Sergio Zavoli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sergio-zavoli/ un blog di approfondimento culturale Wed, 04 Jul 2018 09:11:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Sergio Zavoli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sergio-zavoli/ 32 32 Famiglie contro Legge 180: una bufala che compie 40 anni https://minimaetmoralia.it/politica/famiglie-legge-180-bufala-compie-40-anni/ https://minimaetmoralia.it/politica/famiglie-legge-180-bufala-compie-40-anni/#comments Wed, 04 Jul 2018 09:06:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37699 «La mia mente è come fatta di cristallo, non sono resistente e quindi basta forse poco per farmi perdere il senso della verità, quel bianco e nero che parlavo prima. In questa crisi sono stata assistita in pieno proprio dal CIM di San Sepolcro. Sono stata assistita, ricoverata in ospedale, nell’ospedale civile di San Sepolcro. Ci sono stata meno di un mese e sono stata assistita dalle infermiere distaccate dell’ospedale psichiatrico e alcune del CIM 24 ore su 24. A seguito… Siccome le mie crisi sono crisi che vado in eccitazione, quindi mi devono dare molte medicine che esca da questo stato e quasi tutte le volte vado in depressione. È successo che ero sola in casa e mi è cominciata una crisi di depressione; io la prima cosa che ho fatto mi sono attaccata al telefono e ho chiamato il CIM, non ho chiamato mio marito per non impressionarlo. Ho chiamato il CIM e ho trovato due infermiere che erano in quel momento lì che prestavano servizio. Mi hanno ascoltata e mi hanno detto «veniamo subito». Io come ho sentito queste parole – “veniamo subito” – mi sono sentita sollevare perché le idee che mi erano venute erano brutte, bruttissime. Io devo dire che non c’è raffronto. Io ho vissuto nel marzo un’esperienza di malattia, ma che non mi ha lasciato nessun trauma, mentre invece del ’67 e del ’73 io uscivo dall’ospedale con il trauma, con la paura. La paura, la sera, di andare a letto e dire «ma io morirò in un manicomio», vedendo quello che c’era. Se fossi abbandonata, se rimanessi sola… La mia fine è in un ghetto, quelli sono ghetti, gli ospedali psichiatrici. Io non ritengo assolutamente che si debba pensare a un ospedale psichiatrico migliore: non può esistere migliore, che senso ha?”

Lei si chiama Maria Luisa, spero che sia ancora viva e stia bene.

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«La mia mente è come fatta di cristallo, non sono resistente e quindi basta forse poco per farmi perdere il senso della verità, quel bianco e nero che parlavo prima. In questa crisi sono stata assistita in pieno proprio dal CIM di San Sepolcro. Sono stata assistita, ricoverata in ospedale, nell’ospedale civile di San Sepolcro. Ci sono stata meno di un mese e sono stata assistita dalle infermiere distaccate dell’ospedale psichiatrico e alcune del CIM 24 ore su 24. A seguito… Siccome le mie crisi sono crisi che vado in eccitazione, quindi mi devono dare molte medicine che esca da questo stato e quasi tutte le volte vado in depressione. È successo che ero sola in casa e mi è cominciata una crisi di depressione; io la prima cosa che ho fatto mi sono attaccata al telefono e ho chiamato il CIM, non ho chiamato mio marito per non impressionarlo. Ho chiamato il CIM e ho trovato due infermiere che erano in quel momento lì che prestavano servizio. Mi hanno ascoltata e mi hanno detto «veniamo subito». Io come ho sentito queste parole – “veniamo subito” – mi sono sentita sollevare perché le idee che mi erano venute erano brutte, bruttissime. Io devo dire che non c’è raffronto. Io ho vissuto nel marzo un’esperienza di malattia, ma che non mi ha lasciato nessun trauma, mentre invece del ’67 e del ’73 io uscivo dall’ospedale con il trauma, con la paura. La paura, la sera, di andare a letto e dire «ma io morirò in un manicomio», vedendo quello che c’era. Se fossi abbandonata, se rimanessi sola… La mia fine è in un ghetto, quelli sono ghetti, gli ospedali psichiatrici. Io non ritengo assolutamente che si debba pensare a un ospedale psichiatrico migliore: non può esistere migliore, che senso ha?”

Lei si chiama Maria Luisa, spero che sia ancora viva e stia bene. Nel 1981, quando la intervista la Rai per il programma Il fantasma del manicomio di Raffaele Siniscalchi (qui un estratto), racconta della sua esperienza di internata in manicomio prima, poi di paziente dei servizi riformati ad Arezzo e quello che dice è molto chiaro ed efficace: prima in manicomio avevo paura di morire, dopo, grazie all’assistenza h24, questa paura è scomparsa. «Io non ritengo assolutamente che si debba pensare a un ospedale psichiatrico migliore: non può esistere migliore, che senso ha». Maria Luisa vive sulla sua pelle il passaggio epocale della chiusura del manicomio a Arezzo,grazie all’impegno di Agostino Pirella, dell’amministrazione provinciale e di uno staff di medici e infermieri che ben prima della legge 180 ha messo in pratica la riforma.

