Silvia Avallone Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/silvia-avallone/ un blog di approfondimento culturale Fri, 27 May 2016 01:00:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Silvia Avallone Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/silvia-avallone/ 32 32 La Lampedusa di Maylis de Kerangal https://minimaetmoralia.it/interviste/la-lampedusa-di-maylis-de-kerangal/ https://minimaetmoralia.it/interviste/la-lampedusa-di-maylis-de-kerangal/#comments Fri, 27 May 2016 06:30:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31098 Questo pezzo è uscito sul Corriere della Sera: ringraziamo la testata e l'autore (fonte immagine).

di Stefano Montefiori

In un caffé del quartiere Odéon, Maylis de Kerangal e l’Italia. L’autrice di Nascita di un ponte e Riparare i viventi partecipa nel fine settimana alla Comédie du Livre di Montpellier, il festival letterario che quest’anno ha l’Italia come ospite d’onore. L’ultimo libro di Kerangal in Francia è Un chemin de tables, reportage nel lavoro di chef attraverso la vita di Mauro, cuoco italiano; ed è da poco uscito per Feltrinelli Lampedusa, viaggio nelle risonanze prodotte dalla notizia di un naufragio di migranti.

Qual è la sua relazione con la letteratura italiana?

«Una decina di anni fa una rivista mi chiese una specie di lettera di ammirazione a qualcuno che per me fosse speciale, e scrissi: “Caro Leonardo Sciascia…”. Al Festival ci sarà Claudio Magris, un autore che ha un’influenza enorme, come il nostro amico che ci guarda (indicando un ritratto di Umberto Eco, ndr). Ho amato Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini, e poi Morante, Pavese, Pasolini, Malaparte… Il fatto che l’Italia sia presente a Montpellier ci permette di conoscere meglio una letteratura a noi così vicina, ricca di figure spettacolari, ma anche di una vitalità non così nota. Noi francesi non abbiamo un rapporto di esotismo con l’Italia, la pensiamo più in termini di vicinanza. Di condivisione di una stessa scrittura ma con voci comunque lavorate in modo diverso».

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Questo pezzo è uscito sul Corriere della Sera: ringraziamo la testata e l’autore (fonte immagine).

di Stefano Montefiori

In un caffé del quartiere Odéon, Maylis de Kerangal e l’Italia. L’autrice di Nascita di un ponte e Riparare i viventi partecipa nel fine settimana alla Comédie du Livre di Montpellier, il festival letterario che quest’anno ha l’Italia come ospite d’onore. L’ultimo libro di Kerangal in Francia è Un chemin de tables, reportage nel lavoro di chef attraverso la vita di Mauro, cuoco italiano; ed è da poco uscito per Feltrinelli Lampedusa, viaggio nelle risonanze prodotte dalla notizia di un naufragio di migranti.

Qual è la sua relazione con la letteratura italiana?

«Una decina di anni fa una rivista mi chiese una specie di lettera di ammirazione a qualcuno che per me fosse speciale, e scrissi: “Caro Leonardo Sciascia…”. Al Festival ci sarà Claudio Magris, un autore che ha un’influenza enorme, come il nostro amico che ci guarda (indicando un ritratto di Umberto Eco, ndr). Ho amato Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini, e poi Morante, Pavese, Pasolini, Malaparte… Il fatto che l’Italia sia presente a Montpellier ci permette di conoscere meglio una letteratura a noi così vicina, ricca di figure spettacolari, ma anche di una vitalità non così nota. Noi francesi non abbiamo un rapporto di esotismo con l’Italia, la pensiamo più in termini di vicinanza. Di condivisione di una stessa scrittura ma con voci comunque lavorate in modo diverso».

Oltre ai mostri sacri, ci sono altri autori italiani che le piacciono?

