvre o del Reina Sofia. Qui i ritratti di operai e pastori in rivolta sono inchiodati ai muri e infatti sanguinano. A Orgosolo Atzeni ha trascorso parte della sua adolescenza, dalle scuole medie al liceo, con una presenza che non l’abbandonerà mai per tutta la vita: “Quando ero piccolino – scrisse – mia nonna mi leggeva i racconti di Grazia Deledda e quanto quei racconti mi abbiano influenzato, non lo so”.

Con Marco andiamo a pranzo da un suo amico, Pino Monni, che di mestiere fa l’allevatore. Il camino è acceso. Così come la sera prima dai suoceri, che si sgranava il mirto davanti alle fiamme e si rideva del cabaret appena visto alla televisione. Credo che si capisca una terra da come si ride, ho pensato. Infatti le persone incontrate a Nuoro per lavoro mi confermano la cosa. A Cagliari non si ride delle stesse cose di Nuoro. L’umorismo nuorese è più rabelaisiano, gaudente, carnevalesco, hot.

La mamma di Pino Monni si chiama Maria Antonia Farina ma la chiamano con il diminutivo di Mimia. Il piatto che mangiamo si chiama ma’arrone lados, ma’arrone sta per maccaroni, lados sta per piano, largo (il piatto piano si dice lados),  e talvolta lados si dice di persona grassa. Si lascia la notte sul tavolo perché le anime di coloro che se ne sono andati possano nutrirsi. Quello che resta viene dato ai poveri. L’impressione è di vivere un’esperienza ancestrale, un rito antico, una voce che parla e dice comunità.

Nei prossimi giorni incontrerò le persone che hanno contato nella vita dello scrittore. So che dovrò farmi da parte e non prendere dalla tavola quello che appartiene alle anime di chi non c’è più. Davanti al fuoco, ancora un camino su cui bruciano le carni, si parla di Gavino Ledda. Pino ci racconta di come quel libro fosse stato necessario. Sua madre invece fa segno di no, quella storia l’ha rifiutata. Ha quasi ottant’anni, ma sembra una bambina. Ha modi degni, austera e insieme benevolente, severa e dolce come una maestra. Così me la immagino Gigina, la nonna di Atzeni. Di Gavino Ledda, Atzeni scrisse: “Un lettore d’oggi può trovare in Padre padrone di Gavino Ledda (romanzo realista se mai ve ne fu uno degno di tal nome) la metafora dell’impossibile compito che attende l’uomo di quest’epoca: farsi da bestia giudice di sé, del senso delle proprie parole, del mondo circostante?”.

A Cala Gonone, dove dormiamo dopo la tappa a Orgosolo, c’è una libreria con un intero comparto dedicato alla letteratura sarda. I libri di Atzeni, con l’unica eccezione di quelli pubblicati da Sellerio, e nemmeno tutti, non si trovano in continente. Così faccio man bassa dei titoli che leggerò strada facendo. Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, Bellas Mariposas, Si…Otto (libello sul ’68 cagliaritano scoppiato negli anni 80), Racconti con colonna sonora e altri in giallo, I sogni della città bianca, quasi tutti pubblicati dal Maestrale di Nuoro, a cura di Giancarlo Porcu, uno dei migliori editor dell’isola. Però prendo anche altro. Michela Murgia, Flavio Soriga, Francesco Abate, una copia di “Padre padrone”, insieme a un libro intervista a Gavino Ledda. Scriveva Atzeni nell’autunno dell’81: “Ogni libraio sardo ha -perenne o stagionale- una vetrina riservata alle novità isolane. Una decina di anni fa si producevano meno libri sardi (…). Oggi le cose sono cambiate. Perché? La risposta, con sfumature diverse, esprime un concetto su cui i nostri interlocutori sono praticamente tutti d’accordo. C’è un tentativo faticoso di riappropriazione della cultura  originaria da parte dei sardi. Un momento necessario nella ricerca di un’autonoma  identità individuale e collettiva”.

Padri padri

Ci sono dei paesaggi che ti colpiscono per la loro immutevolezza. Nulla sembra cambiare, nemmeno chi li abita ed è per questo, forse, che si tracciano segmenti di tempo molto lunghi, tra una generazione e l’altra, perché ci si accorga del cambiamento. Qualcuno è morto, il ristorante in paese ha cambiato proprietà, però le case si tramandano insieme ai posti sulle panchine ficcate sulle pareti di roccia davanti alle strane montagne che fanno da corona al paese. Ci guardano come si osserva uno straniero, con un misto di curiosità e sospetto, una diffidenza che quasi ti aggredisce se una volta incrociato lo sguardo ci lasci gli occhi per un po’. Entriamo nell’unico bar aperto sulla stradina in salita di Siligo e, dopo aver ordinato un caffè, chiedo alla proprietaria se per caso il maestro Ledda è in città. Mi dice di sì, che siamo fortunati perché è stato appena dimesso dall’ospedale.

Ci andiamo in macchina e, non appena vediamo la porta, accostiamo. Gavino Ledda sta uscendo. Con piglio deciso lo avvicino con in mano la copia del suo romanzo. Gli dico che sono venuto da lontano per farmelo dedicare. Mi accoglie con gentilezza e mi invita a sedermi sulla panchina che è poco oltre. Dopo che mi ha firmato il libro gli chiedo se ha conosciuto Sergio Atzeni. “No, non ci siamo mai incrociati personalmente. Conosco il suo lavoro”. Poi aggiunge: “Da vent’anni sono su un’opera monumentale, vedrai, se ne accorgeranno. Un’opera che racconterà l’origine della mia terra, la lingua sarà quella dell’origine”. Mi ricorda, fisicamente, Pier Paolo Pasolini, ma anche Céline. Del primo ha gli zigomi alti, l’intensità dello sguardo. Del secondo il modo di camminare, che è quasi una danza. “Di Pasolini forse il fascino, la potenza dello sguardo, la sensualità”, mi risponde quando glielo dico.  Gli chiedo se a distanza di anni quel padre c’è ancora. “Il padre del mio romanzo era il Padre assoluto, non quello che mi apparteneva, insomma il mio padre soltanto. Vedrai però, l’opera a cui sto lavorando rivoluzionerà tutto”.

Davanti a noi abbiamo una lunga strada da fare. A Siliqua ci aspettano Antonio Calledda, padre di Michela, Marinella sua madre e il cane Bardamu, come l’antieroe del Viaggio céliniano. Antonio era molto amico di Licio Atzeni, padre di Sergio e segretario del Pci del Sulcis. Aveva conosciuto Sergio Atzeni ai tempi della Fgci: “Ricordo di averlo incrociato alla Bolognina quando Occhetto annunciava la fine del Pci. Mi chiese di suo padre e io, come al solito, lo informai di come stessero andando le cose. Per anni ho fatto da Hermes tra i due, l’uno mi chiedeva  dell’altro e viceversa, ogni volta. Mi ricordo come fosse ieri la prima del film di Gianfranco Cabiddu, Il figlio di Bakunin. Gli occhi di Licio erano lucidi, alla fine della proiezione”. Racconta: “La storia politica di Sergio era molto importante, lo era per tutti noi. Un ragazzo pieno di vita, che lascia l’isola dopo il fallimento del concorso in Rai. Fu una prima morte quella, per lui. Era riuscito grazie alle sue sole forze a vincere il concorso, sarebbe entrato in Rai e avrebbe coronato il suo sogno di giornalismo. Invece a Roma cambiarono le carte in tavola. Bisognava dividersi quei posti tra i partiti. Sergio, gli era stato promesso, sarebbe comunque entrato, dopo un anno, ma poi non fu così”.

L’approdo a Carloforte

A Carloforte ci arriviamo con un traghetto da Portovesme. Ce ne sono due che collegano l’isola all’Isola: Vesta e Sibilla. Il vento soffia a80 chilometriall’ora. Quando arriviamo capisco quello che mi ha detto Marco durante la traversata. Che i carlofortini parlano una lingua a parte, sono genovesi, non sardi. E, infatti, la focaccia ti dice Liguria dal primo morso. Il vento quasi  ci trattiene nella salita a piedi che facciamo fino alla Conca. È incredibile (e spettacolare) come gli elementi si uniscano e pare che il mare vomiti neve. Fiocchi purissimi di sale che l’impatto con l’aria e la pietra condensa. Sembrano angeli. Uno poi rimane di sasso davvero quando ti vedi davanti uno scoglio che è “quello” scoglio, quando apprendi che  Atzeni era rimasto aggrappato allo scoglio per quasi un’ora, mentre le motovedette dei carabinieri cercavano invano di salvarlo. Un’ora sotto gli occhi di tutti. Torniamo in città che è sera, buia.

All’Hotel Mediterraneo di Cagliari, l’indomani, mi aspetta Rossana Copez, la femmina sposa, da cui Sergio Atzeni ebbe una figlia, Jenny. Quando comincia a parlare davanti a un aperitivo glielo leggi negli occhi che compagni di vita significa prima di tutto la vita. Le chiedo se amasse la musica. “Credo che il suo sogno fosse proprio quello di scrivere canzoni – dice – suonava la chitarra, mi cantava sempre My lady d’Arbanville di Cat Stevens. Era molto legato a sua nonna e in qualche modo il legame alla Barbagia è sempre stato presente”. Ricorda che “un celebre bandito di quelle parti, coinvolto in un rapimento importante, gli aveva chiesto di scrivere un servizio su di lui per riscattare la propria storia. Sergio lo andò a trovare in carcere ma, quando dopo pochi giorni seppe della sua fuga, del ritorno alla latitanza, ne fu scosso, turbato, anche se non sorpreso”.

Le chiedo poi della “conversione”, come mi aveva suggerito Michela Murgia al telefono. “Non fu una vera conversione la sua ­– risponde Rossana – diciamo piuttosto un momento di raccolta, il bisogno di andare più a fondo in se stesso, arginare il dolore che le recenti sconfitte, soprattutto sul versante del lavoro, che per Sergio significava scrivere, per lui scrivere era tutto, gli avevano procurato. Il tradimento dei compagni, del partito, la storia del suo concorso in Rai, nel modo in cui avvenne, sperimentare sulla propria pelle lo scacco dell’idea di merito, lo aveva spinto a cercare un aiuto di tipo spirituale. Lo aveva trovato in una comunità che lo accolse dopo le sue dimissioni dall’Enel e prima di partire per il continente. Quanto alla sua idea radicale di scrittura ti racconto un aneddoto. Un giorno mi dice che ha scritto un intero romanzo e come capitava ogni volta mi chiese di dirgli cosa ne pensassi. Il testo, però, non mi convinse totalmente ed ebbi la malaugurata idea di confidargli le mie impressioni. Quando qualche tempo dopo gli chiesi a che punto stesse col manoscritto mi rispose tutto placido che l’aveva gettato, distrutto. È una cosa che non mi sono mai perdonata”. Le domando come sono andate poi le cose tra loro dopo la separazione. “Tutte le volte che tornava in Sardegna – risponde – rimaneva a casa mia, così poteva stare con sua figlia, condividevamo ancora molto. Non potrò mai dimenticare il giorno della sua morte. Aveva chiesto a nostra figlia di accompagnarlo a Carloforte e lei non aveva voluto. Sono quelle cose che ti rimangono dentro tutta la vita, domande del tipo: se avesse detto di sì le cose sarebbero andate diversamente?”.

