Sherman Alexie Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sherman-alexie/ un blog di approfondimento culturale Fri, 30 Mar 2018 10:03:56 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Sherman Alexie Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sherman-alexie/ 32 32 I racconti di Sherman Alexie, ribelle nativo https://minimaetmoralia.it/altro/sherman-alexie-racconti/ https://minimaetmoralia.it/altro/sherman-alexie-racconti/#comments Fri, 30 Mar 2018 10:03:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36770 Il libro che una decina di anni fa diede allo scrittore nativo americano Sherman Alexie la meritata celebrità si chiamava The Absolutely True Diary of a Part-Time Indian (in Italia è uscito un paio di anni fa per Rizzoli con il titolo fedele all'originale Diario assolutamente sincero di un indiano part-time). Alla sua uscita in America, nel 2007, venne riconosciuto e celebrata dalla stampa come la prova evidente che il "grande romanzo americano" alla fine era un concetto adattabile. Poteva esistere, per esempio, anche un "grande romanzo nativo americano", e Alexie lo aveva appena scritto. Il Diario di Alexie era e non era un romanzo, era e non era un'autobiografia. Era per ragazzi, ma anche per adulti. A tratti disegnato e accompagnato da tavole a fumetti (della fumettista Ellen Forney), raccontava le avventure di un giovane nativo americano metropolitano che, come il suo autore, era nato e cresciuta nell'America di oggi.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Il libro che una decina di anni fa diede allo scrittore nativo americano Sherman Alexie la meritata celebrità si chiamava The Absolutely True Diary of a Part-Time Indian (in Italia è uscito un paio di anni fa per Rizzoli con il titolo fedele all’originale Diario assolutamente sincero di un indiano part-time). Alla sua uscita in America, nel 2007, venne riconosciuto e celebrata dalla stampa come la prova evidente che il “grande romanzo americano” alla fine era un concetto adattabile. Poteva esistere, per esempio, anche un “grande romanzo nativo americano”, e Alexie lo aveva appena scritto. Il Diario di Alexie era e non era un romanzo, era e non era un’autobiografia. Era per ragazzi, ma anche per adulti. A tratti disegnato e accompagnato da tavole a fumetti (della fumettista Ellen Forney), raccontava le avventure di un giovane nativo americano metropolitano che, come il suo autore, era nato e cresciuta nell’America di oggi.

Scrittore a tempo pieno (rispetto alla scrittura si definisce “workaholic e ossessivo compulsivo”), prima e dopo il Diario Alexie ha scritto altri romanzi, libri per ragazzi, poesie, sceneggiature. Ventisei volumi in tutto. L’ultimo è un eccellente memoir dal titolo You Don’t Have to Say You Love Me (come la canzone di Dusty Springfield, pubblicato lo scorso giugno in America, uscirà più avanti quest’anno in Italia per NN Editore). Alla versatilità del proprio scrivere, Alexie non dà grande importanza. Nelle interviste, quando è interrogato in proposito, attribuisce la cosa al suo essere uno scrittore nativo americano. “Non ci sono scrittori nativi che puoi considerare specializzati in un genere particolare”, dice. Dice che lui emula la categoria, e dunque non si specializza in niente. Ma non è vero.

La verità sembra più che, nei libri o nelle interviste, quando Sherman Alexie dichiara qualcosa che riguarda se stesso e i nativi d’America non sai mai quand’è serio e quando prende in giro (se stesso, nativi, non-nativi, te che leggi seriamente quello che dice). Scherza sugli stereotipi che da secoli circolano sui nativi americani, stereotipi che tecnicamente dovrebbero farlo inorridire, infuriare o anche solo irritare, ma con cui lui ha fatto pace ai tempi del liceo, capendo saggiamente che l’unico modo per rompere uno stereotipo è non rientrarci.

Nato in una riserva indiana, a Wellpinit, nello stato di Washington, non lontano da Seattle (dove vive adesso, in automobile Wellpinit-Seattle distano poco meno di sei ore), Alexie ha frequentato le scuole della riserva fino al liceo, decidendo a quel punto (autonomamente rispetto alla famiglia) di iscriversi a un normale liceo pubblico nella vicina cittadina di Reardan. Lì si è ritrovato in un ambiente tendenzialmente orientato verso gli stereotipi, nel caso dei nativi d’America tutti quanti infranti dall’arrivo di Alexie: un ragazzino americano come tanti altri che non corrispondeva a nessuna della qualità (o difetti) attribuiti ai nativi. Agli occhi degli altri liceali era “uno di loro”. La sua passione, insieme alla scrittura, era (ed è) la pallacanestro. Da ragazzo passava più tempo tra playground e tornei che ai powwow e alle altre cerimonie spirituali della riserva Spokane in cui è cresciuto (la madre era un’indiana Spokane, il padre era del popolo dei Coeur d’Alene). Ma di quella spiritualità sono inevitabilmente intrisi i suoi libri, titoli inclusi.

Danze di guerra, pubblicato in America nel 2009 e felicemente in uscita a inizio febbraio in Italia per NN Editore (di Laura Gazzarrini l’impeccabile traduzione, pp. 256, 17 euro), è uno dei suoi libri migliori (nel 2010 ha vinto il PEN/Faulkner Award per la fiction). E della sua capacità di vagabondare brillantemente tra i generi è forse uno dei migliori esemplari, presentandosi come un libro che è autobiografia, semi-autobiografia, finzione, poesia, intervista immaginaria. Le singole parti si compongono in un tutto che è un ritratto remixato dell’autore, con cui presenta al lettore schegge della sua vita, e scandaglia in modo esatto questioni diventate cruciali in questa nostra età contemporanea: l’identità in primis, e poi l’appartenenza, a un amore, a un lavoro, a una famiglia, a una città, a una casa, a qualsiasi cosa sia in grado di contenerci e convincerci di essere anche solo un po’ adeguati.

Il libro è comico e sentimentale, costellato di poesie che parlano della nostalgia dei telefoni a gettoni e delle telefonate a una ragazza da chiamare solo per verificare che non sia altrove a baciare un altro (“Vorrei / poterne trovare uno / e richiamare / tutto quel che / io / ho amato”). O della nostalgia delle compilation di canzoni, che dicevano l’amore meglio di quanto saremmo riusciti a dirlo noi: “Potevano volerci giorni / ascolta, scegli, pausa, / rifletti, registra, riascolta, cancella / e cambia”. Ma le pagine migliori della Danze di Alexie restano quelle in cui trova modi raggelanti e sempre autentici per raccontare l’inadeguatezza che si prova, a una certa età e in ogni momento della vita, rispetto a chi c’era prima di noi, padri e madri e avi lontani tutte le distanze, e a chi è insieme a noi. Un’inadeguatezza che porta a compiere atti in sé inenarrabili, anche solo per pudore, in cerca di qualcosa che stia a metà tra colpa e redenzione, trasformando i crudi fatti (pestaggi, tradimenti, omicidi involontari ma reali) in storie magnetiche che rendono la letteratura quanto di più simile ci possa essere alla vita.

