Silvio Berlusconi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/silvio-berlusconi/ un blog di approfondimento culturale Sun, 20 May 2018 15:38:02 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Silvio Berlusconi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/silvio-berlusconi/ 32 32 Loro 1 e 2: la fascinazione ambigua di un Sorrentino innamorato https://minimaetmoralia.it/cinema/loro-2-paolo-sorrentino/ https://minimaetmoralia.it/cinema/loro-2-paolo-sorrentino/#comments Sat, 19 May 2018 06:00:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37235 di Chiara BabuinAdriano Ercolani 

(fonte immagine)

Innanzitutto, il titolo: non “Silvio Berlusconi”, non “Il Cavaliere di Arcore”, ma “Loro”. Già da qui si percepisce l’ambizioso piano dell’opera: non limitarsi a raccontare il politico-impreditore più discusso d’Europa (del Mondo?), ma tutto il sistema che si è creato e ha gravitato attorno alla sua figura.

Berlusconi, nel suo essere incarnazione definitiva e vittoriosa dei difetti tradizionali del carattere italiano, è la summa di tutte le ossessioni di Paolo Sorrentino: la solitudine del Potere nella sua decadenza (Il Divo, The Young Pope), la vecchiezza dilaniata tra rassegnata saggezza e puro desiderio di nuova vita da parte di un uomo che ha tutto, unita alla fascinazione per vite scintillanti ma piene di vuoto (Youth, La Grande Bellezza), l’ossessione erotica mai risolta (Le conseguenze dell’amore), il recupero di un’identità immaginaria (This must be the place). “Abbiamo una gamma limitata di cose che che sappiamo fare, quindi facciamo sempre un unico film con delle variazioni sul tema", afferma infatti lo stesso regista.

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di Chiara BabuinAdriano Ercolani 

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Innanzitutto, il titolo: non “Silvio Berlusconi”, non “Il Cavaliere di Arcore”, ma “Loro”. Già da qui si percepisce l’ambizioso piano dell’opera: non limitarsi a raccontare il politico-impreditore più discusso d’Europa (del Mondo?), ma tutto il sistema che si è creato e ha gravitato attorno alla sua figura.

Berlusconi, nel suo essere incarnazione definitiva e vittoriosa dei difetti tradizionali del carattere italiano, è la summa di tutte le ossessioni di Paolo Sorrentino: la solitudine del Potere nella sua decadenza (Il Divo, The Young Pope), la vecchiezza dilaniata tra rassegnata saggezza e puro desiderio di nuova vita da parte di un uomo che ha tutto, unita alla fascinazione per vite scintillanti ma piene di vuoto (Youth, La Grande Bellezza), l’ossessione erotica mai risolta (Le conseguenze dell’amore), il recupero di un’identità immaginaria (This must be the place). “Abbiamo una gamma limitata di cose che sappiamo fare, quindi facciamo sempre un unico film con delle variazioni sul tema”, afferma infatti lo stesso regista.

Se ne Il Divo, Sorrentino ha dato prova di essere in grado di illustrare la complicata cornice che agiva e veniva fatta agire attorno all’enigmatico Andreotti, purtroppo con Loro ha fallito completamente. A nulla è valso dividere il film in due episodi: il primo ha proprio la funzione di mostrare al pubblico tutto il giro di personaggi di dubbia moralità, impossessati dalla sete di potere, fama e soldi che poi è confluita alla “corte” di Berlusconi, qui alla prese nel rattoppare gli squarci del suo matrimonio.

Andreotti rappresentava un Moloch indecifrabile, la Sfinge del Potere dietro la cui apparente austerità monacale si celavano abissi di inferno morale: per questo la trasfigurazione grottesca è stata potente, poiché mostrava ciò che è fuori dalla scena (“osceno”, secondo un’etimologia un po’ fantasiosa ma suggestiva proposta da Carmelo Bene).

In questo senso, Berlusconi non è osceno, è (nell’etimo) pura pornocrazia: lo scandalo, la trasgressione, la volgarità sono stati da lui esibiti a testa alta, le cronache sono state invase da intercettazioni, foto, testimonianze in grado di far arrossire meretrici stagionate.

Non si può eccedere il porno (tornando a CB): o lo si sublima  o si scade in una ridondanza inutile, sorpassata dalla realtà, annichilita dalla cronaca, per di più recente.

E infatti Loro 1 è un’infinita carrellata di corpi femminili, brutalmente sbattuti davanti a una camera che evidentemente non sa come inquadrarli, per l’ennesima volta. Sì, perché una costante nel cinema di Sorrentino, ormai un segreto di Pulcinella, dopo il film-manifesto della sua interiorità, quale è stato La Grande Bellezza, è il problema col Femminino. Ciò è facilmente intuibile da come il regista napoletano inquadra, in tutti i suoi film, il corpo femminile: mai sensuali, tutti allo stesso modo, lontani, algidi, irraggiungibili, ripresi a mezzo busto o a figura intera. Mai un dettaglio, mai in macro.

La camera e le ottiche che ad essa si possono applicare rivelano lo sguardo, l’interesse, l’ossessione, per non parlare delle paure e del disagio di chi ci sta dietro. Sembra psicologia spicciola, in realtà è una verità facilmente comprovabile guardando, ad esempio, la seducente carnalità del cinema di Godard, non a caso grande ammaliatore. Sembra quasi che Sorrentino confessi un terrore atavico della donna, anzi, della Donna. Paura della contaminazione, della profondità, dell’abbraccio osmotico. Infatti, in questo primo episodio dove la figura femminile è quasi onnipresente, non c’è mai profondità: di sguardo, di introspezione psicologica, di sentimenti o pensieri femminili: è una squallida esposizione di carne da monta drogata, senza un vissuto, senza un contesto, senza un reale movente. È la svendita di una giovinezza che non si sa perché ha deciso di essere buona a niente; non si sa, principalmente perché al regista probabilmente non importa saperlo, esattamente come nei film di serie b.

In Sorrentino, la figura femminile o è un’apparizione intoccabile, e quindi da osservare a rispettosa distanza, come la Miss Mondo di Youth, o è oggetto da consumare/compatire (il personaggio di Isabella Ferrari ne La Grande Bellezza o tutte le ragazze di Loro) oppure è un essere non più interessato al sesso, perché innocente o semplicemente distaccato, come sono rispettivamente Stella e Veronica Lario in quest’ultima pellicola (come in precedenza la spogliarellista Ramona interpretata da Sabrina Ferilli nel suo film più premiato era accessibile emotivamente solo attraverso una desessualizzazione).

In ogni caso, in Sorrentino, il femminile non si affronta direttamente. Mai.

Ciò detto, paradossalmente,  l’idea più riuscita (pur nella sua grevità da barzelletta sconcia) del primo episodio è quella della “svolta” (illusoria) ispirata dal tatuaggio sulla natica della escort, durante un coito esaltato dalla cocaina: una scena che (nel suo goffo imitare lo Scorsese di The Wolf of New York) rende bene la miseria infinita dell’immaginario che ha dominato il paese nel ventennio berlusconiano.

Felice, come idea ma non come realizzazione, la trovata di rappresentare Scamarcio come una sorta di Grande Gatsby nei confronti di Berlusconi: lo squallore della sbornia passata dopo l’orgia ha il suo referente letterario prediletto proprio in F.S. Fitzgerald.

Anche le intuizioni fondamentali sono intelligenti: l’idea di raccontare Berlusconi all’inizio lateralmente (l’angoscioso anelito dei suoi lacché) o nella vita privata (la prigione dorata della Villa in Sardegna, l’incomunicabilità con la moglie) o di renderlo una maschera della Commedia dell’Arte, un Pulcinella brianzolo (la passione per la canzone napoletana regala forse le scene più belle del film).

Sorrentino è perfetto nel cogliere il grottesco e molto bravo nel rappresentarlo: sono le dosi ad essere sballate.

Il film offre il paradosso di uno chef stellato che ha sul tavolo tutti ingredienti di primissima qualità, ovvero le interpretazioni notevoli di Servillo (gigione il giusto e a tratti fenomenale), Elena Sofia Ricci (una Veronica Lario credibile nonostante la scelta didascalica di affidare alla sua voce il giudizio storico sulla parabola berlusconiana), Kasia Smutniak (bravissima nel mostrare il volto dolente dell’Ape Regina) e Riccardo Scamarcio (vero protagonista della prima parte, convincente nel rappresentare il Tarantini della situazione)… eppure il piatto non è buono.

Il secondo episodio è incentrato sul Silvio del “fare” e sul suo piano di rimonta politica. Inizialmente, tutto sembra scorrere; poi, all’improvviso la sceneggiatura se ne vola via (proprio come nella parodia di Fellini, all’inizio di FF.SS. di Renzo Arbore, che Sorrentino da buon napoletano probabilmente conosce a memoria).
La partenza faceva ben sperare: l’idea di raccontare la rinascita nel dialogo con Ennio Doris, rappresentato come un doppelganger biondo, glaucopide e grintoso, è efficace.

La telefonata da piazzista alla casalinga è un pezzo da antologia.

La conquista dei sei senatori è raccontata con ritmo e acume psicologico.

Eppure, una di seguito all’altra, a livello di sceneggiatura, non funzionano: l’una è lo spiegone dell’altra, e l’altra è lo spiegone dello spiegone: la summa del didascalismo. Da non confondere con il doveroso spirito documentaristico, di cui Sorrentino aveva dato brillante prova, come già dicevamo, ne Il Divo. Il regista napoletano non è riuscito a bissare il perfetto bilanciamento tra nozioni e narrazione in Loro, sostanzialmente per due motivi.

Il primo è di ordine esistenziale-metodologico: la distanza tra i fatti narrati, seppur poeticamente, e la creazione cinematografica è troppo breve (ne Il Divo erano passati almeno 10 anni); il secondo è l’impossibilità a priori di riuscire a narrare con lucidità fatti di cronaca così recente: Sorrentino è profondamente affascinato dal Berlusconi beffardo, irresistibile, dialetticamente invincibile in quanto perenne menzognero. In poche parole, Sorrentino ne è completamente innamorato. E questo non solo abbatte la distanza critica, ma genera una confusione che è totalmente percepibile in entrambi gli episodi. In più, la confusione aumenta, perché è un “amore volgare”, in quanto razionalmente non lo si può accettare.

Insomma, o si ha la lucidità cronachistica di Rosi, Petri o Germi con cui è possibile parlare di tutto, oppure, se si è un autore come Sorrentino, non ci si può permettere di essere diviso tra il fascino indiscriminato e la moraletta cattolica. Anche per questo, appare evidente che a Sorrentino manca un Zavattini, un Flaiano, un Tonino Guerra, in grado di indirizzare in maniera meno caotica e slegata la sua fame visionaria e il suo innegabile talento.

Ciò detto, è chiaro che il secondo capitolo, incentrato interamente sulla figura di Berlusconi come seduttore e maschera insondabile, benché più articolato, non può essere tanto migliore del primo, poiché a quanto detto poc’anzi si aggiunge la visione già esaminata del regista napoletano sulle donne: se non si riesce a rendere sensuali le inquadrature su corpi attraenti, se si subisce una fascinazione ma la si castra con lo scrupolo morale, come si può raccontare la vita di uno dei più grandi seduttori dei nostri giorni; un uomo che non solo ha genuinamente ammaliato centinaia di donne, ma che ha abbagliato un paese intero?

La grande occasione consisteva proprio nel raccontare da una parte la macchina del Potere politico, dall’altra il Potere umano della seduzione. Che lo si voglia o meno, Berlusconi, come simbolo, è la più grande rappresentazione contemporanea della dinamica faustiana: la potenza maligna di far rovinare le persone, solo con la propria presenza, senza agire; la fascinazione per Lucifero, l’immoralità e i desideri oscuri da premiare.

Purtroppo, Sorrentino, proprio perché per il suo sguardo cinematografico la figura di Berlusconi rappresenta la tentazione suprema, non è il regista più qualificato per farlo.

Se si è troppo vicini a una montagna, non si ha la distanza per coglierne una visione complessiva.

Dal punto di vista del linguaggio cinematografico, Loro non verrà certamente ricordato. Soffre di una regia talmente vetusta, che sembra essere tornati indietro di almeno 15 anni, se non di più. Si potrebbe obiettare a questa affermazione, dicendo che tale scelta è voluta, ma se così fosse, non funziona: già in Youth Sorrentino aveva fatto delle scorribande nel pop, girando un finto videoclip: inguardabile. In Loro sono diverse queste incursioni nella cultura di massa, con evidente intenzione di fare la parodia del linguaggio televisivo consacrato dalle reti di Berlusconi. Purtroppo, anche qui Sorrentino non trova l’equilibrio: da una parte manca completamente lo studio del linguaggio pop (procedura necessaria per dar luogo a qualsiasi intento parodistico: non basta inserire qualche rallenty a caso qua e là), dall’altra c’è l’arroccamento nel suo ruolo d’Autore, da premio Oscar.

Stendiamo poi un velo pietoso sugli effetti speciali orrendi, di cui purtroppo ci aveva già dato tragicamente un assaggio con i fenicotteri in CG ne La Grande Bellezza.

Loro 1 e 2 durano in totale 204 minuti, come l’Andrej Rublev di Tarkovskij: quest’ultimo è un inno alla vita e all’Arte, il primo è un un inno allo spreco delle medesime.

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A tavola con l’Hyperion https://minimaetmoralia.it/societa/a-tavola-con-lhyperion/ https://minimaetmoralia.it/societa/a-tavola-con-lhyperion/#comments Tue, 20 Mar 2018 07:00:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36638 Hyperion è il nome di una scuola di lingue aperta a Parigi negli anni ’70, che per alcuni fu il vero e segreto cervello delle Brigate Rosse. Questo è il racconto di un incontro con Corrado Simioni, fondatore di Hyperion. Simioni è scomparso nell’ottobre 2009. L’articolo è stato pubblicato nel novembre 2009 su L’Europeo.

L'arrivo.

Avvio il motore della macchina alle otto del mattino del 30 dicembre 2007, vigilia di capodanno. Raggiungerò il luogo in cui Corrado Simioni vive, una frazione collinare nel dipartimento della Drôme, Francia sud orientale, soltanto intorno alle sei di sera. Di Corrado Simioni si dice che sia stato, nei primi anni '60, un militante della corrente autonomista del PSI. Dal quale poi venne espulso. Si dice che a Milano lavorò per L'Usis, un istituto culturale con compiti di diffusione della cultura americana nel mondo, ma all'occorrenza utilizzato in funzione anticomunista. Si dice che a Monaco di Baviera, alla metà degli anni '60, lavorò per Radio Free Europe, emittente radiofonica foraggiata dalla Cia. Si dice che fu tra i relatori del convegno di Pecorile con il quale, nell'agosto 1970, si sciolse il Collettivo Politico Metropolitano e nacque il primo nucleo delle Brigate Rosse.