Il giorno prima di rientrare a Torino, con Marco, passiamo alla Repubblica dei Libri, una libreria indipendente che raccoglie i migliori titoli e le case editrici della Sardegna. Prendo un caffè con i librai e al bar incontro, per caso, un altro eccellente scrittore sardo, Francesco Abate. Di Atzeni mi dice soltanto: “Il punto più alto”. E fa il segno con la mano. Nel pomeriggio vado a trovare Giorgio Todde. Con me Michela Calledda. Lo incontriamo in ospedale, lui è oculista e, a parere di molti, incontrati in questi giorni, una delle migliori penne dell’isola. “Sergio Atzeni – racconta – era nella mia sezione al liceo, ma di un anno più piccolo di me. Non l’ho mai conosciuto e al contrario del 90 per cento dei cagliaritani che dopo la morte hanno dichiarato di conoscerlo benissimo io non riesco a ricordare di averci parlato neppure all’ora di ricreazione. Per non dire di quelli che si sono impadroniti delle spoglie letterarie. Grazie a loro Atzeni è morto molto più di una volta. C’è chi si è costruito una carriera universitaria sulla sua morte”.

Torino, come Ritorno

Ero partito da Torino con le prime parole scambiate con Paolo Barsi, titolare della libreria Comunardi. Si conoscevano bene: “Atzeni e Paola, la sua ultima compagna, venivano spesso in libreria. Era una bella persona”, mi aveva detto. Nella sola biografia dedicata ad Atzeni (l’autore è Giuseppe Marci) non si fa menzione di Paola Mazzarelli. E non dico solo come sua ultima compagna, ma anche come curatrice di gran parte della sua produzione letteraria. Mi interesserebbe parlare con lei dell’attività di Atzeni come traduttore: l’incontro della sua poetica, da principio polifonica, sardo, italiano, slang cagliaritano, invenzione linguistica, si rinnova attraverso la lingua francese, che peraltro gli darà da vivere a Torino, dove si trasferisce dopo una breve parentesi nel parmense.

Accade che il giorno stesso del mio rientro passo alla libreria Torre di Abele per scambiare due parole con Rocco Pinto. Mentre discutiamo di Atzeni entra un signore elegante e a quel punto Rocco esclama ad alta voce: “Stavamo proprio parlando di Paola. Francesco, ti presento suo marito”. Un paio di giorni dopo sono a casa loro. Paola è una donna solida, femminile, quasi anglosassone. Di grande cultura. Le racconto del viaggio in Sardegna, di Carloforte, dei miei incontri. E le chiedo di parlarmi del rapporto di Sergio Atzeni con Torino.

“Questa città rappresentò per  Sergio – risponde – una duplice possibilità. Da una parte quella di sperimentare la giusta distanza con i luoghi  d’origine, ai quali l’opera non poteva rinunciare, infatti tutta l’opera di Sergio è ambientata in Sardegna, che si tratti di poesie, racconti, romanzi, articoli. Dico la giusta distanza perché quando viveva a Cagliari era come soffocato, prigioniero di un incantesimo, e per quanto doloroso fosse il distacco, cronaca al minuto nel Quinto passo, quel dolore aveva reso possibile l’accesso alla propria più autentica poetica. La seconda possibilità è stata quella di poter frequentare, grazie alle persone che ha incontrato, la comunità letteraria, di raggiungere cioè una dimensione non solo direi nazionale rispetto a quella regionale, ma addirittura trans-nazionale, grazie proprio al suo lavoro di traduttore”. Allora le chiedo se, a questo proposito, ci sono degli episodi che le piacerebbe raccontare. “Sicuramente quella volta che incontrò l’ex regina. Aveva lavorato alla traduzione delle memorie di Maria José di Savoia, intitolate “Giovinezza di una regina” e, dunque, doveva incontrarla per controllare insieme la traduzione. Ma il protocollo richiedeva una particola attenzione alla mise. Fu così che passammo la giornata a provare l’abito con la cravatta, con grande ilarità di tutti”. Sono molte le cose che ci diciamo. Al momento di andare le chiedo dove vivessero quando erano insieme. “Proprio qui”, risponde.

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Dentro Gargantua https://minimaetmoralia.it/letteratura/dentro-gargantua/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/dentro-gargantua/#comments Tue, 20 Sep 2016 13:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32040 di Luigi Loi (fonte immagine)

Agosto in Sardegna. Ho lasciato mia figlia a Roma con la madre. Quando mi sono imbarcato con destinazione Cagliari avevo ventinove anni, mia figlia appena tre. Sono a Roma da ieri: io ho sempre ventinove anni, la mia bambina ormai ventiquattro. Succede anche ai personaggi di Interstellar avvicinandosi a Gargantua: c’è una gravità così intensa che si deforma lo spazio tempo.

Tradotto: un mese in Sardegna equivale a 21 dei vostri anni continentali. Si scherza ovviamente (mica tanto), e mi scuso per l’aver usato la relatività per descrivere una sensazione: quella di una granitica lentezza della Sardegna mentre tutto attorno scorre velocissimo, di un profondo e ortesiano senso della natura che le cose di questa terra sanno trasmettere.

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di Luigi Loi (fonte immagine)

Agosto in Sardegna. Ho lasciato mia figlia a Roma con la madre. Quando mi sono imbarcato con destinazione Cagliari avevo ventinove anni, mia figlia appena tre. Sono a Roma da ieri: io ho sempre ventinove anni, la mia bambina ormai ventiquattro. Succede anche ai personaggi di Interstellar avvicinandosi a Gargantua: c’è una gravità così intensa che si deforma lo spazio tempo.

Tradotto: un mese in Sardegna equivale a 21 dei vostri anni continentali. Si scherza ovviamente (mica tanto), e mi scuso per l’aver usato la relatività per descrivere una sensazione: quella di una granitica lentezza della Sardegna mentre tutto attorno scorre velocissimo, di un profondo e ortesiano senso della natura che le cose di questa terra sanno trasmettere.

Tutto questo sembra ripercuotersi su tanti aspetti culturali e in particolare sulla narrativa isolana. Quindi se l’arte di raccontare finzioni si nutre di miti, archetipi, temi comuni e conflittualità con gli antichi maestri del racconto, l’eredità fertilissima lasciata (per esempio da Sergio Atzeni, scomparso ormai 21 anni fa) può diventare una ricchezza o l’àncora che porta a fondo i suoi eredi.

Dono o maledizione? La domanda non è futile. Si cercherà di rispondere attraverso tre opere molto rappresentative, pubblicate negli ultimi 12 mesi, ambientate in Sardegna e scritte da sardi: Teologia del cinghiale (Elliot) Premio Campiello opera prima, A pietre rovesciate (Tunué) Premio Gramsci per inediti, Maria di Isili (Giunti) Premio Calvino 2015.

Rappresentative perché narrativamente molto pregevoli, premiate dalla critica e quindi premiate anche dal pubblico (o viceversa?). Nonostante le grandi differenze biografiche e anagrafiche degli autori, quello che sorprende di queste tre fiction è l’aderenza ad un certo canone estetico che ha caratteristiche linguistiche e topos narrativi riconoscibili nella tradizione isolana del ‘900. Partiamo da qui: le opere citate hanno in comune lo sperimentalismo lessicale e una spiccata tendenza all’utilizzo del sardo.

«Apu bittu s’oppai ‘e Putzu scorrovéndu cussu fussu, a piccu, a panga a trebùssu [Ho visto il compare di Putzu, stava scavando quel fosso col piccone, la vanga e il forcone]» (Teologia del cinghiale, p 5).

«In sogno aveva visto il teschio del suo rivale: Am Mic Cul Lu! Gli aveva detto, che voleva dire ti perdono!» (A pietre rovesciate, p 13. Nota bene: nonostante la sillabazione, l’imprecazione ammiccullu è ampiamente riconoscibile per i parlanti isolani, così come in altre sillabazioni presenti nel testo, allupàu, mariposa, a gittoriu, N.dr.r).

«Una aicci bravixedda deu non dd’apu mai bia, e non solo a Ĭsili, seu narendi. Se non capisci quello che dico, fermami però, che ogni tanto mi esce qualche frase in dialetto, ma non ci posso fare niente, è più forte di me» (Maria di Isili, p 9).

I tre passi sono esemplari del modo in cui il plurilinguismo è stato abbracciato. Sia in Teologia del cinghiale che in Maria di Isili (da qui in poi Tdc e Mdi) l’uso dell’idioletto sardo è abbondante e supporta l’uso espressionista della lingua italiana. In Tdc la verve linguistica è imbrigliata in numerose traduzioni, volute forse in fase di revisione: rendono il testo fruibile ad una platea più ampia, ma appesantiscono il ritmo di numerose pagine, simili ad un tascabile serie bilingue. In A pietre rovesciate (da qui in poi Apr) l’uso del sardo è limitato a poche occorrenze, toponimi compresi, poiché la resa stilistica vuole essere quella di una lingua dialogica ma sorvegliatissima fatta di frasi brevi e incalzanti che simulano con grande bravura una scrittura orale raccontata.

Se per Apr possiamo quindi parlare di una simulazione di italiano standard, per Tdc e Mdi la dominante linguistica è quella dell’italiano regionale di Sardegna con ricorrenze pleonastiche, inversioni aggettivali e verbali. I tre autori, nonostante le grandi differenze anagrafiche e biografiche condividono un retroterra culturale comune, che si mostra però con maggiore chiarezza a livello tematico: nelle opere la natura è intesa come epifania del carattere dei suoi personaggi. Si tratta naturalmente di una natura spesso selvaggia e primitiva, che non combacia con la Sardegna contemporanea fortemente antropomorfizzata che è entrata nell’era digitale, anche se dalla porta di servizio.

«La protezione del vetro non resisterebbe perché è un vento duro, il maestrale. È un vento che picchia violento» (Teologia del cinghiale, p 144).

«L’imbocco della valle erbosa e fiorita è un imbuto di pietre rivolto verso nordovest, il vento d’oltremare giunge alla massima potenza, vecchio e sconosciuto» (A pietre rovesciate, p 83).

«Lei aveva un vento più forte del mio a spingerla dentro. Lei non ha saputo calmarlo quel vento, non ha saputo come farlo quietare» (Maria di Isili, p 42).

L’immancabile vento assieme a vino, fucili, pietre, sole, mare e tutto il lessico da locus amoenus/terribilis è presente in tutte le opere. Se è vero che la maggior parte delle pagine dei tre romanzi non è ambientata nel presente (tranne Apr, anche se in modo simbolico), è anche vero che non si può chiedere al lettore di credere a leggi di natura ancora vigenti, diametralmente opposte alla storia italiana, sempre che non si voglia dare un prodotto più mitologico che narrativo, fatto dei consueti topos quali i tempi immemorabili, la modernità rigettata, la solitudine.

Le scelte poetiche dei tre autori sono imperscrutabili. Di più: sono legittime vista la buona fattura dei prodotti, ma soprattutto giustificabili perché il mercato (pare) ha sempre ragione, nonostante la confezione. La famigerata confezione fatta di battage pubblicitario, uffici stampa e quarte di copertina. Basterebbero quelle dei romanzi in questione:

«Umorismo e inventiva: un’opera pirotecnica, geniale e ricca di suspance che ci avvolge con le voci, i sapori e la magia della terra sarda, raccontando gli ultimi cinquant’anni di un’Italia sospesa fra modernità e tradizione» (Teologia del cinghiale).

«Giana […] mette alla prova il suo giovane innamorato, gli chiede di attraversare Nur per prenderle un pugno d’ombra del campanile o una folata di maestrale» (A pietre rovesciate).

