Sergio González Rodríguez Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sergio-gonzalez-rodriguez/ un blog di approfondimento culturale Mon, 14 Apr 2014 10:12:32 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Sergio González Rodríguez Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sergio-gonzalez-rodriguez/ 32 32 Il sentimento Ciudad Juárez https://minimaetmoralia.it/libri/ciudad-juarez/ https://minimaetmoralia.it/libri/ciudad-juarez/#comments Mon, 14 Apr 2014 10:12:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19962 Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Fonte immagine)

Ciudad Juárez è una città dello stato messicano del Chihuahua, a meno di un chilometro dalla frontiera con gli Stati Uniti. La cosa più famosa di Ciudad Juárez è il femminicidio. Nel 1993 è stato denunciato il primo omicidio di una donna, da lì in avanti un crescendo che ha portato il numero di donne ammazzate a circa quattrocento. Lo stato confusionale in cui si muove la giustizia a Ciudad Juárez fa sì che a oggi sia impossibile individuare gli assassini, e che sia impossibile evitare che la strage vada avanti, impunita e quasi leggendaria. Leggendario non è aggettivo politicamente corretto per descrivere un femminicidio, eppure rende perfettamente lo stato delle cose laddove sono più la letteratura, il cinema e la musica a denunciare i crimini commessi che la stampa locale e internazionale.

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Ciudad Juárez è una città dello stato messicano del Chihuahua, a meno di un chilometro dalla frontiera con gli Stati Uniti. La cosa più famosa di Ciudad Juárez è il femminicidio. Nel 1993 è stato denunciato il primo omicidio di una donna, da lì in avanti un crescendo che ha portato il numero di donne ammazzate a circa quattrocento. Lo stato confusionale in cui si muove la giustizia a Ciudad Juárez fa sì che a oggi sia impossibile individuare gli assassini, e che sia impossibile evitare che la strage vada avanti, impunita e quasi leggendaria. Leggendario non è aggettivo politicamente corretto per descrivere un femminicidio, eppure rende perfettamente lo stato delle cose laddove sono più la letteratura, il cinema e la musica a denunciare i crimini commessi che la stampa locale e internazionale.

Lo stato confusionale nasce da una geografia complessa di moventi che a elencarli in ordine alfabetico sono più o meno questi: impunità, narcotraffico, sacrifici umani, Santa Muerte, satanismo, snuff movies, stupri, traffico di organi. Una sequenza che rende perfettamente il quadro sconfinato che si apre ogni volta che viene trovato il cadavere di una donna. Sequenza a cui va aggiunta la collusione delle forze dell’ordine, che spesso rivestono ruoli dirigenziali all’interno dei cartelli del narcotraffico, e altre volte sono devoti al culto della Santa Muerte.

Una ventina d’anni così ed ecco che Ciudad Juárez è diventata zona franca in cui chiunque può commettere uno omicidio con stupro e rimanere impunito. Lo ha raccontato benissimo Roberto Bolaño in entrambi i suoi romanzi maggiori, I detective selvaggi (in uscita il 23 aprile per Adelphi nella nuova traduzione di Ilide Carmignani) e soprattutto 2666, che mai in vita era stato a Ciudad Juárez (chiamata Santa Teresa nei due romanzi) e tuttavia la conosceva a perfezione attraverso le cronache dell’amico giornalista (diventato personaggio di 2666) Sergio González Rodríguez, autore di Ossa nel deserto, libro-reportage definitivo sulla cittadina messicana. La descrizione migliore che González Rodríguez fa di Ciudad Juárez è quando dice: “Si presenta come un enorme cortile sul retro”. E poi: “Ciudad Juárez potrebbe essere un terreno adatto alla musica elettronica «nor-tec», originaria di Tijuana, Bassa California: un mix di suoni digitalizzati che fonde melodie del Nord, ritmi categorici, bande tradizionali di Sinaloa ed echi ‘latini'”. Ciudad Juárez è un mix di suoni digitalizzati. Gli echi di quei suoni ogni tanto arrivano dalle centinaia di maquilas, le fabbriche a capitale straniero e manodopera locale a basso costo tirate su negli anni sessanta all’indomani di un paio di riforme che favorivano l’industrializzazione. Altre volte sono echi del deserto dove vengono abbandonati e ritrovati i cadaveri. Altre ancora sono romanzi, telefilm, canzoni, cose così.