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Hyperion è il nome di una scuola di lingue aperta a Parigi negli anni ’70, che per alcuni fu il vero e segreto cervello delle Brigate Rosse. Questo è il racconto di un incontro con Corrado Simioni, fondatore di Hyperion. Simioni è scomparso nell’ottobre 2009. L’articolo è stato pubblicato nel novembre 2009 su L’Europeo.

L’arrivo.

Avvio il motore della macchina alle otto del mattino del 30 dicembre 2007, vigilia di capodanno. Raggiungerò il luogo in cui Corrado Simioni vive, una frazione collinare nel dipartimento della Drôme, Francia sud orientale, soltanto intorno alle sei di sera. Di Corrado Simioni si dice che sia stato, nei primi anni ’60, un militante della corrente autonomista del PSI. Dal quale poi venne espulso. Si dice che a Milano lavorò per L’Usis, un istituto culturale con compiti di diffusione della cultura americana nel mondo, ma all’occorrenza utilizzato in funzione anticomunista. Si dice che a Monaco di Baviera, alla metà degli anni ’60, lavorò per Radio Free Europe, emittente radiofonica foraggiata dalla Cia. Si dice che fu tra i relatori del convegno di Pecorile con il quale, nell’agosto 1970, si sciolse il Collettivo Politico Metropolitano e nacque il primo nucleo delle Brigate Rosse.

Si dice che dopo Pecorile Simioni si sarebbe posto alla testa di una compagine segreta, il Superclan, il cui obbiettivo era egemonizzare le principali sigle della sinistra extraparlamentare, e i cui componenti sarebbero rimasti uniti, nel tempo, da vincoli amicali indistruttibili. Il Superclan avrebbe poi tentato d’infiltrare le Brigate Rosse, di indirizzarle, fin dal tempo dei sequestri lampo e degli incendi delle auto dei dirigenti di fabbrica, verso forme di lotta estreme e contro obbiettivi Nato. Così racconta l’ex Br Alberto Franceschini. Poi, alla metà degli anni ’70, Simioni e il Superclan si trasferiscono a Parigi. Fondano prima l’associazione culturale Agorà, poi la scuola di lingue Hyperion. Hyperion che aprì e chiuse una sede di rappresentanza a Milano, in via Albani, e due a Roma, in viale Angelico e in via Nicotera, poco prima e immediatamente dopo il sequestro Moro e in palazzine gestite da società di copertura dei servizi segreti.

Secondo quanto affermato, tra gli altri, da Alberto Franceschini e da Sergio Flamigni, membro della commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro Moro, e da Giovanni Pellegrino, Presidente della commissione d’inchiesta sulle stragi, Hyperion potrebbe essere stato uno dei cervelli politici delle Brigate Rosse. I suoi uffici, si dice, furono attraversati da uomini dell’Olp, dell’Ira, della Raf, ma anche da agenti di Cia e Kgb. Furono, cioè, il piano attico in cui si sbrigarono alcune pratiche concernenti la guerra fredda. Nel film ‘Piazza delle cinque lune’, malgrado l’accento francese, il personaggio interpretato da Murray Abraham, che a Parigi incontra il magistrato interpretato da Donald Sutherland, corrisponde all’ambiente di Hyperion. “Quindi devo presumere che Hyperion, in qualche modo, abbia deciso il rapimento di Aldo Moro”, riflette il magistrato. “E’ Yalta che ha deciso il rapimento”, precisa l’altro. Anche Bettino Craxi, a suo tempo, in una certa intervista, evocò Parigi e il nome di Corrado Simioni: “Bisognerebbe andare indietro con la memoria, pensare a quei personaggi che avevano cominciato a fare politica con noi,  poi sono scomparsi, magari sono a Parigi a lavorare per il partito armato”. Il giorno seguente l’intervista viene smentita. E a chi si riferiva, allora, Bettino Craxi?

Simioni vive tuttora in Francia, nella Drôme, dov’è cresciuto il campione di rugby Sebsatian Chabal e dove da anni Simioni gestisce un piccolo agriturismo. Nei dintorni siti di età romana e preromana, e villaggi che furono teatro di scontri all’epoca delle guerre fra cattolici e luterani. E’ una terra scarsamente popolata. Fluorescenti distese di lavanda, in primavera, paesaggi spettrali in inverno. Per raggiungere l’agriturismo percorro chilometri fra selve, boschi e colline spoglie e intirizzite dal gelo. Nessuna abitazione, solo scheletrica boscaglia, battuta in questi giorni di fine dicembre dalle rasoiate di un vento gelido. L’agriturismo si trova all’interno di una vecchia fattoria in pietra. So che Simioni non potrà non sospettare dell’arrivo di un italiano che, per qualche implausibile ragione (‘Vivo a Milano, così volevo passare un paio di giorni in un posto tranquillo, lontano dal caos…’), ha pensato di prenotare una camera d’albergo, a cavallo di capodanno, in un luogo così remoto e appartato. Ho quindi assunto questo semplice dato, come una certezza, e facendone il regolo che dovrà aiutarmi a calibrare ogni parola, azione, gesto. So che verrò in qualche modo soppesato. Che andrà in scena, forse, una sorta di partita a scacchi. Infatti ci rifletto a lungo, in macchina, durante il viaggio, persino esaltato dalla possibilità d’incontrare un uomo di cui ho letto pagine e pagine in una quantità di libri, che sono i libri che compongono quella sciarada che è la storia recente italiana, e in particolare quella del caso Moro.

Sulla porta vengo accolto da Giulia Archer, la donna con cui Simioni vive da oltre trent’anni. Sorride luminosamente e mi fa strada lungo una scala che conduce al piano inferiore, dove vengo presentato a un uomo anziano, non una bellissima cera, ma dall’aria buffa, curiosamente compiaciuta, che siede su di una sedia a dondolo, circondato da amici. È Corrado Simioni. Seduti intorno a lui una coppia francese e il figlio, un bambino che gioca con una scacchiera elettronica. E poi un uomo molto elegante, originario del Mali, vestito in abiti tradizionali africani. È, come scoprirò in seguito, un ex militante politico, poi riparato a Parigi negli anni ’70 dove, nel corso dell’occupazione di uno stabile, conobbe Simioni e la Archer. Infine una donna di origini italiane e il marito, operaio in pensione. La sala è divisa dalla cucina da un bancone all’americana. C’è un tavolo centrale in legno, sotto il quale gironzola un bulldog, una vecchia vetrina, sedie impagliate, poltroncine, la sedia a dondolo dove ancora siede Simioni, lasciandosi cullare, come al ritmo segreto di una canzoncina di un tempo, e scaffali stipati di cd di classica e libri di cucina.

Alle pareti pupi siciliani e oggetti d’artigianato nepalese e tibetano, due Paesi che Simioni ha più volte visitato, racconta, per ragioni di studio e per il suo lavoro con ‘Emmaus’, associazione che si occupa di solidarietà e inclusione fondata dall’Abbè Pierre nel 1954 e della quale Simioni è stato un funzionario di primo piano. Dice di conoscere il tibetano, il tedesco, l’inglese, il latino, di avere nozioni di sanscrito, aramaico, esperanto. L’accoglienza è calorosa, anche se, dalla variabile geometria degli sguardi, da questi primi scambi di battute, ho la sensazione di venire un po’ squadrato, misurato.

Un grande gatto nero scende dalla scala e dopo aver miagolato, si ferma sull’ultimo gradino. Chiedo se il gatto e il bulldog siano in buoni rapporti e Simioni risponde che fra i due ‘c’è una situazione di guerra fredda’. Tutti ridono, compresa Giulia, che è una donna molto bella, attrezzata di fascino, di un sorriso improvviso e radioso, che a volte scarta in un contegno un po’ aspro. Sembra innamorata e piena di vita, di una gioia dura e rappresa. Dopo l’aperitivo scendiamo in taverna e mangiamo tutti insieme, intorno a un grande tavolo ovale. Mi siedo accanto a Corrado. La conversazione, rapidamente, muove sul suo passato. Mi racconta di essere nato a Venezia, dove di tanto in tanto torna con Giulia, per visitare chiese, musei. Amano l’architettura romanica, mi dice, sorridendo e masticando. Ogni tanto se ne vanno in giro per la Francia, per chiese romaniche. Simioni si trasferì giovanissimo a Milano, dove viveva il compagno della madre. Da bambino vide Meazza giocare allo stadio. Per questo diventò interista. Per il suo compleanno, racconta, ogni anno Massimo Moratti gli spedisce via fax un foglio con stampata la maglia dell’Inter e una dedica firmata. Mi racconta, in sequenza, mentre ancora mangiamo, di avere vissuto e studiato a Monaco di Baviera e alla Bocconi di Milano, di aver lavorato in Mondadori, sotto Elio Vittorini, occupandosi delle opere di Luigi Pirandello, di aver conosciuto Ernest Hemingway e Jean Paul Sartre, di aver personalmente conosciuto e tradotto lo psicoanalista francese Jacques Lacan, di aver militato nel PSI, a fianco di Bettino Craxi. Dice di essere stato in rapporti con il Presidente Mitterand e il Dalai Lama. Giulia l’ha conosciuta ‘sulle barricate’. Dice di aver fatto parte di una ‘generazione sconfitta’. Parla dei suoi due figli, avuti da una precedente relazione. Di essere stato troppo preso dalla sua vita. Racconta di aver lavorato a lungo come vicepresidente di Emmaus e di aver gestito un centro culturale a Parigi, negli anni ’70, dopo aver trascorso un periodo in Inghilterra, con Giulia, fra il ’70 e il ’75.

Quando accenna al centro culturale, senza che quella parola, Hyperion, venga nominata, mi guarda dritto negli occhi, come a cercare una vibrazione, una variazione di calore. Fra gli anni ’80 e ’90 si trasferirono nella casa in cui ci troviamo, insieme ad altri dai quali poi si divise. Giulia, seduta dall’altra parte della tavola, mi chiede se m’interessi di filosofia, se sia stata la filosofia a spingermi fino al loro agriturismo.

La cena è squisita e la tavola è allegra. Si parla italiano, francese, spagnolo, inglese. Mangiato il dolce, torniamo di sopra. Uno degli ospiti, in caffetano bianco, suona la suite N.1 per violino di J.S.Bach. Lo ascoltiamo, seduti in cerchio, sorseggiando un bicchiere di vino rosso, godendo delle geometrie con cui la musica si propaga nello spazio, sopra i nostri corpi sopraffatti dal cibo. Il gatto e il bulldog stanno accovacciati in disparte. Simioni m’invita a scegliere un liquore da un armadio che si trova nella stanza accanto. Qui, appeso a una parete, mi indica un piatto in ceramica dipinto da Pablo Picasso. Scelgo una grappa al mirtillo e lo seguo nel suo studio, una grande stanza rettangolare, dal parquet scricchiolante, sui quattro lati tappezzata di libri. Scaffali di filosofia, di mistica, di letteratura, di poesia. Mi perdo un po’ fra i libri, poi Simioni dice che sono un tipo molto curioso. Interpreto la battuta come una dissimulata esortazione a non indugiare troppo fra le sue cose, e a seguirlo fuori dallo studio, di nuovo verso la cucina. Ma prima mi mostra un’ultima cosa: una foto incorniciata che lo ritrae in compagnia dell’Abbè Pierre e di Papa Giovanni Paolo II.

Corrado Simioni è un uomo affabile, allegro. Una risata dopo l’altra. Sempre di ottimo umore. Ogni parola detta innesca una battuta. E’ piccolo di statura, precario, curvo. La deambulazione sofferta. Ai piedi porta un paio di zoccoli olandesi che sembrano affaticarlo. E nel ’97 ha subito un infarto. Eppure la mente è rapidissima, sempre pronta a connettere una parola all’altra, un tema a un altro tema. Sembra non curarsi dei suoi 74 anni. “Per come l’ho conosciuto io Simioni”, disse Franceschini a Marco Taradash, nel corso di un’audizione in Commissione Stragi, “era più che altro un avventuriero…Come personaggio lo attribuivo al film di Pontecorvo Queimada. Lui era esattamente l’ingles, cioè Marlon Brando. Secondo me era proprio quella figura, anche psicologicamente, colui che da un parte intriga con la rivoluzione, gli piace, gli interessa, perché vuole mettere in discussione le cose, che comunque non è uno pacifico ed è una persona intelligente; dall’altra, però, se ci sono cause di forza maggiore, ti abbandona al tuo destino”

Intorno alle 23, Simioni se ne va e ognuno torna nelle proprie stanze.

 31 Dicembre

Il pomeriggio del 31 lo passo nei dintorni, visitando vecchi borghi medievali e una chiesa romanica, consigliatami da Giulia. La chiesa si trova nella valle delle ninfe, un luogo dove si trovano tracce di culture pagane, nelle vicinanze di una sorgente, e descritto da Giulia come un luogo magico. Mi perdo un po’ nei dintorni, fra cespugli secchi di mirto, resti di falò, sentieri che non portano da nessuna parte. Quando torno mi viene presentata una coppia tedesca di Monaco, che vive in Svizzera, amici di lunga data di Simioni. Arrivano da un viaggio in Catalogna. Bevendo bordeaux, spizzicando il prosciutto spagnolo portato dai due tedeschi, qualcuno comincia a parlare di politica. Mi viene chiesto che cosa si dice sui giornali in Italia di Sarkozy. C’è apprezzamento, rispondo. Anche nel centro-sinistra, Sarkozy viene visto come un politico intelligente. Simioni dice di aver votato per i comunisti rivoluzionari al primo turno e per Sarkozy al secondo. Si compiace di questa schizofrenia. Dice di confidare nelle liberalizzazioni e nella sburocratizzazione del Paese, un po’ come già in Italia aveva nutrito le stesse speranze per il primo e il secondo governo Berlusconi. In sostanza, è come se si vantasse di essersi emancipato da certi vecchi schemi, mi sembra.