Quando la legge 180 viene approvata, infatti, nel maggio del 1978, in Italia esistono oramai da circa venti anni sperimentazioni che hanno portato alla messa in discussione del sistema manicomiale disegnato, è il caso di ricordarcelo, da una legge del 1904.In quel sistema di “cura” il malato, il paziente psichiatrico, il matto, è internato in manicomio o in una clinica privata, a seconda del reddito della famiglia.I poveri in manicomio i ricchi nelle cliniche.

Un concetto semplice.

Poi succede che la società italiana, dopo venti anni di regime fascista, trova nella democrazia la linfa per mettere in discussione l’assunto che i poveri devono crepare in manicomio mentre i ricchi possono anche curarsi o essere quantomeno accuditi decentemente.

Si aprono i reparti, si inventano sistemi di cura su base territoriale, che consentono un’assistenza 24 ore su 24 a chi un po’ per volta inizia a uscire dal manicomio a rientrare in famiglia, oppure ad andare a vivere in piccole unità abitative insieme ad altri malati.

Nessuno, mentre questo accade, fra il 1961 e il 1978, grida allo scandalo. Anzi. Mese dopo mese, anno dopo anno, l’opinione pubblica è sempre più convinta dell’inumanità della reclusione psichiatrica. Certo si mettono in luce le possibili conseguenze negative, alcuni fatti di cronaca pongono la questione della pericolosità di alcuni ex internati, ma nella media non vi sono dati che spostano l’opinione pubblica dal pensare che bisogna cambiare radicalmente il sistema dell’assistenza alla malattia mentale.

Per questo la legge 180 è accolta bene. Per questo appare inevitabile. Anzi «qualcosa di cui dobbiamo essere orgogliosi», dice un internato di Gorizia in un documentario del 1968.

Ma esiste uno zoccolo duro di resistenza, formato sostanzialmente da medici e infermieri e politici che preferiscono, per cultura o interessi personali, il comodo sistema del manicomio e delle cure in cliniche private. Uno zoccolo duro che ha borbottato per anni mentre si sperimentava ma che trova modo di esprimersi al meglio dopo l’approvazione della Legge, poiché in essa individua un facilissimo capro espiatorio da dare in pasto a chiunque si lamenti della sua cattiva applicazione, ma soprattutto, in primo luogo alle famiglie dei malati.

L’assistenza non funziona? Colpa della 180.

I ricoveri durano poche ore poi i malati tornano a casa? Colpa della 180.

Suo figlio è violento e lei non può contenerlo da sola? Colpa della 180.

Succede anche che una volta, nel 1982, alla Festa dell’Unità di Grosseto, un malato psichiatrico seguito dai Centri di salute mentale dà un pugno nell’occhio a mio padre e che al pronto soccorso un medico gli dice, mentre gli sta cucendo i punti: “L’avete voluta la 180 eh”.

In realtà la 180 viene applicata in modo assai discontinuo al punto che la magistratura sarà costretta ad aprire numerose indagini per inadempienza contro le Regioni. Lo mette in luce per esempio, subito, Andrea Barbato, che insieme a Fabio Isman conduce una inchiesta sul post Basaglia. É il 1988.

Barbato domanda a Isman perché l’inchiesta parta da Gorizia. «Ecco», risponde il giornalista «abbiamo voluto cominciare da Gorizia perché Gorizia è stato un emblema, un esempio. Nel ’61, ’62 è stato il primo manicomio in Italia che si è aperto, ai tempi di Franco Basaglia. Da lì è partito il movimento di riforma in Italia. Ci dicevano fosse tornato un po’ indietro. Siamo andati a verificare cosa stava succedendo a Gorizia».

E a Margherita, ex internata, viene data la parola per prima: «Io mi chiamo Margherita, ho 56 anni e vivo da otto anni qui a Lucinico con due mie amiche, Pia e Giuliana, e mi trovo molto bene. Ho vissuto 30 anni in manicomio di Gorizia, l’ospedale di Gorizia. Una volta l’ospedale era molto diverso. Quando che è venuto il professor Basaglia eravamo prima tutte chiuse coi recinti tutti intorno intorno. Abbiamo sofferto molto, sempre legata ero io. Notte e giorno ho sofferto. Neanche a un cane non le auguro quello che ho sofferto io. Ogni mattina prendo l’autobus delle 7.15 e vado fino alla Gardenia. Dopo la Gardenia prendo quello che va all’ospedale. Alle 8 sono in ospedale”

Isman: “Ecco Margherita, qui cosa c’era?”

Margherita: “Qui c’era una volta una bella pista per ballare, non c’era tutta questa erba che è qui. Adesso con tutta l’erba non si può più ballare perché non c’è più possibilità. Una volta c’era più possibilità quando c’era Franco Basaglia. Era meglio, c’eravamo fuori. Perché venendo sempre dentro, sempre ospedale, no? Sempre ospedale. Con tanti anni che ho vissuto qui dentro io mi sento malamente, no?”

Isman: “Perché viene ogni mattina a farsi curare qui?”

Margherita: “Perché vengo ogni mattina a farmi curare qui, sì, perché mi sento nervosa”

Isman: “Però se ti curassero in un altro posto, se questo centro di riabilitazione non fosse dentro l’ospedale?”

