Sex Pistols Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sex-pistols/ un blog di approfondimento culturale Sat, 28 May 2016 11:10:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Sex Pistols Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sex-pistols/ 32 32 Lo spirito punk dei Primal Scream https://minimaetmoralia.it/interviste/lo-spirito-punk-dei-primal-scream/ https://minimaetmoralia.it/interviste/lo-spirito-punk-dei-primal-scream/#respond Sat, 28 May 2016 05:30:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31106 Questo pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo. Per chi volesse approfittarne, i Primal Scream saranno in Italia per tre date a luglio (fonte immagine).

di Chiara Colli

Nel 2016 Londra celebra “40 anni di cultura sovversiva” con “Punk. London”, festival lungo dodici mesi in cui, a unire le forze, ci sono realtà istituzionali ma pure (ex) angry kids della controcultura, come il circuito di negozi indipendenti Rough Trade e lo storico locale 100 Club.

Sempre nel 2016, può capitare che Joe Corré – figlio di Malcolm McLaren e Vivienne Westwood, nonché co-proprietario del facoltoso marchio di lingerie Agent Provocateur – faccia notizia per la decisione di bruciare cimeli punk del valore di svariati milioni di sterline come protesta per l’insostenibile carattere istituzionale della manifestazione.

A dispetto di “ricorrenze” e “prese di posizione”che trovano la propria ragion d’essere più nel gesto che nella sostanza,nel 2016 c’è anche uno come Bobby Gillespie, che quello spirito punk ‘77 ce l’ha nel DNA almeno quanto l’educazione socialista e la faccia da eterno adolescente. Questi suoi tratti distintivi fanno sì che un’intervista all’agitatore culturale dei Primal Scream, oggi, abbia senso a prescindere dall’uscita di un nuovo album, Chaosmosis, e dal fatto che si tratti del più pop tra gli undici pubblicati dal 1987 a oggi dalla band storicamente condivisa con Andrew Innes (e attualmente anche con Martin Duffy, Little Barrie Cadogan, Darrin Mooneye Simone-Marie Butler… a proposito: Mani, ci manchi).

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Primal Scream

Questo pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo. Per chi volesse approfittarne, i Primal Scream saranno in Italia per tre date a luglio (fonte immagine).

di Chiara Colli

Nel 2016 Londra celebra “40 anni di cultura sovversiva” con “Punk. London”, festival lungo dodici mesi in cui, a unire le forze, ci sono realtà istituzionali ma pure (ex) angry kids della controcultura, come il circuito di negozi indipendenti Rough Trade e lo storico locale 100 Club.

Sempre nel 2016, può capitare che Joe Corré – figlio di Malcolm McLaren e Vivienne Westwood, nonché co-proprietario del facoltoso marchio di lingerie Agent Provocateur – faccia notizia per la decisione di bruciare cimeli punk del valore di svariati milioni di sterline come protesta per l’insostenibile carattere istituzionale della manifestazione.

A dispetto di “ricorrenze” e “prese di posizione”che trovano la propria ragion d’essere più nel gesto che nella sostanza,nel 2016 c’è anche uno come Bobby Gillespie, che quello spirito punk ‘77 ce l’ha nel DNA almeno quanto l’educazione socialista e la faccia da eterno adolescente. Questi suoi tratti distintivi fanno sì che un’intervista all’agitatore culturale dei Primal Scream, oggi, abbia senso a prescindere dall’uscita di un nuovo album, Chaosmosis, e dal fatto che si tratti del più pop tra gli undici pubblicati dal 1987 a oggi dalla band storicamente condivisa con Andrew Innes (e attualmente anche con Martin Duffy, Little Barrie Cadogan, Darrin Mooneye Simone-Marie Butler… a proposito: Mani, ci manchi).

Politica, popular music e ovviamente punk: se è in forma – e da quando ha smesso con droghe e alcol lo è quasi sempre – Gillespie è una fonte inesauribile di spunti. Sicuramente più maturo, ma non molto meno sovversivo dei tempi in cui stava in piedi dietro la batteria dei Jesus and Mary Chain, l’angry kid di allora esce fuori e si entusiasma quando ricorda l’ultimo e unico passaggio in Italia per il tour di Screamadelica nel 2011, inclusa l’invasione di palco da parte del pubblico al Parco della Musica di Roma, “La parte migliore del live, prima eravamo troppo distanti dal pubblico!”; quando si infervora nel parlare di capitalismo finanziario e fascismi contemporanei e il suo accento scozzese si impenna; quando racconta come, senza Sex Pistols, Clash, The Jam, Buzzcocks e Generation X, non ci sarebbero stati i Primal Scream “Perché il punk è stato l’Anno Zero, ciò che mi ha dato la possibilità di essere un sognatore”.

Sovversivo almeno quanto l’amico ed (ex) boss della Creation Records Alan McGee, di cui si sente ancora l’eco di frasi miliari come “In fin dei conti, ciò che mi esalta più del socialismo, della droga, della religione e di qualsiasi altra cosa è il punk”.

L’appuntamento telefonico con Bobby G. ha luogo una mattina di febbraio. A sorpresa, la voce dall’altra parte della cornetta è squillante, “Credo a causa dei tanti caffè presi per tenere il ritmo delle interviste tra una prova e l’altra per il live al festival di BBC Radio 6”. Come in quel video in cui è ospite del Ronnie Wood Show, Gillespie è genuinamente disponibile a ripercorrere la strada che da quel primo concerto dei Thin Lizzy con McGee al Glasgow Apollo nel ’76 lo ha condotto fino a un album synthpop in cui compare la femme fatale Sky Ferreira.

Un album che non è tra i migliori dei Primals, ma che appare coerente in una discografia in cui nessun episodio è uguale al precedente e dove, per forma o contenuto, c’è (quasi) sempre stata la volontà di essere aderenti al proprio presente. “More Light era un album di free rock psichedelico, con brani lunghi. Per Chaosmosis, con Andrew abbiamo deciso di fare qualcosa di diverso, pezzi corti e pop. Sai, sono stato colpito dalla morte di David Bowie. Credo che l’inclinazione al cambiamento che abbiamo sempre avuto, da Screamadelica Vanishing Point, XTRMNTR e fino a oggi, sia molto legata all’impatto di Bowie sulla nostra formazione. È stato uno dei primi artisti che abbiamo ascoltato, insieme a T-Rex, Slade e Sweet: ho sempre provato rispetto e ammirazione verso la sua attitudine al cambiamento. Definisco questo disco depressivo-estatico-realista,espressione che mi diverte e include i contrasti di Chaosmosis: un dualismo fatto di canzoniche parlano di solitudine, ma con una veste musicale pop, positiva”.

Il fascino di Gillespie sta anche nel modo in cui la sua enciclopedica passione per il rock’n’roll riesce a rendere organico e interessante tutto ciò che fa parte del suo universo. Il primo degli aspetti passati in rassegna è la la scrittura dei testi, che in Chaosmosis alludono più che in passato alla sfera personale. “Non è un album che parla della rottura di un rapporto ma delle sue fasi di stallo, quelle in cui manca la capacità di comunicare e la sofferenza si protrae per l’impossibilità di creare una connessione tra due individui. Mi sembrava un buon tema per un brano pop: sono canzoni d’amore nella loro versione più cupa, è la solitudine ad essere protagonista”.

Ma è quando arriviamo all’uso delle parole, che Gillespie tira fuori gli assi. “Sono un fan della musica nera degli anni ’60 e ‘70, mi piace il modo in cui molte canzoni blues e soul hanno testi diretti, un linguaggio colloquialefacile da capire. Questa è sempre stata la grande ispirazione per la mia scrittura, i brani soul vanno dritti al punto. Sono cresciuto con pezzi come Your Cheatin’ Heart di Hank Williams (ne canta qualche verso, NdR) o (If Loving You Is Wrong) I Don’t Want To Be Right, reinterpretata da vari musicisti tra cui The Faces – ‘Are you wrong to give your love, to a married man… And am I wrong trying to hold on, to the best thing I ever had’. Ho amato queste canzoni perché cantavano di storie vere, ed è quello che cerco di fare anche io con le mie.