Così Sherman Alexie racconta di un ragazzino nero entrato a casa sua per rubare qualche dvd, e ucciso per sbaglio, nel tentativo goffo di difendere il proprio territorio. Racconta dell’incapacità di amare gli amati, la moglie, i figli, il padre, la madre, provando comunque ad amarli ma sempre in un modo che suona sbagliato, insufficiente, inadeguato rispetto all’idea stessa di cosa debba essere l’amore. Racconta di un padre che a volte è un ubriacone bugiardo, e qualche pagina dopo è un eroe. Racconta di una moglie a cui dice che il desiderio è scomparso, ma non riesce a dire che l’amore quello rimane, lasciando che la relazione rimanga impigliata nell’incompiutezza del tempo presente. L’effetto che fanno i libri di Alexie è che non sai mai se le storie che racconta gli sono capitate sul serio, se sono vere o no. Ma quasi subito, dopo poche pagine, smetti di chiedertelo, te lo dimentichi, perché semplicemente ci credi. “Sono un genio bugiardo”, pensa uno dei suoi personaggi in Danze di guerra. Poi: “E cos’è mentire se non una forma di narrazione?”

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“Furto con scasso”, un racconto di Sherman Alexie https://minimaetmoralia.it/racconti/furto-scasso-sherman-alexie/ https://minimaetmoralia.it/racconti/furto-scasso-sherman-alexie/#respond Thu, 01 Feb 2018 07:00:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36067 Pubblichiamo il racconto Furto con scasso, estratto dal libro Danze di guerra di Sherman Alexie, tradotto da Laura Gazzarini per NNE: ringraziamo casa editrice e autore.

di Sherman Alexie

Quando ero al college, e iniziavo a imparare come si monta un film – come si costruisce una scena – il mio pro­fessore, Mr Baron, mi disse: «Non devi mostrare la porta che si usa per entrare in una stanza. Se dentro c’è già qual­cuno, il pubblico capirà che non è entrato dalla finestra o caduto dal soffitto, e non si è nemmeno materializzato dal niente. Il pubblico capisce che ha usato una porta: gli occhi e la mente stabiliranno la connessione, quindi puoi tran­quillamente saltare la porta».

Mr Baron era uno che gesticolava molto e quando disse quelle parole si mise a saltare. E io risi, senza sapere che le avrei sempre ricordate, anche se, certo, quando oggi rac­conto questa storia, trasformo il mio esuberante professore in un animale da palcoscenico degno di Broadway.

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Pubblichiamo il racconto Furto con scasso, estratto dal libro Danze di guerra di Sherman Alexie, tradotto da Laura Gazzarini per NNE: ringraziamo casa editrice e autore.

di Sherman Alexie

Quando ero al college, e iniziavo a imparare come si monta un film – come si costruisce una scena – il mio pro­fessore, Mr Baron, mi disse: «Non devi mostrare la porta che si usa per entrare in una stanza. Se dentro c’è già qual­cuno, il pubblico capirà che non è entrato dalla finestra o caduto dal soffitto, e non si è nemmeno materializzato dal niente. Il pubblico capisce che ha usato una porta: gli occhi e la mente stabiliranno la connessione, quindi puoi tran­quillamente saltare la porta».

Mr Baron era uno che gesticolava molto e quando disse quelle parole si mise a saltare. E io risi, senza sapere che le avrei sempre ricordate, anche se, certo, quando oggi rac­conto questa storia, trasformo il mio esuberante professore in un animale da palcoscenico degno di Broadway.

«Salta la porta, figliolo!» canta Mr Baron nei miei rac­conti – nelle mie bugie e iperboli – saltando per il palco con un cilindro in una mano e un bastone nell’altra. «Salta la porta, amico mio! E sarai libero!».

“Salta la porta” è un buon consiglio – una massima, se volete – che ho applicato a tutta la mia carriera cinemato­grafica, forse a tutta la mia vita. Per farla un po’ meno poetica, si potrebbe dire: “In fase di montaggio vanno omesse tutte le informazioni superflue”. Quindi, vi racconterò que­sta storia – con le parole, non con le immagini o i video di repertorio –, costruirò le sue scene cercando di omettere tutte le informazioni superflue. Ma, sorprendentemente, per raccontare questa storia saltando la porta devo iniziare proprio con una porta: quella di casa mia, sulla 27th Avenue del Central District di Seattle, Washington.

Un anno fa hanno bussato alla mia porta. Ho sentito ma non mi sono neanche alzato dalla sedia. Come montatore freelance lavoro da casa e stavo impazzendo su una scena di un modesto film indipendente. Scritto, diretto e filmato da dilettanti, il girato era insieme incompleto e voluminoso. In poche parole, un grande ammasso di niente. Peraltro, era una scena d’amore (una scena di sesso molto cruda, a dirla tutta) e il regista e il produttore avevano convinto chissà come un’ingenua e ambiziosa attrice locale a farsi riprendere in­tegralmente nuda, nuda e cruda. Non voleva essere un film pornografico; anzi: l’idea era di raccontare un tenero percor­so di crescita. Ma non aveva nulla di artistico, o perlomeno non era il tipo di arte a cui aspiravano. Questa giovane donna era stata sfruttata (con il suo permesso, certo), ma ero comun­que determinato a fare del mio meglio per proteggerla.

Non fraintendetemi. Non sono un moralista – ho mon­tato e apprezzato film ben più crudi, quanto a sesso e a violenza – ma nella performance di quella giovane attrice avevo individuato una vulnerabilità sincera e rivoluziona­ria. Anche se il regista e il produttore pensavano che stesse solo recitando, che la paura e la vergogna che mostrava fos­sero solo il frutto delle sue capacità tecniche, io mi ero fatto un’altra idea. E così, tagliando scene di nudità gratuita e concentrandomi sui volti e su piccole parti di dialogo, pre­stando più attenzione alle dita che non a quello che stavano toccando, speravo di far virare una squallida scena di sesso acrobatico in uno scambio che rappresentasse il modo in cui due persone appena innamorate potrebbero toccarsi.

Ero paternalistico, condiscendente, ipocrita? Non lo met­to in dubbio. Dopotutto, venivo pagato per lavorare con degli sfruttatori, quindi forse anch’io ero sfruttato e aiutavo a sfruttare quella donna, no? E che dire del ragazzo, l’at­tore? Era anche lui ottuso e vulnerabile? Anche se aveva il permesso (anzi, l’obbligo legale) di tenere nascosto il pene, non era forse più sfruttato che sfruttatore? Sono cose difficili da definire. E comunque, anche nella più compromessa del­le situazioni, bisogna trovare un equilibrio morale.

Ma come potevo trovare un equilibrio con quei colpi alla porta? Era diventato un martellare evangelico: Toc, toc, toc, toc! Doveva essere il tempo in quattro quarti di un testimone di Geova o di un mormone. Toc, cha, toc, cha! Doveva essere il pentametro giambico di un imbonitore ambientalista del Sierra Club o di un giovane venditore di giornali.

Credetemi, nessuno di interessante o importante ha mai bussato a una porta alle tre del pomeriggio, quindi l’ho igno­rato e ho continuato la mia opera pia. E, come previsto, il mio potenziale ospite ha smesso di fare baccano e se n’è andato: prima i passi che scendevano le scale e poi solo il silenzio – per quanto possa essere silenzioso un quartiere cittadino.