Margherita: “Non fosse dentro l’ospedale sarebbe meglio non solo per me, ma anche per gli altri sarebbe meglio. Eh, perché tutti si lamentano che siamo sempre in ospedale, e invece c’erano fuori dall’ospedale erano più contenti, si trovavano meglio».

Dopo soli dieci anni il sistema sanitario ha fatto già dei passi indietro, riportando i malati in ospedale. Pochi servizi territoriali, sempre meno assistenza domiciliare alle famiglie.

E sapete perché? Per colpa della 180? No, perché dalla metà degli anni Ottanta, poco dopo l’istituzione del servizio sanitario nazionale, si capisce che la sanità è un business di dimensioni inaudite e che se i servizi pubblici si possono esternalizzare e magari riportare in parte al privato è meglio. Ovviamente non per i malati ma per chi ci lucra sopra.

Ma quello che si dice non è: se non ci sono case famiglia è colpa dei pochi investimenti, dei politici che rubano, delle tangenti sulla sanità, degli appalti miliardari no quello che si dice con insistenza è: se vostro figlio non è curato, se vostro fratello sta male, se vostra figlia si suicida dopo un inutile ricovero, è colpa della 180.

Io le ho ascoltate le interviste fatte per strada, ma anche in studio dalla tv, dal 1980 in poi e quello che si nota è che cambia proprio la sostanza del discorso, ma anche delle domande. Non ci si preoccupa più, poco alla volta, di attuare la legge, non si chiede più cosa si potrebbe fare di meglio, ma “perché va riformata?”, si dice: non funziona. Ma chi lo insinua nella mente dei cittadini, delle famiglie disperate sa bene che non è vero. Sa bene che si tratta di una semplice scelta di campo, politica: o si sta dalla parte dei malati e delle loro famiglie o non lo si fa. La legge 180 sta con i primi, chi la attacca no.

E Sergio Zavoli ritorna con forza a difendere la legge 180 nel 1992 in una incredibile inchiesta sui manicomi, sì i manicomi, mai chiusi nel sud Italia. C’è insomma chi li rimpiange quando ancora non sono stati nemmeno chiusi.

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Adesso Matteo Salvini, ministro dell’Interno, prende parola sulla 180 per dire che è una legge disumana perché penalizza le famiglie. Eccone un altro verrebbe da dire. Mi piacerebbe che ci fosse Maria Luisa a rispondergli. Ma il problema è che lui è un ministro della Repubblica, e dell’Interno per giunta.

Forse non lo sapete ma secondo la legge del 1904 la malattia mentale è una questione di ordine pubblico prima che sanitaria. Chi dà pubblico scandalo può essere internato. Per questo se ne occupano il Ministero dell’Interno e i Prefetti.

Dopo un secolo la malattia mentale torna ad essere un tema su cui può intervenire un ministro delegato a gestire la pubblica sicurezza e non la salute dei cittadini.

Fa davvero riflettere.

Matteo Salvini cavalca uno scontento che, come abbiamo visto, esiste da sempre. Ma ha il potere di trasformarlo da ideologia in pratica. E questo dobbiamo fare il possibile perché non avvenga.

Poco prima di morire Franco Basaglia viene invitato in Brasile a tenere un ciclo di conferenze. Saranno poi raccolte in un bellissimo libro.

In una di queste leggiamo: «certo, l’organizzazione sociale, il potere hanno sempre la possibilità di recuperare le trasformazioni. Ma il potere non è infinito. É molto difficile recuperare la pratica, mentre è molto facile recuperare l’ideologia. Allora dobbiamo stare attenti a ciò che consideriamo rivoluzionario, che non è creare ideologie ma riflettere sulle cose che in pratica trasformiamo. Questo è molto difficile da recuperare. Nel mio caso per esempio, io non vado in giro per il mondo perché sono una star della liberazione, io sono un testimone, uno che porta un messaggio. Anche se i giornali in Italia parlano di me, e magari di ciò che abbiamo fatto come di un paradiso terrestre, la nostra azione pratica non è stata recuperata. Vede, la cosa importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile diventa possibile. Dieci, quindici, vent’anni fa era impensabile che un manicomio potesse essere distrutto. Magari i manicomi torneranno a essere chiusi e più chiusi di prima, io non lo so, ma a ogni modo noi abbiamo dimostrato che si può assistere la persona folle in un altro modo, e la testimonianza è fondamentale. Non credo che il fatto che un’azione riesca a generalizzarsi voglia dire che si è vinto. Il punto importante è un altro, è che ora si sa cosa si può fare. É quello che già ho detto mille volte: noi, nella nostra debolezza, in questa minoranza che siamo, non possiamo vincere perché è il potere che vince sempre. Noi possiamo al massimo convincere. Nel momento in cui convinciamo, noi vinciamo, cioè determiniamo una situazione di trasformazione difficile da recuperare».