Visto che siamo in Francia, vengono in mente intellettuali come Bernard Henry Lévy o André Glucksmann, il loro percorso. Ma quando si parla di politica Simioni sembra avvampare e perdere il tratto amabile e conviviale. A un certo punto decide di chiudere la conversazione, bruscamente, e di spostarsi verso i fornelli, per preparare il risotto per la cena. Tiro fuori la macchina fotografica e scatto qualche foto. Simioni, che in quel momento offre le spalle alla scena, sembra osservare tutto con la coda dell’occhio. Poi ceniamo, in grande allegria. Dopo ci si sparpaglia. Io torno sopra, di nuovo con la digitale. Quando scendo di nuovo trovo Claudio, il tedesco e Simioni in taverna, dove stanno animatamente discutendo di politica. Simioni è seduto a capotavola, con il tedesco alla sua sinistra, entrambi appesantiti dal cibo. Faccio per scattare una foto quando Simioni, con un gesto perentorio della mano mi ammonisce: ‘No pictures, please, no pictures!’. ‘Niente foto?’, ‘No, niente foto…come Greta Garbo’. Mi siedo. Simioni va a tutto campo. Dice che se l’Europa tassasse un 10 per cento del proprio prodotto interno lordo ci sarebbe di che sfamare il terzo mondo. Ma devono essere i ceti medi a pagare, aggiunge. Tanto i ricchi sposteranno i capitali all’estero. ‘Bisogna mettersi in testa che il terzo mondo è un problema che soltanto le classi medie possono risolvere. Se continuiamo a discutere su chi debba pagare di più o di meno, il problema rischia di trascinarsi per un tempo indefinito’.

Continuiamo a bere e a discutere. Secondo Simioni, Putin è un grande statista che esercita, attraverso il controllo delle riserve energetiche, il diritto alla ricchezza del suo Paese. E’ il nuovo Pietro il Grande. Obbietto che Putin, in realtà, difende il diritto alla ricchezza delle oligarchie, è un tiranno che intende tornare a giocare con la guerra fredda e il responsabile dell’oppressione del popolo ceceno, nonché, probabilmente, il mandante dell’assassinio di una giornalista. Simioni tira fuori una rabbia che mi disorienta e un po’ mi spaventa. Dice che sono un ingenuo, male informato, che mi bevo tutto quello che dice la tv italiana. Possibile. Tuttavia, obbietto che forse non è così e un po’ troppo sbrigativamente mi sta identificando con quello stereotipo dell’italiano medio di cui ci si prende gioco all’estero, soprattutto in Francia da quando Berlusconi è andato al governo. Simioni non batte ciglio e va dritto per la sua strada, fino a dire che sono malmesso, che il mio cervello non funziona correttamente. Ho la sensazione di trovarmi di fronte a un uomo improvvisamente irascibile, refrattario. Diventa faticoso discutere. Simioni sembra più interessato a squalificare l’interlocutore.

Aggiunge una battuta su Romano Prodi, che non sarebbe il personaggio mite e curiale dipinto nei corsivi della stampa, ma un uomo che gode di una rete di appoggi collaudata nel tempo, uomini fidati come i senatori Cossiga e Andreotti. E qui aggiunge, in francese, ‘Le memes qui l’ont fait tuer Aldo Moro‘: gli stessi che uccisero Aldo Moro. In quell’istante distoglie lo sguardo dal tedesco e lo appunta nella mia direzione, lasciandolo così, sospeso, per qualche secondo. C’è un picco di tensione, una pausa che si dilata per qualche secondo. Poi la conversazione si perde in un rivolo insignificante, e Simioni se ne va, molto infastidito.

Ci ritroviamo di nuovo tutti insieme, poco prima del brindisi di mezzanotte. Dopo aver bevuto, ci abbracciamo e ci scambiamo un bacio di auguri. Poi Giulia, all’improvviso, cerca la voce in fondo alla gola e lascia esplodere, a pugno levato, un ‘Bandiera Rossa’ guerresco. Il tedesco, non senza ironia, grida: ‘W Marx, W Lenin, W Stalin und Enver Hoxha!!!’. Aggiunge, Simioni: ‘Che-che-gue-va-ra!‘. Gli altri rispondono in coro. Poi cantiamo, a pugno levato, pezzi dell’Internazionale e della Marsigliese. E’ come tornare indietro nel tempo al centro di un vecchio corteo, nella strada di una grande città.

Intorno a mezzanotte e un quarto Simioni, come annunciato la sera prima (‘Domani, dopo il brindisi, andrò subito a letto’), si ritira. Mi abbraccia e sornione mi dice: ‘Sai, la vostra generazione vivrà fino a centoventi anni, ballando la technò’. Dopo poco, come se tutti gli equilibri che legano quelle persone fossero annodati a quella di Simioni, anche gli altri si ritirano. Quando Simioni abbandona lo spazio, si crea un vuoto. Anch’io mi ritiro, dopo un paio di grappe.

L’anno nuovo

L’indomani, intorno alle otto del mattino, saluto Giulia per un’ultima volta. Fuori è un pianeta bianco e le colline sono addormentate nel gelo. Tutta la terra è avvolta in una candida foschia. Non un suono nella DrÔme. Solo il sibilo del vento che corre basso fra gli steli. L’erba è indurita dal freddo, la terra una lastra, ma quasi non fa freddo. E’ il cosmo morbido e silente che incapsula gli ultimi anni di Simioni. Accendo il motore, che sento borbottare in un modo che mi rincuora, il tè sprofonda caldo nelle viscere e aspetto che i vetri spannino. Mi allontano qualche decina di metri lungo un sentiero di cristallo. Fra i cespugli radi vedo tre cavalli frisoni chinare il capo, muovere la bocca fra i giunchi e poi abbeverarsi a una vasca. Uno dei tre cavalli si avvicina e si ferma a qualche metro da me. Restiamo l’uno di fronte all’altro, guardandoci in silenzio nella pace del primo gennaio. Avverto un movimento all’estrema periferia delle cose, così sottile e distante da non poter essere decifrato. Che sia come questo occhio equino, mi chiedo, l’occhio con cui la storia segreta ci guarda? Nel 1979 il giudice Carlo Mastelloni aprì un’inchiesta su Hyperion, sulla base delle confessioni del Br Michele Galati, ma non venne a capo di nulla.

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Post scriptum: Questo articolo venne pubblicato sul numero di novembre 2009 dell’Europeo. Ho pensato di riproporlo a Minimaetmoralia in questi giorni del quarantennale del rapimento Moro. Rileggendo, come spesso capita, ho sentito il bisogno di prendere un po’ le distanze da me stesso e quindi aggiungere un post scriptum. Per esempio, oggi eviterei passaggi come questo: «Nessuna abitazione, solo scheletrica boscaglia». Si tratta di una descrizione veritiera del paesaggio della Drôme in inverno, tuttavia so che l’aggettivo «scheletrica» fu preferito a «spoglia» o «desolata» solo perché volevo intimorire il lettore. Volevo sospingerlo nel clima di rarefazione e mistero nel quale io stesso ero preso. All’epoca in cui partii per questo capodanno in Francia mi faceva velo una fascinazione per i cosiddetti enigmi del caso Moro. Quella fascinazione è ancora viva e coccolata dentro di me –del resto non tutti gli enigmi sono stati chiariti- ma allo stesso tempo mi sono convinto negli anni dell’importanza di altri aspetti della vicenda. Sono diventato più freddo rispetto all’immensa suggestione tragica, simbolica e squisitamente letteraria contenuta in quella storia, e sono diventato più sensibile ad altro, che pure era già evidente e in primo piano.

In questi giorni mi è capitato di leggere «Questa è già la mia vita», bella e sincera autobiografia di Marina Premoli, appena uscita per Quodlibet. Prima di arrivare al resoconto dell’entrata in clandestinità nel 1978 –cosa che accade quasi all’improvviso e precipitando-, Marina racconta l’infanzia vissuta tra Roma, Parigi, Londra e Bruxelles. Cresce insieme a una famiglia cosmopolita, agiata e borghese (il padre fu senatore eletto a Venezia del Partito Liberale). L’adolescenza trascorre a Roma con ragazze e ragazzi del suo stesso ambiente; poi, a Milano, arrivano le esperienze professionali e amicali nel mondo dell’editoria («partecipo con i compagni della Rizzoli a varie manifestazioni cittadine»), infine le schizofreniche e faticose frequentazioni divise tra il lavoro politico di fronte ai cancelli dell’Alfa Romeo e i weekend trascorsi nella vecchia villa di un industriale, «tra Santa Margherita e Portofino, circondata da prati e frutteti», in località Scirocchetto. Non lontano da Scirocchetto c’è perfino un capanno restaurato da Gae Aulenti, che fa parte del gruppo di amici. È una parabola perfetta allo scopo di attivare uno dei pregiudizi e misunderstanding culturali più diffusi sulla generazione della lotta armata. In realtà non solo a Marina Premoli non corrisponde il cliché caratteriale della ragazzina di buona famiglia che nel ’77 briga con i compagni e gioca con la rivoluzione, ma più in generale il milieu in cui la lotta armata nasce, soprattutto nel momento in cui appare all’inizio degli anni ’70, fu un altro e fu genuinamente operaio-studentesco e proletario-piccolo borghese. Basta studiarsi la socio-statistica raccolta in merito o ascoltare e riascoltare le parole pronunciate da Valerio Morucci, Prospero Gallinari, Mario Moretti e Raffaele Fiore -quattro dei componenti del commando di via Fani- negli spezzoni di un documentario francese di qualche anno fa, poi montati all’interno dello speciale tv condotto da Andrea Purgatori e andato in onda la scorsa settimana su La7. Qual è stata, per esempio, la giovinezza di Gallinari? «La mia scuola è stata la campagna», dice Gallinari, nato a Reggio Emilia da famiglia contadina. L’uscio di casa della famiglia Gallinari era diviso da un semplice cortile dall’abitazione dei padroni. Eppure, dice Gallinari, erano due mondi completamente diversi. «Più della metà di quello che guadagnavi lo davi al padrone, perché il padrone era il proprietario della terra». Venti metri separavano le due case, ma era come se ci fosse stato in mezzo un muro. Valerio Morucci racconta la storia del padre, nato nel 1912, passato per la seconda guerra mondiale e per il fascismo. «Una generazione consumata dal Novecento», dichiara Morucci, con la precisione di un montatore cinedocumentario che ha meditato e conosce tutto l’archivio della propria esperienza e ogni volta che ne parla taglia e monta il racconto in sequenze e scene complete. Raffaele Fiore comincia a lavorare col padre ai mercati generali di Bari. Il padre muore quando Fiore ha 12 anni. Quindi Fiore prende la licenza media e nel frattempo già lavora per dare una mano alla mamma. Mario Moretti nasce a Porto San Giorgio, nelle Marche, e da ragazzo, nel 1966, emigra a Milano, dove trova lavoro in fabbrica, alla Sit Siemens, azienda di materiali elettronici della quale tutt’ora Moretti conserva una perfetta conoscenza scientifica, reparto per reparto, così come una intatta memoria visiva dei fenomeni di alienazione: «continuo a lavorare su uno scatolino piccolo, minuscolo, sempre quello, io come tutti gli altri, ciascuno col suo scatolino […]». Ciò che colpisce di questi quattro proletari italiani intervistati –eccetto Moretti, erano tutti under 30 all’epoca del rapimento Moro (Fiore aveva appena 24 anni, ma se è per questo Rita Algranati ne aveva addirittura 19)- è la totale consapevolezza autobiografica, la cognizione precisa del mondo materiale da cui provengono, e il linguaggio chiaro, diretto e solido con cui narrano la propria vicenda personale, storicizzandola dentro il quadro più ampio dell’epoca. Morucci, in questo senso, è un retore vero e un maestro perfino nelle pause. Ciò che colpisce, insomma, è una consapevolezza che non è stata soltanto loro, ma il tratto speciale di una generazione e di un passaggio storico in cui i lavoratori, prima ancora che alcuni di loro decidessero di partecipare alle Brigate Rosse, si sono riconosciuti in quanto tali e hanno parlato di sé, del tema della propria vita, della propria esistenza e della propria sofferenza materiale. Quaranta e cinquant’anni più tardi, il postero, cioè il sottoscritto, è colpito e impressionato da questa testimonianza di antropologia operaia, prima ancora che brigatista: per la forza con cui si è cristallizzata, mentre tutto intorno il mondo e l’Italia tramutavano, e perché appare come la dichiarazione di un modo estinto, e infatti mediaticamente incompreso, di essere e di vivere. Al contrario, la devastazione in corso da oltre venti anni nel mondo del lavoro è, per chi oggi esce da scuola, un nuovo stato di natura, immutabile, in cui ciascuno è solo di fronte al proprio destino. Ma un tempo non è stato così e almeno in questo punto la storia ci è maestra.

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Un estratto da “Volgare eloquenza. Come le parole hanno paralizzato la politica” https://minimaetmoralia.it/altro/un-estratto-volgare-eloquenza-le-parole-paralizzato-la-politica/ https://minimaetmoralia.it/altro/un-estratto-volgare-eloquenza-le-parole-paralizzato-la-politica/#comments Thu, 08 Jun 2017 10:20:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34575 Pubblichiamo un estratto dal nuovo libro di Giuseppe Antonelli, Volgare eloquenza. Come le parole hanno paralizzato la politica. Ringraziamo editore (Laterza) e autore.

di Giuseppe Antonelli

Un messaggio pubblicato su Twitter il 4 febbraio 2013 ammoniva: «#Grillo parla nelle piazze un linguaggio semplice e comprensibile gli altri sono nella loro torre d’avorio il risveglio sarà amaro #M5S». Solo che la storia del linguaggio semplice l’avevamo già sentita più di vent’anni fa.

La sbandieravano prima Bossi e poi Berlusconi («Non più quel linguaggio da templari che nessuno capiva: si sentiva il bisogno di un linguaggio semplice, comprensibile, concreto »). La confermavano gli studi sul lessico berlusconiano, mettendo in luce – tra l’altro – l’alto tasso di comprensibilità del suo modo di parlare.

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Pubblichiamo un estratto dal nuovo libro di Giuseppe Antonelli, Volgare eloquenza. Come le parole hanno paralizzato la politica. Ringraziamo editore (Laterza) e autore.

di Giuseppe Antonelli

Un messaggio pubblicato su Twitter il 4 febbraio 2013 ammoniva: «#Grillo parla nelle piazze un linguaggio semplice e comprensibile gli altri sono nella loro torre d’avorio il risveglio sarà amaro #M5S». Solo che la storia del linguaggio semplice l’avevamo già sentita più di vent’anni fa.