Dopo la doppia collaborazione con Mark Stewart per Autonomia e Culturecide a cavallo tra 2012 e 2013, la presenza di Sky Ferreira in Chaosmosis ricorda, piuttosto, il duetto con Kate Moss ai tempi di Evil Heat in Some Velvet Morning. “La voce di Sky ha la capacità di trasmettere allo stesso tempo sofferenza ed estasi, un senso di vulnerabilità composto da forze contrastanti”. Descrizione che, alziamo le mani, sembra calzare perfettamente con lo spirito dell’album, in cui compaiono anche le Haim. Scelte che possono lasciare perplessi i seguaci dei Primals più acidi, dub e visionari, sebbene coinvolgere giovani leve sia un atteggiamento in linea con la vocazione nel diffondere (anche) nuova musica che Gillespie ha manifestato ultimamente tramite i social network.

A differenza della gran parte delle rockstar, la pagina Facebook dei Primal Scream è puntellata di consigli per gli ascolti che vanno da classici a band più o meno recenti – tra i favoriti, spiccano Foxygen, Allah Las e Deerhunter. “Trovo giusto parlare di giovani band che ritengo valide, contribuire a farle conoscere”. Su quella stessa pagina, è impossibile non notare anche i manifesti pro Corbyn o la maglietta con logo dei Black Flag su cui campeggia il nome di Bernie Sanders: attraverso i nuovi mezzi di comunicazione, Gillespie ha trovato un altro, potente megafono per esprimere il proprio dissensopolitico.

È a questo punto che, in un crescendo di concitazione e accento Glaswegian come neanche Jim Reid nell’85, il compagno Bobby si sfoga senza soluzione di continuità. “Un artista non può non essere influenzato dal contesto culturale che lo circonda: pittura, cinema, musica, ma soprattutto quello che succede in Europa e nel proprio Paese. Un artista non può vivere solo nel mondo dell’arte, deve essere attento a ciò che accade nella realtà e nelle strade. In Occidente condividiamo gli stessi problemi, dal Regno Unito alla Grecia, dagli Stati Uniti alla Germania, viviamo in un tempo fatto di rivoluzioni, in cui tutto cambia con velocità. Andiamo incontro a una nuova era oscura, in tutta Europa c’è una crescente diffusione di nuove forme di fascismo, dovute anche alle imposizioni del capitalismo finanziario: iniquità, durezza delle tasse e ristrettezze hanno reso milioni di persone incazzate. Questa insofferenza viene utilizzata come esca da gruppi nazionalisti e fascisti o dal fondamentalismo religioso. L’Europa è piena di angry kids, forse non dovrei dirlo ma ho l’impressione che persino coloro che hanno partecipato all’attacco del Bataclan siano giovani arrabbiati ed emarginati, che per questo ce l’hanno con la società francese; il capitalismo finanziario è un culto morto che sta conducendo le persone a uno spettacolo fatto di collera e disperazione, che si manifesta anche con suicidi, depressione, dipendenze. La società attuale ti dice che se non sei un individuo che produce ricchezzanon ha bisogno di te, ma l’integrazione è necessaria. Dall’alto si tende a indebolire la forza di volontà delle persone, a minare la voglia di combattere contro certe logiche. Il motivo per cui il popolo è disperato è legato alla mancanza di giustizia da parte delle istituzioni”.

Figlio di un sindacalista che negli anni 60 gestiva un club folk a Glasgow, Gillespie è cresciuto ascoltando i dischi di Ray Charles e Supremes dei genitori e con idee politiche molto chiare. In Come ho resuscitato il Brit Rock di Paolo Hewitt, McGee racconta che nonostante il fragoroso colpo di fulmine per il punk condiviso tra il ‘76 e il ‘77, Bobby abbia nutrito a lungo reticenze verso i Jam perché “Credeva che Weller fosse un conservatore”. Le idee socialiste sembrano inseparabili da quegli anni in cui Bobby era l’addetto alla stampa delle copertine delle primissime uscite Creation, biennio 1983/84. “Il punk mi ha plasmato da quando ero adolescente, è stata la ragione per cui ho iniziato a frequentare i concerti. Osservare i gruppi con quell’attitudine do it yourself è stato di enorme ispirazione: prima di suonare in una band facevo flyer, copertine e poster per i live. Il punk mi ha dato il coraggio di essere me stesso, di seguire l’indole di artista e sognatore”.

Incredibile quanto quel periodo storico torni come termine di paragone in relazione a Screamadelica e alla scena acid house in cui l’album fu creato. “Come nel punk, nel ’90 non c’era separazione tra produzione e fruizione musicale, noi eravamo tanto i fan quanto quelli che facevano musica. Erano cambiate le droghe – invece dello speed c’era l’ecstasy, senza cui Screamadelica non sarebbe nato – ma, come dieci anni prima, tra ’80 e ’90 ogni settimana uscivano album nuovi, da Detroit, L.A., Chicago: c’era un sacco di musica underground interessante e aggressiva, sentivi che in Inghilterra la scena acid house era il luogo in cui si concentrava il picco dell’energia positiva”. Ristampe recenti e venticinquennali imminenti a parte, Screamadelica fa capolino in Chaosmosis nei suoni del brano d’apertura, Trippin’ On Your Love: “Quando ho fatto sentire l’album a Andy Weatherall, mi ha detto ‘Oh, se conosco questa band!’, per poi restare shockato rispetto alla direzione inaspettata del resto del disco”.

Ma c’è ancora un altro legame. L’intenzione di concepire ogni brano come un singolo, obiettivo che i Primals avevano sia nel ‘90 sia durante la scrittura di Chaosmosis. “Siamo cresciuti con le radio Top 40, che negli anni 70 mandavano solo singoli: Bowie, T-Rex, Sweet, Roxy Music, Sex Pistols, The Jam, Clash. Anche guardando agli anni 60, Beatles, Stones, Kinks… La nostra cultura era fatta di singoli, non si pensava agli album ma a quei 12 pollici sperimentali e psichedelici e allo stesso tempo moderni. Come potevi passare in radio e farti conoscere se nonconbuoni singoli? Con Screamadelica sapevamo che, quando una band aveva dei singoli, diventava parte della cultura popolare. È così che entri nella testa delle persone, che si ricordano quelle canzoni per il resto della loro vita”. Just what is it that you want to do? We wanna be free, we wanna be free to do what we wanna do.

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I Primal Scream suoneranno in Italia il 18 luglio al Postepay Rock In Roma, il 19 luglio al Festival acieloaperto di Rocca Malatestiana (Cesena) e il 20 luglio al Mojotic Festival di Sestri Levante (Genova).

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Musica celestiale: intervista a Rick Moody https://minimaetmoralia.it/interviste/musica-celestiale-intervista-a-rick-moody/ https://minimaetmoralia.it/interviste/musica-celestiale-intervista-a-rick-moody/#comments Sat, 12 Dec 2015 06:30:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29353 Non è un mistero che l'autore di Cercasi batterista, chiamare Alice, Tempesta di ghiaccio e Rosso americano sia un grande cultore della materia musicale, un autorevole critico, nonché un musicista con tre dischi all'attivo con la sua band The Wingdale Community Singers.

Mentre negli Stati Uniti esce il nuovo romanzo, Hotels Of North America, Bompiani pubblica Musica celestiale, corposa raccolta degli articoli musicali di Rick Moody: si tratta di articoli nell'accezione più dilatata e divagante del termine che, per dirla con l'autore, “si prefiggono di illustrare tutto ciò che nella musica cantata e in quella strumentale è in grado di sopraffare il sottoscritto”.

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Non è un mistero che l’autore di Cercasi batterista, chiamare Alice, Tempesta di ghiaccio e Rosso americano sia un grande cultore della materia musicale, un autorevole critico, nonché un musicista con tre dischi all’attivo con la sua band The Wingdale Community Singers.

