sergio nelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sergio-nelli/ un blog di approfondimento culturale Fri, 25 Jan 2019 13:42:46 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg sergio nelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sergio-nelli/ 32 32 Memoria e disincanto: su “Ricrescite” di Sergio Nelli https://minimaetmoralia.it/libri/memoria-disincanto-ricrescite-sergio-nelli/ https://minimaetmoralia.it/libri/memoria-disincanto-ricrescite-sergio-nelli/#respond Fri, 25 Jan 2019 13:42:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39334 di Gabriele Merlini

Trattare la quotidianità con acume, ironia e amore per le piccolezze diventa un gesto piuttosto eroico e da salutare con gioia, in questi tempi di supposti ritorni di massa allo weird e al fantastico.
Ricrescite è stato scritto da Sergio Nelli all'inizio del millennio, editorialmente un'era geologica fa, poi pubblicato da Bollati Boringhieri nel 2004. Tunué adesso (con prefazione di Antonio Moresco) sceglie di farlo riapparire nelle librerie all'interno di un progetto di riscoperta di meritevoli opere finite fuori catalogo, così servirà collocarlo nell'attualità del panorama narrativo nazionale: piacevole constatare quanto risulti ancora una salutare boccata d'ossigeno sotto moltissimi aspetti.

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di Gabriele Merlini

Trattare la quotidianità con acume, ironia e amore per le piccolezze diventa un gesto piuttosto eroico e da salutare con gioia, in questi tempi di supposti ritorni di massa allo weird e al fantastico.
Ricrescite è stato scritto da Sergio Nelli all’inizio del millennio, editorialmente un’era geologica fa, poi pubblicato da Bollati Boringhieri nel 2004. Tunué adesso (con prefazione di Antonio Moresco) sceglie di farlo riapparire nelle librerie all’interno di un progetto di riscoperta di meritevoli opere finite fuori catalogo, così servirà collocarlo nell’attualità del panorama narrativo nazionale: piacevole constatare quanto risulti ancora una salutare boccata d’ossigeno sotto moltissimi aspetti.

Gli angeli li ho incontrati una volta, da ragazzino, mentre ero in coma da una meningite celebro-spinale. Mi artigliavano la schiena con delle roncole.

La forma diaristica, nell’ultimo migliaio di anni, è stata praticata con costanza da un discreto numero di persone eppure, grazie alla natura plastica di cui dispone, ogni volta può essere reinventata, declinata sulla base delle esigenze dei singoli. Nel caso di Nelli l’uscita turbolenta da un periodo complicato, il desiderio di rinascita, di ricostruzione non può che passare attraverso la trattazione dei gesti minimi di ogni giorno, il rapporto di un uomo di mezza età con un figlio che nasce e cresce, il ruolo di insegnante svolto con dedizione e l’analisi di specifici vizi che talvolta ti inchiodano, altre (fortunatamente) ti elevano.

L’accurata rilettura – centoventi dense pagine – di una esistenza scandita in brevi e puntuali paragrafi, gli oggetti che ci circondano apparentemente secondari ma nel profondo funzionali per raccontarci un bel po’ di cose su di noi, se solo razionalizziamo e decidiamo di concedere loro il tempo necessario per illuminarci (la dinamica di caduta di una cacca di piccione dalla grondaia, «la sua traiettoria veloce, l’impatto adesivo» oppure gli ovini Kinder pericolosi e tentatori.

La vulcanologia spiegata a un adolescente nei libri per ragazzi o in Plinio il Giovane, i fantasmi che oltrepassano sia le pareti di casa che le montagne sulla base di capacità intriganti, gli angeli) ma anche e soprattutto il passato.

Per aprirmi la strada con gli alcolisti ho evocato perfino gli avi.