La più recente presenza di Ciudad Juárez è nel romanzo di Jennifer Clement Le ragazze rubate (Guanda, traduzione di Federica Oddera, pagg. 260, 16, 50 euro) e nella serie tv The Bridge, americana, ambientata al confine tra Messico e Stati Uniti e con ricorrenti incursioni nella città in oggetto, collegata da un ponte alla texana El Paso. La serie di fatto è il remake di un’altra serie, Bron/Broen, che in svedese e danese significa appunto the bridge, il ponte, e che ha come ponte quello di Øresund, tra Svezia e Danimarca. L’originale è migliore, e tuttavia nella sua variante al confine tra Messico e Stati Uniti The Bridge conquista con il suo scenario evocato e mai troppo in primo piano, suggestivo quanto basta da riscrivere la storia e mai così invadente da separarla dalla matrice. Vero è anche che la potenza narrativa che ha Ciudad Juárez sta proprio nella sua unicità, nel fatto che tutto quanto accade lì è solo lì che potrebbe accadere, nell’essere diventata, dicevamo prima, suo malgrado città leggendaria.

Ad averla resa tale insieme a Bolaño, Clement e The Bridge, è Cormac McCarthy con Città della pianura e The Counselor, sceneggiatura dell’omonimo film di Ridley Scott. Prima ancora, ambientate a Juárez, ci sono state canzoni strepitose come Cocaine Blues di Johnny Cash e Just Like Tom Thumb’s Blues di Bob Dylan, e bellissimi fumetti come Luchadoras di Peggy Adam, Viva la vida di Baudoin e Troubs e I Live Here, monumentale volume collettivo di reportage a fumetti curato dall’attrice Mia Kirshner che insieme alla fumettista Phoebe Gloeckner racconta Ciudad Juárez. Il lavoro di Phoebe Gloeckner è una sequenza di microset in cui le scene dei crimini vengono interpretate da bamboline che lei stessa ha fabbricato. Anni fa, all’uscita di I Live Here, avevo chiesto a Gloeckner perché avesse preferito fabbricare set e bamboline invece che disegnare. Gloeckner aveva risposto che l’aveva fatto per proteggersi, perché “era troppo doloroso disegnare le ragazze morte”. Usare le bamboline le era sembrata una soluzione, “le considero come attori, fanno solo finta di morire, e poi le puoi fare risorgere”.

Scrive McCarthy in una delle ultime pagine di Città della pianura: “La morte di ogni uomo fa le veci di quella di ogni altro. E poiché la morte viene per tutti, non c’è altro modo di placarne la paura se non amando l’uomo che fa le nostre veci. Non stiamo ad aspettare che la sua storia venga scritta. È passato di qui molto tempo fa. Quell’uomo che è tutti gli uomini, e che sta sul banco degli imputati al nostro posto, finché non arriva il nostro momento e tocca a noi starci al posto suo. Lo ami, quell’uomo? Onori il cammino che ha intrapreso? Sei pronto ad ascoltare ciò che ti narrerà?” Questi la logica e il sentimento che muovono a raccontare la storia di Ciudad Juárez e delle sue ragazze morte, che certe volte sono bambine o poco più, e i cadaveri vengono ritrovati solo ogni tanto, e ogni tanto vengono ritrovate soltanto le ossa, ogni tanto nemmeno quelle, e ogni ragazza morta a Ciudad Juárez ha la sua croce rosa sotto cui certe volte non c’è sepolto proprio niente.

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Ancora su “Ossa nel deserto” https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ancora-su-ossa-nel-deserto/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ancora-su-ossa-nel-deserto/#comments Wed, 22 Aug 2012 08:16:09 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9103 Nell'ultimo anno si è molto parlato di condizione della donna, e la parola "femminicidio" è comparsa anche sui giornali italiani. Il più sconvolgente caso di femminicidio relativamente recente riguarda il caso di Ciudad Juárez. La vicenda a un certo punto è diventata addirittura materia letteraria (2666 di Roberto Bolaño), ma il primo vero detective-scrittore a calarsi in questo pozzo senza fondo è stato Sergio González Rodríguez (non a caso ammirato e "inseguito" dall'autore cileno, che avviò con lui una corrispondenza), autore dell'indimenticato e sempre consigliato Ossa nel deserto.