Mentre negli Stati Uniti esce il nuovo romanzo, Hotels Of North America, Bompiani pubblica Musica celestiale, corposa raccolta degli articoli musicali di Rick Moody: si tratta di articoli nell’accezione più dilatata e divagante del termine che, per dirla con l’autore, “si prefiggono di illustrare tutto ciò che nella musica cantata e in quella strumentale è in grado di sopraffare il sottoscritto”.

Scrivere di musica sembra essere un’attività compulsiva per te…

Compulsivo suggerirebbe qualcosa che si fa in modo automatico, non deliberato, come se io non avessi altra scelta, mentre la verità è che si tratta di qualcosa che faccio perché mi dà un’enorme gioia. Ho iniziato a scrivere di musica a causa della mia grande passione e, tranne rarissimi casi, ad accendere la scintilla che mi fa decidere di scrivere un pezzo è sempre l’entusiasmo per una canzone o un disco. Forse sembra compulsivo, mi rendo conto, perché mi capita fin troppo di frequente. Ma se capita così spesso è perché, semplicemente, io amo la musica.

Ascoltare musica è un’avventura?

Sì, è un’avventura perché quando ascolto musica non so mai dove sto andando, e questa è una cosa buona, spesso mi sento davvero un esploratore. Un esempio: quando ho sentito “Armed Forces” di Elvis Costello, nel 1978, stavo ascoltando principalmente cose prog rock, o meglio classic rock con un vago sapore prog. L’ascolto di “Green Shirt” da “Armed Forces”, però, ha cambiato tutto. Voglio dire, avevo già ascoltato “Never Mind The Bollocks” dei Sex Pistols e “77” dei Talking Heads, ma “Armed Forces” è stato il disco che mi ha fulminato e poi mandato a caccia di tutte le altre cose che ho ascoltato dopo, Television, Patti Smith, Ramones, Wire, The Fall, Pere Ubu, e così via. E quelle cose, a loro volta, mi hanno portato in altre direzioni.

Ciò che rende la musica incredibile, analizzando retrospettivamente i propri ascolti, sono le improvvise e spesso inaspettate prospettive che si aprono semplicemente seguendo le proprie inclinazioni. Al punto in cui mi trovo ora, c’è spazio soprattutto per musica strumentale e sperimentale, ma non sarei arrivato qui senza l’ascolto di “Green Shirt”.

Pensi che la ricerca di musica celestiale sia un obbligo morale?

Non esattamente, anche se ci sono degli aspetti morali da considerare quando si ha a che fare con l’arte. La musica, la letteratura, la pittura, il cinema, la danza, l’architettura, la fotografia sono il modo con cui impariamo a conoscere la coscienza umana. La musica celestiale del titolo suggerisce che qualcosa di sublime, in un modo o nell’altro, si muove, transita. E il sublime, espresso in musica o in altre forme artistiche, rende la vita un’esperienza migliore. Non sei obbligato a perseguirlo, ma se lo fai, con tutta probabilità, senti di aver impiegato il tuo tempo al meglio.

Puoi spiegare il tuo concetto di brutto in musica?

Non mi piace il country contemporaneo, che va molto nelle radio americane, soprattutto perché amo il country genuino di gente come George Jones, Waylon Jennings, Willie Nelson e, andando più indietro, la Carter Family. Questa nuova merda country, il più delle volte, non è altro che propaganda repubblicana. Sono parecchio resistente anche al cosiddetto smooth jazz. E molti tipi di elettronica mi fanno sentire peggio che sul lettino del dentista.

Un esempio? Skrillex. È un tipo di musica in nessun modo accettabile per me. Può capitare però che dentro una musica che non mi piace trovi col tempo qualcosa di buono. Mi è successo coi Grateful Dead, per esempio. Il punto è che se l’ascolto è un’avventura, come suggerivi prima, allora non ha senso irrigidirsi sulle proprie opinioni. Anzi, è bello ogni tanto cambiare parere.

Senti di avere una maggiore libertà quando scrivi di musica rispetto a quando scrivi fiction?

Il più delle volte scrivo di musica in modo poco tradizionale. Cerco di focalizzarmi sulla musica da una diversa angolazione, offrendo un mio punto di vista, ma in un certo senso faccio la stessa cosa quando scrivo fiction. Alla base ci sono impulsi identici. “Make It New!”, per dirla con i modernisti.

Su Musica celestiale scopriamo che il più bel concerto della tua vita è durato appena quarantacinque minuti, con sole cinque canzoni in scaletta. Sul palco c’erano i Lounge Lizards di John Lurie, era un concerto pomeridiano e forse nessun altro lo ritiene un concerto memorabile, tranne te. Non servono tre ore di show e un sacco di bis perché un concerto sia indimenticabile.

No. Anche i concerti punk alla fine degli anni Settanta erano molto brevi e spesso fortissimi. Nei primi anni Ottanta ho visto un concerto di Elvis Costello e degli Squeeze: mi piacque un casino e il tutto non durò più di un’ora e mezza, intendo entrambi i concerti insieme. Ho visto una breve esibizione dei Soul Coughing in un negozio di dischi all’epoca del loro primo tour e ricordo che fu grande. Un paio d’anni fa ho visto Mark Mulcahy cantare ad una festa di Natale, due chitarre acustiche e voce, durò non più di mezz’ora ma fu estremamente potente.

Incontri ogni tanto John Lurie?

Sì, siamo amici. E’ una persona che ammiro molto, è un uomo forte, generoso, intelligente, ed è stato uno dei grandi musicisti del nostro tempo. Mi piacerebbe vederlo più attivo, ma è stato piuttosto male (Lurie soffre della malattia di Lyme, nda) e credo non possa più suonare il suo sassofono. In compenso dipinge. Dovresti vedere i suoi quadri, è un fottuto pittore!

Credi che Musica celestiale sia un libro appetibile anche per chi non ama o non conosce Meredith Monk, Wilco, Magnetic Fields, Pogues e tutti gli altri musicisti di cui parli?

Beh, il pezzo sui Pogues, per esempio, è soprattutto un pezzo sulla musica irlandese in generale, e sulla malattia mentale negli artisti di origini irlandesi. I Pogues sono il pretesto per parlare del concetto di deterioramento nella musica irlandese e non solo. È anche vero, però, che mio padre, che ha ottant’anni, non è riuscito ad apprezzare il libro, troppo specifico per lui. “Musica celestiale” parla della musica degli ultimi quarant’anni, forse con meno enfasi riguardo quella degli ultimi cinque anni. Ecco, chi è interessato soltanto alla musica degli ultimi cinque anni, forse è meglio che si rivolga altrove.

Tre anni fa mi avevi detto che la tua top five di tutti i tempi era questa: “A Love Supreme” di John Coltrane, “Dub Housing” dei Pere Ubu, “Anthology Of American Folk Music”, “Dolmen Music” di Meredith Monk, “Music For Airports” di Brian Eno”.

Era una cinquina superlativa! Ma eccotene un’altra: “Blue” di Joni Mitchell, “Blood On The Tracks” di Bob Dylan, “Live In London And Paris” di Otis Redding, “Cosmic Tones For Mental Therapy” di Sun Ra e “Heroes Of The Blues: The Very Best Of Skip James”.

C’è stata una musica in particolare che ti ha aiutato nella scrittura del tuo nuovo romanzo, Hotels Of North America?

Beh, dando un’occhiata agli ascolti più frequenti su iTunes, pare che l’album che recentemente ho ascoltato di più sia stato “Lux” di Brian Eno.

Ma ho ascoltato molto anche “The Trackless Woods” di Iris DeMent, un grande disco, e sto ascoltando tuttora parecchio “I Dream A Highway” di Gillian Welch. Anche il nuovo album degli Yo La Tengo è davvero buono, credo ci scriverò qualcosa prima possibile.