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Una delle “meraviglie del mondo”: l’assemblea generale https://minimaetmoralia.it/estratti/la-repubblica-dei-matti-john-foot/ https://minimaetmoralia.it/estratti/la-repubblica-dei-matti-john-foot/#comments Fri, 20 Feb 2015 09:42:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25524 Oggi, venerdì 20 febbraio, sarà presentato a Roma, presso il Museo della mente, il libro di John Foot LaRepubblica dei matti”. Franco Basaglia la psichiatria radicale in Italia (1961-1978) (Feltrinelli): anticipiamo qui un estratto della ricerca.
di John Foot 
Accompagnata da Basaglia, la democrazia entrò nel manicomio di Gorizia, un luogo che non aveva mai conosciuto la libertà di parola. Un’istituzione che era stata l’epitome della non-democrazia e dell’esclusione, dove i “pazzi” venivano rinchiusi e ridotti al silenzio, diventando non-persone prive di identità, di un passato e di un futuro, si trasformò in una scuola di democrazia, un luogo da visitare per vederla in atto. Era questo il “rovesciamento”, la “negazione”, di cui tanto parlava l’équipe di Basaglia. Gorizia era una meraviglia nel mondo del Sessantotto, una fonte di stupore, una visione di cambiamento che ti cambiava la vita: una specie di miracolo.

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Oggi, venerdì 20 febbraio, sarà presentato a Roma, presso il Museo della mente, il libro di John Foot LaRepubblica dei matti”. Franco Basaglia la psichiatria radicale in Italia (1961-1978) (Feltrinelli): anticipiamo qui un estratto della ricerca. (Fonte immagine)

di John Foot 

A Gorizia, come ad Arezzo, le parole degli internati si dimostrarono portatrici di verità molto più di quanto non sia scritto nei trattati di psichiatria.

(Agostino Pirella)

Le assemblee dei “matti” di Franco Basaglia sono l’esempio più alto e commovente del bisogno di democrazia – e il suo potere rigenerante.

(Anna Bravo)

Basaglia lavora solo con lo strumento della riunione, dell’assemblea.

(Giovanna Gallio)

Accompagnata da Basaglia, la democrazia entrò nel manicomio di Gorizia, un luogo che non aveva mai conosciuto la libertà di parola. Un’istituzione che era stata l’epitome della non-democrazia e dell’esclusione, dove i “pazzi” venivano rinchiusi e ridotti al silenzio, diventando non-persone prive di identità, di un passato e di un futuro, si trasformò in una scuola di democrazia, un luogo da visitare per vederla in atto. Era questo il “rovesciamento”, la “negazione”, di cui tanto parlava l’équipe di Basaglia. Gorizia era una meraviglia nel mondo del Sessantotto, una fonte di stupore, una visione di cambiamento che ti cambiava la vita: una specie di miracolo.

Le “assemblee generali” vere e proprie, aperte a tutti nell’ospedale, cominciarono nel 1965, ma le riunioni con la partecipazione dei pazienti rientravano nel progetto basagliano fin dall’inizio. Mario Dondero scattò una serie di fotografie di un’assemblea più piccola, di reparto (c’è anche Basaglia) nel 1964. Dal novembre 1965, comunque, l’assemblea generale dell’ospedale si teneva regolarmente ogni mattina, verso le 10. Chiunque poteva partecipare: infermieri, medici, pazienti, e anche le loro famiglie. Cominciavano ad arrivare anche persone dall’esterno: studenti, cineasti, giornalisti, attivisti, aspiranti psichiatri. Le assemblee erano coordinate dai pazienti e venivano verbalizzate. Il procedimento riprendeva in parte i metodi delle comunità terapeutiche classiche, in Scozia e altrove, che l’équipe di Gorizia aveva potuto studiare. Ci volle del tempo, prima che le cose cominciassero a funzionare.

Nella sala fumosa, con un tavolo e semplici sedie di legno, le prime assemblee furono all’insegna del pandemonio, o di lunghi e imbarazzati silenzi. Ne esiste qualche filmato, e le immagini dei tanti fotografi che accorrevano a Gorizia nel Sessantotto. Ma in quella nube di fumo di sigaretta, tra litigi, borbottii e pause interminabili quando nessuno apriva bocca, l’evento caotico andava prendendo forma, prefigurando il Sessantotto stesso. Per certi versi, era il Sessantotto. I pazienti gridavano e brontolavano, andavano e venivano a discrezione, e parlavano tra loro. Qualcuno si limitava a star lì a guardare, soprattutto all’inizio. Molti non si presentavano nemmeno. I medici erano vestiti come tutti, in genere senza camice (fu definitivamente abolito nel 1964, anche se pare che qualche medico continuasse a portarlo come protesta contro le riforme di Basaglia, come un segno del suo non essere basagliano), e si mescolavano con i pazienti. I medici dell’équipe intervenivano poco durante le assemblee generali, alle quali però seguivano regolari sedute di verifica e altre riunioni per analizzare gli eventi della precedente assemblea: dopo un’assemblea, un’assemblea sull’assemblea.

Gorizia era verbosa, parlata, vociante e spesso molto involuta. Un po’ alla volta, però, i pazienti cominciarono a discutere delle cose che determinavano la loro vita di ogni giorno. Cominciarono, in una certa misura, ad assumere il controllo. Franco Pierini, un giornalista dell’“Europeo”, venne a Gorizia – con un fotografo – nel 1967. Così descriveva l’assemblea generale: Siamo stati due giorni a Gorizia, li abbiamo sentiti parlare questi uomini e queste donne, dibattere questioni che li riguardano da vicino: perché il reparto d non va in gita fuori da molto tempo, perché le donne della sartoria fanno opposizione al trasferimento della sala da pranzo nel loro laboratorio, perché non bisogna preoccuparsi se ogni tanto c’è qualche biscia nel parco: “La signora Giovanna ha parlato con una signora che lavora nei campi e ha detto che ha visto sì una biscia, però una biscia di campo non è velenosa”.

