Sergio Marchionne Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sergio-marchionne/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 16:53:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Sergio Marchionne Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sergio-marchionne/ 32 32 Archeologia del futuro. Detroit e noi https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/archeologia-del-futuro-detroit/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/archeologia-del-futuro-detroit/#comments Fri, 25 Oct 2013 15:00:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16067 L’amministrazione statale riprende a funzionare, dopo giorni di tensione sulla tenuta degli Stati Uniti il Congresso ha annunciato che il rischio di shutdown è, per ora scongiurato. Ma la chiusura forzata di alcuni pezzi d’America è già iniziata. Da qualche mese infatti è stato annunciato il fallimento di Detroit: la città fabbrica per antonomasia, che dalla catena di montaggio di Charlot a Papa Hobo di Paul Simon, da Motown a Eminem, da Aretha Franklin ai White Stripes, ha influenzato il nostro immaginario ben al di là di quanto pensiamo. Quello che (non) ricordiamo di Detroit è un viaggio che dura un secolo e ci accompagna attraverso l’ascesa e il declino del mito dell’industria come forza trainante della modernità, della felicità, del benessere condiviso, per tutti. Pubblichiamo questo articolo in occasione dell’apertura del Festival di Storia dedicato quest’anno all’American Revolution.

Il 18 luglio 2013 la città di Detroit ha dichiarato fallimento. A 110 anni dalla fondazione della Ford, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, una grande città ha gettato la spugna. È stato il governatore dello Stato del Michigan Rick Snyder a darne l’annuncio con un video. Una decisione difficile e spaventosa, ha detto: “La città in crisi da ormai mezzo secolo non ha più la possibilità di sostenere uno standard decente di servizi pubblici, la bancarotta”, ha concluso Snyder, “è inevitabile”. Wikipedia ha immediatamente recepito la notizia e già il giorno successivo, nella sezione dedicata alla storia della città si può leggere: “Fra il 2000 e il 2010 la popolazione della città è scesa del 25%, passando dal 18° posto nella classifica delle città più popolose, al 10°. In seguito a questo fenomeno di spopolamento la città ha dovuto ridisegnare il suo ruolo all'interno dell'area metropolitana. La inner city di Detroit ha visto negli ultimi anni  l'apertura di tre casinò, nuovi stadi, e di un progetto di rivitalizzazione dei docks. Malgrado questo molti quartieri rimangono in difficoltà. Il Governatore dello Stato ha dichiarato l’emergenza finanziaria nel marzo del 2013, nominando un commissario ad acta. Il 18 luglio del 2013, Detroit ha dichiarato fallimento. Il caso più eclatante nella storia degli Stati Uniti”.

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L’amministrazione statale riprende a funzionare, dopo giorni di tensione sulla tenuta degli Stati Uniti il Congresso ha annunciato che il rischio di shutdown è, per ora scongiurato. Ma la chiusura forzata di alcuni pezzi d’America è già iniziata. Da qualche mese infatti è stato annunciato il fallimento di Detroit: la città fabbrica per antonomasia, che dalla catena di montaggio di Charlot a Papa Hobo di Paul Simon, da Motown a Eminem, da Aretha Franklin ai White Stripes, ha influenzato il nostro immaginario ben al di là di quanto pensiamo. Quello che (non) ricordiamo di Detroit è un viaggio che dura un secolo e ci accompagna attraverso l’ascesa e il declino del mito dell’industria come forza trainante della modernità, della felicità, del benessere condiviso, per tutti. Pubblichiamo questo articolo in occasione dell’apertura del Festival di Storia dedicato quest’anno all’American Revolution. (Fonte immagine)

Yeah, don’t forget the Motor City

(Can’t forget the Motor City)

Dancing In The Streets

Martha And The Vandellas 1964

Il 18 luglio 2013 la città di Detroit ha dichiarato fallimento. A 110 anni dalla fondazione della Ford, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, una grande città ha gettato la spugna. È stato il governatore dello Stato del Michigan Rick Snyder a darne l’annuncio con un video. Una decisione difficile e spaventosa, ha detto: “La città in crisi da ormai mezzo secolo non ha più la possibilità di sostenere uno standard decente di servizi pubblici, la bancarotta”, ha concluso Snyder, “è inevitabile”. Wikipedia ha immediatamente recepito la notizia e già il giorno successivo, nella sezione dedicata alla storia della città si può leggere: “Fra il 2000 e il 2010 la popolazione della città è scesa del 25%, passando dal 18° posto nella classifica delle città più popolose, al 10°. In seguito a questo fenomeno di spopolamento la città ha dovuto ridisegnare il suo ruolo all’interno dell’area metropolitana. La inner city di Detroit ha visto negli ultimi anni  l’apertura di tre casinò, nuovi stadi, e di un progetto di rivitalizzazione dei docks. Malgrado questo molti quartieri rimangono in difficoltà. Il Governatore dello Stato ha dichiarato l’emergenza finanziaria nel marzo del 2013, nominando un commissario ad acta. Il 18 luglio del 2013, Detroit ha dichiarato fallimento. Il caso più eclatante nella storia degli Stati Uniti”.

Come può una città dichiarare bancarotta? Negli Stati Uniti, alle città, sono affidati  i servizi di base per i cittadini: scuole pubbliche, vigili del fuoco, illuminazione pubblica. Più tasse vengono incassate più alta è la capacità di una città di investire, mancando quasi totalmente i trasferimenti dallo stato centrale; ma ormai da cinquant’anni un fenomeno di suburbanizzazione interessa le metropoli americane. Le classi benestanti si trasferiscono in aree limitrofe alla città, iniziano a pagare le tasse alla contea che non ridistribuisce niente alla inner city. Così le aree ricche hanno i servizi, quelle povere, nelle quali il nucleo storico è stato ormai abbandonato, non hanno alcuna possibilità di sostenersi. Da tempo l’emergenza Detroit ha posto a Washington il problema di ripensare il rapporto fra governo centrale e città, che rimangono, comunque, il motore essenziale dell’economia americana. L’80% degli americani vive in aree urbane, e il rischio bancarotta è altissimo, per tutti.

Il Sindaco di Detroit ha lanciato qualche anno fa un’idea: “fare di Detroit una città «a macchia di leopardo», coi quartieri oggi abbandonati rasi al suolo e trasformati in parchi o utilizzati per nuove attività produttive. In questo modo il comune non dovrebbe distribuire i servizi – acqua, luce, polizia pompieri – in un’area troppo vasta. Ma servirebbero enormi investimenti che nessuno è in grado di sostenere” (Massimo Gaggi, Corsera, qui). Il caso Detroit ha suscitato reazioni contrastanti, se la destra, infatti ha subito imputato al welfare cittadino le ragioni del fallimento (fare una ricerca su google con le parole Detroit e socialism è illuminante) il Washington Post ha invece titolato We saved the automakers. How come that didn’t save Detroit? Abbiamo salvato l’industria dell’automobile, perché non siamo riusciti a salvare Detroit? Domanda posta in termini più radicali da The Nation: “Se Detroit fosse stata una grande banca avrebbero permesso il suo fallimento? Se i pensionati fossero stati azionisti sarebbe stato possibile operare tagli brutali come quelli messi in campo dal governatore Rick Snyder sulla pelle dei lavoratori? Farsi la domanda significa già darsi una risposta”.

Richard Woolf economista della New School di New York, intervistato da Amy Goodman per Democracy now, ha affermato che il problema non è economico e finanziario ma essenzialmente politico: Detroit è lo specchio della democrazia americana. Il governo della città, lasciato alle Big Three: Ford, GM e Chrysler, ha dato questi risultati. L’intervista è stata ripresa da The Guardian, citiamo: “ Che tipo di società è quella che permette a un esiguo numero di persone di prendere decisioni che cambiano radicalmente la vita di milioni di cittadini senza che gli stessi vengano minimamente coinvolti? Quando queste decisioni del capitale hanno condannato Detroit a 40 anni di declino quale tipo di società ha sollevato i responsabili dall’assumersi responsabilità e agire sulle conseguenze coinvolgendoli magari nella ricostruzione della città?”

Massimo Gaggi ha scritto “Sullo sfondo il timore di uno scontro politico a sfondo razziale, col governatore, repubblicano e bianco, sospettato di voler mettere alle corde la metropoli democratica e all’80 per cento nera. Snyder ha cercato di evitare questo rischio muovendosi in modo molto graduale: non ha mai criticato apertamente il sindaco (nero) di Detroit, l’ex campione di basket Dave Bing e quando, quattro mesi fa, ha deciso di commissariare la città, ha cercato di farlo col consenso del primo cittadino e ha scelto per l’operazione un professionista: Kevyn Orr, anch’egli di colore” (qui). Una questione all’apparenza tutta interna, che non rimanda affatto a motivi strutturali di cui anche noi, con il nostro Marchionne, siamo in parte corresponsabili (timidi i riferimenti a Torino e a Marchionne sulla stampa nazionale; lo hanno fatto però su alcuni blog come Nicola Chiappinelli su Squer.it)

Ma è stato Sandro Moiso, su Carmilla, (Detroit è morta viva DetroitI parte), dieci giorni prima del crack, a restituire il quadro più dettagliato di una storia che non può essere liquidata semplicemente come scontro razziale, e che viene da lontano, molto lontano: “Oggi qualcuno parla ancora di Rinascimento di Detroit e di rilancio della sua industria dell’auto. Soprattutto la più che asservita informazione italiana che tesse ancora le lodi di Sergio Marchionne e delle scelte FIAT. Così viene sottolineato come il dimezzamento degli stipendi degli operai della Chrysler abbia permesso a questa industria di rilanciare la produzione di veicoli di lusso come la Jeep Grand Cherokee. Lo stabilimento della Chrysler è rimasto l’unico in città, le altre industrie si sono trasferite fuori o altrove, e occupa 4663 dipendenti dei 20mila che ancora trovano impiego negli stabilimenti automobilistici cittadini, a fronte dei duecentomila che un tempo erano occupati negli stessi. Un’area urbana grande come quelle di San Francisco, Boston e l’isola di Manhattan messe insieme è abitata da 700mila persone di cui l’ottanta per cento è costituito da afro-americani, mentre almeno ottantamila edifici risultano essere completamente vuoti ed inutilizzati. Questo è il risultato non della crisi e della globalizzazione oppure del Welfare State, ma delle scelte che il capitale ha operato, e continua ad operare, là dove la classe ha acquisito livelli di coscienza e di auto-organizzazione tali da metterne in gioco la catena di comando e la sua stessa esistenza”. (Detroit è morta viva DetroitII parte)