«Dalle mie parti c’è sempre stato il vento. Vento possente e intrigante. Vento che fruga e che rende impazienti. Vento che sembra salire da un lontanissimo mare […] Ma se la tua faccia non ha mai preso schiaffi sull’altopiano di Nurri, non puoi capirmi» (Maria di Isili).

La pubblicità è pur sempre pubblicità. Queste raccontano di certe immagini stereotipate che sembravano superate da tempo. Ma il tempo in Sardegna è relativo. Ho riletto una cartolina di Vittorini: «è Sardegna questa solitudine d’ogni cosa, d’ogni rupe che par chiusa in se stessa meditando, e d’ogni albero o viandante che s’incontra, e per questa luce, e per quest’odore di mandrie in cammino, assai al di là dell’orizzonte». Era datata 1932.

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Ricordando David Foster Wallace / 2 https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ricordando-david-foster-wallace-2/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ricordando-david-foster-wallace-2/#respond Thu, 12 Sep 2013 11:45:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15449 Questo articolo è uscito sulla rivista Tradurre. (Foto: Giovanni Giovannetti)

di Norman Gobetti

Moriva, il 16 dicembre 1991, Pier Vittorio Tondelli. Prolifico operatore culturale, oltre che amatissimo scrittore, Tondelli aveva fondato nel 1990, insieme ad Alain Elkann ed Elisabetta Rasy, il quadrimestrale di letteratura «Panta». Dopo la morte di Tondelli, nel comitato editoriale di «Panta» subentrò lo scrittore statunitense Jay McInerney, che nel 1993 curò un numero dedicato ai nuovi narratori americani. Il volume presentava i racconti di quindici autori all’epoca quasi tutti inediti in Italia, fra cui Jennifer Egan, Jeff Eugenides, Mark Leyner, Donna Tartt e William T. Vollmann, tradotti da scrittori italiani come Michele Mari, Sandra Petrignani, Claudio Piersanti, Sandro Veronesi e Valeria Viganò. Fra gli altri c’era anche, nella versione di Edoardo Albinati, un racconto dal titolo Per sempre lassù. Nella sua introduzione, McInerney scriveva a proposito dell’autore di quel racconto: «Uno sperimentatore postmodernista [...] furiosamente creativo. [...] Le sue ambientazioni e le sue strategie narrative sono varie, ma sempre attualissime» (McInerney 1994, 14). Sono probabilmente le prime parole mai pubblicate in Italia a proposito di David Foster Wallace.

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Questo articolo è uscito sulla rivista Tradurre. (Foto: Giovanni Giovannetti)

di Norman Gobetti

Acqua in bocca, ovvero Tradurre l’infinito. David Foster Wallace in Italia

La vita è come il tennis vince chi serve meglio
Infinite Jest
(traduzione di Edoardo Nesi, Grazia Giua e Annalisa Villoresi, p. 1144)

Moriva, il 16 dicembre 1991, Pier Vittorio Tondelli. Prolifico operatore culturale, oltre che amatissimo scrittore, Tondelli aveva fondato nel 1990, insieme ad Alain Elkann ed Elisabetta Rasy, il quadrimestrale di letteratura «Panta». Dopo la morte di Tondelli, nel comitato editoriale di «Panta» subentrò lo scrittore statunitense Jay McInerney, che nel 1993 curò un numero dedicato ai nuovi narratori americani. Il volume presentava i racconti di quindici autori all’epoca quasi tutti inediti in Italia, fra cui Jennifer Egan, Jeff Eugenides, Mark Leyner, Donna Tartt e William T. Vollmann, tradotti da scrittori italiani come Michele Mari, Sandra Petrignani, Claudio Piersanti, Sandro Veronesi e Valeria Viganò. Fra gli altri c’era anche, nella versione di Edoardo Albinati, un racconto dal titolo Per sempre lassù. Nella sua introduzione, McInerney scriveva a proposito dell’autore di quel racconto: «Uno sperimentatore postmodernista […] furiosamente creativo. […] Le sue ambientazioni e le sue strategie narrative sono varie, ma sempre attualissime» (McInerney 1994, 14). Sono probabilmente le prime parole mai pubblicate in Italia a proposito di David Foster Wallace.

Poco più che trentenne, Wallace era all’epoca uno scrittore di ottime speranze. Aveva esordito venticinquenne, nel 1987, con un romanzo ambizioso, The Broom of the System, che aveva conquistato molti lettori e aveva ricevuto un’accoglienza critica perplessa ma affascinata, di cui resta emblematica la recensione sul «New York Times» dell’autorevolissima Michiko Kakutani, secondo cui il giovane romanziere aveva sì talento da vendere, però «il problema è che spesso troviamo presunzione invece che vera intelligenza, verbosità invece che eloquenza» (Kakutani 1986; traduzione mia). In seguito Wallace aveva pubblicato su svariati periodici – da «Fiction» a «Harper’s», da «Playboy» alla «Paris Review» – una serie di racconti in gran parte confluiti nel 1989 in Girl with Curious Hair, e si stava anche affermando come saggista, con recensioni per i quotidiani più importanti («New York Times», «Washington Post», «Los Angeles Times» e altri), lunghi articoli per riviste su temi che andavano dalla narrativa contemporanea al tennis alla televisione e, nel 1990, un volume sul rap, Signifying Rappers: Rap and Race in the Urban Present, scritto insieme a Mark Costello.

In Italia era praticamente sconosciuto. Poi uscì su «Panta» la traduzione di Forever Overhead (in seguito incluso in Brief Interviews with Hideous Men e destinato a diventare un piccolo classico) e c’è chi dice di esserne rimasto folgorato. Edoardo Nesi racconta: «Sin dalla prima pagina mi parve che Per sempre lassù fosse il Racconto Degli Anni 90, straordinariamente capace com’era di catturare – in diretta – una specie di “sfiorato” zeitgeist di quegli anni inafferrabili, e di farlo senza volere» (Nesi 1996). E ancora, diversi anni dopo: «Io lo capii subito che Wallace era di un’altra categoria rispetto a tutti. Fin da Per sempre lassù, il suo primo racconto pubblicato in Italia. Su “Panta”. Fu quel miracoloso “Ciao” alla fine…» (Consonni 2011).

Il ghiaccio era rotto e, poco più di un anno dopo, uscì da Theoria Nuovi narratori americani. Racconti della Post-generation, una selezione di nove racconti, tradotti da Cristiana Mennella e tratti dall’antologia curata da Michael Wexler e John Hulme Voices of the Xiled, che comprendeva anche, di Wallace, Ragazzina dai capelli curiosi. Cristiana Mennella, all’epoca a inizio carriera (aveva appena esordito, sempre per Theoria, con i Marginalia di Poe), negli anni successivi si sarebbe affermata come traduttrice proprio di nuovi narratori americani (fra cui Saunders e Vollmann), ma non avrebbe più avuto occasione di lavorare su Wallace, che, ricorda oggi divertita, all’epoca le era sembrato «un poco fuori di testa» (Mennella 2012).

Nel giro di pochi anni Girl with Curious Hair sarebbe stato tradotto altre due volte, da Francesco Piccolo per Einaudi e da Martina Testa per minimum fax. Quest’ultima ebbe in seguito modo di raccontare quanto la lettura di Nuovi narratori americani l’avesse colpita, e avesse anche rappresentato per lei il primo incontro con Wallace:

Quando lessi Nuovi narratori americani non sapevo chi era David Foster Wallace, non avevo letto Infinite Jest, non immaginavo che quello sarebbe diventato il mio libro di culto per eccellenza, non immaginavo che Wallace stesso sarebbe diventato il mio autore di culto e uno dei miei esseri umani preferiti sulla faccia della terra; non mi sognavo neanche che sarei diventata una traduttrice e un’editor (non sapevo neanche cosa volesse dire, editor), tantomeno che avrei tradotto lui. E a dire il vero, il racconto di David Foster Wallace contenuto nell’antologia […] non era neanche fra i miei preferiti. Era la storia di un ricco psicolabile iperviolento, e mi sembrava che l’autore non fosse altro che un Bret Easton Ellis più cerebrale e sborone (Testa 2006).

Nella nota biografica che precedeva il suo racconto, Wallace veniva presentato così: «Sta lavorando a qualcosa di lungo per Little, Brown & Co. che ha tutta l’aria di non essere pronto per la scadenza, non è mai stato, in nessun luogo, per nessun motivo in ritardo con qualcosa, ragion per cui è un po’ fuori fase, attualmente» (Wexter e Hulme 1995, 39). Il qualcosa di lungo sarebbe diventato Infinite Jest.

Negli Stati Uniti a quel punto David Foster Wallace era considerato the next big thing, il Nuovo Grande Scrittore che tutti attendevano. Come ha ricordato David Lipsky a proposito dell’ambiente dell’editoria newyorkese, Wallace aveva «fatto sì che un’intera città di editor e scrittori bercianti, sgomitanti e pronti a gambizzare chiunque, si innamorasse di lui perdutamente» (Lipsky 2011, 16). Il 1º febbraio 1996 Infinite Jest era in libreria: 1079 pagine, 388 note, e in copertina un cielo ingombro di nuvole che lasciava presagire tutto fuorché una lettura serena. Anche questa volta le recensioni non furono unanimamente positive. Michiko Kakutani scrisse che Wallace era «uno scrittore dal talento virtuosistico che sembra in grado di fare qualunque cosa», però scrisse pure che a tratti il romanzo sembrava «una scusa per fare sfoggio del suo talento e svuotare la sua mente irrequieta» (Kakutani 1996; traduzione mia); e piuttosto simile fu il verdetto di Jay McInerney (McInerney 1996). Ma Infinite Jest si conquistò subito un nutrito seguito di ferventi ammiratori, veri e propri fan che in breve tempo ne fecero un libro di culto nel senso più pieno della parola. Ne è segno fra molti il fatto che il sito The Howling Fantods, interamente dedicato alle opere di Wallace, venne fondato nel marzo 1997, quando l’utilizzo di massa di internet era ancora agli albori (il dominio Google, ad esempio, fu registrato solo sei mesi dopo, il 15 settembre 1997).

Mentre nella maggior parte delle nazioni europee Infinite Jest veniva subito liquidato come intraducibile (in Germania il libro sarebbe uscito solo nel 2009; in Francia non è ancora uscito ed è annunciato per il 2014), l’Italia fu uno dei primi paesi a drizzare le antenne, e nel giro di qualche mese diversi editori si misero sulle tracce dei libri di Wallace. Fra le case editrici interessate, una fra le candidate più plausibili pareva la Fanucci, dove Luca Briasco e Mattia Carratello stavano fondando la collana «Avant Pop», il cui primo titolo, pubblicato nel settembre 1998, fu l’antologia a cura di Larry McCaffery Schegge d’America. Nuove avanguardie letterarie. Era la terza raccolta uscita in Italia nel giro di pochi anni a includere un racconto di Wallace, in questo caso Tri-Stan: I Sold Sissee Nar to Ecko (nella traduzione di Piergiorgio Nicolazzini e Maria Cristina Pietri), anch’esso destinato a confluire nel 1999 in Brief Interviews with Hideous Men. Nella sua articolata rassegna in appendice all’edizione italiana dell’antologia, McCaffery parlava anche di Girl with Curious Hair, descrivendolo come uno dei libri più esplicitamente Avant Pop della nuova letteratura americana (McCaffery 1998, 405-6); ci si poteva quindi aspettare di trovare Wallace accanto a Vollmann e a Philip Dick nel futuro catalogo della nuova collana di Fanucci, ma non andò così.

