sessualità Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sessualita/ un blog di approfondimento culturale Fri, 08 Aug 2025 16:05:04 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg sessualità Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sessualita/ 32 32 Gli ultimi giorni di passione. Tracey Emin in mostra a Palazzo Strozzi https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/gli-ultimi-giorni-di-passione-tracey-emin-in-mostra-a-palazzo-strozzi/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/gli-ultimi-giorni-di-passione-tracey-emin-in-mostra-a-palazzo-strozzi/#respond Thu, 17 Jul 2025 20:56:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=55393 Firenze è una signora stanca e accaldata, che struscia i piedi pesanti sul ciottolato infuocato di piazze e piazzettine mentre il circo umano di turisti e ambulanti si inerpica per le viuzze e sosta ai crocicchi per improbabili selfie con pose plastiche. La grande madre osserva tutti, lei che accoglie e allontana, che abbraccia e […]

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Firenze è una signora stanca e accaldata, che struscia i piedi pesanti sul ciottolato infuocato di piazze e piazzettine mentre il circo umano di turisti e ambulanti si inerpica per le viuzze e sosta ai crocicchi per improbabili selfie con pose plastiche. La grande madre osserva tutti, lei che accoglie e allontana, che abbraccia e distanzia: Fiorenza così esausta però non penso di averla mai vista. Trentasette gradi, un’umidità che ruba il respiro. Riprendi fiato, le dico, distenditi anche tu, riposa. E riconquista il languore che ci ha lasciati intontiti dinanzi alla tua bellezza. Ora, così scomposta e obliqua, mi pare di vivere una città che manca della pulsione di un tempo, priva non solo di un’anima ma anche di un corpo, di quella famosa ed esagerata fisicità espressa ovunque. Non macerarti, non contraddirti, non violentarti. Una città che ha bisogno di un giaciglio, che necessita di riposo e silenzio, ecco cosa sei. Ed è un vero coup de théâtre che in questi ultimi mesi sia stata la culla di una personale importantissima come quella dedicata all’artista britannica Tracey Emin.

Sta per chiudersi in questi giorni infatti Sex and solitude, la più grande mostra mai allestita in Italia sulla rappresentante di punta della YBA, curata da Arturo Galansino e inaugurata lo scorso marzo a Palazzo Strozzi. È in questi ultimi giorni di passione che decido di visitarla, vincendo pregiudizi sciocchi e afa bestiale. Mi sembra che le opere e il pubblico, dopo mesi in cui di Emin si è parlato ovunque, riescano a liberarsi ulteriormente del guinzaglio della propria madre e madrina, in una vulnerabilità totalmente esposta di fronte alla quale non possiamo che ritrovarci piccoli, sicuramente impreparati, fra l’incanto e la ferita, fra un inutile pudore e una desiderio dolorante.

Il percorso che si snoda per le dieci sale di Palazzo Strozzi – inglobando anche un’opera al neon sulla facciata in bugnato e un’enorme scultura bronzea che invade il cortile interno – racconta, a partire dal titolo, un binomio che racchiude l’essenza più intima della nostra esistenza: come si coniuga il nostro desiderio dell’altro con la solitudine? Ci sentiamo soli quando siamo connessi – anche carnalmente – all’altro o la consapevolezza della solitudine esiste solo nell’isolamento che si avvicenda nei giorni senza l’altro?

La narrazione, veritiera e complessa, a volte sgradevole, vissuta e voyeuristica insieme, portata avanti da Emin, che racconta storie di corpi desideranti al di là degli anni, della malattia, abbraccia corpi che si trovano e si perdono. Corpi sottratti a se stessi dal deterioramento, corpi che si ribellano, che sfidano le convenzioni e provocano in chi li osserva una molteplicità di sentimenti: spavento, imbarazzo, intesa. Ci si sente messi in scacco con Tracey Emin, e siamo costretti a stare al gioco durante il tempo trascorso assieme alla sua arte. Perché non ci è possibile – osservando, fotografando, instagrammando – far finta di nulla. Non sono spettri quelli che si aggirano in queste tele, su questi ricami, ma uomini e donne in carne e ossa, toccati dalla vita e dunque toccanti. Ciò che viene confessato a chi si aggira per Palazzo Strozzi, in questi ultimi giorni di mostra, non è niente di meno che il mistero di un essere umano, l’aria che respiriamo, il materiale grezzo della vita stessa.