La sbandieravano prima Bossi e poi Berlusconi («Non più quel linguaggio da templari che nessuno capiva: si sentiva il bisogno di un linguaggio semplice, comprensibile, concreto »). La confermavano gli studi sul lessico berlusconiano, mettendo in luce – tra l’altro – l’alto tasso di comprensibilità del suo modo di parlare.

Anche sottoposto all’analisi informatizzata, il discorso di Berlusconi si conferma molto semplice: fondato in gran parte sul lessico di base e su una sintassi fatta di frasi brevi.

Studi simili confermano che anche la lingua di Grillo è composta dagli stessi ingredienti: frammentazione sintattica, semplificazione lessicale, insistenza su alcune parole (e parolacce, in questo caso) ricorrenti. Uno schema portato ai massimi livelli – di enfasi e di potere – dal nuovo presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Come ha notato il linguista George Lakoff, ancora una volta le elezioni sono state vinte da chi è stato in grado di imporre le proprie parole d’ordine – e dunque la propria visione del mondo, il proprio frame – indipendentemente e al di là di qualunque argomentazione.

Il modo di esprimersi di Trump è fatto di frasi molto brevi, spesso lasciate a metà, quasi sempre composte di parole mono o bisillabiche. Secondo le analisi dei linguisti, sintassi e vocabolario sono quelli di un bambino all’ultimo anno delle elementari. «Il nostro paese potrebbe funzionare molto meglio». «Abbiamo accordi commerciali pessimi». «Il nostro paese non funziona». «Tutti vincono tranne noi». «Abbiamo bisogno di vittorie». «Non abbiamo più vittorie». «Il nostro paese sarà grande di nuovo». Solo frasi ad effetto: slogan sparati a raffica e intervallati dai classici segnali discorsivi (I mean, you know) che accentuano l’impressione di una chiacchierata informale. E poi le parolacce, ovviamente.

E gli sprezzanti nomignoli per gli avversari politici: Low energy («bassa energia») per Jeb Bush, Lyin Ted («Ted il bugiardo») per Ted Cruz, piccolo Marco per Marco Rubio, Crooked Hillary («Hillary la corrotta») per la Clinton. Ma a colpire ancora di più sono le continue iperboli: tutto quello che Trump promette è meraviglioso, fantastico, incredibile. Come si legge nella sua autobiografia, «non tutti sanno pensare in grande, ma quasi tutti sono attratti da chi
lo fa. Ecco perché un po’ d’iperbole non fa mai male. […] Io la chiamo “iperbole veritiera”. È una forma innocente di esagerazione – e ancor più efficace di promozione».

Ne sa qualcosa Grillo, che nel suo discorso di fine anno 2016 non fa che ripetere espressioni iperboliche. Per farsi un’idea, bisogna leggerle tutte di seguito: «la cosa più straordinaria che sta succedendo», «questa è una cosa che passa l’immaginazione», «è straordinario questo abbinamento dove non ci credeva nessuno», «un vaffa straordinario», «la cosa più straordinaria che non esiste al mondo», «poter lasciare un segno della sua vita, della sua professione, nella realtà è straordinario», «fantastico: da quarant’anni funziona così», «fantastico!», «incredibile!», «questo meraviglioso sistema operativo che abbiamo», «sono tutti problemi pazzeschi», «ci aspetta una cosa strepitosa», «i cittadini cominciano a capire una cosa meravigliosa che è il Movimento 5 Stelle». Fin da quand’era un comico, d’altronde, il tormentone preferito di Grillo era «è una cosa pazzesca!».

Come notava Alexander Stille, «gli italiani, in particolare, dovrebbero capire la rivoluzione linguistico-politica del trumpismo. Il fascismo è stato preceduto e accompagnato da una simile rottura nei discorsi pubblici». Cambia la lingua, ma non il linguaggio. I programmi delle forze populiste tendono sempre a somigliarsi: niente di strano che si somigli anche la loro comunicazione. In Italia, sono state notate già da tempo le notevoli somiglianze tra Grillo e Salvini. Ma il modello si sta espandendo anche alle altre forze politiche, che ormai sembrano accettare questa sorta di supremazia a Cinque stelle.

Fino a poco tempo fa, questa posizione dominante era occupata dalla retorica berlusconiana. Era da lì che partivano le parole chiave, i frames che influenzavano il pensiero comune e indirizzavano il messaggio politico. Dire che le tasse equivalevano a mettere le mani nelle tasche degli italiani significava far passare l’idea che le tasse erano un furto perpetrato dallo Stato. Quando da sinistra ribattevano dicendo che anche loro non avrebbero messo le mani nelle tasche degli italiani, accettavano di rimanere all’interno di quel frame. Assumevano una posizione di sudditanza nei confronti dell’ideologia implicitamente espressa da quelle parole. E infatti perdevano.

Quando Renzi ha impostato la campagna referendaria su frasi come «non difendere i privilegi della politica» o «con il No difendete la casta», ha fatto sue parole d’ordine tipicamente populiste. Ha accettato il frame dei suoi avversari. E infatti ha perso.

Per dare un’idea dell’influenza che hanno sul cervello le parole che ascoltiamo – influenza che precede e prevarica il ragionamento – George Lakoff usa come esempio la frase «Non pensare a un elefante». Provate a ripeterla due o tre volte: «Non pensare a un elefante». Poi chiudete gli occhi. A cosa state pensando? È ovvio.

Adesso provate a ripetere: «Non pensare al Grillo». «Non pensare al Grillo». «Non pensare al Grillo»…

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Cinico mai più — Prima Parte https://minimaetmoralia.it/arte/cinico-piu-parte/ https://minimaetmoralia.it/arte/cinico-piu-parte/#comments Thu, 02 Feb 2017 12:41:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33543 Pubblichiamo la prima parte di un saggio scritto da Giorgio Vasta per il terzo cofanetto (uscito a dicembre) che raccoglie la produzione di Ciprì e Maresco, gli ideatori di Cinico Tv. Proprio pochi giorni fa è scomparso uno dei volti più simbolici del programma, Pietro Giordano, morto a 69 anni nella sua abitazione di Palermo.

  * * *

Italy Is Burning è un progetto musicale che nasce nel 2007. A idearlo è il dj lombardo Mario Fargetta. Su una base house, una voce sintetica pronuncia una sequenza di frasi. Ogni frase descrive abitudini, usi, costumi, consumi di una determinata comunità cittadina, soprattutto o soltanto composta da adolescenti. Per esempio: «Vivo a Bologna, Studio al Dams, Vivo vicino alle due torri, Abito appena fuori Porta Mascarella, Compro le bici in via Zamboni»; oppure, in Firenze Is Burning: «Vo a psicologia alla Torretta, Fo la ragazza immagine, Mi garba la Ducati Monster, Prima andavo al Mood, ora vado all’ex Mood, Andavo al Cabiria di piazza Santo Spirito, ora vado al Pop Cafè di piazza Santo Spirito»; e ancora, in Roma Is Burning: «’sto disco spigne una cifra, No, al mucca assassina no, è un posto de froci, Carlo Verdone me fa troppo sdraia’, Mangio i panini dallo Zozzone de corso Francia, La Tedesca se dovrebbe fa un po’ i cazzi sua, Roma de notte è da paura».

Ogni frammento di Italy Is Burning contribuisce a dare forma a un repertorio di situazioni tipiche e ricorrenti, tic, clichés, micro-orizzonti di riferimento più o meno consapevolmente condivisi che, nominati, diventano identitari; qualcosa di simile a quanto accade nei profili Facebook Sei di… se… – Sei di Belluno se…, Sei di Lecce se…, Sei di Frosinone se… –, nei quali a segnare un’appartenenza locale è ancora una volta il succedersi di circostanze riconosciute e riconoscibili che gli stessi utenti contribuiscono a dilatare: un’idea di identità – locale e in un certo senso personale – in forma di catalogo.

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Pubblichiamo la prima parte di un saggio scritto da Giorgio Vasta per il terzo cofanetto (uscito a dicembre) che raccoglie la produzione di Ciprì e Maresco, gli ideatori di Cinico Tv. Proprio pochi giorni fa è scomparso uno dei volti più simbolici del programma, Pietro Giordano, morto a 69 anni nella sua abitazione di Palermo.

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Italy Is Burning è un progetto musicale che nasce nel 2007. A idearlo è il dj lombardo Mario Fargetta. Su una base house, una voce sintetica pronuncia una sequenza di frasi. Ogni frase descrive abitudini, usi, costumi, consumi di una determinata comunità cittadina, soprattutto o soltanto composta da adolescenti. Per esempio: «Vivo a Bologna, Studio al Dams, Vivo vicino alle due torri, Abito appena fuori Porta Mascarella, Compro le bici in via Zamboni»; oppure, in Firenze Is Burning: «Vo a psicologia alla Torretta, Fo la ragazza immagine, Mi garba la Ducati Monster, Prima andavo al Mood, ora vado all’ex Mood, Andavo al Cabiria di piazza Santo Spirito, ora vado al Pop Cafè di piazza Santo Spirito»; e ancora, in Roma Is Burning: «’sto disco spigne una cifra, No, al mucca assassina no, è un posto de froci, Carlo Verdone me fa troppo sdraia’, Mangio i panini dallo Zozzone de corso Francia, La Tedesca se dovrebbe fa un po’ i cazzi sua, Roma de notte è da paura».

Ogni frammento di Italy Is Burning contribuisce a dare forma a un repertorio di situazioni tipiche e ricorrenti, tic, clichés, micro-orizzonti di riferimento più o meno consapevolmente condivisi che, nominati, diventano identitari; qualcosa di simile a quanto accade nei profili Facebook Sei di… se… – Sei di Belluno se…, Sei di Lecce se…, Sei di Frosinone se… –, nei quali a segnare un’appartenenza locale è ancora una volta il succedersi di circostanze riconosciute e riconoscibili che gli stessi utenti contribuiscono a dilatare: un’idea di identità – locale e in un certo senso personale – in forma di catalogo.

Quando qualche tempo fa ho scoperto l’esistenza di Italy Is Burning sono andato in rete a cercare la sua declinazione palermitana. Su YouTube, la versione principale è tarata su una costellazione di riferimenti e consumi della medio-piccola borghesia: «Vado al Clubino del Mare, Vivo in via Libertà, Faccio pilates, Faccio giurisprudenza, Faccio filosofia, Faccio lo Stams, Facevo teatro, Mi sono fatta le mani, Sei un piscio, Vado alle serate, Vado alla Cuba, Vado al Jamaica, Vado al Baretto, Andavo al Garibaldi, Sono accollativa, Stasera Birimbao, Festazze rum e pera». Diversamente da quanto in generale connota il progetto di Fargetta, in Palermo Is Burning la «voce recitante» non è sintetica ma è una voce femminile con una cadenza locale molto netta (vale a dire che in quella voce si avverte qualcosa di lasco, un’indolenza se non un’inerzia tipicamente palermitana, un vuoto di tensione da cui al limite a tratti trapela quel microscopico principio di stupore sempre riconducibile alla dimensione esclamativa tramite la quale a Palermo si fa esperienza delle cose).

In teoria Palermo Is Burning non dovrebbe essere altro che una specifica particella locale all’interno di un progetto più ampio descritto – così si legge in rete – come qualcosa che ha un’intenzione critica: inventariando, si mette alla berlina una vita regolata da comportamenti stereotipati. Il progetto di Mario Fargetta sarebbe allora assimilabile a quei cataloghi di convenzioni, comportamentali e linguistiche, che nel tempo hanno affascinato scrittori come Flaubert (nel suo Dizionario dei luoghi comuni) oppure Léon Bloy (in Esegesi dei luoghi comuni); al centro di tutto, come una persecuzione che è solo possibile a propria volta perseguitare, la bêtise.

In realtà, ascoltando la voce palermitana che passa in rassegna spazi atteggiamenti e standard espressivi del luogo in cui sono nato e cresciuto (e in cui, dopo vent’anni trascorsi altrove, sono per il momento tornato a vivere), mi sembra che questa intenzione sia fallace. L’impressione è che Palermo Is Burning lavori soprattutto sul ribadire un senso di appartenenza; su un’immedesimazione in cui, tutt’altro che percepire imbarazzo, a imporsi è una specie di soddisfazione se non di vero e proprio compiacimento. Ogni enunciato è del resto calibrato su un livello di genericità funzionale a questa identificazione: blandisce il bisogno di autoreferenzialità, gratifica il desiderio di appartenenza. Palermo Is Burning «suona» – è il caso di dire – come un inno, non nazionale bensì iperlocale, utile a una manutenzione ordinaria del noto. Come spesso accade in un certo comico di matrice televisiva che presume (o pretende) di essere abrasivo se non distruttivo (intercettando e rivelandoci proprio la nostra costitutiva bêtise), Palermo Is Burning è nei fatti complice e condiscendente, se non del tutto corrivo: non produce disagio ma consenso.

Per cercare di comprendere a che cosa in effetti serva Palermo Is Burning può essere utile concentrarsi sul titolo del progetto complessivo: l’Italia sta bruciando. Ogni brano in cui si struttura il progetto di Fargetta è un braciere, un’ara, un caminetto: c’è una città e c’è la sua arsione in forma musicale. Palermo Is Burning è allora il luogo in cui – come accade quando il fuoco agisce sulla materia – qualcosa si rapprende, è lo spazio in cui i margini si contraggono e l’articolazione interna si riduce; è dove ogni densità, ogni eventuale potenziale, viene estinto. È un fenomeno – minuto e laterale, sì, ma lo stesso significativo – che aderisce al bisogno di semplificare la percezione di Palermo. A un suo addomesticamento. Palermo Is Burning è oggi – a circa dieci anni dalla sua invenzione – uno tra i ritratti più credibili di una città euforicamente a suo agio. Di una città domestica. Un luogo immerso in una sua oscura felicità.

La cenere e lo sciame

Cinico Tv ha origine dalla cenere. Nel momento in cui, a fine anni Ottanta, le primissime incursioni televisive di Ciprì e Maresco si manifestano su Tvm, a precedere la prima immagine compiuta c’è un formicolio grigionerobianco sul quale si materializza la scritta rossa cinico tv. È il caos della genesi, il rumore bianco da cui poco a poco tutto scaturisce (e che permane come struttura invisibile di ogni cosa). È quella caligine che per il Beckett di Mal visto mal detto è la sola evidenza: «Unica certezza la bruma. Quella di là dai campi. Già li invade. Invaderà la pietraia. E poi l’abituro penetrando attraverso ogni sua fessura. L’occhio potrà anche chiudersi. Non vedrà altro che bruma. Anzi neanche. Lui stesso non sarà altro che bruma».

