Sicilia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sicilia/ un blog di approfondimento culturale Sun, 21 Aug 2016 10:46:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Sicilia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sicilia/ 32 32 Il grand tour di Sicilia, prima parte https://minimaetmoralia.it/reportage/il-grand-tour-di-sicilia-prima-parte/ https://minimaetmoralia.it/reportage/il-grand-tour-di-sicilia-prima-parte/#comments Sun, 31 Aug 2014 11:55:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23026 Pubblichiamo la prima parte di un reportage di Matteo Nucci apparso sul Venerdì di Repubblica. Nelle prossime settimane pubblicheremo la seconda e la terza parte.
Secondo il mito, tutto ha inizio a Creta, nel labirinto che Minosse, re di Cnosso, ha fatto costruire per il Minotauro generato da sua moglie. L’artigiano inventore chiamato a corte per l’occasione è un ateniese dal nome che diventerà per noi significativo della sua più famosa creazione. Si chiama Dedalo, infatti, come dedalico è l’intrico di vie da cui è impossibile uscire a meno che non si abbia in mano un filo come fanno Arianna e Teseo su suo segretissimo suggerimento. Ma Minosse non si lascia ingannare. E per punire l’aiuto prestato a chi è venuto a uccidere il Minotauro, decide di riservare a Dedalo la prigionia più spietata, rinchiudendolo assieme al figlio nel labirinto che lui stesso ha inventato. Dedalo però è un uomo dalle mille risorse. E la risorsa è il poros in greco antico, ossia il passaggio. Per vedere l’unico passaggio che dà accesso alla libertà basta cambiare prospettiva e guardare in alto, in cielo. Dedalo forgia ali di cera con cui lui e Icaro possano volare via fuggendo dal labirinto e da Creta.

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Pubblichiamo la prima parte di un reportage di Matteo Nucci apparso sul Venerdì di Repubblica. Nelle prossime settimane pubblicheremo la seconda e la terza parte. (Nella foto: l’Auriga di Mozia. Foto di Matteo Nucci.)

Secondo il mito, tutto ha inizio a Creta, nel labirinto che Minosse, re di Cnosso, ha fatto costruire per il Minotauro generato da sua moglie. L’artigiano inventore chiamato a corte per l’occasione è un ateniese dal nome che diventerà per noi significativo della sua più famosa creazione. Si chiama Dedalo, infatti, come dedalico è l’intrico di vie da cui è impossibile uscire a meno che non si abbia in mano un filo come fanno Arianna e Teseo su suo segretissimo suggerimento. Ma Minosse non si lascia ingannare. E per punire l’aiuto prestato a chi è venuto a uccidere il Minotauro, decide di riservare a Dedalo la prigionia più spietata, rinchiudendolo assieme al figlio nel labirinto che lui stesso ha inventato. Dedalo però è un uomo dalle mille risorse. E la risorsa è il poros in greco antico, ossia il passaggio. Per vedere l’unico passaggio che dà accesso alla libertà basta cambiare prospettiva e guardare in alto, in cielo. Dedalo forgia ali di cera con cui lui e Icaro possano volare via fuggendo dal labirinto e da Creta.

Il seguito lo conoscono tutti. Icaro, affascinato dal volo e dall’aria fresca che tempera il calore del sole, non sa resistere all’altezza e il sole lo punisce sciogliendone le ali. Dedalo è più saggio, invece, e soprattutto è consapevole. Vola basso. Tira dritto verso un’isola che per la sua forma triangolare è chiamata Trinacria. Lì atterra, viene accolto da genti che lo onorano secondo le leggi dell’ospitalità e lo difendono uccidendo Minosse che non ha smesso di seguirne le tracce. Dedalo allora non può che ringraziare e trova il modo migliore di farlo spendendo il resto della vita a progettare e costruire eccezionali edifici nell’isola.

Gli studiosi ci spiegano che nulla di vero va ricercato in questa storia e che l’arrivo dei Greci in Sicilia è di tutt’altro segno. Hanno ragione. Nessun reperto archeologico testimonia di una presenza cretese, minoica, in Sicilia. I greci non arrivarono nel 1500 a.C. ma molto più tardi. La prima colonia che fondarono fu Naxos, sotto Taormina, nel 724. E tuttavia le verità del mito sono complesse. Hanno a che fare non tanto con le date e con i fatti, quanto con ciò che idealmente accadde, con il senso stesso della storia. E da questo punto di vista nessun racconto sembra più adatto a descrivere gli albori di un periodo durato quattro secoli in cui la Sicilia raggiunse vette di inarrivabile splendore. Ricchezze immense conquistate soprattutto con il commercio del grano spinsero le città greche a esaltare lussi, piaceri e bellezza.

“Una vita tutta impegnata nei famosi banchetti, a riempirsi il ventre due volte al giorno e la notte non dormire mai da soli” avrebbe scritto Platone. Ma non solo edonismo e opulenza – effimere come vento. Anche e soprattutto creazioni straordinarie a livello architettonico e artistico in generale. Legislatori, poeti, filosofi, retori e comici nacquero qui, mentre la grande apertura allo straniero e un mecenatismo d’avanguardia attraevano altrettanti architetti, scultori, intellettuali e letterati a contribuire e imparare. Non si toccarono le altezze a cui aveva ambito Icaro ma si seguì Dedalo nel volo, nell’immaginifica capacità di cambiare, trovare risorse, riplasmarsi. La storia della Sicilia greca (un’entità distinta dall’Italia greca, che sola è la cosiddetta Magna Grecia) è una storia di eccessi, ma consapevoli. Di voli per nulla umani. Ma voli a bassa quota.

Quel che accadde, del resto, lo abbiamo ancora di fronte agli occhi. Basta mettersi per strada e seguire il mare su cui i Greci vennero a fondare le loro città, evitando quasi rigorosamente di vivere nell’entroterra, lasciato alle popolazioni locali con cui si imbastirono complicati rapporti di ostilità e alleanze. Da Messina (originariamente Zancle) fondata nel 730 a. C., la costa settentrionale è apparentemente la più povera di storia, ma ciò che qui si conserva ripaga di ogni cosa. Si tratta soprattutto dei resti di quella che fu una sorta di istituzione. Prendeva il nome dallo straniero, il forestiero, lo xenos, che veniva accolto e con cui si stabiliva una relazione di ospitalità: la xenia. Guidando sulla statale fra Tindari (colonia tarda – 396 a.C. – magnifiche rovine a picco sul mare di fronte alle Eolie) e Halaesa (altra colonia tarda – 403 – arroccata nella valle dietro Tusa), si aprono taverne e bar che sembrano anni luce lontani dalle logiche del turismo di massa. Si ha l’impressione di entrare in cronache perdute.

Il picco è a Castel di Tusa, in un bar su strada dove ci offrono granite di gelso nero e di mandorla “perché non potete non assaggiarle se siete di passaggio e se è la prima volta qui”. Seduto a un tavolino, il ragazzo che ha ridato vita a un campo di gelsi in abbandono si mette a descriverli che sembra Stesicoro. “Molte foglie di mirto / e corone di rose e ghirlande di viole / morbide come lana”. È ancora lì, del resto, Stesicoro. Lontano solo qualche manciata di chilometri. Himera, dove visse attorno al 600, si apre sui due fronti della statale accanto a una ferrovia in disarmo. Possiamo immaginarlo mentre cantando sulla lira l’ultimo epos, traccia la rotta di Eracle oltre le Eolie, all’inseguimento delle vacche rubate al Sole, verso le “colonne” che avrebbero preso il suo nome. Quel che Stesicoro non poté vedere invece è il tempio della Vittoria. Fu costruito per celebrare una battaglia decisiva nel 480. I suoi resti emergono tra cactus e cicale che assordano. Studentesse di archeologia dell’Università di Berna sono lì, all’ombra di un ulivo, a classificare i resti che la terra continua a rigurgitare, prima che siano catalogati nel piccolo bel museo alle pendici della città antica. Oltre il tempio, la piana che digrada verso il mare in coltivazioni tagliate dall’autostrada Palermo-Messina è un luogo quasi sacro per chi ne sa la storia.

Era il 480, appunto, e Stesicoro era morto ormai da ottant’anni. Secondo Erodoto in quello stesso giorno i Persiani entravano con le loro navi nel golfo di Salamina dietro Atene a subire la definitiva sconfitta per mano greca. Qui invece il barbaro (ossia il balbuziente, chi dunque non parlava greco) era la truppa messa insieme dai Cartaginesi ai comandi di Amilcare. Gelone, tiranno di Siracusa, e Terone, tiranno di Akragas (Agrigento), sbaragliarono le forze avversarie di molto superiori per numero, salvando dunque la Sicilia greca. Tonnellate di retorica furono sparse su quella vittoria contro il barbaro. Come se la data abbia segnato una svolta di resistenza decisiva nel corso della storia europea. E dire che la Sicilia nordoccidentale rimase sempre più o meno stabilmente in mano nemica. Lasciandosi alle spalle Himera, infatti, è tutto un susseguirsi di città antiche che ai Greci di Sicilia sfuggirono sempre. Dopo la punica Solunto con il suo bel ginnasio, tagliando fuori Palermo (anch’essa importante fondazione punica), la più famosa è Segesta, che assieme a Erice fu il principale insediamento degli Elimi, una popolazione indigena dalle oscure origini. Immersa nel più classico turismo di enormi pullman che scaricano orde di fotografi a catturare scatti del magnifico teatro a picco sulla valle e soprattutto di uno dei templi dorici meglio conservati, Segesta visse nel suo antagonismo contro Selinunte, l’altra colonia greca che, come Himera ma a meridione, costituiva l’ultimo avamposto greco contro la testa di ponte di Cartagine, il cui centro era una piccola isola, una vera perla per il visitatore di oggi: Mozia.

La guerra contro Mozia (i Greci la espugnarono solo nel 397 ma tornò Cartaginese l’anno seguente) non si è mai esaurita. A poche centinaia di metri dalla terraferma, l’isoletta ospita un piccolo museo gioiello e rovine di fortificazioni, strade, centri religiosi della gloria che fu. I due servizi di imbarcazioni che dovrebbero traghettare i turisti sull’isola però lo sconsigliano. Preferiscono vendere a miglior prezzo tutto il giro della laguna suggerendo che per visitare Mozia non serva sbarcare. L’isolamento è diventato l’arma per distruggere definitivamente l’isola. Si arriva a lasciar credere che la meravigliosa statua del “Giovane di Mozia” sia ancora in giro per il mondo. Non lasciatevi incantare. Comprate il biglietto per l’isola, sbarcate, prendetevi il vostro tempo. Passeggiate per i sentieri silenziosi e consegnatevi ai Cartaginesi. Non erano barbari: una lingua la parlavano eccome. E l’arte sapevano distinguerla con cura. Trafugarono questa statua greca che è uno dei massimi capolavori dell’antichità e quando fu in pericolo la seppellirono. Per descrivere il ragazzo, un auriga probabilmente, non c’è che il silenzio, però. Scolpito in marmo di Paros fu sottratto probabilmente a Selinunte quando nel 409 i Cartaginesi la conquistarono e rasero al suolo. Non completamente, però.

La colonia greca, fondata nel 650, sarebbe sopravvissuta nella sua magnificenza di templi fino ai nostri giorni. I visitatori dell’Ottocento restavano a bocca aperta e dedicarono all’antica città poesie e canti. I locali hanno saputo proteggerla dall’ultimo pericolo: la speculazione mafiosa. Un terrapieno venne tirato su lungo il perimetro dei templi, impedendone la vista dai palazzi che fossero sorti nei dintorni. L’area archeologica è così rimasta intatta, distesa su una piana immensa. Quaranta ettari su cui sono al lavoro restauratori pagati oggi da quel che è rimasto dell’idea cui dal 480 forse si battagliava: la ragazza rapita da Zeus nelle sembianze di un toro: Europa.

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Uno bravo con la polvere https://minimaetmoralia.it/libri/roberto-alajmo/ https://minimaetmoralia.it/libri/roberto-alajmo/#respond Sun, 02 Jun 2013 08:50:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14527 Questo pezzo è uscito sul Post. (Immagine: Jon Rafman, BNPJ: Delaunay Reading Room.)

di Mario Fillioley

Roberto Alajmo deve avere un malo carattere. Me ne sono accorto una volta che ero dentro al cinema Aurora e guardavo un documentario sulla gestualità dei siciliani. Sulle poltrone accanto alla mia c’era tutta questa gente che rideva e si compiaceva per come venivamo fuori da quel film, e vabbe’, pure io ridevo. Mi specchiavo dentro a uno schermo che come un parrino mi assolveva da tutti i miei difetti, e anzi mi diceva che non c’era manco bisogno di confessarmi, perché tanto erano difetti simpatici, stavano a significare calore, ospitalità, estroversione, e tutta una serie di minchiate che si presume sempre siano caratteristica precipua dei siciliani. O forse di tutti gli isolani. O forse, ancora più in generale, di chiunque viva in condizioni di palese arretratezza e che per tanto si suppone ancora in contatto con valori primitivi, legati a un mondo quasi estinto, sopravvissuto solo in località remote, come appunto la Sicilia.

