Sid Vicious Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sid-vicious/ un blog di approfondimento culturale Wed, 10 Jan 2018 12:43:56 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Sid Vicious Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sid-vicious/ 32 32 Preferisco l’insalata – La musica rock e il Great American Songbook https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/musica-rock-e-il-great-american-songbook/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/musica-rock-e-il-great-american-songbook/#respond Wed, 10 Jan 2018 13:30:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35917 di Paolo Bassotti

Il giovane punk scende le scale di un elegante teatro, acclamato dal pubblico in abito da sera. Canta My Way, tardo successo di Frank Sinatra, calcando la mano su un'interpretazione comunque caricaturale. Canta come una rana che volesse scoppiare, come una parodia dell'Elvis di Las Vegas, come se con una sola performance, ridendo in faccia all'ultimo sipario, potesse demolire quel monumento all'ego di Sinatra, e con esso l'intero concetto di intrattenimento per adulti. Applausi, urla di gioia. Il giovane punk tira fuori una pistola e uccide qualche spettatore entusiasta a caso, mostra le due dita (all'inglese) e se ne va.

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di Paolo Bassotti

Il giovane punk scende le scale di un elegante teatro, acclamato dal pubblico in abito da sera. Canta My Way, tardo successo di Frank Sinatra, calcando la mano su un’interpretazione comunque caricaturale. Canta come una rana che volesse scoppiare, come una parodia dell’Elvis di Las Vegas, come se con una sola performance, ridendo in faccia all’ultimo sipario, potesse demolire quel monumento all’ego di Sinatra, e con esso l’intero concetto di intrattenimento per adulti. Applausi, urla di gioia. Il giovane punk tira fuori una pistola e uccide qualche spettatore entusiasta a caso, mostra le due dita (all’inglese) e se ne va.

Il film si chiama La grande truffa del rock’n’roll ed è l’ultimo atto della parabola dei Sex Pistols, l’estremo tentativo del manager Malcolm McLaren di ricavare soldi e scandalo dalla sovversione del music business. Il cantante Johnny Rotten se n’è andato dalla band da un pezzo, nauseato. Quando il film esce, nella primavera del 1980, Sid Vicious, il ragazzo che ha massacrato My Way e il suo pubblico, è già morto da più di un anno.

Nel regolamento di conti iconoclasta del punk, anche la bella canzone di una volta deve essere fatta fuori. I Sex Pistols dicono di odiare i Pink Floyd, figuriamoci Paul Anka.

Dall’altra parte dell’oceano, nel 1977, i Voidoids di Richard Hell registrano una cover altrettanto sgangherata di una canzone di Frank Sinatra: All the Way, pezzo da Oscar del suo film Il jolly è impazzito. Richard Hell è il padre del look punk, il primo a trasformare il nichilismo di strada in un abbigliamento provocatorio, con tanto di scritta “per favore ammazzatemi” sulla maglietta strappata. Sid Vicious affronta My Way con aria di sfida, Richard Hell canta All the Way come un cane bastonato, arrendendosi di fronte a un inarrivabile mondo di veri uomini, soldi e lavoro, buone maniere e grandi sentimenti. Il messaggio è lo stesso: cancelliamo tutte queste bugie e riprendiamoci la musica.

Non è la prima volta che i bambini rock cercano di sbarazzarsi dei loro antenati. Bob Dylan racconta di aver iniziato a scrivere per reagire a (How Much is) That Doggie in the Window? e a tutto un mondo di canzoni onnipresenti che non raccontavano niente di lui e della sua vita. Il rock’n’roll è nato come atto di ribellione a Tin Pan Alley, ai compositori di mestiere e agli interpreti inamidati. Come è possibile che lo stesso Bob Dylan abbia pubblicato negli ultimi tre anni ben dieci facciate di vinile dedicate al repertorio di Frank Sinatra?