Ché per Nelli – in Ricrescite come alle cene in trattoria (potranno confermare coloro che hanno avuto la fortuna di condividerci un vitello steccato arrosto e vino rosso al cunsumo) – è l’ironia, il disincanto ciò che ci mette al riparo da qualsiasi rischio di sterili operazioni nostalgiche o mitizzazioni di quanto è stato, lasciando viceversa al ricordo la funzione migliore di cui dispone: aiutarci a capire chi siamo diventati con il passare degli anni e, se possibile, non prenderci troppo sul serio nel futuro.

Una immersione tra i flashback di mondi di provincia oggi scomparsi i cui cascami tuttavia continuano ad essere quantomai presenti, vivi. Le inevitabili morti – i nonni, alla fine, sono fatti per questo: morire e farci ripensare ai loro assurdi gesti nei memoriali che inevitabilmente scriveremo – o le case nelle quali abbiamo abitato.

I posti a tavola che cambiamo in base a gerarchie mutate e nuove incoronazioni, la ritualità della spesa il venerdì, i settimanali ritagliati nel pomeriggio, i panorami oltre la finestra sempre uguali che di colpo si mostrano differenti e ci sbattono sul muso un’inattesa, commovente poesia («già dai bordi della strada si vede che è tempo di papaveri. C’è un cielo azzurro chiaro e qualche nuvola sfilacciata. Finalmente sono sdraiato sull’erba al sole, come desideravo. A Vinci poi […] l’ora del cibo che si approssima è una festa.» Un riuscito lirismo che torna frequente, alternato con digressioni leggere o intimiste, cambi di registri capaci di risultare tra gli elementi di maggiore interesse del testo.)

Perché serve ammetterlo: alcune opere dal forte impianto autobiografico sono al punto tale piatte da indurti a scaraventare il più lontano possibile il volume che le contiene, gridando di non avere mai nutrito alcun interesse per vite che non siano la tua: ma qui è abbastanza diverso. Temi personali miscelati con spunti familiari per chiunque, in luoghi che magari mai hai vistato eppure sembrano conosciuti dalla nascita. La piatta campagna pisana, la costa tirrenica che si trasforma mentre la percorri, le viuzze dell’Oltrarno esplorate con dovizia, i campi e le fabbriche dismesse dell’hinterland, periferie di strepitosa bruttezza che scorgi appena oltrepassi le mura di Firenze ma potrebbero essere ovunque nel mondo. Suggestioni e riflessioni legate da una lingua ricercata che non è esibizione di professionalità fine a sé stessa quanto tramite essenziale per descrivere con onestà ciò che per il personaggio-autore sembra avere sul serio valore, le futilità dell’ordinario che nascondono fini nobilissimi, specie in tempi malmessi e grevi come i nostri.

La curiosità per la scoperta e l’amore per la conoscenza, nonostante tutto: «cade sul lenzuolo una crosticina dal naso, gorgoglia l’acqua dei radiatori, strombazzano i clacson nella fila. Che un’extrasistole particolarmente lunga mi metta pure di fronte, come uno spirito, all’immagine del mio corpo privo di vita. Io leggo.»

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“Ricrescite” di Sergio Nelli: la prefazione di Antonio Moresco https://minimaetmoralia.it/libri/ricrescite-sergio-nelli-la-prefazione-antonio-moresco/ https://minimaetmoralia.it/libri/ricrescite-sergio-nelli-la-prefazione-antonio-moresco/#respond Fri, 14 Dec 2018 09:57:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38960 Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, la prefazione al libro Ricrescite di Sergio Nelli, uscito per Tunué.

di Antonio Moresco

Rileggo dopo molti anni questo piccolo gioiello di genere indefinibile, questo piccolo libro che respira e fa respirare, pubblicato per la prima volta nel 2004 da Bollati Boringhieri e che adesso viene ripubblicato da Tunué, ad apertura di una serie di ristampe annuali che si prefiggono meritoriamente di salvare alcune opere che la macina editoriale e culturale di questi anni, e le logiche puramente mercantili e mediatiche che le governano, destinerebbero altrimenti all’oblio; di andare a ripescare alcune perle sepolte.