Nel 2006, un italiano, Alessandro Armato, intervistò Sergio González Rodríguez per "Mondo e Missione", una delle più antiche riviste missionarie d'Europa

di Alessandro Armato

Le cifre fanno venire i brividi. Sono oltre 430 le donne assassinate a Ciudad Juárez dal 1993 a oggi. E oltre 600 quelle scomparse nel nulla. In questo polveroso angolo del Messico, al confine con gli Stati Uniti, è in atto un autentico «ginocidio». E le autorità, finora, non sono state in grado di dare una spiegazione convincente.
Questa vicenda agghiacciante rischiava di rimanere sepolta sotto la sabbia del deserto di Ciudad Juárez.

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Nell’ultimo anno si è molto parlato di condizione della donna, e la parola “femminicidio” è comparsa anche sui giornali italiani. Il più sconvolgente caso di femminicidio relativamente recente riguarda il caso di Ciudad Juárez. La vicenda a un certo punto è diventata addirittura materia letteraria (2666 di Roberto Bolaño), ma il primo vero detective-scrittore a calarsi in questo pozzo senza fondo è stato Sergio González Rodríguez (non a caso ammirato e “inseguito” dall’autore cileno, che avviò con lui una corrispondenza), autore dell’indimenticato e sempre consigliato Ossa nel deserto.

Nel 2006, un italiano, Alessandro Armato, intervistò Sergio González Rodríguez per “Mondo e Missione”, una delle più antiche riviste missionarie d’Europa

di Alessandro Armato

Le cifre fanno venire i brividi. Sono oltre 430 le donne assassinate a Ciudad Juárez dal 1993 a oggi. E oltre 600 quelle scomparse nel nulla. In questo polveroso angolo del Messico, al confine con gli Stati Uniti, è in atto un autentico «ginocidio». E le autorità, finora, non sono state in grado di dare una spiegazione convincente.
Questa vicenda agghiacciante rischiava di rimanere sepolta sotto la sabbia del deserto di Ciudad Juárez.

A salvarla dall’oblio è stato il giornalista e scrittore Sergio González Rodríguez con il libro Ossa nel deserto, uscito in spagnolo nel 2002 e tradotto in italiano da Adelphi. Al centro c’è una tesi inquietante: i «femminicidi» di Ciudad Juárez sono opera di una sinistra «confraternita del crimine»; sono «un modo per segnare il territorio, frutto di uno strapotere economico legato a doppio filo con il sistema politico messicano, con il crimine organizzato, con l’economia formale di alto livello e con quella sommersa (contrabbando, prostituzione, sfruttamento di minori, traffico di clandestini)». 
Le autorità dello Stato di Chihuahua, il governo federale e il Diario de Juárez – il quotidiano della città di frontiera – tendono a ridimensionare questa versione dei fatti, definendola un mito inventato dai giornalisti a scopi di lucro o per oscuri fini politici. Ma intanto i libri di denuncia sull’argomento si moltiplicano. Recentemente in Italia sono usciti Il deserto delle morti silenziose. I femminicidi di Ciudad Juárez di Alicia Gaspar de Alba (La Nuova Frontiera, 2006) e L’inferno di Ciudad Juárez. La strage di centinaia di donne al confine Messico-Usa di Victor Ronquillo (Baldini Castoldi Dalai, 2006). Attivissima nella denuncia della scandalosa impunità che circonda i delitti è anche l’ong Nuestras hijas de regreso a casa, organizzazione delle famiglie delle vittime nata per reclamare giustizia. A giudicare dal suo modesto appartamento nella Colonia del Valle di Città del Messico, Sergio González Rodríguez non ha tratto grandi vantaggi economici dal suo libro. È convinto delle sue ipotesi e non ci sta ad essere bollato come un autore «scandalistico» che lucra sulla sofferenza della gente.

Scrivere Ossa nel deserto è servito a qualcosa?