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Intervista a Julien Temple https://minimaetmoralia.it/cinema/intervista-a-julien-temple/ https://minimaetmoralia.it/cinema/intervista-a-julien-temple/#comments Wed, 31 Dec 2014 06:00:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24834 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

"La prima volta che sono andato a Rio era il 1978, ero con i Sex Pistols per girare The Great Rock'n'Roll Swindle. L'ultima scena era su una barca insieme a Ronnie Biggs, il celebre bandito inglese che negli anni sessanta ha rapinato a un treno". A raccontare di Rio e dei Sex Pistols è Julien Temple, regista londinese celebre per i suoi bellissimi punk-rockumentary.

"Nel film Biggs cantava alcune canzoni insieme ai Sex Pistols, l'ultima su questa barca, e a fine canzone hanno buttato tutti gli strumenti e gli amplificatori in mare. Gli strumenti ce li aveva affittati una specie di gangster che quando siamo tornati a riva s'è presentato chiedendoci dove fossero. Non avevamo i soldi per ripagarli, per cui mi hanno lasciato in ostaggio al tizio e Malcolm McLaren ha garantito che avrebbe mandato i soldi. Soldi che logicamente poi non ha mandato, o quantomeno sono passate sei settimane prima che arrivassero. Così a venticinque anni mi sono ritrovato a Rio, in piena dittatura, senza un soldo e per sei settimane, a conoscere ogni strada mentre vagabondavo cercando di che vivere, che se ci pensi è anche un modo interessante per conoscere una città".

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

“La prima volta che sono andato a Rio era il 1978, ero con i Sex Pistols per girare The Great Rock’n’Roll Swindle. L’ultima scena era su una barca insieme a Ronnie Biggs, il celebre bandito inglese che negli anni sessanta ha rapinato a un treno”. A raccontare di Rio e dei Sex Pistols è Julien Temple, regista londinese celebre per i suoi bellissimi punk-rockumentary.

“Nel film Biggs cantava alcune canzoni insieme ai Sex Pistols, l’ultima su questa barca, e a fine canzone hanno buttato tutti gli strumenti e gli amplificatori in mare. Gli strumenti ce li aveva affittati una specie di gangster che quando siamo tornati a riva s’è presentato chiedendoci dove fossero. Non avevamo i soldi per ripagarli, per cui mi hanno lasciato in ostaggio al tizio e Malcolm McLaren ha garantito che avrebbe mandato i soldi. Soldi che logicamente poi non ha mandato, o quantomeno sono passate sei settimane prima che arrivassero. Così a venticinque anni mi sono ritrovato a Rio, in piena dittatura, senza un soldo e per sei settimane, a conoscere ogni strada mentre vagabondavo cercando di che vivere, che se ci pensi è anche un modo interessante per conoscere una città”.

A Rio Temple c’è poi tornato negli anni Ottanta con Mick Jagger, e di recente, per girare un impeccabile lungometraggio sulla città dal titolo Rio 50 Degrees: Carry On CaRIOca. Il film, che il 30 novembre è stato presentato in anteprima italiana alla presenza del regista al City Film Festival, festival di cinema documentario e fotografia quest’anno alla sua prima edizione, è il terzo lavoro in cui Temple si cimenta con una città come protagonista e territorio narrativo (Requiem for Detroit del 2010 e London, The Modern Babylon del 2012 sono i due amatissimi precedenti, entrambi proiettati nell’ambito del festival). Storia e architetture si mescolano grazie a un brillante uso e mixaggio di immagini nuove e di repertorio e canzoni, ricreando una sorta di cronistoria di atmosfere urbane, politiche e sentimentali e soprattutto suoni.

“Le città su cui faccio i miei film sono sempre definite dalla musica”, spiega Temple. “È anche per la musica che le scelgo. I miei film sono una sorta di viaggio a ritroso nel tempo, seguendo non la versione ufficiale della storia ma una più provocatoria. Musiche e immagini danno l’energia propulsiva che ti permette di viaggiare nel tempo”. O anche di trasformare la realtà in arte.

“Già negli anni venti esisteva un genere cinematografico che usava la musica per raccontare le città”, continua il regista, attualmente impegnato in un film sul chitarrista e cantautore Wilko Johnson al quale era stato diagnosticato un cancro al pancreas e dieci mesi di vita. Invece di fare la chemioterapia, Johnson partì in tour con la sua band per poi scoprire che il suo cancro era perfettamente curabile. “Alle origini del cinema ci sono film come Berlino. Sinfonia di una grande città o L’uomo con la macchina da presa. O A proposito di Nizza di Jean Vigo. Erano opere poetiche, sinfoniche e visive sulle città. Trovo sia interessante rifarlo adesso perché rispetto ad allora abbiamo un repertorio di un secolo di immagini in movimento sulle città e di musica registrata. Ed è esattamente questo che ti permette di viaggiare lungo un secolo riuscendo a creare una sorta di poema della città”.

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Rock e cinema. Che cosa resta https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/rock-e-cinema/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/rock-e-cinema/#comments Thu, 05 Jun 2014 09:32:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21230 È da poco uscito il nuovo numero di "Cineforum" con – tra le molte cose – un inserto su cinema e rock con scritti di Roberto Manassero, Matteo Marelli, Simone Emiliani. Invito i lettori di m&m a leggere la rivista e visitare il sempre attivisimo sito di Cineforum. Ringrazio il direttore Adriano Piccardi per avermi interpellato sul tema. Questo il mio intervento.

Quale futuro ha il già ambiguo sodalizio tra cinema e rock ora che Brown Sugar è diventata musica da aeroporto e le note di John Lennon accompagnano senza imbarazzo le pubblicità di banche e compagnie assicurative?

Ci ha messo mezzo secolo e forse anche meno, il genere che nacque dal magnifico furto di Elvis Presley ai danni di Chuck Berry e forse iniziò a suicidarsi coi Sex Pistols durante il Giubileo d'argento della regina Elisabetta, per invertire l'onere della prova davanti all'opinione pubblica (se ai benpensanti degli anni Cinquanta che guardavano l'Ed Sullivan Show doveva dimostrare di essere socialmente accettabile, adesso un rocker che compaia su uno schermo televisivo – all'Isola dei famosi ci è finito perfino Johnny Lydon – è reazionario fino a prova contraria).

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È da poco uscito il nuovo numero di “Cineforum” con – tra le molte cose – un inserto su cinema e rock con scritti di Roberto Manassero, Matteo Marelli, Simone Emiliani. Invito i lettori di m&m a leggere la rivista e visitare il sempre attivisimo sito di Cineforum. Ringrazio il direttore Adriano Piccardi per avermi interpellato sul tema. Questo il mio intervento.

Quale futuro ha il già ambiguo sodalizio tra cinema e rock ora che Brown Sugar è diventata musica da aeroporto e le note di John Lennon accompagnano senza imbarazzo le pubblicità di banche e compagnie assicurative?

Ci ha messo mezzo secolo e forse anche meno, il genere che nacque dal magnifico furto di Elvis Presley ai danni di Chuck Berry e forse iniziò a suicidarsi coi Sex Pistols durante il Giubileo d’argento della regina Elisabetta, per invertire l’onere della prova davanti all’opinione pubblica (se ai benpensanti degli anni Cinquanta che guardavano l’Ed Sullivan Show doveva dimostrare di essere socialmente accettabile, adesso un rocker che compaia su uno schermo televisivo – all’Isola dei famosi ci è finito perfino Johnny Lydon – è reazionario fino a prova contraria).