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Questo pezzo è uscito sul Post. (Immagine: Jon Rafman, BNPJ: Delaunay Reading Room.)

di Mario Fillioley

Roberto Alajmo deve avere un malo carattere. Me ne sono accorto una volta che ero dentro al cinema Aurora e guardavo un documentario sulla gestualità dei siciliani. Sulle poltrone accanto alla mia c’era tutta questa gente che rideva e si compiaceva per come venivamo fuori da quel film, e vabbe’, pure io ridevo. Mi specchiavo dentro a uno schermo che come un parrino mi assolveva da tutti i miei difetti, e anzi mi diceva che non c’era manco bisogno di confessarmi, perché tanto erano difetti simpatici, stavano a significare calore, ospitalità, estroversione, e tutta una serie di minchiate che si presume sempre siano caratteristica precipua dei siciliani. O forse di tutti gli isolani. O forse, ancora più in generale, di chiunque viva in condizioni di palese arretratezza e che per tanto si suppone ancora in contatto con valori primitivi, legati a un mondo quasi estinto, sopravvissuto solo in località remote, come appunto la Sicilia.

Intorno a me si stava producendo questo idillio simbiotico tra rappresentazione e rappresentati: mano a mano che aderivamo allo stereotipo, le poltrone si adattavano meglio alla forma del sedere, diventavano sempre più morbide, sempre più comode, fino a quando a un certo punto dentro alle poltrone c’eravamo sprofondati, ci avevano inghiottito, erano diventate una tomba, un divano di Baudelaire. Le battute del film, più dolci che sapide, erano tutto un picco glicemico: rilassavano, rammollivano, inducevano a una sonnolenza satolla, di tipo postprandiale. Io pensavo che quel documentario era brutto, ma brutto assai, e oltre a essere brutto ci stava facendo indigestione, a tutti, e, come a certi pranzi di matrimonio che non finiscono mai, mi è venuta voglia di alzarmi dal tavolo e muovere le gambe. Invece sullo schermo è comparso Roberto Alajmo e allora ho detto aspetta, dove stai andando? proprio ora che stanno servendo l’amaro e ti puoi levare questo sapore dalla bocca? rimettiti seduto. Perché pure lui era seduto.

Lo intervistavano così, mentre stava un po’ in panciolle su una sdraio, con le ciabatte ai piedi, i pantaloncini corti e una maglietta che sembrava se la fosse messa addosso un attimo prima. Vederlo comparire è stato come bere la citrosidina Brioschi tutto d’un fiato e urlare arrivano i nostri con un rutto. Avendo letto L’arte di annacarsi e Palermo è una cipolla, sentivo che stava per consumarsi la mia vendetta: eh, caro regista, mi dispiace, ora sono fatti tuoi, Roberto Alajmo quando parla dei luoghi comuni sulla Sicilia lo sa di cosa parla, quindi non lo so se a te – che eri in vena di oleografie – ti è convenuto andarlo a sconcicare fino a casa sua mentre si stava riposando. Quelli sono due libri che con i luoghi comuni sulla Sicilia ci fanno i conti.

Fare i conti col posto dove abiti è difficile: ti viene sempre di ritoccare le cifre per andarci a guadagno (oppure per mandare tutto a bancarotta e poi andarci a guadagno). Invece i conti di Roberto Alajmo sono a somma zero: il piacere di leggerlo non sta tanto nel vedere che risultato trova, ma nell’osservarlo mentre fa le operazioni con la matita dietro l’orecchio e la visiera da ragioniere in testa. Un’attività che deve avere a che fare con la narrativa: il lettore di Palermo è una cipolla piglia certe sbandate, si sente malsicuro, inquieto, prima ride, poi si preoccupa, poi si sente preso in giro, poi si fa domande, si chiarisce certe cose e si confonde su altre, la mafia, l’antimafia, il traffico, il caffè (che si deve bere quando è così bollente che brucia le labbra perché altrimenti significa che te l’hanno fatto male e quel bar non è buono) i tic, le idiosincrasie, le riprese dal vero di una città che si mette sempre in posa e non la puoi sorprendere manco se gli fai le foto di nascosto.

E allora valla a sbrogliare la matassa dei luoghi comuni che si raccontano sui siciliani e a cui i siciliani per primi credono. Insomma, Roberto Alajmo non lo puoi infilare dentro a quel documentario senza che lui non te lo faccia saltare dall’interno.

Ispirare simpatia con un malo carattere non deve essere facile. E infatti io penso che Roberto Alajmo sia bravo a fare sembrare una babbìata certe cose che altri non si possono neanche sognare, e che insomma possieda la sprezzatura, quella del Cortegiano.

Se oltre al malo carattere non c’hai  anche  la sprezzatura, è meglio se tenerezza e nostalgia le lasci perdere: un libro come Il primo amore non si scorda mai, anche volendo devi proprio evitare di scriverlo, altrimenti corri il rischio di sembrare Carlo Conti che legge gli sms del pubblico a I migliori anni.

Il primo amore non si scorda mai, anche volendo è più o meno il memoriale intimo di un consumatore bambino. Ogni capitolo fa un po’ storia a sé, però sempre dentro a un telaio: diciamo che è un piolo di quella scala che uno sale senza neanche accorgersene quando passa dall’infanzia all’adolescenza.

Dalla lettura mattutina che faccio di Penultim’ora, il suo blog, sospetto che Roberto Alajmo si sia aiutato con un ripasso: ha un figlio che sta per diventare adolescente, quindi magari quella fase di passaggio ce l’ha sotto agli occhi, e forse per questo è riuscito a scorrerla così bene al microscopio, e a trovare quegli snodi, quegli incroci non segnalati, di cui è impossibile indovinare la destinazione nel momento in cui li si attraversa. Come per esempio un amico tuo che un giorno trova il coraggio di scavalcare un muretto che sembra la siepe dell’Infinito, e che fino al giorno prima nessuno mai si era sentito abbastanza ardito da oltrepassare:

La campagna oltre il muretto non è tanto che faccia paura. Un po’ sì, ma suscita soprattutto curiosità. Si dice che ci abiti una tribù di zingari, o che vadano a spartirsi il bottino dei malviventi, come li chiama il telegiornale. Quando ne parlate tra voi, c’è sempre qualcuno disposto ad aggiungere qualche dettaglio raccapricciante che l’ultima volta non c’era. Ma la verità è che di quella campagna nessuno ne sa niente. Di tanto in tanto vi ripromettete di scavalcare il muro, ma in cima è coperto da cocci di vetro che rappresentano un ottimo motivo per rinviare ogni volta. Però un giorno accade. […] Quello ricompare, scavalcando con semplicità e tornando da voi senza danni apparenti, solo pulendosi le mani sui pantaloni. Gianni Cirafici vi ha appena dato una lezione e non avete diritto a fare domande. Non subito, almeno. C’è un lungo momento durante il quale sperate che lui voglia dire qualcosa spontaneamente, risparmiandovi altre smanie. Ma niente. Nessuno sconto. Vi guarda uno per uno, e poi tutti assieme, senza aprire bocca. 

Oppure un viaggio in autobus dal centro alla periferia della città per cercare (senza trovarle) un paio di scarpe della misura giusta a un compagno di giochi gigantesco:

Il viaggio di ritorno verso via Carducci è caratterizzato da una silenziosa malinconia. Arrivati, vi salutate senza commenti. Ognuno di voi sente bruciare la delusione, ma non può ammettere di avere sprecato una giornata. E poi avete visto il famoso quartiere Zen, se non altro. Finirà che la madre di Polifemo le scarpe numero quarantanove le farà fare apposta da un calzolaio. Due paia, in crescita, ché alla vostra età non si sa mai.

Memorie come queste sono private fino a un certo punto. Così, a fare da intermezzo, Roberto Alajmo ci innesta sopra i repertori (dei giocattoli, dei giornalini e dei cartoni animati, delle robe da mangiare, del calcio e dei calciatori), cioè elenchi ragionati di tutti quei beni che concorsero a formare l’immaginario ludico-consumista della Carosello generation. Da liste di questo genere uno si aspetta sempre l’innesco per l’effetto bei tempi, e invece a scorrere queste ti accorgi che è il contrario: l’asciuttezza con cui sono compilate bilancia il tono epico-ironico degli episodi d’infanzia, e più che gli elenchi sentimentali di Fazio e Saviano vengono in mente gli inventari meticolosi di un ferramenta. Il fatto, poi, che siano suddivise per categoria merceologica sembra un tentativo di tirarne fuori l’oggettività storiografica, farne una sorta di prova testimoniale che chiami in correità il lettore e lo renda definitivamente complice. Infatti il libro è tutto in seconda persona, a volte singolare (tu) e più spesso plurale (voi ).

Roberto Alajmo la seconda persona la usa anche in altri libri. Io una volta ho tradotto un’intervista a Rick Moody (Col pianoforte ero un disastro) in cui il grande scrittore americano sosteneva che la seconda persona è un trucchetto da bottega. Sarà che a me le botteghe piacciono più degli atelier, però mi pare che il tu e il voi qua non siano un espediente, ma una specie di attrezzo gnoseologico: la birillatrice per estrarre il succo del collettivo dal biografismo del ricordo.

Sempre a proposito di botteghe, secondo me Roberto Alajmo le memorie non le tiene in soffitta, ma nel garage.

Quando ho letto 1982 memorie di un giovane vecchio, che è un po’ l’esperimento preparatorio di quest’ultimo libro, non m’è venuto di immaginarmelo come lo scrittore romantico, che in un malinconico giorno di pioggia autunnale sale in un sottotetto e soffia via la polvere da un baule pieno di cimeli, ma come uno di quei tizi che capita di vedere affaccendati dentro a un garage, dove tutto è in ordine sugli scaffali e i soppalchi, e c’è sempre una specie di bancone lungo su cui pulire, avvitare, oliare, esercitare l’arte della manutenzione. Quelli col malo carattere, se si occupano degli oggetti sopravvissuti al passato non è per crogiolarsi nella nostalgia, ma per tenerli in funzione, verificare che siano sempre pronti per l’uso. In garage non è come in soffitta: non si tratta di spolverare il desueto, ma di manutenere l’utilizzabile.

La bravura con la polvere consiste più nell’evitare che si depositi che nel rimuoverla, e infatti il libro, pur parlando di anni lontani, è scritto tutto al presente indicativo: così magari il giorno del 2013 in cui guardi tuo figlio e ti sembra che in una sola notte sia diventato un’altra persona, puoi scendere in garage e tirare giù dal soppalco la giornata del 1968 che ti serve per capire questa, sicuro che niente si sia ossidato e tutti i meccanismi funzionino ancora alla perfezione.

Comunque la trasmissione di Fabio Fazio in qualche modo con questo libro qualcosa c’entra, perché quel programma lo scrisse Francesco Piccolo, e a tratti Il primo amore non si scorda mai, anche volendo sembra una specie di Momenti di trascurabile felicità , però virato seppia e centrato sull’infanzia. Per esempio in questo punto, il mio preferito, dove le croste alle ginocchia diventano una specie di correlativo oggettivo:

In una prima fase le studi, perché sai, ti hanno insegnato, che le croste non si toccano. Ma non dura. Rimani affascinato da quello spessore che allo stesso tempo ti appartiene e non ti appartiene. Sei tu e non sei tu. Prima o poi la crosta è destinata a cadere e perdersi, come i capelli quando vai dal barbiere o le unghie che ti tagli (quelle che ti mandi no, rimangono a mutare nel tuo stomaco e almeno in percentuale torneranno a essere parte di te) […] Se provi ti accorgi che riesci persino a infilarci sotto un’unghia o quel che rimane dopo la scorpacciata che ne hai fatto. Ma basta: l’unghietta si è insinuata. Lei sa cosa c’è sotto. E per suo tramite pure tu immagini la superficie di pelle nuova che si è formata sotto la crosta di sangue. Basta provare a muovere l’unghia per far muovere anche la crosta, che ormai è matura, pronta a staccarsi da sola. Ti viene voglia di dare una mano al corso della natura. Oltretutto quella crosta alle ginocchia è un fastidioso retaggio da bambini. I grandi mica ce le hanno. E allora fai una cosa che assolutamente la mamma proibisce: fai leva.

Francesco Piccolo non ha l’aria di uno col malo carattere, però la sua scrittura e quella di Roberto Alajmo si somigliano lo stesso. Nella prefazione che scrisse qualche anno fa per la ristampa di un suo vecchio libro (Scrivere è un tic) c’era una riga in cui definiva la sua:

Una lingua saggistico-narrativa che vado esplorando da anni, e che è la ragione per cui scrivo.

