Shane Jones Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/shane-jones/ un blog di approfondimento culturale Wed, 20 May 2020 08:00:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Shane Jones Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/shane-jones/ 32 32 Nuovi modi di raccontare il contemporaneo: Intervista a Shane Jones https://minimaetmoralia.it/libri/nuovi-modi-raccontare-contemporaneo-intervista-shane-jones/ https://minimaetmoralia.it/libri/nuovi-modi-raccontare-contemporaneo-intervista-shane-jones/#comments Wed, 20 May 2020 08:00:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43363 di Cristò

Shane Jones è uno scrittore statunitense di quaranta anni che negli ultimi dieci anni ha pubblicato quattro romanzi apparentemente stravaganti che tuttavia sembrano indicare una possibile declinazione contemporanea della narrativa. Ciò che colpisce nella sua scrittura è la capacità di creare mondi bizzarri ma assolutamente concreti e coerenti e di delineare personaggi fortemente simbolici ma anche profondamente umani. Sempre in bilico tra surrealismo, realismo magico e iper-realismo i libri di Shane Jones si discostano tanto dal verismo del grande romanzo americano, quanto dal postmodernismo di fine Novecento e cercano nuovi modi di raccontare il contemporaneo.

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di Cristò

Shane Jones è uno scrittore statunitense di quaranta anni che negli ultimi dieci anni ha pubblicato quattro romanzi apparentemente stravaganti che tuttavia sembrano indicare una possibile declinazione contemporanea della narrativa. Ciò che colpisce nella sua scrittura è la capacità di creare mondi bizzarri ma assolutamente concreti e coerenti e di delineare personaggi fortemente simbolici ma anche profondamente umani. Sempre in bilico tra surrealismo, realismo magico e iper-realismo i libri di Shane Jones si discostano tanto dal verismo del grande romanzo americano, quanto dal postmodernismo di fine Novecento e cercano nuovi modi di raccontare il contemporaneo.

In Io sono febbraio (Isbn, 2011 nella traduzione di Dafne Calgaro) il mese di febbraio decide di insediarsi in una cittadina e di non andare più via costringendo gli abitanti ad un inverno senza fine in cui è vietato persino il volo degli uccelli, degli aquiloni e delle mongolfiere; in Daniel contro l’uragano (Isbn, 2012 sempre tradotto da Dafne Calgaro) un uomo si trova ad affrontare contemporaneamente una dolorosa separazione sentimentale e la paura dell’arrivo imminente di un uragano; in Mangiacristalli (Edizioni Forme Libere, 2019 nella traduzione di Simone Ronchi) una città sta allargandosi costantemente e incombe su un villaggio in cui ogni persona nasce con cento cristalli all’interno del proprio corpo, somma che per tutti è destinata a raggiungere lo zero nel momento della morte; infine in Vincent e Alice e Alice (Pidgin, 2020 nella traduzione di Stefano Pirone) un impiegato statale viene inserito in un programma sperimentale basato sulla routine che promette di trasformare la sua vita in un sogno ad occhi aperti.

Ho posto alcune domande a Shane Jones grazie al prezioso aiuto di Stefano Pirone che mi ha messo in contatto con lui e soprattutto ha tradotto le mie domande e le sue risposte.

Mi sembra che uno dei meriti più evidenti del tuo modo di narrare sia nel rapporto di scambio con la letteratura del Novecento non solo americana, ma anche europea. Un rapporto rispettoso ma anche innovativo che considera per data la lezione postmodernista di fine Novecento e propone una scrittura che usa spesso figure retoriche più comuni nella scrittura poetica che in quella della fiction.

Soprattutto per quanto riguarda Io sono febbraio e Mangiacristalli la scrittura restituisce un’esperienza di lettura spiazzante quanto avvolgente che crea immediatamente lo sfondo, un’atmosfera che è contemporaneamente surreale e iper-reale.Sono molto curioso di conoscere il processo creativo che c’è dietro questi due romanzi: dove sono nate le idee che sono alla base dei racconti e se e come si sono modificate durante la scrittura.