Il problema è che, rispetto al vecchio patto con il diavolo che Robert Johnson siglò a un crocicchio nelle campagne del Mississippi dando vita al delta blues (l’anima in cambio della tecnica del fingerpicking, che se si vuole anticipa in salsa rurale l’acquisizione della dodecafonia nel Doktor Faustus di Thomas Mann), nel rock l’inevitabile vendita dell’anima, oltre a tecnica e ispirazione, chiede in cambio successo, fama, soldi, stravizi, e grosse ville con piscina a forma di Fender Stratocaster circondate da fenicotteri rosa che vegliano il viavai di un esercito di groupies più o meno maggiorenni. Ovvio che rispetto alla classica, all’avanguardia, al jazz, il rock mescoli continuamente genio e sbruffoneria, tentazioni ascetiche e show business dozzinale, carica liberatoria e inquietante vocazione marziale e tribunizia (nessuno come Roger Waters ha evidenziato, con le solite esagerazioni, come i quattro quarti possano rompere il muro dell’alienazione e pochi secondi dopo diventare un perfetto aggiornamento del metronomo che scandisce il passo delle camicie brune).

Di questa particolare ambiguità i bravi registi cinematografici sono abbastanza consapevoli. I più avvertiti sanno bene che convocare il carrozzone del rock nei propri film può sortire buoni effetti a patto di non prenderlo troppo sul serio. A condizione cioè di giocarci, di manipolarlo, di non sentire il peso del mito scomodato di volta in volta se risponde al nome di un Lou Reed o un David Bowie, di ridurlo metterlo al proprio servizio evitando che accada il contrario. Metti un pezzo epico in un film senza condire il tutto con ironia o straniamento e avrai quasi sempre qualcosa di ampolloso e pacchiano. Le eccezioni confermano la regola. È miracoloso, ad esempio, quanto The End dei Doors risulti credibile in Apocalypse Now. Analogamente, il modo in cui Knocking on the Heaven’s Door irrompe in Pat Garret and Billy the Kid è da brividi per come musica e immagini si tirino vicendevolmente su l’una con le altre in un crescendo che, con tutta la sua brutalità, si circonda di un nitore davvero elegiaco, un effetto che solo l’incontro tra due che giocavano stupendamente alle tre carte con i concetti di presenza e elusione come Dylan e Peckinpah poteva generare.

Ma appunto, si tratta di eccezioni. Ogni volta che ripenso a quanto è fuori luogo Shine On You Crazy Diamond durante i funerali di Moro in Buongiorno notte ringrazio i Pink Floyd per non aver concesso a Stanley Kubrick l’uso di Atom Heart Mother in Arancia meccanica e quest’ultimo per aver puntato sul Beethoven violentato elettronicamente da Wendy Carlos (in un film in cui tutto è orrore e dileggio, Kubrick avrebbe magari sgonfiato a dovere la psichedelia vicina alla scuola di Canterbury di una certa sua pomposità; ma come dire… Beethoven mi sembra avere spalle abbastanza larghe da reggere meglio lo scherzo).

Pomposi i Pink Floyd e la scuola di Canterbury? Sì, ma solo al cinema. Ho come l’impressione che il fatto di uscire dai solchi di un vinile (o dagli algoritmi di un mp3) per diventare lo sfondo sonoro di immagini in movimento, tiri fuori da un pezzo rock una prosopopea e una pretenziosità che nella dimensione puramente sonora rimangono a un perenne stato di latenza, creando invece sullo schermo (perfino per capolavori come Dark Side of the Moon) nel migliore dei casi l’effetto videoclip e nei peggiori lo scadimento nel kitsch involontario.

Il rock nel cinema, insomma, bisogna evitare di assumerlo in forma pura. Va allora benissimo (è cioè da questo punto di vista una scelta di intelligenza) se You Never Can Tell di Chuck Berry viene fatto suonare in un locale degli anni Novanta ricostruito parodisticamente come un locale degli anni Cinquanta – con tanto di sosia di Marilyn Monroe – come fa Quentin Tarantino per allestire la famosa scena del twist (il Jack Rabbit Slim’s Twist Contest) tra Uma Thurman e John Travolta in Pulp Fiction. Va bene seguire un tossico nel languore accecato di un’overdose facendo partire Perfect Day di Lou Reed, ma a patto che nelle scene attigue un logorroico ragazzo ossigenato cresciuto a Edimburgo che di nome fa Sick Boy ripassi ossessivamente la filmografia di Sean Connery per sfuggire al complesso del provinciale (il caso di Trainspotting).

Allo stesso modo, David Lynch è assolutamente credibile quando utilizza le atmosfere sognanti di Blue Velvet (e il candore ipersaturo degli anni Cinquanta americani) per sottolineare a contrasto la brutalità di Hopper/Frank verso la non del tutto dispiaciuta Rossellini/Dorothy. E ancora meglio forse riesce a fare sempre Lynch quando affronta il lato latentemente kitsch del rock immergendolo (e quindi portandolo a uno scontro frontale) in quella volontaria e magnifica apoteosi del kitsch che è Cuore selvaggio.

Nel momento in cui ad esempio, sempre in Cuore selvaggio, dopo aver ascoltato Slaughterhouse durante un’esibizione live dei Powermad (un gruppo speed metal) Cage/Salior punta con serietà e fierezza il dito verso i membri della band e dice loro: “ragazzi, voi avete qualcosa che mi ricorda il grande Elvis” (e subito dopo, in modo altrettanto assurdo e incomprensibile, parte in effetti la sentimentalissima Love Me di Lieber/Stoller resa celebre proprio da Presley) l’effetto è così potentemente comico da lambire il disturbante da una parte e un autentico struggimento dall’altra (mentre da ragazzino guardavo quella scena, non potevo fare a meno di desiderare la mia personale Lula che ancora non avevo incontrato, ma, allo stesso tempo, era difficile non farsi prendere da un cupo sentimento che la morte di Elvis e quella di Judy Garland – Cuore selvaggio è tra le altre cose una parodia del Mago di Oz – rendono molto bene). In senso opposto, quando Lynch in Lost Hyghway usa in modo lineare Marilyn Manson per creare un effetto drammatico, il gioco funziona meno.

Quello che dico per questo genere di film credo valga a maggior ragione per i rock-movie veri e propri. Quanto la leggerezza glam di The Rocky Horror Picture Show risulta più efficace della retorica del pur non brutto The Wall? E quanto The Blues Brothers evita le trappole in cui cade continuamente Purple Rain?

Tralascerò le autocelebrazioni (il sottovalutato Rattle and Hum degli U2 perde su schermo) per sollevare un interrogativo su quanto le biopic sui divi del rock possano risultare belle di per sé, indipendentemente dalla leggenda che circonda l’oggetto del racconto (ho amato molto I’m Not There di Todd Haynes, ma continuo a domandarmi se e quanto l’avrei apprezzato se non conoscessi abbastanza bene – dalle contestazioni al Newport Folk Festival all’incidente motociclistico di Woodstock ecc. – i punti salienti della biografia di Dylan). Fu credibile trent’anni fa l’incontro tra underground visivo e musicale nella breve stagione del cinema della tragressione (da Richard Kern a Lydia Lunch). Sono in diverso modo ancora attendibili, nonché ovviamente difficili da evitare, certe colonne sonore quando servono a storicizzare un’epoca (i Jefferson Airplane usati dai fratelli Coen in A Serious Man, i Lynryd Skynryd e altra compagnia cantante in Almost Famous…) ma la vera domanda è: quanto e in che modo, in un film ambientato oggi, un pezzo rock può risultare ancora efficace e sostenibile? Cosa ne è del rock perfino al cinema dopo che (come dice Philip Seymour Hoffman/Lester Bangs al suo giovane discepolo in una scena proprio di Almost Famous) questo genere ha esalato “il rantolo della morte, l’ultimo singulto, l’ultimo annaspo”, dopo che insomma non solo lo show business si è divorato tutta la spontaneità e una parte dello spirito creativo, per non parlare dei contraccolpi sociali sempre meno intensi e autentici (cosa che il vero Bangs nei suoi articoli fotografava già in modo spietato e struggente durante gli anni Settanta), ma addirittura è crollata anche l’industria?