Tutti quanti voglion fare i crooner. Le nomination ai Grammy Awards 2018 nella categoria Best Traditional Pop Vocal Album dimostrano quanto oggi il genere sia affollato, mettendo assieme una compagnia tanto eterogenea da essere quasi surreale: accanto a Dylan e al suo torrenziale “Triplicate” troviamo infatti il maestro Tony Bennett, il disco natalizio di Sarah McLachlan, il revival alla vaniglia di Michael Bublé, e perfino un album swing dell’autore dei Griffin, Seth MacFarlane.

Il rapporto tra figli e padri è sempre stato complesso, ambivalente, e se il recupero degli standard può apparire una moda di questi ultimi anni, di certo non è una novità.

Partiamo da Elvis, come è generalmente saggio fare. Elvis è un Prometeo contraddittorio: porta il fuoco del rock’n’roll all’America e contribuisce all’invenzione dei giovani, trasformando in musica pop la ribellione di Marlon Brando e James Dean. Allo stesso tempo è da subito un puro prodotto da showbiz, e lui stesso non ha alcuna intenzione di recidere il legame con la musica per gli adulti. L’idea di bel canto cara a Elvis parte dal gospel e dal country per spingersi fino a Caruso: comprende tutto, senza esitazioni. Nel suo primo album Elvis propone Blue Moon di Rodgers e Hart. Nel terzo, “Loving You” del 1957, incide True Love, scritta l’anno precedente da Cole Porter per le voci di Bing Crosby e Grace Kelly, star del musical Alta società.

Nel cast del film c’è anche Frank Sinatra, ed è simbolico che la prima apparizione televisiva di Elvis al ritorno dal servizio militare in Germania sia in uno special condotto da Ol’ Blue Eyes. È il maggio del 1960: malgrado lo smoking, Elvis si ricorda ancora di essere un’icona sexy mentre canta Stuck on You, ma quando duetta con Sinatra pare già di vederlo a Las Vegas. I due si scambiano le canzoni, Elvis prende Witchcraft, Frank gioca con Love Me Tender, mentre la base swing è tanto accogliente da essere quasi lounge. “Lavoriamo allo stesso modo”, ridacchia Sinatra presentando il duetto, “ma in campi differenti”.

Per quanto siano rivoluzionari, anche i Beatles sanno trovare posto alla nostalgia per le musiche dei loro ricordi. Alla fine dell’Album Bianco, quasi come un premio per chi ha attraversato indenne Revolution 9, mettono la consolatoria Good Night, con un arrangiamento orchestrale tanto carico e accorato da essere allo stesso tempo omaggio e parodia, e la affidano alla buona volontà della fragile voce di Ringo. L’orchestra di George Martin accompagna il batterista anche in “Sentimental Journey”, primo album solista non sperimentale di uno dei Beatles. Il disco esce nel marzo del 1970, e presenta una selezione di standard scelti tra i brani preferiti della mamma di Ringo, da Night and Day a Bye Bye Blackbird. Malgrado il successo di vendite, l’album viene visto soprattutto come un divertimento privato di una delle pop star più celebri al mondo. “Sentimental Journey” rappresenta invece – già dal titolo – un modello originale che verrà ripetuto all’infinito da altri artisti: il viaggio nella musica della propria infanzia. Un’idea che sfrutteranno mille nomi celebri dalle voci più o meno educate: chi è bravo può mettersi in mostra, chi ha evidenti limiti, come lo stesso Ringo, può contare comunque sulla tenerezza e sulla buona volontà. Non ha di questi problemi uno dei migliori amici dei Beatles, Harry Nilsson, che nel 1973 con “A Little Touch of Schmilsson in the Night” offre un esempio impeccabile di “album di standard inciso da un artista pop/rock”.

Per una pop star registrare un album di classici può essere un espediente per rilanciare la propria carriera, approfittandone magari per guadagnare credibilità. L’hanno fatto Robbie Williams e George Michael, e più di recente Lady Gaga, che per legittimarsi agli occhi di una parte del pubblico è ricorsa a un’imprevedibile alleanza con Tony Bennett. La pratica è però talmente diffusa che sta diventando sinonimo di fondo del barile. Rod Stewart ha ripetuto il trucco per anni, come un prestigiatore che continua a fare a pezzi la propria assistente, prima di ricordarsi di essere stato un autore e interprete per nulla banale.