Trame. L’ascesa di Detroit come moderna città industriale risale ai primi anni del Novecento, la corsa all’oro dell’industria americana sembra realizzarsi in questa cittadina del Michigan. Grazie alla sua posizione alla confluenza dei Grandi laghi la città ha adeguate risorse idriche per avviare un moderno sito industriale. Nei primi dieci anni del Novecento intorno a Detroit nascono General Motors, Cadillac, Chrysler.  Henry Ford fonda a Detroit la prima fabbrica dotata di catena di montaggio: in pochi anni la città diventa la capitale mondiale dell’automobile, le sue fabbriche l’icona della modernità (footage spettacolari, retorica a pioggia nel documentario Thelife of Henry Ford). Negli anni Venti sorgono nuovi quartieri, il profilo della città cambia, e neanche la crisi del 1929, che pure a Detroit ha una delle sue radici più profonde, riesce a interrompere l’immigrazione di migliaia di lavoratori. Gli abitanti di Detroit raggiungono i 2 milioni nei primi anni Cinquanta, la città diventa la quarta per numero di abitanti degli Stati Uniti. Detroit è la capitale mondiale dell’automobile, il luogo nel quale viene coniato il sogno dell’utilitaria, di un consumo alla portata di tutti, ma anche dell’operaio massa, schiacciato dalla catena di montaggio, compresso in ritmi di lavoro che la fabbrica fordista sintetizza come un’antonomasia.

L’immaginario industriale (ma anche quello post-industriale) del XX secolo si forgia nella città dell’automobile: Antonio Gramsci ragiona nei suoi Quaderni sul fordismo e sulla trasformazione del lavoro. Charlie Chaplin scrive Modern Times dopo aver parlato con un giornalista di Detroit. Jimmy Hoffa organizza qui il più grande sindacato americano. Isaac Asimov descrive Trantor, capitale della Galassia centrale, ispirandosi alla città-fabbrica. Sono le automobili, che hanno reso Detroit quella che è, a portare i suoi abitanti lontani dalle fabbriche: il movimento inizia negli anni Cinquanta, con la costruzione del più grande raccordo anulare degli Stati Uniti, le grandi strade che congiungono il centro urbano alle periferie sono all’origine dell’espansione dei quartieri dove una middle class bianca trova rifugio da una città sempre più operaia, e nera.

Nel 1930 è a Detroit che Wallace Muhammad ha fondato The Nation of Islam, poco più che una setta fino a quando Malcolm Little, alias Malcolm X, viene nominato assistant minister nel Tempio n. 1 diventando il Rosso di Detroit, the Detroit Red: “…before long, my nickname happened. Just when, I don’t know—but people, knowing I was from Michigan, would ask me what city. Since most New Yorkers had never heard of Lansing, I would name Detroit. Gradually, I began to be called “Detroit Red”—and it stuck.”  The Autobiography of Malcolm X . A Detroit, il 23 giugno del 1963, due mesi prima del più noto I have a dream, Martin Luther King, di fronte a 25.000 persone, pronuncia un dicorso che apre la strada, negli anni, a una più radicale forma di lettura della realtà da parte del leader pacifista. King indica nelle rivendicazioni degli operai neri il motore che darà la spinta alla fine della segregazione in ogni parte del paese : “As I move toward my conclusion, you’re asking, I’m sure, “What can we do here in Detroit to help in the struggle in the South? … work with determination to get rid of any segregation and discrimination in Detroit,  realizing that injustice anywhere is a threat to justice everywhere. And we’ve got to come to see that the problem of racial injustice is a national problem. No community in this country can boast of clean hands in the area of brotherhood. Now in the North it’s different in that it doesn’t have the legal sanction that it has in the South. But it has its subtle and hidden forms and it exists in three areas: in the area of employment discrimination, in the area of housing discrimination, and in the area of de facto segregation in the public schools. And we must come to see that de facto segregation in the North is just as injurious as the actual segregation in the South. And so if you want to help us in Alabama and Mississippi and over the South, do all that you can to get rid of the problem here” (qui l’intero discorso).

Come nel suo ultimo discorso, il 3 aprile del 1968, agli spazzini di Memphis, una cosa è per lui sempre più chiara: i diritti civili sono niente senza giustizia sociale. E Detroit è la scuola dove si apprende questa lezione. Infatti, il conflitto fra neri e bianchi nella città dell’automobile si fa radicale, politico. Sono ragioni sociali, di povertà, salari insufficienti, sfruttamento, che nel 1967 la incendiano: scoppia una delle rivolte più violente della storia degli Stati Uniti, 43 morti. Nel documentario Paradise lost  i repertori e le voci del riot che raggiunge il suo apice quando il presidente Lyndon Johnson invia l’esercito (qui il discorso alla nazione). Sandro Moiso su Carmilllaonline: “Di fatto la città finì con l’essere occupata militarmente da 8000 soldati della Guardia Nazionale e 4700 paracadutisti del 32° Airborne oltre che da 360 agenti della Michigan State Police. Nei giorni successivi la presenza massiccia di truppe sul territorio urbano contribuì ad incrementare il numero degli uccisi, dei feriti e degli arrestati, ma rischiò anche di degenerare in scontri a fuoco tra soldati della Guardia nazionale (prevalentemente bianchi) e paracadutisti (prevalentemente neri). Tanto che  fu ordinato ai paracadutisti di far ricorso alle armi soltanto su ordine o in presenza di un ufficiale bianco”.

Suoni. Eppure, a partire dai tardi anni Cinquanta, la città del Michigan rappresenta anche il più importante trampolino di lancio per il soul che grazie alla Motown records porta la musica dei neri a influenzare il mercato discografico nazionale. Fondata da Berry Gordy Jr. nel 1959 lancia Marvin Gaye, Stevie Wonder, Diana Ross & the Supremes. E ancora  i Temptations, Aretha Franklin, Martha & The Vandellas: la Motown Records incarna il sogno degli afro-americani che ce l’hanno fatta. E malgrado non vi siano connessioni politiche esplicite fra l’etichetta discografica e il movimento per i diritti civili il fatto che, nel 1966, la musica soul sia la musica dei giovani americani tout court, aumenta il senso di frustrazione di chi, nella città dell’auto, non ha visto alcun cambiamento. Marvin Gaye e Stevie Wonder sono fra gli artisti più critici nei confronti di Gordy, lo accusano di non vedere la differenza “between a black owned business or a business owned by blacks”. C’è un video girato nel 1965: Martha & The Vandellas cantano Nowhere to run dentro la catena di montaggio, un inno all’ottimismo e all’integrazione. Ma è il titolo che suona come un monito per gli afro americani di Detroit dopo il massacro del 1967. Non c’è nessun luogo dove scappare.

Meno nota è la storia della controcultura musicale di Motor Town. L’ha raccontata Sandro Moiso su Carmilla, vale la pena leggerlo: “Perché Detroit fu una delle capitali del rock alternativo e del rock blues degli anni sessanta e settanta. Tutti ricordano i luoghi sacri del rock’n’roll: Memphis e la Sun Records, San Francisco e la scena acida e psichedelica, New York e la provocazione delinquenziale dei Velvet prima e del primo, selvaggio punk poi; i fuori di testa texani e i compiti bostoniani indecisi tra psichedelia selvaggia e pop. Ma Detroit ragazzi…oh, Detroit!?! Fu la patria di quella che Bob Seger battezzò con il titolo di un suo brano: Heavy Music”. Musica pesante, musica di protesta, ce lo ha raccontato anche Searching for Sugar Man, il film documentario basato sulla biografia del cantautore Sixto Rodriguez, figlio di operai di Motown.

Ha scritto Sandro Portelli, in un saggio pubblicato anche da Le parole e le cose: “Sebbene il rock and roll avesse innegabili radici proletarie, il lavoro e i rapporti di classe sono stati uno dei grandi silenzi della controcultura e del rock dagli anni Cinquanta in poi. Tuttavia, come ha ricordato Bruce Springsteen nel suo discorso di Austin nel 2012, c’è un filone blue collar nel rock che non è mai del tutto scomparso – per esempio, in certe voci che venivano dalla città operaia per eccellenza, Detroit, come gli MC5 o Bob Seger.”. Heavy music e soul, e poi il rock da Iggy Pop and The Stooges ai White Stripes. E il pop, Madonna, è nata qui, così Eminem che all’ottavo miglio, il quartiere fuori dal raccordo dove è cresciuto, ha dedicato il suo film autobiografico, 8 Miles, appunto, quasi un trattato per gli adolescenti sul rap bianco, le sue ragioni sociali, il rapporto con la fabbrica, ma anche con la città, i suoi luoghi abbandonati, ormai entrati a far parte della contemporanea iconografia di Motown.

Luoghi fotografati da Yves Marchand e Roman Meffre in uno dei più interessanti lavori di archeologia della memoria apparsi negli ultimi anni, grazie all’editore Steidl: “Detroit, capitale industriale del XX Secolo ha giocato un ruolo fondamentale nel modellare il mondo così come lo conosciamo. La logica sulla quale la città è cresciuta è stata alla fine la stessa che l’ha portata alla rovina. E oggi, caso unico nel panorama urbano, le sue rovine non sono particolari isolati ma disegnano complessivamente il volto della città. Sono diventate parti integrante del profilo urbano. Detroit conserva ogni tipo di architettura di una città americana in uno stato di mummificazione. I suoi monumenti, splendidi e decadenti, sono, come le Piramidi o il Colosseo, o l’Acropoli, ciò che resta di una grande impero”. (Ringrazio gli autori che mi hanno consentito di pubblicare le loro foto qui).