«Mi interessano gli autori emergenti. Non ho uno sguardo da specialista ma per esempio l’ultimo libro che mi ha enormemente segnato negli ultimi anni è Il tempo materiale di Giorgio Vasta. Molto importante per il suo rapporto con il linguaggio, la politica, la violenza, l’infanzia. Poi c’è Andrea Bajani, che amo molto e che sarà presente a Montpellier assieme a tanti altri ottimi autori italiani. Poco tempo fa ho partecipato a un dibattito alla Maison de la Poésie con Alessandro Baricco: è stato bello. E Silvia Avallone ha scritto Acciaio, un libro incredibile».

Legge in italiano?

«Avevo provato con il romanzo di Vasta ma è un testo molto denso, ho preferito passare alla traduzione. La cosa che mi colpisce è la varietà dei linguaggi. La Francia è più omogenea, mentre tra la Sicilia e Trieste non è la stessa Europa. L’Italia ha questa ricchezza».

Perché ha scritto Lampedusa?

«Sentivo alla radio questa parola, la notizia di una tragedia, e non ho potuto fare a meno di pensare al Gattopardo, il romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e il film di Visconti con Burt Lancaster. Il motore è stata la parola “Lampedusa”, e poi mi sono venuti in mente Burt Lancaster nelle vesti del principe di Salina, e le altre isole, l’idea di naufragio. Ho lavorato intorno ai nomi dei luoghi, la toponimia è come una specie di demone che permette alla letteratura di mettersi in marcia. La scena del ballo, un terzo del film, è scritta come se fosse un naufragio».

Un testo immune dalla retorica.

«Ho cercato di tenermi lontana dal discorso politico, di non scrivere un testo di indignazione morale, che sarebbe stato facile. Ma l’indignazione di solito non serve alla buona letteratura. Ovviamente i naufragi dei migranti sono una cosa tragica ma meglio per me proporre una lettura delle cose attraverso il linguaggio, le immagini, le risonanze — questa parola è molto importante — che non riguardano direttamente la tragedia. Come potevo reagire, nella mia posizione privilegiata di scrittrice che vive comodamente a Parigi? Affidarmi all’impegno politico, a un’istanza esteriore alla letteratura, non è il mio temperamento. Ho preferito un gesto dal basso, sincero».

L’ultimo libro, Un chemin de tables, è un altro testo breve, stavolta sul mondo dell’alta cucina.

«Dopo Riparare i viventi ho avuto due anni molto intensi e l’idea era di continuare a scrivere, ma un romanzo significa trasferirsi su un altro pianeta. Allora mi sono dedicata a questi tre testi brevi: su Lampedusa; sul cuoco Mauro e sulla enorme fatica di guidare la cucina di un ristorante; e un altro ancora non uscito, un reportage su una miniera di ferro che ho visitato in Lapponia».

A quando un nuovo romanzo?

«Sto cominciando. Sono nella fase iniziale, che dura un po’ a lungo».

È la fase delle ricerche?

«No, cerco di ricercare e di scrivere più o meno nello stesso momento. Il lavoro di documentazione sul ponte o sul trapianto cardiaco, per esempio, l’ho fatto durante la scrittura, non prima. Altrimenti la fiction diventa solo un modo di diluire il materiale documentario, e invece non bisogna lasciarsi soffocare dai dati tecnici, che pure sono importanti. La letteratura deve essere libera di inventare la sua documentazione. Bisogna conservare una certa velocità di scrittura, di stile».

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Che cos’è letteratura per il Festival delle Letterature? https://minimaetmoralia.it/editoria/che-cose-letteratura-per-il-festival-delle-letterature/ https://minimaetmoralia.it/editoria/che-cose-letteratura-per-il-festival-delle-letterature/#comments Thu, 17 May 2012 08:43:26 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7946 Ieri si è inaugurato il Festival internazionale delle letterature a Massenzio, a Roma. A un certo punto della serata Ambra Angiolini ha letto dei testi di Calvino. A un certo punto il tweet del festival chiedeva: "Avete qualche domanda per #AmbraAngiolini?". A un certo punto della serata Silvia Avallone ha letto il testo che segue. Fate voi. Christian Raimo