Ecco, secondo me anche Roberto Alajmo scrive con quella stessa lingua, e tutti e due scrivono libri meticci, dove c’è sempre l’autore in persona (o un suo alter ego) coinvolto a vario titolo nella narrazione, e ogni volta che ti sembra voglia mettere a fuoco se stesso come personaggio, in realtà ti accorgi che a essere in primo piano è il contesto. Oppure viceversa. Ecco perché non sai mai se stai leggendo un romanzo che sembra un saggio o un saggio che sembra un romanzo. La conferma è che la trama quasi mai è basata su una storia nel senso tradizionale del termine: per esempio, nel caso di Roberto Alajmo, spesso è una storia successa per davvero. Questo l’ho sentito dire a lui, una sera di settembre all’eremo di Avola antica. Lo disse di fretta perché quella sera giocava il Palermo contro l’Inter (e mi sa che lui tifava l’Inter – sempre perché ci vuole un gran malo carattere per tifare l’Inter a Palermo), la presentazione stava andando per le lunghe e lui voleva andarsi a vedere la partita.

Disse che è quasi una cosa immorale inventarsi una storia, e lo è ancora di più in Sicilia, dove sono successe e succedono continuamente cose vere che meritano di essere raccontate più di quelle finte, e che la letteratura serve a riempire quel piccolo interstizio, quella fessura che sempre si forma tra l’accadimento e la sua esposizione per iscritto: ecco, se uno ci pensa bene, questo fatto di mettersi a intuppare i puttusi con la manicola e la quacina è una cosa molto umile da dire, specie per uno che ha un malo carattere. E invece lui oltre a dirlo lo fa. Però non con la manicola e la quacina, ma con la spatola e lo stucco, perché la sua è una lingua spalmata così bene che la fessura non si vede più, nemmeno ci si immagina che sia mai esistita. Oltretutto lo fa da un bel po’ di tempo, e infatti un’altra delle cose che è bravo a fare con sprezzatura è anticipare. Per esempio ha scritto Limonov un anno prima che uscisse Limonov.

Il libro si chiamava Tempo niente ed era la biografia del magistrato Luca Crescente, morto di troppa dedizione al lavoro. Come Limonov e prima di Limonov, oltre a essere la biografia di un personaggio reale, era anche un romanzo su uno scrittore che scriveva una biografia. Va bene, Eduard Veniaminovich Savenko detto Limonov è un vivente, mentre Luca Crescente purtroppo non lo è più, però è anche vero che Limonov è un fango e Luca Crescente invece era il classico bravo picciotto. Forse è per questo che quello di Alajmo un anno fa non è diventato il libro dell’anno e quello di Carrère sì: alla gente i fanghi gli piacciono più dei bravi picciotti. Com’è che invece gli scrittori col malo carattere gli piacciono meno?

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Per Vincenzo Consolo https://minimaetmoralia.it/letteratura/6291/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/6291/#comments Tue, 24 Jan 2012 09:41:37 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6291 Fabio Stassi ci regala un ritratto appassionato dello scrittore Vincenzo Consolo, scomparso qualche giorno fa. L’appendice che segue sono gli appunti che Stassi ha conservato di un passato Salon du livre di Parigi, dove Consolo fu ospite e parlò della sua ricerca stilistica e della sua poetica.

di Fabio Stassi

Ho conosciuto Vincenzo Consolo nella biblioteca di Storia contemporanea della Sapienza di Roma. Era un giorno di maggio del 1995. L’avevamo invitato a parlare delle biblioteche frequentate nella memoria e nel sogno.

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Fabio Stassi ci regala un ritratto appassionato dello scrittore Vincenzo Consolo, scomparso qualche giorno fa. L’appendice che segue sono gli appunti che Stassi ha conservato di un passato Salon du livre di Parigi, dove Consolo fu ospite e parlò della sua ricerca stilistica e della sua poetica.

di Fabio Stassi

Ho conosciuto Vincenzo Consolo nella biblioteca di Storia contemporanea della Sapienza di Roma. Era un giorno di maggio del 1995. L’avevamo invitato a parlare delle biblioteche frequentate nella memoria e nel sogno. A quell’incontro con gli studenti avrebbe partecipato anche José Saramago, se il dipartimento non lo avesse ritenuto un personaggio ancora non “di chiara fama”. Consolo intervenne dopo l’inconfondibile barba bianca a due punte di Vittorio Emanuele Giuntella, uno studioso a cui volevo bene e che mi aveva insegnato tutto quello che so sull’età dell’illuminismo. Giuntella aveva scelto di raccontare le biblioteche dei lager nei quali era stato internato, e lo fece in maniera toccante. Consolo parlò invece dei libri della sua infanzia, della biblioteca di Lucio Piccolo, della scoperta della stella polare della letteratura. La sua voce era mite ma affabulatrice, capace di esprimere con la stessa forza sia la nostalgia che l’indignazione.

Fu uno dei primi scrittori che vedevo in carne e ossa, avevo letto tutti i suoi libri e lo consideravo l’ultimo esponente della tradizione del romanzo siciliano post-unitario[1]. Leonardo Sciascia era morto da qualche anno e con Gesualdo Bufalino ci avevo parlato solo per telefono (il Grande Sedentario non usciva mai dalla Sicilia: ci saremmo scritti, ma non l’avrei conosciuto perché rimandai troppo a lungo un viaggio a Comiso). Restava solo lui. Quella sera scegliemmo un piccolo ristorante, in centro, dove poter conversare in pace. E per me fu come andare a cena con la lezione umanizzata di Verga, De Roberto, Pirandello e Borgese, più la luce luttuosa di Brancati, più gli astratti furori di Vittorini e di Sciascia e l’eleganza formale di Tomasi e di Bufalino declinati tutti insieme in un espressionismo dolente. Prendemmo un gelato dietro al Pantheon. Ricordo che Consolo si arrabbiò per come cambiava la letteratura, per la sua spettacolarizzazione, e anche per l’incomprensibile sciatteria delle nostre canzoni e della musica commerciale.

Sull’esempio di chi lo aveva preceduto, il suo lavoro portava avanti quella coerente e quasi cromosomica riflessione sui fatti italiani che gli scrittori siciliani hanno sempre condotto, dalla delusione del Risorgimento e dell’unificazione sino all’omicidio dei giudici Falcone e Borsellino. Una riflessione che tra vicerè, vecchi e giovani, gattopardi, esercizi spirituali e olivastri selvatici suona come un recitativo all’inverso, una implacabile chiosa ai secolari malanni e guasti della nazione. La dominante è una dissonanza cronica: un cosmico e sgomentato discredito della storia. L’eccentrico barone Enrico Pirajno di Mandralisca, catalogatore di molluschi e collezionista d’arte, protagonista de Il sorriso di un ignoto marinaio (Einaudi, 1976), si chiede allo stesso modo dell’abate Vella del Consiglio d’Egitto di Sciascia[2]: “Cosa è stata sin qui la Storia, egregio amico?” La risposta è esemplare e definitiva: “Una scrittura continua di privilegiati.” Per lui il mondo aveva la forma di una chiocciola o di una lumaca: una spirale di ingiustizie e di soprusi, il ripetersi di una stessa mancata speranza.

Si potrebbe dire che il tema privilegiato della narrazione romanzesca, per Consolo come per Bufalino o per Sciascia, è “il tempo febbrile delle pesti”[3]. È lo stesso “mal contagioso” di cui scrive Manzoni, “il seme della peste”[4]. I personaggi che ne faranno esperienza, sono cronisti di epoche tristi e inferme, contemporanei di pestilenze ed esili che lasciano cambiati, per quanti oblii li seguiranno. È il “colera di Palermo”, la pandemia della mafia e quella nera del rimorso e del tragico senso di fallimento di una generazione che non ha saputo costruire dopo la guerra un’Italia civile e si ritrova ora a vivere in un paese franato, tra città stravolte, dove si cancellano memorie e nelle quali esala “un odore dolciastro di sangue e gelsomino”[5]. Segno che l’infezione, ancora, non è passata né che se ne potrà guarire.

Se Bufalino lavorò per decenni alla sua Diceria dell’untore, Consolo intitolò uno dei suoi ultimi libri con il nome dell’antico lazzaretto della città: Lo Spasimo di Palermo. Dalla valle “fetida, infetta” della Conca d’Oro, da questa Palermo immersa in “un sudario molle”, cielo lattiginoso e “mare d’un verdastro torbido”, e “fumi grassi” che s’alzano dalle spiagge, si può risalire fino alla Somalia del sergente di Ennio Flaiano in Tempo di uccidere o all’Algeria di Camus del dottor Bernard Rieux, che aveva proprio l’aria di un contadino siciliano. Lungo questa mappa delle metafore o cosmologia della peste, tutto ritorna all’uomo: la pena, e la rivolta, e il dovere della responsabilità e del bilancio.

Sarà un terremotato di Gibellina, emigrato nelle cave di Meirengen, vicino Basilea, a resocontare in L’olivo e l’olivastro il ritorno nell’isola odiosamata[6] ricoperta ora di gelsomini neri, un sudario di calce al posto del ricordo, una terra di massacro e una terra massacrata, dove di ciclopico è rimasta solo la demenza. Il suo viaggio, speculare a quello del Silvestro di Vittorini[7], è un dialogo con uomini e luoghi trapassati, con l’ansia divorante delle madri, un inoltrarsi nella rovina, un chiedersi cos’è successo, un sapere che si è destinati a ripartire… è l’ultimo mascheramento di Ulisse. Perché più vado avanti e più mi rendo conto che tutto quanto c’era da dire, scriverà in un altro piccolo libro Vincenzo Consolo, era già stato detto da Omero e dopo non si è fatto altro che ripetere: “l’Odissea è matrice di ogni racconto”[8].

Per qualche anno ci scambiammo solo dei biglietti, di tanto in tanto. Perché lo incontrassi  nuovamente, il caso scelse un’occasione privilegiata: il cielo grigio di Parigi e il Salon du livre del 2001. Io ci partecipavo come bibliotecario: quell’anno l’Italia era il paese omaggiato. All’ingresso avevano esposto trentacinque enormi ritratti. In uno di questi, Vincenzo Consolo teneva in mano una lente d’ingrandimento che gli dilatava l’occhio e lo sguardo mentre Rigoni Stern camminava su un sentiero innevato di Asiago. Lessi che teneva una conferenza alla sala Victor Hugo: Une heure avec Vincenzo Consolo. Mi precipitai. La sala era accanto al Padiglione Italia. Una sala gialla, affollata. Dai vetri si vedeva la gente che passava. Entrai mentre un attore stava leggendo un brano di un suo libro. Presi posto e aprii il mio quaderno per gli appunti. Soltanto dopo un po’ mi accorsi che mi ero seduto accanto a Daniel Pennac.

La conferenza di Consolo fu ipnotica. Parlò di molte cose, della letteratura come metafora, delle sue scelte stilistiche, del Sud, di Omero, di Verga e del proverbio siciliano cu nesce arrinesce: chi esce, chi va via, riesce. Alla fine, Daniel Pennac si avvicinò al mio orecchio e mi disse sottovoce, con un gran sorriso entusiasta, che per lui Consolo era semplicemente magnifique. Ci alzammo e andammo ad abbracciarlo insieme.

Nel 2007 lo ritrovai a Siracusa, al Premio Vittorini. Era il presidente di giuria e furono le sue mani a benedire il mio primo romanzo. Ma l’ultima volta che l’ho visto fu a una serata tributo per Pino Veneziano, l’artista siciliano che un giorno dell’84 aveva cantato anche per Borges, commuovendolo. Consolo aveva firmato un appello per Selinunte e l’introduzione a un libretto dal titolo Di questa terra facciamone un giardino[9]. Prese la parola e tracciò un breve elogio della cultura orale. Me lo ricordo così, sotto la luce gialla che illuminava le colonne del tempio, piccolo e incanutito ma con gli occhi che non avevano mai smesso d’essere vivaci, un vecchio cantastorie in piedi tra i ruderi di un’acropoli.