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, la prefazione al libro Ricrescite di Sergio Nelli, uscito per Tunué.

di Antonio Moresco

Rileggo dopo molti anni questo piccolo gioiello di genere indefinibile, questo piccolo libro che respira e fa respirare, pubblicato per la prima volta nel 2004 da Bollati Boringhieri e che adesso viene ripubblicato da Tunué, ad apertura di una serie di ristampe annuali che si prefiggono meritoriamente di salvare alcune opere che la macina editoriale e culturale di questi anni, e le logiche puramente mercantili e mediatiche che le governano, destinerebbero altrimenti all’oblio; di andare a ripescare alcune perle sepolte.

Un po’ di storia.

All’inizio – come spesso succede – ci si è messo il caso. La prima volta che ho letto questo libro, ancora manoscritto, stavo infatti pubblicando da Bollati Boringhieri, casa editrice che aveva un’idea forte della propria funzione. Dopo averlo letto e amato, avevo girato questo manoscritto ad Alfredo Salsano, uomo ed editore coraggioso, capace di elezione e passione, esploratore e sperimentatore, che non aveva paura di compiere scelte dettate da intima convinzione e non solo da piccoli calcoli, che non viveva nello stato di doppia verità e falsa coscienza in cui vivono tranquillamente molti degli editori di oggi.

Così, per un incontro fortuito tra persone e per le sinergie che si erano immediatamente create, il libro aveva potuto vedere la luce.

La prima volta che l’avevo letto mi avevano colpito la sua particolare, sotterranea atmosfera, la sua eccentricità, il suo passo a volte grave a volte scherzoso, la sua disperata grazia, il suo essere sempre in bilico tra narrazione e pensiero, autobiografia intima e sguardo allargato sul mondo, spunti lirici e riflessivi, illuminazioni e affondi.

Ma di che cosa si parla in questo libro?

Si parla – sotto forma di un diario steso nell’arco di un anno – di un uomo non più giovane, che porta su di sé i segni di molte ferite sia fisiche che mentali, la cui vita subisce uno spiazzamento per l’irruzione di un figlio bambino. Questa presenza scatena un sentimento di possibile ricominciamento e ricrescita della vita nonostante la depressione e la disillusione dell’adulto. La magia di questo libro sta nella sua atmosfera sotterranea, nel non detto o nel solo accennato, nell’allegria strappata alla malinconia. La presenza del bambino, dei suoi gesti e delle sue spiazzanti osservazioni sul mondo spiazzano infatti anche la quieta disperazione del padre, la presenza oscura e incombente della morte, della malattia e del male.

Rileggendo adesso il libro prima di scrivere queste righe, a distanza di molti anni, mi colpiscono ancora le stesse cose. Ma mi arrivano anche, e ancora di più, tutto il sotterraneo tessuto di riflessioni, i passaggi improvvisi e ariosi, i cortocircuiti: i vulcani, il bambino con i vermi, le osservazioni sul mondo naturale, la comunità di recupero per alcolisti, che è anche quello un luogo dove si sperimenta il sogno di un possibile ricominciamento e di una ricrescita… Perciò questo libro è anche una cura. È stato una cura scriverlo ed è una cura leggerlo.

Ricrescite è il vero punto di partenza di Sergio Nelli scrittore ed è emblematico non solo della sua concezione ma anche del suo sentimento del mondo, sempre minacciato dalla malattia e dalla sofferenza ma nel quale si possono aprire degli improvvisi spiragli, per irriducibilità personale, per controspinta e addirittura per spirito di contraddizione. Questo modo di porsi di fronte al mondo ricorre anche negli altri libri pubblicati via via dall’autore, tutti attraversati dallo stesso anelito e meritevoli di essere riscoperti. In essi si parte spesso da una pregressa situazione di dolore, di malattia o di dipendenza, quando non sono ambientati in vere e proprie comunità del dolore (ospedali, comunità di riabilitazione per alcolisti e persone soggette ad altre schiavitù e dipendenze), perché – sembra dirci l’autore – sono sempre meglio queste piccole comunità del dolore che il deserto che ci circonda. Però, a un certo punto, succede che in queste situazioni che parrebbero senza via d’uscita, che in queste comunità del dolore si creino le condizioni per degli incontri che possono portare a una ricrescita intima della vita, addirittura all’invenzione dell’amore.