Obliquo e inatteso, il modus operandi di Emin racconta una fisicità costante, un mondo caldo e istintivo: se le gocce di pittura acrilica sulla tela ricordano liquidi corporei, solo guardando le sculture da molto vicino si possono trovare le impronte digitali dell’artista. Che vive dentro e assieme all’opera. In questi mesi si è molto parlato di Sex and solitude, delle sue oltre sessanta opere, realizzate in un lasso di tempo che va dagli anni Novanta ai giorni nostri. Utilizzando una vasta gamma di tecniche – ricamo, appliqué, neon, pittura, installazioni, film, fotografia, incisione, assemblaggio e scrittura – l’artista crea opere di immagini e testo di una schiettezza disarmante, che utilizzano una narrazione autobiografica in prima persona combinata con frasi scorrette e goffe, il tutto con un risultato di immediatezza e autenticità inedite. Ed è qui che intimità e vulnerabilità pongono domande senza offrire risposte immediate. Empatizzare con opere che parlano di intimità ferita, di dolore trasformato in icona, di sessualità esposta può essere complesso anche perché il percorso tracciato nel museo fiorentino non ammette scorciatoie: l’arte di Emin non ci chiede di essere amata ma di lasciarsi vivere, permettendole e permettendoci il racconto onesto e brutale di un passato senza censure.

Addentrandoci nelle sale della mostra dividiamo lo spazio con le sue figure scarne, tracciate con rapidi gesti del pennello su carta e tela, abitanti di un mondo in cui desiderio, amore, sesso si accompagnano spesso al dolore. Questi temi autobiografici e confessionali costituiscono da sempre il materiale emotivo attraverso il quale l’artista britannica è nota ormai da tempo. Dalla prima sala che accoglie un neon alto quattro metri e mezzo, vero e proprio amplificatore emotivo, sexy e audace, vibrante e candido – si tratta di Love Poem for CF – e due grandi tele, scopriamo una produzione che ha toccato serie fotografiche bellissime – come Naked photos. The life model goes mad -, lo spazio ricreato di una performance del 1996 – Exorcism of the last painting I ever made – in cui la confusione degli oggetti conduce lo spettatore all’interno del caos interiore di Emin, immergendolo non più in una performance ma in una reale esperienza di vita. Esorcismi, tentativi di liberazione, la bellezza della vita di una strega. Si tratta spesso di quadri di grandi dimensioni, lirici, sottili nello sfumare dal figurativo all’astratto, con un tratto sicuro e morbido che sembra farsi scrittura, anche quando non integra le parole, e con un’armonia cromatica che poggia sull’essenziale. Una fusione malinconica è il nucleo di Sex and solitude, che, lontano da ogni pornografia, indaga il bisogno di intimità come dimensione di esistenza, oltre che di riconoscimento autentico di sé e dell’altro. La selezione delle opere celebra una sempre maggiore affinità con l’arte di Louise Bourgeois con la quale condivide l’assertività della propria soggettività femminile e l’ossessione per i temi del vuoto, dell’assenza e della lacerazione. E ancora grandi scritte, grandi sorprese, dichiarazioni spietate ed esplicite, acrilici dal tratto grosso e dalla pennellata sicura, libera, trapunte dalle cuciture irregolari, meravigliosi calicò ricamati, sculture grandi e piccole in bronzo ricoperte da nitrato d’argento o patina bianca. Film d’animazione, piccoli disegni, appliqué con tessuti floreali, incisioni con monotipo serigrafico. La produzione di Emin tocca tutto. E da tutto si lascia toccare.