Sarebbe far torto a questi uomini e a queste donne, un torto grave, scrivere qui che parlano come noi. Sono migliori di noi nella tecnica della discussione, nella dialettica degli opposti pareri, nelle conclusioni raggiunte senza capri espiatori, senza vinti. Le vecchie rigidità gerarchiche venivano aggirate, rovesciate, ignorate e demolite. L’assemblea era la dimostrazione pratica di come si poteva “mettere tra parentesi la malattia mentale” nel rapporto con i pazienti. Durante gli incontri accadeva che qualche paziente creasse problemi, ed era difficile, e spesso frustrante, concentrarsi sul tema in discussione. Ma per Basaglia i pazienti “disturbatori” rientravano nel processo di cambiamento, erano segnali (positivi) di ribellione. Il suo lavoro, dichiarava, consisteva nel far esplodere le contraddizioni del sistema. Stava nascendo una comunità che, col tempo, sarebbe diventata capace di agire in modo collettivo.

Le assemblee presero gradualmente forma. I pazienti affluivano sempre più numerosi; i silenzi erano sempre più brevi. “La parola scorre, rimbalza, cattura infermieri e medici, ma richiede un ascolto che ne renda possibile il percorso.” Si contavano i voti e si prendevano decisioni. Si producevano documenti. Ai pazienti venivano affidate responsabilità reali, comprese quelle istituzionali e finanziarie. In genere la discussione riguardava le materie apparentemente più noiose e banali: vitto, sigarette, retribuzione del lavoro (per la prima volta il lavoro dei pazienti veniva pagato davvero), gite. Ma c’erano in gioco anche questioni più grosse. A chi si poteva permettere di uscire nel mondo esterno? Era davvero sicuro, e utile, aprire i reparti chiusi? Qual era esattamente il male – se pure male c’era – di cui soffrivano certi specifici pazienti? E tutto girava intorno a problemi ancora più grandi, che toccavano il cuore dell’“istituzione totale” all’interno della quale si tenevano le assemblee. Che cos’è la follia? Perché stavano tutti in manicomio? Chi ce li aveva messi? E loro stessi, chi erano?

I pazienti riprendevano, in parte almeno, il controllo sulla propria vita e su quella degli altri degenti. Ritornavano a essere persone, cittadini perfino, con responsabilità e diritti. Era un lavoro spossante, ma entusiasmante e fascinoso. Gli impotenti riottenevano il potere, e in questo percorso la forma contava quanto il contenuto. Il fatto stesso che le assemblee si potessero tenere era rivoluzionario. Ore passate a discutere sulla pulizia dei reparti, o sulla gestione delle assemblee stesse, ma questa era la democrazia in azione: democrazia vera, diretta, quasi senza mediazioni. Gli scomparsi del manicomio, quelli chiusi fuori dalla vita reale, senza diritti né identità, emergevano dall’oscurità. Dimostravano di saper badare a se stessi e organizzare la propria vita. Quello che si diceva non aveva in realtà grande importanza: il fatto entusiasmante era che qualcosa venisse detto, in pubblico. Alcune assemblee furono registrate nei dettagli e il materiale fu usato nelle pubblicazioni sull’esperimento goriziano. Questi verbali sono una sorta di storia orale trascritta dal movimento, che fu analizzata all’epoca, e che possiamo studiare di nuovo col beneficio del senno di poi.

Le assemblee erano il nucleo, il cuore pulsante del progetto basagliano. Le assemblee generali, soprattutto nel 1968, diedero a quell’esperimento un taglio estremamente radicale. Come ricordava un vecchio infermiere: “Fu proprio rivoluzione, la più clamorosa in Italia. Ridare una faccia, un’anima, persino un abito a chi s’era visto sottrarre tutto, persino uno specchio in cui guardarsi. Proprio una rivoluzione di classe” (Enzo Quai). Fin dall’inizio era apparso chiaro, a Basaglia e agli altri, che i pazienti nel manicomio non si identificavano semplicemente nella categoria dei cosiddetti “matti”: molto spesso provenivano anche da situazioni di estrema povertà. I volti erano segnati e deformati dalle privazioni e dal tempo passato nell’istituzione, i vestiti erano gli stracci dei poveri. L’analisi sociale del manicomio trovava conferma nell’aspetto fisico dei partecipanti alle assemblee generali. Mai prima di allora “i matti” avevano avuto la possibilità di farsi sentire (e Sergio Zavoli avrebbe portato la voce di alcuni di loro sugli schermi della televisione nazionale). Le assemblee erano dunque terapeutiche, ma nello stesso tempo erano rivoluzionarie. Il processo, però, era frenato dal contesto: dentro il manicomio.