L'amore e il test (di gravidanza)

Sì, diceva il test. Un trattino azzurro, elementare, come una virgola tra due parole. C’era un prima, adesso, e un dopo. Lei stava nel mezzo, barricata in bagno da più di un’ora. Il paese contava 450 anime a malapena.
Se se ne fosse aggiunta una, se ne sarebbero accorti tutti. Rosa si lasciò cadere sul bordo della vasca, ci scivolò dentro. Continuava a stringere il responso tra le mani, il risultato della sua disubbidienza. Il rumore della legna spaccata dai suoi fratelli cadeva a intervalli regolari fuori dalla finestra.

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Ieri si è inaugurato il Festival internazionale delle letterature a Massenzio, a Roma. A un certo punto della serata Ambra Angiolini ha letto dei testi di Calvino. A un certo punto il tweet del festival chiedeva: “Avete qualche domanda per #AmbraAngiolini?”. A un certo punto della serata Silvia Avallone ha letto il testo che segue. Fate voi. Christian Raimo

L’amore e il test (di gravidanza)

Sì, diceva il test. Un trattino azzurro, elementare, come una virgola tra due parole. C’era un prima, adesso, e un dopo. Lei stava nel mezzo, barricata in bagno da più di un’ora. Il paese contava 450 anime a malapena.
Se se ne fosse aggiunta una, se ne sarebbero accorti tutti. Rosa si lasciò cadere sul bordo della vasca, ci scivolò dentro. Continuava a stringere il responso tra le mani, il risultato della sua disubbidienza. Il rumore della legna spaccata dai suoi fratelli cadeva a intervalli regolari fuori dalla finestra.
Sentiva le loro voci tra un ceppo e l’altro, che imprecavano contro qualcosa o qualcuno, con la rabbia incisa nelle corde vocali.
Non si decideva a uscire. L’accetta calava come una ghigliottina nell’aria fredda dell’inverno; e qui, nella vasca da bagno, Rosa teneva le mani giunte come se pregasse. Il suono delle cose reali era questo tonfo cieco, e sordo come le botte di suo padre.
Ma lei non voleva farla, quella fine.
E poi c’era lui. Bello come Brad Pitt, alla sagra di Camandona. Appoggiato come un cowboy alla ringhiera, con la birra in mano. Era il principio dell’estate quando lo aveva conosciuto. Prima di allora, non aveva mai visto un uomo nudo.
Cercò di immaginare la cena, il volto di suo padre scavato dalla luce fioca del lampadario che colava a piombo sulla tavola. Si vide, come in sogno, sillabare quella frase – io sono questa cosa, papà, anzi: sono due cose – davanti al suo muso rincagnato da scimmia, che quando era stata bocciata la prima volta l’aveva chiusa in cantina una notte intera. E i suoi fratelli che balzavano in piedi, le sedie scaraventate contro il muro: chi è? Dicci chi è stato? Figlio di puttana, io lo ammazzo.
Non devi pensare, si disse. Devi tagliare la corda.
Anche se lui ne avrebbe trovate altre mille come lei. Pallide e scipite, di quelle che aspettano ai bordi della pista alle sagre di paese. La cosa più probabile che le avrebbe detto era: prego, quella è la porta. Però adesso lei era due, non era più una cosa soltanto.
La cucina sembrava vuota, vuota come ogni giorno.
La luce bluastra del televisore ristagnava come dentro un catino. Sonia, la compagna di suo padre, affondava il gigantesco e tumefatto sedere nella poltrona. Compilava un cruciverba, ogni tanto gettava un occhio alla televendita che passava frusciando su un’emittente locale.
Rosa sgattaiolò nel corridoio, fece giusto in tempo a prendere il giubbotto e le chiavi della macchina. Aveva fretta, adesso. Non sapeva dove andare, non sapeva niente. Ma il test era positivo, ed era come correre a trecento all’ora in autostrada.