APPENDICE

Un clandestino a Parigi : une journée avec Vincenzo Consolo
(dai miei appunti, Parigi, Salon du livre, 24 marzo 2001)

Sala Victor Hugo, ore 12

La letteratura è metafora. Nostalgia di un tempo e di una patria perduta, desiderio dei personaggi di tornare a un’Itaca che non esiste più. È la nostra condizione. Siamo degli ulissidi che anelano a raggiungere la patria perduta. La memoria di una patria. Io ho sempre avvertito nel mio lavoro di scrittore una discrepanza tra argomento e stile. Sin da quando iniziai a scrivere, nel 1963, capii che dovevo fare una scelta di campo dal punto di vista linguistico e stilistico. Non c’è innocenza in arte, bisogna avere consapevolezza di quello che si sta svolgendo. Io sapevo che gli scrittori della generazione appena precedente alla mia, avevano adottato un registro comunicativo, un codice linguistico comunicativo. Moravia, Calvino, Morante, Sciascia. Io penso che speravano che dopo la fine del fascismo sarebbe potuta nascere in Italia una società civile con la quale comunicare. E questa loro speranza risaliva all’utopia linguistica di Manzoni.
Ma quando cominciai a scrivere io, questa società non si era formata, non esisteva per me. Per questo ho adottato un codice non comunicativo, ma espressivo. Con questa scelta stilistica mi inserivo in una tradizione italiana che partiva da un mio conterraneo, Giovanni Verga. Lui aveva rivoluzionato il codice linguistico manzoniano. Sulla sua linea lo avevano seguito Gadda e Pasolini.
Avevano creato un controcodice espressivo.
In questo sono stato favorito dalla ricchezza della lingua della mia terra, da quel giacimento linguistico che con molta faciloneria viene chiamato dialetto. Nel siciliano sono presenti residui della lingua greca, araba, francese, spagnola e delle altre civiltà transitate dalla mia isola. Io ho utilizzato questo serbatoio, questi residui, per rompere il codice linguistico nazionale, organizzando la prosa in modo ritmico, lirico, più simile alla poesia. Per me non esisteva un rapporto tra testo letterario e contesto storico, situazionale, ma una rottura. L’esempio più efficace lo dà la tragedia greca. Il messaggero appare sulla scena e riferisce quello che è avvenuto in altro tempo e in altro luogo. Solo dopo che lui racconta i personaggi si muovono e il coro commenta. Così, attraverso il rito del teatro, si ottiene la liberazione dalla colpa, la catarsi. Il messaggero, l’anghelos, è lo scrittore. Appare e dice di una vicenda, e cerca di far immedesimare personaggio e lettore. Ma oggi la cavea è vuota. Non c’è più il pubblico. L’unica possibilità è quella di spostare la narrazione sul commento della tragedia che ci riguarda tutti.
Nei miei libri, in tutti i miei libri, ci sono queste parti corali, che i latini chiamavano cantica. Si interrompe il racconto e si alza il ritmo, attraverso l’uso insistito delle assonanze e delle rime. Come dice Bachtin, il romanzo è sempre utopico perché ipotizza un mondo migliore.
Questa è stata la mia ricerca stilistica, una ricerca archeologica e filologica. Noi non abbiamo la fortuna di voi francesi. Leopardi, in un’analisi delle due lingue cugine, l’italiano e il francese, dice che il francese, attraverso la creazione di uno stato e la sua storia unitaria, si è “geometrizzato”. L’italiano, invece, non è una sola lingua, ma tante lingue. Questa è la nostra risorsa ma anche la nostra dannazione, da Dante in poi.
La letteratura, per me, è soprattutto una memoria linguistica. Ho ricercato le radici e usato la tecnica dell’innesto. Ma non ci si deve confondere. Trovo ingiustificato e regressivo l’inserimento dell’elemento dialettale. Come ha scritto Pasolini, Verga usava un italiano irradiato di dialettalità, ma non era un dialetto, era un’altra lingua. Una lingua nuova.
Considero la ricerca stilistica un impegno nei confronti della storia. Capisco che i miei testi non sono di facile lettura. Ma c’è in me un’esigenza di praticare una “letteratura d’intervento” (così l’ha definita Roland Barthes) anche sui giornali. Sento il bisogno di esprimere il mio giudizio sulla situazione politica del mio paese, ma anche su quella internazionale. Domani, insieme ad altri scrittori che fanno parte del Parlamento internazionale degli scrittori, tra cui José Saramago, parto per Tel Aviv e per Ramallah, per portare un appello per la pace. In Francia, l’esempio dello scrittore militante è quello di Zola, che pur pagando di persona alla fine riuscì a far riaprire il processo Dreyfuss. Oggi, in Italia, c’è un ministro della cultura che accusa gli intellettuali di vigliaccheria. Di fronte a tanta volgarità non vale nemmeno la pena di rispondere. Voglio aggiungere che non volevo alcuna ipoteca da parte del governo italiano sulla mia partecipazione a questo Salone del libro. Dopo le nostre dichiarazioni, io, Camilleri e Tabucchi siamo stati cancellati dal catalogo. Non troverete né la nostra foto né la nostra biografia. Per il mio governo, qui sono un clandestino.

Sala Dante Alighieri, pomeriggio. Vincenzo Consolo discute insieme a Erri De Luca, Giuseppe Bonaviri e Raffaele La Capria. Qualcuno gli chiede perché ha lasciato la Sicilia

Appartengo alla storia infinita di meridionali che hanno abbandonato questa estremità, questo limite, per raggiungere il centro. Alcuni vennero in Francia, nel vagheggiamento di un nord mitico. Il primo è stato Verga. Approda a Firenze, poi a Milano, nella Milano dei salotti e delle contesse. Trova invece un mondo in grande subbuglio. In quegli anni si avvia la Pirelli. Lui rimane spiazzato. E qui si toglie la maschera di scrittore borghese e compie una rivoluzione stilistica. Dopo di lui, a Milano ci piovono Vittorini e Quasimodo. Io ci ho studiato, poi sono tornato in Sicilia. Ho insegnato nelle scuole agrarie. Ma presto mi sono reso conto che la mia presenza nell’isola era un’assurdità. Il mondo che volevo descrivere, il mondo contadino, si stava frantumando. Era in atto un esodo di braccianti che partivano per il nord e diventavano operai. Si pensava ancora che Milano fosse diversa e opposta alla realtà siciliana. Questa mitologia era stata alimentata da Vittorini. Lì ho lavorato in quella che definisco una fabbrica di armi, ossia la televisione, la Rai. Progressivamente il mito di Milano mi si è infranto, stagione dopo stagione, prima con gli anni di piombo, poi col riflusso craxiano, infine con l’era di Berlusconi. Questa è la mia storia.

La sala è strapiena. Gente in piedi, gente seduta per terra. L’affluenza è davvero impressionante. Sembra quella di un concerto. De Luca e La Capria relazionano in francese. Consolo riprende il microfono per spiegare che per la sua isola i Vespri siciliani sono stati una sciagura, al contrario di quanto ha creduto Croce. Perché i francesi se ne sono andati a Napoli, “e oggi i relatori napoletani lo parlano correttamente, mentre da noi sono arrivati gli spagnoli e l’Inquisizione, ma i siciliani non hanno imparato nemmeno lo spagnolo”. Suscita l’ilarità della sala. Poi pacatamente riprende il suo discorso sul recupero di una memoria linguistica, della memoria di un sud più profondo.

Il canale di Sicilia era un canale di grande comunicazione. I pescatori trapanesi andavano a pescare nelle acque del Mahgreb. Poi, con l’inizio dell’età dei conflitti, il Mediterraneo divenne un confine, un luogo di miserie e di atrocità, come ha spiegato Braudel, un mercato di schiavi, il centro di guerre economiche mascherate da guerre di religione. Oggi, purtroppo, assistiamo al ritorno di questi massacri. Ma non bisogna dimenticare che la storia delle civiltà è sempre una storia di incroci e di migrazioni e anche voi francesi ne sapete qualcosa.

L’intensa giornata di Vincenzo Consolo termina la sera, allo stand di France culture. Attorniati dai microfoni e dai giornalisti della radio francese, siedono allo stesso tavolo i membri del Parlament International des Escrivains. Vicino a Consolo riconosco i premi nobel per la letteratura Wole Soynka e José Saramago. Soynka è un po’ invecchiato, con una montagna di capelli bianchi sulla testa. Saramago elegante e autorevole, come sempre. Accanto a loro siedono il sudafricano Breyten Breytenbach, il cinese Bei Dao, Juan Goytisolo per la Spagna e Russel Banks per gli Usa. Con voce ferma e sicura, insieme consegnano a Parigi e al mondo il loro messaggio di pace.

[1] Un sommario elenco delle opere che hanno edificato questa linea siciliana del nostro romanzo comprende: I malavoglia (1881) e la novella Libertà (1882) di Verga, I vicerè (1894) di De Roberto, I vecchi e i giovani (1913) di Pirandello, Rubè (1921) di Borgese, Il gattopardo (1958) di Tomasi, Il Consiglio d’Egitto (1963) e il racconto Il quarantotto (Gli zii di Sicilia, 1958) di Sciascia. Il sorriso dell’ignoto marinaio (1976) di Consolo è l’estremo tassello di questa antistoria del Risorgimento, un discorso che si protrae da oltre un secolo. Ma, estendendo la riflessione al fascismo, al dopoguerra e al cinquantennio democristiano, bisogna annotare almeno Conversazione in Sicilia (1941) di Vittorini, Il bell’Antonio (1949) di Brancati, Il contesto (1971) e Todo Modo (1974) di Sciascia, Diceria dell’untore (1981) di Bufalino, L’olivo e l’olivastro (1994) e Lo spasimo di Palermo (1998) di Consolo, a cui ora si possono aggiungere le opere e i nomi di Andrea Camilleri, di Giosué Calaciura e di Giorgio Vasta.

[2] L’abate Vella sosteneva “che il lavoro dello storico è tutto un imbroglio, un’impostura: e che c’era più merito ad inventarla, la storia, che a trascriverla da vecchie carte, da antiche lapidi, da antichi sepolcri; e in ogni caso ci voleva più lavoro, ad inventarla: e dunque, onestamente, la loro fatica meritava più ingente compenso che quella di uno storico vero e proprio, di uno storiografo che godeva di qualifica, di stipendio, di prebende. «Tutta un’impostura. La storia non esiste. Forse che esistono le generazioni di foglie che sono andate via da quell’albero, un autunno appresso all’altro? Esiste l’albero, esistono le sue foglie nuove: poi anche queste foglie se ne andranno; e a un certo punto se ne andrà anche l’albero: in fumo, in cenere. La storia delle foglie, la storia dell’albero. Fesserie! Se ogni foglia scrivesse la sua storia, se quest’albero scrivesse la sua, allora diremmo: eh, sì, la storia… Vostro nonno ha scritto la sua storia? E vostro padre? E il mio? E i nostri avoli e trisavoli?… Sono discesi a marcire nella terra né più né meno che come foglie, senza lasciare storia… C’è ancora l’albero, sì, ci siamo noi come foglie nuove… E ce ne andremo anche noi… L’albero che resterà, se resterà, può anch’essere segato ramo a ramo: i re, i viceré, i papi, i capitani; i grandi, insomma… Facciamone un po’ di fuoco, un po’ di fumo: ad illudere i popoli, le nazioni, l’umanità vivente…. La storia. E mio padre? E vostro padre? E il gorgoglio delle loro viscere vuote? E la voce alta della loro fame? Credete che si sentirà nella storia? Che ci sarà uno storico che avrà orecchio talmente fino da sentirlo?»” in L. Sciascia, Il Consiglio d’Egitto, Milano, Adelphi, 1989, p. 59-60.

[3] V. Consolo, Lo Spasimo di Palermo, Milano, Mondadori, 1998, p. 113.

[4] Così suona, in francese, il titolo della Diceria dell’untore.

[5] V. Consolo, Lo Spasimo di Palermo, cit., p. 115.

[6] Consolo aveva già individuato in un piccolo paese nell’entroterra della Sicilia, Caltagirone, l’epicentro di una epidemia e l’emblema di una nazione, “della vecchia Italia che ha generato dopo i disastri del fascismo, nei cinquant’anni di potere, il regime democristiano, la trista, alienata, feroce nuova Italia del massacro della memoria, dell’identità, della decenza e della civiltà, l’Italia corrotta, imbarbarita, del saccheggio, delle speculazioni, della mafia, delle stragi, della droga, delle macchine, del calcio, della televisione e delle lotterie, del chiasso e dei veleni. Il plastico dell’Italia che creerà altri orrori, altre mostruosità, altre ciclopiche demenze.” (L’olivo e l’olivastro, Milano, Mondadori, 1994, p. 71).
In un altro libro di Gesualdo Bufalino, il Guerrin Meschino, il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 cala addirittura il sipario, si chiude per lutto. L’Oprante, il puparo si ferma, smonta il teatrino, ripone con cura i legni e, alla fine, rompe la noce del collo al più derelitto degli eroi, al desdichado di cui stava raccontando le avventure: è un tempo, ormai, dove nemmeno per finta, nemmeno per gioco, “il buono vive e il maganzese muore”.

[7] Silvetro Ferrauto è il protagonista di Conversazione in Sicilia.

[8] Vincenzo Consolo e Mario Nicolao, Il viaggio di Odisseo, introduzione di Maria Corti, Milano, Bompiani, 1999.

[9] Di questa terra facciamone un giardino. Tributo a Pino Veneziano, con CD audio, a cura di Rocco Pollina e Umberto Leone, Trapani, Coppola editore, 2009.