Marco Cassini, il direttore commerciale di minimum fax, ricorda: «“Compralo, compralo che te lo fottono”, mi consigliava anni fa con fraterno afflato, all’uscita di un reading di Ian McEwan, Sandro Veronesi”» (Cassini 2003). E fu all’uscita del reading di Ian McEwan al primo Festivaletteratura di Mantova che Sandro Veronesi chiese a Susanna Basso di tradurre Infinite Jest per la neonata Fandango (Basso 2012). Domenico Procacci aveva infatti acquistato i diritti italiani di entrambi i romanzi di Wallace, Infinite Jest e The Broom of the System. Sul piatto restava la raccolta di racconti Girl with Curious Hair. Come ha raccontato Cassini sul sito della casa editrice (Cassini 2003), minimum fax aveva firmato nel giugno 1997 un contratto per i diritti italiani del libro. Nonostante ciò, nel settembre 1998 uscì da Einaudi Stile libero (allora al secondo anno di vita) La ragazza con i capelli strani, in una traduzione firmata da Francesco Piccolo da cui mancavano tre dei dieci racconti: John BillyHere and There e Westward the Course of the Empire Takes Its Way. La spinosa situazione si risolse solo cinque anni più tardi, quando, in seguito a un accordo stipulato fra minimum fax e l’agente di Wallace, Einaudi ritirò dopo trenta mesi il suo libro dal commercio, e da minimum fax uscì La ragazza dai capelli strani in una nuova, più puntuale traduzione di Martina Testa che ripristinava i racconti mancanti.

Nel frattempo minimum fax aveva pubblicato altri quattro libri di Wallace: nel settembre 1998 Una cosa divertente che non farò mai più (traduzione di Gabriella D’Angelo e Francesco Piccolo) e nel maggio 1999 Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più) (traduzione di Vincenzo Ostuni, Christian Raimo e Martina Testa) – cioè la raccolta di saggi del 1997 A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again smembrata in due volumi -, nel giugno 2000 Il rap spiegato ai bianchi – cioè Signifying Rappers nella traduzione di Martina Testa e Christian Raimo – e nell’aprile 2001 (nella traduzione di Martina Testa) Verso occidente l’impero dirige il suo corso, cioè il racconto lungo (o romanzo breve) Westward the Course of the Empire Takes Its Way non incluso nella traduzione di Martina Testa/Einaudi di Girl with Curious Hair.

Ricorda Martina Testa:

Ecco come sono diventata una traduttrice: nel 1998 ho comprato A Supposedly Fun Thing… in una libreria internazionale di Roma: il primo pezzo mi ha lasciata interdetta, il secondo mi ha tenuta sveglia quasi per tutta una notte, il libro intero mi ha esaltata come forse non aveva mai fatto nessun altro libro prima di allora; io e un mio amico abbiamo sentito dire che una casa editrice cercava un traduttore proprio per quel libro; non avevamo esperienza; gli abbiamo chiesto di farci provare; ci hanno fatto provare; la prova gli è piaciuta (Testa 2008).

Martina Testa divenne poi, oltre che una delle principali traduttrici di Wallace, anche la direttrice editoriale di minimum fax, e i libri di quella casa editrice diedero un contributo fondamentale alla diffusione di David Foster Wallace in Italia, ma il pezzo forte, quello più atteso, restava Infinite Jest.

Nell’autunno del 1997 Susanna Basso aveva ricevuto il libro. Aveva subito pensato, ricorda oggi (Basso 2012), di non potersi concedere il lunghissimo tempo e la dedizione assoluta che le parevano necessari per tradurlo, e l’aveva proposto, riservandosi di farne poi la revisione, a Grazia Giua, all’epoca una traduttrice giovane ma non priva di esperienza, che aveva accettato.

Così, per nove mesi, assistita da Susanna Basso in un ruolo che oggi definisce da coach (Giua 2012), Grazia Giua (che anni dopo sarebbe diventata editor Einaudi) si dedicò anima e corpo a una traduzione che la assorbì completamente e la pose di fronte a «insidie sconfinate». Oltre a essere mastodontico – Wallace disse una volta che ai commessi delle librerie sarebbe toccato aiutare chi lo comprava a caricarlo in macchina (Bruni 1996) – il libro era scritto in una lingua enormemente complessa, che costrinse la traduttrice non solo ripercorrere le funambolesche evoluzioni di una sintassi acrobatica, ma anche a impadronirsi di una miriade di lessici iperspecialistici:

Centinaia di pagine di appunti, centinaia, molte, di mail. E i libri: compendi di fisica, di matematica, manuali sul tennis e sul football americano, volumi sulla droghe, sintetiche e no, il Physician Desk Reference e il prontuario farmaceutico (carpito a un sospettosissimo farmacista), dizionari del cinema e di qualunque altra cosa. E i colloqui infiniti e meravigliosi con gli informant, di ogni ordine grado e professione, dai due lati dell’oceano. Non tutto mi è servito, e di certo non mi è bastato, ma ricordo la sensazione – ossessiva, immagino; delirante, mi dicevano – di vagare per scaffali, vetrine, palestre, strade, mondo, e pensare, sempre, eh sì, questo mi può servire, questo lo troverò, in qualche momento, a qualche punto, e allora mi servirà (Giua 2008).

Il romanzo però prima o poi sarebbe dovuto uscire, e ben presto si creò uno scollamento fra le esigenze della traduttrice, cui sembrava necessario dedicare a quel lavoro un tempo e una cura maggiori di quelli concessi dal suo contratto, e quelle dell’editore, Domenico Procacci, e del direttore della collana «Mine vaganti» in cui il romanzo sarebbe uscito, Sandro Veronesi, che non ritenevano di poter rimandare la pubblicazione di un libro così atteso. Nel giro di qualche mese lo scollamento sfociò in una rottura e, dopo aver tradotto le prime 385 pagine con relative torrenziali note, Grazia Giua fu rimpiazzata da un’altra giovane traduttrice, Annalisa Villoresi, e dallo scrittore Edoardo Nesi.

Una delle rarissime testimonianze di Annalisa Villoresi sul proprio lavoro al romanzo si trova in un articolo pubblicato dal «Tirreno» il 23 dicembre 2000 in occasione dell’uscita del libro:

«Non è stato facile restituire in italiano lo slang e il particolare stile letterario di Wallace – racconta la co-traduttrice – soprattutto per me che ero alla prima esperienza». Trentacinque anni, madre di due gemelle di 5, Villoresi è subentrata alla precedente traduttrice romana [sic, ma Grazia Giua non è romana], lavorando da marzo del 1998 fino ad agosto di quest’anno per circa sei ore al giorno. «Avevo smesso di lavorare per stare con le mie figlie ma ora, dopo questa esperienza, spero di avere altre occasioni. Non credevo che sarei riuscita a tradurre un romanzo così complesso in così poco tempo». Lo stesso Nesi definisce «sorprendente» il risultato e aggiunge: «Annalisa è stata bravissima, ha fatto un grande lavoro soprattutto con notevole e costante impegno». Lo scrittore imprenditore pratese, che deve a Procacci anche la realizzazione del suo primo film Fughe da fermo nelle sale a marzo, si è occupato della “ripulitura” (Bernacchioni 2000).

Da parte sua, così racconta Edoardo Nesi:

Pur potendomi appoggiare a una prima traduzione di Annalisa Villoresi e Grazia Giua, tradurre in italiano Infinite Jest mi è costato l’inverno e la primavera e l’estate 2000, e per varie ragioni: l’estrema complessità della trama che si supera e si ripiega e si rincorre continuamente; le dozzine di vividissimi personaggi e le loro complesse interazioni; la lingua ricchissima dell’autore, le lunghe dissertazioni tennistiche e farmacologiche e chimiche e cinematografiche con uso continuo di termini specialistici; la frequente coniazione di nuove parole in americano; l’uso di prefissi greci legati a oscuri termini medici; la decisione di non aggiungere note di traduzione non assolutamente necessarie per via delle moltissime pagine di note al testo già scritte dall’autore; la presenza nel romanzo di numerosissimi refusi d’autore poiché ben pochi dei personaggi sanno parlare o persino pensare in un inglese corretto (Nesi 2001).

Intanto, nel novembre 1999, da Fandango era arrivato in libreria La scopa del sistema, il primo romanzo di Wallace, in un’edizione che si segnalava, oltre che per la bella illustrazione di Gianluigi Toccafondo in copertina, per una quarta genialmente essenziale, appena tre parole: «Mi manca chiunque». La traduzione era di Sergio Claudio Perroni, che oggi ricorda i mesi dedicati a lavorare su quella scrittura «di straordinaria intelligenza» come un periodo molto felice, una delle pochissime occasioni nella sua carriera (già all’epoca ben avviata) in cui l’estrema difficoltà non fu per lui «una rottura di scatole» ma «un enorme piacere» (Perroni 2012). E poi, il 10 dicembre 2000, dopo più di tre anni di lavorazione complessiva, finalmente uscì Infinite Jest. All’interno del volume la traduzione era accreditata a «Edoardo Nesi con la collaborazione di Annalisa Villoresi e Grazia Giua», ma in copertina c’era scritto: «Traduzione di Edoardo Nesi». Da quel momento nel parlare comune Nesi sarebbe stato il traduttore di Infinite Jest.

Nel giro di due o tre anni appena, giusto gli anni di fine millennio, in Italia Wallace era così passato dallo status di sconosciuto a quello di autore di primo piano, sebbene ancora letto solo da un pubblico di nicchia, con ben otto volumi usciti fra il settembre 1998 e l’aprile 2001. L’apice di questa fulminea consacrazione fu probabilmente la lettura integrale di Infinite Jest (una non-stop di 72 ore) organizzata da Fandango al cinema Politecnico di Roma fra il 15 e il 17 dicembre 2000, quando, fra l’apertura di Alessandro Baricco e la chiusura di Fernanda Pivano, a leggere il romanzo si alternarono decine e decine di persone, celebri o meno.

Ancor più sorprendente è dunque, soprattutto col senno di poi, che fino ad allora fra i traduttori di Wallace ben pochi fossero professionisti affermati. Edoardo Nesi, che stava mietendo i primi successi come romanziere, aveva tradotto solo cinque libri (di Malcolm Lowry, Michael Hornburg, Buster Keaton, Stephen King e Quentin Tarantino), e dopo Infinite Jest non avrebbe quasi più tradotto. Quanto allo scrittore e sceneggiatore Francesco Piccolo (che aveva firmato La ragazza con i capelli strani per Einaudi e, insieme a Gabriella D’Angelo, Una cosa divertente che non farò mai più per minimum fax) non aveva tradotto nessun altro libro e non ne avrebbe tradotti altri. Martina Testa, che invece come traduttrice avrebbe poi fatto molta strada, era allora alle primissime armi (il che non le aveva impedito di meritare e vincere insieme a Christian Raimo il Premio Procida – Isola di Arturo per Il rap spiegato ai bianchi, un libro decisamente arduo da rendere in italiano), e alle primissime armi erano anche Raimo e Ostuni.