Ma poi – mi domando – questo particolare punto di vista, questo sogno che sembra dettato anche dalle condizioni personali dell’autore, non ha invece molto a che vedere con la vita segreta e i desideri degli uomini e delle donne in generale e di questa epoca in particolare?

Però adesso, per far sentire direttamente la voce inconfondibile dello scrittore e del libro, riporto qui alcuni brani:

Appena svegli, dico a Federico, che ha da poco compiuto quattro anni: “Domani è l’ultimo giorno dell’anno. Si entra nel 2000”. “Quando si va da Cosimo?” mi chiede preoccupato, ancora sotto le coperte, ancora assonnato. Cosimo è un suo amico e dovrebbe, secondo lui, regalargli un babbuino.

***

Fumo al buio, di notte. Non so che tempo faccia. Ho a un passo una stella cometa brillantina, sbilenca in vetta all’alberello natalizio. Quando tiro, il tizzone della sigaretta risplende… Credo si possa dire: ormai ce la faremo.

E poi altri tre brani, lunghi e brevi, pescati qua e là dalle prime pagine:

Stamattina, mentre mi facevo la barba, Federico mi ha tirato giù il pigiama e mi ha baciato il culo. Non è la prima volta. Lo lascio fare.

***

Gli animali domestici devono aver prodotto nel corso dei secoli, dei millenni, un apprendimento profondo, genetico, che li mette di fronte alla consapevolezza della fine procurata loro dall’uomo. Sanno, lo sanno, che chi li prende per le zampe, li spinge, cerca di afferrarli o li trascina fuori dal loro spazio, quella volta lo fa per ucciderli. E non c’è uno straccio di possibilità di finire diversamente, nemmeno quella che avrebbero di fronte al più feroce e forte dei predatori.

Che le bestie morissero uccise mi sembrava naturale come cavare con le dita e con le unghie una rapa bianca dalla terra. Che il maiale urlasse il suo strazio era un segno di festa, la cui sontuosità era accresciuta dal senso di un sacrificio. Mi faceva impressione invece il lamento delle mucche sulla strada per i macelli. Tutte le volte che le ho viste era d’estate e di mattina. Recalcitravano con occhi umidi di pianto, lanciavano lamentiimmedicabili che riecheggiavano dalle colline, dalle buche, dal tufo scricchiolante. Era l’ultima resistenza prima che fosse lavato il sangue, mentre un sole senz’ombra frugava i denti cavi delle torri…

 ***

Il nulla, ha scritto un mio alunno cicciottello in una mezz’ora che abbiamo dedicato alle metafore, il nulla è un panino vuoto. 

Mi fermo qui perché un libro magico come questo, a parlarne troppo, a starci troppo addosso, lo si soffoca.

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Albedo – Intervista a Sergio Nelli https://minimaetmoralia.it/letteratura/albedo-intervista-sergio-nelli/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/albedo-intervista-sergio-nelli/#comments Mon, 12 Jun 2017 06:00:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34492 È da poco uscito per Castelvecchi Albedo, nuovo romanzo di Sergio Nelli. Lo abbiamo intervistato.