I più recenti tentativi di utilizzare il post rock per raccontare gli adolescenti della West Coast americana (fossero esperiti in salsa shakespeariana da Baz Luhrman o affidati ai rampolli della famiglia Coppola) risultano per ciò che mi riguarda al massimo carini, elegantemente decaffeinati e facilmente digeribili. Acqua frizzante, nemmeno Southern Comfort. Il concerto dei Rolling Stones filmato da Scorsese in Shine a Light è a propria volta così tecnicamente bello (una bellezza appunto definitiva) da elevarsi al centro del Beacon Theatre di New York in tutta l’eleganza in cui si può stagliare un catafalco funebre.

Insomma, se nel 2013 il rock è sempre più meravigliosa archeologia nelle cuffie dei nostri I-pod (qualcosa che si può ormai cominciare ad amare come facciamo con le Variazioni Goldberg o le Demoiselles d’Avignon, facendo a meno cioè del contesto che gli diede vita, e non avendo soprattutto la pretesa/velleità di farne in qualche modo ancora parte attiva) perché mai davanti a uno schermo cinematografico questa musica dovrebbe resuscitare con la stessa spontaneità che laggiù a Memphis, tanto tempo fa, negli studi della Sun Records, fece ritrovare all’improvviso Elvis Presley davanti a una nuova forma di vita?

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Free Pussy Riot https://minimaetmoralia.it/cultura/free-pussy-riot/ https://minimaetmoralia.it/cultura/free-pussy-riot/#respond Mon, 23 Dec 2013 14:31:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17158 Oggi sono state rilasciate le due Pussy Riot Maria Alyokhina e Nadia Tolokonnikova. Questa è la versione integrale di un pezzo uscito sull'ultimo numero di XL la Repubblica.

Le Pussy Riot sono un collettivo punk femminista nato a Mosca nell’estate del 2011, il giorno stesso in cui è stato annunciato il ritorno di Putin. La loro arte sta in performance pubbliche di dissidenza politica, come quella del febbraio 2012 nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca che ha visto l’arresto di tre di loro e la condanna a due anni di reclusione.

La storia delle Pussy Riot accade oggi davanti ai nostri occhi. È una storia di oppressione e di rivolta, in cui l’estetica e l’attitudine punk ritornano sulla scena più contemporanee e opportune che mai a manifestare la diversità dal comune obbedire, il desiderio politico e sentimentale di cambiare lo stato delle cose malgrado l’evidente distanza tra un manipolo di ventenni femministe che cantano coi passamontagna colorati in testa e la Russia ingombrante, millenaria, devota a Putin e a Dio, profondamente sessista, ferma nella propria evoluzione da qualche parte nell’ottocento. Come faranno le nostre Pussy Riot a vincere?

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Oggi sono state rilasciate le due Pussy Riot Maria Alyokhina e Nadia Tolokonnikova. Questa è la versione integrale di un pezzo uscito sull’ultimo numero di XL la Repubblica.

Le Pussy Riot sono un collettivo punk femminista nato a Mosca nell’estate del 2011, il giorno stesso in cui è stato annunciato il ritorno di Putin. La loro arte sta in performance pubbliche di dissidenza politica, come quella del febbraio 2012 nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca che ha visto l’arresto di tre di loro e la condanna a due anni di reclusione.

La storia delle Pussy Riot accade oggi davanti ai nostri occhi. È una storia di oppressione e di rivolta, in cui l’estetica e l’attitudine punk ritornano sulla scena più contemporanee e opportune che mai a manifestare la diversità dal comune obbedire, il desiderio politico e sentimentale di cambiare lo stato delle cose malgrado l’evidente distanza tra un manipolo di ventenni femministe che cantano coi passamontagna colorati in testa e la Russia ingombrante, millenaria, devota a Putin e a Dio, profondamente sessista, ferma nella propria evoluzione da qualche parte nell’ottocento. Come faranno le nostre Pussy Riot a vincere?

Le armi di cui dispongono sono la trasversalissima femminilità contemporanea (che è femminista ma è anche gay e queer e ha nella diversità la propria forza) e un certo modo di essere eroine (e supereroine) che si direbbe appartenere più a romanzi, cinema e fumetti che alla vita vera. A definire le Pussy Riot sono poi il punk, l’attivismo politico, la religione (meglio, l’opporsi a un certo modo di pensare e di praticare la religione), la parola riot, che è al tempo stesso rivolta ma anche dissenso. Ed è un dissenso costruttivo il loro, è volontà e urgenza. Quel riot loro lo portano con eleganza, sfrontatezza e coraggio. Come i passamontagna che hanno in testa e i vestiti coloratissimi con cui hanno trovato un modo tutto loro per non restare invisibili, per rendersi riconoscibili anche in mezzo a una folla di milioni, per esprimere positività malgrado la cattività del contesto geopolitico in cui si muovono.

Avessi vent’anni andrei in Russia e diventerei una Pussy Riot. Me lo dico uscendo da un cinema di New York dopo avere visto il documentario di Mike Lerner e Maxim Pozdorovkin Pussy Riot: A Punk Prayer (dal 12 dicembre nelle sale italiane distribuito da I Wonder e in dvd per Feltrinelli Real Cinema, mentre il 25 febbraio uscirà in America per Riverhead Trade il bel libro-reportage della giornalista Masha Gessen Words Will Break Cement: The Passion of Pussy Riot). All’anteprima americana del film c’era Patti Smith che pochi giorni dopo, a un concerto organizzato per festeggiare e ricordare Federico García Lorca, poeta spagnolo ucciso dai franchisti nel 1936, dirà: “La distanza tra García Lorca e le Pussy Riot o i giovani che manifestano a Istanbul non è tanta. Dobbiamo difendere il diritto alla parola perché è l’unico diritto che ci hanno lasciato”. Così Patti Smith, che se avesse vent’anni e vivesse in Russia sarebbe anche lei una Pussy Riot.

Del documentario sulle Pussy Riot di Lerner e Pozdorovkin va detto che è un film bellissimo, è pieno di storia e informazione, e tutti dovrebbero vederlo. Lo vedi e ti accorgi di quanto poco pop e molto politica sia la storia delle Pussy Riot. Lo vedi e capisci che la Russia non è affatto come te la immagini, che lì il femminismo non è ancora datato né anacronistico, che il punk ha ancora un’urgenza, un’attualità e una giovinezza tutte sue. Lo vedi e rimani inchiodato a una frase di Majakowskij citata in esergo che dice: “L’arte non è uno specchio per riflettere il mondo, ma un martello per forgiarlo”. Poi mi viene in mente un titolo di un reportage sulle Pussy Riot fatto dal settimanale francese les Inrocks. Diceva: “Poutine reveille le punk”, Putin risveglia il punk. Quasi gli siamo grati che l’abbia risvegliato.

Ma il punk non è tutto la stessa cosa. La distanza tra Pussy Riot e Sex Pistols, per esempio, la spiega benissimo Alessandra Cristofari in un breve documentatissimo saggio-reportage pubblicato lo scorso gennaio (Free Pussy Riot! Viaggio nella Russia di Putin, Editori Internazionali Riuniti, pagg. 108, 8,50 euro). In un primo momento sembra avvicinare tra le loro le due band, citando Johnny Rotten, leader della band inglese che il giorno della celebrazione del Giubileo d’Argento della Regina Elisabetta salì su una barca sul Tamigi (affittata dal manager) per cantare God Save the Queen in direzione di Westmister. Dice Rotten: “Non si scrive una canzone come God Save the Queen perché si odiano gli inglesi. Si scrive una canzone come questa perché si amano e si è stanchi di vederli maltrattati”. Subito dopo però fa parlare una delle Pussy Riot che senza girarci intorno in un’intervista rilasciata al St. Petersburg Times nel febbraio 2012 prende le dovute distanze dalla band inglese, alza la posta e dice: “È difficile riconoscere un reale elemento di protesta se si esegue la protesta su una barca che è stata presa regolarmente in affitto; al massimo si tratta di una performance commerciale. Non c’è nessuna affinità con noi perché noi non abbiamo mai affittato niente e non abbiamo intenzione di farlo, noi utilizziamo gli spazi che non ci appartengono e li utilizziamo gratis”.