Il debito nei confronti di Detroit da parte della cultura pop americana è stato messo in evidenza, recentemente, da Beyoncè che, qualche giorno dopo il crack finanziario ha tenuto un concerto nello stadio di Motown. In quell’occasione ha dedicato alla città A change is gonna come, di Sam Cooke. Durante la performance sono passate sul maxischermo una serie di immagini che hanno tracciato la storia della città, da Ford a Eminem, passando per le fotografie di Marchand e Meffre. Chiuse da una frase Nothing stops Detroit. Niente può fermare Detroit, città di carbone e monossido, come cantava Paul Simon nel 1971. La canzone era Papa hobo e diceva: It’s carbon and monoxide/The ol’ Detroit perfume/And it hangs on the highways/In the morning/And it lays you down by noon. Eppure oggi Detroit è ferma all’apparenza, raccoglie la polvere della sua storia, Let me collect dust, scriveva David Bowie in Panic in Detroit. Perché, per dirla con Lady Ciccone, alla fine niente è indistruttibile, neanche Motown.

Visioni. Se andate a cercare la lista di film girati a Detroit vi colpirà il numero esiguo di pellicole importanti. Robocop, girato negli anni Ottanta, per alcuni profezia allucinata di un futuro prossimo, 8 Miles, appunto, Gran Torino. In queste ultime due pellicole la fabbrica rimane sullo sfondo, la crisi è in primo piano, la città un enorme teatro spaventoso o in decadenza, dove i conflitti sociali sono ridotti a questioni personali e l’unica liberazione possibile passa attraverso l’azione individuale. È stato invece il cinema documentario a raccontare la città dell’automobile in ogni suo aspetto, forse per questo il suo skyline non è entrato a far parte del nostro immaginario quanto le sue fabbriche. Uno sguardo dal basso sembra essere quello più appropriato per raccontarla, come ha fatto Julian Temple che, in Requiem for Detroit, ha attraversato la città in automobile ripercorrendo l’itinerario storico della sua grandezza e del suo crollo.

Eppure Detroit fa parte della nostra immaginazione, ed è ancora scritta nel nostro futuro: è la Trantor delle Cronache della Galassia di Asimov. Interamente ricoperta di metallo, ad eccezione del palazzo imperiale, quando l’Impero entra in crisi, Trantor inizia la sua decadenza che si conclude con il sacco della città e l’abbandono degli edifici. Sul pianeta rimangono soltanto uomini e donne che innestano, negli spazi un tempo ricoperti di metallo, campi da coltivare, terreni per pascoli. Il 23 luglio 2013 la trasmissione di Radio Tre Tutta la città ne parla ha parlato di Motown (scaricabile in podcast qui): in quella occasione Giorgio Zanchini ha intervistato americanisti, come Marco D’Eramo e urbanisti. Fra le soluzioni indicate per il recupero del centro della città quella degli orti urbani: riconvertire le aree fabbricate in spazi per l’agricoltura, un ritorno alle origini, ma anche uno slancio nel futuro disegnato da Asimov. “Non è strano, per un americano, vivere l’esperienza di una città che cresce, si estende, occupa tutti gli spazi disponibili; ma certo è davvero un’esperienza singolare vedere la campagna riapparire laddove erano stati palazzi o fabbriche”: nel 2007 la rivista Harpers ha dedicato a Detroit un lungo reportage, Motown è stata nominata la nuova Arcadia una città che rinasce proprio dal verde che la ricopre.

 

Del resto, la scrittrice e attivista femminista Grace Lee Boogs, intervistata da Julian Temple, in Requiem for Detroit ha affermato: “Puoi guardare a questa città e dire, che disastro, oppure “hey guarda  questo è il futuro”.

Detroit.  Detroit.

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Italia: la violenza che viene? https://minimaetmoralia.it/societa/italia-la-violenza-che-arriva/ https://minimaetmoralia.it/societa/italia-la-violenza-che-arriva/#comments Mon, 23 Jul 2012 07:56:46 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8793 di Nicola Lagioia L’anno che verrà L’anno che comincerà il prossimo autunno potrebbe essere tra i più violenti che l’Italia abbia sperimentato dopo la fine della seconda guerra mondiale. Lo sarà dal punto di vista della violenza fisica, e allora – ammesso di non ritrovarci troppo impegnati a sopravvivere nella guerra tra poveri di cui […]

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di Nicola Lagioia

L’anno che verrà

L’anno che comincerà il prossimo autunno potrebbe essere tra i più violenti che l’Italia abbia sperimentato dopo la fine della seconda guerra mondiale. Lo sarà dal punto di vista della violenza fisica, e allora – ammesso di non ritrovarci troppo impegnati a sopravvivere nella guerra tra poveri di cui siamo la parte privilegiata, guerra che da condominiale si sarà fatta nel frattempo rionale, poi cittadina – noi miserabili di buona volontà, specie se mossi da spirito cristiano, dovremo cercare di impedire che venga ucciso Luca Cordero di Montezemolo (provando a dimenticare l’intervista in cui Cesare Romiti, parlando con Minoli, lo accusa di essersi venduto gli appuntamenti con Gianni Agnelli mentre lavorava alla Fiat), dovremo salvare la vita del piccolo Oceano Elkann, la vita di Ignazio La Russa e di suo figlio Leonardo Apache (ricordando che il padre di Ignazio, Antonino, ex segretario del Partito Nazionale Fascista di Paternò, ebbe salva la vita perché, dopo essersi fatto catturare dagli inglesi in Africa, non ricevette da questi lo stesso trattamento previsto nei campi di lavoro gestiti dalla parte politica a sé amica), di Orlandina, la moglie di Sergio Marchionne (e dei due figli Alessio Giacomo e Jonhatan Tyler), nonché impedire che Massimo D’Alema venga aggredito per strada (stesso sforzo per Giulio Tremonti e per sua moglie Fausta Beltrametti, cercando di dimenticare che quest’ultima è andata in pensione a trentanove anni, avendo ormai riscosso ben più dei contributi versati) e Walter Veltroni durante la presentazione di un suo libro, oltre a impedire che Michel Martone, attuale viceministro del Lavoro e delle politiche sociali (senza farci scalfire dal ricordo di suo padre, già giudice della sezione “lavoro” del Tribunale di Roma nonché membro del CSM) venga aggredito in piazza Montecitorio da un senzatetto che cerchi di soffocarlo col topo morto che ancora non rappresenta il pasto principale di nessuno, ma forse lo sarà, e nell’attesa prestato a fini apotropaici.

Se non l’esplosione della violenza fisica, sarà il malessere psichico a raggiungere livelli mai sperimentati. Ma a quel punto – tenendo conto di che cos’è la tensione e il clima di nuova malattia mentale che si respira in ogni angolo d’Italia – si passerà facilmente al non figurativo, e il quadro eufemisticamente tratteggiato nel precedente capoverso non illustrerà un bel niente, essendo noi entrati in territori difficili da immaginare.

È chiaro, insomma, che non alle forze dell’ordine e non a compagini politiche o governative deve essere dato merito per un conflitto sociale non ancora esploso in modo così efferato, ma a chi per adesso non ha raccolto la prima pietra.

Chiunque non si riconosca in malesseri e allucinazioni di nuovo tipo, può smettere di ragionare su queste cose. Per gli altri la domanda è: cosa è successo nel frattempo? Quand’è che una narrazione non lineare ma ancora decrittabile (ancora leggibile, proprio come una storia di Joyce, di Pynchon, di Perec o di Calvino) si è inabissata in una sorta di materiale oscuro e densissimo? La sensazione è che la Storia ci abbia solo apparentemente abbandonati, tuffandosi in un lago di bitume, scomparendo ai nostri sguardi, ma continuando a produrre ovvi effetti nelle nostre vite. In questo modo avvertiamo i cambiamenti sulla nostra pelle e nella riconfigurazione sempre più violenta delle nostre mappe interiori, ma (il Sommergibile in fondo al lago) non riusciamo mai a vedere bene che cosa li produce. Dovremmo fidarci di più delle nostre sensazioni? Cosa è successo nel frattempo, cioè da quando le comunicazioni col Sommergibile sono state interrotte fino ad ora?

Un aneddoto editoriale

Quindici anni fa (era il 1997), fresco di Laurea in giurisprudenza, frequentai a Milano un corso in tecniche editoriali. Il corso era la cenerentola di un più ampio master (cui non mi iscrissi) in giornalismo e copywriting. La sede della scuola era in via Sardegna. Tra i docenti del mio piccolo corso in tecniche editoriali c’era la caporedattrice di un’importante casa editrice milanese. Chiamerò questa donna signorina Magnifiche Sorti.

Alla seconda lezione da lei tenuta, la signorina Magnifiche Sorti ci illustrò gli scenari che, anche in campo editoriale, la rivoluzione digitale era sul punto di spalancare, specie per tutti noi in procinto di affacciarci sul mondo del lavoro.

“Ragazzi”, disse la signorina Magnifiche Sorti, “fino pochi anni fa noi in casa editrice impaginavamo secondo i sistemi tradizionali di fotocomposizione. Ma voi non saprete nemmeno cosa significa, impaginare tradizionalmente libro. Né lo saprete mai, perché i libri vengono adesso impaginati usando un programma sofisticatissimo che si chiama QuarkXPress. Noi ci eserciteremo a usare QuarkXPress fino alla fine dell’anno. È un software, praticamente. E tutto, o quasi tutto, viene oggi impaginato usando questo software. Ed è un bene. Per quanto io resti affezionata – anche romanticamente – alle vecchie tecniche di composizione, QuarkXPress, regolarmente montato su Mac, fa risparmiare un sacco di tempo. Noi, in casa editrice, abbiamo calcolato, usando QuarkXPress risparmiamo rispetto a pochi anni fa circa 30/35% del tempo. Non è tutto. Da pochi anni a questa parte si sta diffondendo la posta elettronica. Chi di voi usa già la posta elettronica? Alzi la mano! Ecco, siete almeno la metà. Bene, noi pure in casa editrice usiamo adesso la posta elettronica. Il bello è che la usa già una parte non irrilevante dei nostri autori. Immagino che questa parte sia destinata a crescere. E quando un autore che usa la posta elettronica ci manda il proprio libro via posta elettronica, allegando un documento word in posta elettronica, noi non dobbiamo più ribatterlo a mano come facevamo fino a pochi anni fa. Posta elettronica. Capito? Ebbene: così facendo, abbiamo calcolato in casa editrice, riusciamo a risparmiare circa il 35/40% del tempo”.