Emin si rappresenta spesso sdraiata e nuda, a gambe aperte, mentre si masturba o durante l’atto sessuale con figure maschili che sembrano fantasmi. Sono immagini tratteggiate rapidamente, nel tempo divenute la sua firma – tutte opere che dimostrano la duratura influenza di Schiele, la cui Onanierende Frau mit gespreizten Schenkeln del 1913 ha avuto un impatto notevole sull’arte di Emin. Queste opere, da Not Fuckable a Coming Down From Love, dall’esplicito contenuto erotico, permettono di capovolgere l’antico paradigma della donna come oggetto silenzioso e passivo, sostituendolo con quello di un soggetto femminile attivo, padrone della propria sessualità. Godendo dell’istrionismo e usando i tragici eventi della sua vita come contenuto per parlare al pubblico di tutto il mondo, celebra così una sessualità senza vergogna e rivendica il proprio corpo come quel territorio dove si combattono le guerre più private e, insieme, più collettive. E sempre, sempre politiche. Il corpo diventa così fulcro di una ricerca artistica che trasforma l’autobiografico in universale. Riscattata dal ruolo passivo di musa del genio maschile, la nudità femminile si fa veicolo di amore e passione, ma anche di dolore e vulnerabilità. Nonostante la sua straziante storia personale, la litania di abusi subiti e i suoi argomenti spesso scatologici e sessuali, Emin ha un modo affascinante di usare il linguaggio, sposando frasi scritte a mano romantiche e a tratti umoristiche con delicati ricami su tessuto, o in neon da tenui colori zuccherini.

Quello immaginato da Emin è un amore desiderato, abbandonato, addolorato, carnale, mentale. C’è Emin in ogni opera, sempre e comunque, i suoi occhi d’abisso, i suoi antichi tatuaggi, in un intreccio inestricabile tra eros e vuoto esistenziale, sesso e solitudine, quel binomio arcaico plasmato da millenni di condizionamenti culturali, religiosi e sociali. Un patto velenoso che ha trasformato la sessualità in una gabbia dorata, dentro la quale milioni di codici morali hanno deformato l’essenza primigenia dell’eros, riducendolo a strumento di potere o a bandiera di ribellione. Così, tra annientamento bigotto e asettica voluttuosità, si è finito per incatenare il sesso alla solitudine in una dialettica travagliata che non vuole solo essere il cuore della mostra ma gettare un ponte alla ricerca del miglior equilibrio chiedendo a chi osserva se l’arte potrà mai restituire dignità al sesso sottraendolo tanto alla prigionia morale quanto alla banalizzazione consumistica.

Su questo e molto dovremmo interrogare esperti e artisti, pubblico pagante e presenzialisti dei vernissage, anche se forse la più importante personalità da interpellare a riguardo sarebbe Firenze, fra il distrutto e il distratto, città ferma. Quando esco dalla grande corte interna sono quasi le sei del pomeriggio: saluto nuovamente la maestosa figura femminile in bronzo – un corpo gigante e mutilato di oltre sette metri –  frammentato nell’esecuzione, eppure così potente e vulnerabile. Lascio che i miei occhi si attardino sul mondo fuori dalla maestosità rinascimentale di Palazzo Strozzi, la città riesce a scrivere il silenzio di acqua e pietra che, come un coprifuoco, si sparge appena fuori dal centro, e poi i colori tutti diversi dei palazzi mi stringono forte, come un corpo stiracchiato. Muscoli e carne, viscere e sensi, vorrei abbracciare Tracey Emin, chiederle di ripartire da qui, rifiutando il passato, consumando il presente e guardando al futuro.