– Dove stai andando?
Si bloccò sulla porta, impietrita dall’indifferenza di quella voce. Stava uscendo così com’era, con i capelli non lavati, la felpa della tuta sopra un paio di jeans sbiaditi.
– Vado a fare un giro – disse.
Teneva una mano sulla maniglia della porta, e l’altra in tasca che stringeva le chiavi della macchina. Lo stick era nascosto in fondo alla borsa, sepolto da tutte le cose indispensabili e superflue: la carta d’identità, la patente; le venne in mente che forse l’aveva fatto apposta a cacciarsi in questa situazione.
– E io cosa gli devo dire, a lui? Che sei in giro con qualche stronzo?
Il pensiero di suo padre le riattraversò la mente come una gelata notturna.
Non avrebbe capito, le avrebbe solo spaccato il naso. Aveva poche ore per fuggire. Aveva un motivo per farlo, adesso. E forse poteva spingersi fino a casa di Marcello, suonare alla porta. Non avrebbe voluto vederla, forse. Magari era solo l’ennesima ragazzina che si era portato su, al belvedere, con la scusa di guardare le stelle. (…)
(…) lui se ne stava sdraiato sul letto a uccidere zombie, ma neppure i colpi del mitra in dolby surround riuscivano più a dargli soddisfazione.
La partita di calcetto il giovedì, i sabati sera su e giù per la provinciale deserta. Sua madre che gli cercava i preservativi nel cassetto per il gusto di mettersi a piangere ogni tanto. E il tempo che ti lavora ai fianchi, implacabile.
Piovigginava. Dal rettangolo della finestra poteva vedere una quindicina di mucche pascolare davanti a un relitto industriale del secolo scorso.
E dire che c’era, una ragazza. Una che lo faceva sentire vivo.
Quando se ne stavano abbracciati e soli in una camera d’albergo, soli e in silenzio, circondati dai rumori degli altri. Gli piaceva tenersela lì, rannicchiata sul fianco. Come sapeva ascoltarlo, come sapeva essere paziente quando lui le raccontava le sue ambizioni mancate, un futuro da calciatore bruscamente interrotto. Tutto a ramengo per un cavolo di menisco. Fuori c’era la nebbia, le risaie vuote. E loro due erano insieme, nella camera a ore, con il tempo che passava e il calore dei corpi vicini. (…)
Parcheggiò davanti a una palazzina a due piani. Il numero era quello che lui le aveva scritto su un bigliettino. Scalpitava, elettrizzata dalla paura.
Venne ad aprirle una donna. Era secca come un chiodo, quasi uno scheletro dentro un immenso grembiule frusto che sapeva di brodo tenuto sul fuoco per ore.
– Mio figlio è di sopra – disse, squadrandola con occhi ostili. – Tenete la porta aperta – aggiunse subito dopo, – non voglio porcate in casa mia.
Rosa saliva la scala buia e senza finestre, calpestava il pavimento di linoleum come se attraversasse un fiume gelido e melmoso. Non era mai entrata in quella casa. Del resto, lo conosceva solo da cinque mesi. Dentro di lei combattevano due titani, il fantasma grasso di suo padre e un principio affilato di rivoluzione. Rosa, la somara della scuola. Due mostri alcolizzati al posto di due fratelli normali. Il padre squilibrato, e quella Sonia, con i suoi cruciverba, quella sua faccia da sberle.
La porta era socchiusa. La luce era accesa. E all’interno non si sentiva volare una mosca. Le avrebbe detto: tu, cosa sei venuta a fare qui? L’avrebbe guardata male, con indifferenza. Rosa tremava, adesso. Ma ormai era fatta. Non aveva più scelta.
Scostò la porta, trattenne il respiro.
Poi Marcello alzò gli occhi e la vide. Così com’era, disarmata, sulla soglia della sua stanza.