Scrissi Io sono febbraio tra il 2007 e il 2008 ed era il mio primo tentativo di romanzo e non avevo idea di cosa stessi facendo. Iniziai semplicemente cercando di scrivere la cosa “più basata su immagini” che potessi e cominciai con l’atmosfera invernale, con cui era facile giocare. Inoltre, venivo da un periodo in cui non avevo fatto altro che scrivere poesia per circa sette anni. Ma sul serio, non avevo nessuna idea di cosa stessi facendo. Quindi scrivevo su bigliettini e singole frasi su pezzi di carta mentre ero al lavoro in una libreria e poi in seguito cercavo di mettere tutto insieme, spostando di qua e di là i pezzi come un collage artistico.

Mi fa strano pensare ora a quel libro perché non riesco a ricordare che genere di persona fossi allora. Con Mangiacristalli volevo andare più sull’oscuro, sul violento, e rallentare le cose. Se Io sono febbraio è tenero e arioso e veloce allora Mangiacristalli sarebbe nero e fangoso e lento. Penso che entrambi i romanzi funzionino agli estremi. Amo la sensazione di un’immagine molto graziosa bilanciata da qualcosa di molto violento, o una storia che è divertente e triste. Mi piace la sensazione di essere sbilanciato e sorpreso.

Quasi ogni cosa che ho pubblicato consiste in una sorta di mescolanza tra reale e irreale, in un luogo in cui voglio vivere. Quanto quei romanzi sono cambiati? Non ricordo proprio. Entrambi hanno avuto un sacco di editing, in particolare Mangiacristalli per il quale avevo scritto un’intera seconda linea narrativa dal punto di vista della città. Penso di aver tagliato circa 40.000 parole. Uno dei personaggi che viveva nella città era Vincent, che sarebbe diventato il narratore del mio ultimo romanzo. È bizzarra la piega che prendono le cose.

Non a caso ti ho chiesto prima del tuo primo e del tuo terzo romanzo (in ordine di pubblicazione) perché mi sembra che i tuoi attuali quattro romanzi costituiscano delle coppie. Se considero Io sono febbraio e Mangiacristalli romanzi surrealisti, Daniel contro l’uragano e Vincent e Alice e Alice mi fanno pensare al realismo magico. Mi hanno raccontato che il primo titolo che avevi pensato per Daniel contro l’uragano fosse I am so magical realism (spero di non sbagliarmi) un titolo di cui rimane traccia nel personaggio di Iamso.

In entrambi i romanzi è la perdita dell’amore e la relativa disperazione a evocare la magia. Il tuo realismo magico, però, non assomiglia a quello del Novecento di derivazione sudamericana o europea, è un realismo magico nuovo che non cerca la magia nella tradizione popolare e, invece, lo trova nell’inconscio.

È una scelta di poetica fatta a priori oppure una necessità scaturita dalla scrittura?

Penso che sia un’affermazione giusta, ma non ho mai pensato, “Ah, questo libro è un romanzo surrealista e questo è realismo magico.” Il titolo che hai è corretto, ma era solo una battuta, forse anche per prendere in giro il realismo magico perché Daniel contro l’uragano è un libro folle. Se c’è qualcosa che tento di fare coscientemente è tenermi coinvolto e seguire nuove strade. Se una strada mi porta tra le nuvole, bene, e se una strada mi porta nel cubicolo di un ufficio, anche quella va bene. Non pianifico mai niente, quindi non faccio altro che seguire i passi, parola dopo parola, e vedo cosa accade.

Vincent e Alice e Alice è apparentemente un romanzo più “normale” rispetto agli altri tre, eppure in questa maggiore appartenenza ai canoni editoriali del romanzo corrisponde un trattamento dei personaggi che è tipico della tua scrittura: i personaggi che ruotano attorno al protagonista sembrano delle marionette che reiterano i comportamenti che ci aspettiamo da loro. Questo produce nel lettore un senso di straniamento che se in Io sono febbraio e Mangiacristalli è supportato dall’ambientazione fantastica, in quest’ultimo romanzo risulta più forte proprio perché inserito in un contesto cittadino e quotidiano.

In sostanza la forza di questo romanzo, secondo me, è che per la prima volta hai imbastito un teatro di burattini in cui ha deciso di nascondere i fili che li muovono e il burattinaio che li comanda: lo scrittore non è più un personaggio (Febbraio in Io sono febbraio, Iamso in Daniel contro l’uragano, la città e il sole che incombono in Mangiacristalli).