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Diritti civili, omofobia e clericalismo «anche» degli attuali contendenti del Pd in ballottaggio https://minimaetmoralia.it/societa/diritti-civili-omofobia-e-clericalismo-%c2%abanche%c2%bb-degli-attuali-contendenti-del-pd-in-ballottaggio/ https://minimaetmoralia.it/societa/diritti-civili-omofobia-e-clericalismo-%c2%abanche%c2%bb-degli-attuali-contendenti-del-pd-in-ballottaggio/#comments Mon, 07 Sep 2009 06:16:08 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=599 di Aldo Busi Io non ho mai dichiarato i miei gusti sessuali pensando così di legittimarli e di forzarli in una dignità che già non avessero di per sé, ho dato bensì voce altisonante al mio legittimo disprezzo ideologico, direi carnale, verso ogni forma di oscurantismo e di dispotismo, dunque, qui in Italia, verso la […]

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di Aldo Busi

Io non ho mai dichiarato i miei gusti sessuali pensando così di legittimarli e di forzarli in una dignità che già non avessero di per sé, ho dato bensì voce altisonante al mio legittimo disprezzo ideologico, direi carnale, verso ogni forma di oscurantismo e di dispotismo, dunque, qui in Italia, verso la religione vaticana che mi proibiva biblicamente di avere preferenze e capricci dopolavoristici al di fuori della normativa sessista promossa, almeno a parole, per la sua sopravvivenza e trionfo.
Io odio la tenebra da senso di colpa e la morbosità da rimozione e la violenza a fior di pelle dei chierichetti e dei frustrati a vita, penso che l’omosessualità maschile e femminile, se sanata dai complessi di peccato e di abominio imposti dalle religioni monocratiche, sia il toccasana e il sale della vera civiltà universale a pari merito dell’eterosessualità, perciò soltanto la determinazione personale e individuale, la volontà, la responsabilità, il libero arbitrio non imposto ma mutuo e la dolce intesa alla luce del sole tra cittadini parimenti adulti e maturi mi eccitano e sono il mio lievito naturale da sempre (il che significa che la mia vita sessuale è stata modesta, e l’unico autentico godimento di cui serbo ricordo è consistito nel descriverne gli scacchi, le frane, i bidoni, l’ideale ostinato sempre più patetico e surreale man mano che vado invecchiando, la frenesia apatica in crescendo, la schizzinosa promiscuità e il senso di nausea galoppante che poi tutto ha travolto e annientato, dirottandomi ancora giovanissimo verso una vana e molto vanesia astinenza con tutte le sembianze esterne della foia più partecipe, un coinvolgimento più psichico da ricercatore che non emotivo da parte in causa, anche se ero e se sono a battere in un parcheggio, in una stazione ferroviaria, in una sauna, in un cinemino porno, tanto, come ho scritto, l’amore per me batte solo alle tempie, piattole a parte; adesso che faccio mente locale, non mi viene in mente nessun episodio in cui, non dovendomi una volta tanto accontentare, non abbia preso le distanze magari già con una cappella a tutto sesto nel culo e la mente architettata in uno pneuma altrove, all’esodo dall’immeritato e sproporzionato supplizio; infine, l’unico aggeggio di cui si può fare del tutto a meno in caso di omosessualità maschile è un secondo uomo a parte te; io poi, scrivendo, mi facevo anche da terzo, l’orgia era contemplata già nel privé della mia sintassi).