Come evitare il rischio del furbo esercizio di stile, come nobilitare l’impresa? Alcuni artisti stanno dando un senso nuovo alla riscoperta del passato, anteponendo alla nostalgia la necessità di scrivere una mappa delle proprie influenze, con l’intenzione di conservare e divulgare un patrimonio artistico che ritengono essenziale. Quando nel 1978 Willie Nelson propose “Stardust”, con brani di compositori come Irving Berlin e i fratelli Gershwin, alla Columbia lo presero per pazzo. Quarant’anni dopo, l’approccio di Nelson è la stella polare per altri instancabili esploratori. Nel 2017 abbiamo avuto “Versatile” di Van Morrison e il già citato “Triplicate” di Bob Dylan, opere profondamente coerenti con la storia dei due artisti.

Nel 1995 in molti si stupirono di vedere Bob Dylan ospite dello show per gli ottant’anni di Frank Sinatra, al quale dedicò una commovente Restless Farewell arrangiata per orchestra, ma la sua presenza era già allora perfettamente in linea col suo percorso; del resto lo stesso scalpore l’aveva suscitato negli anni Sessanta la sua collaborazione con Johnny Cash, all’epoca considerato un emblema del country più conservatore.

C’è un abisso tra chi cerca di apparire cool con poco sforzo imitando malamente il Rat Pack e chi fa rivivere il Great American Songbook per capire se stesso e la propria storia. “A volte mi chiedo perché passo le mie notti solitarie a ripensare a una canzone”, diceva il testo di Stardust. La differenza la fa sempre il motivo.

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Da Radio Deejay, al caso Moggi, a Fantozzi, a Elio, a Comunione e Liberazione… La “Sterminata domenica” di Claudio Giunta https://minimaetmoralia.it/libri/da-radio-deejay-al-caso-moggi-a-fantozzi-a-elio-a-comunione-e-liberazione-la-sterminata-domenica-di-claudio-giunta/ https://minimaetmoralia.it/libri/da-radio-deejay-al-caso-moggi-a-fantozzi-a-elio-a-comunione-e-liberazione-la-sterminata-domenica-di-claudio-giunta/#comments Tue, 11 Feb 2014 07:47:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18366 Questo pezzo è uscito sull'ultimo numero de Lo Straniero.

Nell'Italia degli ultimi trent'anni ci sono stati almeno due sistemi per negare la complessità, talmente efficaci da aver prodotto risultati.

Il primo è stato quello di ritenere (e dichiarare) che la complessità non fosse necessaria o addirittura fosse un male. Un rifiuto, questo, portato avanti da un populismo di destra impegnato a cavalcare l'ostilità del lumpen-ceto-medio-basso verso gli intellettuali, ostilità in qualche caso non del tutto ingiustificata (si pensi alla corporazione dei baroni universitari, o agli editorialisti talmente riflessivi da specchiarsi in Adorno), ma che nella stanza dei bottoni ha poi prodotto agghiaccianti risultati da espressionismo brianzolo quali Sandro Bondi o Mariastella Gelmini.

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Questo pezzo è uscito sull’ultimo numero de Lo Straniero.

Nell’Italia degli ultimi trent’anni ci sono stati almeno due sistemi per negare la complessità, talmente efficaci da aver prodotto risultati.

Il primo è stato quello di ritenere (e dichiarare) che la complessità non fosse necessaria o addirittura fosse un male. Un rifiuto, questo, portato avanti da un populismo di destra impegnato a cavalcare l’ostilità del lumpen-ceto-medio-basso verso gli intellettuali, ostilità in qualche caso non del tutto ingiustificata (si pensi alla corporazione dei baroni universitari, o agli editorialisti talmente riflessivi da specchiarsi in Adorno), ma che nella stanza dei bottoni ha poi prodotto agghiaccianti risultati da espressionismo brianzolo quali Sandro Bondi o Mariastella Gelmini.