Ma poi, qualche minuto dopo, ho sentito il vetro di una finestra nel seminterrato andare in frantumi. “Andare in frantumi” forse è un’espressione troppo forte? Si è rotto. Ma “rompersi” sembra un verbo troppo debole. Mentre mi figuro quel momento – mentre lo monto nella mia testa – aggiungo la colonna sonora, o forse invece la annullo del tutto. Elimino i suoni urbani – gli aerei nel cielo, le auto per strada, le barche sul lago, le televisioni e le voci e la musica e il vento tra gli alberi – fino a isolare i cocci di vetro che cadono sul parquet.

E poi si sente – si percepisce – l’epico tonfo di due piedi che atterrano su quello stesso parquet.

Qualcuno – la stessa persona che aveva bussato alla porta per vedere se c’era gente in casa – aveva appena fatto irru­zione nella mia vita.

Abbiate pazienza se i miei tempi verbali – il mio passato, presente e futuro – si confondono, ma dovete capire che nel montaggio non mi faccio spaventare dai salti narrativi – dai rapidi balzi in avanti o all’indietro. Per essere terrorizzato, devo perdere ogni cognizione spazio-temporale. Quando ho sentito quei piedi sul pavimento sono scivolato indietro nel tempo – mi sono involuto, credo – fino a diventare una versione primitiva di me stesso. Da organismo complesso mi sono trasformato in un’ameba unicellulare di quasi novan­tadue chili. E quell’ameba conosceva solo la paura.

Con il senno di poi, penso che sarei dovuto scappare. Potevo correre in strada dalla porta principale, o in cortile dalla porta sul retro, o nel vicolo dalla porta della cucina, o addirittura dalla porta che dà sul garage – dove mi sarei potuto tuffare nella porticina per il cane ritagliata sul muro e fuggire a quattro zampe.

Ma ecco il bello: anche se non posso esserne sicuro, cre­do che stessi andando verso la porta d’ingresso – in fondo era l’unico posto della casa dove di certo non avrei trovato l’intruso ad aspettarmi. Ma per arrivare dal mio studio all’in­gresso dovevo per forza passare davanti alla porta del semin­terrato. E in quel momento, ho visto la mazza da baseball.

Non era la mia. Ora, quando si pensa a una mazza da baseball vengono in mente immagini di enormi bastoni di frassino branditi da fanatici imbottiti di steroidi. Ma quella particolare mazza apparteneva a mio figlio di dieci anni. Era una mazza da Little League, quindi era piccolissima. Potevo usarla con una mano e lo avevo già fatto diverse volte lan­ciando palle a terra per allenare il mio seconda base preferito: mio figlio Maximilian, il mio Max. Sì, sono un padre. E un marito. Queste sono informazioni che dovete avere. Mia mo­glie Wendy e mio figlio non erano in casa. Per garantirmi il tempo e lo spazio che mi servivano a finire il montaggio del film, mia moglie aveva portato il bambino a trovare i nonni a Chicago; erano via da una settimana e sarebbero rimasti fuori altri sette giorni. Quindi, a essere sincero, non mi sono trovato in alcun modo costretto a difendere la mia famiglia, e non sono mai stato il tipo d’uomo che difende la sua casa, la sua proprietà, la sua roba. Anzi, spesso ridevo quando nel girato per i telegiornali vedevo questi uomini stupidi, armati di tubi per innaffiare, che cercavano di salvare casa loro da qualche incendio fuori controllo. Ho sempre pensato che tipi così sarebbero morti, finiti all’inferno, condannati a passare il resto dell’eternità a combattere i demoni con pistole ad acqua.

E allora, con tutto questo ben chiaro in mente, perché ho preso la mazza da baseball di mio figlio e ho aperto la porta del seminterrato? Perché sono sceso da quelle scale? Fidatevi, ho passato parecchie notti insonni a chiedermelo. Non esistono risposte scontate. Certo, molti uomini – e più di qualche donna – sono convinti che fosse mio pieno dirit­to scendere le scale e affrontare l’intruso. Ci sono leggi che tutelano – che incoraggiano apertamente – l’arte dell’auto­difesa. Ma dato che non ero interessato a difendere la mia proprietà, e dato che né io né la mia famiglia ci trovavamo sotto una minaccia diretta, quale parte di me stesso avrei mai voluto cercare di difendere?

In fin dei conti, credo che non stessi difendendo un bel niente. Sono un montatore, un artista, e mi piace trovare connessioni; sono pagato per trovare connessioni. E così mi interrogo. Sono sceso perché ero curioso? Perché era sta­ta sollevata una domanda (Di chi sono i piedi atterrati sul parquet del seminterrato?) e io, il montatore, volevo scopri­re la risposta?

Quindi, sì, lentamente mi sono fatto strada giù per le scale e il corridoio buio e sono entrato nella tavernetta – la mia caverna, con tanto di televisore enorme e tavolo da biliardo – e ho visto un ladruncolo poco più che bambino. Sono rimasto immobile e muto. Stava in piedi, dandomi la schiena: ossessionato dall’impresa – il crimine – che ormai era a portata di mano, non si era ancora accorto che ero nella stanza con lui.

Mettiamo subito in chiaro una cosa. Fino a quel momen­to non avevo fatto alcuna ipotesi sull’identità del mio intru­so. Voglio dire, sì, vivo in un quartiere di neri – senza essere nero – e da qualche tempo girava la notizia di una serie di furti commessi da ragazzini neri, ma giuro che nulla di que­sto mi è passato per l’anticamera del cervello. E quando ho visto lui, il ladro, frugare tra la mia collezione di dvd e infilarsi nello zaino una selezione di titoli (era un delinquente con un certo gusto in fatto di cinema, credo, e questa è stata una con­statazione stranamente positiva) non mi sono detto: C’è un ragazzino nero che mi sta derubando. Mi ricordo solo di aver avuto paura, e di aver pensato soltanto a come scacciarla.

«Esci di qui, cazzo!» ho urlato. «Brutto stronzo!».

Il ragazzino nero era così stupefatto che è inciampato nel televisore (incrinando lo schermo) ed è quasi caduto prima di recuperare l’equilibrio e correre verso la finestra rotta. Avrei potuto lasciarlo scappare, lo avrei fatto, ma lui si è fermato e si è girato verso di me. Perché ha agito così? Non lo so. Era giovane e spaventato e ha preso una decisione irrazionale. O forse non era irrazionale per niente. Si era tagliato la mano destra intrufolandosi dalla finestra rotta, quindi deve aver deciso che quel varco, con i bordi di vetro scheggiato, non fosse una via d’uscita abbastanza sicura – chi potrebbe mai pensare a una finestra rotta come a una via d’entrata o d’usci­ta sicura? – così ha cercato una porta. Ma la porta era dietro di me. Ha fatto una pausa, ha considerato le varie opzioni ed è scattato verso di me. Mi avrebbe travolto. Ancora una volta, avrei potuto decidere di evitare il conflitto e farmi da parte.

Ma non l’ho fatto. Mentre il ragazzino correva verso di me, con una mano ho roteato la mazza.

Spesso mi chiedo cosa sarebbe successo se quella mazza fosse stata di legno. Quando io e Max eravamo andati a com­prarla, avevo cercato di convincerlo a prenderne una di legno, di quelle un po’ vintage, del genere che avevo io quando gio­cavo in Little League. Sono sempre stato un tipo nostalgico. Ma mio figlio credeva che una mazza di legno da dieci dollari comprata da Target non sarebbe stata un buon investimento.