Io né sono né non sono omosessuale o eterosessuale: fermo restando che sono filo-capitalista per fatalità storica e non per miope tornaconto, sono innanzitutto anticlericale, antifamilistico, antinazionalista, antirazzista, antifascista, antiberlusconi, antileghista, antiarcigay, antistronzista e basta, e, a parte che non mi piacciono gli orientali e che non saprei più che farmene di un arabo o di un monegasco, la mia sessualità esula da qualsiasi condizionamento fideistico e politico e classista ed economico e farmaceutico (del legislativo posso fregarmene alla grande: uno non mette a nudo il proprio pensiero per decenni nei suoi atti quotidiani e nella sua opera letteraria come me per poi dare a qualcun altro la soddisfazione di scoprire che l’intemerato era solo un fintone che nascondeva immonde libidini, e niente mi ha fatto schiumare di rabbia sanguinaria come la sovrapposizione omosessualità/pedofilia divulgata dai malati più ortodossi al potere, e più inartigliati ai cordoni della borsa custode della verità più rivelata e più ultima su cosa è e cosa non è la Natura, di cui hanno depositato il brevetto loro e guai a metterne in discussione le royalties; io ho sempre parlato della pedofilia altrui e di come mettere dei paletti all’età del consenso per limitare ai miei concittadini i danni da fanatismo sessuofobico-cristiano, perché i preti e i loro cani da guardia tutto perdonano ma non chi osa andare a caccia sul terreno loro per lascito divino, e ne ho parlato in termini alquanto blandi, geografici spesso o di seghe a due o a gruppetti di innocenti rionali del sottoproletariato che, non essendo mai stati in gita scolastica né a Milano né a Torino né a Venezia e men che meno con pernottamento presso i Piccoli Padri del Santo Prepuzio, non sapevano neppure che el büs del gnao poteva servire a altro che a essere pulito con una foglia di gelso; ho parlato di pedofilia separando i bambini dai cosiddetti minori, le vittime totali dalle vittime, se mai è il caso, parziali, ricordando magari che nel non remoto Stato di San Marino l’età del consenso è di quattordici anni da mo’, ma personalmente, e lo ribadisco sin da quando ero ragazzino, mi sembra ridicolo e noioso scopare con qualcuno che abbia meno di trent’anni, e anche in questo caso nove volte su dieci c’è tutto un tira e molla per convincerlo a togliersi il termometro al mercurio benedetto dallo sfintere o almeno il ciuccio dalla bocca).
Non ho mai pensato di dichiararmi gay (etichetta che negli anni Cinquanta neppure esisteva) bensì illuminato da filosofi, pensatori, poeti, scrittori, scienziati dalla Grecia in su escludendo l’Italia a parte me (faute de mieux, mi sono dovuto parecchio illuminare da me, con tutta la fatica che comporta fare prima luce agli altri che non la vogliono né intendono sospettarla) e progressista e assolutamente moderno (ben oltre Rimbaud, che è un reazionario cristologo ben prima che alla morte la sorella Isabelle possa manipolarne le carte che non dà alle fiamme), e se fossi stato un vigliacco di mondo o un anticonformista di maniera o un comune frocetto in carriera, e quindi un cattolico come tutti, che mi dichiarassi o non mi dichiarassi sessuato così o cosà non avrebbe fatto alcuna differenza, avrei dovuto versare pur sempre e vita natural durante lo stesso obolo al peccato e alla salvezza o dannazione di chi si decide per il «vivi nascosto», infernale sfumatura del quieto vivere, sarebbe stato come esporsi al sacro vincolo del matrimonio di giorno per poter essere più liberamente costretto a andare a puttane di notte, perché quello è il sistema e al sistema non si sfugge, il rito di un’ora è una cosa, la ritualità di prassi un’altra.
Dichiararsi gay non è una garanzia o una moratoria contro l’ipocrisia e il perbenismo e il servilismo, ci si può dichiarare gay quanto vegetariano e restare un ipocrita o quanto meno un imbecille per tutta la vita, una marionetta a servizio dell’amorale morale che le regge i fili e che è la stessa a fornirle gli slogan di omologata contestazione e passeggera insubordinazione. La maggior parte dei gay dichiarati (lasciamo perdere quelli ancora più disgraziati) non ha alcuna coscienza politica e civile, proprio come qualsiasi maritino che tiene famiglia e quindi l’alibi buono per qualsiasi nefandezza contro le famiglie altrui e soprattutto verso i celibi e le nubili che non condividono la sua isteria machista di invaginatore di successo, e a nessuno preme strapparsi il guinzaglio e usarlo per darlo senza pietà sulle orecchie di chi gliel’ha messo, si accontentano tutti di farselo allungare un pochino, anche se spesso l’allungarlo per sé significa vederlo accorciarsi ulteriormente al collo di qualcun altro più debole e indifeso, fosse pure solo un umile umiliato per sua propria convenienza, un defraudato di mestiere.
Come è intellettualmente e eticamente e urbanamente possibile che uno si dichiari gay o lesbica e poi resti un cattolico che foraggia il suo nemico per eccellenza da millenni nella speranza di trarne un qualche beneficio, materiale o immateriale che sia, un seggio parlamentare o un’assoluzione addirittura? L’ho straripetuto: un omosessuale cattolico è come un ebreo nazista. Che il gay cattolico pratichi critiche alle gerarchie porporine e suggerimenti buonisti al prevosto sfigato o la messa cantata e la confessione con tanto di penitenza, altro non fa che ingrossare lo stesso incensamento del più prono alla processione dei soliti mea culpa e intercedat, proprio come una bestemmia è un’invocazione a Dio al contrario e quindi una resa incondizionata ai ministri del Cotanto (per fortuna, dal fatto che è sempre più raro sentire una bestemmia come si deve, si può arguire che la defezione dalla Chiesa è ormai una conquista di massa).