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Nel 2009 la casa editrice Mesogea (Messina) ha ripubblicato uno dei suoi romanzi, La passione di Michele, e volevamo cogliere l’occasione per parlare di un uomo che pagò con la vita la totale assenza di retorica del – e nel – suo lavoro.

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Il 5 gennaio del 1984 Giuseppe Fava, scrittore e giornalista, fondatore dei Siciliani, veniva ucciso all’uscita del teatro Verga di Catania dove era andato a prendere la nipote.
Nel 2009 la casa editrice Mesogea (Messina) ha ripubblicato uno dei suoi romanzi, La passione di Michele, e volevamo cogliere l’occasione per parlare di un uomo che pagò con la vita la totale assenza di retorica del – e nel – suo lavoro. Abbiamo chiesto a Riccardo Orioles, uno dei ragazzi di Fava, giornalista e instancabile aiuto e modello dell’”antimafia sociale”, se volesse scrivere lui qualcosa, qualcosa che ci (mi) evitasse di scadere nel sicilianismo facile e nell’etichetta critica che lo stesso Orioles chiama “civile tensione”.
Ci ha spedito un file che a ben vedere è datato 2004, data di cui però non ci interessa molto perché affronta – in pochissime pagine – un problema che lui non nomina, ma che noi (“fighetti di sinistra”) potremmo chiamare di ufficialità.
I distinguo tra la letteratura ufficiale, apertamente osannata da critici e pubblico (altro inutile distinguo?) e la letteratura minore.
I distinguo tra la Sicilia di chi grida che la mafia non esiste, e delle tante persone di fama ignota che fisicamente aiutarono la redazione dei Siciliani, e aiutano oggi le redazioni (web e non) di giornali come Casablanca, Ucuntu, La Periferica. O piccole reti televisive quali TeleJato. E altri.
Il distinguo manicheo tra il bene e il male, necessario a patto di conservare un’idea complessiva dell’uomo, tenendo bene a mente che “dietro ogni nome c’è un volto, c’è una storia: di passione, di tragedia, di quotidiana miseria, di abitudine. Storie di esseri umani: e non vanno mai derise, mai giudicate. Solo rispettate”.
Il distinguo tra la politica ufficiale, tendenzialmente di sinistra, e quella reale, anch’essa di sinistra; ammesso che per politica si intenda, per dirla con parole di Fava, “criterio morale della vita sociale”, e che per sinistra si intenda “il senso antico del termine, allonsanfan e compagni”, per dirla con le parole di Orioles. Distinguo superfluo, forse, quest’ultimo, quando basterebbe rispondere come nell’ultimo capoverso che più sotto ha scritto Orioles, come ha risposto Giuseppe Fava (1925-1984) a uno della prima generazione dei suoi giovani siciliani.

Giuseppe Fava
di Riccardo Orioles

Cinque gennaio. Perché la Sicilia è “vecchia”? Socialmente, voglio dire. Troppo piccola per autogestirsi, troppo grande per essere mantenuta con la forza, per duemila anni è stata regolarmente “invasa” e altrettanto regolarmente affidata alla classe dirigente di prima: latifondisti romani, feudatari spagnoli, notabili borbonici o “uomini di rispetto”. Cosa Nostra dialogava ufficialmente col governo italiano. Gestissero la Sicilia a modo loro. In cambio, ordine e disciplina e – quando richiesto – appoggio al governo “alto”. Perciò classi dirigenti obsolete (serbate artificialmente al potere) e società duramente divisa in due: viddani e baronia, coppole e cappeddi. Questa Sicilia dura tuttora. E questo marca, fra l’altro, i suoi intellettuali.
In nessun’altra regione si scrive bene come in Sicilia. Tomasi, Bufalino, Verga, Pirandello, Sciascia – la lingua italiana, già elegante di suo, qui tocca i vertici della raffinatezza. E in nessun’altra terra i grandi scrittori, alla fine della loro carriera, ripiegano così fiocamente su se stessi; sovente, con esiti reazionari e di destra. Pirandello s’iscrisse al fascio. Sciascia combattè l’antimafia. Verga elogiò Bava Beccaris. Come mai? È che nessun altro uomo al mondo come il siciliano è costretto a scegliere senza mediazioni. Qui non si può barare. La povertà, la violenza, il mondo ferocemente diviso ti gridano ogni momento “da che parte stai?”. Alla fine devi rispondere, e la risposta ti marchia. Qui, la libertà la ritrovi fra gli scrittori “minori”; messi da parte cioè; quelli che muoiono all’alba, da giacobini impenitenti, su una forca alla Marina; oppure per un colpo di pistola, in una serata qualunque, mentre stai uscendo dal tuo teatro.
Io non sono orgoglioso della nostra bellissima letteratura “ufficiale”: lo sono invece dei nostri cantastorie, dei nostri poeti di strada, dei nostri giornalisti; quelli “minori” e rimossi, anche stavolta. Ne abbiamo perso una decina, uccisi perché scrivevano contro i potenti; questa decina di uomini, coi nostri cento sindacalisti e compagni e giudici assassinati, sono l’anima dura della nostra Isola, ciò che ci fa dire con forza “sono siciliano”.

* * *

Giuseppe Fava, figlio di maestri di scuola, nipote di contadini, giornalista, fondatore dei Siciliani, scrittore, fu uno di costoro. I padroni di Catania lo uccisero il 5 gennaio del 1984, mentre usciva dal teatro in cui, poche settimane prima, aveva rappresentato un durissimo atto d’accusa contro il regime mafioso cittadino. Lo uccisero tranquillamente, sapendo che nessuno avrebbe reagito e che dopo un paio di giorni di chiacchiere tutto sarebbe tornato come prima. Non fu così. Qualcosa si risvegliò nella città, e uscì fuori al sole.
Io sono stato molti anni a Catania, e ho visto molte cose. Ho visto morti ammazzati e giudici venduti. Ho visto giornalisti prostituti, politici miserabili, e quanto più laido e osceno si possa immaginare. Ma se tu mi chiedessi, ora, cos’è Catania, risponderei: ho visto due vecchi contadini, marito e moglie, davanti alla loro casa con la lava dell’Etna a cinquanta metri. Smontavano il cancello, tranquillamente, perché sarebbe servito al momento di ricostruire. Questa era la Catania a cui s’era rivolto Giuseppe Fava. E questa Catania, incolta e qualunquista, facile da imbrogliare, politicamente rozza, aveva tuttavia in sè qualcosa di bello e antico.
Venivo a Catania – per “fare il giornalista” e dunque, a modo mio, per “sistemarmi” – da un decennio di militanza a tempo pieno nel movimento. Un “rivoluzionario professionale”, insomma: corretto, sofisticato e presuntuoso, con tanto di puzza al naso e destinato, probabilmente, a un posto nella sinistra perbene e poi nel regime. Dei giovani di Catania, avevo un’opinione molto precisa: qualunquisti e paesani.
Ma quando il Direttore morì e la Città fu chiamata, come in tempo di Resistenza, a scegliere fra occupanti e patrioti, si vide quanta civiltà e quanto coraggio vi fossero in questi giovani “comuni”. Noialtri redattori – ragazzi spaventati, in realtà, con una bandiera molto più grande di noi – decidemmo, più per affetto che per coscienza, di continuare. E il giorno dopo ci presentammo in redazione, per riaprire la sede. Ma fuori dai Siciliani, timidi ma risoluti, c’era un piccolo capannello di ragazzi. “Chi siete?”. “Siamo la Fgci di Battiati. Siamo qui per distribuire il giornale”. Noi non sapevamo ancora se avremmo avuto il coraggio di farlo, il giornale. Ma loro avevano già quello di distribuirlo.

* * *

Quei tre anni durissimi, l’ottantaquattro, l’ottantacinque e l’ottantasei, furono gli anni dei ragazzi catanesi. Non l’entusiasmo delle manifestazioni (ci furono anche quelle, le più grandi mai viste a Catania) ma l’impegno concreto e operativo, giorno dopo giorno, per – almeno – trentasei mesi. I Siciliani – con scritto sotto: fondatore Giuseppe Fava – e SicilianiGiovani sono stati i miei giornali, e anche qualcosa di più, l’elemento centrale della mia, delle nostre, della nostra vita. E mi è difficile scriverne di più; non ora, non in questo giorno. Dirò soltanto che a Catania, in Sicilia, in Italia, di nuovo come in tempi di garibaldini o di partigiani, cresceva palpitando e lottando qualcosa di veramente nuovo. Non dirò, per non offendere quelli di noi che erano di altre idee (c’era persino un fascista), come mi verrebbe naturale, che stava nascendo una sinistra. O forse sì: ma sinistra nel senso antico del termine, allonsanfan e compagni. Una bella sinistra; la sinistra, quella davvero espressa profondamente dal Paese. “La meglio gioventù” per me fu questa.

* * *

Vent’anni sono una vita; t’insegnano, fra le altre cose, una difensiva autoironia. Così, ora chiudo in fretta. Farò dei nomi – non posso farli tutti: e dunque, questi sono qui solo in rappresentanza di tutti. Il più giovane, e la più anziana; il primo è Fabio D’Urso, “Fabiolino”; e davvero aveva solo tredici anni quando suo padre lo portò, il sette gennaio, alla sede dei Siciliani. Il signor D’Urso era stato, molti anni prima, giovane giornalista con Giuseppe Fava; poi uno era andato avanti, e l’altro aveva scelto un mestiere normale. Ed ora eccolo qui, a presentare suo figlio, che certo si sarebbe fatto onore. La signora Roccuzzo era la madre di uno di noi; si parlava, la mattina presto, di cosa sarebbe potuto succedere ancora. Per suo figlio, la rassicuravo, il pericolo era relativamente minore; l’avremmo sistemato fuori Sicilia al più presto. “Aspetta – disse lei – se c’è da rischiare dovete rischiare tutti insieme, anche lui”.

* * *

Questi erano i Siciliani. Nessuno di loro ha mai avuto il minimo riconoscimento – da partigiani quali erano, da garibaldini – per le cose grandi e eroiche che, ciascuno di loro al suo momento, seppero tirar fuori da sè stessi in quel tempo di guerra. C’è la signora, amica del Direttore, che due giorni dopo la sua morte si presenta ai Siciliani e abbandona la carriera universitaria per venire ad amministrare il giornale – lo fece per dieci anni di seguito, perdendovi ogni avere ma garantendone finchè possibile l’uscita. C’è il compagno che per quattro anni fornì notizie dall’interno del nemico, rischiando a ogni momento non la morte, ma una morte con torture. Ci sono i liceali dello Spedalieri, uno ora organizza scuole internet in Italia e un’altra è volontaria a Città del Messico. C’è il vecchio giudice, il prete, l’ingegnere – il nostro Cln, i capi del movimento civile. Ci sono quei ragazzini che alla manifestazione antimafia portarono i loro coetanei tossici, convinti uno per uno nelle piazzette della droga; a un tratto, in mezzo agli slogan contro Santapaola e i Cavalieri, uno di loro impallidisce per una crisi e fa per cadere: ed ecco tutti gli altri ragazzi, quelli che in un’altra società sarebbero stati i “normali”, far capannello attorno a lui, aiutandolo e nascondendolo e continuando a sfilare. C’erano loro, e altri esseri umani attorno a loro, e altri ancora più in là, a Catania, a Palermo, in Sicilia, e poi – man mano che quella pianta germogliò, con altri nomi – a Roma, a Milano, a Napoli, dappertutto.
C’ero anch’io, e credo che a quest’ora sappiate che il mio tratto peggiore è la superbia. Eppure, pensando a quello, che fu il tempo più nobile della mia vita, non ne provo affatto. “Uno dei Siciliani”. Un compagno. Che cosa si potrebbe essere di più? Davvero vale la pena, di fronte a cose come queste, di perder tempo a mettere puntini sulle i? No. Noi siamo quelli di Giuseppe Fava. Ognuno può dirlo, e ognuno ne risponde – a se stesso – a modo suo. Il resto, non ha importanza.
Non ha importanza nemmeno, dopo vent’anni di bavaglio “nemico”, cominciare a sentirsi addosso anche il bavaglio “politicamente corretto”. A Catania, da tre anni in qua, non si fa altro che cercar di dividere il Monumento a Giuseppe Fava (lodevole intellettuale siciliano) dal rozzo giacobinismo dei Siciliani, specie di alcuni. Perciò, fra le altre cose, non ci fanno parlare. Ma che importa? Fra noi e i Cavalieri, abbiamo vinto noi. Loro sono scomparsi, noi siamo ancora qui: poveri, ma ci siamo. Catania irredimibile e rozza? Ma c’è pure una Catania che può vincere, una Catania a maggioranza popolare: noi ci siamo arrivati vicinissimi, abbiamo dimostrato che si può fare. E altri no. Catania del monopolio, Catania in mano a Ciancio? Ma c’è anche una Catania dei liberi giornali: basta avere il coraggio di farli. Noi l’abbiamo avuto, e tuttora ci tentiamo. Altri no.