Quando dunque l’occhio di Cinico Tv si apre per la prima volta, ciò che vede è indistinguibile da ciò che vedeva prima di aprirsi: il brusio della cenere fredda intorno al fuoco spento, l’indiscernibile, la nebbiolina in cui tutti stiamo.

Se l’origine di Cinico Tv è la cenere, la sua forma è quella dello sciame. Per una ventina d’anni, la televisione di Ciprì e Maresco si è fatta leggere come una propagazione di immagini microscopiche simili e diverse, come una massa pulviscolare in movimento. Qualcosa, cioè, che funziona come le api, le cavallette, le meteore, i terremoti. Una configurazione compatta e unitaria e al contempo un prisma, un brulicare di frammenti, uno scompiglio di particelle. Confrontarsi con Cinico Tv nel corso di due decenni vuol dire allora fare esperienza di una dispercezione. Come nel caso dell’esperimento della Gestalt – il «duck-rabbit illusion» –, al cospetto di Cinico Tv, attraverso uno scarto impercettibile della messa a fuoco, vediamo tanto l’anatra quanto il coniglio, la totalità e la scheggia, il senso inventato di colpo dalla forma e l’impossibilità del senso che la forma può solo giocare a mascherare ma non può (e non vuole) in nessun modo cancellare.

Sciame è un termine che esprime un moto. Lo sciamare. Delle api – quando gli insetti lasciano la vecchia colonia e, insieme alla regina, vanno a fondarne una nuova –, oppure il movimento dell’invasione – quando le cavallette attraversano un campo devastandolo –, o ciò che accade quando i detriti meteorici penetrano nell’atmosfera e l’attrito che si genera li fa bruciare, o ancora quando un pezzo di superficie terrestre è solcata da un succedersi di microsismi. In ognuno di questi casi lo sciame ha un riflesso visivo – le scie, tanto quelle animali quanto quelle siderali o sotterranee – e ne ha uno acustico – il fruscio, il brusio, il crepitare dei corpi celesti.

Cinico Tv è stato allora una coesa moltitudine in azione. Qualcosa che non se ne sta lì, fermo, a farsi contemplare, brillando di qualità estetiche che sollecitano il nostro apprezzamento; semmai l’equivalente di una mano che afferra, sposta, muove, separa.

https://www.youtube.com/watch?v=QmWVO1A90bQ

Breve storia della cenere e dello sciame

A partire da fine anni Ottanta, dalla cenere di Cinico Tv affiorano figure strutture masse e masserelle, complessioni rovinate, rigide o molli, rigide e molli, un retablo di sagome implose, nella maggior parte dei casi filmate frontalmente, a volte osservate mentre scorrono sul filo dell’orizzonte (qualcosa che fa pensare ai corpi, sempre scoordinati, sempre in eccesso o in difetto, del cinema di Augusto Tretti), e trapela lo spazio fisico palermitano, un succedersi di spianate e macerie, moncherini di vecchie fabbriche di laterizi, la foce di cemento di un fiume vuoto, le ciminiere e il cielo bianco, qualche interno senza intonaco che allo sguardo si dischiude come una Wunderkammer di tenebra, luoghi minimi di una meraviglia ancora cinerea (si percepisce a volte quel senso di immagine-fossile, da presepe extratemporale, che è il lineamento della fotografia di Joel Peter Witkin), e in questo propagarsi di materia compare a tratti anche una specie di linguaggio, un codice sconnesso e incalcolabile (in Ciprì e Maresco i conti della lingua non tornano mai), locuzioni reiterate, olofrasi magiche – il «Certamente» di Giuseppe Paviglianiti, che con il «Siamo davvero pietosi» di Francesco Tirone vale da chiave di volta di un discorso laconico –, i tormentoni, il tormento (il tormento dentro i tormentoni), e ancora, negli anni – quando dopo Tvm il trabiccolo di Cinico Tv si conficca, come il missile-navicella di Méliès nell’occhio (ancora lui) di una Luna di cartapesta, dentro il palinsesto della tv nazionale –, dagli schermi emerge (sempre più preciso, sempre più consapevole) il prolasso degli organismi, l’inerzia, scorie di gesti, fantasmi di movimenti, l’ebetudine e l’ebefrenia di Rocco Cane, l’agitazione locutoria dei Fratelli Abbate, invano concentrati – e con loro una città intera – nel tentativo di dirimere dilemmi (Pesa di più un chilo di ferro o un chilo di paglia?, Con chi è sposato il toro?), e poi nello sciame si materializza il movimento di macchina continuo che in Keller vale da catalogo-riepilogo-rilancio (è il 1992) di quello a cui già da qualche anno Ciprì e Maresco stanno dando forma, un carrello orbitale che, come lo sguardo assoluto di La Région Centrale di Michael Snow, fa del mondo elenco e via crucis circolare, le immagini che nel delimitare un’area (l’accampamento di fortuna in cui si cerca riparo durante l’assalto nemico) si accerchiano da sole, allo stesso tempo assediate e assedianti, e, ancora, dallo sciame viene su un altro relitto, quel frantume di cinema (di cinema in tv) autolesionista che in Il corridore della paura (è ancora il 1992, quando a Palermo spazio e tempo esplodono) si esprime attraverso l’impulso dell’immagine a sporcarsi, a obliterarsi, Tirone e Miranda che spazzano la scena fino a corroderla, a imploderla, facendo il fotogramma abraso, lacerocontuso, e intanto nello sciame gravitano il corpo e la voce di Ignazio Trevi, una caverna di suoni – il balbettio, il farfugliamento, finché, nel canto, l’anatroccolo non si trasforma in cigno (nel suo eterno immacolato indistruttibile vulnerabile canto), e gravitano il corpo e la voce di Giuseppe Paviglianiti, il suo corpo assoluto – paradossalmente lievissimo, etereo, pieno d’aria, pieno di grazia: una nube di carne e candore – e a un certo punto, è il 1996, compare quello che per me vale come un personale trittico del congedo, tre corti – Il manocchio, dove un occhio si dimette (si dismette) rendendo inequivocabile quella che da lì a poco sarà – nell’apparenza del contrario – la nuova irrilevanza dello sguardo; Ritorno alla vecchia casa, dove un corpo in mutande e calzini se ne sta al cospetto di un edificio in macerie (le macerie tornano alle macerie, similia similibus solvuntur); Ai Rotoli, un carrello sulle lapidi del cimitero di Palermo, la voce di Carmelo Bene che legge di Bibi nelle pagine di Signorina Rosina di Antonio Pizzuto, la sensazione che al bianco matto del colombario non ci sia scampo: tre corti, dicevo, che inaugurano (e in un certo senso nutrono) quella che sarà la mia ventennale separazione da Palermo, e poi, trapelante dallo sciame – prepotente, eversivo – c’è Pietro Giordano (con Paviglianiti non solo il più grande attore di Ciprì e Maresco ma, azzardiamo, di gran parte del cinema italiano di quegli e di questi anni), simultaneamente immobile e metamorfico, il silenzio di continuo masticato dentro la bocca chiusa (le labbra che a volte percependo l’amaro si socchiudono, sembra vogliano espellerlo ma poi rinunciano, si richiudono, lo covano in bocca), Pietro Giordano – dicevamo – che nelle sue trasformazioni senza cambiamento è intervistato in qualità di stupratore escremento fantasma suicida preservativo guardone (di coppie che pomìciano), e ancora topo di fogna, sepolto vivo, scheletro nell’armadio, bomba in attesa di esplodere, Tarzan di Palermo, Dio, così esaltando il carattere solo in teoria in divenire ma in realtà fossile, avulso dalla Storia (o al limite blandamente storicizzabile), di Palermo, e dentro quelle immagini filtra la città di Franchi, Ingrassia e Leoluca Orlando, di Gaetano Cristiano Rossi (in arte Christian, il terzino cantante di Boccadifalco), del Mago Atanus, di Totò Cascio, di Enzo Castagna – presenze che senza mai ridursi a resoconto giornalistico esistono in Ciprì e Maresco come parvenze, detriti, fosfeni, illuminate nella loro più autentica consistenza di pulviscolo – e poi – come una nervatura, come un architrave – dentro la materia nata postuma di Cinico Tv c’è la voce off di Franco Maresco, un vero e proprio dispositivo che, in anni disciplinati dalla massima (di continuo ribadita all’interno del Maurizio Costanzo Show) secondo cui «domandare è lecito, rispondere è cortesia», ha la capacità non solo di violare la regola ma soprattutto di ricalibrare i termini della dialettica televisiva in una chiave spietatamente autentica, perché in Cinico Tv domandare è un vizio e rispondere è (afasia, verrebbe da dire giocando con l’assonanza, ma quel rispondere è anche altro) un obbligo, un dovere, un patimento – e l’intera relazione dialettica tra voce fuori campo e corpi in campo (quella stessa cosa, fisica e metaforica, in cui Berlusconi in quegli anni decide di scendere) viene in breve a coincidere con un’inerziale costellazione di tic (quel «Dica» congiuntivo dei Fratelli Abbate che, come il «Bravo-Grazie» di Petrolini-Nerone, risponde automatico alla chiamata di Maresco), qualcosa che ha la capacità di ridimensionare l’idea amatissima del dialogo come relazione importante fondativa positiva, rivelandolo invece nella sua natura di sintomo (nel macrodiscorso sciamante di Cinico Tv, forse gli unici due obiettori delle affermazioni di Maresco – relative al genere, all’età, alle attitudini, alla cosiddetta identità – sono stati, ognuno a modo suo, Francesco Tirone e Filangieri Giuseppe; se la voce di Maresco viola, reinventandole, le informazioni minime, e in teoria autoevidenti, su chi è chi, Tirone e Filangieri ribattono, eccepiscono, cercano di ripristinare quello che è il livello di realtà a loro noto: Tirone, mitemente, rivelando la capacità di cogliere l’abuso e trascendendo il contesto, a volte persino ironico nel farsi per gioco avversario della voce di Maresco; Filangieri, invece, sempre intrinseco al contesto, sempre immanente, opacamente fiducioso, braccato dal close-up, persuaso che se il suo interlocutore continua a dargli quarantasette anni e a considerarlo cieco – quando invece lui ne ha trentuno ed è solo molto miope – questo accada per errore, e dunque è utile precisare, pianissimo, che le cose stanno in un altro modo – e ugualmente Maresco non cede: «Questo è il bello: fingere di vederci quando ormai sappiamo che la luce è andata via per sempre»).

https://www.youtube.com/watch?v=6URRMKy7ky8

L’umiliazione

Sciamando attraverso uno spazio e un tempo – l’Italia tra fine anni Ottanta e i due decenni successivi (ma, di fatto, attraverso l’umano) – la materia di cenere di Cinico Tv intercetta una specifica esperienza, macroscopica e strutturale nonché minima e diffusa. Sono gli anni in cui l’umiliazione italiana (ipotizzando dunque che dell’umiliazione possa esistere una declinazione nazionale) smette di essere un fenomeno eventuale, un trauma che, come un’eccezione dolorosa, tocca (e a volte distrugge) le esistenze individuali, mutandosi invece in qualcosa di trasversale e duraturo, di reticolare e molecolare: un particolato fine, l’aria che respiriamo, una sostanza che dai polmoni risale nel flusso ematico fino a farsi struttura e postura psichica permanente.

Immaginando di poter ricomporre in breve una storia dell’umiliazione – dunque dell’umiliare e dell’essere umiliati – possiamo individuare in una scena di Io la conoscevo bene, il film di Antonio Pietrangeli del 1965, la sintesi di ciò che l’umiliazione italiana è stata per tanto tempo (di come è stata percepita, di come è stata pensata e temuta, del modo in cui era intesa nel senso comune). Durante una festa in un salotto romano, il padrone di casa (Franco Fabrizi), un attore di successo (Enrico Maria Salerno) e un fotografo insinuante (Nino Manfredi) diventano i «carnefici» di un fantasista in disarmo – l’abito troppo stretto, i baffetti e i capelli unti di brillantina, la sigaretta sempre tra le dita, i modi vezzosi e servili – interpretato da Ugo Tognazzi. Quando gli viene chiesto di esibirsi in una specie di provino estemporaneo, il fantasista decide di proporre il suo cavallo di battaglia: l’imitazione di un treno in corsa. Monta su un tavolino – ed è come se scendesse in una fossa sacrificale – e comincia, anche con una certa perizia, a produrre con la bocca il rumore del locomotore, i piedi che si cimentano in un tip-tap che rifà il ritmo ferroviario, via via accrescendo la velocità – la gente intorno che lo acclama – finché il fiato gli scoppia in petto e un principio di malore arresta l’esibizione nell’imbarazzo generale. Usando Isaia 53,7 come cartina di tornasole per leggere la scena di Pietrangeli – «Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca» – all’ammutolimento della vittima segue quello dei carnefici.

Il luogo storico e culturale in cui ci troviamo nella scena di Pietrangeli è ancora quello di un’umiliazione che qualcuno pensa, allestisce e infligge a qualcun altro. Siamo ancora nella circostanza, nell’anomalia, in uno stato d’eccezione che contrasta con un tempo esistenziale che, se anche può essere dimesso o patetico (è il caso del personaggio interpretato da Tognazzi), non coincide con una mortificazione totale e perenne: quella di Io la conoscevo bene è un’umiliazione – generata nella relazione – ancora circoscritta e superabile.