L’unica conquista individuale e collettiva o esemplare pietra miliare che importa in questo processo di autodafé diciamo sessuale – per dire civile in senso antiricattatorio a lungo termine – è proprio il contemporaneo dichiararsi o no anticlericali militanti, non altro, soldati e sentinelle di uno spirito europeo aconfessionale e liberale nato con l’Illuminismo e la rivoluzione francese a segnare la fine dell’Inquisizione e della Controriforma e perfezionato in due secoli di guerre debitamente fratricide affinché all’assolutismo e alla restaurazione, all’anarchia e al comunismo e al terrorismo subentrasse la democrazia che, millantata e imperfetta quanto si vuole, deve restare l’unico faro verso l’unico orizzonte possibile.

Inutile, stupido e screditato prendere le parti degli uni o degli altri: finché esisteranno ebrei e musulmani, non ci sarà mai posto per gli israeliani e i palestinesi. La gran rottura di palle non è che continuino a ammazzarsi, è che lo fanno troppo lentamente, e sono gli unici al mondo cui sta bene così. Sbattezzare le sante menti per disarmare le santabarbare o, fino a nuova Genesi, ciccia – al sangue, va da sé.

Di un militante di qualsivoglia fazione purché dichiaratamente anticlericale… mosche bianche, eh! al massimo sono zecche laiche, e tutte nessuna esclusa, ecco perché, passati un paio d’anni e tolte le relative medagliette sui revers, è stato poi impossibile distinguere un repubblichino da un partigiano e viceversa, Longanesi, Montanelli, Bocca, Fo sono lì a ricordarci la labilità di ogni recita a soggetto secondo il copione delle circostanze e, massimamente, dei cosiddetti errori di gioventù, e del resto chi ci parla oggi di pace dal soglio pontificio? Un ex pischello della Hitlerjugend! Chi l’avrebbe mai detto? Ma io!… di un militante di qualsivoglia fazione purché anticlericale, dicevo un’era fa, colgo la coscienza che si riprende la bussola politica e sentimentale nelle proprie mani e propugna che altri facciano lo stesso (e se sarà stato un militante di valore lo si saprà dal suo non essere diventato il solito capetto alla testa di un manipolo di psicolabili nostalgici e rincoglioniti), non mi lascio distrarre o attrarre in un verso o nell’altro dall’uso dei suoi organi sessuali, mi fa piacere per lui o per lei che ne abbia la sua spettanza e che li usi o non li usi come gli pare e piace anche se, come me, non gli pare e anche se non gli piace: LA SESSUALITÀ UMANA TRA ADULTI O COETANEI CONSENZIENTI DI QUALSIVOGLIA GENERE E NUMERO NON E’ SINDACABILE, e nemmeno interessante quanto basta per essere spettegolabile. Ai giri in su e giù per il cavallo delle mutande di un troione vip di regime preferisco un’indagine a fondo attorno all’elastico tra tenore di vita e basso reddito dichiarato del mio anonimo e castigato vicino.
Due militanti parimenti intelligenti e quindi impegnati sul fronte dell’anticlericalismo, base di ogni serietà d’intenti almeno civile, uno etero e l’altro omosessuale, e fossero pure uno di Sinistra e uno di Destra, hanno più punti di contatto e affinità elettive, e elettorali tout court, che non due etero o due gay tra di loro. La sessualità da sola (scelta o imposizione o deriva o compromesso sessuale che dir si voglia, e che per i più quasi sempre è o un’entusiastica rassegnazione al meno peggio di tipo ambientale e sociale o una contrattazione negoziabile