– Ehi… – disse incredulo. Fece per alzarsi. Ma si accorse che era senza pantaloni, allora si allungò la maglietta fino alle ginocchia, come se si vergognasse. Come se lei non lo avesse mai visto nudo prima d’ora.
– Rosa… Che ci fai qui?
Rimestava in mezzo alle lenzuola, e poi sotto il letto, alla ricerca di qualcosa da mettersi addosso.
– Vieni.
Rosa non aveva niente da perdere. Entrò nella stanza. Non era così che se l’era immaginato, il posto dove viveva Marcello. La puzza di fumo, la PlayStation accesa. In fondo, anche lui era come lei.
– Chiudi la porta – le disse.
Rosa scosse la testa: – Tua madre non vuole.
Marcello fece finta di niente, si accese una sigaretta e riprese a guardarla. Non era bella; però aveva qualcosa nello sguardo, qualcosa di acceso e vivo, specialmente stasera. Conosceva la marca delle sue mutande, la taglia del reggiseno, e poco altro, nascosto nel suo modo di muoversi. Un paio di fughe in orario pomeridiano non bastano a costruire una relazione. Ma c’era stata quella volta, su a Camandona. Quando avevano parlato a lungo, fin quasi a sera, si erano presi la mano su un tronco di castagno rovesciato, e lui si era sentito, per un istante, come se davanti avesse un futuro.
– È successo qualcosa? – le chiese, messo in allarme dal suo silenzio.
Non si era neppure tolta la giacca, non aveva detto ciao né permesso.
Forse, stava pensando Rosa, mi sono semplicemente lasciata abbindolare come il più stupido dei cani, che appena allunghi la mano lui viene.
Solo che adesso lei non era più quella ragazza. Non aveva più niente a che fare con le gonne slacciate nei parcheggi. Quando Marcello fece per baciarla, lei lo scansò con un gesto secco della mano.
– Sono venuta a dirti – sillabò – che sono incinta.
Marcello cambiò espressione di colpo.
Allora lei scattò in piedi, alzò la voce: – È inutile che provi a girarci intorno, perché il bambino è tuo. È tuo di sicuro. E io adesso non posso più tornare a casa. Quindi due sono le cose. O vieni via con me, o ti saluto.
Una randellata. Marcello lasciò cadere per terra la sigaretta, rimase con la bocca aperta e il respiro infilzato. Come in un flash vide il pancione, poi il bambino. La carrozzina, il triciclo, il battesimo, e la prima comunione.
Era una cosa immane, al di là del bene e del male. Stava capitando a lui. Il nullafacente, il disoccupato, con venticinque anni da buttare alle ortiche. (…)
– Ma tu sei sicura di quello che dici?
Lei infilò una mano nella borsa, la rovistò con furia. Tirò fuori un oggetto strano, gli disse: – Tieni, se non ci credi.
Allora lui vide quel trattino, che era indecifrabile e semplicissimo allo stesso tempo. Ci mise un attimo a realizzare. Una frazione di secondo in cui gli si affollarono in testa tutti i pro e i contro. La quantità esponenziale dei contro, e la minima, sconosciuta, percentuale dei pro.
Alzò gli occhi dal test, che voleva dire tutto e niente. Il volto di Rosa, adesso, era ancora più pallido del solito, ma emanava un’attrazione misteriosa, una specie di astuzia micidiale. E cosa aveva fatto, lui, in tutto questo tempo? Cosa aveva combinato fino a oggi? Adesso, c’era questa ragazza che gli era sempre piaciuta, con i capelli spettinati e le lentiggini sul naso, che gli diceva: Tieni, leggi questa cosa. Leggi bene, perché c’è anche il tuo nome lì dentro.
Marcello raggiunse l’armadio, cercò qualcosa da mettersi addosso. Si era fatto incastrare, non c’era niente di più facile al mondo. S’infilò un paio di jeans sopra i pantaloni del pigiama, guardò l’ora, guardò Rosa.
Lei sorrideva, come una che ha appena tagliato il traguardo.

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