A questo punto, nel silenzio generale dell’aula – da cui venni colpevolmente contagiato –, un silenzio stupefatto e quasi visibile, si sollevò una mano. Era la mano di una studentessa. Una bella studentessa, come sono belle le studentesse belle e intelligenti a cui o il privilegio infonde coraggio, o brucia il culo preventivamente. In entrambi i casi queste persone, spesso incapaci di tenere la lunga distanza, regalano lampi di puro genio a buon mercato. La ragazza alzò la mano, puntando molto seria (anzi, si sarebbe detto che era proprio arrabbiata) la signorina Magnifiche Sorti.

“Posso farle una domanda?”

“Prego, dimmi pure”.

“Ma a voi in casa editrice vi pagano il 35% in più?”

“No”.

“Lavorate il 35% di meno a parità di stipendio?”

“No, anzi, c’è il caso che lavoriamo anche di…”

“Ma allora, mi scusi, il vantaggio dove cazzo sarebbe?”

La parola “cazzo” è l’unica forzatura di questa ricostruzione (“il vantaggio dove sarebbe?” la corretta dicitura), ma sono certo che negli ultimi quindici anni ognuno di noi – ognuno nel proprio campo e ambito professionale – ha avuto un suo personale “momento Magnifiche Sorti”, l’attimo rivelatore, l’epifania joyciana grazie alla quale avevamo intuito (ma mai con quella forza che solo le conseguenze materiali potrebbero infondere, cosa che avrebbero fatto in modo diluito negli anni a venire, poi sempre con maggiore frequenza) che i tempi stavano cambiando, e che tutto quello che ci avevano insegnato su Stato, lavoro, diritti, democrazia sarebbe regredito sempre più a barzelletta della buonanotte. Adesso che anche i nostri stomaci cominciano a capire, è troppo tardi. E dunque?

 Di cos’è fatta l’intelligenza di Steve Jobs

 Uno dei primi scoop di Indro Montanelli fu intervistare un attempato Henry Ford prossimo alla malattia. “Era un vecchio minuto, con una gran testa di capelli bianchi, e mi venne voglia di chiamarlo zio”. Questo il celebre attacco del pezzo.

Ai quei tempi “zio Henry”, oltre ad aver rivoluzionato il mondo dell’industria automobilistica e più in generale quello del lavoro, aveva dato alle stampe L’ebreo internazionale, una corposa opera antisemita rispetto a cui i libelli di Céline rappresentano una licenza poetica, e che (a differenza delle Bagatelle céliniane) fu infatti per Hitler motivo di ispirazione, tanto che ampi stralci dell’opera di Ford sono giustamente citati nel Mein Kampf.

A un certo punto, durante l’intervista con Montanelli, Henry Ford, da buon reazionario, inizia a lamentarsi degli ideali perduti della vecchia America. Cita a sproposito Whitman e Thoureau. Oltre che amareggiarsi per la disgregazione dei vecchi valori, gli dà fastidio il culto della velocità che sembra imporsi in tutta la nazione, lo snervano i ritmi concitati che stanno contagiando anche le oligarchie statunitensi, e odia i cartelloni pubblicitari e le autostrade che, a suo dire, starebbero deturpando i magnifici paesaggi del paese.

“Hanno distrutto la vecchia America!”, tuona Henry Ford sprezzante.

“Ma signor Ford”, ribatte Montanelli stupefatto, “è stato lei a farlo!”

E Ford, ancora più stupefatto, oltre che risentito: “non capisco proprio che cosa intende dire”.

Con l’aggravante di un’età più giovane in articulo mortis (ai tempi dell’intervista con Montanelli, Ford aveva settantadue anni) lo stesso tipo di miopia sembra aver posseduto la mente di Steve Jobs. Questo tenendo salva la buona fede. Meglio coltivare stupidità nella metà di noi stessi non preposta al genio che non provare ad arginare (innanzitutto riconoscendole pubblicamente) le conseguenze persino non volute delle nostre azioni. Albert Einstein, Henry Ford, Steve Jobs. Albert Sabin. Di cos’è fatta l’intelligenza di un uomo se in questa non è compreso un certo amore per la salute pubblica come presupposto a lungo termine della sopravvivenza in generale?

Che la rivoluzione digitale ci abbia consentito un accesso mai visto alle informazioni (e alla possibilità di comunicare) al costo di averci reso tutti un po’ più schiavi è ormai talmente chiaro che a non volerlo vedere è soprattutto la parte che si ribella all’evidenza di essersi fatta mettere nel sacco con tanta facilità. Ammettere di essere stati fottuti è dura. E poi, fottuti da chi? Che si lavori nell’ambito della medicina, della pubblicità, dell’editoria, della radio o della televisione, della fotografia, della musica, dell’architettura e in tutti gli altri campi a (cosiddetta) elevata professionalità (e spesso non ad altrettanto alto reddito) è un fatto che la rivoluzione digitale abbia rotto la barriera che separava il lavoro dal tempo libero. Con la conseguenza che non esiste più il secondo se non come tempo della disoccupazione. Si lavora – per chi lavora – potenzialmente sedici ore al giorno. E chi beneficia di questo strano e inedito tipo di sfruttamento ancora tutto da studiare? Da una parte i Grandi Mediatori (si chiamino Nokia, Apple, Microsoft, Lindekin, Facebook, Twitter e così via). Dall’altra ovviamente la produzione tradizionale e chi, rispetto a essa, si trova nel punto più alto della piramide.

La signorina Magnifiche Sorti produce il 35% in più a parità di lavoro rispetto a quanto produceva prima dell’arrivo della rivoluzione digitale. Il problema è che, dopo l’arrivo della rivoluzione digitale (dopo che la fase iniziale della suddetta rivoluzione è finita, cristallizzando nelle nostre vite abitudini che fino a poco fa non erano così conclamate, tanto che ce ne accorgiamo bene solo ora, iniziando a chiamarle col loro nome) la signorina Magnifiche Sorti è anche arrivata a destinare all’attività lavorativa più tempo di prima, un buon 30% in più, sebbene frazionato (e meno produttivo rispetto alle normali otto ore lavorative). La conclusione è che la signorina Magnifiche Sorti lavora più di prima, produce circa il 40-45% in più rispetto a quanto non facesse, ma a parità di retribuzione quando va bene. Quando va male, cioè quasi sempre, con un potere d’acquisto ridotto rispetto a 15 anni fa. Chi si avvantaggia di questa situazione?

Prima di rispondere, è interessante notare due cose. Prima notazione: la rivoluzione digitale è stata sbandierata negli ultimi due anni come rivoluzione di libertà associandola alla primavera araba, senza forse riflettere troppo sull’eventualità che intanto l’intima essenza del digitale come si sta sviluppando risulta ostile a un sistema pre-democratico, in quanto il suo contesto ideale (il suo mondo sognato) rischia di essere un sistema post-democratico.

Seconda notazione: lo stato regressivo in cui la rivoluzione digitale rischia di precipitarci, cosa che continuerà a fare fino a quando non avremo imparato a usarla a nostro vantaggio (o fino a quando non riconosceremo che l’etologia è forse la vera scienza del XXI secolo). Usiamo Linkedin per cercare lavoro. Oltre una certa età, ci affidiamo a Facebook (o ai blog) come ipotetico strumento di promozione professionale  e sociale, e facciamo di Twitter l’esperimento in grado di trasformarci nella merce che vendiamo (o tentiamo pateticamente di fare). Controlliamo compulsivamente la mail in attesa di risposte su occasioni di lavoro, nuove collaborazioni, conferme di recupero crediti.

Ma riflettiamo: quanti soldi in più (e quale materiale benessere in più) stiamo ricevendo dall’uso di questi mezzi rispetto a quanto avremmo fatto vivendo in un mondo analogico? All’illusione di ricevere vantaggi materiali grazie alle interfacce digitali (riceviamo in effetti dei vantaggi, in certi casi riceviamo vere proposte di lavoro, ed effettivamente recuperiamo crediti. L’interfaccia digitale è anzi spesso l’unico sistema grazie al quale possiamo farlo; peccato però che i vantaggi non pareggino gli svantaggi. Da una parte l’interfaccia digitale è ormai in certi ambiti l’unico campo giocando nel quale possiamo guadagnare 10 euro; ma sono i 10 euro riattualizzati che un nostro omologo di 20 o 30 anni fa guadagnava in meno tempo, e con minore sofferenza mentale), a questa illusione, dicevo, si aggiunge il kindergarten in cui entriamo attraversando lo stesso schermo il cui funzionamento stiamo cercando di descrivere. Tra una sessione e l’altra su Twitter o Facebook, tra una mail scritta a un nostro committente e una di recupero crediti, per evitare che lo stress salga a livelli di Tso ci lanciamo con un semplice colpo di mouse nel magico mondo del porno on line, leggiamo le notizie continuamente aggiornate sulle homepage dei quotidiani, approfondiamo fino al bizantinismo i nostri interessi (si chiamino Juventus, James Joyce, feticismo dei piedi o barca a vela).

Il meccanismo – offrire un’illusione di svago attraverso lo strumento che, proprio malgrado o meno, contribuisce al peggioramento di molte vite avvantaggiando poche altre – era stato a ben vedere già descritto da Philip Dick in uno dei suoi migliori romanzi, Le tre stimmate di Palmer Eldritch. Che cosa accade in questo libro di fantascienza del presente? Ai coloni terrestri che vivono su Marte in condizioni orribili, vengono dati dei plastici di case terrestri con riproduzioni in miniatura di mobili ed elettrodomestici, nei quali posizionare la bambola Perky Pat (ispirata da Barbie). Così facendo, e grazie all’uso di una droga illegale ma tollerata dalle autorità, il Can-D, i coloni terrestri possono illudersi di essere di nuovo sulla Terra a vivere una vita spensierata, e così tollerare le terribili condizioni di vita e lavoro su Marte.