È un cambio di prospettiva abbastanza netto che tuttavia non ha cambiato la tua voce, il senso intimo della tua scrittura. Cosa mi dici a proposito?

Vincent e Alice e Alice è stata una decisione ponderata e cosciente di fare qualcosa di diverso dai romanzi precedenti. Volevo che il libro fosse tutto in prima persona, che avesse uno sviluppo molto graduale, brevi frasi concise, che avesse umorismo, sottotrame, una storia d’amore, un’ambientazione basata sulla realtà. Volevo scrivere un romanzo mainstream e guadagnare un sacco di soldi ma non è stato quello il risultato.

È stata forse la cosa più strana che avessi potuto scrivere a quel tempo perché andava contro molte cose che avevo scritto e imparato nei miei libri precedenti. Mi sento a disagio con Vincent e Alice e Alice perché è così “non da me” in molti modi. Non so da dove sia venuto fuori questo libro e una parte importante della scrittura e dell’editing cercava di incastrare un senso di stile e di struttura che era già al posto suo. Ma era dal 2012 che volevo scrivere un romanzo ambientato in un ufficio, l’avevo sempre avuto in mente.

Sono felice di averlo fatto ma non mi vedo a scrivere un altro libro simile in futuro. E penso che tu abbia ragione, la voce è ancora la mia, in Vincent e Alice e Alice ci sono molti elementi e sensazioni che si possono trovare negli altri romanzi. Come scrittore non puoi mai evitare te stesso sulla pagina, è impossibile. Il timore è che il lettore possa sentire che cerchi di prendere le distanze e ne tragga una sensazione artificiale, una cosa che volevo evitare in Vincent e Alice e Alice ma che forse è presente nel libro. Non c’è modo di raschiarti via dal libro che stai scrivendo.

Ultima domanda che ha una sola possibile risposta: «Sì!». Stai scrivendo altro? Scherzi a parte: sarebbe bello sapere in anticipo se c’è qualche nuova idea attorno alla quale stai ragionando.

Sono nelle primissime fasi di bozza di un nuovo lavoro. Dopo che Vincent e Alice e Alice è stato pubblicato, mi sono detto che non avrei scritto nulla per un anno. Ero davvero esausto e stressato, più di quanto non lo sia mai stato. Quindi fino a un mese fa non avevo scritto una singola parola e ora sto iniziando a prendere alcuni appunti e a scrivere qualcosa. Non ho idea di cosa accadrà e sto bene così.

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Shane Jones che sculaccia la cameriera https://minimaetmoralia.it/libri/shane-jones/ https://minimaetmoralia.it/libri/shane-jones/#comments Fri, 05 Apr 2013 14:57:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13850 di Cristò

Un vecchio si sveglia, la cameriera entra in camera e apre le finestre. Il vecchio le racconta alcune immagini di un sogno appena svanito. Mentre il vecchio si fa la doccia, la cameriera pulisce la stanza e rifà il letto. Trova tra le lenzuola delle vespe morte. Il vecchio esce dalla doccia e prende un asciugamano. L’asciugamano è umido, la cameriera ha dimenticato di metterne uno pulito. Anche oggi non è il giorno in cui tutto è perfetto. Dovrà sculacciarla. Duramente.

Un giovane scrittore si sveglia, il racconto che sta scrivendo entra in camera e apre le finestre. Lo scrittore ricorda alcune immagini di un sogno appena svanito. Mentre rifà il letto gli sembra di ricordare una trama, c’erano delle vespe morte. Poi va a farsi la doccia e continua a pensarci su. Forse il sogno si riferiva a quello che stava scrivendo, gli suggeriva delle cose, ma tutto svanisce molto velocemente. C’era una chiave, qualcosa di buono per il suo racconto. Mentre esce dalla doccia prende un asciugamano, è umido, doveva ricordarsi di cambiarlo, ma il racconto, quello che deve scrivere, cancella tutti gli altri pensieri. Il sogno intanto svanisce irrimediabilmente. Anche oggi non è il giorno in cui tutto è perfetto. Dovrà faticare a scrivere.