«Si romperà subito» aveva detto Max. «Voglio quella di lumluminio».

Ovviamente, voleva dire “alluminio”; avevamo riso entram­bi del suo errore. E gli avevo comprato la mazza di lumluminio.

Quindi è con una mazza di metallo che ho colpito la te­sta del ragazzino nero. Se fosse stata economica e di legno, forse si sarebbe spezzata e avrebbe disperso la forza. Forse. Ma quella mazza era forte e solida, e non si è spezzata. E così, nel momento in cui ha colpito in pieno la sua tempia, il ragazzino è caduto a terra e non si è più mosso.

Era morto. L’avevo ucciso.

Sono crollato in ginocchio accanto a lui, ho abbandonato la testa sul suo petto e ho pianto.

Non ricordo molto altro delle ore successive, ma ho chia­mato il 911, ho aperto la porta alla polizia e li ho condotti fino al corpo. E ho risposto e ho domandato.

«Aveva una pistola, un coltello?».

«Non lo so. No. Be’, io non ne ho visti».

«È stato lui ad assalirla per primo?».

«È corso verso di me. Mi avrebbe travolto».

«Ed è stato a quel punto che l’ha colpito con la mazza?».

«Sì. È la mazza di mio figlio. È davvero piccola. Non rie­sco a credere che abbia potuto… è morto davvero?».

«Sì».

«Chi è?».

«Ancora non lo sappiamo».

Il suo nome era Elder Briggs. Elder: un nome insolito per chiunque, specie per un ragazzo di sedici anni. Era al ter­zo anno della Garfield High School, un discreto studente e il secondo playmaker della squadra di basket, un ragaz­zo normale. Un bravo ragazzo, a detta di tutti. Non aveva precedenti penali – non aveva mai commesso neppure una minima infrazione a scuola, a casa, nel quartiere – ma allora perché questo bravo ragazzo aveva fatto irruzione in casa mia? Perché aveva deciso di derubarmi? Perché aveva preso tutte le decisioni sbagliate che lo avevano portato alla morte?

L’indagine è stata breve ma scrupolosa, e ne sono uscito pulito. Legittima difesa. Ma niente è mai chiaro fino in fondo, no? Legalmente ero innocente, questo sì, ma lo ero anche moralmente? Non ne ero sicuro, così come non lo era una discreta percentuale di miei concittadini. Poco dopo la con­ferenza stampa in cui venivo scagionato, la famiglia di Elder – madre, padre, fratello maggiore, zie, zii, cugini, amici e pre­te – ha organizzato una protesta. Era piccola, c’erano soltan­to quaranta, cinquanta persone, ma quanto può sembrarti piccola una protesta quando il soggetto – l’oggetto – sei tu?

Ho seguito la diretta tv. Mia moglie e mio figlio, tornati in fretta da Chicago, avevano trascorso solo pochi giorni con me prima di riscappare dai genitori di lei. Volevamo proteg­gere nostro figlio dai giornalisti. Un desiderio paradossale, considerando che i media erano interessati a me soltanto perché avevo ucciso il figlio di qualcun altro.

«Alla polizia non importa niente di mio figlio perché è nero» ha detto la madre di Elder, Althea, parlando a una dozzina di microfoni e ad altrettante telecamere. «È solo un altro ragazzino nero ucciso da un uomo bianco. E a nessuno di questi bianchi interessa».

Mentre Althea continuava la sua filippica sul mio essere bianco, un produttore perspicace – insieme al suo monta­tore – ha inserito alcune immagini su di me, l’uomo bianco con la mazza da baseball che usciva dalla stazione di po­lizia, a piede libero. Era un bel montaggio. Mi faceva ap­parire pallido e colpevole. Ma a tutti loro – Althea, gli altri dimostranti, i giornalisti, i produttori e i montatori – man­cava un’informazione cruciale: io non sono bianco.

Sono un membro ufficiale della tribù indiana Spokane. Oh, non sembro indiano – o perlomeno, non tipicamente indiano. Certi credono che sia un po’ italiano o spagnolo o magari mediorientale. La maggior parte della gente pensa che sia l’ennesimo bianco dall’abbronzatura facile. E dato che avevo appena trascorso interi mesi nel buio della cabina di montaggio, ero più pallido che mai. Ma sono cresciuto nella riserva indiana degli Spokane, unico figlio di un padre e una madre anche loro Spokane, cresciuti nella stessa riser­va. È vero, entrambi i miei nonni erano per metà bianchi, ma sono morti prima che io nascessi.

Non sto cercando di fare il purista. Non ero quello che si può definire un indiano tradizionale. Non ballavo né can­tavo ai powwow né parlavo la mia lingua nativa né passavo il tempo libero manifestando per l’indipendenza indiana. E avevo sposato una donna bianca. Forse mi si poteva de­ridere per questa mancanza di contatto con la mia cultura d’origine, ma certo non mi si poteva contestare la razza. Anche questo, ovviamente, non è vero. In molti, soprat­tutto altri indiani, hanno messo in dubbio le mie origini. E ho sempre cercato di fingere che non mi importasse – ero sicuro della mia identità – anche se in realtà ne rimane­vo ferito. Così, quando ho sentito che Althea Briggs si era sbagliata sul colore della mia pelle – e ho visto i media usare tecniche di montaggio subliminali per avallare il suo errore – ho preso il cellulare e ho chiamato la redazione del telegiornale.

«Buonasera» ho detto alla receptionist. «Sono George Wilson. Sto seguendo la diretta della protesta e devo chie­dere una rettifica».

«Aspetti, cos’ha detto?» ha chiesto l’impiegata. «È vera­mente George Wilson?».

«Sì, sono io».

«Resti in linea» ha detto. «Le passo il produttore».

Il produttore ha risposto e, dopo qualche domanda per ac­certare la mia identità, mi ha mandato in onda. La mia voce faceva da sottofondo alle immagini di Althea Briggs che pian­geva e si disperava, al suo urlare contro il cielo, contro Dio. Come avevo potuto lasciarmi incastrare in una posizione tan­to compromettente? Come avevo potuto essere tanto idiota? Come avevo potuto essere così brutale ed egocentrico?

«Buonasera, Mr Wilson» ha esordito il conduttore del tele­giornale. «Mi informano che ha qualcosa da dire».

«Sì». La mia voce si è diffusa in decine di migliaia di case di Seattle. «Sto guardando il servizio sulla protesta e vorrei chiedere una rettifica. Io non sono bianco. Sono un membro regolarmente iscritto della tribù indiana degli Spokane».

Sì, questa è stata la mia prima dichiarazione ufficiale sul­la morte di Elder Briggs. Non c’è stato bisogno di chissà quale montaggio per farmi apparire cattivo; c’ero riuscito da solo, in diretta, dal vivo e senza tagli.

Improvvisamente sono diventato l’uomo più odiato di Seattle. E il più amato. I compagni progressisti hanno par­lato della mia violenza collaterale e dell’influenza del colo­nialismo sugli indigeni, mentre i conservatori hanno lodato la mia reazione difensiva e la mia solitaria battaglia contro il crimine urbano. I blogger locali hanno postato sequenze rubate dei film più violenti che ho montato.