“Cosa sono le Pussy Riot? Un gruppo punk femminista”. Mentre lo dice Nadia (Nadežda Tolokonniková, nata nel 1989, madre di una bambina, tra le fondatrici delle Pussy Riot, arrestata nel febbraio 2012 e condannata a due anni di detenzione, recentemente trasferita in una colonia penale in Siberia) guarda in camera da dietro le sbarre della cella da cui assiste al proprio processo. Dice questo, e dice anche che il loro è solo uno dei tanti gruppi punk femministi che dovrebbero esserci in Russia. I tanti gruppi punk femministi però in Russia non ci sono. E la misura dell’assenza di democrazia in Russia viene data dal fatto che le Pussy Riot siano un caso unico nella Russia di Putin. Nell’agosto del 2012 Madonna ha chiuso la tournée in Russia con un passamontagna in testa e la scritta Pussy Riot sulla schiena. Milioni di ragazzine russe l’hanno vista schierarsi apertamente con le Pussy Riot e ignorare gli insulti dell’assai poco elegante vicepremier russo Dmitry Rogozin (in un tweet ha commentato: “Tutte le ex prostitute tendono a dare in giro lezioni di morale quando invecchiano”).

Insieme a Madonna e a Patti Smith hanno manifestato la propria solidarietà alle Pussy Riot Sting, gli U2, Yoko Ono, Adele, Elton John, Bryan Adams, Courtney Love, i Radiohead, Bruce Springsteen, i Coldplay, gli Arcade Fire, Paul McCartney, i Portishead, Bjork, Cat Power, il filosofo Slavoj Žižek (l’interessante e appassionato scambio epistolare tra il filosofo e Nadia è stato recentemente pubblicato da Micromega). Peaches ha fatto una canzone che si chiama Free Pussy Riot e ci ha girato un video. Non si ha però notizia di altri collettivi di ragazze russe che come le Pussy Riot si siano messe a fare punk politico. In un’intervista rilasciata pochi giorni prima della performance nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, un giornalista americano ha chiesto: “Le Pussy Riot cercano nuovi membri?” Una di loro ha risposto: “Lei conosce qualcuno che voglia venire a Mosca, fare concerti illegalmente, e aiutarci a combattere Putin e gli sciovinisti russi?”

Al processo, chiamata a difendersi, Masha (Maria Alëchina, nata nel 1988, anche lei madre di un bambino, anche lei Pussy Riot, anche lei arrestata e condannata a due anni di detenzione) dice che è la sete di libertà a renderci un po’ più liberi. Al processo Nadia dice: “Anche se fisicamente siamo qui, ci sentiamo più libere di tutti coloro che siedono di fronte a noi, dalla parte dell’accusa. Possiamo dire ciò che vogliamo e diciamo ciò che vogliamo. L’accusa può dire solo ciò che è permesso dalla censura politica. Non possono dire preghiera punk, o Maria Vergine, liberaci da Putin”. C’è un piccolo libro pubblicato l’anno scorso in Italia che raccoglie i testi (canzoni, lettere, atti processuali) delle Pussy Riot. Il libro si chiama Pussy Riot. Una preghiera punk per la libertà (Il saggiatore, pagg. 144, 12 euro) e dentro c’è una lettera dal carcere di Masha che dice: “Io e la mia unica compagna di cella, Nina, dormiamo vestite su brande di metallo. Lei dorme in pelliccia, io con un cappotto. In cella fa così freddo che abbiamo il naso arrossato e i piedi gelati, ma non è permesso infilarsi sotto le coperte fino al suono della campanella notturna. Le crepe negli infissi sono tappate con assorbenti igienici e pezzi di pane”.

Della sua permanenza in galera Nadia dice che se hai la salute va anche bene. Che lì hai sempre il tuo cervello, la coscienza e l’anima. Che fintanto che pensi non è il posto peggiore dove stare. A un certo punto del film, fuori da una chiesa russa ortodossa, ci sono degli strani ortodossi dal look heavy metal che manifestano contro le Pussy Riot. Sono esclusivamente uomini, di una certa età, sulle magliette hanno stampato teschi e la scritta ORTODOSSIA O MORTE, alla telecamera che li riprende dicono che se non sei ortodosso muori. Li guardi e pensi che in effetti la galera di Nadia non è il posto peggiore dove stare.

Le ragioni per cui hanno arrestato Masha, Nadia e Katia (Yekaterina Samucevič, 1981, l’unica delle tre a essere liberata, fuori dal carcere continua a essere una Pussy Riot) sono l’avere violato le regole della chiesa russa ortodossa indossando vestiti inappropriati. Portare “maschere provocatorie con gli occhi tagliati” (sarebbero i passamontagna) è violare le regole della chiesa russa ortodossa. Portare la calzamaglia gialla è violare le regole della chiesa russa ortodossa. Più ufficialmente, con la performance del febbraio 2012 dentro la cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca hanno violato l’articolo 213.2 del codice penale russo, ovvero hanno turbato l’ordine sociale con un atto di teppismo che mostra mancanza di rispetto per la società ed è motivato da odio o ostilità religiosa. L’atto di teppismo sono quaranta secondi di performance non violenta che ha visto cinque Pussy Riot dentro la cattedrale cantare e ballare con i passamontagna e i vestiti colorati. Dice Nadia in una lettera dal carcere: “Se duemila anni fa fosse esistito l’articolo 213, Gesù sarebbe stato accusato di teppismo”. La canzone che hanno cantato si chiama Maria Vergine, liberaci da Putin (preghiera punk). L’hanno cantata sull’altare perché l’altare è un luogo vietato alle donne. Il loro era un gesto femminista. La canzone dice: Maria Vergine, Madre di Dio, diventa femminista, diventa femminista, diventa femminista. E poi dice: Maria, Madre di Dio, protesta al nostro fianco. E alla fine: Maria Vergine, Madre di Dio, liberaci da Putin, liberaci da Putin, liberaci da Putin.

Quando le viene chiesto perché tra tanti posti hanno scelto proprio la cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, Nadia risponde: “È simbolo dell’unione tra Chiesa e Stato che non dovrebbe esserci”. Nel settembre del 2012 il settimanale tedesco Der Spiegel le ha chiesto se si è pentita. E lei: “No, non mi pento di niente. Se hai paura dei lupi, dovresti evitare le foreste”.

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Tutto il resto è punk https://minimaetmoralia.it/musica/richard-hell-punk/ https://minimaetmoralia.it/musica/richard-hell-punk/#comments Mon, 10 Jun 2013 13:39:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14597 Questo pezzo è uscito sul numero di maggio di XL - la Repubblica.

“Exploitation?” La domanda in realtà è retorica, ed è la risposta che mi dà Richard Hell quando lo interrogo sulle ragioni di così tanto punk in città in questi e nei prossimi mesi. La città dove siamo e di cui parliamo è New York City, e lo “sfruttamento” a cui allude Hell riguarda il punk. Qui musei, biblioteche e vari spazi più o meno istituzionali sembrano fare a gara nel trovare l’evento più irriverente da proporre alla gente, mentre le librerie dedicano sempre più spazi a imponenti libri che, trattando il punk come fosse mitologia greca, raccontano per immagini e testimonianze più o meno dirette le varianti della storia. Un punk risorto, si direbbe. O forse soltanto un modo, a distanza di decenni dai tempi in cui si andava al CBGB’s ad ascoltare i Ramones e Richard Hell, pogare e sputare, per cavarci fuori qualcosa di utile.

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Questo pezzo è uscito sul numero di maggio di XL – la Repubblica.