"Albedo viene da lontano, si origina in un racconto scritto molto tempo fa, così come l’idea di una comunità di recupero era qualcosa intorno a cui avevo cominciato a ragionare per un’altra storia anni fa: c’erano, insomma, una serie di temi e figure che avevo contemplato in passato senza poi aver dato forma a qualcosa di preciso.  Anche sulla questione dell’alcolismo, che è cruciale per l’innesco del romanzo, avevo fatto una ricerca specifica abbastanza vasta nel 2000. Mi interessava la psicologia dell’alcolista, così andai in una comunità di disintossicazione a fare interviste, registrai una quindicina di audiocassette, mi sembra per quasi tutto il mese di luglio, e in una seconda tornata autunnale, quindi uno studio abbastanza impegnativo, le ho ancora con me e sebbene non abbia sentito poi il bisogno di riascoltarle hanno costituito una base importante per lo sviluppo del romanzo. Ho sempre pensato che leggere e interessarsi a cose le più diverse, impicciarsi in qualche modo, rappresentasse un capitale invisibile. Quando ero studente di filosofia, un pomeriggio al Pellegrino (la facoltà in via Bolognese), Eugenio Garin,  a cui rompevo le scatole dopo le lezioni, mi disse: Caro Nelli, sa cosa bisognerebbe scrivere qui all’ingresso? Chi vive di sola filosofia muore di fame. Questa cosa mi è rimasta in testa sempre anche quando ho intrapreso una diversa ricerca.

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È da poco uscito per Castelvecchi Albedo, nuovo romanzo di Sergio Nelli. Lo abbiamo intervistato.

“Albedo viene da lontano, si origina in un racconto scritto molto tempo fa, così come l’idea di una comunità di recupero era qualcosa intorno a cui avevo cominciato a ragionare per un’altra storia anni fa: c’erano, insomma, una serie di temi e figure che avevo contemplato in passato senza poi aver dato forma a qualcosa di preciso.  Anche sulla questione dell’alcolismo, che è cruciale per l’innesco del romanzo, avevo fatto una ricerca specifica abbastanza vasta nel 2000. Mi interessava la psicologia dell’alcolista, così andai in una comunità di disintossicazione a fare interviste, registrai una quindicina di audiocassette, mi sembra per quasi tutto il mese di luglio, e in una seconda tornata autunnale, quindi uno studio abbastanza impegnativo, le ho ancora con me e sebbene non abbia sentito poi il bisogno di riascoltarle hanno costituito una base importante per lo sviluppo del romanzo. Ho sempre pensato che leggere e interessarsi a cose le più diverse, impicciarsi in qualche modo, rappresentasse un capitale invisibile. Quando ero studente di filosofia, un pomeriggio al Pellegrino (la facoltà in via Bolognese), Eugenio Garin,  a cui rompevo le scatole dopo le lezioni, mi disse: Caro Nelli, sa cosa bisognerebbe scrivere qui all’ingresso? Chi vive di sola filosofia muore di fame. Questa cosa mi è rimasta in testa sempre anche quando ho intrapreso una diversa ricerca.

“La gioventù del protagonista di Albedo, i suoi interessi artistici e l’ambientazione contemporanea mi hanno portato a immaginarlo in contatto con una “scena letteraria fiorentina” che può ricordare quella che abbiamo oggi, e con la quale, nonostante la differenza di età, mi sono trovato. Quando mi sono trasferito definitivamente a Firenze, fine anni ’70 inizio ’80, ho scritto da solo, quasi sempre chiuso in casa, per molto tempo, e i primi sodali li ho trovati a Milano, se si eccettuano Mariella Bettarini e Roberto Carifi. Per questo mi ha colpito molto trovare, a un certo punto, un gruppo di giovani così impegnati sul fronte della letteratura, così presi dal leggere, dallo scrivere, dal presentare i libri degli altri;  l’empatia con voi tutti è stata immediata, come del resto sai. 167155-thumb-full-torinounasega3

Credo sia utile in assoluto cercare di far parte di una scena letteraria, scrivere, leggere in pubblico, fare recensioni o interviste ai colleghi, scrivere su riviste o fondarne, organizzare presentazioni di autori che ci piacciono: al di là della soddisfazione in sé che tutto questo dà, e del bene che fa alla comunità in cui si vive, credo sia qualcosa che torna anche nel lavoro di scrittura, magari gli effetti non sono diretti quanto quelli che hanno la lettura e lo studio, ma aiuta, aiuta molto, e per questo mi rallegro della vivacità letteraria che si respira oggi a Firenze, della scena che tu e gli altri avete creato dal nulla (e nel silenzio imbarazzante delle istituzioni) in questi anni: è un elemento di arricchimento per chiunque, qui, scriva, e lo posso dire con cognizione di causa avendo fatto esperienza della città quando la scena non ce l’aveva.