È servito a smuovere le acque. Dopo la pubblicazione, il fenomeno degli omicidi di Ciudad Juárez ha iniziato a richiamare l’attenzione internazionale. L’impunità e la mancanza di indagini serie su questi fatti delittuosi sono diventati di dominio pubblico. Nel 2003 si è interessato il giudice spagnolo Baltasar Garzón. Da quel momento il governo messicano ha cominciato a reagire. Ha creato una procura congiunta tra governo federale e governo dello Stato di Chihuahua, annunciando un piano per risolvere il problema.

Risultato?


Non è cambiato niente. Il governo ha dato una versione dei fatti simile a quella delle autorità locali. Ha detto, cioè, che tutti i casi sono stati risolti e che il polverone sollevato attorno agli omicidi in serie di Ciudad Juárez è un mito inventato da giornalisti e ong. L’attuale procuratore speciale, Maria López Urbina, cerca di convincere la comunità nazionale e internazionale che tutto è stato risolto. Ma non è così. Un esempio: nel 2001 sono stati ritrovati otto corpi straziati in un campo di cotone. Per questo delitto il governo ha accusato due persone. Uno di loro però è morto in prigione in circostanze sospette, mentre l’altro è stato liberato recentemente. E così gli omicidi del 2001 non hanno ancora un colpevole. Sono in attesa di una nuova indagine, che per il momento non è stata nemmeno avviata. È un caso aperto, mentre il governo assicura che tutti i casi sono stati risolti.

Che n’è stato del chimico egiziano Abdel Latif Sharif Sharif, l’uomo dal passato torbido che lei sostiene sia il capro espiatorio delle autorità per dare una risposta agli omicidi seriali?

Anche lui è morto in carcere a gennaio in circostanze sospette. Era stato incolpato falsamente. Il suo caso è stato esaminato anche da una commissione delle Nazioni Unite, che ha corroborato la falsità delle accuse. Non c’erano prove. Ma il suo caso non è mai stato riconsiderato, nonostante tutte le iniziative e le risorse messe in campo dall’accusato. Le autorità hanno detto che ha avuto un’emorragia e che è morto in infermeria. Ma in passato era già stato minacciato e picchiato in prigione. Tutto fa pensare a un omicidio…

Nell’«epilogo personale» di Ossa nel deserto lei racconta di avere avuto il telefono e la mail sotto controllo e di avere subìto un sequestro lampo quando, nel 1999, era sul punto di pubblicare materiale compromettente per le autorità. Ha subìto altre minacce di recente?

Nel 2004 sono stato minacciato di sequestro. Ma non sono stato il solo a subire intimidazioni. È toccato anche a Diana Washington Valdez, reporter investigativa di El Paso Times, che ha condotto ricerche approfondite sul tema degli assassini di Ciudad Juárez, approdando a conclusioni simili alle mie. E ci sono state, inoltre, minacce ai familiari delle vittime che chiedono giustizia.

E chi sarebbero dunque i colpevoli?

Dalle nostre ricerche – dico «nostre» riferendomi anche a quelle di Diana Washington – emerge l’esistenza di un possibile gruppo di potere a Ciudad Juárez legato ai narcotrafficanti, al potere economico e politico, con agganci influenti a ogni  livello nel governo centrale del Messico. Entrambi abbiamo richiamato l’attenzione di esperti messicani e dell’Fbi statunitense, affinché facciano indagini su determinate persone. Almeno per risolvere gli 86 omicidi che, per attenerci alle cifre del gruppo di investigazione dell’Onu che è stato in Messico nel 2003, sono ancora senza un colpevole. Senza volere entrare nel dibattito delle cifre, soprattutto per rispetto alle vittime, vogliamo segnalare che ci sono almeno un centinaio di omicidi che sono rimasti impuniti.

Ma quale sarebbe il movente di tante morti?