“Exploitation?” La domanda in realtà è retorica, ed è la risposta che mi dà Richard Hell quando lo interrogo sulle ragioni di così tanto punk in città in questi e nei prossimi mesi. La città dove siamo e di cui parliamo è New York City, e lo “sfruttamento” a cui allude Hell riguarda il punk. Qui musei, biblioteche e vari spazi più o meno istituzionali sembrano fare a gara nel trovare l’evento più irriverente da proporre alla gente, mentre le librerie dedicano sempre più spazi a imponenti libri che, trattando il punk come fosse mitologia greca, raccontano per immagini e testimonianze più o meno dirette le varianti della storia. Un punk risorto, si direbbe. O forse soltanto un modo, a distanza di decenni dai tempi in cui si andava al CBGB’s ad ascoltare i Ramones e Richard Hell, pogare e sputare, per cavarci fuori qualcosa di utile.

L’ultimo e tra i più attesi eventi di questa stagione è una mostra imponente e molto cool al MET, il Metropolitan Museum of Art di New York: PUNK: Chaos to Couture (dal 9 maggio al 14 agosto). Per avere un parametro della mondanità dell’evento, basta dire che a precederlo, la sera del 6 maggio, è un (decisamente poco punk) gala di beneficenza con testimonial l’attrice Rooney Mara, la giornalista di Vogue e socialite newyorkese Lauren Santo Domingo, lo stilista Riccardo Tisci e la regina della moda Anna Wintour. Indubbiamente più “couture” che “chaos”, anche se la mostra al MET è solo uno di una lunga infilata di eventi che ultimamente sembrano avere come obiettivo quello di trasformare la città in una sorta di parco a tema punk. Piacevole per certi versi, vagamente inquietante per altri.

Sono a New York da un paio di mesi e ho già presenziato, nell’ordine: 1. a un concerto sinfonico per bambini con Patti Smith a fare da voce narrante al Lincoln Center e a un suo mini live per l’inaugurazione della sede estiva del MOMA PS1 a Rockaway Beach; 2. alla proiezione di Punking Out, raro documentario del 1978 sul CBGB’s e la scena punk newyorkese, e a un incontro dibattito con Debbie Harry e Chris Stein dei Blondie e il giornalista Will Hermes (autore del bel libro sulla scena musicale newyorkese di metà anni settanta Love Goes to Buildings on Fire: Five Years in New York That Changed Music Forever, Faber & Faber), alla New York Public Library for the Performing Arts sempre al Lincoln Center; 3. a tre presentazioni, una con party annesso dentro uno degli edifici della New York University, dell’affascinante autobiografia di Richard Hell I Dreamed I Was a Very Clean Tramp(Ecco/HarperCollins).

Sempre in questi due mesi ho comprato e letto, insieme al libro di Hell, i bei volumi illustrati The Best of Punk Magazine curato da John Holstrom (It Books), Punk: An Aesthetic a cura di Johan Kugelberg e con scritti di Jon Savage, William Gibson e Linder Sterling (Rizzoli New York) e Punk Press: Rebel Rock in the Underground Press 1968-1980 di Vincent Bernière e Mariel Primois (Harry N. Abrams). Non sono una punk e nemmeno una nostalgica, solo consumo il meglio di quello che mi offre la piazza.

Per una sintesi perfetta dell’attitudine punk, del resto, è sufficiente ascoltare uno scambio di battute tra Debbie Harry e Will Hermes seduti davanti a una foto scattata a un certo punto degli anni settanta da Christ Stein. Nella foto Debbie Harry è con Joan Jett. Hermes le chiede: “Dove l’hai presa la maglietta che hai nella foto?” E Debbie Harry: “Al supermercato, mi pare”. Ecco, questo era il punk.

E se i migliori (e più glamour) della scena le magliette le compravano al supermercato, fa sorridere l’idea che il MET oggi dedichi una delle sue mostre di punta al punk, spiegando alle masse come una moda nata proprio per non essere alla moda sia stata copiata da stilisti, grandi case di moda e parrucchieri per trasformarla in qualcosa d’altro, di elegante, di estremamente costoso. Evoluzione indubbiamente vera (accadeva già in tempo reale in Inghilterra con i Sex Pistols, Malcolm McLaren e Vivienne Westwood in una piccola boutique di King Road ora riprodotta in scala all’interno del MET) testimoniata oggi e in questi ultimi quarant’anni dalle collezioni di John Galliano, Alexander McQueen, Katherine Hamnett o Moschino.

Scrive Hell nella sua autobiografia parlando di vestiti e tagli di capelli: “Era una cosa che dovevi farti da solo, e con cui esibivi il tuo essere libero dalla proprietà, e anche dall’eleganza”. Per essere liberi dell’eleganza i punk si strappavano i vestiti e si tagliavano i capelli da soli, ignari che il DIY (Do It Yourself, ovvero “fai da te”) sarebbe diventato anch’esso una moda. Detto con altre parole, e non alludendo solo alla moda, puoi provare a controllare il tuo di futuro (o deciderne di non averne) ma non puoi prevedere il futuro degli altri.

A proposito del “no future”, slogan che salta fuori ogni volta che si parla di punk, è illuminante Hell nel suo libro lì dove spiega che non c’è niente di nichilista, suicida o pessimista nel dire e nel pensare che il punk o il rock and roll non abbiano futuro. Dice: “È l’adolescenza a non avere futuro, e il rock and roll è la musica dell’adolescenza”. Ovvero, non puoi essere adolescente per tutta la vita, e quando cresci è anche il caso che molli. Ancora Hell, in un’intervista rilasciata a Lester Bangs nel 1977, esagerando per schivare gli stereotipi già all’epoca ampiamente abusati: “Una cosa che ho cercato di restituire al rock and roll è la consapevolezza che sei tu che inventi te stesso. È per questo che ho cambiato nome, che mi sono inventato look, taglio di capelli e tutto il resto. Perché è normale che se inventi te stesso, poi ti ami. L’idea di inventare te stesso consiste nel creare la tua immagine più ideale. E quindi è una cosa totalmente positiva”. In quella stessa intervista Hell riuscì a dire che alla fine anche il “blank”, lo spazio vuoto della sua canzone Blank Generation, era positivo. “È una riga che puoi riempire come ti pare. È una cosa positiva. L’idea è che puoi scegliere di fare di te tutto quello che vuoi, sei tu a riempire lo spazio vuoto”. Oggi dice che il ragionamento è verosimile, ma che era anche una forzatura dettata dal non volere essere trasformato da Bangs in simbolo di anti-vita. Di sicuro c’è che il punk, quantomeno come moda, è tutt’altro che morto.

Nel sito dell’autorevole e leggendaria rivista Punk (creata da John Holmstrom, Ged Dunn e Legs McNeil nel 1975, sdoganando al mondo il termine “punk rock” inventato pochi anni prima dai giornalisti di Creem), per esempio, si vendono portachiavi. Uno esibisce la scritta “Watch Out! Punk Is Coming!!” (Stai attento! Il punk sta arrivando!!), alludendo a un improbabile futuro di cui è poco chiaro quale scena musicale potrà mai farne parte.  A casa di Hell, in testa a una piccola pila di cd, svetta il primo album dei Libertines. Quel disco ha più di dieci anni, ma verrebbe da dire che a oggi resta una delle cose più punk di questo nuovo millennio.

La scorsa estate sempre a New York, ad anticipare il gran rispolvero che sarebbe avvenuto quest’anno, il CBGB’s (meglio: quel che ne resta, ovvero il logo) ha provato a riesumarsi da sé organizzando un grande festival. Quattro giorni in cui in vari locali downtown hanno suonato più di trecento band e in un paio di cinema hanno proiettato il meglio dei documentari sulla scena punk e non solo. Di quel festival ho visto qualche live e molti buoni film, ma l’unica cosa di cui ho memoria è un furgone fast-food posteggiato davanti a uno dei cinema che ospitava il festival. Sul furgone la scritta “Marky Ramone’s Brooklyn’s Own Marinara Pasta Sauce” (sugo per pasta alla marinara di Marky Ramone, Brooklyn), e in bella vista decine di barattoli di salsa di pomodoro con disegnato sull’etichetta nera, a mo’ di logo dei Ramones, Marky che suona la batteria. Una cosa così non la dimentichi. E poi però ci ripensi e dici: già, ma anche questo è punk.

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