Ciò che invece Cinico Tv coglie e mette in scena è un mutamento fondamentale. L’umiliazione che, almeno in Italia, si comincia a sperimentare alla fine degli anni Ottanta – e che da allora fino a oggi si è sempre più raffinata e normalizzata – non passa più per la relazione che oppone (e collega) un carnefice a una vittima, e non si manifesta come un acuto doloroso in contrasto con uno stato di prevalente dignità: l’umiliazione di questi ultimi decenni è uno stato cronicizzato, ecosistema, humus, endoscheletro individuale e collettivo; qualcosa che, se anche resta in sé insostenibile – o meglio proprio per questo – viene tenuto a bada da una serie di piccole strategie di contenimento (prime tra tutte, l’autoironia e il vittimismo retorico).

https://www.youtube.com/watch?v=xLIvq88YR2c

La straordinaria ambiguità – inesauribile e irrisolvibile – di Cinico Tv sta fin dalle sue origini (fin dalle sue prime ceneri) nella indecidibilità delle situazioni che genera. Quelle davanti all’obiettivo sono persone che Ciprì e Maresco si divertono cinicamente – e del resto quei due definiscono il proprio modus operandi già dal nome che si sono dati – a prendere in giro, si sosteneva (e si sostiene) nella maggior parte dei casi. No, obiettava (e obietta ancora) qualcuno, sono personaggi, ciò che vediamo è finzione, messinscena, una tragicommedia sadomasochistica. C’era (e c’è) anche chi ritiene Tirone, Giordano, Miranda e Paviglianiti non tanto personaggi occasionali, figure bizzarre ogni tanto (e forse, almeno in parte, inconsapevolmente) prestate al gioco della simulazione, quanto veri e propri attori in grado di passare plastici da un ruolo all’altro.

Al mutare di ognuna di queste prospettive, muta la percezione che abbiamo della voce off di Franco Maresco. Di che cos’è, di che cosa fa. È un sadico torturatore? Un martire paradossale? Oppure un complice, regista (tramite la propria voce e la propria invisibilità) di un gioco del quale allora tanto Maresco quanto Ciprì quanto Tirone Giordano Miranda Paviglianiti sono corresponsabili? Le ipotesi possono moltiplicarsi, e ibridarsi tra loro, senza che ci sia modo di arrivare a una soluzione ultima. Perché la voce fuori scena di Maresco è al contempo il varco d’ingresso nell’ambiguità nonché il luogo dell’ambiguità medesima. È una voce fantasma che mescola, confonde, si fa nebbia, annebbia («Unica certezza la bruma»). Se la struttura di ciò che vediamo e ascoltiamo ci fa percepire Ciprì e Maresco come gli aguzzini che hanno sempre, di quanto accade, una coscienza e un controllo assoluti, a forza di osservare lo sciame si sospetta (si teme?) che le cose non stiano davvero – o del tutto – così.

«Tirone», chiama la voce di Maresco, «lei è un pezzo di m…, un pezzo di m…»; Tirone ci pensa, ipotizza: «Motore… Mascherone…»; «Voglio regalarle un’altra lettera», continua Maresco, «lei è un pezzo di me» – e se pure lo scambio di battute è qui isolato dal suo contesto e dalla sua prosecuzione, vale lo stesso da sintesi preterintenzionale di una lettura forse non proprio remota: quella secondo cui Cinico Tv mette in scena una gerarchizzazione dei ruoli (i carnefici, le vittime) che gli permette di fare sua una consapevolezza che non lascia scampo: tu sei me, tu sei un pezzo di me, dice la voce fuori campo di Maresco: voi siete noi, dice Cinico Tv, e in questa specularità si descrive tanto il legame di Ciprì e Maresco con le loro persone-personaggi-attori, quanto il nostro con Cinico Tv: noi – noi che guardiamo Cinico Tv – noi siamo loro.

https://www.youtube.com/watch?v=gimrQsIk-Go

E allora tutt’altro che poter distinguere con chiarezza tra chi umilia e chi è umiliato, in Cinico Tv si assumono i presupposti della nuova umiliazione italiana: uno stato d’animo che innerva di sé pratiche e immaginario, un sentimento capillare così presente da non venire più percepito come trauma. Come il pesce anziano dell’apologo di David Foster Wallace – quello che incrociando due pesci più giovani domanda «Com’è l’acqua?» suscitando il loro stupore tanto da indurli a domandarsi «Che cavolo è l’acqua?» –, a noi che viviamo immersi nell’amnios dell’umiliazione non ha senso chiedere com’è oggi quell’amnios, perché la nostra unica risposta non può essere che una: Che cavolo è l’umiliazione?

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Bacio della buonanotte per il cancro https://minimaetmoralia.it/libri/bacio-della-buonanotte-cancro/ https://minimaetmoralia.it/libri/bacio-della-buonanotte-cancro/#comments Mon, 23 Jan 2017 14:00:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33434 Questa intervista a Marco Pesatori, astrologo di D di Repubblica e autore del romanzo Il trigono del sole (Feltrinelli) è uscita su Linus di questo mese, che ringraziamo. Le illustrazioni sono di Silvia Marinelli.

Un giorno di metà dicembre, a sole ormai tramontato, mi trovo di fronte a Marco Pesatori, astrologo, nato a Milano nel 1952. È seduto con un iPad al tavolo di un minuscolo bar. Dal 2003 cura con grande successo l’oroscopo di D, inserto del sabato di Repubblica. «Vogliamo parlare di stelle? Cerchiamo Pesatori», mi aveva suggerito Pietro Galeotti, direttore di linus. Ma nessuno dei due era al corrente della recentissima uscita per Feltrinelli de Il trigono del sole, esordio di Pesatori nella narrativa. Ho cominciato a leggere il libro a colazione, il giorno di Sant’Ambrogio, chiuso in un sottotetto dove lo specchio di un armadio riflette i grattacieli di Porta Nuova. Anche nella storia raccolta in questa prosa sorprendente –ruscellante, inesauribile – si torna spesso in un abbaino milanese, ma in un altro tempo: il 1973. Chiudevo il libro, quindi, e vedevo Milano in uno specchio. Lo riaprivo e vedevo un’altra Milano: ragazze pratiche di esoterismo, materassi, albe, gelidi intellettuali situazionisti (il misterioso STS), furti di libri e professori marxisti. Non folklore settantino, ma una vibrante foresta di relazioni corporee, cerebrali, che coprono il romanzo come un’edera.

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pesatori

Questa intervista a Marco Pesatori, astrologo di D di Repubblica e autore del romanzo Il trigono del sole (Feltrinelli) è uscita su Linus di questo mese, che ringraziamo. Le illustrazioni sono di Silvia Marinelli.

Un giorno di metà dicembre, a sole ormai tramontato, mi trovo di fronte a Marco Pesatori, astrologo, nato a Milano nel 1952. È seduto con un iPad al tavolo di un minuscolo bar. Dal 2003 cura con grande successo l’oroscopo di D, inserto del sabato di Repubblica. «Vogliamo parlare di stelle? Cerchiamo Pesatori», mi aveva suggerito Pietro Galeotti, direttore di linus. Ma nessuno dei due era al corrente della recentissima uscita per Feltrinelli de Il trigono del sole, esordio di Pesatori nella narrativa. Ho cominciato a leggere il libro a colazione, il giorno di Sant’Ambrogio, chiuso in un sottotetto dove lo specchio di un armadio riflette i grattacieli di Porta Nuova. Anche nella storia raccolta in questa prosa sorprendente –ruscellante, inesauribile – si torna spesso in un abbaino milanese, ma in un altro tempo: il 1973. Chiudevo il libro, quindi, e vedevo Milano in uno specchio. Lo riaprivo e vedevo un’altra Milano: ragazze pratiche di esoterismo, materassi, albe, gelidi intellettuali situazionisti (il misterioso STS), furti di libri e professori marxisti. Non folklore settantino, ma una vibrante foresta di relazioni corporee, cerebrali, che coprono il romanzo come un’edera.

La lettura de Il trigono del sole è stata un’esperienza di 48 ore nutriente e vivificante. Come non capitava da tempo. Ora sono pronto a montare tante rampe di scale, così come si sale la torre di un mago, ma Pesatori lo incontro al tavolo di un bar, il Granny. Appena mi vede, dice: «In mezz’oretta finiamo, giusto? Ho avuto una lunga giornata». In effetti è appena tornato da Lugano, per un’intervista con la Radio Svizzera. Mentre ce ne andiamo dal bar e infiliamo il portone di un palazzo, Pesatori ha già cominciato a parlare, e parlare, ripetendo più volte ‘galattico’, con la sua voce chiara e radiofonica, e quando arriviamo nel suo studio mi ha già raccontato un sacco di cose, di cui buona parte è perduta, non avendo acceso il registratore dell’iPhone. Ricordo che alla domanda «Chi è STS?», ha preferito non rispondere, ma solo confermarmi che era «un tipo severissimo, durissimo, un muro, ma a me è servito», e poi: «Il contenuto del romanzo a me non interessa. A me interessa il tempo, il tempo. Una scrittura sciolta, elegante. Il tempo è un tema fondamentale negli scrittori del cancro: Proust, Kafka, Hermann Hesse. Il cancro deve sganciarsi dal tempo, ma ne è sempre risucchiato. Il passato per lui è sempre qualcosa di mitico. Io ho tanto da dire: sul passato, sul presente e sul futuro. Mi sono occupato tanto di astrologia. Adesso voglio scrivere. Questo è il mio primo romanzo». Poi ci sediamo e comincio a registrare:

 Com’è andata alla Radio Svizzera?

 «Bene. Abbiamo fatto uno speciale di un’ora e mezzo sul 2017. Ho chiarito che l’astrologia non è una scienza esatta, è solo qualcosa di vicino al vero, ma poi il giochino delle previsioni lo abbiamo fatto lo stesso e abbiamo riso e scherzato».

Parliamo del libro. Il trigono del sole è anche un romanzo di flânerie, attraversamenti e passeggiate notturne. Ti capita ancora di camminare senza meta per la città?

«No. Il fatto è che noi all’epoca non avevamo una casa. Il confronto generazionale era radicale, spietato. In giro per Milano c’erano centinaia di ragazzini cacciati dalle famiglie. Io avevo rotto con mio padre e dormivo un po’ nell’abbaino di cui parlo nel libro, dove stavamo in quindici di giorno e in quindici di notte, e un po’ nelle comuni, dato che la città era piena di comuni, come quella degli Aktuala (rock band progressiva e pioniera della world music, Nda). Poi c’erano i ‘fioruccini’, che però erano più all’avanguardia, intellettuali, cool, algidi. Noi eravamo selvaggi. Oppure dormivo a casa di mia zia Elsa».

Esiste ancora zia Elsa?

«Certo. Ha 91 anni. Le ho sottolineato le 15 pagine dove parlo di lei».

A questo punto Pesatori prende il telefono e chiama la zia: ‘Ciaooooo!’; è una telefonata in viva voce di qualche minuto. La cornetta passa di mano in mano, fino a quando Elsa non giunge al telefono e si complimenta con ‘Marcolino’ per il libro e per il fatto che ‘scrivi benissimo’, e quando riaggancia Pesatori racconta che zia Elsa avrà un ruolo importante nel suo prossimo libro.

E a casa di zia Elsa, a tarda notte, incontri un gatto..

«Certo, il gatto Fritz. Una sera, tornato a casa sotto l’effetto di un acido, Fritz mi si para di fronte e io mi metto a fissarlo negli occhi e a parlargli (Ride, Nda)».

“Nel 1973, gli anni 60 erano ancora vicinissimi e anche baciarsi in pubblico, stringersi, toccarsi, era abbastanza normale”. L’epoca in cui viviamo mi sembra meno corporea di quella che tu descrivi nel libro.

«Sono d’accordo. Questo fenomeno inizia con l’orrore berlusconiano e con la trasformazione dell’amore in una perversione di massa: i club privè, lo scambio di coppie. Quando noi un giorno arriviamo alle Cinque Terre, e saliamo e scendiamo dai treni tutti nudi, quando caliamo sulla spiaggia di Corniglia e facciamo l’amore, è una cosa magica, limpida, quasi religiosa (la scena è descritta per diverse pagine nella seconda metà del libro, Nda). Nei giardinetti dell’Università Statale era uno strofinamento collettivo, ininterrotto. Altra cosa: il Movimento Studentesco – quelli che cantavano ‘W Marx, W Lenin, W Mao Tze Tung, W il compagno Giuseppe Stalin, terrore dei fascisti, terrore dei padroni’ – erano tolleranti con noi. Non venivano a romperci i coglioni mentre avevamo manifestazioni amorose e cucciolesche, sui tram, ovunque, per quanto quelli dell’MS fossero bacchettoni e pallosissimi».

Nel libro ripeti che all’epoca potevi prenderti un pomeriggio intero per sviscerare 10 righe di Lacan o di Deleuze.

«Facevo fatica. Ero molto ignorante».

Ho pensato: che privilegio tutto questo tempo da dedicare alla lettura. E quanto rispetto per i libri..

«Devo raccontarti una cosa: Milano era piena di bancarelle del libro usato, dove i titolari compravano al 30% del prezzo. Come scrivo nel romanzo, noi rubavamo moltissimi libri, che poi rivendevamo alle bancarelle. Era un modo di vivacchiare. Per un certo periodo lavorai come commesso di una libreria, dove regolarmente mettevo da parte dei libri, ogni giorno, che poi mi portavo a casa e rivendevo. Golaccia (uno dei personaggi del libro, Nda) era un lettore edonista. Leggeva tantissimo e solo quello che gli piaceva».

Golaccia, nell’abbaino sovraffollato, si leggeva un romanzo Urania al giorno..

«Esatto. Quando poi io incontro STS e gli altri situazionisti, mi rendo conto di essere un asino, di non sapere niente di filosofia e pensiero logico-razionale. STS mi dice di leggere La fenomenologia dello spirito di Hegel e io mi metto a studiarla per sei mesi, pagina dopo pagina, quasi a memoria, davvero, quasi a memoria. Allora non ci capii nulla, ma ora ho impostato dei seminari astrologici basati proprio sulla Fenomenologia».

Pesatori si sposta verso una lavagna. Con un pennarello rosso disegna un’eclittica vuota, senza pianeti, cioè “il tempo senza tempo”, dice. Poi comincia a parlare di ‘karakter’, di ‘Altro’ lacaniano, colpendo la lavagna con la punta del pennarello, e di Plutone e delle energie primarie che travolgono la coscienza nella malattia e nell’innamoramento; Plutone è l’es, quello che mangia, defeca e fotte:  il puro desiderio, come scrive Gilles Deleuze; Nettuno, invece, è la mente, il progetto, la direzione; la Terra ha perso il suo Plutone, dice Pesatori, e cioè i suoi fiumi, i suoi laghi, il suo corpo,il suo desiderio, e lo ha perso perché non c’è più Nettuno che dirige.Plutone è lo scafo della barca, Nettuno la direzione, Urano la barca che va.

Illustrazione_pesatori_prima-1

Quando nasce l’interesse per l’astrologia?