“Quando sono venuto a Firenze, come giovane pieno di ambizioni e di voglia di fare, e quindi in una condizione esistenziale simile a quella che ha animato, in questi anni, il gruppo di scrittori, critici, poeti e agitatori culturali che a vario titolo fa capo a “FiLett”, le persone come me erano poche. Credo che noi vivessimo un’idea castrante di terminalità: meglio non cimentarsi con il poien visto che tutto è stato detto e scritto. La strada praticabile? Un discorso sul discorso, sui discorsi, ecc. Mi sembra che oggi questa posizione ideologica abbia significativamente perso verve e siano molti di più quelli per cui è importante il coinvolgimento attivo nelle arti. Tutti “devono” provare a produrre qualcosa, e lo trovo un fatto interessante di per sé, intorno al quale vale la pena costruire una storia. nelli

“Così David, il protagonista di Albedo, vive in mezzo a una congrega di artisti nella quale è il più giovane – ho voluto ribaltare la mia posizione anagrafica rispetto al gruppo che esiste nella realtà; nel tratteggiarlo, però, dato che volevo accompagnare il disagio esistenziale del protagonista con un problema oggettivo, che in qualche modo lo radicasse, ho ritrovato il mio vecchio interesse per  gli alcolisti e ho unito le due cose.
Abbiamo quindi al centro del romanzo un alcolista, ma relativamente poco problematizzato rispetto alla dipendenza in questione: con Albedo non intendevo fare un discorso sulle comunità, sulla disintossicazione dall’alcol e neanche sulle ragioni che possono portare una persona a bere troppo: mi interessava la postura dell’alcolista come posizione di intrinseca e per certi versi volontaria debolezza esistenziale.

“Al di là del dato anagrafico ribaltato, credo ci siano due cose che mi rendono simile al protagonista di Albedo: una forte volontà di ricerca in ambito artistico, che può magari essere anche velleitaria o fallimentare ma è vissuta con grande impegno e empatia, e una parimenti decisiva ricerca di spessore nella dimensione sentimentale e sessuale (che non significa, per carità, raggiungere dei traguardi). Si tratta di due aspetti dell’esistenza che per me vanno di pari passo, e infatti è immediata la mia simpatia per chi condivide questo approccio rispetto al mondo – simpatia che però non va solo ai romantici ma anche ai più sganasciati dei nichilisti, come per alcuni versi ero io alla vostra età.

“In effetti non sono troppo contento della mia giovinezza, credo di aver dato il meglio dopo i trent’anni. Fino a quel momento mi hanno condizionato molto degli ingombri che mi portavo dietro, un eccesso di scetticismo, un’autostima sempre pronta a collassare, lo spirito del tempo… In realtà dopo l’università ho anche prodotto qualcosa che era, forse, decoroso, ma non mi ha dato sicurezza, anzi a volte ha avuto un effetto addirittura opposto. Nonostante avessi scritto, per un po’, anche da ragazzino, l’accesso alla scrittura letteraria per me non è stato semplice: solo molto tardi sono arrivato a una scrittura che ha cominciato a sembrarmi accettabile.
Sono di formazione filosofica e il primo libro che ho pubblicato è un testo antologico che  si intitola Determinismo e libero arbitrio da Cartesio a Kant (uscì per Loescher nel 1982) e poi un saggio sulla questione della teodicea ai tempi di Bayle e di Leibniz.  All’inizio il passaggio dalla teoresi alla narrativa, per quanto ardentemente lo cercassi, è stato fallimentare: non riuscivo a scrivere quello che avrei voluto, dato che mi rifiutavo categoricamente di redigere libri da scrittore medio, finendo però per scrivere cose da scrittore scarso.ricrescite nelli