Le eccezioni erano Sergio Claudio Perroni – che aveva già in curriculum una ventina di romanzi, di autori come Highsmith, Ellroy, Vonnegut, Houellebecq e Moody – e soprattutto Ottavio Fatica, che aveva alle spalle una lunga esperienza con classici della stazza di Kipling, Stevenson, Conrad, James e molti altri. Ma forse Fatica, quando nel 1999 Paolo Repetti di Einaudi «Stile libero» affidò a lui e Giovanna Granato Brief Interviews with Hideous Men, non trovò Wallace particolarmente nelle proprie corde, perché riservò per sé solo pochi racconti e lasciò gli altri alla co-traduttrice, che oggi ricorda:

C’è un episodio significativo di com’è stato per me tradurre Wallace. Mentre lavoravo al primo racconto, La persona depressa, all’improvviso è saltato il computer e si è cancellato tutto. E io, come nulla fosse, ho subito ricominciato da zero. Tradurre quel racconto aveva prodotto in me questa sensazione di abbandono totale. Si trattava di lasciarsi travolgere dal vortice della sua scrittura, abbassare le difese, lasciarsi andare e, semplicemente, seguire la luce chiarissima che emanava dalle sue pagine (Granato 2013).

Quel libro comprendeva anche un racconto che all’epoca a Fatica e Granato parve intraducibile, Datum Centurio. Così, come era già accaduto nel caso di La ragazza con i capelli strani, e come purtroppo spesso accade nelle edizioni italiane di raccolte di racconti straniere, si decise di tralasciarli (e, di conseguenza, per non alterare troppo la struttura del libro, di tralasciare anche la Breve intervista n. 59 e Tri-Stan, già uscito nell’antologia di Fanucci Schegge d’America), una scelta da cui fra l’altro si evince come all’epoca Wallace non avesse ancora quello statuto di classico contemporaneo che oggi ci appare scontato.

Esauritasi così l’intera backlist, negli anni fra il 2002 e il 2007 il ritmo delle uscite rallentò. Furono però gli anni in cui, come ricorda Martina Testa, in Italia la fama dello scrittore si consolidò:

All’inizio c’è stato un lentissimo crescendo di attenzione. Nei primi anni Duemila, per dire, la raccolta di saggi Tennis, tv, trigonometria, tornado si vendeva così poco che a un certo punto rischiammo di doverne macerare qualche centinaio di copie. A partire dalla nostra edizione della Ragazza dai capelli strani (2003), che andò subito molto bene, ci è sembrato che l’interesse del pubblico crescesse, anche nei confronti degli altri titoli, che infatti, nel corso degli anni, non sono mai andati fuori catalogo. Probabilmente è stato in quel periodo che si è verificato il fatidico “passaparola dei lettori” (Gregorio 2011).

Fu in questo periodo che Einaudi riuscì ad aggiudicarsi le nuove uscite – nel 2004 la raccolta di racconti Oblivion, tradotta da Giovanna Granato come Oblio, e nel 2006 la raccolta di saggi Consider the Lobster, tradotta da Adelaide Cioni e Matteo Colombo come Considera l’aragosta – e ad acquistare i diritti di Infinite Jest e della Scopa del sistema (che non erano stati rinnovati a Fandango), per poi ripubblicare i due romanzi nella collana «Stile libero Big» rispettivamente nel 2006 e nel 2008, senza apportarvi alcuna correzione o modifica. Presso la casa editrice di divulgazione scientifica Codice uscì invece nel 2005 Tutto, e di più, la traduzione (di Giuseppe Strazzeri e Fabio Paracchini) dell’impegnativo saggio di logica matematica Everything and More: a Compact History of Infinity.

Wallace aveva ormai, grazie a Infinite Jest ma forse ancor più a La scopa del sistema, un’affezionata platea di lettori italiani, e non a caso fu proprio in Italia che lo scrittore fece una delle sue rarissime apparizioni al di fuori degli Stati Uniti, intervenendo nel 2006 – insieme a Nathan Englander, Jeffrey Eugenides, Jonathan Franzen e Zadie Smith – al festival Le conversazioni a Capri, organizzato da Antonio Monda. Ricordò in seguito Martina Testa, che in quell’occasione fu la sua interprete:

Continuava a dire che eravamo vecchi amici (anche se in realtà ci eravamo incontrati solo due o tre volte, e detti poco più che ciao). Mi dava pacche sulle spalle, mi abbracciava, mi scroccava sigarette con un sorriso imbarazzato (aveva smesso di masticare tabacco, ma ancora non poteva fare a meno della nicotina) e mi chiedeva di stargli vicino; una volta, quando mi sembrava di aver combinato un disastro nel fare da interprete a un altro autore, si mise subito a rassicurarmi del fatto che ero andata benissimo. Nonostante si facesse un gran parlare di quanto era a disagio in mezzo alla gente, in realtà aveva un calore e una dolcezza che sarebbero rari da trovare in chiunque – figuriamoci poi in un genio, o nel tuo scrittore preferito (Testa 2008).

Era la fine di giugno – scrisse diversi anni dopo Antonio Monda – nell’atmosfera rilassata del festival Le conversazioni a Capri, e nessuno, neanche tra i più intimi, poteva immaginare che quel viaggio avrebbe rappresentato uno degli ultimi momenti di serenità della sua esistenza destinata a spezzarsi tragicamente due anni dopo (Monda 2011).

E in effetti, quando il 12 settembre 2008 lo scrittore fu trovato dalla moglie Karen Green impiccato nel patio della loro casa di Claremont, in California, furono in molti a sentirsene personalmente feriti. Come scrisse all’epoca Nicola Lagioia:

Il suicidio di David Foster Wallace ha lasciato scioccata un’intera generazione di lettori. Al di là dei coccodrilli e del tran tran dignitosamente ordinario di una breve commemorazione mediatica, le autostrade telematiche sono state rapidamente invase da messaggi pieni di sgomento e di dolore autentico. Sui siti internet, nei blog, nei forum di discussione e poi, fuori dalla rete, nelle conversazioni tra appassionati (spesso molto giovani) di letteratura contemporanea: «è morto uno di noi…», «lo sentivo vicino come un fratello…», «adesso mi sento persino più solo di prima…», «si può provare tanto dispiacere per una persona che non si è mai frequentata fuori dalla pagina?» (Lagioia 2008).

Un’impressione confermata dalla testimonianza di Tommaso Pincio:

Vengo a sapere che David Foster Wallace si è impiccato. […] Poco dopo squilla il telefono. Un amico vuole commentare il fatto. Siamo entrambi sconcertati, affranti. Nessuno dei due può dire di aver conosciuto Wallace, eppure ci è naturale parlarne come di una persona cara (Pincio 2011, 108).

E se lettori e critici si sentirono toccati così nell’intimo dalla morte improvvisa di uno scrittore che sentivano insolitamente vicino, tanto più si sentirono chiamate in causa le persone che avevano tradotto, editato o pubblicato i suoi libri. Data l’intricata storia editoriale di Wallace in Italia, non stupisce che più d’uno si sia sentito in quel momento di poter rivendicare una sorta di primogenitura, o comunque un legame privilegiato con lo scrittore scomparso. In un paginone interamente dedicato a Wallace, ad esempio, l’«Unità» affiancava, sotto il poco felice titolo La maratona della memoria, una serie di trafiletti commemorativi. Procacci, direttore editoriale di Fandango, dichiarava: «Non l’ha mai saputo, D.F.W., e ormai non lo saprà mai, ma una piccola casa editrice, la nostra, la Fandango Libri, è nata per pubblicare un suo lavoro, il monumentale Infinite Jest» (Procacci 2008); e a fianco Veronesi:

Io credo che Infinite Jest sia il più grande romanzo che sia stato scritto nel dopoguerra. […] Averne fortemente voluto la traduzione, aver fondato una casa editrice, con Procacci, praticamente a questo scopo, rappresenta probabilmente il mio più alto merito letterario; averne organizzato la lettura integrale, nel dicembre del 2000, al Politecnico di Roma, una delle cose più belle che abbia fatto nella vita (Veronesi 2008);

e Cassini, direttore commerciale di minimum fax: «Eravamo i primi folli editori al mondo a voler pubblicare un suo libro al di fuori dell’America e infatti ne comprammo i diritti per cinquecentomila lire» (Cassini 2008). Anche Fernanda Pivano parlò di lui, sul «Corriere della Sera», come di «un altro amico, dolce, fragile e generoso che se ne va», inserendolo in una sorta di genealogia di scrittori suicidi suoi amici, da Pavese a Hemingway a Wallace (Pivano 2008). Martina Testa scrisse sul sito di minimum fax:

Nessuno è stato altrettanto difficile e gratificante. Su nessuno mi sono impegnata con tanto amore. Ogni volta che ho tradotto qualcosa di suo, gli ho mandato delle domande. Lui rispondeva con riluttanza, era in difficoltà, continuava a dire che una certa storia era impossibile da tradurre in maniera dignitosa e fedele – il che a volte mi faceva venire da piangere; e poi scriveva pagine intere per spiegarmi una singola parola o una singola frase, e concludeva dichiarando la sua totale fiducia nelle mie capacità di traduttrice – il che, di nuovo, mi faceva venire le lacrime agli occhi (Testa 2008).

Come negli Stati Uniti, anche in Italia si tennero eventi in sua memoria, il principale dei quali si svolse il 12 ottobre (a un mese dalla morte) al Teatro Ghione di Roma. In quell’occasione si ritrovarono tutti gli editori italiani di Wallace (minimum fax, Fandango, Einaudi e Codice), molti suoi traduttori e diversi scrittori che si consideravano suoi «compagni di strada». Cominciò poi, come inevitabilmente capita in casi simili, una nuova fioritura di edizioni italiane. Minimum fax, che proprio in quel momento stava celebrando il quindicennale della casa editrice con la speciale collana «I Quindici», nel 2008 ripubblicò in questa nuova veste, arricchita da una grafica molto curata e da nuovi apparati ed «extra», La ragazza dai capelli strani (con Brave persone in appendice, un estratto da quello che in seguito sarebbe diventatoIl re pallido), nel 2009 Burned Children of America (un’antologia di nuovi narratori americani, uscita la prima volta nel 2001, che si chiudeva con il racconto di Wallace Incarnazioni di bambini bruciati, da cui il titolo) e nel 2010 Una cosa divertente che non farò mai più. Seguirono le nuove edizioni di tutti i libri di Wallace nei «Sotterranei».

Einaudi alle riedizioni affiancò alcuni inediti. Uno degli ultimi testi scritti da Wallace era una conferenza, un commencement address (ossia una prolusione) pronunciato di fronte ai neolaureati del Kenyon College il 15 maggio 2005. Qualche mese dopo la morte dell’autore, la Little, Brown & Co. (che a partire da Infinite Jest era diventata la casa editrice di Wallace) lo aveva pubblicato col titolo This Is Water. Some Thoughts, Delivered on a Significant Occasion, about Living a Compassionate Life. In quel volumetto a ogni singola frase del breve e intenso discorso era riservata un’intera pagina, così che le parole dell’autore venivano a trovarsi circondate da grandi spazi bianchi, una sorta di aura che trasmetteva al lettore la sensazione di avere fra le mani un testo sapienziale, o magari, come ebbe a scrivere Zadie Smith, «un librettino di self-help da leggere al cesso» (Smith 2010, 378).