E, alla fine, la redazione di un notiziario del posto ha messo le mani sul materiale provvisorio del film su cui stavo lavoran­do quando Elder Briggs è entrato in casa mia. Nonostante avessi cercato – con un editing scrupoloso – di proteggere quella giovane attrice, un’attrice nera, i telegiornali hanno mandato in onda il girato integrale, che mostrava una donna palesemente spaventata e confusa. E quando i giornalisti le hanno teso un agguato, Tracy, questo era il suo nome, non ha potuto fare altro che rispondere che sì, si era sentita violata. Non l’ho biasimata, ero d’accordo con lei. Ma niente di tut­to questo aveva importanza. Non ho potuto in nessun modo confutare la storia – la serie di brevi filmati montati a regola d’arte – costruita su di me. Sì, ero io la vittima, ma non ho dimenticato nemmeno per un secondo che Elder Briggs era morto. Ero imbarazzato, ero stato calunniato, ma ero vivo.

Ho passato la maggior parte di quel periodo da solo nel seminterrato, nella stanza in cui avevo ucciso Elder Briggs. Quando si trascorre così tanto tempo da soli, si riflette. E quando si riflette, si formulano teorie, ipotesi, per poter dare una spiegazione al mondo. Oh, maledizione, lasciamo per­dere le giustificazioni razionali; ero incazzato, soprattutto con me stesso per non essere riuscito a tirarmi fuori da una situazione pericolosa. E, poco ma sicuro, ero incazzato an­che con i media locali, che si erano comportati da sfruttatori esattamente come qualunque produttore di film porno. Ma ero incazzato anche con Althea ed Elder Briggs.

Sì, il ragazzo era un atleta rispettabile; uno studente rispet­tabile; una persona rispettabile. Ma si era introdotto in casa mia. Aveva distrutto la finestra e stava rubando i miei dvd e, se non ci fosse stato nessuno, avrebbe rubato anche il computer e il televisore e lo stereo e qualunque altro oggetto di valore avesse trovato. E sua madre, Althea, invece di spiegare perché suo figlio, tanto bravo e buono, avesse fatto irruzione in casa di uno sconosciuto commettendo un crimine, aveva preferito incolpare me accusandomi di essere l’ennesimo uomo bian­co – uno che aveva già massacrato generazioni di ragazzini neri – in cerca dell’ennesimo ragazzino nero da massacrare, quando in realtà ero un indiano della riserva che a sua vol­ta era stato fottuto da generazioni di uomini bianchi. Allora, Althea, vuoi fare a gara a chi ha sofferto di più? Vuoi parteci­pare alle Olimpiadi del Genocidio? Quale delle due tragedie ha più ampiezza, lunghezza, respiro?

Oh, Althea, perché diavolo tuo figlio era in casa mia? E, cristo, era una mazza da baseball della Little League! Era lunga solo cinquanta centimetri e pesava meno di un chilo e mezzo. Avrei potuto colpire cento uomini – magari anche mille o un milione – senza provocare nient’altro che un mal di testa. Ma quel giorno, quel maledetto pomeriggio, ho ro­teato la mazza – un colpo stupido, a una mano sola, sfortu­nato – e ho ucciso un ragazzo, un figlio, un giovane uomo che stava sbagliando ma che forse aveva cervello, cuore e anima sufficienti per non farlo più.

Gesù, ho ucciso il potenziale di qualcuno.

Gesù, l’ho fatto per legittima difesa, ma è stato comunque un omicidio. Lo confesso: sono un assassino.

Come si fa a sopravvivere a queste rivelazioni? Si vive e basta. O, piuttosto, si esce finalmente dal seminterrato e ci si rende conto che è tutto finito. Storia vecchia. Ci sono nuovi cattivi e nuovi eroi, nuovi criminali e nuove vittime da etichettare, giudicare e poi buttare via.

Elder Briggs e io d’un tratto siamo diventati ugualmente trascurabili.

La mia vita è tornata tranquilla. Ho accettato un posto in una scuola privata per insegnare il montaggio a ragazzini bianchi. Hanno usato le loro nuove competenze per pro­durre documentari sulla povera gente di colore che vive in altri paesi. Non è il petrolio a governare il mondo, è la ver­gogna. Il mio Max mi avrebbe sempre amato anche quando avrebbe iniziato a capire i miei limiti, ma non sapevo cosa pensasse mia moglie delle mie debolezze.

Settimane dopo, a letto, dopo aver fatto l’amore, mi ha interrogato.

«Tesoro» ha detto.

«Sì» ho risposto.

«Posso chiederti una cosa?».

«Quello che vuoi».

«Con quel ragazzino, hai perso le staffe?».

«Che vuoi dire?» ho domandato.

«Be’, ti è già capitato in passato».

«Solo una volta».

«Sì, ma quando hai preso a pugni il muro ti sei rotto la mano».

«Credi che abbia perso le staffe con Elder Briggs?» le ho chiesto.

Mia moglie ha fatto una pausa prima di rispondere, e in quella pausa ho sentito tutti i suoi dubbi e la sua paura. Così sono sceso dal letto, mi sono vestito, e sono uscito. Ho deciso di prendere la macchina per andare a vedere un nuovo film indi­pendente – un film violento, di guerra, che pretendeva di esse­re contro la guerra – ma prima sono entrato in un minimarket per comprare qualcosa da portare di straforo al cinema.

Ero in piedi accanto alla corsia dei dolciumi, esitavo tra una barretta al caramello Payday e uno Snickers, quan­do un gruppo di ragazzi neri è entrato nel negozio. Erano ubriachi o fatti e stavano maledicendo il mondo intero, ma in un modo stranamente amichevole. Come fanno i neri a far sembrare parole come “figlio di puttana” così allegre?

Ci sono persone – perlopiù bianche – che si sentono pro­fondamente a disagio in presenza dei neri. E conosco anche un sacco di indiani – i miei genitori, per esempio – che si sen­tono così. E io? Credo di essere sempre stato il tipo di persona non nera che si loda per il fatto di non sentirsi in difficoltà con i neri. Ma in quel momento, mentre guardavo quei ragazzi spintonarsi a vicenda lungo le corsie, ero spaventato – no, ero nervoso. E se mi avessero riconosciuto? E se fossero stati amici di Elder Briggs? E se mi avessero assalito?

Non è successo nulla, ovviamente. Non succede mai nul­la, si sa. La vita è infinitesimale e incrementale e banale. Quei giovani neri hanno pagato le loro bevande energetiche e se ne sono andati. Io ho pagato la mia barretta, sono tor­nato alla macchina e mi sono diretto verso il cinema.

Dopo un isolato, ho dovuto inchiodare perché quegli stes­si ragazzi si sono buttati in mezzo alla strada davanti a me. Hanno iniziato a fissarmi e hanno attraversato il più lenta­mente possibile. Abito in questo quartiere da molti anni e mi era capitato altre volte di fare incontri del genere. Remi­niscenze della cultura guerriera, immagino.

Ai tempi, avevo sempre cercato di sorridere goffamen­te e salutare i ragazzi neri che mi stavano sfidando. Poiché credevano fossi un bianco imbranato, mi comportavo come tale. Ero quello che volevano.