* * *

“Non si può chiedere a tutti di fare il lupo solitario”, disse una volta Giuseppe Fava, ed è una frase bellissima, romantica e spavalda al tempo stesso. I lupi solitari, tuttavia, hanno un senso solo se da qualche parte c’è un branco. Magari in quel momento distratto, ma però vivo, con le sue storie “ordinarie” di lupi e lupacchiotti, impegnati nella loro quotidiana sopravvivenza materiale e morale. Molto spesso divisi, qualche volta (troppo di rado…) uniti, essi sanno comunque, o quanto meno intuiscono, di essere un branco e non un gregge qualunque; una razza a parte. Questo è tutto ciò che può fare per loro uno come me, ricordargli chi sono e cosa possono fare. Il resto, se lo devono ritrovare e reinventare da sè, se no non funziona. Così è sempre stato nei branchi, da che mondo è mondo.

* * *

Di Giuseppe Fava si parlerà nelle letterature ufficiali – come fu per Stendhal – fra qualche cinquantina di anni. Non è facile, per l’accademia italiana, distinguere fra cocacola e vino: poiché la critica è astemia, e vino se ne passa poco; quando per caso ne trova, giù col “sicilianismo” e con la “civile tensione”, che è un modo per cercare di mettere quella roba aspra e forte in bottiglie di plastica e già conosciute.
Fava e Tomasi di Lampedusa sono comunque i massimi scrittori siciliani, e fra i massimi italiani, del dopoguerra. In più, Fava era uno scrittore amico. Parla dei contadini siciliani (La Violenza), degli operai emigranti (Passione di Michele, il suo capolavoro), della dignità del resistere (La Ragazza di Luglio), dell’atrocità del potere (L’Ultima Violenza). Ne parla popolarmente, in lingua densa e forte, dove la maestria dell’artista ottiene il premio più difficile – la semplicità. I suoi personaggi più sentiti sono donne e questa, in una letteratura misogina come la nostra, è anche una bella cosa.
Di tutte le creature che vivono nei suoi libri, nessuna è monolitica, nessuna priva di sfaccettature umane; il vecchio avvocato mafioso conserva – persino lui – una sua inquietudine, un suo dolore. Eppure Fava non “parla d’altro” mai, non è mai arcadico; tutti i suoi personaggi stanno in una loro precisa metà di mondo, o quella dei potenti o quella degli oppressi. Perché – giornalista, scrittore, fondatore dei Siciliani e quant’altro – egli era prima di tutto un rivoluzionario. Nel senso vero, vissuto, ottocentesco, della parola. Per questo, incontratolo una volta, non lo si abbandona mai più.

* * *

Così è stato per me. Vent’anni. Eppure non pesano affatto, non come nostalgia. Nè si riesce a non sorridere, pensando a una persona viva come lui. È morto semplicemente, facendo quel che doveva, da soldato. Non credo che gli sia stato difficile. È molto più difficile vivere, nel senso pieno e profondo in cui viveva lui. La vita che passa fra le persone care e gli amici, da uno all’altro, da un cerchio all’altro, da una generazione all’altra. La vita che te lo fa riconoscere in persone lontanissime, che non l’hanno mai conosciuto. La vita che si trasforma lentamente in cose umane da fare, in chiari pensieri e affetti, in militanza disciplinata e anarchica non più per un partito o una patria, ma per gli esseri umani in quanto tali. La vita che ti fa sorridere, ripensandolo, quando sei solo. “Ma insomma, si può sapere che cos’è lei, politicamente?” gli chiesi una volta, da quel fighetto “di sinistra” che ero. “Io? Io sono tolstoiano…” sorrise lui, e ci ho messo vent’anni prima di decidere se parlava sul serio o mi pigliava per il culo.

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Morire di stato https://minimaetmoralia.it/societa/morire-di-stato-5/ https://minimaetmoralia.it/societa/morire-di-stato-5/#respond Thu, 29 Apr 2010 07:52:14 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=2325 05. Decesso della Seconda Repubblica 4/12/09 di Gianluca Cataldo Dichiarazioni di Spatuzza davanti ai giudici della II sezione della Corte d’Appello di Palermo (in trasferta a Torino). Il pentito verrà poi smentito dai fratelli Graviano, o meglio da uno dei fratelli Graviano. Riportiamo, a tal riguardo, l’estratto di un articolo di Giuseppe D’Avanzo pubblicato su […]

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05. Decesso della Seconda Repubblica 4/12/09
di Gianluca Cataldo

Dichiarazioni di Spatuzza davanti ai giudici della II sezione della Corte d’Appello di Palermo (in trasferta a Torino). Il pentito verrà poi smentito dai fratelli Graviano, o meglio da uno dei fratelli Graviano. Riportiamo, a tal riguardo, l’estratto di un articolo di Giuseppe D’Avanzo pubblicato su Repubblica il 12 dicembre 2009

Nell’aula risuonano i tre «no» tondi e secchi di Filippo Graviano. «Conosce Marcello Dell’Utri?», chiede la Corte. «No!», risponde. «Ha mai incontrato Marcello Dell’Utri?». «Assolutamente no!». «Ha mai avuto rapporti anche indiretti con Marcello Dell’Utri?». «No!». I tre «no» rendono molto soddisfatta la difesa del senatore. Fanno dire a Berlusconi che «siamo alle comiche». Susciteranno gli animati strepiti dei turiferari del cavaliere.
Con buone ragioni, se l’affare lo si semplifica fino a non tener conto delle anomalie di questo processo e dell’abitudine tutta siciliana all’omissione, all’ambiguità, al non detto che allude, al detto che nasconde: la migliore parola è quella che non si dice, dicono nell’Isola. Anche ieri, la parola più determinante non è stata detta. Avrebbe potuto dirla Giuseppe Graviano. È lui che organizza le stragi del 1993, non Filippo. È lui, non Filippo, che – secondo Gaspare Spatuzza – si gloria di «essersi messo il Paese nelle mani» forte delle promesse di Berlusconi («quello di Canale 5») e di Dell’Utri («il paesano»). Con una sola parola, il mafioso di Brancaccio avrebbe potuto o distruggere la credibilità di Spatuzza o dannare all’inferno il senatore. Quella parola l’ha rifiutata per il momento almeno fino a quando non gli saranno attenuante le severe condizioni carcerarie che lo affliggono.
Ora ci si può sbizzarrire con l’ermeneutica. Giuseppe Graviano a chi sta parlando obliquamente? Chi minaccia? Chi ricatta? I magistrati, che ritiene responsabili del suo regime di detenzione? O il governo che incrudelisce le regole? Ogni risposta può essere buona e in ogni caso, in assenza della testimonianza del mafioso, inservibile per un processo che ormai mostra le sue anomalie, in modo fin troppo palese.


Sedizione
di Gianluca Cataldo

Siamo un’agenzia che prepara eventi sociologici su base demografica. Al servizio di gruppi anarco-insurrezionalisti abbiamo dimostrato che la democrazia (o la forma corrente di Stato) è marcia e non funziona.
Siamo cineasti disillusi dalla storia della politica e attribuiamo all’arte un valore che eccede i normali termini di spazio andando oltre la quarta parete e disintegrando addirittura la quinta, parete di cui finora in pochi avevano intuito esisterne addirittura una quinta bis e, forse e solo se alcune nostre teorie su dio dovessero rivelarsi correte, una sesta. Per entrambe il nostro proposito è di abbatterle. E se questo dovesse portare alla fine dell’evidenza per come la conosciamo il nostro intento è proprio quello di far esplodere consapevolezze espandendo fino al capovolgimento i capisaldi mediatici del nostro mondo così per come crediamo di conoscerlo.
I giornali dissero di noi che siamo stati incoerenti con le nostre spiegazioni. La cosa ci scombussolò alquanto dal momento che le nostre spiegazioni, come piacque di etichettarle a quelli, non erano tali se non da un punto di vista, per così dire, discorsivo. Se a una domanda segue una risposta e una richiesta è soddisfatta da una spiegazione, il normale corso di una domanda surrettizia è un dubbio. Il vostro dubbio. Se noi vi chiedessimo «è vero?» dareste la stessa risposta che dareste a questa domanda? Il risultato cui siamo pervenuti è costringervi alla nostra risposta non curandoci minimamente della vostra convinzione. Noi siamo andati oltre la domanda e anzi ne abbiamo applicato il metodo alla nostra forma di rivoluzione autosufficiente, una ribellione che sembra bastare a se stessa, che soddisfa noi e soltanto noi che siamo scienziati della reality e l’unica cosa che ci preme è di dimostrare la nostra tesi. Abbiamo scatenato una serie di reazioni controllate fin quanto possibile; abbiamo analizzato i dati cercando di arginare al massimo l’impressionante numero di variabili nelle vostre azioni e nell’immedesimazione, a volte esagerata, di attori raccattati nei più ascosi paesi dell’entroterra isolano. Abbiamo scelto una location straniata dal resto dell’evoluzione, e le abbiamo dato delle convinzioni che col tempo si sono stratificate in folklore quindi in storia recente e definitivamente in quotidianità. La meridionale accondiscendenza con la quale siamo stati accolti è storica (ma di una storia più ricca e remota) e caratteristica financo letteraria di nobiltà lascive e povertà fisiologica. Abbiamo proposto un’alternativa alla disoccupazione innescando un’implosione a orologeria di cui le nuove generazioni intuiscono appena la profondità e anzi sembrano non accorgersi della necessità del taglio, dell’inconfutabile occorrenza della ferità. Siamo stati revisionisti per esigenza ed è l’unica cosa di cui ci vergogniamo, abbiamo inventato una parte della storia d’Italia incuranti dell’infezione che avremmo propagato, in parte perché nostra intenzione, in parte, ripetiamo, per necessaria pattuizione. Non avevamo considerato la colpevolezza come motore immobile e l’irrefrenabile bisogno di sentirla parte integrante e causa suprema di giustificazione. La colpevolezza è stato il virus che ha scatenato la pandemia, prima su base locale poi, oltre la critica, a livello nazionale. L’ordine applicato quando abbiamo lasciato correre il nostro esperimento è stato repulsione, folklore, sottovalutazione, comprensione dei meccanismi intrinseci e, soprattutto, delle potenzialità politiche, sfruttamento, abitudine, tentativo di controllo, folklore di copertura, silenzio. I dizionari recano un significato della parola omertà tutto sommato neutro e gli unici tentativi di reazione sono provenuti da fortunate riforme giudiziarie. Non ci dispiace neanche avere, seppur implicitamente, causato la morte di molti uomini. E nessuno li esalti martiri d’Italia, sono morti naturalmente impossibilitati alle manette. Defunti nelle pieghe di un golpe meta-mediatico che non ha portato né porterà ad alcun capovolgimento politico né insurrezione civile che ci schiererebbe, non a torto, dalla parte dei colpevoli (anche se di una colpevolezza diversa da quella particolare declinazione dell’animo che ha permesso tutto questo). Non faremo nomi già noti né parleremo di particolari maggioranze triplicate in seno ai partiti. Non ci avvicineremo neanche lontanamente all’unica loggia che per prima è stata incuriosita e ammaliata dalla nostra creatura. Non parleremo neanche dell’unica forza mitigatrice che avevamo immaginato, dei giornalisti che hanno perso dimestichezza con il gioco di leve e fulcri e si sono visti travolti, a volte lasciandosi travolgere, da un’altra grande perversione italiana fattasi da sola stringendo le molte unte mani della nostra invenzione sociale. Dinanzi all’immensità delle conclusioni lasciamo tutte queste inezie, in parte risapute e inspiegabilmente neutre, in parte misconosciute. Teniamo soltanto a sottolineare che da tempo abbiamo abbandonato la regia di tutto questo causando pentimenti che non credevamo possibili e un parziale smascheramento delle nostre vittime fino alla dimostrazione della nostra tesi.
Il nostro non è un pentimento tardivo ma un vanto che ci sentiamo di fare nel momento di massimo splendore della nostra nuova evidenza, dell’esplosione di ogni verità nel centenario più falso della storia d’Italia. Ha resistito ai sindacati, alle occupazioni, ha dapprima oltrepassato l’oceano e garantito sbarchi e pace, poi è rientrata e ha attraversato lo stretto per tornarci attendendo cemento, è lentamente risalita accattivandosi simpatie via via più incuriosite, ha suscitato moti d’indignazione, esili lenzuola contra roboanti esplosioni, ha garantito voti, più voti di quanto si pensi e più trasversali di quanto si immagini, ha sorvolato sulla capitale insinuandosi lentamente, mutando come i virus più sofisticati e ha fatto tutto sulle sue ossute gambe con la sola supervisione di un gruppo di cineasti disillusi che da due generazioni osservano compiaciuti l’altra faccia d’Italia, quella biblica e vergognosa. È sopravissuta a chi non ne ha capito la grandezza e ha suscitato dubbi sulla sua tenuta ormai salda morendo miseramente nello sfidarla, incastonato nel nome di una via, nell’intitolazione di un centro di informazione di periferia.
Potreste obiettare che non ha la forza per fare tutto ciò di cui diciamo essere responsabile. Ebbene, vi sbagliate: le abbiamo garantito una forza riflessa, la possibilità di essere un nucleo di concetti poco vaghi e di una concretezza di facile attuazione. Abbiamo stritolato l’essenza di corruzione, omicidio, estorsione, ricatto, spremendone le definizioni fino al sufficiente sentimento di paura che retro intende ognuno di questi delitti definiti «odiosi». Paura e potere, laddove il potere si è pietrificato nella capacità di ingenerare altra paura. Ci siamo infatti compiaciuti nel vedere che le direttive unificatrici della nostra creatura sono migrate verso altre professioni, luoghi, proprio per la loro totale applicabilità al sistema Italia, una metastasi che abbiamo usato come frangiflutti di un’Europa che si avvia all’Alto rappresentante previsto dal trattato di Lisbona.
Adesso parlano tutti privi di una guida molto al di sopra dei servizi segreti, capace di manipolare anche le loro arguzie. E abbiamo deciso di parlare anche noi, l’Alta guida che ha esaurito il suo compito nell’ora in cui viene a nascere il Figlio, il volto pulito e riciclato delle più bieche devianze che abbiamo generato. Col suo avvento, durato vent’anni, la nostra dimostrazione giunge alla sua realizzazione. Le ipotesi sono tesi: la nostra creatura, la Mafia, ha sedotto lo Stato dimostrando che la sua forma corrente è marcia e corrotta.
Noi abbiamo vinto, confidiamo ora nella Terza Repubblica nella speranza non sia soltanto un numero ordinale.