Allora: a chi conviene farci vivere su Marte?

Torniamo all’editoria, ma solo a scopo esemplificativo. Il discorso vale anche per gli altri settori produttivi. Chi si avvantaggia del lavoro della signorina Magnifiche Sorti? Ebbene, rispetto all’industria libraria basta fare un gioco semplice. Basta vedere, per i grossi gruppi editoriali, la busta paga di chi in Italia ha scoperto, riscoperto o importato i libri (cercando di fare una media ponderata tra prestigio e ritorno economico) di Dan Brown, Roberto Saviano, Philip Roth, J.K. Rowling, Cormac McCarthty ecc. (via via la busta paga dei redattori che se ne sono presi cura, dei traduttori, degli uffici stampa che ne hanno fatto parlare in giro etc.) e confrontarla con lo stipendio dei top manager dei grossi gruppi editoriali. La sproporzione è il segno dei tempi.

Per ciò che riguarda Mondadori, per esempio, alla voce “compensi corrisposti a direttori generali e dirigenti con responsabilità strategiche nel 2011”, in relazione al suo AD Maurizio Costa si può leggere on line: “Emolumenti per la carica (1 milione e 10mila euro), benefici non monetari (25mila e 580 euro), bonus e altri incentivi (480mila euro), altri compensi (1 milione 207mila 205 euro)”.

Stay hungry, stay foolish. Come evitare che un uomo esasperato dalle conseguenze inattese di questa massima raccolga la prima pietra, e sia imitato da tutti quanti gli altri?

La Crisi venuta dallo spazio

 Le sproporzioni sono sin troppo note, ma una bella rinfrescata non fa male. Quattro esempi sulle centinaia di migliaia a nostra disposizione.

Vittorio Valletta, AD Fiat fino al 1966, guadagnava venti volte i suoi operai. Sergio Marchionne, oggi, guadagna 435 volte lo stipendio medio di un operaio Fiat.

In una città come Roma, nel 1965, avendo come parametro lo stipendio medio di un impiegato statale e un appartamento di 65 mq a San Giovanni, per acquistare casa erano necessarie 6,8 annualità del suddetto stipendio. Oggi ne servono 19.

Diego Armando Maradona, nel 1984, venne acquistato dal Napoli per una cifra che, riattualizzata, è pari circa a 15,09 milioni di euro. Nel 2010 il Real Madrid acquistò Cristiano Ronaldo per circa 94 milioni di euro. Per gli ingaggi dei top players è accaduto nel tempo qualcosa di molto simile. Gli stipendi dei magazzinieri di Napoli e Real non hanno visto, in proporzione, un aumento del 600%.

Il debito greco (che ha distrutto vite, famiglie, e sta tenendo più di un continente col fiato sospeso, cioè sta causando gravi danni materiali a decine di milioni di persone, e via via consistenti danni per la salute mentale di qualche centinaio di milioni) è pari circa a 355 miliardi di euro. I patrimoni privati dei dodici uomini più ricchi del mondo, sommati tra di loro, danno una cifra pari a 362 miliardi di euro circa.

Queste sproporzioni offrono un’immagine molto chiara di cosa respira oltre la maschera del mondo in cui viviamo, e a cui non ribellarsi potrebbe significare a un certo punto offrire i polsi alle catene. È faticoso un mondo in cui si è costretti a ribellarsi per salvaguardare la propria dignità. Ma sventurato e molto più pericoloso è un mondo in cui dovesse rendersi necessaria la violenza per non venire ridotti in schiavitù. Allora, quale istinto batte nel cuore della grande Balena (avevamo iniziato pensando a un Sommergibile) che nuota sotto i nostri piedi e, contemporaneamente, ben nascosta nel fondo dei nostri pensieri?

Fa parte delle regole condivise – una condivisione scaturita tuttavia dallo scontro con opposte e spesso giustificate tensioni – degli ormai scalfiti regimi democratici (quelli nati o rinati a partire dalla seconda metà del Novecento) prevedere che una maggiore parte di ricchezza vada a chi (per talento, voglia, dote, eredità, istruzione, capacità creativa o organizzativa) dia un contributo percepito come più consistente rispetto ad altri giocando nel medesimo campo di riferimento. Riconosciamo in Sergio Marchionne una capacità organizzativa e strategica aziendale migliore di un metalmeccanico. Cristiano Ronaldo fa sognare i tifosi molto più di un calciatore di serie C o dell’anonimo magazziniere che pure, partecipando di un lavoro collettivo, contribuisce a tenere in piedi il Real Madrid CF. Gli esempi sono innumerevoli. Ma in un sistema di risorse limitate, fino a che punto può aprirsi il gap tra Marchionne e un suo operaio (tra Cristiano Ronaldo e il magazziniere di una squadra di serie C, tra uno sportellista della BNL e il ceo di Goldman Sachs Lloyd Blankfein ecc. ecc.) senza distruggere il principio democratico (ma prima ancora civile e religioso) di dignità umana che nessuno di questi privilegiati si sognerebbe mai di sconfessare pubblicamente pur calpestandolo ogni giorno per il semplice fatto di esistere nel contesto in cui si è?

Formalmente un limite all’accumulazione di ricchezza e alla sproporzione tra condizioni di vita non è previsto in nessuna carta democratica, ma proprio il fatto che non ci sia (e che quindi, in teoria, dati a 100r la ricchezza disponibile e a 1000x gli abitanti di un paese, un x potrebbe per assurdo – assurdo? – accaparrarsi 99r riducendo gli altri in una situazione di semischiavitù) crea in ogni sistema democratico la falla ideologica che potrebbe determinarne il crollo pur nella formale sopravvivenza, come in molti paesi sta iniziando ad accadere in forma blanda. Chiunque pensi che non sta accadendo, rifletta non sulla geopolitica ma su cosa è diventata la propria vita negli ultimi dieci anni – e anche qui, non la vita privata spacciata pubblicamente per altro da sé a fini di sopravvivenza, ma quella intima e difficilmente confessabile.

Di questo terrificante spostamento di ricchezza (cioè di valori), presi come siamo dalle nostre vite, non ci saremmo resi conto con un tale contraccolpo emotivo se a un certo punto il gioco non avesse mostrato la corda con l’esplosione della crisi. La quale ha semplicemente reso conclamato un processo in atto da alcune decine d’anni.

A proposito della vera natura di questa crisi, o almeno di certi suoi aspetti, come ha più volte ricordato un attento studioso dei processi economici come Luciano Gallino: a) “gli enti maggiormente indebitati, in America, ma anche in Europa, sono le banche. In quasi tutti i paesi il debito privato delle banche supera largamente il debito pubblico. Il massimo è toccato dalla Gran Bretagna, in cui il debito privato delle banche ammonta al 600% del pil, mentre quello pubblico è del 60%. La politica, dopo aver aperto tutti i possibili varchi alla sregolatezza della finanza, ha provveduto a salvare le banche. In totale i versamenti diretti per salvare le banche – quelle irlandesi, quelle spagnole, quelle inglesi – e le garanzie versate a vario titolo, che sono soldi che non puoi usare ad altri fini, ammontavano a più di 4mila miliardi di euro. È allora che si sono scavati enormi buchi nei bilanci pubblici”, b) “Negli Stati Uniti i salari reali al di sotto della qualifica di foreman sono fermi o leggermente regrediti dal 1973. Ma anche l’Europa ha visto crescere a dismisura le disuguaglianze di reddito e di ricchezza. Uno dei paesi più diseguali che esista in Europa, soprattutto se si guarda alla ricchezza, è la Germania. La Germania ha un coefficiente di Gini prossimo a 0,8-0,799. Se si tiene conto che il coefficiente 1 vuol dire che uno solo prende tutto, si capisce che si tratta di una disuguaglianza elevatissima”, c) “Una prima spiegazione, di ordine finanziario e tecnologico, è che i ricchi si sono arricchiti perché avevano superiori capacità professionali, più ampio accesso alla finanza, maggiori competenze tecnologiche e informatiche. Perciò hanno raggiunto un alto reddito addizionale e, alla fine, una notevole ricchezza. Quelli che avevano minori capacità professionali erano meno competitivi, hanno avuto salari stagnanti. È nata così una doppia convenienza. Quelli che avevano accumulato ricchezza avevano bisogno di investire in modo sicuro, di dare denaro in prestito. Le classi medie, le classi lavoratici, avevano bisogno di prestiti per comprarsi la macchina, la casa, per pagarsi le spese mediche. Si sono così combinati i due interessi. Con le invenzioni della finanza che abbiamo visto, trilioni di dollari sono stati prestati dal 10% più ricco al 40-50% meno abbiente”, d) “tra il 2011 e il febbraio 2012 la Banca centrale ha prestato alle banche europee oltre un trilione di euro, 1000-1040 miliardi. Le banche in parte hanno pagato i debiti che avevano nei confronti della Banca centrale, in parte li hanno usati per capitalizzarsi, con qualche piccolo prestito alle piccole e medie imprese, ma per oltre un terzo hanno comperato titoli di Stato, che rendono dal 3% di certi titoli francesi o tedeschi fino al 7-8% nel caso di titoli italiani, spagnoli eccetera… Loro alla Banca centrale pagano l’1%. Dovrebbe essere possibile, i cittadini dovrebbero chiedere, che prestiti del genere siano accessibili anche agli Stati. Se lo Stato italiano avesse un prestito anche solo di 40-50 miliardi all’1%, o magari allo 0,25%, vicino a 0, come fa il Giappone, le cose andrebbero meglio. L’interesse dovrebbe essere in ogni caso minore del tasso di sviluppo. Invece siamo al 5% pagato alle banche, che l’hanno preso all’1%”.