di volta in volta, fosse pure all’interno di un patto per l’eternità) non accumula alcuno specifico collante relazionale, così come è assurdo pensare che due donne siano più avvinghiate di due muli in una solidarietà di genere solo perché entrambe usano la spirale o, se in minigonna, diano in improvvisi e furibondi sculettii per scacciare le mosche. A me basta busodorare la benché minima puzzina di cattolicesimo in uno di Sinistra per sapere all’istante che ho a che fare con uno di Destra alla prima occasione, basta che gli si presenti quella buona e grassa e non rischierà di essere coerente se al contempo deve rischiare qualcosa in proprio: se è laico («laicista» mai, per carità!) alla maniera di Bertinotti o di D’Alema o di Fassino o di Vendola o di Luigi Berlinguer (al quale, in fatto di istruzione per quel poco pubblica che resta, dà dei punti persino il sòlare ministro Gelmini), puoi stare certo che le parole saranno pure di Sinistra ma gli atti risolutivi sono già di Destra senza neppure aspettare ulteriore sviluppi o crocevia rivelatori. Sentire i tentennamenti e i distinguo e le cautele e le reticenze o omofobe o pretesche di Franceschini e di Bersani in materia di diritti civili per coppie di fatto e matrimoni tra cittadini dello stesso sesso e adozioni e inseminazione artificiale – per non parlare della vergognosa presa di posizione del Pd contro il Tar del Lazio per avere ricordato l’altro ieri che gli insegnanti di religione non hanno alcun titolo propriamente pedagogico-disciplinare per partecipare agli scrutini di Stato – già ti dice COSA NON SARA’ questa Sinistra una volta rifondata. Non si rendono conto i due prodi litiganti che se articolassero fino in fondo i loro cauti ragionamenti e querule sparate, solo per il momento a salve, e i malcelati pregiudizi e i bigotti distinguo salterebbe fuori che le stesse madornali baggianate in materia di cittadini A, di cittadini B e di cittadini C le avrebbero potute dire un Casini, un Borghezio, un Bossi, un Calderoli, una Binetti, uno Zaia, un Rutelli, un Prodi, una Bindi, un Mastella, un Buttiglione, uno Schifani, un Bagnasco, un Ratzinger? Valeva la pena di rifondarla, ‘sta Sinistra? Sfondata era, sfondata resta e resterà, e amen. Essa, mirabolante e vincente strategia a parte, mi ricorda tanto un mio conoscente della Bassa che, in grande anticipo su quel sesto senso eroticamente rabdomantico che poi diventerà la moda più sublime per rimorchiare, si spacciava per gay del tutto indifferente con le callipigie che gli facevano montare il sangue alla testa e, si sa, le donne vogliono salvarti: è andato a strage sicura, anche con qualcuna non già madre di famiglia (mi raccontava che le previdenti, per svezzarlo senza traumi dal suo vizio innato, gli concedevano sui due piedi quel contentino che di solito un uomo ottiene dalla donna solo se già abbondantemente tutelata in caso di richiesta di alimenti e di nuovo incinta, e lui contemporaneamente in zona tredicesima). Be’, quello del mio conoscente della Bassa collezionista di natiche femminili è e resta l’unico caso in cui dichiararsi gay e basta ha un senso, ma una Sinistra che ancora pensa che le basti dichiararsi di Sinistra per esserlo e essere creduta?
No, no: o resto come adesso in nessun posto proprio come lei o vado a farmi sinistrare altrove.

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