Il secondo modo per negare la complessità, sul fronte opposto, ha visto per protagonisti quei “professori di filosofia che aspettano la fine dei tempi o la fine del Capitalismo chiosando Heidegger” (cit. Giunta), e che, proprio per questo ­– rifiutandosi di frequentare ciò che il mondo nel frattempo è diventato fuori dal Palazzo accademico, ma soprattutto non intuendo che persuadersi di essere geneticamente incompatibili con il mondo di Bouvard e Pécuchet è un indizio che conduce a molte prove – afferrano e restituiscono di tutto il resto una parte troppo piccola per come pretendono di essere consegnati alla posterità (indizio numero due).

Di tutto questo prova a rendere giustizia Claudio Giunta in Una sterminata domenica (Il Mulino), una serie di saggi (forse sarebbe corretto definirli reportage) sul paesaggio italiano visitato attraverso esperienze che una certa prosopopea d’antan avrebbe definito middlebrow e Giunta ha l’onestà (e il tempismo) di chiamare col nome più appropriato: pop.

Se i nostri luoghi geografici sono più standardizzati rispetto ai tempi in cui Milano e Lampedusa non erano uniti neanche dalla lingua, le “increspature” del paesaggio che diventano significative non sono solo fisiche ma anche sacche di immaginario, microcosmi semantici, vicende di cronaca, avventure imprenditoriali, piccoli e meno piccoli sistemi di potere che mescolano tra loro proprio l’immaginario e l’impresa commerciale.

Ecco dunque l’Italia restituita attraverso il meeting di Cl, la saga di Fantozzi, il percorso degli Elio e le Storie Tese, il caso Moggi, il fenomeno Radio Deejay.

I libri che in questi anni hanno fritto l’aria intelligentemente con la scusa (o era la causa?) dei cultural studies non si contano, ma Giunta evita le trappole in cui la nostra esperienza (cioè l’esaurita pazienza) di lettori ritiene ormai che un libro del genere debba cadere poche pagine o righe prima che in effetti lo faccia.

Proverò a elencare qualche motivo per il quale la strategia di Giunta mi sembra invece interessante, e soprattutto lo faccia muovere in quella fascia d’esperienza che sta sotto il Tannhäuser non più di quanto sorvoli i raduni di Pontida, senza farsi fregare dal fantasma della fresca eruditissima ma alla distanza anche un po’ ingenua euforia da sdoganamento dei Sessanta (Umberto Eco, che per il pop fu ciò che oggi un cinquantenne potrebbe rappresentare per internet rispetto a un nativo digitale) né dal colpevole feticismo un po’ suicida del decennio successivo (non mi basta rintracciare una scheggia di Sid Vicious in Carlo Freccero e altri situazionisti tricolori per definire più punk che establishment la sua tv, non più di quanto mi sentirei di dire che la carriera politica di Gianni De Michelis fu segnata da Tony Manero più che dalla Enimont).

Una mossa di Giunta è allora quella di prestare inizialmente il fianco con onestà all’altro da sé, riconoscendogli dei meriti, in certi casi riconoscendo se stesso – molto sanamente – in una parte mai nel tutto estranea all’oggetto d’indagine. Da questo punto di vista, un precursore recente di questo modo di procedere è Forza Simba, il reportage che David Foster Wallace scrisse nel 2000 per «Rolling Stone» sulla campagna elettorale di John McCain per le primarie repubblicane. Cosa faceva in quel caso di interessante DFW? Osservava le gesta di un uomo politico che rappresentava un universo assai lontano dal proprio e una sfera di valori addirittura opposta, senza che questo gli impedisse di provare anche ammirazione (per come, ad esempio, prigioniero in Vietnam, nonostante le torture subite nel corso della detenzione, McCain rifiutò la propria liberazione privilegiando quella di un soldato semplice precedentemente catturato), ma senza soprattutto che questa ammirazione annullasse mai le differenze ideologiche, il che è proprio la via d’uscita da quel manicheismo permeabile che è solo uno dei paradossi in cui si è mosso in questi anni il dibattito pubblico.