L’insolita scelta editoriale della Little, Brown & Co. si inseriva in quella che qualcuno definì la «beatificazione» di David Foster Wallace (Salis 2011), uno scrittore che, se agli esordi era stato considerato un epigono dei postmodernisti, un ironico acrobata delle parole (Bajani 1999), col tempo si era spostato sempre più verso una concezione morale, se non esplicitamente spirituale, della letteratura (un’evoluzione già ben compresa nel 1998 da Mattia Carratello nella sua lucidissima postfazione a La ragazza con i capelli strani), e che proprio per questo aveva suscitato nei suoi lettori un coinvolgimento così viscerale. In un articolo su «Slate», Nathan Heller si era chiesto perché Wallace ispirasse una tale devozione nei suoi ammiratori, e al termine di un’approfondita analisi delle sue opere si era risposto:

È stato l’intellettuale del 21° secolo che ha insegnato ai lettori a provare sentimenti, lo scrittore che ha spiegato come sia possibile vivere in modo ricettivo e umano senza rinnegare una cultura pesantemente, eminentemente critica (Heller 2011; traduzione mia).

Anche Tim Jacobs, su «Rain Taxi», aveva azzardato una risposta: «Non era Gandhi e non è morto per i vostri peccati, ma i concetti di servizio e di sacrificio personale, soprattutto nell’ambito della scrittura, li prendeva palesemente sul serio» (Jacobs 2008-2009; traduzione mia).

In questo contesto Einaudi «Stile libero» preferì non incoraggiare ulteriormente una lettura di Wallace che molti ritengono fuorviante, o comunque dannosa. Wallace era sì un genio, precisa ad esempio Martina Testa, ma

penso che connotarlo come una specie di unicum, di “monstrum”, di prodigio sia inopportuno, non giovi alla percezione che il pubblico ha di lui, gli faccia più male che bene, e personalmente non vorrei contribuire ad alimentare in nessun modo l’aura quasi mitica che ormai lo circonda (Testa 2012).

Sulla stessa posizione Giovanna Granato, la traduttrice di This Is Water: «È un errore farne un culto perché non era l’immagine che lui voleva dare di sé» (Granato 2013). La casa editrice italiana decise dunque di far uscire, in concomitanza col primo anniversario della morte dell’autore, il discorso intitolato Questa è l’acqua in un omonimo volume, curato da Luca Briasco, che recuperava anche cinque racconti, perlopiù giovanili, ancora inediti in Italia (e tuttora uncollected negli Stati Uniti), fra cui il primo in assoluto mai pubblicato da Wallace (nel 1984), Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta, in cui lo scrittore raccontava l’insorgere della depressione e della dipendenza dai farmaci.

C’era però in cantiere un inedito ben più importante. Alle Conversazioni a Capri Wallace aveva letto un brano di prosa chiamato Estratto senza titolo da un qualcosa di più lungo che ancora non è neanche lontanamente scritto (pubblicato all’epoca in una plaquette con a fronte una traduzione di Martina Testa). Quel brano era poi stato ritrovato, insieme a centinaia di altre pagine, sulla scrivania di Wallace il giorno del suo suicidio (Max 2009; Pietsch 2011). Quelle pagine erano il dattiloscritto incompiuto di quello che avrebbe dovuto diventare il suo terzo romanzo e, dopo un lungo e complesso lavoro di riordinamento e collazione da parte di Michael Pietsch (l’editor di Little, Brown & Co. che già aveva lavorato a Infinite Jest), sarebbero uscite nel 2011 col titolo The Pale King. Einaudi affidò anche questo libro a Giovanna Granato, che ricorda:

La difficoltà più superficiale, ma molto fastidiosa è stata dover cercare tantissimi riferimenti, cosa che porta via un sacco tempo. Invece non è difficile la struttura della frase, perché la sua scrittura, per quanto complessa e piena di meandri, non è mai ambigua, è lucida e solida. Le sue architetture verbali sono di una solidità mostruosa. Il difficile è restituire il grandissimo spessore che si cela sotto quelle che possono anche apparire storielle in cui non succede niente di che. Le strutture sono ripetitive ma leggere e limpidissime, la difficoltà sta sotto, nella fittissima rete dei riferimenti che danno un senso profondo al tutto. Affrontare la lunghezza delle frasi è solo una cosa muscolare. Basta allenarsi, fare un respiro profondo e buttarsi nel vortice. La sua scrittura non dà grandi margini di movimento, perciò devi per forza essere letterale. È tutto troppo solido, non si lascia scalfire (Granato 2013).

In questo caso però, racconta ancora la traduttrice, c’era una difficoltà più profonda:

Lavorare al Re pallido è stato come mettere le mani nella carne viva, dovendo affrontare in molte parti un testo “sporco”, non ancora ripulito dall’autore con la sua solita cura maniacale. Mi capitava di provare un imbarazzo da voyeur, come trovandomi a vedere quello che lui non avrebbe voluto farci vedere, il corpo nudo della sua scrittura. È stato pesantissimo dal punto di vista psicologico. Anche perché in passato Wallace non aveva mai scritto in modo così nudamente autobiografico. È stato come camminare costantemente sui confini di un territorio in cui non mi sembrava giusto entrare, intrattenendo con l’autore un rapporto personale, mentre non deve essere così. Per questo ho cercato di avere il massimo rispetto del testo, trattandolo non tanto come un romanzo, ma come un documento. Perciò, dove la scrittura è sporca, è stata lasciata sporca. In questo caso la resa è stata ancora più letterale del solito, e mi sono data la regola di non correggere anche laddove evidentemente Wallace in un secondo tempo sarebbe intervenuto. Ad esempio, di solito la punteggiatura è meravigliosa, perfetta, chiarissima. In questo caso invece a volte non lo era, ma non è stata toccata. In questo l’Einaudi, e soprattutto Alessandra Montrucchio, che ha fatto la revisione e mi ha aiutata nelle ricerche sui termini tecnici, mi hanno sostenuta molto (Granato 2013).

Con Il re pallido può dirsi conclusa la grande stagione editoriale di David Foster Wallace in Italia, sebbene altre nuove uscite ci siano state e continueranno probabilmente a esserci. Nel 2012 da Einaudi è stato pubblicato, ancora in una traduzione di Giovanna Granato, e con grande successo, Il tennis come esperienza religiosa, che raccoglie due reportage, uno inedito in Italia, Democrazia e commercio agli US Open, e uno, già uscito nel 2010 da Casagrande in una traduzione di Matteo Campagnoli, dal titolo Roger Federer come esperienza religiosa. Per il 2013 sono annunciate diverse novità di non poco conto: Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, ovvero la prima biografia di Wallace, scritta da D. T. Max e tradotta da Alessandro Mari; la traduzione di Giovanna Granato dei saggi uncollectedpubblicati nel 2012 da Little, Brown & Co. col titolo Both Flesh and Not; una nuova edizione di Brevi interviste con uomini schifosi che finalmente recupera i tre racconti mancanti; una nuova edizione del Re pallido (negli «Einaudi Tascabili») che presenta in appendice le quattro nuove scene inserite nel paperback dell’edizione statunitense; e infine una nuova edizione di Infinite Jest in cui sono stati corretti i numerosi refusi presenti nelle edizioni cartacee (solo in e-book, un assaggio di quella che sarà l’edizione speciale per il ventennale del libro nel 2016).

Da minimum fax invece è in uscita la traduzione delle Conversations with David Foster Wallace curate da Stephen J. Burn (2012), una raccolta delle non molte ma preziose interviste rilasciate nel corso degli anni da Wallace, fra cui, essenziali e citatissime, quelle di Larry McCaffery per la «Review of Contemporary Fiction» (1993) e di Laura Miller per «Salon» (1996). Resta da tradurre la tesi di laurea in filosofia del 1985 Fate, Time, and Language: An Essay on Free Will (Columbia University Press, 2010), e ben poco altro.

Oggi, a vent’anni dalla prima comparsa di un suo testo in Italia, e a cinque dalla morte, la popolarità e l’influenza David Foster Wallace nel nostro paese non accennano a diminuire. Lo dimostrano, oltre alle molte nuove uscite annunciate, la nascita nell’aprile 2011 del sito Archivio David Foster Wallace Italia e la pubblicazione di alcuni saggi critici e libri di interviste (Pennacchio 2009; Lipsky 2011; Susca 2012; Karmodi 2012), nonché di un «diario del dolore» scritto subito dopo la sua morte (Infinite Loss di Salvatore Toscano, 2009). E se è certamente vero che la sua scomparsa tragica e prematura ha contribuito a trasformare lo scrittore in una sorta di personaggio leggendario – e non è certo la prima volta che succede: basti pensare, senza scomodare le rockstar, al caso per certi versi analogo di Roberto Bolaño, e da noi a Sergio Atzeni o, fra i traduttori, Angelo Morino -, non si può non riconoscere che, se per tanti lettori e scrittori del nostro paese Wallace è diventato un punto di riferimento, il merito va anche ai traduttori. Ci troviamo di fronte a un felice paradosso: un autore che molti consideravano intraducibile (e che si considerava intraducibile) è stato non solo tradotto ma tradotto con grandissima fortuna.

I termini della sfida li aveva spiegati lui stesso nell’intervista rilasciata a «Salon» in occasione dell’uscita di Infinite Jest:
Il progetto che vale la pena portare avanti è fare della roba che mantenga la ricchezza e il coraggio e la difficoltà emotiva e intellettuale dell’avanguardia, roba che costringa il lettore ad affrontare le cose invece di ignorarle, ma farlo in modo tale che sia anche piacevole da leggere. Allora il lettore sente che qualcuno sta parlando con lui invece di mettersi in posa (Miller 1996; traduzione mia).

È una sfida che, nonostante le tortuosità, e talvolta le ambigue opacità, delle vicende editoriali di David Foster Wallace in Italia, i traduttori hanno vinto.

 

L’elenco completo delle traduzioni italiane e dei riferimenti bibliografici è sul sito della rivista Tradurre

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Ancora su “Bellas mariposas” https://minimaetmoralia.it/cinema/ancora-su-bellas-mariposas/ https://minimaetmoralia.it/cinema/ancora-su-bellas-mariposas/#comments Thu, 16 May 2013 16:43:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14394 Nel mondo del giornalismo culturale, dove spesso ormai alle recensioni si preferiscono le segnalazioni e le anticipazioni, una delle cose che non accade praticamente mai è che si parli due volte dopo dello stesso oggetto, e questo è tanto più vero se questo oggetto è una cosa piccola, un film indipendente, un libro uscito in […]

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Nel mondo del giornalismo culturale, dove spesso ormai alle recensioni si preferiscono le segnalazioni e le anticipazioni, una delle cose che non accade praticamente mai è che si parli due volte dopo dello stesso oggetto, e questo è tanto più vero se questo oggetto è una cosa piccola, un film indipendente, un libro uscito in sordina, etc… Anche per questo postiamo qui un altro articolo su uno dei più bei film di quest’anno. Se non l’avete fatto, andatelo a vedere, anche perché è facile che ne continueremo a parlare.

di Paola Soriga

Cate ci crede davvero che la luna la possa ascoltare, che da là in alto arrivi a sentire la sua voce di ragazzina affacciata alla finestra di un appartamento sgangherato in un palazzone di periferia.

Ha dodici anni e vive con una sorella piccola, una più grande che lavora la notte eppure è ancora bella come un angelo, e i suoi due bambini. Nell’appartamento, i letti uno sull’altro, ci sono anche il fratello più grande che la adora e, come lei, vuole fare il cantante, quello più piccolo, che si fa l’ultima dose di eroina a letto, prima di dormire, un altro che è un romantico e gioca a pallone e poi Tonio, che pensa solo alle donne e vuole uccidere “Gigi del quinto piano l’innamorato mio”. Il padre ha una pensione di invalidità anche invalido non è e non fa niente tutto il giorno, se non salire sugli autobus per strusciarsi addosso alle ragazze, mentre la madre è disabile davvero ma ugualmente lavora a casa e fuori. Cate parla guardando dritta negli occhi, e dallo schermo viene forte la disperazione che lei sa trasformare in forza.