Già alla metà degli anni sessanta Basaglia cominciò a sostenere che le prospettive della comunità terapeutica erano estremamente limitate. Il problema era l’istituzione in sé. La riforma poteva essere una trappola pericolosa: il cambiamento interno e l’avvio degli interventi “umanitari” rischiavano di prolungare la vita delle “istituzioni totali”. Un manicomio più umano poteva aiutare il sistema ad adattarsi a una società in via di rapida trasformazione, rendendolo più accettabile. I basagliani dovevano stare in guardia: potevano diventare gli “utili idioti” che, rendendo più tollerabili i manicomi, ne avrebbero impedito la distruzione. Basaglia sottolineava anche un altro rischio: che Gorizia venisse pedissequamente imitata, diventando una nuova forma, conservatrice, di ideologia. Altri furono più espliciti. Le assemblee diffondevano un’idea di “falsa democrazia”. Nella sua analisi dell’ospedale riformato nell’Istituzione negata, Slavich mette sempre la parola democrazia tra virgolette.

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In nome di cosa continuiamo a sentirci migliori? https://minimaetmoralia.it/cultura/in-nome-di-cosa-continuiamo-a-sentirci-migliori/ https://minimaetmoralia.it/cultura/in-nome-di-cosa-continuiamo-a-sentirci-migliori/#comments Sat, 13 Jun 2009 11:04:42 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=40 Che cos’è il potere? Se un giorno mio figlio dovesse rivolgermi questa domanda, dilaniato dagli scrupoli, finirei per dargli una risposta evasiva. Per evitare condizionamenti di qualsiasi genere, formulerei un aforisma prêt-à-porter, un esercizio pedagogico interlocutorio in attesa che cresca: Il potere, figliolo, è la cosa che cerca in tutti i modi di impedire la tua espressione personale e professionale, qualunque cosa o persona ti scelga come nemico. Inventerei qualcosa del genere, senza fare nomi e senza chiamare in causa i massimi sistemi. E comunque eviterei accuratamente di prospettargli la possibilità di cambiare le cose. A questo mio figlio che non esiste ancora cercherei infondere disillusione a priori. Quella che io, durante la mia infanzia, non ho avuto. Perché ho sempre saputo da che parte stare fino a che non è arrivato il futuro.

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[pubblicato su Diario]

Che cos’è il potere? Se un giorno mio figlio dovesse rivolgermi questa domanda, dilaniato dagli scrupoli, finirei per dargli una risposta evasiva. Per evitare condizionamenti di qualsiasi genere, formulerei un aforisma prêt-à-porter, un esercizio pedagogico interlocutorio in attesa che cresca: Il potere, figliolo, è la cosa che cerca in tutti i modi di impedire la tua espressione personale e professionale, qualunque cosa o persona ti scelga come nemico. Inventerei qualcosa del genere, senza fare nomi e senza chiamare in causa i massimi sistemi. E comunque eviterei accuratamente di prospettargli la possibilità di cambiare le cose. A questo mio figlio che non esiste ancora cercherei infondere disillusione a priori. Quella che io, durante la mia infanzia, non ho avuto. Perché ho sempre saputo da che parte stare fino a che non è arrivato il futuro.

Nato nella metà degli anni Settanta, faccio parte di una generazione cresciuta sotto l’ombrello di troppe certezze e che, per contrappasso, si è trovata risucchiata nei buchi neri di un’incertezza cosmica. Fin dalla più tenera età sono stato indottrinato, ma in un modo naturale, involontario, visto che non ci potevano essere dubbi su quale fosse la verità e dove risiedesse. A cinque anni leggevo Repubblica e Paese Sera seduto in braccio a mio padre. E più o meno a quell’età ho imparato la fondamentale distinzione tra bene (sinistra) e male (destra, centro, religione, Andreotti).

Mi tornano in mente le domeniche, quando ascoltavamo Banana Republic, il live del mitico tour De Gregori – Dalla del 1979, mentre nel nostro appartamento venivano celebrate rievocazioni ufficiali della contestazione. Ero fiero che i miei genitori, come dicevano loro, avessero fatto il Sessantotto e che mia madre avesse partecipato ai gruppi femministi di autocoscienza e che per un certo periodo avesse distribuito Lotta Continua all’università. Mi piaceva sentire quelle storie, che mi facevano venire voglia di tornare indietro nel tempo per contribuire alla causa a modo io, o anche solo per poter dire di esserci stato. A quattordici anni ero lo spettatore della Notte della Repubblica che tifava contro Sergio Zavoli.

D’estate andavamo in campeggi sulla costa greca frequentati esclusivamente da gente di una certa frangia. Erano giornalisti del Manifesto, insegnanti universitari con fantomatici trascorsi nei Nap, psichiatri antistrutturalisti che avevano fatto i candidati nelle liste di Democrazia Proletaria. Sentivo come il privilegio di essere parte di un’elite di migliori. I peggiori non li avevo mai visti. Ma immaginavo si nascondessero nel potere, la forza oscura che aveva impedito all’utopia di avverarsi.