Allo stesso modo (con una lingua davvero efficace, cioè limpida senza evanescenze, empatica senza euforia, severa senza anatemi da scagliare) Giunta è capace di infilarsi al meeting di Comunione e Liberazione lasciando che le perplessità per il revisionismo imperante (Leopardi ridotto a un inguaribile ottimista, la conquista delle Americhe non il preludio di un genocidio ma la missione spirituale che salvò l’anima di milioni di nativi, e così via) tentennino un attimo di fronte all’incredibile gentilezza con cui i militanti di CL trattano tutti, compreso lui e gli altri laici che si sono avventurati nel territorio sconosciuto. Una gentilezza mai sperimentata negli ambienti di sinistra né tra i militanti del PDL (avversari magari sul piano ideologico, ma non così “estranei” e “paralizzanti” come i ciellini), tanto da far scrivere a Giunta che in certi casi “la gentilezza è più importante della verità”.

Se non fosse che, poche pagine dopo, con un colpo di coda che ho capito essere un marchio di fabbrica (una sorta di istantaneo terzo atto, un contro-contro movimento) del discorso retorico che presiede Una sterminata domenica, Giunta scrive: “infine, questa coazione ad allargare il cerchio dell’amicizia del movimento non è senza rapporto con la sua traiettoria politica: cioè soprattutto con l’enorme rete di poteri e di interessi che è la Compagnia delle Opere e col filo doppio che ha legato e ancora lega in questi anni CL – il movimento nato per «proporre la presenza di Cristo come unica vera risposta alle esigenze profonde della vita umana di ogni tempo» – a Silvio Berlusconi”.

Interrogati su questo aspetto, due o tre attivisti rispondono che, semplicemente, in politica i ciellini appoggiano quelli che gli danno più spazio, che li aiutano a raggiungere i loro obiettivi. “E così pare proprio”, conclude Giunta, “che questi paladini dell’antirelativismo abbiano accettato di sottoscrivere lo slogan stesso del relativismo: anything goes, tutto va bene purché serva «a raggiungere i nostri obiettivi»”.

Ecco, in tre tempi, restituita la complessità: a) al meeting di Cl si spacciano per verità assodate tesi storiche ai limiti dell’assurdo, che accostano i ciellini ai raeliani e agli invasati di Scientology, b) i ciellini sono di una gentilezza disarmante. Questa gentilezza è in buona fede, fa bene, è una cosa buona, lo è al di là del fatto che chi la pratica è convinto che Leopardi in fondo “pensasse positivo”, c) la gentilezza in questione non è un astuto mezzo per raggiungere fini turpi, è un valore in sé, questo bisogna avere l’onestà di riconoscerlo, ma questo non toglie tuttavia che Comunione e Liberazione sia anche un gigantesco sistema di potere che fa paura, e che intimamente potrebbe non avere molto a che fare col Vangelo nonostante la buona fede dei militanti.