“Il mio primo vero libro è Ricrescite, uscito per Bollati Boringhieri nel 2004 (ma scritto nel 2000), e che è di fatto oltre che un diario a tutto campo, la storia di un lungo apprendistato in ambito poetico-letterario; prima avevo provato, con scarsi risultati, a scrivere anche dei racconti. Mi ha stupito scoprire che mio padre avesse coltivato con costanza la stessa volontà. Dopo la sua morte (recente, all’età di 98 anni e tre mesi) ha lasciato a me a mia sorella e ai nipoti oltre a articoli e racconti che aveva scritto per il Tirreno, un manoscritto, intitolato Un uomo e due donne: era convinto di aver scritto (non son riuscito a capire quando) un libro dotato di un qualche potenziale e voleva lasciarlo a noi, pensando che potessi e volessi pubblicarlo a nome mio, trovando così, finalmente, una svolta bestselleristica… Un atteggiamento oltremodo presuntuoso, ingenuo, risibile, ma, conoscendolo, anche generoso, dato che era convinto, con qualche perplessità intermittente (inevitabile se non si è sciocchi), del valore di ciò che aveva fatto. Era come se intendesse: ho cercato di lasciarvi dei beni materiali, ora provo anche con questa cosa.

“Albedo ha importanti elementi di continuità con ciò che ho scritto, anche se credo che segni il primo movimento di uno scarto che la mia scrittura sta vivendo. Rispetto ai miei esordi sono forse ancora impregnato di tremore, di scetticismo, di non piena adesione all’operare e al determinarsi (nel senso di Goethe e di Hegel). Ma  non mi va, anzi, combatto ogni giorno con tutto questo e la scrittura per me è sempre un campo di battaglia, il luogo stesso in cui si svolge questo combattimento, che non ha fine e coinvolge anche tutto ciò che leggo, tant’è che non ti saprei indicare dei riferimenti precisi, degli ascendenti per la mia scrittura, te ne direi troppi o troppo pochi, e sì che sono un buon lettore, sono fresco reduce dalle milleseicento pagine di Abbacinante di Mircea Cărtărescu… Ma non posso identificare con chiarezza dei libri più o meno influenti perché per me il rapporto con la letteratura è interamente legato alle parole, e quindi anche con un flusso che si articola con continuità attraverso una molteplicità di libri, tanto in verticale quanto in orizzontale. Quando si parla di narrazione, narratività, narratori, si pensa prima di tutto alla trama, ma per me la narrazione è anzitutto il flusso delle parole, il loro uso, la loro composizione, l’armonia che generano – anche per questo ho apprezzato moltissimo Abbacinante, (anch’io ho detto o scritto che è illeggibile, ma per “illeggibile” intendevo: con quel libro in mano si gode di più) così come ho ammirato i romanzi di autori di culto come Wallace o Bolaño: spesso i libri cosiddetti “di trama” mi deludono perché manle-vergini-suicideca un vero impegno della scrittura, cioè invenzione, visione, autenticità, slancio antiepigonale. Questo non significa avere delle preclusioni per un ventre generoso e prodigo nel racconto:  penso, per fare un solo esempio, al meraviglioso Le vergini suicide di Eugenides. Credo che la finalità dell’attività letteraria sia arrivare a una scrittura capace di riflettere, riverberare e riprodurre la complessità del mondo (e di sé), e difficilmente ciò è qualcosa che dipende (soltanto) dalla trama che si sceglie di raccontare: dipende, piuttosto, da come la si racconta.
L’albedo, da cui prende il titolo il libro, che poi, nella finzione romanzesca, è anche il nome della comunità in cui il nostro protagonista va a disintossicarsi, è in effetti un fenomeno di rifrazione. A quello pensavo, più che a altri usi, alchemici e quindi iniziatici, del termine, quando l’ho scelto. Anche la copertina in qualche modo lo può ricordare, benché rappresenti pioggia ed erba: essa riproduce un quadro intitolato Copula, di un amico di lunga data, il pittore fucecchiese Luigi Fatichi.
Albedo, questo non l’ho ancora detto, è anche e soprattutto una storia d’amore.”

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