Con ironia e grazia, Bellas Mariposas, il nuovo film di Salvatore Mereu, racconta la storia di una ragazzina che conosce le percosse della vita eppure sa mantenere l’incanto, la storia di un quartiere difficile, isolato anche fisicamente dal resto della città, la storia di questa città che è Cagliari allagata di luce. Cate e Luna, che sono “come sorelle e più che sorelle”, la mattina del 3 agosto “giorno dell’ammazzamento di Gigi”, se ne vanno a nuotare al Poetto, la spiaggia cittadina che con i suoi stabilimenti ricrea le separazioni sociali della città, tiene lontani i ricchi dai poveri, da quelli dei paesi. Arrivano la mattina alle nove, quando ci sono “soltanto mamme con bambini piccoli – i maschi si svegliano tardi”, e il mare le salva dalle mura svilenti in cui vivono, il mare che le accoglie ed è grembo trasparente che protegge, “quando nuoto dimentico casa quartiere futuro mio babbo il mondo – dovevo nascere pesce.” Se ne vanno per le strade deserte di Cagliari, i sandali sull’asfalto bollente e il bianco delle mura e le torri, a mangiare gelati e rispondere ai maschi, che anche se loro ancora sono piccole “e non c’è niente da vedere o da nascondere”, comunque le scocciano. I loro corpi normali, di adolescenti un po’ brutte e un po’ belle, protetti da un costume olimpionico, che è “come una corazza da guerriera”, la battuta sempre pronta, una trovata sfrontata. Vivono con madri e sorelle sfruttate e stanche, ma capaci di cantare e preparare un sugo speciale quando sono felici. Attorno a loro si muovono pigri gli uomini, legati a una cultura che esalta il sopruso e la violenza, l’assenza di parole per spiegare e raccontare. Tranne pochi. Per questo Cate è vergine e l’uomo se lo sceglierà dopo, quando sarà già una rock star, “come Marco Carta, che è sardo come noi”.

I personaggi del film, quasi tutti interpretati da attori non protagonisti che il regista ha saputo guidare e seguire, e che guidano noi nel loro difficile mondo, sono capaci di creare risate e tenerezza. Bravissime le due protagoniste, Sara Podda e Maya Mulas, ma anche gli altri, come Luciano Curreli, che interpreta il padre di Cate, e la piccola Giulia Coni, che è Luisella nel film. Tutti parlano quel garbuglio di italiano e cagliaritano che determina l’ironia, la leggerezza, fuor di retorica e senza crudezza, delle cose, che sono loro a essere crude, e bastano da sole.

Così è anche l’omonimo racconto lungo di Sergio Atzeni, da cui è tratto il film, pubblicato da Sellerio dopo la morte dello scrittore, annegato a 43 anni nel mare di Carloforte, nel 1995. L’ultimo libro di un autore che di Cagliari ha saputo raccontare, per primo, particolarità e contraddizioni, a partire da quel mare da cui è circondata, barriera che isola ma anche porta verso il mondo, che il mondo include in un meticciato lontano da ogni idea o mito di purezza identitaria o linguistica. Atzeni che ha cantato il groviglio di terre che si sono incontrate nella nostra, Cagliari che abbaglia, che ha una bellezza capace di stregare, anche quando respinge, e che appare all’improvviso vera e viva, nelle pagine di Atzeni, e diventa di tutti, entrando nei romanzi, nei libri in cui non era ancora stata, per anni nascosta dalla narrazione di una Sardegna interna, arcaica e immobile nei gesti e nei pensieri.

Bellas Mariposas è al cinema da poco più di un mese e soltanto in poche sale, a Roma al cinema Alcazar, in Sardegna in varie sale che non sono, come succede di solito per le piccole produzioni, le sale piccole dei cinema d’essai, ma quelle dei nuovissimi multisala, capaci di attirare un pubblico vasto e vario, perché per la Sardegna questo è un film importante, chissà che non lo diventi anche per il resto d’Italia, in cui arriverà presto. Il produttore, Gianluca Arcopinto, che già aveva lavorato nell’isola assieme a Mereu per Sonetàula, ha scritto che non basta fare un film sardo per avere successo in Sardegna, ed è vero, Bellas Mariposas, girato con pochi soldi e molta cura, sta dimostrando di essere in grado di arrivare lontano. È anche il primo film di Mereu di ambientazione cittadina, in un quartiere, Sant’Elia, che aveva conosciuto, due anni fa, girando Tabajone, un film documentario realizzato da ragazzini delle scuole medie, soprattutto figli di immigrati. Prima, invece, si era misurato con le storie della sua Barbagia e colpisce una scena di Bellas Mariposas, assente nel libro, in cui la madre di Cate spegne la tv che Luisella guarda mentre fa colazione, un programma di balli e canti sardi che la irrita, e la irrita perché “sembra che la Sardegna sia solo Nuoro, e a Iglesias, e a Cagliari, cosa siamo?”. Una battuta che, nel suo essere esemplare di questo aspetto della poetica atzeniana, l’aver dato cioè dignità letteraria a una parte di Sardegna un po’ fuori dal mito, considerata sempre troppo poco sarda, e che ha aperto la strada alla generazione successiva di narratori, come Milena Agus e Francesco Abate, mostra l’ironia del regista nuorese. Nel film Cagliari si mostra allo spettatore attraverso scorci dei quartieri antichi e di quelli moderni, luci accese e vento, e un impasto linguistico che è quello della quotidianità, niente è enfatico, l’identità passa attraverso l’amore per lo scherzo e la comicità, incroci e gomitoli di storie e parole. Così gli attori del film portano i loro accenti e le loro espressioni, alveare di voci come alveare è il quartiere, gli appartamenti piccoli dentro palazzoni enormi, fra campi di erba ingiallita dal sole, su una collina da cui si vede il mare, che dà quiete alle vite schiacciate e impotenti. Ambientato ai giorni nostri, quasi vent’anni dopo quindi rispetto al libro, mantiene lo stesso nome fittizio per il quartiere, che viene chiamato Santa Lamenera ma è in realtà Sant’Elia, quasi un altro protagonista della storia. Un set naturale che, come alcune favelas di Rio de Janeiro, si trova in uno dei punti più belli della città, periferia di dolore in cui non si entra se non si conosce qualcuno, o se non si ha da comprare il fumo o la coca. Non è stato semplice neanche girarlo, questo film, occorreva esseri attenti a ogni inquadratura, non sbagliare a girare la macchina da presa per le strade o i sottoscala, non filmare per caso le persone sbagliate.

Da qui prima o poi se ne andranno, Cate e Luna, che hanno sempre gli stessi pensieri e sanno che una sera d’estate può arrivare una strega a leggere il futuro nelle mani, che le giornate possono finire in modi imprevedibili e che la luna tonda dell’estate le può ascoltare e portare lontano. “E Luna ha detto Le nostre labbra sembrano farfalle. Ho risposto Anche noi sembriamo farfalle. Luna ha detto Bellas mariposas. E ci siamo addormentate.”

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Bellas Mariposas https://minimaetmoralia.it/cinema/bellas-mariposas-salvatore-mereu/ https://minimaetmoralia.it/cinema/bellas-mariposas-salvatore-mereu/#comments Thu, 09 May 2013 06:00:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14271 A chiunque viva o si trovi a Roma consiglio di andare a vedere Bellas Mariposas di Salvatore Mereu, tratto dall'omonimo romanzo di Sergio Atzeni. A fronte di una vicenda distributiva che sfiora i cieli del demenziale tenuto conto della sua qualità, il film  inizia per così dire oggi (9 maggio, all'Alcazar) il suo percorso più o meno regolare nell'accidentata capitale. Da oggi sarà possibile vederlo anche a La Spezia, a Savona dall'11 maggio. A Milano (omonima di una grande città capace di trattenere il meglio intra moenia), in occasione della festa del cinema, Bellas Mariposas sarà programmato all'Apollo per la sola giornata del 15 ma a partire dalle 13.00. Ininterrottamente, fino a sera.

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A chiunque viva o si trovi a Roma consiglio di andare a vedere Bellas Mariposas di Salvatore Mereu, tratto dall’omonimo romanzo di Sergio Atzeni. A fronte di una vicenda distributiva che sfiora i cieli del demenziale tenuto conto della sua qualità, il film  inizia per così dire oggi (9 maggio, all’Alcazar) il suo percorso più o meno regolare nell’accidentata capitale. Da oggi sarà possibile vederlo anche a La Spezia, a Savona dall’11 maggio. A Milano (omonima di una grande città capace di trattenere il meglio intra moenia), in occasione della festa del cinema, Bellas Mariposas sarà programmato all’Apollo per la sola giornata del 15 ma a partire dalle 13.00. Ininterrottamente, fino a sera.

Tutto questo per dire che l’Italia dell’apparato culturale (distribuzione, grossi media tradizionali e altre stelle morenti) continua a brillare per la capacità di separare il grano dal loglio scambiando l’uno per l’altro e indirizzando il grande pubblico bovinamente meritevole del disastro in atto verso la melma bipartisan. Se non è Pieraccioni è quella puttanata gonfia di retorica che è stato quest’anno il Concertone del primo maggio.

Tutto questo per spiegare soprattutto come un film premiato ai festival (Venezia, Rotterdam, Bif&st), capace di staccarsi a colpo d’occhio dalla mediocrità audiovisiva cui solo il cinismo o l’amore riflesso di botteghino porta a legare a “cinema” quell'”italiano” che dovrebbe smentire il sostantivo (mentre un nuovo cinema italiano di grossa qualità esiste miracolosamente a dispetto dei mezzi di cui dispone), tratto degnamente dal romanzo di uno scrittore che dovrebbe far bene al nostro orgoglio e che invece il goyano sonno di redattori e capostruttura (il “discorso sulla cultura”) si accontenta di relegare nella categoria “di culto”, per esistere e essere visto (questo bel film che vi sto consigliando) prevede necessariamente il sacrificio fisico del suo autore o qualcosa di simile. E infatti Salvatore Mereu Bellas Mariposas se l’è prodotto praticamente da solo (Rai Cinema è arrivata in un secondo tempo), e, sempre da solo, lo sta portando adesso in giro con una sorta di artigianale e massacrante distribuzione porta a porta di cui si sta cercando di dare qui testimonianza.

D’accordo morire per un verso. Ma per l’idiozia dei burocrati e dei quadri?

luciano-curreli

Bene, ma di che parla questo film?

È la storia di una ragazzina di 11 anni (Cate) che vive nel periferico quartiere cagliaritano Sant’Elia, prigioniera e neanche troppo di una famiglia che una cattiva traduzione dell’americano definirebbe “disfunzionale” mentre è sotto sotto-proletaria (sorella prostituta, fratello tossico, padre debosciato eccetera) e dunque fondamentalmente in grado di muoversi su e giù per un mondo che ai rottami e al materiale di risulta alterna spazi di libertà. Le avventure di Cate, della sua amichetta Luna e degli strampalati degradati crollanti disfatti ma in qualche modo indistruttibili (come Molloy e Malone, o i personaggi di Cinico tv) abitanti del quartiere. C’è disincanto (sentire e vedere una bambina di 11 anni che parla di pompini in modo disinvolto può mettere un filo di disagio) ma anche una più grande innocenza che lo fagocita (Cate è illibata e tale è decisa a restare con un candore che anziché disfarsi si moltiplica quando sua sorella torna a casa dopo aver battuto tutta la notte e le due si incontrano).