Questo per dire che la crisi non viene dallo spazio. Non è neanche il frutto di una congiura studiata a tavolino. E tuttavia va combattuta come se lo fosse. Nell’apologo di Orson Welles, lo scorpione non può fare a meno di pungere la rana sul cui dorso sta pure attraversando il fiume. Noi, a differenza della rana, per morire abbiamo bisogno evidentemente di più di una puntura. Non siamo ancora morti, ma è chiaro che qualcosa ci ha colpito. Siamo forse al secondo colpo. Per evitare il definitivo non possiamo purtroppo contare sullo scorpione. Non è infatti per sarcasmo se affermo che i cosiddetti padroni del mondo sono addirittura più impotenti di noi nel fermare questo gioco al massacro. Non è solo una questione di interessi ma di vincoli interiori. Per Maria Antonietta venire sfrattata da Versailles può risultare più temibile che finire sulla ghigliottina. Così, per Sergio Marchionne (consapevole di ciò che si muove oltre il suo naso quanto l’Henry Ford dell’esempio), perdere in competitività secondo le regole del neoliberismo è uno spettro più temibile rispetto a quello di intere regioni ridotte in sofferenza e schiavitù, per non parlare di cosa potrebbe diventare il mondo intero (il pianeta) viaggiando lungo il percorso che stiamo descrivendo. Per non tacere di cosa poi potrebbe capitare proprio a lui, il Marchionne dell’esempio, se un giorno (in virtù di un movimento identico e opposto rispetto a quello che ha spostato violentemente ricchezza, valori e stili di vita negli ultimi decenni) si mettesse a ferro e fuoco la Bastiglia.

Se un uomo come Marchionne (lo ripetiamo, si tratta solo di un esempio) fosse minimamente consapevole del mondo in cui vive nonché magari anche un po’ intriso della migliore cultura occidentale (economica, civica, letteraria, religiosa, filosofica), inizierebbe a guardare con sospetto al famoso rapporto di 1 a 435.

Chiamiamoli dunque per praticità Signori 435.

Così d’accordo, il Signor 435 è più bravo di me a dirigere un’azienda, a giocare a pallone, a presiedere una casa di produzione cinematografica, a comporre una canzone, a progettare un edificio, a scrivere una legge, a piantare un chiodo nel muro, a inventarsi un software, a mettere a punto un algoritmo, a brevettare un’invenzione meccanica, a sintetizzare la molecola per un nuovo medicinale, a disinfestare una cantina, a progettare un derivato. Ma cosa, in virtù di questa maggiore capacità, può giustificare un reddito pari a 435 volte il mio se la mia unità non dà più alcuna possibilità di avere una casa in affitto, di pagare bollette e cartelle esattoriali, di comprare del cibo decente, di fare figli, di istruirli, di avere consumi culturali, di curarmi, di pagare i funerali dei miei genitori? E cosa soprattutto, nel Signor 435, può far difendere a spada tratta una simile diseguaglianza – con tutte le grandi sofferenze umane che ne derivano – se non una vita interiore totalmente preda (suo malgrado) della più antimoderna delle brutalità? E cosa infine desidera sotterraneamente (cosa evoca malgrado l’apparente buono stato di salute mentale) questo tipo di brutalità se non la violenza della controparte?

I Signori 435 sono troppo poco in contatto con se stessi per rendersene conto, ma tutto nel loro discorso invoca la barbarie. Aiutiamoli a smettere o sarà troppo tardi.

A nostra volta, guardiamoci allo specchio. Che faccia abbiamo? Siamo in buone condizioni di salute? Ci sentiamo ottimisti? Guardiamo con gioia al domani? O siamo sempre più invidiosi, frustrati e incattiviti anche oltre ciò che potremmo onestamente permetterci? Soffriamo di disturbi nervosi? Stiamo vivendo con pienezza il nostro tempo? Ci sentiamo più realizzati o più impotenti? E quanto durano, e di cosa sono fatti, i nostri eventuali stati di soddisfazione? Nel nostro desiderio di violenza tenuto a freno c’è un plusvalore che non è dato dalle nostre oggettive difficoltà ma è semplice e nudo (barbarico) desiderio di violenza che già comincia ad alimentarsi di sé medesima? Di quante prove le nostre menti e di quanti sintomi i nostri corpi hanno ancora bisogno per capire cos’è che sta davvero succedendo?

A questo punto del discorso, spero che mi si sarà perdonato l’attacco quantomeno bizzarro di questo pezzo. Avevo iniziato con l’obiettivo di salvare la vita di Luca Cordero di Montezemolo, Ignazio La Russa e altri Signori 435 per l’anno che verrà. Sono arrivato a questo punto del discorso. Ho tralasciato di citare l’ovvio, cioè il deficit di politica a livello mondiale, la spaventosa mancanza di leader in grado di risolvere rapidamente i problemi di cui stiamo parlando.

Non è certo un augurio ma un fatto, o meglio una disgrazia osservata in prospettiva unendo i punti sulla mappa: si avvicina sempre più il bivio oltre il quale le nostre società imboccheranno necessariamente la strada della schiavitù o quella della violenza. In un paese come l’Italia, con tutto quello che è successo negli ultimi anni, è in effetti sorprendente che le tensioni sociali non siano ancora esplose. Oltre che il buon senso, le hanno tenute a freno il vecchio familismo (ma adesso la marea sta salendo fino a toccare le riserve di padri e nonni, ora anche loro iniziano a perdere posti di lavoro, case, pensioni: si tratta di un ammortizzatore che inizia a propria volta a invocare aiuto), un triste amore per il particulare ormai ridotto all’osso, un servilismo endemico (ma i padrini adesso sono troppo occupati a salvare se stessi, e pazienza se si metteranno in salvo alleggerendosi di molti clientes).

Si profila davanti ai nostri occhi, insomma, un altro cambio di paradigma.

L’augurio per noi tutti è che un’alternativa venga messa a punto nel tempo non lunghissimo a disposizione.

 

 

 

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Un bel dono per Marchionne https://minimaetmoralia.it/societa/un-bel-dono-per-marchionne/ https://minimaetmoralia.it/societa/un-bel-dono-per-marchionne/#comments Fri, 30 Dec 2011 09:35:12 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6080 di Carola Susani questo pezzo è uscito su «Gli Altri» la settimana scorsa. Vorrei donare a Sergio Marchionne una macchina a pedali collegata a una turbina. Un auto di colore azzurro cielo, luccicante, capace di produrre energia se la pedali. Il dono vuole essere un piccolo, umile promemoria della condizione attuale. Mi piacerebbe che lui […]

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di Carola Susani

questo pezzo è uscito su «Gli Altri» la settimana scorsa.

Vorrei donare a Sergio Marchionne una macchina a pedali collegata a una turbina. Un auto di colore azzurro cielo, luccicante, capace di produrre energia se la pedali. Il dono vuole essere un piccolo, umile promemoria della condizione attuale. Mi piacerebbe che lui pure, come tanti, prendesse coscienza del fatto che è finito il tempo di produrre e comprare auto a benzina. Spingere un mercato così insano, mantenere in piedi un circolo vizioso di falsi bisogni, inquinamento, immobilità forzata dentro ai gas di scarico, non è una necessità, non è destino. È un danno per il genere umano. Bisogna saper guardare più lontano. Sarebbe bello anche provare ad andare più lontano, ma non è un posto in cui si arriva in auto. Forse ci si può andare pedalando. Quella che offro è un auto a pedali piccola, forse un po’ scomoda, le gambe ci entrano dentro a malapena, ma è un bel mezzo, piace ai bambini e forse può insegnare qualche cosa. Pedalandola, sono certa, Marchionne sarà in grado di ricordare se mai l’avesse scordato, che l’energia in ultima istanza viene dal corpo.

E forse così riscoprirà con le sue membra cos’è lo sforzo che fa un corpo che lavora. Potrà poi rendersi conto che chi pedala da solo difficilmente produrrà energia per qualcosa di grande. Da soli, si può tutt’al più fare esercizi come in palestra, faticare per mantenersi in forma, il più possibile uguali a una immagine artefatta di se stessi, un cerchio chiuso. Se poi si pedala contro gli altri, cercando di imporre tempi e modi, si sta fermi. Bisogna imparare a pedalare insieme. Soltanto insieme si produce energia a sufficienza per affrontare i bisogni veri e umani. Pedalando insieme ne verrà l’energia per fare il pane, per suonare come insegnano i Tètes de bois che con il palco a pedali producono l’energia per i concerti mettendo insieme l’energia di molte biciclette. Pedalare può essere bello, ma costa fatica, perciò spesso ci dovrà fermare. Si dovrà scendere dall’auto, sgranchirsi, fare qualcosa di diverso. Ognuno saprà cosa vuol fare quando non pedala, e anche Marchionne avrà i suoi desideri. Al corpo e alla mente dovranno essere riconosciuti i suoi bisogni, inevitabilmente. Ma quello che più conta è lo scopo per cui si pedala. La condizione attuale ha abituato molti, la maggior parte, a faticare senza darsi respiro, vedendo diminuire giorno dopo giorno i diritti (che anche quando ancora ci sono svolgono il misero ruolo di ore d’aria) inseguendo la mera sopravvivenza, passivamente, senza uno scopo degno, mentre chi comanda a sua volta non ha uno scopo se non quello di mantenere in vita un cerchio insano, in cui chi ha denaro si arricchisce, chi ha potere ne acquista, chi non ha né denaro né potere, è sopraffatto, e intanto il mondo si affossa, senza nessuno che abbia tempo e testa per farsene carico.