Ma questa volta, quando quei neri si sono messi a cam­minare al rallentatore di fronte a me, non ho né riso né sor­riso. Mi sono limitato a fissarli a mia volta. Sapevo che avrei potuto dare gas e investirli e ferirli, forse anche ammazzarli. Sapevo di avere quel potere. E sapevo che non lo avrei usato. Ma loro? Che potere avevano? Potevano solo farmi aspet­tare a un incrocio. E così ho aspettato. Ho aspettato finché non hanno girato l’angolo e li ho persi di vista. Ho aspettato finché un altro guidatore non si è fermato dietro di me e ha suonato il clacson. Dovevo muovermi, e così ho fatto.

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Dov’è Bill? Appunti su William T. Vollmann https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/dove-bill-appunti-su-william-t-vollmann/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/dove-bill-appunti-su-william-t-vollmann/#comments Wed, 16 Sep 2015 13:30:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28458 (fonte immagine)

di Marco Drago

William T. Vollmann per me è un bel problema, e non solo per me, sia chiaro. Lo è un po' per tutti un bel problema, William T. Vollmann. Temo – è una battuta – che sia un bel problema anche per William T. Vollmann.

Sono in una inedita condizione di doppia lettura (o lettura parallela) di due suoi libri, Riding Toward Everywhere (2008) e Kissing the mask (2010). Il primo – per quel che ho capito, sono all'inizio – parla di lui che si unisce a tre tizi che passano il tempo prendendo passaggi dai treni merci. Passaggi illegali, ovviamente. Gente che, in piena notte, salta al volo su un lunghissimo treno di vagoni aperti carichi di tronchi appena tagliati e si fa tutta la California senza motivo. Train hoppers, quelli che un tempo si chiamavano hobos. Una specie di sottocultura con personaggi e mitologie interne che farebbero gioire Bob Dylan. È un libro breve, per essere stato scritto da William T. Vollmann (Bill da qui in avanti) e contiene 65 pagine di fotografie scattate da Bill durante i vagabondaggi. L'altro libro di Bill che sto leggendo, invece, l'ho quasi finito, è lunghissimo, e parla delle maschere del teatro noh giapponese. E di femminilità. E delle donne asiatiche (una fissa di Bill). E poi parla di tante di quelle cose che ci vorrebbe una tesi di laurea per cercare di sviscerarlo tutto.

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(fonte immagine)

di Marco Drago

William T. Vollmann per me è un bel problema, e non solo per me, sia chiaro. Lo è un po’ per tutti un bel problema, William T. Vollmann. Temo – è una battuta – che sia un bel problema anche per William T. Vollmann.

Sono in una inedita condizione di doppia lettura (o lettura parallela) di due suoi libri, Riding Toward Everywhere (2008) e Kissing the mask (2010). Il primo – per quel che ho capito, sono all’inizio – parla di lui che si unisce a tre tizi che passano il tempo prendendo passaggi dai treni merci. Passaggi illegali, ovviamente. Gente che, in piena notte, salta al volo su un lunghissimo treno di vagoni aperti carichi di tronchi appena tagliati e si fa tutta la California senza motivo. Train hoppers, quelli che un tempo si chiamavano hobos. Una specie di sottocultura con personaggi e mitologie interne che farebbero gioire Bob Dylan. È un libro breve, per essere stato scritto da William T. Vollmann (Bill da qui in avanti) e contiene 65 pagine di fotografie scattate da Bill durante i vagabondaggi. L’altro libro di Bill che sto leggendo, invece, l’ho quasi finito, è lunghissimo, e parla delle maschere del teatro noh giapponese. E di femminilità. E delle donne asiatiche (una fissa di Bill). E poi parla di tante di quelle cose che ci vorrebbe una tesi di laurea per cercare di sviscerarlo tutto.

Le maschere del teatro noh: fino al mese scorso non sapevo nemmeno che le opere del teatro noh richiedessero l’utilizzo di maschere di legno per essere rappresentate. E che certe maschere che vanno in scena oggi sono state fatte duecento anni fa e mai lavate da allora. E che certe maschere sono opere d’arte prodotte da pochissime persone in tutto il Giappone; e poi le geishe, le geishe, le geishe. Quando ci si mette, Bill è capace di convincerti a seguirlo in posti e situazioni che non ti interessano minimamente e che, anzi, nella maggior parte dei casi, ti fanno anche paura. È come uno di quegli eroinomani che ho frequentato da ragazzo che mi convincevano a forza di insistere a scarrozzarli in macchina da un paese all’altro di quell’anonima provincia in cui vivevamo. Non avevo nessuna voglia di portarli ma, alla fine, cedevo e finivo in certi parcheggi bui un po’ fuori dai paesi e aspettavo e loro andavano a comprare la roba, se la facevano seduta stante e risalivano in macchina tutti rallentati di un buon 70%, biascicavano: “Torniamo indietro” e poi bon. Buonanotte. Bill è un po’ così: con lui ti ritrovi in luoghi e situazioni in cui di tua volontà non saresti mai finito però poi torni a casa con un pezzo d’esperienza in più da utilizzare in futuro.

Un paio d’anni fa ho letto il suo schizzato reportage dalla disastrata landa di Fukushima ancora fumante, qualche mese prima la sua semicomica esperienza da mujaheddin in Afghanistan ai tempi dell’invasione sovietica e prima ancora mi ero trovato con puttane e tossicomani nel Tenderloin di San Francisco (Puttane per Gloria, e I racconti dell’arcobaleno).

Quella con Bill è una storia che per me va avanti dal 1992, quando il nostro fece la sua apparizione in Italia, 5 anni dopo il suo vero esordio statunitense. Un suo racconto venne incluso in una antologia curata da Jay McInerney per la rivista Panta, edita da Bompiani. Nella stessa antologia comparvero in Italia per la prima volta anche David Foster Wallace, Jeffrey Euginides, Sherman Alexie e me ne dimentico qualcuno. Nell’introduzione al libro, McInerney includeva Bill e Wallace nel filone (all’epoca dimenticato ma lì lì per tornare di moda) del postmoderno letterario.

Dal tono generale dell’introduzione si intuisce che questo ritorno al tipo di narrativa che faceva figo quando lui era all’università, a McInerney fa lo stesso effetto che farebbe a voi ascoltare il disco di un gruppo di ragazzi che suonasse il prog-rock nel 2015 e che, suonando dichiaratamente prog-rock, cercasse di creare arte innovativa e significativa. McInerney era la new wave della letteratura americana, con Carver a fungere da Lou Reed della situazione: il Maestro che, mentre barbe, capelli lunghi e vestiti a fiori erano d’obbligo, si presentava rasato e vestito completamente di pelle nera. Per McInerney, Bill e Wallace non erano abbastanza carveriani e anzi – sto forzando il suo ragionamento come un vero cialtrone – erano due nerd strafatti di oppiacei e nostalgici degli anni ’60-’70. Poco più. McInerney, sulla carta, aveva tutto il mio appoggio; ma bisogna capire che nel 1992 si aggiravano i primi esemplari di adulti nati dopo il 1970. Quel tipo di adulto lì, quello nato dopo il 1970, si è poi rivelato essere fatto di tutt’altra pasta rispetto al tipo di adulto nato prima del 1970. Un tipo di adulto che si ritrovava perfettamente nella letteratura di Thomas Pynchon, David Foster Wallace e di, perché no?, Bill.