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Vent'anni fa https://minimaetmoralia.it/estratti/ventanni-fa/ https://minimaetmoralia.it/estratti/ventanni-fa/#respond Fri, 20 Nov 2009 10:15:33 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=1185 Vi proponiamo una selezione di articoli apparsi sulla stampa italiana nei giorni del 1989 immediatamente successivi alla morte di Leonardo Sciascia, il 20 novembre di quell’anno. Una piccola raccolta di parole d’addio di coloro che hanno avuto la fortuna di conoscere questo scrittore dal carattere serioso e insondabile. A vent’anni dalla sua scomparsa, noi di […]

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Vi proponiamo una selezione di articoli apparsi sulla stampa italiana nei giorni del 1989 immediatamente successivi alla morte di Leonardo Sciascia, il 20 novembre di quell’anno. Una piccola raccolta di parole d’addio di coloro che hanno avuto la fortuna di conoscere questo scrittore dal carattere serioso e insondabile. A vent’anni dalla sua scomparsa, noi di minima&moralia volevamo ricordare con voi un protagonista della letteratura italiana, e anche, come ci racconta Alessandro Leogrande nell’articolo che segue, della nostra vita civile.

La morte di Leonardo Sciascia ci coglie del tutto impreparati sia perché vorremmo che le persone a cui siamo affezionati fossero in un certo modo immortali, sia perché la sua letteratura pareva promettere ancora lunghi e nuovi sviluppi, ma pur nella fretta imposta dalla notizia luttuosa vorremmo fare una riflessione su questo scrittore così importante e così singolare.
Quello che vorremmo dire è che in Sciascia erano presenti due tendenze frequenti agli scrittori italiani: l’ispirazione regionale, provinciale e municipale locale legata al luogo d’origine; e la necessità molto sentita di collegare questa ispirazione con la cultura nazionale e, nel caso di Sciascia, anche europea.
Sulla Sicilia e sulla «sicilianità» di Leonardo Sciascia ho scritto più volte. Ma oggi mi limiterò a dire che Sciascia era altrettanto siciliano che Gadda milanese, Bilenchi toscano, Svevo triestino. Quella che chiamo «sicilianità» era la singolare attitudine molto diffusa in Sicilia di fronte a tutto ciò che è inspiegabile, insolubile, incomprensibile e, insomma, in una parola, misterioso. Molte cose per i siciliani sono misteriose; per Sciascia lo erano tutte. Ma, curiosamente, il mistero non appariva a Sciascia nel primo momento del suo rapporto con la realtà. Tutto all’inizio era invece chiaro razionale e sicuro. Poi, però, via via che lo scrittore procedeva nella sua implacabile analisi, il rapporto col reale diventava sempre più oscuro, dubbioso, enigmatico e finalmente, al posto della certezza originaria, subentrava appunto l’oscurità del mistero. A dirlo in breve, Sciascia procedeva con il metodo opposto a quello dei suoi amati illuministi: questi andavano dal mistero alla verità e alla razionalità; Sciascia andava invece dalla verità e dalla razionalità al mistero. Sciascia era dunque un illuminista per così dire paradossale anche se il suo illuminismo consisteva nel bilanciare la «sicilianità» con l’influenza e l’assistenza di scrittori come Voltaire e Manzoni, forse più il secondo che aveva un vivo senso del mistero che il primo. Così quando Sciascia fermava la sua attenzione sulla realtà della Sicilia, si potrebbe dire che all’inizio era un volterriano e un manzoniano per poi diventare alla fine, nella conclusione, nessun altro che se stesso, tutto solo con la sua ambiguità imprevedibile e ir-resistibile.
Si potrebbe vedere in questo capovolgimento del metodo illuminista un segno del pessimismo siciliano, quel pessimismo fatto di strenua volontà di razionalità e chiarificazione, seguito però immancabilmente da una regolare e inevitabile caduta nella confusione e nell’incertezza. Si potrebbe anche dedurne un pirandellismo di Sciascia. Ma noi preferiamo dire che Sciascia era un certo tipo di scrittore di piglio classico, cioè non decadente, né prezioso, né formale, ma, sia pure attraverso una scrittura essenzialmente letteraria, era legato quasi suo malgrado al reale.
(Alberto Moravia – Corriere della Sera, 21 novembre 1989)

Mi sovvengono i silenzi con i quali Leonardo Sciascia strutturava il suo discorrere. Erano meccanismi che gli consentivano di porgere il suo pensiero attraverso l’essenzialità delle frasi costruite con una sapiente capacità di sintesi.
Ma erano quei silenzi, anche un atto di estremo rispetto per l’interlocutore. Li metteva lì per consentirgli di meditare e assimilare quelle sue frasi con coerenza attenta.
Arte del tacere come stimolo, per migliorare quella del meditare del cui uso si aveva grande necessità nel discorrere con Sciascia: la complessità del suo pensiero si manifestava attraverso un’articolazione di significati che andava sempre oltre il semplice senso letterale e immediato.
Non diversamente accade nei suoi scritti, dove la storia – la trama – costituisce la robusta impalcatura che sorregge la fabbrica del pensiero espresso con una secchezza di linguaggio all’interno del quale ogni segno diviene essenziale e inamovibile dalla sua collocazione intensamente soppesata. Leggendo le storie di Leonardo Sciascia si è spinti al ripensamento e quindi in una complessa azione di analisi che dalle parole si estende alla frase allo scopo di trarre dalle specifiche collocazioni simboliche, precise connotazioni concettuali.
Tutto ciò senza mai nulla sottrarre al fascino del racconto che si dipana sempre intrigante anche grazie agli elementi di mistero che sapientemente, e tipicamente, lo ritmano.
Quel mistero che rappresentava, per Sciascia, il momento interpretativo più singolare del mestiere di vivere, riletto attraverso l’uso attento della ragione. Ciò spiega il suo amore per l’illuminismo e per il secolo che lo manifesta. Ma l’intelligenza era sempre siciliana, troppo esperta di vita e di uomini per non rendersi conto delle limitazioni intrinseche allo strumento del ragionamento, e dunque della necessità di inchinarsi al cospetto del mistero che diviene così elemento di naturale completamento delle manchevolezze della ragione.
Ricordo come i suoi silenzi fossero sovente accarezzati dal fumo delle sigarette che con costanza – anch’essa siciliana – consumava metodicamente, con grazia, senza l’atteggiamento ansioso e sgarbato che di solito l’incallito fumatore assume nei confronti del proprio vizio.
Questo suo modo di affrontare con metodica e graziosa costanza i pericoli che il fumo promette testimoniavano il rispetto che egli nutriva istintivamente verso le insidie che necessariamente la vita reca in seno. Ancora un senso di mesto rispetto si avvertiva per il mistero che circonda gli eventi fondamentali che la caratterizzano: la nascita, la morte. In particolare proprio il senso della morte, ineluttabile segno del destino, lo affascinava maggiormente. Realtà inconfutabile a cui abbandonarsi, appunto con grazia, senza intraprendere alcuna illogica, impossibile battaglia. E ciò pare trasparire da quasi tutte le più importanti opere di Leonardo Sciascia.
Mi sovvengono gli incontri, per me infrequenti ma densi di significati e di insegnamenti, quindi caratterizzati da attese lunghe, che finivano per assumere il senso e la funzione del silenzio nel dialogo. Erano momenti di pausa capaci di costruire, proprio nell’ansia e nell’attesa del nuovo incontro, armonie non dissimili da quelle che per esempio Schonberg e il nostro Luigi Nono propongono nelle loro reinterpretazioni della moderna composizione musicale.
Il lento trascorrere dei giorni precedenti l’incontro, finiva con l’imporsi come una spinta alla meditazione sui temi delle precedenti conversazioni, e attraverso essa si ergeva la struttura per le interrogazioni che avrebbero segnato il successivo incontro. Le attese venivano spesso interrotte e punteggiate da telefonate o da lettere anch’esse molto brevi, ed essenziali, perché sempre in Sciascia il rigore logico nell’espressione del proprio pensiero sembrava segnalare e asserire il massimo rispetto per la parola.
Parola capace di assumere, in quanto tale, importanza ancora maggiore del fatto che rappresentava. In questo senso ritengo che Leonardo Sciascia sia stato il migliore interprete dell’affermazione di Joseph Roth, «Le parole sono più potenti delle azioni… quanto sono deboli i fatti. Una parola rimane, un fatto passa! Di un fatto può essere autore anche un cane, ma una parola può essere pronunciata solo da un uomo».