Non si può produrre senza respiro, senza diritti, ma anche è disperante produrre SUV, o altri oggetti inutili e dannosi, da vendere e comprare. È disperante che il lavoro consista nel fare a spalle basse la propria piccola parte per accelerare la rovina del genere umano. Finché non si ripensano gli scopi, non solo il lavoro di chi fatica con il corpo, ma anche il lavoro di chi comanda è un lavoro passivo, miserabile, da schiavi o da kapò. E va sempre, con rispetto, salutato chi lo boicotta, manifestando una istintiva resistenza al peggio. Certo, molti si sono tirati fuori e hanno ricominciato seminando, facendo oggetti utili, aggiustando. Indicano una direzione, la stessa mi pare che vado indicando con quella macchinina a pedali che adesso è lì, luccicante sull’asfalto. Non è con rabbia, né con risentimento che offro questo mio piccolo dono a Sergio Marchionne. Marchionne, figlio di un abruzzese e di una istriana, emigrato in Canada con la famiglia, rappresenta con una compiutezza speciale il ceto civile, quella piccola e media borghesia italiana straziata dall’ultima guerra, convinta che farcela all’interno degli equilibri di questo mondo si può, che se ce l’hanno fatta loro ce la può fare chiunque, dentro queste regole del gioco. Non ho verso di lui risentimenti, ma mi piacerebbe che con quella macchinina si spingesse qui e là per il mondo, giungesse magari fino al campo attrezzato di Salone, e ci passasse qualche mese, un anno sabbatico, che provasse a concepire prospettive diverse, forse di nascosto già intuite, forse veramente inesplorate. È un augurio per il nuovo anno che estendo a tutti i figli e i nipoti di quella piccola e media borghesia italiana da cui ancora oggi capita venga estratto il nostro ceto dirigente.

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Il di più viene dal maligno https://minimaetmoralia.it/interventi/il-di-piu-viene-dal-maligno/ https://minimaetmoralia.it/interventi/il-di-piu-viene-dal-maligno/#respond Sat, 11 Jun 2011 17:34:47 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4512 di Christian Raimo Dice Gesù nel Vangelo di Matteo al versetto 5, 37 rivolgendosi agli apostoli: “Sia il vostro parlare sì, sì; no no; il di più viene dal maligno”. Ci sono tanti motivi per andare oggi e domani a votare al referendum, e ce n’è uno che forse non è stato sottolineato abbastanza. L’idea […]

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di Christian Raimo

Dice Gesù nel Vangelo di Matteo al versetto 5, 37 rivolgendosi agli apostoli: “Sia il vostro parlare sì, sì; no no; il di più viene dal maligno”. Ci sono tanti motivi per andare oggi e domani a votare al referendum, e ce n’è uno che forse non è stato sottolineato abbastanza. L’idea che la politica sia fatta di scelte, di contrapposizioni, di alternative.

Quest’anno era cominciato al contrario. A Mirafiori, il dilemma del futuro sociale doveva essere deciso con un dispositivo ricattatorio che solo una neo-lingua padronale aveva avuto il coraggio di definire referendum. Ecco, tra i finti referendum della Fiat e il referendum su acqua, nucleare, legittimo impedimento passa la strada della democrazia di domani.

Il linguaggio del potere di oggi, quello macroscopico e quello microscopico, fa di tutto per obliterare la possibilità di queste scelte. E lo fa scientemente, con una strategia comunicativa che si può chiamare ottimismo negazionista: ossia la rimozione del contrasto, la sconfessione del dissenso.
Facciamo degli esempi. Ci sono cinque livelli di questa strategia. Immaginate che qualcuno vi chieda di andare al cinema, e a voi non vada, e gli rispondiate di no. Ma l’altra persona insiste e vi chiede: “Ma sei proprio sicuro? E se ti passo a prendere?”. Oppure – secondo livello – qualcuno vi chiede di andare al cinema, voi dite no grazie, e quello vi dice: “Va bene, ma se andassimo al cinema, ti piacerebbe vedere di più Tree of life o Corpo celeste?”. Oppure – terzo livello – l’altra persona di fronte al vostro no, vi dice: “Va bene, io intanto vado, ti aspetto lì davanti, se non vieni ci resto male”. Oppure ancora – quarto livello – l’altra persona alla fine vi ha convinto, praticamente costretto a accompagnarlo al cinema (perché si sentiva solo, perché aveva bisogno di svagarsi, etc…) e dopo che avete accettato vostro malgrado, a fine serata, questo vi dice: “Hai visto che ti andava di uscire?”. Oppure ancora ancora – quinto livello – voi avete obtorto collo accettato di uscire annichiliti da troppe insistenze, e a fine serata, vi viene detto: “Hai visto che non ti ho costretto. Dai, domani chiamami tu e proponimi qualcosa”.

Questo linguaggio del potere italiano, violento, violentissimo senza sembrarlo, post-ideologico, berlusconiano, marchionnesco, post-fascista, fa del suo concetto di democrazia orwelliana la sua cifra principale. È una modalità di confronto che, nel piccolo, vi chiede non solo la sottomissione, ma vi chiede soprattutto che siate d’accordo con quella sottomissione, che siate voi a ritenere non solo necessaria ma giusta la decisione che vi viene imposta (avete presente Marchionne che torna in Italia e proclama: “Beh, perché qui nessuno mi ringrazia?”). Ma è anche, nel grande, un universo linguistico in cui si dice dialogo ma s’intende consenso, in cui i referendum si cercano di cancellare a pochi giorni dal voto, in cui si sostiene senza nessun’analisi che un futuro energetico senza nucleare non può esserci, in cui l’astensione non sta a significare assenza di responsabilità ma disprezzo della rappresentanza tout-court, in cui la determinazione a ottenere quello che si vuole passa sopra qualsiasi forma di confronto reale, eccetera eccetera eccetera. È un mondo in cui l’altro non esiste.

Votare sì domani al referendum vuol dire anche semplicemente ribadire un concetto essenziale di dialettica, vuol dire essere riconosciuti come forza politica, vuol dire non abbandonarsi a quell’abulia che anche Gesù attribuisce al maligno. Del resto, com’era quell’altro brano dell’Apocalissi di Giovanni, i versetti 3, 15-16? “Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca”.

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I dilemmi della condizione operaia https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/i-dilemmi-della-condizione-operaia/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/i-dilemmi-della-condizione-operaia/#respond Sat, 15 Jan 2011 09:19:47 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3643 Questa riflessione è uscita sull’ultimo numero dello Straniero.

Produttività e governabilità. Sono queste le due parole magiche intorno a cui si delinea oggi in Italia un’enorme questione operaia. Il punto è che per ora la guerra la stanno vincendo gli altri, quelli guidati da Sergio Marchionne. Solo i miopi possono infatti pensare che quanto è accaduto a Pomigliano e le esternazioni del manager italo-svizzero-canadese riguardino unicamente la Fiat.

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Questa riflessione è uscita sull’ultimo numero dello Straniero.

Produttività e governabilità. Sono queste le due parole magiche intorno a cui si delinea oggi in Italia un’enorme questione operaia. Il punto è che per ora la guerra la stanno vincendo gli altri, quelli guidati da Sergio Marchionne. Solo i miopi possono infatti pensare che quanto è accaduto a Pomigliano e le esternazioni del manager italo-svizzero-canadese riguardino unicamente la Fiat. Sono al contrario la punta dell’iceberg di un grande sommovimento nelle relazioni di lavoro: la parte visibile di una complessa partita in cui Confindustria ha deciso di andar da sola (sentendosi in fondo poco garantita dall’attuale destra di governo che collassa) e di prendersi tutto, in questo inizio di ventunesimo secolo.
E allora torniamo alle due parole magiche, produttività e governabilità. Sta passando l’idea (o meglio si vuole far passare l’idea) che i contratti nazionali siano strutture obsolete e che il salario deve essere strettamente legato alla produttività dei singoli stabilimenti. Più produci, più sei competitivo con il Brasile, la Cina, l’India, la Polonia… e più ti pago. Ma quanto ti pago? In un paese in cui dilagano il precariato e il lavoro nero (quando non il grave sfruttamento lavorativo), in cui la disoccupazione – specie al Sud – produce un esercito di riserva di lazzari pronti a tutto, e in cui i “garantiti” guadagnano non più di 1.100 euro al mese (quando va bene), questo discorso della produttività rischia di essere devastante. Rischia di creare un limbo di bassi redditi e di lavoratori poveri, fatto di ricatti e di alienazione, da cui emergono per ottenere un salario normale solo gli stacanovisti modello.

Ora, poiché la produttività dipende solo in parte dalla forza-lavoro e molto invece da fattori esterni (investimenti, ricerca, infrastrutture, scelte dell’economia-paese), e poiché il costo del lavoro, allo stato attuale, in particolare per l’auto, incide per appena il 7-8% sul totale dei costi di produzione, è evidente che è un discorso puramente ideologico. E che rimanda ad altro: la volontà di vincere il benché minimo conflitto prima ancora che inizi. Per questo la produttività – come per le imprese americane, che Marchionne vuole emulare – è strettamente legata alla governabilità. A noi piacciono – sostengono Marchionne e i suoi seguaci in Confindustria – solo le fabbriche “governabili”, quelle che non creano problemi, quelle che non protestano, quelle non sindacalizzate o che, se proprio devono essere sindacalizzate, lo siano almeno dai sindacati “moderni” o filo-aziendali.

Insomma, al di sotto della crisi politica che in questo periodo sembra assorbire tutto, si sta giocando una pericolosa partita sui diritti, sui rapporti di forza e sulle relazioni sociali, che trascende la mera questione salariale. Ma quali sono le forze in campo? Il più grande sindacato italiano, la Cgil, sembra essere messo all’angolo dall’alleanza stretta tra governo, Cisl e Uil. E la sua categoria più combattiva, la Fiom, appare ancora più isolata nell’agone politico e mediatico. La questione della governabilità sembra avere, per quanto nessuno lo dica apertamente, un obiettivo preciso: ridurre il più grande e antico sindacato italiano a una sorta di sindacato di base, da escludere dagli accordi e dalla rappresentanza in fabbrica, a meno che non si pieghi ai diktat di chi sta dall’altra parte. È questo il tentativo che si sta mettendo in atto a Pomigliano.