Nel 1992 io stesso stavo attraversando una discreta fase di Pynchon-mania acuta. Avevo 25 anni, l’età giusta per leggere V., scritto da Pynchon proprio a 25 anni. Anche Frank Zappa ha fatto il suo primo disco a 25 anni e insomma stavo attraversando una discreta fase di di Pynchon-mania e di Zappa-mania proprio perché avevo la stessa età di Pynchon e Zappa quando hanno fatto i primi passi sulla loro strada verso la Storia. E dunque, tornando all’antologia di Panta e McInerney, proprio Bill e Wallace furono i due nomi che decisi di segnarmi per il futuro. Quanti anni ci vollero prima che qualche editore italiano si accorgesse dell’esistenza di Bill e Wallace? Ve lo dico, è facile: 6 anni. Prima Einaudi (1998) e subito dopo Fandango (1999) si dedicarono a Wallace, mentre Fanucci (1999) e Mondadori (2000) a Bill. La bibliografia dei due era già piuttosto nutrita. Bill è del ’59, Wallace del ’62: erano praticamente due quarantenni che in patria godevano ormai di grande considerazione, non erano più i due hippy in ritardo in un mondo irrimediabilmente cambiato.

Anzi, tutti e due avevano dimostrato di essere scrittori di una profondità, di un’abilità tecnica e di un dono del racconto che non poteva essere liquidato come semplice sperimentalismo cerebrale, esangue, divertente-ma-non-troppo (alla John Barth e Donald Barthelme). In Italia, dunque, gli editori si trovarono una bella mole di opere da valutare per una traduzione. La scelta, nel caso di Bill, cadde su Butterfly Stories del 1993 (“Storie di farfalle”, Fanucci, 1999) e sul suo libro gemello Whores For Gloria del 1991 (“Puttane per Gloria”, Mondadori, 2000). Fu dunque il Bill di San Francisco a essere conosciuto per primo da noi, il Bill dei quartieracci, delle storie emotivamente insostenibili, del voyeurismo quasi patologico, della compulsione ad andare con prostitute tossiche e a empatizzare con loro e a farsi trascinare nel loro vortice di niente.

Il tutto per scrivere un libro. Perché poi alla fine è così: Bill non è un drop-out che per caso si è messo a scrivere quello che vede. È uno scrittore che non riesce a stare chiuso nella sua stanza a scrivere se prima non si immerge completamente in un certo ambiente o in una certa condizione psicologica. Uno dei suoi libri più recenti è The Book of Dolores (2013). Un libro in cui Bill discetta a ruota libera di gender. Cosa significa essere uomo, essere donna? Ne aveva già parlato molto nel libro sulle maschere giapponesi (nel teatro Noh, i personaggi femminili sono interpretati da attori maschi, spesso avanti con l’età. Ciononostante Bill si arrapa a vedere i movimenti sexy di questi vecchietti mascherati da donna e da lì nasce tutto un interrogarsi sul maschile e femminile eccetera). Bene, ma in The Book Of Dolores, Bill decide di andare oltre e di raccontare la storia di un travestito e, al contempo, di passare lui stesso una fase di travestimento (documentata dalle fotografie che lo ritraggono con parrucche, trucco, abbigliamento femminile). Non l’ho ancora letto, sto riportando informazioni che mi ricordo di aver reperito al momento della sua uscita negli Usa. In ogni caso, anche riportato così sommariamente, è un libro che ben rappresenta il metodo di lavoro di Bill.

Non è sicuramente il primo giornalista-scrittore che si butta a capofitto nelle cose che scrive, fa anzi parte di una schiera molto americana: Mark Twain, Jack London, Ernest Hemingway, Norman Mailer, tangenzialmente Charles Bukowski. Con Bill, però, entrano in campo immaginari che anticipano l’atmosfera che caraterizzerà da lì a poco la generazione grunge e post-grunge. I figli di Kurt Cobain, Elliott Smith, Will Oldham aka Palace Music aka Bonnie Prince Billy (il più vicino a Bill nella tendenza a realizzare opere d’arte inconsulte ma dotate di una grazia fragilissima e meravigliosa).

Nei primi anni duemila l’editoria italiana sembra crederci e, tra il 2000 e il 2005, esce buona parte di quella che è attualmente la sua produzione “italiana”. In realtà ancora nel 2012, è uscita la traduzione di Into the Forbidden Zone (2011) (“Zona proibita. Un viaggio nell’inferno e nell’acqua alta del Giappone dopo il terremoto”, Mondadori), ma diciamo che dal 2006 in poi si è notata una certa riluttanza a tradurre Bill. Evidentemente non è andato bene in libreria. A ben vedere, non gli è andata nemmeno tanto bene a livello critico. La parabola del suo vecchio amico e sodale David Foster Wallace è stata decisamente più gloriosa (stiamo parlando di fama letteraria, sugli esiti delle loro rispettive esistenze umane meglio passare oltre). Nonostante l’uscita per Mondadori delle traduzioni di due libri importantissimi come Rising Up and Rising Down: Some Thoughts on Violence, Freedom and Urgent Means (2004) (“Come un’onda che sale e che scende: pensieri su violenza, libertà e misure d’emergenza”, Mondadori, 2007) e lo stupefacente Europe Central, 2005 (“Europe Central”, Mondadori, 2010), più di mille pagine di romanzo polifonico su seconda guerra mondiale, identità europea, nazismo e stalinismo, la fama di Bill in Italia si è ritrovata ai minimi storici. Complice una certa tediosità che molti avvertono alla lettura delle sue faticose pagine di frasi lunghissime in cui spesso le similitudini si aprono a guisa di ipertesto verso nuovi orizzonti narrativi a loro volta deviati da piuttosto frequenti note a piè di pagina.

Niente di più di quello che ha sempre fatto anche Wallace, no? Eppure tra il lettore intelligente italiano e Bill non è scattata quella molla che è invece scattata tra lo stesso lettore intelligente italiano e David Foster Wallace. Bisognerebbe capire il perché. Al di là del fatto che Wallace aveva – come dire – l’aspetto giusto per diventare un’icona di grassocci, biondicci e occhialuti efebi mostruosamente esperti di ogni categoria di consumo culturale mentre Bill è un fenomenale esempio di faccia da delinquente schizzato. Quando ti fissa da una foto non ti nasce una spontanea reazione di riconoscimento, come invece succede con Wallace. Tutti hanno conosciuto un sosia di Wallace prima di aver visto Wallace in foto per la prima volta. Con Bill, sono pochi quelli che tra noi possono dire di aver visto un suo sosia dal vivo. Perché certi brutti ceffi non frequentano i posti che frequentiamo noi. E dunque: l’aspetto fisico. Sarà questa la causa del fallimento sostanziale di Bill a fronte del trionfo sostanziale di Wallace?

O forse i libri. Sui libri avrei dei dubbi. Temo che certi libri di Bill non li abbia letti quasi nessuno e che se qualcuno in più li leggesse, se ne innamorerebbe. Ma bisogna prima che a queste persone venisse voglia di leggere i libri di Bill. Con Wallace è successo, alla gente è venuta voglia di leggere i suoi libri e poi il passaparola e quindi lo stato di artista di culto. Con Bill zero. Molti fanatici di Wallace probabilmente non hanno mai letto un libro di Bill. Dire che la colpa è dei libri è un po’ come l’uovo di colombo, sembra una spiegazione quasi zen, le cose stanno così perché stanno così, punto e basta. E mi sembra che sia un atteggiamento sbagliato.