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di Cristò

Un vecchio si sveglia, la cameriera entra in camera e apre le finestre. Il vecchio le racconta alcune immagini di un sogno appena svanito. Mentre il vecchio si fa la doccia, la cameriera pulisce la stanza e rifà il letto. Trova tra le lenzuola delle vespe morte. Il vecchio esce dalla doccia e prende un asciugamano. L’asciugamano è umido, la cameriera ha dimenticato di metterne uno pulito. Anche oggi non è il giorno in cui tutto è perfetto. Dovrà sculacciarla. Duramente.

Un giovane scrittore si sveglia, il racconto che sta scrivendo entra in camera e apre le finestre. Lo scrittore ricorda alcune immagini di un sogno appena svanito. Mentre rifà il letto gli sembra di ricordare una trama, c’erano delle vespe morte. Poi va a farsi la doccia e continua a pensarci su. Forse il sogno si riferiva a quello che stava scrivendo, gli suggeriva delle cose, ma tutto svanisce molto velocemente. C’era una chiave, qualcosa di buono per il suo racconto. Mentre esce dalla doccia prende un asciugamano, è umido, doveva ricordarsi di cambiarlo, ma il racconto, quello che deve scrivere, cancella tutti gli altri pensieri. Il sogno intanto svanisce irrimediabilmente. Anche oggi non è il giorno in cui tutto è perfetto. Dovrà faticare a scrivere.

Il vecchio sculacciatore e la cameriera sono i personaggi di un romanzo breve di Robert Coover, “Sculacciando la cameriera” (Guanda). Il giovane e il suo racconto, invece, sono immagini parallele che, nella mia mente, prendono le fattezze di Shane Jones e del suo romanzo “Daniel contro l’uragano” (Isbn Edizioni).

Quello che penso del romanzo di Coover è che il vecchio sia metafora dello scrittore e la cameriera della scrittura e che, letto in questa chiave, il libro sia una struggente confessione, una dichiarazione di impotenza, il racconto della tensione dell’autore verso la perfezione attraverso l’educazione dolorosa della tecnica.

Quello che penso di Shane Jones è che sia un grande sculacciatore di cameriere e che i suoi due primi romanzi, il già citato Daniel e il precedente “Io sono febbraio” (Isbn Edizioni), siano il risultato di tanto sculacciare, per rimanere nella metafora.

Shane Jones prende la migliore e (direi che ormai possa essere definita) tradizionale scrittura postmoderna americana e la mette a servizio delle sue favole. Si preoccupa che la scrittura righi dritto, non cada mai in errori ovvi, che non sia mai umida come gli asciugamani del giorno prima. Si lascia trasportare volentieri da immagini oniriche, ma prima le studia per conoscerle, per portarle nel giusto ambito di significato. Shane Jones tende a raccontare favole pur essendo consapevole di non poter garantire alcun tipo di lieto fine, non perché la fine non sia lieta, ma perché non è sicuro che ci sia una fine da raccontare, un fine da perseguire.

A lui interessa dire che lo scrittore è depresso e lo dice inventando un paese in cui febbraio decide di non andare più via e raccontando come gli abitanti del villaggio cerchino di organizzarsi per cacciare febbraio che ha vietato la pratica del volo persino agli uccelli e lo ha fatto inchiodando i suoi ordini sugli alberi. Oppure a lui interessa dire che lo scrittore ha paura e lo dice attraverso gli occhi di Daniel che lavora come operaio alla costruzione di un oleodotto ma ha la fobia dell’uragano, anzi sa che l’uragano arriverà e spazzerà via tutto e allora prende una tenda da campeggio e va a nascondersi nel bosco, ad aspettare un uragano e poi l’uragano (forse) arriva e Daniel si ritrova sott’acqua in un villaggio costruito interamente all’interno di tubi d’acciaio e chiuso all’estremità da un grosso elefante rimasto incastrato.

Penso che Shane Jones riesca a scrivere queste cose nel modo in cui le scrive perché è uno di quelli che la cameriera la sculaccia con vigore e per ogni minimo errore.

Penso anche che Shane Jones abbia trovato in Dafne Calgaro una traduttrice italiana molto attenta e a lui perfettamente consonante.

Sono convinto che la qualità della sua scrittura sia frutto di un’attenzione al particolare che riesce ad avere solo chi aspira a quel giorno in cui tutto è perfetto.

Mi aspetto da lui grandi cose.

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