Stessa cosa per il fenomeno Radio Deejay, di cui Giunta è un ascoltatore accanito: a) chi pensi che Linus, Nicola, Albertino, Fabio Volo e compagnia siano un’accolita di fighetti miliardari dovrebbe ricordare che erano piuttosto un gruppo di proletari (quasi tutti di sinistra) a cui trent’anni fa riuscì di costruire un impero mediatico a suon di duro e onesto lavoro e alcune idee eccellenti, b) per i parametri del pop “Deejay chiama Italia” è una trasmissione perfetta, i conduttori usano un italiano chiaro e pulito, costruzioni linguistiche che le trasmissioni delle altre emittenti private nazionali si sognano, c) a “Deejay chiama Italia” non si parla di come Lacan abbia aggiornato Freud, ma il problema in questi casi sarebbe in chi cerchi un articolo di «Tel Quel» nelle telefonate con gli ascoltatori (telefonate che tuttavia, se ascoltate con attenzione, per la capacità che i conduttori hanno di far aprire gli interlocutori in modo sempre garbato, senza mai ricorrere alla volgarità, potrebbero riservare non poche sorprese), d) Fabio Volo ha la colpa di trattare radiofonicamente la letteratura alla stregua dei bigliettini dei Baci Perugina e quella ancor più grave di spacciare per romanzi i suoi non-libri, e tuttavia: poco prima delle ultime elezioni è stato tra i pochi, potendo disporre della sua audience, ad attaccare Berlusconi (senza risparmiare il PD) con una frontalità mancata a molti intellettuali; ogni anno rinuncia a molte centinaia di migliaia di euro rifiutandosi di sponsorizzare o fare la pubblicità per alcunché, e) Linus è uno stakanovista e un organizzatore del lavoro fenomenale, f) Linus ha il terrore di invecchiare, non riesce a diventare adulto, il modo in cui mitizza le sue origini proletarie da un certo punto in poi ha cominciato a diventare sospetto, g) il fatto di essere diventato miliardario, se da una parte non lo ha portato ad avere un rapporto osceno col denaro (la sua mancanza di ostentazione, come del resto quella di Fabio Volo, è proverbiale) dall’altra non ha impedito un certo scollamento dalla realtà, h) anche per questo forse da qualche tempo Linus porta avanti, all’interno del proprio gruppo, una politica del lavoro (e soprattutto dei licenziamenti) a dir poco discutibile, certamente non in linea con i valori da cui vorrebbe essere ispirato, h) tutti i meriti di Radio Deejay non tolgono che in fondo in fondo l’emittente non sia altro che uno tra i più accettabili, puliti, edulcorati frammenti che tutti quanti insieme formano però la “vera anima nera di quello che chiamiamo neo o tardo capitalismo”, vale a dire lo show business.

E così via (con diversi gradi di fascinazione che diventa anche diffidenza, e viceversa) per Fantozzi, per Elio e le Storie Tese, per Luciano Moggi.

La cosa interessante – oserei dire la novità – del discorso di Giunta è che i punti delle sue analisi cercano di restituire più complessità che sintesi, non si divorano l’un l’altro perché ne resti vivo uno come vorrebbe la logica del succitato manicheismo permeabile.

Il fatto che Fabio Volo sia un non scrittore spacciato per storyteller non toglie che in certi casi abbia mostrato (nel proprio ambiente e dal proprio speakers’ corner) un coraggio che alcuni scrittori-scrittori e intellettuali-intellettuali non praticano nei propri, il che non lo riabilita certo come scrittore. Il fatto che si abbia il dovere di tenere il punto su Leopardi discutendo con un militante di CL (e che si debba tenere ben presente che CL è una struttura di potere anche molto pericolosa) non toglie che a quel militante si debba riconoscere la virtù della gentilezza e di una certa empatia (e che magari gentilezza ed empatia sia giusto rivendicarle lì dove sono totalmente assenti, ad esempio quelle redazioni o quei dipartimenti universitari nati per cambiare il mondo nel nome di Marx). In un paese in cui lo scontro si è fatto binario, e quindi stupido, alzare il tiro del discorso in questo modo è un merito.

Infine. Tra le righe di Una sterminata domenica serpeggiano i segni di una cultura solida (tra le altre pubblicazioni dell’autore c’è ad esempio un commento alle «Rime» di Dante). Tuttavia Claudio Giunta non è una forza del passato che sconta sulla propria pelle le contraddizioni del presente. Non è un aquinate di Alessandria che in un paese di acquasantiere e busti di Togliatti getta scompiglio mischiando Bibbia e Dylan Dog. Non è neanche un bombarolo degli anni Settanta convinto di ritrovare stralci di libretto rosso tra Bombolo, er Monnezza e Edwige Fenech. Per privilegio di anagrafe, come quasi tutti quelli della sua generazione, Giunta ha ascoltato la voce di Cristina D’Avena prima di quella di Rilke, ha seguito le avventure di Pentothal e Zanardi prima di quelle di Julien Sorel. Di questo non si fa un vanto né per questo si autocommisera. Ne prende atto, e dalla presa d’atto comincia con onestà la propria indagine.

Quali siano i limiti e le vere trappole da evitare per questo genere di approccio (quali rischino di disinnescarlo strada facendo come è successo agli “esploratori” delle generazioni precedenti) lo capiremo nei prossimi anni, per ora mi sembra interessante che un discorso di questo tipo inizi ad avere il suo spazio.

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