«A vent’anni. Come un gioco. Avevo letto un librone blu, il Trattato completo teorico-pratico di Nicola Sementovski Kurilu (oggi arrivato alla nona edizione con Hoepli, Nda). Con un amico, Nicola, mi sedevo su una panchina di Urbania (paesino altomedievale in provincia di Pesaro e uno dei luoghi del romanzo, Nda), guardavamo le ragazze, e dall’aspetto, dalla postura, cercavamo di capire il segno. Guarda Carlotta come cammina, com’è salda sulle gambe: è sicuramente toro. No, ma non vedi com’è aerea di testa? È sicuramente acquario».

Nel libro citi anche nomi della scena artistica dell’epoca, come Gianni Sassi, con cui hai lavorato, e Daniel Spoerri. Un’amica mi ha riferito che Spoerri, nel 1975, organizzò alla galleria Multipla delle cene ‘astro-gastronomiche’..

«La galleria Multipla di Gino Di Maggio (Di Maggio è il protagonista di una scazzottata – contro due malviventi della banda Vallanzasca – raccontata nel libro, Nda)! Alle cene ‘astro-gastronomiche’ invitavano ogni volta dodici persone di un segno, poi dodici di un altro segno e così via. Spoerri poi, che forse anche cucinava, realizzava delle opere incollando gli avanzi della cena. A Gianni Sassi dedicò un’altra opera, dei sassi tondi, bellissimi».

Hai più rivisto Gino Di Maggio?

«No, tutta questa gente di cui parlo nel libro non la vedo da quarant’anni. Nel 1977 mi sono rinchiuso in un monastero zen a Milano e sono uscito sei anni dopo, nel 1983. O meglio: in qualche modo non ne sono ancora uscito».

Esiste ancora questo monastero?

«La risposta esatta sarebbe si».

Pesatori prende di nuovo il telefono e chiama un amico, un fotografo della scena artistica degli anni 70, Fabrizio Garghetti, per chiedergli notizie di Gino Di Maggio. Garghetti gli dice di un bar dove molti di loro si ritrovano ancora verso le sei e mezzo, per l’aperitivo, insieme a Nanni Balestrini.

Tutti dicono che hai inventato un nuovo modo di narrare l’oroscopo..

«Fare l’oroscopo normale è una palla. L’oroscopo è la pagina più letta del giornale. È un mezzo di trasmissione di cultura. È un campo, un territorio. Lo capisci leggendo Stelle su misura di Adorno. Gli oroscopi non fanno altro che riflettere il pensiero dominante, ma al tempo stesso sono un’autostrada dove puoi far passare di tutto. Su D ho persino fatto degli oroscopi dadaisti. Scorpione: gniek, sgnak. Leone: Uaarg! Ariete: anfetek, smeremetak. Una volta ho addirittura scritto una lettera su una rubrica di posta che tenevo. Diceva: ‘Caro Marco Pesatori, non è il caso che questa rubrica la sospendiamo?’. Firmato: Marco Pesatori. E la settimana successiva ho pubblicato la risposta: ‘Sai che sono d’accordo?’. Firmato: Marco Pesatori».

È vero che hai giocato nelle giovanili del Milan?

«Si, è vero. Poi dal Milan mi hanno venduto all’Edilnord, una squadretta di calcio di proprietà di Berlusconi. Nella stessa squadra giocavano Vittorio Zucconi di Repubblica e Massimo Nava del Corriere».

Ti sarebbe piaciuto giocare con Rivera?

«Avrei dato dieci anni di vita. La risposta è si. Anche se sono juventino».

Nel libro c’è una magnifica sequenza di scene a proposito di un interminabile capodanno a Urbania. Hai più rifatto un capodanno a Urbania?

«Certo, perchè lì abita la mia mamma. Il mio prossimo libro sarà un atto d’amore per Urbania».

Devo chiederti un favore: le previsioni per il cancro del 2017 a nome di una persona che me lo ha chiesto…

«I cancrini sono una categoria in via d’estinzione, in quanto polpettine fragili, lagnose. Specie per quanto riguarda il maschio. La donna è una donna molto femminile, magica, sensuale, centrata, dolcissima, ma fiera e sensualissima: una mammina perfetta. L’uomo del cancro è un bambino piccolo, un po’ deficiente. Tu pensa a Proust: la mamma non gli ha dato il bacino della buonanotte e lui ha scritto quattordicimila pagine. Il cancro vuole solo dormire, però come fa a dormire se la mamma non gli dà il bacino? Ma il vero problema è che tra il bacino e il cancrino c’è il papà. Kafka dice: papà, anche quando mi sorridi, tu mi fai terrore. La prima decade va incontro a un anno abbastanza buono; quelli della seconda decade, compreso me, invece, patiranno ancora un po’ di ‘blood, sweat and tears’, come direbbe Churchill. Ma essendo il cancro un segno molto tenace, non deve mollare, perché quando il cielo è molto duro, noi siamo sul limite di una nuova esplorazione dell’inconscio. La cosiddetta opposizione, in realtà, è una splendida ricchezza. L’astrologia è una questione di cultura, non è una cosa per astrologi. E da cosa si capisce se uno è un buon astrologo? Primo, se non fa previsioni; secondo: se non costa più di cento euro. Non faccio previsioni, ma mettiamola così: il cancro, anche se ha dei transiti un po’ impegnativi, può uscire dal 2017 più bello, più dolce e più moz-za-rel-li-fe-ro che mai!».

 

Illustrazione_pesatori_prima-2

Nel libro c’è un episodio molto particolare. Tu e Sun Ra, il grande jazzista, che pranzate soli e in due tavoli diversi, fianco a fianco, in una trattoria di Milano. Ce l’hai ancora l’autografo?

«Taci, taci».

Mi stai dicendo che non esiste più?

«Dovrei ribaltare casa per trovarlo. Avrei pure quello di Charles Mingus, di Cecil Taylor, di Miles Davis, di Jimmy Owens, di Dizzy Gillespie e di tutta l’orchestra di Dizzy Gillespie. Ho cominciato ad andare ai concerti a 14 anni. Nel 1968, al Teatro Lirico, Arrigo Polillo organizzava il Festival del Jazz. Da Urbania arrivavano tutti i miei amici, che tutt’ora hanno un archivio spaventoso, compresi diversi carteggi con musicisti jazz».

Ma Urbania è un posto incredibile, quindi..

«Si, lo è, magico. Comunque, per ritrovare quegli autografi, dovrei ribaltare casa. Può capitare, dopo ventisei traslochi. Da qualche parte ho anche le 270 lettere, una più bella dell’altra, che io e Vera ci siamo scambiati all’epoca in cui ci amavamo. Vuoi sapere una storia?».

E qui occorre spiegare: Vera è la ragazza che lascia il protagonista de ‘Il trigono del sole’, proprio all’inizio, aprendo unagrande ferita nel personaggio.

«La storia è la seguente. Dopo 37 anni, qualche anno fa, mi arriva una mail: è Vera. Mi scrive per parlarmi della scomparsa di Carlo Patrian, nostro vecchio maestro di yoga. “Vera!”, le dico, “ma sei viva?”. Insomma, dopo 37 anni, finiamo a cena. Lei si presenta con un bloc notes e una parola per pagina. ‘Ti’, ‘Devo’, ‘Dire’, ‘Che’, e così via. Ogni pagina, una parola. Mi mette le cuffie con le musiche che io e lei ascoltavamo e mi dice che sono stato l’unico uomo che ha mai amato. Io ero fidanzatissimo, ma finiremo comunque nel mitologico Motel K di Voghera, dove c’è una camera ga-lat-ti-ca, con un letto a otto piazze e una piscina. Passiamo tutto il giorno lì. Vera è galattica. S’innamora di nuovo. Ma io non posso lanciarmi nella storia. Quindi lei dopo un po’, nel bar qui a fianco, mi lascia i dischi che nel frattempo le avevo prestato e un biglietto: ‘Sei uno stronzo’. Bene, non ti ho detto che la mia fidanzata attuale e dell’epoca, la mia tatina, che vede e sa tutto, aveva intuito che stava succedendo qualcosa. Una sera, infatti, mi aveva guardato negli occhi e mi aveva detto: “vedo una donna alle tue spalle. Vuoi che te la descrivo?”. E così ha fatto. L’ha descritta».

È il momento di una terza telefonata, sempre in viva voce. Al telefono è la tatina, che con una deliziosa ‘r’ moscia, conferma il racconto di Pesatori. Sul click di Vera (mio lapsus: volevo scrivere ‘tatina’) ci salutiamo. Avevamo detto mezz’ora, ma l’intervista, in realtà, è durata un bel po’ di più. Quanto? Un tempo senza tempo.

 

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Il complottismo italiano https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-complottismo-italiano/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-complottismo-italiano/#comments Sat, 25 Jun 2016 10:52:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31398 Riprendiamo un pezzo uscito su Doppiozero, ringraziando la testata e l'autore.

di Manuel Anselmi

Qualcuno sicuramente ricorderà quella scena del Dottor Stranamore di Kubrick in cui il generale Ripper, uno dei migliori esempi cinematografici di tipo autoritario paranoide, chiede all’ufficiale della Raf Lionel Mandrake, interpretato da Peter Sellers: “Ha mai visto un comunista bere un bicchiere d’acqua?” per poi aggiungere: “Nessun comunista berrà mai acqua e sanno bene quello che fanno. […] Non sa che la fluorocontaminazione è forse il piano più mostruoso che i comunisti abbiano mai concepito ai nostri danni?”.

Probabilmente oggi pochi sanno cosa sia la fluorocontaminazione, anche detta fluorizzazione. Si tratta della semplice aggiunta di ioni fluoro all’acqua per diminuire l’incidenza di alcune malattie dentarie. Una pratica molto diffusa in Nord America che nel pieno della guerra fredda divenne una delle ossessioni complottiste più note: i comunisti l’avrebbero usata per avvelenare l’acqua degli americani, producendo menomazioni fisiche e mentali. Un’arma chimica che era anche una ipotesi perturbante per le coscienze americane, poiché avrebbe agito nella quotidianità e nella completa invisibilità direttamente nelle viscere delle vittime. Qualcosa di agghiacciante anche per i meno paranoici, ma che per fortuna non è mai accaduta.

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ripper

Riprendiamo un pezzo uscito su Doppiozero, ringraziando la testata e l’autore.

di Manuel Anselmi

Qualcuno sicuramente ricorderà quella scena del Dottor Stranamore di Kubrick in cui il generale Ripper, uno dei migliori esempi cinematografici di tipo autoritario paranoide, chiede all’ufficiale della Raf Lionel Mandrake, interpretato da Peter Sellers: “Ha mai visto un comunista bere un bicchiere d’acqua?” per poi aggiungere: “Nessun comunista berrà mai acqua e sanno bene quello che fanno. […] Non sa che la fluorocontaminazione è forse il piano più mostruoso che i comunisti abbiano mai concepito ai nostri danni?”.

Probabilmente oggi pochi sanno cosa sia la fluorocontaminazione, anche detta fluorizzazione. Si tratta della semplice aggiunta di ioni fluoro all’acqua per diminuire l’incidenza di alcune malattie dentarie. Una pratica molto diffusa in Nord America che nel pieno della guerra fredda divenne una delle ossessioni complottiste più note: i comunisti l’avrebbero usata per avvelenare l’acqua degli americani, producendo menomazioni fisiche e mentali. Un’arma chimica che era anche una ipotesi perturbante per le coscienze americane, poiché avrebbe agito nella quotidianità e nella completa invisibilità direttamente nelle viscere delle vittime. Qualcosa di agghiacciante anche per i meno paranoici, ma che per fortuna non è mai accaduta.

In quei tempi in cui la politica americana era dominata dalla corsa agli armamenti nucleari e dal maccartismo non si trattava certo di una fissazione isolata. Rientrava piuttosto in un articolato immaginario, di pretto conio angloamericano ma opportunamente sfruttato dall’industria culturale per tutti i mercati occidentali, popolato dagli alieni pronti a dominare la terra come nel celebre Invasione degli ultracorpi, dagli ufo dissezionati dell’area 51, dalla Spectre di James Bond, tanto per citare gli esempi più famosi. Tra presunte realtà ed espliciti miti di fantasia, cercati, temuti e avidamente amati dalle crescenti folle solitarie e consumiste del mondo occidentale, l’opinione pubblica a stelle e strisce era sempre alla ricerca di un nemico o di una cospirazione, puntualmente riconducibile al rischio comunista. Del resto un avversario così potente da dominare l’altra metà del mondo non si era mai visto, così come una potenza capace di controllare la propria.

A pensarci oggi però nella nostra Italia dei social network pieni di informazioni sulle scie chimiche, di campagne contro il vaccino in quanto causa dell’autismo, di casi Stamina sempre in agguato, la fluorizzazione non sembra poi un fatto così strano. Ovviamente lo dico per chi è propenso a diffidare delle cospirazioni. Gli altri possono anche smettere qui di leggere questo articolo e lo prendano pure per un mio personalissimo complotto contro di loro.

Che gli italiani siano diventati particolarmente complottisti, e per molti versi politicamente paranoici, non è certo una novità. Basta farsi un giro su internet per averne una idea. Sul genere ormai esiste persino una letteratura scientifica. Penso al testo di Zeffiro Ciuffoletti del ’93, Retorica del complotto, oppure al pamphlet Complotto! Come i politici ci ingannano di Massimo Teodori e Massimo Bordin, ma in particolar modo al più recente Congiure e Complotti. Da Machiavelli a Beppe Grillo di Alessandro Campi e Leonardo Varasano.

Quest’ultimo, con grande rigore analitico, getta luce su molte questioni fondamentali delle teorie della cospirazione ed offre numerosi spunti di riflessione sulla nostra società.

Congiura o complotto? Innanzitutto, ci dicono Varasano e Campi, si tratta, come al solito, di una questione linguistica.  A differenza dell’uso quotidiano dei due termini spesso presi per intercambiabili, la congiura non è il complotto. Infatti la prima è un’azione concreta, molto concreta, di pochi per l’ottenimento di un fine di potere, che funziona se si mantiene il segreto e se minimo è il numero di chi lo conosce. Il repertorio di riferimento comprende Catilina, la congiura dei Pazzi, oppure la congiura ordita da Cambise per uccidere il fratello minore Smerdi.