Se io avessi in mano il catalogo di Bill, rischierei la mia carriera puntando come un pazzo sulla traduzione dei suoi libri. Perché nel giro di qualche anno potrebbe succedere il miracolo. E potersi fregiare di aver creduto nel futuro – sto delirando – “Premio Nobel William Tanner Vollmann” in tempi duri per l’editoria e per i sogni letterari, mi basterebbe per morire contento. Pubblicherei – spendendo un patrimonio in promozione – i cinque romanzoni finora usciti della serie Seven Dreams: A Book of North American Landscapes, che raccontano la mitologia del continente nordamericano partendo dai viaggi dei vichinghi secoli prima di Colombo. In Italia aveva cominciato a farlo Alet con The Ice-Shirt, 1990 (“La camicia di ghiaccio”, Alet, 2007) e Fathers and Crows, 1992 (“Venga il tuo regno”, Alet, 2011) ma poi Alet – colpa di Bill? – ha chiuso i battenti e addio a meraviglie quali Argall: The True Story of Pocahontas and Captain John Smith del 2001 o l’ultimissimo The Dying Grass, sulla strenua resistenza della tribù dei Nez Perce e dei Palus contro l’esercito statunitense nel 1877.

Nel 2004 Antonio Moresco ha conosciuto Bill a Ravello e ne è rimasto molto colpito. Non so quanti libri di Bill abbia letto, ma ho saputo che, conoscendolo di persona e avendoci a che fare, si è reso conto che oltre a Cervantes e a se stesso ci sono altri scrittori titanici in questo vasto mondo. Non so nemmeno quanto l’endorsement di Moresco potrebbe essere utile a Bill in un Paese che, invece di prendere atto dell’esistenza di Moresco e di decidere placidamente se piace o no, si divide in hard-core fanatics e sbeffeggiatori arguti. Fatto sta che Bill, in questo preciso momento e in questo Paese che è l’Italia, dà l’impressione di essere in quella fase in cui ha ancora pochi lettori ma tutti di un certo livello (tipo i Velvet Underground nel 1967) e che da qui a poco potrebbe anche miracolosamente scoppiare la Bill-mania.

Potrebbe scoppiare per Poor People (2007), in cui il nostro ricercatore del senso di colpa vaga per i quartieri poveri di decine di città e intervista i poveri (pagandoli generosamente) ponendogli domande semplicissime e dirette, tipo: “Perché sei povero?”; “Pensi che potrai mai diventare ricco?” e racontando le storie di questi uomini e donne, restituiti sulla carta sempre con un surplus agrodolce di empatia da parte dell’autore.

Ma forse l’impresa più interessante sarebbe quella di rendere popolare il ciclo (ancora incompleto) dei Seven Dreams. Il megaromanzo mitologico sul Nordamerica in sette volumi da 400 pagine: quanto di più vicino alla scala 1:1, una cosa che non aveva ancora provato a fare nessuno, a ben pensarci. E poi si tratta di libri avvincenti che, paradossalmente, potrebbero perfino interessare al pubblico che compra abitualmente le saghe di romanzi storici ambientati in particolari periodi storici (i Faraoni, i Maya ecc.), quella letteratura popolare fatta di autori piuttosto anonimi e di romanzi scritti a tavolino che – nonostante il difetto di mancare di originalità, di essere un po’ kitsch e di assomigliare ad adattamenti di sceneggiature cinematografiche, vendono sempre abbastanza bene. E allora perché non provare a far passare i Seven Dreams come una serie di questo tipo? Una risposta plausibile sarebbe: “Perché i lettori, dopo aver letto La camicia di ghiaccio, o meglio, dopo aver provato inutilmente a leggere La camicia di ghiaccio, il primo volume, quello che deve per forza sfondare se no addio, e dopo essersi sentiti stupidi per non possedere i mezzi per capire fino in fondo dove li stava trascinando Bill, poserebbero il libro per sempre e penserebbero: Bill? Mai più.”. Ma è una una risposta che non mi convince. Cosa c’è di meglio per un lettore di saghe e di polpettoni pseudostorici che leggersi 480 pagine in cui viene narrata la storia delle guerre tra i groenlandesi (Vichinghi) e gli skraeling (Indiani d’America) intorno all’anno 1000? E anzi, partire da molto prima, dalle faide interne ai Norvegesi, che costrinsero molti di loro ad emigrare prima in Groenlandia e poi ancora più a Ovest, nella mitica terra di Vinland, l’attuale New Jersey. Il New Jersey quando era ancora una terra calda anche d’inverno, una specie di paradiso in terra per gli scandinavi, abitata però da una popolazione locale che non aveva mai visto stranieri prima.

E insomma, non è impossibile sperare che un libro del genere, scritto tra l’altro in una lingua intrisa di mito, simile a quella di certi fantasy, possa diventare un piccolo culto tra gli appassionati di heavy metal scandinavo, di saghe nordiche, di paganesimo. E ricordiamo che è soltanto il primo capitolo della saga dei Sette Sogni di Bill. I tomi seguenti ci trascinano in mezzo alle guerre di religione tra gesuiti e irochesi, alla distruzione delle tribù indiane delle grandi pianure, alla carestia provocata dall’introduzione del fucile a ripetizione nell’Artico, e addirittura alla vicenda di Pocahontas. Per saperne di più, in ogni caso, c’è un bell’articolo del 2012 di Tommaso Pincio, da cui ho preso un po’ di cose, rintracciabile qui.

Dov’eravamo rimasti?

Alla sfortuna critica di Bill.

Perché di Bill si parla così poco e poi scopri che in realtà piace alla gente che piace?

Restano circa 17 libri di Bill inediti in italiano. Ecco un indice di scarsa fiducia dell’editoria. Molti lettori, per fortuna, hanno cominciato a scaricare gli ebook in originale, che è l’unico modo per leggere libri come The Book Of Dolores, Poor People, Last Stories And Other Stories e Imperial. Ma così non c’è soddisfazione. Così è come appartenere a una stramba setta di adoratori di un autore esclusivo, che ognuno sente suo e solo suo. Bisogna liberare Bill dal ghetto del cult puro e duro e lanciarlo nell’oceano di merda del mid-cult. Qualche lettore, puerilmente, lo abbandonerebbe perché “si è sputtanato”, ma la statura di Bill come scrittore assumerebbe di botto dimensioni titaniche. E per liberarlo dal ruolo tristanzuolo di figura di culto di qualche centinaio di italiani che leggono i libri in inglese, ci vorrebbe un editore indipendente che volesse ritentare il colpo della minimum fax con Carver e che si sedesse a un tavolo con l’agente di Bill e gli chiedesse di vendergli in blocco i diritti di TUTTO IL CATALOGO. Un accordo che annulla quelli ancora in essere con altri editori italiani. Facciamo pulizia, ricominciamo da capo.

Varrebbe addirittura la pena di aprire una casa editrice solo per Bill in italiano e dedicarsi giorno e notte all’impresa di arricchirsi con i suoi libri.

Se proprio dovesse andare malissimo, avremmo perlomeno la certezza che arriverebbe Bill in persona a documentarsi per scriverci sopra uno dei suoi libri.

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