Agli inizi degli anni Novanta ero abbastanza grande per assistere coi miei occhi alla stagione del cambiamento. L’implosione del potere reazionario che per cinquant’anni aveva tenuto in pugno l’Italia stava lasciando enormi spazi vuoti che sarebbero stati riempiti con dosi massicce di speranza. A Napoli, la mia città, l’elezione di Antonio Bassolino fu salutata come un momento di profondo rinnovamento, una specie di rivoluzione elettorale che avrebbe persino spinto qualcuno a intonare The times They’re a-Changin’. Se ci penso adesso, è incredibile come nella figura di un uomo di apparato – un uomo che avrebbe fatto dell’esercizio del potere la propria ragion d’essere politica – si concentrassero un miscuglio di aspettative così campate in aria. Di certo nessuno si aspettava il sovvertimento del sistema capitalista, ma nelle persone che conoscevo, nei miei genitori e nei loro amici, potevo intravedere un luccichio negli occhi, un senso di risarcimento per tutte le battaglie perse, le delusioni, le soddisfazioni che il potere aveva loro negato. Quella elezione, insieme ad altre, fu anche una specie di rimborso generazionale. E quindi, ancora una volta, un investimento di illusioni, fatto di quel tipico sentimento di speranza estraneo alla realpolitik che, in modo del tutto incongruo, continua, anche oggi ma più flebilmente, a percorrere lo spirito di certe manifestazioni del Pd o della sinistra radicale. Si percepisce negli inni di Fossati che risuonano, nelle bandiere che sventolano quando qualche oligarca ancora ben voluto sale sul palco di una piazza, nell’abbigliamento dei ragazzi, figli di famiglie di sinistra, passate senza soluzione di continuità dal culto di Marcuse a quello di Dario Franceschini.

Quando qualche volta mi capita di parlare con i miei genitori e i loro amici, sessantenni delusi ed estranei a qualsiasi tipo di partecipazione che veleggiano sulle acque calme delle gratificazioni spirituali ed enogastronomiche, e affronto la delicata questione del giudizio su ciò che di buono la loro generazione ha fatto, finisco quasi sempre per litigare con tutti. La loro versione della storia non mi convince, continua ad assomigliare troppo a una fiaba senza lieto fine dove i buoni avrebbero potuto vincere se non fosse stato per i cattivi (che hanno sempre la meglio). Quello che rimprovero loro è il sottrarsi a qualsiasi ammissione di responsabilità. Di solito mi rispondono che almeno ci hanno provato a fare le battaglie che andavano fatte e hanno comunque contribuito a migliorare il Paese, mentre noi – la generazione di cui faccio parte – non abbiamo neanche tentato di fare qualcosa. La mia obiezione è che il senso di quelle battaglie va letto alla luce di cosa è successo dopo. E, sotto questa luce, le famose battaglie non sembrano avere avuto molto senso se si pensa all’Italia berlusconiana o alla condizione disperatamente priva di prospettive che la maggior parte dei miei coetanei si trova ad affrontare. Sono anche loro – la generazione dei Veltroni, dei D’Alema, dei Cacciari, baby boomer passati dalle più ambiziose utopie al pragmatismo prussiano – ad avere lasciato ai propri figli quest’Italia, un luogo brado e senza futuro dove vige la legge del più forte e l’ingiustizia sociale è una prassi consolidata.

Qualche tempo fa, proprio nel corso di uno di questi rendez-vous intergenerazionali, sfinito da una discussione su Berlusconi come unica causa dei nostri guasti, mi sono messo a urlare: «Siete degli ingenui». Qualcuno mi ha urlato di rimando: «Allora spiegacelo tu cos’è il potere».

Ho capito che il problema era il diverso significato che stavamo attribuendo alla parola. Pur continuando a identificare in modo quasi automatico la parola potere con l’immagine del volgare imprenditore brianzolo tirato e abbronzato mentre passeggia con la bandana a Porto Cervo, il mio modo di relazionarmi al potere aveva cessato di essere un fatto puramente astratto. Avevo conosciuto un potere familiare e insospettabile, elegante e colto, che in qualche modo aveva demolito le mie ultime certezze.

Per fare capire ai miei genitori e ai loro amici cosa cercavo di dire, avrei potuto consigliare la lettura delle Lettere a nessuno di Antonio Moresco, quadro avvilente, tragico, grottesco del potere culturale italiano, uscito nel 1991 per Bollati Boringhieri e di recente ristampato da Einaudi. È un libro in cui, attraverso appunti, stralci e lettere, Moresco racconta pezzi della sua vita, dagli anni Settanta, Ottanta, fino al momento della rinascita come scrittore celebrato e odiato, stimato e villipeso. La parabola delinea in modo preciso e disperato un’estenuante lotta donchisciottesca contro il potere. Dapprima, con l’impegno politico in un gruppuscolo della sinistra extraparlamentare – una vita di stenti, delusioni, frustrazioni, e fiducia mal riposta – e poi, con i tentativi di fare leggere i suoi scritti, o quantomeno di farsi ascoltare, da alcuni illustri esponenti della cultura italiana (i nessuno del titolo). Quali che siano il contesto storico e lo scenario, Moresco appare sempre come una formichina alle prese con cose titaniche e impossibili da combattere. Ma le sue lettere a Giovanni Raboni, Maria Corti, Goffredo Fofi e il fastidio o – nel migliore dei casi – il silenzio che riceve in cambio danno esattamente la misura di come le articolazioni del potere siano multiformi e mascherate. Ne esce fuori il ritratto di un Paese dove pubblicare un libro senza uniformarsi alla logica dominante – la logica delle amicizie e delle leccate di culo, dei libri scritti per andare incontro al gusto del pubblico – può risultare utopistico come realizzare una nuova rivoluzione d’ottobre.