Ricordo di averlo conosciuto in occasione della pubblicazione del mio primo libro, con il quale affrontavo divagazioni di carattere storico. Lesse infatti il manoscritto di Un avventuriero nella Napoli del Settecento che avevo proposto a Elvira Sellerio e mi volle regalare una splendida introduzione che sottolineava gli aspetti casanoviani della vicenda. Così ebbe modo di spiegarmi più da vicino il fascino del Settecento dolcemente abbandonato alle interpretazioni che di esso davano avventurieri grandi o meno grandi, sempre pero’ intellettualmente stimolanti, come Casanova o Ange Goudar.
Mi segnalò , in quella occasione, affinché la meditassi, una fondamentale affermazione di Hermann Hesse tratta da Letture da un minuto: «I libri non esistono per rendere sempre meno autonomo chi non ha carattere, e ancor meno esistono per elargire un raffinato e illusorio surrogato della vita a chi è incapace di vivere. Al contrario i libri hanno valore soltanto se conducono alla vita, se servono e giovano alla vita, ed è sprecata ogni ora di lettura dalla quale non venga al lettore una scintilla di forza, un presagio di nuova giovinezza, un alito di nuova freschezza».
Quest’affermazione – mi diceva – dovrebbe costituire una costante linea di guida per chi affronta il faticoso mestiere dello scrittore.
Il ricordo di allora si rinvigorisce e la tristezza di oggi si stempera nella rilettura delle sue opere. I suoi grandi libri erano sempre di piccolo formato e il fatto enfatizza, attraverso il meccanismo degli opposti, l’importanza dei contenuti così come emerge da un’analisi necessariamente approfondita e mai superficiale che il lettore deve compiere sui singoli argomenti, sulle singole frasi, sulle singole parole.
Così si comprende come ciascuno di questi elementi fosse oggetto di profondi, fecondi ripensamenti. Sono, quelli di Sciascia, testi da scoprire pian piano, perché sanno sollecitare la curiosità culturale che l’intrigo del racconto rende ancor più stimolante.
Lo specifico argomento dei libri, lo stile che li informa, la sintesi del pensiero, le argomentazioni che impetuose dal racconto emergono, sono tutti elementi che armonicamente si fondono in un grande senso di civiltà, quello stesso che Sciascia viveva come fatto saliente ed essenziale della vita. D’altra parte, proprio in quanto cronista attento, era costretto a registrare il quotidiano dissolvimento del comune senso civile, e il suo rammarico si tramutava nell’angoscia che, alle volte, dai suoi scritti emerge come una sentenza.
Allora la necessità di rigenerarsi lo spirito lo spingeva a rincorrere gli accadimenti del passato fuggendo il presente, per tornarci poi immediatamente dopo aver colto dalla storia occasione per restituire all’attualità messaggi di straordinaria civiltà .
Parimenti la cronaca attuale veniva affrontata da Sciascia come oggetto da condurre immediatamente nella dimensione della grande storia, quella su cui rimeditare con occhi capaci di anticipare i tempi, che è la caratteristica dei supremi interpreti dell’evento artistico.
È proprio per questo suo amore per la storia che con Elvira Sellerio inventò la preziosa collana La memoria, che aprirà con un suo libro, Dalle parti degli infedeli.
Fra i fatti del vivere civile lo intrigavano particolarmente i processi e la figura enigmatica del giudice.
Nel suo 1912 + 1 aveva scritto: «Se si togliessero le illazioni dei testi e il sentito dire, i processi che si fanno oggi in Italia crollerebbero come castelli di carta». Lo tormentava il processo, dunque, evento fra i più importanti e, per certi versi, terribili cui l’umanità deve partecipare, sia quando essa si rappresenti attraverso i giudicati sia quando venga a manifestarsi per mezzo dei giudicanti.
L’interesse di Sciascia era sempre legato a un concetto di libertà indispensabile al vivere civile. Ricordo la spiegazione che dette a Giorgio Calcagno sull’interesse che nutriva per il mondo giudiziario: «Guicciardini diceva che se in uno stato tirannico od oligarchico si potesse esser sicuri della giustizia, non ci sarebbe ragione di desiderare molto la libertà; anche se poi aggiunge che l’osservanza delle buone leggi e dei buoni ordini è più sicura nel vivere libero che sotto il potere di uno o di pochi. In Italia, oggi, siamo al paradosso, al non senso, che la libertà non ci fa sicuri della giustizia. Non credo che, in una società civile, ci sia problema più di questo grave e angoscioso».
Fu al tempo stesso straordinario testimone e giudice dei fatti della storia: giudice rigoroso ma implacabile e imparziale, e testimone attento, sempre teso a costruire una spiegazione di civile dignità sugli eventi quotidiani.
Proprio riconsiderando la sua posizione critica nei confronti del giudizio, ma al tempo stesso capace di assumere la responsabilità di giudicare serenamente, mi sono spesso domandato come possa un uomo scegliere di fare il giudice.
Un uomo, voglio dire, con i suoi difetti e le sue limitazioni anche di apprendimento. Come può un uomo compiere quell’atto di grande presunzione che è il giudicare un suo simile. Di questa possibile presunzione l’umanità ha fatto una professione; quindi, la professionalità si sostituisce al giudizio morale. La risposta che Sciascia dava a questo dilemma si basava sulla necessità di condurre una battaglia democratica nei confronti della giustizia umana proprio astenendosi di schierarsi dalla parte di coloro che affermano il nolite iudicare, giudizio che portò di fatto alla crocefissione. Infatti, Leonardo Sciascia si fece sempre propositore di una giustizia da amministrare con grande senso di umiltà e sofferto equilibrio, ma anche con grande responsabilità e fermezza. Sia, qui, sufficiente il suo reiterato, sofferto, ostinato richiamo alla Legge.
I libri che scrisse, resi accattivanti dalle trame spesso poliziesche, si leggono d’un fiato per la loro perfetta orchestrazione e il lettore è trascinato verso le conclusioni quasi senza avere il tempo di respirare. Ma dopo aver chiuso il libro si ha immediatamente la voglia di riprenderlo per avviare quell’opera di rimeditazione e di interpretazione anche semantica che, leggendo Sciascia, viene talora spontanea e impellente. Tutti i suoi libri sono grandi opere letterarie, ma anche testimonianza della sua coscienza di uomo civile espressa sempre senza titubanze, per riproporre comportamenti di profonda saggezza agli uomini di buona volontà.
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Mi fa piacere compiere una trasposizione analogica fra personaggi da me molto amati: mi piace ricordare Leonardo Sciascia come un grande educatore in un secolo, per molti versi, molto poco educato.

(Gianfranco Dioguardi, Il Sole/24 Ore, Domenica 26 novembre 1989)

Leonardo Sciascia era timido, anche con gli amici. Parlava poco, diceva di non essere tagliato per conversare e per la comunicazione in genere: eppure, dopo Moravia e Pasolini e più di Calvino, è stato uno dei nostri scrittori maggiori che più è intervenuto nelle cose italiane.
Ascoltava molto,tra l’attento e l’ironico, attratto in particolare da storie che lo potessero confortare nelle sue disillusioni e nel suo scetticismo, diventato negli anni assoluto e onnicomprensivo. Credo fosse per questa ragione che aveva preso a frequentare personaggi molto lontani da lui, per mentalità, costumi, morale.
Lo ricordo a Roma, in un ristorante, seduto davanti ad un ex giornalista, ex senatore, spesso brillante e divertente. L’ex giornalista raccontava storie di malaffare del sottobosco montecitoriano – ossia la politica italiana, quella vera, non quella del programma del governo – dimostrando una conoscenza precisa e intima, dall’interno. Erano vicende molto bieche e il tono divertito e cinico del narratore le rendeva ancora più deprimenti. Ma Leonardo era completamente affascinato, perché trovava conferma, in queste storie, delle sue teorie più nere sull’Italia. Prima sulla Sicilia, e poi sull’Italia, come si fosse svolta con gli anni una sorta di sicilianizzazione della penisola, che non lasciava scampo.
Sciascia detestava la Sicilia nella stessa misura in cui l’amava, perché non rispondeva al tipo di amore che le avrebbe voluto portare. Come molti siciliani intellettuali, si sentiva sicilianissimo e nello stesso tempo estraneo. Aveva capito che essere un intellettuale significava contare meno di niente e ripeteva spesso la frase di Machiavelli: «Non ci fanno nemmeno rovesciare una pietra». Ha continuato a condurre le sue battaglie e le sue polemiche, ma non aveva più speranze. Nato illuminista, è morto pessimista.
E a chi gli chiedeva ragione di questo suo pessimismo, spiegava che in siciliano la frase «Domani andrò in campagna» si dice «Dumani, vaju in campagna» con il presente indicativo. «E come volete non essere pessimista in un paese in cui il futuro non esiste?».
Ma sul pessimismo di Sciascia bisogna intendersi. Per lui non era un dato naturale siciliano, come i capelli neri o il colorito olivastro, ma un problema storico. O meglio, un modo di essere le cui origini andavano ricercate in una storia di sconfitte: sconfitte della ragione e degli uomini di ragione. Più che di pessimismo, preferiva parlare di scetticismo, che si stendeva sotto la ragione come la rete di sicurezza degli acrobati nei circhi. Non la vedeva come un’accettazione della disfatta, ma come una componente salutare dell’intelligenza, che impediva il fanatismo e l’assunzione di linee e di speranze sbagliate. Tuttavia ho l’impressione che il suo scetticismo fosse andato talmente in là, come è successo con Pirandello, da essere inutilizzabile come rete di sicurezza, o come qualsiasi altra cosa.
Così timido, Sciascia si apriva un poco non in casa sua, a Palermo, ma nello studio di Elvira Sellerio, in via Siracusa. Arrivava quasi ogni giorno, verso le cinque o le sei del pomeriggio, si sedeva su una poltrona liberty, dietro la finestra e accanto alla scrivania, e chiedeva cosa ci fosse di nuovo. Qui si trovava a suo agio, tra le bellissime incisioni appese alle pareti e le bozze dei libri sugli scaffali. I palermitani colti sapevano di questa sua abitudine e a quell’ora comparivano per una ragione o per un’altra. La casa editrice Sellerio è stata per anni uno dei pochissimi luoghi della Sicilia in cui si siano fatte delle conversazioni all’altezza dell’intelligenza dei siciliani.
Sciascia non parlava quasi mai per primo. Erano sempre gli altri ad avviare un argomento, possibilmente polemico, con l’occhio rivolto allo scrittore, per vedere le sue reazioni. Se l’argomento non gli interessava, come accadeva spesso, Sciascia sorrideva amabile, emetteva un «ehee» come un piccolo singhiozzo, inclinando leggermente indietro la testa, e lì chiudeva. Se invece era attratto dal tema, dopo il singhiozzo prendeva a fare qualche commento: poche parole all’inizio, poi delle frasi più lunghe: non un racconto, ma delle chiose , degli appunti come a margine, che solo più tardi capivo quanto fossero acuti, sarcastici e pertinenti. Aveva il gusto della battuta seminascosta da una citazione e non si sbagliava mai.

Sempre in un tono estremamente amabile, gentilissimo, a volte come a scusarsi e interrompendosi per qualche risata tutta interiore.
Aveva il terrore dei seccatori e pregava i suoi amici di non dare mai il suo numero di telefono privato. Ma non si è mai negato a un giornalista, perché gli sembrava poco urbano negarsi a una persona che era arrivata fino a Palermo per vederlo.
Non erano interviste facili, nemmeno con chi conosceva da lungo tempo, come me, e di cui si fidava. Bisognava riscaldarlo parlando del cinema francese degli anni Trenta che conosceva perfettamente, di Brancati o di Savinio, uno scrittore che ha amato moltissimo fin da ragazzo.
Oppure di incisioni, di cui faceva raccolta quando andava a Parigi o che ordinava presso una galleria di Bologna: aveva un occhio finissimo e un grande gusto, da amatore collezionista relativamente povero. Una volta mi disse che la maggior parte dei suoi diritti d’autore se n’erano andati in stampe.
Ci si deve accostare al tema Mafia con una certa accortezza. Molti, soprattutto giornalisti stranieri, scendevano in Sicilia per interrogare Sciascia solo sulla Mafia e questa riduzione dell’isola a un’unica dimensione lo infastidiva enormemente. Ma sapeva che era inevitabile, perché era stato lui, più di ogni altro, a rendere straordinariamente attraenti, con i suoi romanzi, delle vicende di per sé luride.
E come numerosi siciliani aveva un atteggiamento ambiguo, se così si può dire, nei riguardi della Mafia.
Sul piano civile è stato uno dei suoi avversari più acuti e più temibili (proprio perché ne capiva tutte le sottigliezze). Ma sul piano letterario – e forse anche sentimentale – la Mafia gli sembrava un fenomeno straordinario e appassionante. Era attratto dal codice d’onore dei mafiosi, dal modo tragico di vedere l’esistenza, dal rigore e dalla spietatezza dei comportamenti, del rispetto delle norme (che immaginava i mafiosi avessero). Sciascia è stato uno dei primi a capire che la democrazia, invece di ostacolare la Mafia, le stava offrendo il terreno più favorevole, attraverso la ricerca dei voti e le compromissioni elettorali. Però i suoi riferimenti erano quasi esclusivamente rivolti alla vecchia Mafia, molto più pittoresca e che meglio di adattava ad estrapolazioni letterarie. Sulla nuova Mafia, ossia sulla delinquenza comune, che si serviva strumentalmente degli antichi rituali per meglio stringere a sé i picciotti, aveva idee non chiare e legate a un passato che non c’era più.
D’estate lo andavo a trovare, quando potevo, nella sua casa di campagna, fuori Racalmuto, Leonardo sapeva che ero particolarmente goloso dei dolci siciliani e me li faceva trovare chiusi in una scatola di latta, perché non si guastassero. (A Palermo una volta mi portò in una pasticceria dove facevano i cannoli esportazione, glassati all’interno di cioccolata, in modo che la ricotta non inumidisse la cialda, durante il viaggio di ritorno a Roma). Maria, la moglie, preparava una frittata di neonate, gli avanotti, un piatto squisito. Poi, nel salotto arredato con pezzi liberty, che gli aveva suggerito di comprare Enzo Sellerio, Sciascia faceva un breve riassunto del romanzo su cui stava lavorando. Leonardo ha scritto quasi tutti i suoi libri a Racalmuto, d’estate, dopo averne elaborato la trama durante l’inverno, senza prendere un appunto.
Solo dopo che la conversazione era avviata, Sciascia si permetteva qualche commento. Sempre gentilissimo, sempre sorridente, negli ultimi anni ripeteva la stessa domanda: «E Scalfari che dice?». Ma sembrava che non ascoltasse la risposta e che ne intuisse già il contenuto. I rapporti tra i due – da lontano, perché credo che non si vedessero mai – e con la Repubblica in genere erano diventati tesi con l’affare Moro, e pessimi ancora più tardi. Ma non ho mai sentito Leonardo fare un’osservazione che non fosse civile. Diceva solo: «Che peccato, perché lui potrebbe…invece…». Continuandomi a trattare con inalterata cortesia.

(Stefano Malatesta, La Repubblica, 21 novembre 1989)

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