Per questo ha fatto bene la Fiom a indire la grande manifestazione “operaia” del 16 ottobre scorso, che ha visto sfilare per le strade di Roma (per quanto oscurate da tutti i media nazionali) centinaia di migliaia di lavoratori del Nord e del Sud, delle grandi e piccole imprese, insieme a studenti, immigrati, impiegati. E ha fatto bene a diffondere, l’8 novembre, un documento del suo comitato centrale in cui si dice a chiare lettere che quella grande manifestazione “ha riaffermato che a partire dalla Fiat non è accettabile lo scambio tra riduzione dei diritti e investimenti, ma al contrario va affermata una nuova politica industriale socialmente e ambientalmente sostenibile fondata sulla qualità delle prestazioni lavorative, sulla stabilità dell’occupazione, sull’innovazione dei prodotti, sul diritto alla contrattazione collettiva, su un nuovo intervento pubblico nell’economia anche per una nuova occupazione.” Ma lo stesso documento dell’8 novembre contiene un altro passaggio molto importante, che rischia di aprire una spaccatura non solo tra la Fiom e i sindacati “buoni”, ma anche con la propria stessa confederazione, la Cgil. Il nocciolo dello scontro riguarda proprio il tavolo di confronto proposto da Confindustria, cui partecipa anche la Cgil (la confederazione, non la sua categoria dei metalmeccanici), sulla produttività. “Il comitato centrale”, continua il documento, “considera non condivisibile che siano stati consegnati al governo documenti con il consenso della Cgil in cui ad esempio si richiede ‘di incrementare e rendere strutturali tutte le scelte normative che incentivano la contrattazione di secondo livello, che collegano aumenti salariali variabili all’andamento delle imprese’. Così nei fatti si svuota il ruolo salariale dei contratti nazionali, tanto più in una situazione di grave crisi.” Al contrario, è opportuno raccordare le forme di lavoro sparse, e spesso in contrasto tra loro, non agevolare la polverizzazione sul territorio, con la contrattazione locale, se non addirittura individuale.

Abbiamo dato ampio spazio al documento dell’8 novembre perché illustra bene quale sia la battaglia di idee interna alla stessa Cgil, e che si trascina da alcuni mesi. La questione, ovviamente, è politica, non solo sindacale. Scomparsi i partiti del lavoro, o comunque i partiti che difendono (soprattutto) gli interessi dei lavoratori, non collocandosi come il Pd sulla soglia dell’equidistanza tra Marchionne e i delegati di fabbrica dei suoi stabilimenti, la Cgil è posta davanti a un bivio. Fino a che punto, per rompere l’isolamento, è possibile trattare sulle questioni della produttività e della governabilità? Dire no, dire molti no, è sinonimo di arretratezza? O di resistenza di fronte all’affermarsi di una nuova civiltà in cui i diritti del lavoro stanno scomparendo?

Rispondere caso per caso, quando si fa il sindacalista sul campo, non è facile. Non è facile in un paese in cui le grandi fabbriche stanno chiudendo, e spesso l’alternativa non è tra buon lavoro e cattivo lavoro, ma tra non-lavoro e cattivo lavoro. Non è facile in un paese in cui la retorica della “scomparsa del lavoro” (e degli operai) ha fatto molta strada, anche a sinistra. Non è facile in un paese in cui l’immonda evasione fiscale è considerata un dato congenito, e gli evasori sono ritenuti degli eroi contemporanei. E soprattutto non è facile in un paese in cui le mille differenze territoriali spesso si traducono in particolarismi arroccati, difficili da contrastare.

Scomparsi i partiti di massa, i grandi sindacati sono le uniche organizzazioni generali rimaste in Italia. Ma questo non risolve automaticamente la questione della rappresentanza, perché è difficilissimo rappresentare un mondo del lavoro profondamente mutato, e una classe operaia profondamente mutata. È difficile tenere insieme gli assunti a tempo indeterminato e i precari, far emergere i lavoratori in nero, rappresentare gli immigrati (che sono ormai la base maggioritaria nell’edilizia, in agricoltura, e anche in molte fabbriche), far applicare i contratti, ottenere miglioramenti. Per questo, la grande partita cui accennavamo prima si gioca su un terreno estremamente accidentato. E questo, in fondo, Marchionne e i suoi seguaci lo sanno: perciò battono tanto sul ferro finché è caldo.

Solitudine, individualismo, stanchezza, guerra tra poveri, assenza di prospettive. È difficile trovare altre parole per definire la condizione operaia oggigiorno in Italia e, per la verità, anche in molti paese europei. Alla scomparsa dei lavoratori dall’orizzonte pubblico (in fondo sono passati trent’anni dalla marcia dei quaranta mila, e si vede!), alla difficoltà di organizzarsi proprio in quei luoghi in cui diritti sono già scomparsi o stanno scomparendo velocemente, si aggiunge la difficoltà concreta di arrivare a fine mese, i ricatti occupazionali quotidiani, lo spettro della cassa integrazione senza prospettive o della disoccupazione. Quando si è perso tutto, si sale sulle gru o sui tetti dei capannoni, ma sono forme di lotta disperate e – quasi sempre – chiuse in un vicolo cieco, soprattutto se lasciate a spegnersi da sole.

Tra la lotta disperata e l’acquiescenza non c’è ancora una via di mezzo. Ma, per fortuna, i settori più avvertiti all’interno del sindacato hanno capito che è in quella direzione che bisogna andare. Anche a costo di perdere le prime battaglie.

A chi si bea con la retorica del frastagliamento lavorativo (e dei lavoratori) e sostiene che sarebbe impossibile ricomporlo, va sempre ricordato che il socialismo non è nato nelle grandi fabbriche da trentamila dipendenti, ma nelle campagne, tra i braccianti, unendo tra loro i granelli di sabbia. Compattando ciò che era diviso. Unendo proprio ciò che era frastagliato, e intraprendendo un percorso che solo dopo, nel corso del Novecento, ha portato alla contrattazione, un importante strumento di uguaglianza sociale e di collegamento tra parti disparate.

Con Berlusconi o senza Berlusconi, questo è lo scenario dei prossimi anni. L’effetto duro della crisi sul lavoro dipendente, e soprattutto sul non-lavoro, deve ancora arrivare. Probabilmente inizierà con la prossima primavera. E sconcerta che a sinistra siano ancora in pochi a capire che c’è una relazione strettissima tra la nuova questione operaia, la messa in discussione dei diritti del lavoro, e la tenuta della nostra democrazia. È da quella stanchezza, da quella solitudine, da quella assenza di prospettive, che bisogna ripartire.

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Caso Mirafiori: l’insensibile slittamento dal diritto al pragmatismo https://minimaetmoralia.it/politica/caso-mirafiori-linsensibile-slittamento-dal-diritto-al-pragmatismo/ https://minimaetmoralia.it/politica/caso-mirafiori-linsensibile-slittamento-dal-diritto-al-pragmatismo/#comments Fri, 14 Jan 2011 09:52:28 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3638 Ho riflettuto a lungo sul caso Mirafiori e non riesco a capire una cosa. Sento sempre dire, soprattutto dal centro-sinistra, che gli operai della FIAT non possono non votare Sì al referendum, perché sono vittime di un ricatto. Ieri anche la Finocchiaro a Ballarò a fine trasmissione ha sostenuto che avrebbe votato No al referendum […]

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Ho riflettuto a lungo sul caso Mirafiori e non riesco a capire una cosa. Sento sempre dire, soprattutto dal centro-sinistra, che gli operai della FIAT non possono non votare Sì al referendum, perché sono vittime di un ricatto. Ieri anche la Finocchiaro a Ballarò a fine trasmissione ha sostenuto che avrebbe votato No al referendum se non avesse dovuto campare con un salario di 1200 euro al mese. Insomma, è evidente, quasi dato per scontato, che nel centro-sinistra (con l’eccezione di Matteo Renzi che al Tg7 ha affermato di stare con Marchionne senza se e senza ma) la posizione univoca è: gli operai non possono non chinare il capo. Ora, a me sembra addirittura una posizione intollerabile.
Mi hanno insegnato, spesso con dosi eccessive di retorica, che bisogna lottare per i propri diritti, trattenere con le unghie e con i denti quanto si cerca di strapparci, che nessuno ti regala niente, insomma potrei continuare con tutte queste frasi che per la loro ovvietà sono addirittura volgari. Eppure, in questi giorni, senza che nessuno vi abbia fatto caso o ne abbia rilevato l’eccezionalità, mi pare stia passando una campagna politica totalmente opposta alle battaglie storiche, e cioè: rassegnarsi per forza maggiore, considerare di avere famiglia. Qua non si sta volutamente entrando nel merito della scelta di Marchionne e della reazione di alcuni sindacati rispetto ad altri, qua si sta cercando di analizzare la nuovissima posizione di una parte politica e sociale del paese, che pur considerando intollerabili le posizioni della più grande industria italiana riguardo ai diritti degli operai, non scende in piazza in loro difesa, non prende posizione davanti ai cancelli proclamando resistenza, no, si limita a sussurrare comprensione. Certo, la pietà, la comprensione bisogna sempre averle per qualunque scelta, ci mancherebbe, il problema però per me è un altro: quando mai è accaduto nella storia dell’umanità che non si sia dovuto rinunciare a parte importante, fondamentale delle esistenze, pur di ottenere maggiori ed essenziali diritti? Quale conquista importante è avvenuta senza avere corso il rischio di perdere tutto? Davvero non capisco perché e come si sia arrivati all’odierna pilatesca comprensione da parte della maggioranza del centro-sinistra su temi di importanza cruciale, senza scandalo o senza, almeno, dibattito. Dibattito clamoroso per comprendere se è in corso un mutamento antropologico o se si tratta di una rivoluzione sociale che investe più piani, dalla teoria alla pratica.
Scrivo tutto questo pur non pensando che siano stati lesi i diritti degli operai nel contratto firmato da CISL e UIL, pur pensando che sia più giusto votare Sì al referendum, ma senza mal di pancia, senza sentirsi umiliati.
Inoltre non vorrei essere nei panni di un operaio che ha sempre votato a sinistra e che adesso ha deciso di votare No al referendum, sia iscritto o meno alla FIOM, perché non avrei nemmeno la struttura fisica per sostenere tanta indignazione.

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