È un film che si è preso il lusso di essere girato in ordine cronologico (“perché le piccole attrici potessero crescere col film, giorno per giorno”, dice Mereu) e questo per paradosso dà forza a una struttura narrativa che, al contrario, dopo il montaggio di cronologico ha ben poco: vediamo quasi sempre prima ciò che accade dopo e viceversa. C’è una certa commedia all’italiana, c’è la lezione alleggerita di Ciprì e Maresco, c’è il tentativo (riuscito, con qualche sbavatura) di recuperare una certa ariosità da nouvelle vague metropolitana (le scene su e giù per la città) e soprattutto – nei momenti migliori del film – la felicità dei personaggi (la rottura del riflesso pavloviano che al disagio fa seguire l’immaginario da psicofarmaco con gravi musiche di sottofondo) non diventa favola. Se una qualche lezione etica si può trarre è: dal momento che il mondo è finito, perché lasciarsi abbattere dall’inutile che tanto bene abbiamo utilizzato per rovinarci la vita?

Se non la si vuole trarre, meglio.

Qualche giorno fa, con Christian Raimo, sono stato invitato a Urbino al primo Festival del Giornalismo Culturale Italiano. Nei nostri interventi abbiamo stigmatizzato l’anticipazionismo e l’ufficiostampizzazione (copyright C.R.) che porta i media a considerare non più censibile tutto ciò che è uscito oltre una certa data. I media in questo modo riflettono l’agenda degli uffici stampa ma escludono la possibilità che si rifletta su ciò che di buono capita sotto o anche a distanza di tiro. L’insana tempestività uccide la salvifica inattualità. Una volta avevano l’inconveniente di informare i fatti e non sui fatti (CB), ora hanno perso questo sotto-tipo di autorialità e si limitano a seguire la logica del lemming. Ma la cultura non è lo sport o la politica. Quanto più un libro o un film sono interessanti o addirittura belli, tanto più avrà senso pesarne gli effetti a distanza di tempo. (Qui intanto trovate un riassunto del discorso fatto da Raimo che in queste cose è più bravo di me; durante il festival, per spiegare perché il giornalismo culturale italiano ha l’orchite ha fatto l’ormai nota performance in stile Subterranean Homesick Blues, ma nella indisponibilità telematica di questa esibizione, eccolo invece qui in versione più pacata RaiEducational).

Che c’entra tutto ciò con Bellas Mariposas? Siccome quando vedo o leggo qualcosa di interessante cerco di farne parlare in giro – giacché ci siete, in libreria sfogliate qualche pagina dell’ultimo romanzo di Giordano Tedoldi e vedete se fa per voi – dopo aver visto (quasi casualmente) il film di Mereu, mi sono attaccato al telefono e ho chiamato un po’ di giornalisti per sensibilizzarli alla causa. Tranne in un caso virtuoso in cui sono arrivato tardi io (Il Venerdì, disposto a parlarne ma già in chiusura numero), alla sollecitazione (“scrivete o fate scrivere un pezzo”) seguiva puntualmente lacrimevole richiesta di gancio.  “Sì, ma il gancio dove sarebbe?” Mi si chiedeva dunque (a me!) che il film uscisse ufficialmente in tutta Italia per renderlo giornalisticamente appetibile (“ma il problema”, spiegavo io, “è proprio questo. È magari anche denunciare un sistema assurdo per cui il prossimo Checco Zalone – con il rispetto dovuto al concittadino (Capurso, non Bari) nonché dei grossi critici cinematografici e cantautori che pure lo amano – uscirà in circa mille copie mentre altri film, in certi casi addirittura più interessanti, vedranno il proprio spazio vitale annullato”), che vincesse qualche premio (“ma l’ha già vinto! Anche a livello internazionale. Ora esce addirittura in Belgio!”), che ai suoi attori toccasse la sorte di quelli di Poltergeist (questo il redattore di turno, esasperato e poi annoiato dal sottoscritto, messo alle strette da angoscianti sillogismi, iniziava a comunicarmelo telepaticamente), che Sergio Atzeni risorgesse in veste di angelo sterminatore per far piovere folgore e lava bollente su un sistema tanto orrendo da costringere chi ci lavora (la maggior parte di quei redattori ama sinceramente il buon cinema, scriverebbe e parlerebbe tutta la vita di Pietrangeli e Tsukamoto ma si vede costretto a eseguire gli ordini di filiera) ad agire contro se stesso.

Forse, mi sono detto – lo dico dall’interno, collaborando con molti quotidiani e periodici da edicola, ricevendone sostentamento – un mondo sta finendo. A fronte di una bellezza che non muore (in Italia si continuano miracolosamente a fare bei film, a scrivere bei libri, a fare un teatro talmente apprezzato all’estero da diventare l’estero il suo principale committente: vedi i Motus a New York o Romeo Castellucci acclamato in tutta Europa), è invece in procinto di crollare su se stesso il sistema che dovrebbe darne notizia e rilievo e, calvinianamente, “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Quel mondo lì, sta forse inabissandosi per sempre ed io, in fondo (pure a fronte dei soldi che ci perderò) ne sono contento. Un pezzo come quello che sto scrivendo adesso, in quel mondo lì, non sarebbe ad esempio concepibile.

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Non conosco infine Salvatore Mereu. Non so nemmeno che faccia abbia. Avevo letto tempo fa una recensione molto positiva di Goffredo Fofi. Mi sono imbattuto in un pezzo molto bello su Le parole e le cose, pezzo che ero anche riuscito a leggere in radio a Pagina3. È passato del tempo. Di Mereu e del suo film mi ero quasi dimenticato. Fino a quando, una decina di giorni fa, un’amica mi ha detto che lo facevano solo per due giorni al Sacher di Roma. Così, al volo, ci sono andato. Leggendo i titoli di coda mi sono accorto che la sceneggiatura l’ha scritta Maurizio Braucci. Braucci è anche lo sceneggiatore di Gomorra e de L’Intervallo mi dicevo uscendo dal cinema e unendo i fili…

Che cosa voglio dire? Che di film italiani notevoli negli ultimi anni ne ho visti parecchi. Film i cui autori, per quanto mi riguarda, avrebbero dovuto essere imposti all’attenzione generale. Penso a In memoria di me di Saverio Costanzo, a L’Intervallo di Leonardo Di Costanzo, a Corpo celeste di Alice Rohrwacher (qui su minima&moralia stroncato da Christian Raimo, che però in quel caso a mio parere prese un abbaglio), a La bocca del lupo di Pietro Marcello, a Le quattro volte di Michelangelo Frammartino, a L’uomo che verrà di Giorgio Diritti o (spingendoci un po’ indietro) a veri e propri capolavori in grado a mio parere di rivaleggiare coi vecchi Ferreri e Pasolini quale il Totò che visse due volte di Ciprì e Maresco.

Poi, su questi film si può non essere magari d’accordo. Io e Raimo non lo siamo ad esempio su quello della Rohrwacher. Magari qualche lettore andrà a vedere Bellas Mariposas e ne resterà deluso. Benissimo. La cosa che trovo insopportabile è che si prenda invece per campo di discussione condiviso uno in cui il problema dell’estetica sia un optional.

Piccolo avviso. A proposito di questo spazio, se il cielo ci assiste, arriveranno presto importanti novità. Non stiamo lavorando – stiamo passando letteralmente notti insonni per provare a darvi uno spazio di discussione fatto sempre meglio. Anche qui: seguiranno (si spera) post.

Buona visione.

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Azione Atzeni https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/azione-atzeni/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/azione-atzeni/#comments Fri, 04 May 2012 13:10:48 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7701 Dal 4 al 10 maggio a Torino una serie di incontri per ricordare la figura di Sergio Atzeni.

"Correva da solo, fuori dal branco, ruvido e schietto, ancora capace di stupirsi, indignarsi, ridere. Perché era un uomo vero, in un ambiente in cui crescono a vista d'occhio individui virtuali. Perché era un uomo antico che anticipava il futuro. Uno per cui contava l'essere e non l'apparire. Per questo non l'avete mai visto e non l'avreste mai visto in un talk show. Privilegio degli scrittori è proprio quello di continuare a parlare anche dopo la loro scomparsa fisica. Se sono autentici, come Sergio era, il seme che hanno gettato non va perduto" - Ernesto Ferrero

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Dal 4 al 10 maggio a Torino una serie di incontri per ricordare la figura di Sergio Atzeni.

“Correva da solo, fuori dal branco, ruvido e schietto, ancora capace di stupirsi, indignarsi, ridere. Perché era un uomo vero, in un ambiente in cui crescono a vista d’occhio individui virtuali. Perché era un uomo antico che anticipava il futuro. Uno per cui contava l’essere e non l’apparire. Per questo non l’avete mai visto e non l’avreste mai visto in un talk show. Privilegio degli scrittori è proprio quello di continuare a parlare anche dopo la loro scomparsa fisica. Se sono autentici, come Sergio era, il seme che hanno gettato non va perduto” – Ernesto Ferrero

In occasione dell’uscita del nuovo numero di Reportage, storico trimestrale di giornalismo, scrittura e fotografia, che ha dedicato largo spazio alla figura di Sergio Atzeni, le librerie torinesi Voyelles, Torre di Abele, Trebisonda e I Comunardi propongono Azione Atzeni, una serie di incontri interamente dedicati agli aspetti meno conosciuti dell’opera dello scrittore sardo. In collaborazione con l’Associazione Sarda Kintales, la rivista Reportage e il programma radiofonico Cocina Clandestina gli incontri, che si svolgeranno nella settimana che precede il Salone Internazionale del Libro e prevedono la partecipazione di intellettuali, editori, traduttori, artisti e lettori appassionati saranno così ripartiti:

4 maggio Libreria Voyelles ore 19

Sergio Atzeni traduttore di Chamoiseau – con Paola Mazzarelli, Francesco Forlani, Gabriella Dubois

7 maggio Libreria La Torre d’ Abele ore 19

Sergio Atzeni narratore – con Paola Mazzarelli, Rocco Pinto, Marc Porcu

9 maggio Libreria Trebisonda ore 19

Sergio Atzeni poeta – con Francesco Forlani, Enzo Cugusi, Marc Porcu

10 maggio Libreria I Comunardi ore 19

Sergio Atzeni polemista – con Riccardo De Gennaro, Gigliola Sulis

I reading e le performance artistiche all’insegna del métissage, dei quattro appuntamenti sono a cura di Alessandra Terni, Marco Fedele, Stefania Spanedda e Francesca “Ciuffa” .

Sergio Atzeni nasce a Capoterra nel 1952. Nel 1986 lascia la Sardegna per andare a vivere all’estero  prima di trasferirsi definitivamente a Torino. Aveva quarantatré anni quando morì, annegato, nell’isola di San Pietro. In tanti conoscevano la sua opera, ma la sua fine precoce e profeticamente descritta ne “Il quinto passo è l’addio”, accompagnata dal fascino che caratterizza la sua vita privata e artistica, lo hanno reso un autore di culto e di riferimento per le nuove generazioni di lettori e scrittori  sopratutto in terra sarda.

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