Il puro e semplice gusto di uccidere delle donne, assieme a ragioni di ordine politico-economico. Gli omicidi in serie sono cominciati quasi in concomitanza con l’entrata in vigore del trattato di libero commercio (Nafta) tra Messico, Stati Uniti e Canada, all’inizio degli anni Novanta. In quel periodo si pensava che il Nafta avrebbe significato la rottura di privilegi consolidati lungo la frontiera. Privilegi legati al contrabbando e al traffico di droga. C’erano poteri radicati sul territorio che si sentivano minacciati nelle loro attività e, per difendersi, possono aver cercato di creare un clima di insicurezza tale da convincere i governi a non firmare il Nafta o almeno da mantenere lo status quo alla frontiera. Per questo, forse, si è cominciato a uccidere le operaie delle maquilas (fabbriche a capitale straniero dove viene impiegata mano d’opera locale a basso costo). Quasi sempre le vittime prescelte erano donne con certe caratteristiche: giovani, more, spesso immigrate senza radici nella zona. Venivano uccise in modo quasi rituale e a intervalli simili. Sto parlando degli anni tra il 1993 e il 1995, nei quali c’è stata un’alta incidenza di questo tipo di crimini. In seguito, sono avvenuti diversi omicidi, ma in modo sporadico. È chiaro che degli oltre 400 omicidi di donne commessi a Ciudad Juárez dal 1993 a oggi, non tutti sono il prodotto della stessa mano. Ma per i molti che presentano delle similitudini si può parlare di omicidi in serie.

Perché proprio Ciudad Juárez?

C’è un’eccezionalità di Ciudad Juárez che non bisogna dimenticare: qui confluiscono diversi elementi, molto contraddittori, che provocano un clima di grande instabilità sociale. È una città di frontiera, dov’è presente il turismo sessuale e dove c’è un flusso continuo e organizzato di delinquenti e criminali da entrambi i lati della frontiera. È un posto dove fin dall’epoca coloniale c’è stato contrabbando. Durante il proibizionismo negli Stati Uniti, poi, gli americani si riversavano qui per consumare droga e alcol. In seguito, durante la Seconda guerra mondiale, ci venivano i soldati delle basi vicine al confine. Negli anni Ottanta e Novanta è arrivato il narcotraffico con il micidiale Cartello di Juárez. Se a tutto questo sommiamo una società dai grandi squilibri, con un altissimo tasso di povertà, una crescita demografica spaventosa, il forte sradicamento degli operai che arrivano per lavorare nelle maquilas, il flusso di migranti centroamericani che vi passano diretti verso gli Usa, la mancanza di abitazioni dignitose, di ordine pubblico, di un sistema sanitario e di trasporti adeguati, e così via… Beh, se sommiamo tutto questo, diventa chiaro che Ciudad Juárez è il luogo perfetto in cui la persona viene completamente svalutata. Specialmente le donne, che non valgono nulla e possono essere sequestrate per strada, violentate e assassinate.

La popolazione vive in un clima di terrore? 


Il clima di paura tra la gente è cresciuto soprattutto a partire dal 1995-96, quando le notizie di questi omicidi hanno cominciato ad essere diffuse dai mezzi di comunicazione. I più giovani però, come le operaie delle maquilas, tendono ad avere una maggiore indipendenza e ciò li rende più vulnerabili.

Le statistiche dicono che il Messico è uno dei Paesi dove la donna è meno rispettata…


Dipende dall’educazione patriarcale, che fondamentalmente proviene da una cattiva educazione cattolica. E dalla crescita vertiginosa delle città messicane, come conseguenza di un abbandono troppo rapido del mondo rurale, con la sua cultura e le sue regole. A farne le spese sono soprattutto i più deboli: i bambini e le donne. La nostra è una società dove il tasso di impunità è scandaloso. Il 96 per cento dei delitti che si commettono in Messico resta impunito. Non viviamo in uno stato di diritto. Secondo l’Onu, il 60 per cento del sistema giudiziario è corrotto. Qui la democrazia è presunta, non reale. Questo facilita il prosperare di situazioni estreme. Siamo in un Paese dove corrompendo un giudice si può evitare una condanna per violenza sessuale o per omicidio. Bastano 12.000 pesos, circa 1.000 dollari, per violentare e uccidere impunemente. Viviamo in una situazione di totale impunità.

Da dove viene tutta questa corruzione? 


Credo sia un problema  tipico del passaggio da un regime di presidenzialismo autoritario, con un partito praticamente unico per oltre settant’anni, a una democrazia senza solide basi perché, di fatto, i poteri del vecchio regime sono ancora vigenti. Tutto ciò che si negozia al di sopra della legge, che si aggiusta con patti segreti, con accordi super-istituzionali, tutte queste forze ci impediscono di consolidare un’autentica democrazia. C’è bisogno di un cambiamento in profondità nella cultura politica del Messico.

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