Leggendo mi è venuto da pensare che per chi non si adegua all’esistente è sempre dietro l’angolo il rischio di fare la parte del martire. Così come lo diventa Moresco, la cui figura nel corso della lettura assume proprio la forma di un martire laico che a un certo punto si convince della sua santità. Ma bisognerebbe ribaltare la prospettiva, perché, parafrasando un vecchio adagio di sinistra, è proprio questo il caso in cui il personale deve diventare politico.

In Italia la cultura continua a essere un campo sostanzialmente di sinistra – l’ultimo settore monopolizzato dalla sinistra – ma se si volesse descrivere onestamente lo stato attuale dell’industria culturale con lo stesso grado di severità che impieghiamo per descrivere la situazione politica, si potrebbe utilizzare una lista di aggettivi simili: disastroso, dittatoriale, populista, ambiguo.

Anche qui siamo nel regno delle diseguaglianze e del conformismo, dello sfruttamento e della doppia morale. Siamo in un sistema che non è in grado di riconoscere a un testo un adeguato valore economico, a meno che l’autore di quel testo non sia uno scrittore di successo che abbia già sfondato il mercato. Nello stesso tempo abbiamo un mercato che dimostra una grande ostilità nei confronti dei prodotti difficili e quindi – da un punto di vista letterario, cinematografico, televisivo – finisce per scommettere sempre sul sicuro, sull’opera media. Viviamo, peraltro, una sindrome da trincea, in ragione della quale finiscono per essere privilegiati gli autori e le opere schierati aprioristicamente, rispetto agli sguardi obliqui, dissonanti, disturbanti, realmente anticonformisti.

La mia esperienza, che del resto è simile a quella delle persone che conosco e che fanno il mio stesso lavoro – e che quindi non è martirologica ma sistemica – delinea il quadro di una cultura autoritaria, forte con i deboli e in definitiva non libera. Innanzitutto perché lavorare nel campo della cultura – nei giornali, nelle case editrici – molto spesso, a meno di non essere scrittori di best seller, significa abituarsi a non essere pagati, oppure a essere pagati a piacere, il che è un terribile sintomo di come la cultura stessa sia considerata un optional, una ginnastica mentale per gente ricca di famiglia, qualcosa di cui in definitiva si può anche fare a meno.

E poi ci sono le case editrici – assolutamente di sinistra – sempre più assetate di libri «freschi» e «divertenti», che possano «stuzzicare il lettore» senza essere «troppo pesanti». E che dunque a quest’atmosfera nazionale che – ne sono certo – si spingerebbero a definire plumbea, opprimente, fascistoide, volgarmente incolta, offrono la risposta dell’Intrattenimento, della volatilità, della facilità spacciata per cultura sopraffina. Che poi è la logica che guida manifestazioni come lo Strega, l’unico premio letterario al mondo dove a essere ricompensata non è la qualità o l’eventuale novità di un testo, ma la sua vendibilità.

Infine i metodi della cooptazione, che sono ancora una volta praticati attraverso lottizzazioni, corsie preferenziali, conoscenze, adulazioni. Letteralmente impossibile realizzare la normalità di essere ricevuti da chicchessia a seguito di invio del curriculum. Lo stesso Moresco, che in un celebre articolo scritto qualche anno fa, intitolato La restaurazione e fonte di molte polemiche sui blog letterari, diceva cose simili, ha giustamente fatto notare che mentre è pacifico sostenere che l’Italia sia un paese affetto da una «intossicazione delle forme economico-politiche e democratiche», non lo è altrettanto sostenere che quest’intossicazione riguardi anche la cosiddetta cultura.

Deve essere per colpa di questa cecità che a un tratto ho incominciato a sviluppare un odio viscerale per i miti mediatici della sinistra contemporanea. Propugnatori della qualità come Fabio Fazio e Roberto Benigni e Giovanni Floris e Serena Dandini. Ognuno a suo modo ha coltivato la propria arcadia televisiva, ritenendosi esente da qualsiasi contagio, e continuando la sua opera di pedagogia delle masse. Nessuno di loro ammetterebbe di essere stato inoffensivo, o addirittura funzionale alla macchina del potere. Eppure ci dev’essere un motivo se in questo cosiddetto ventennio berlusconiano hanno continuato a lavorare, a percepire stipendi milionari, a occupare il loro spazio di potere, stabilendo cosa dovesse essere letto (Paolo Giordano), ascoltato (Giovanni Allevi), visto (Ferzan Ozpetek) – ancora intrattenimento spacciato per elevato nutrimento che soltanto loro sanno offrire – e proteggendo le loro reti di amicizie, e identificando nella destra la causa di tutti i mali, o esercitando sulla sinistra un giudizio dolcemente critico, bonario e di prammatica, come un rimprovero paterno.

Tutte queste persone di sinistra si troverebbero senz’altro d’accordo sul fatto che l’Italia sia oppressa da un’odiosa forma di potere, ma ancora una volta qual è il loro contributo? Perché nessuna di queste persone si preoccupa di misurare le proprie responsabilità? In nome di cosa continuiamo a sentirci migliori?

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