A proposito ci sono le bellissime pagine di Machiavelli,  a cui lo stesso Campi ha dedicato un precedente studio.  Il celebre scritto minore Descrizione del modo tenuto dal Duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il Signor Pagolo e il duca di Gravina Orsini, oltre ad essere una lucida analisi di come ordire una congiura per disattivarne un’altra appena intercettata ai propri danni, è anche una straordinaria prova letteraria del Segretario Fiorentino, dove la consapevolezza dei congiurati che diventano a loro volta vittime di congiura finendo massacrati dal duca Valentino, viene raccontata con una progressione di toni quasi pittorica.

Il complotto invece è qualcosa che ha a che vedere con l’immaginazione sociale e si nutre del mistero. Il complotto dei complottisti è una fantasia sociale in cui si immagina un gruppo di persone, o addirittura un individuo, detentori  di un potere smisurato tramare per il controllo di tutti.

Le cose, sul piano semantico, si complicano poi se si guardano anche altre le lingue. In inglese, solo per dare un’idea di una lingua ormai per molti seconda nell’uso, il corrispettivo più usato del termine complotto è conspirancy, mentre conjure significa “far apparire qualcosa dal nulla”, come nei giochi di prestigio per intendersi. Però esiste pure la parola plot che significa anch’essa cospirazione, ma indica anche la trama in senso narratologico. Dopotutto narrare non vuol dire preparare un complotto perfetto per il lettore?

Messo da parte il tema della teoria della congiura, che può far gola agli aspiranti Richelieu, sono le teorie della cospirazione a fornire sul piano sociologico materiale interessante per una ermeneutica dei poteri del contesto in cui accadono. In primo luogo perché il complottismo è essa stessa una modalità interpretativa dell’opinione pubblica del presente e del passato. Che sia l’omicidio Kennedy, che siano le stragi degli anni di piombo, oppure l’attacco alle Torri gemelle – il più celebre complotto mediatico dell’era globale e  analizzato nel libro di Campi e Varasano da Valter Coralluzzo – la teoria della cospirazione permette una moltiplicazione di spiegazioni, con un alto grado di coerenza interna, in cui però la risultante è sempre che la versione ufficiale sia una mistificazione  somministrata ai cittadini per nascondere una realtà di potere che li vede vittime e perseguitati. Qualcuno obietterà che il caso di Wikileaks o dei Panama Papers sembrano dare ragione ai complottisti. Obiezione più che legittima. Anzi, più che mai opportuna perché aiuta a completare il quadro con una precisazione analitica.

Occorre chiarire infatti che una critica del complottismo come fenomeno sociale non significa la negazione di attività internazionali di copertura tipiche della geopolitica e fondate sulla ragion di stato, così come non significa negare l’esistenza di lobby transnazionali che sfuggono al controllo dell’opinione pubblica, oppure di azioni manipolatorie da parte delle élite. Una critica sociale del complottismo rientra in una attività di critica intellettuale dell’opinione pubblica e si sofferma sulle fantasie sociali che dal basso verso l’alto si sprigionano quando quelle attività del potere non accessibili vengono immaginate più secondo le gli schemi precondizionati della società che su dati agganciati alla realtà degli stessi poteri.

Insomma, il complottismo dice molto di più del modo di concepire il potere da parte del complottista piuttosto che del potere come è davvero. Perché è una sorta di iperrealismo sociale che forgia una immagine semplificata e unificata dei poteri i quali altrimenti, sulla base di dati concreti, meriterebbero la più rigorosa e accorta analisi realistica. Il complottismo, in realtà, svela la lontananza dei cittadini dal potere, la loro sfiducia nei confronti delle élite di potere in quanto élite. Una tendenza che si è accentuata con i processi di globalizzazione e la deriva oligarchica degli stati occidentali, definita da Crouch come postdemocrazia.

Un filone di studi che prende le mosse dalla celebre teorie sulla società cospirativa di Karl Popper, e che in Italia sono state riproposte sia in chiave saggistica che narrativa da Umberto Eco, ha cercato di spiegare il complottismo in termini di secolarizzazione. Con i processi di laicizzazione delle società moderne e contemporanee l’idea di una dimensione divina che controlla tutto, in particolar modo di un dio monoteista giudaico-cristiano capace di osservare ogni nostra azione in ogni momento, lascia il posto alla possibilità di immaginare poteri umani che possano svolgere questa funzione.

Il complottismo sarebbe pertanto fondato su un residuo teologico diffuso che con la modernità diventa schema sociale o archetipo per la spiegazione, in forma più mitologico narrativa che analitico-empirica delle vicende del potere. Il caso privilegiato di questo filone di studi è quello dei Protocolli dei Savi di Sion, libello artatamente elaborato dalla polizia zarista sul finire dell’Ottocento sulla base dello scritto satirico Dialogo agli inferi tra Machiavelli e Montesquieu di Maurice Joly per giustificare i pogrom e diventato un classico dell’antisemitismo internazionale, dalla propaganda nazista a quella iraniana, perché conterrebbe le prove di una cospirazione giudaico-massonica per la conquista del mondo. Un caso interessante poiché dimostra come il prodotto di una manipolazione politica possa indurre e controllare realisticamente una fantasia irrazionale.

Nella intricata relazione tra realtà dei poteri e poteri immaginati dai complottisti, bisogna mettere in conto anche l’ipotesi del sabotaggio, per cui le fantasie dei complottisti vengono alimentate  e usate per rendere possibili depistaggi reali, oppure per fomentare campagne di consenso basate sulla demonizzazione di una tipologia sociale, etnica o politica, indicata come autrice di un complotto. La cospirazione è condizione base per un sabotaggio o una manipolazione. Così è stato per gli ebrei, per i gesuiti, per gli anarchici.

Su quest’ultimo caso un classico della letteratura inglese risulta particolarmente verosimile perché basato su fatti veri: L’agente segreto di Conrad. La storia del fallimento di una azione in copertura, ordita su suolo inglese dall’intelligence di un paese straniero per accusare di strage un gruppo di anarchici. Nella splendida versione cinematografica di Hitchcock le prime immagini sono proprio quella del lemma sabotage del dizionario inglese.

Più fruttuoso sul piano eziologico, a mio avviso, è però l’approccio di studio che mette in relazione il complottismo con il populismo. Punto di riferimento obbligato è lo studio sul maccartismo del 1956 di Edward Shils, Torment of Secrecy. Un libro ancora oggi ristampato negli Stati Uniti, purtroppo mai tradotto in Italia, in cui da un punto di vista struttural-funzionalista viene analizzato il fenomeno dell’ossessione anticomunista americana dei primi anni del secondo dopoguerra. Attento agli equilibri macrostrutturali, Shils sottolinea come la polarizzazione geopolitica della guerra fredda in realtà non genera ex novo la mentalità complottista, ma acuisce in modo parossistico un tratto tipico della cultura politica americana: la dimensione populista e paranoide.

In controtendenza con una tendenza politologica di quel tempo che invece individuava i fenomeni populistici solo in America Latina e ai margini dell’occidente liberale, Shils non esitava a riconoscerlo nel cuore degli Stati Uniti. Anticipando così di quasi dieci anni un altro classico, di cui un estratto è contenuto nel libro di Campi e Varasano, The Paranoid Style in American Politics di Richard J. Hofstadter, Shils afferma che la società americana è costitutivamente populista perché caratterizzata da una dimensione della pubblicity prevalente su quella istituzionale e su quella della privacy. A differenza della società inglese dove invece queste tre dimensioni mantengono un più equilibrato rapporto che le permette di prevenire le derive populiste. Per Shils la preponderanza della sfera pubblica dipenderebbe dalla peculiare genesi dello stato americano durante la guerra di indipendenza che nasce con l’esclusione totale di ogni forma di potere tradizionale e istituzionale, in primis l’aristocrazia, perché coloniali e inglesi.

La dimensione pubblica e la società civile diventano così le principali fonti della legittimità del potere politico, stabilendo come corollario una accentuazione di alcuni tendenze tipicamente riconoscibili ancora oggi come il mito della trasparenza pubblica assoluta, l’ossessione per il segreto privato in quanto dimensione tendenzialmente negativa, la priorità della paura di un nemico pubblico su altro genere di paure oppure la ricerca morbosa della menzogna pubblica anche su un fatto privato, come nel caso Clinton-Lewinsky per intendersi.

Anche se apparentemente lontane e astratte, le riflessioni di Shils possono invece fornire fruttuosi chiavi di lettura se applicate all’Italia. Specialmente se le mettiamo in relazione con i più recenti studi sul populismo italiano, che tendono a leggere la cosiddetta seconda Repubblica come una svolta populista “civica”. A cominciare da Berlusconi, passando per Grillo fino ad arrivare al semi-populismo istituzionale di Renzi, la grammatica politica italiana di oggi è fortemente contraddistinta da una esaltazione della matrice civica, da cui questi soggettività politiche provengono e su cui il loro discorso trova una chiave di volta. Un civismo politico costantemente orientato verso il nuovo.

Il novismo è infatti l’altro tratto saliente della matrice populista italiana: nuovo si proponeva Berlusconi, nuovo il movimento Cinque Stelle e nuovo il ‘rottamatore’ Renzi. Vecchi sono sempre gli avversari che restano legati agli schemi che hanno tradito i cittadini fino all’arrivo degli innovatori del popolo. Lo stile populista italiano si rafforza nell’esaltazione della società civile quale espressione unica della sovranità popolare diretta e come una sfera positiva da opporre a una sfera negativa fatta dai partiti politici, i politici di professione e tutte le forme di organizzazione e mediazione di natura istituzionale.  Con la fine della Prima Repubblica, caratterizzata dall’ipermediazione istituzionale, rappresentata da sindacati, collateralismi e presenza capillare dei partiti, la dimensione pubblica e civica  ha assunto una centralità mai vista prima in quanto spazio di legittimazione del consenso. Di qui il richiamo diretto al popolo come fonte di legittimazione e l’esaltazione delle forme di democrazia diretta.  Con la svolta populistica italiana la società civile si è fatta soggetto politico principale mettendo in subordine la dimensione politico-istituzionale. In questa ottica, deve essere letta anche la cosiddetta antipolitica. Il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica ha significato uno sbilanciamento della sfera pubblica simile a quella diagnosticata per gli Stati Uniti da Shils.

In questo nuovo orizzonte abbiamo assistito al dilagare di fenomeni di complottismo. La disgregazione di un sistema della sfera pubblica dominato da un pluralismo ideologico altamente istituzionalizzato, dove alle differenze del pentapartito, calate dall’alto verso il basso dalle dirigenze di partito, si aggiungevano le miriadi di differenze dottrinarie di orientamento dentro e anche fuori dei partiti, ha lasciato spazio a una sfera pubblica disancorata perché deideologizzata e per questo incline a semplificazioni massimaliste e polarizzazioni discorsive manichee, rigidamente strutturate secondo un Noi contro un Loro. Dove il Noi coincide con una astratta comunità del popolo.

Il filosofo Vincenzo Sorrentino ha descritto questa transizione in termini di bellicizzazione e neutralizzazione della verità.  Ogni verità ufficiale o decretata tale da una autorità istituzionale è oggetto di sospetto: che sia una verità medica come il vaccino, che sia la verità sull’arrivo dei migranti oppure di qualcosa che semplicemente campeggia sulle nostre teste come le scie degli aerei.

A garantire saldezza sociale e veridicità dei discorsi è esclusivamente il rimando a un soggetto-popolo positivo. Spesso con degli effetti addirittura rigeneranti e assolutori per il cittadino che sono alla base di numerosi casi di conversione politica. Quanti comunisti in nome di questa svolta civica e a-ideologica hanno abbracciato al suo esordio Berlusconi? Quanti sono entrati nel Movimento Cinque Stelle per una maggiore vicinanza al popolo, lasciandosi alle spalle, delusi, anni di militanza nel Partito Democratico oppure in qualche formazione di Destra? Quanti dopo le precedenti esperienze sono tornati al PD con Renzi perché, a loro avviso, interprete di una definitiva, responsabile e pragmatica, mediazione tra dimensione istituzionale e stile populista, sciorinato solo quando serve?

Lo stile paranoide della politica italiana degli ultimi venti anni deve essere ricondotto alla divaricazione, perché priva di ogni mediazione, tra élite e popolo, dove la percezione della partecipazione politica reale del cittadino è fortemente condizionata da uno scetticismo sospettoso e paranoide per ogni potere sopra di lui. Questo è il trauma politico di cui il complottismo è sintomo e da cui dobbiamo recuperare la sfera pubblica italiana. Una rigida macrorappresentazione sociale di una comunità popolo, che obbliga a trovare la fiducia sociale solo al suo interno, esclusivamente tra cittadini e sotto il fantomatico controllo della società civile. Perché ciò che supera il confine di questa visibilità controllata si carica immediatamente di una negatività minacciosa.

L’occhio del cittadino può coincidere solo con l’occhio puro del popolo e i confini dell’occhio del popolo, sbarrati come quelli di un paranoide, trovano infido e meritevole di distruzione tutto ciò che sfugge al suo controllo. Un po’ come il sovrano del racconto di Italo Calvino Il re in ascolto, che se ne sta immobile sul suo trono, nel più assoluto silenzio, ossessionato dall’idea di captare in anticipo ogni rumore proveniente dal suo regno.

Come se ne esce dal complottismo? Shils, forse un po’ ingenuamente, auspicava come antidoto alle sbandate manichee della società la promozione di una cultura basata sul pluralismo sociale prima che politico. Un pluralismo proveniente dal tessuto sociale e un pluralismo tra le dimensioni della società. Dove l’una non prevarica sull’altra provocandone dei processi delegittimazione. Forse un’utopia, di sicuro una prospettiva molto ardita in Italia, perché richiede la promozione di una cultura delle differenze e di una cultura politica che ricollochi la società civile al giusto posto e ne limiti l’ipertrofia.

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Marc Augé e il football come fenomeno religioso https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/marc-auge-e-il-football-come-fenomeno-religioso/ Thu, 26 May 2016 13:46:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31094 Nel 1967 il Celtic Glasgow, la squadra cattolica della città scozzese, vince la sua prima (e unica) Coppa dei Campioni, battendo in finale l’Inter di Helenio Herrera. Pochi giorni dopo il trionfo un uomo corre all’ufficio anagrafe di Glasgow per registrare il nome del figlio appena nato. Quando avrà coscienza di sé, il bambino scoprirà di avere addosso undici nomi in sequenza, quelli di tutta la formazione titolare del Celtic, dal portiere fino all’ala sinistra («sul certificato i nomi non ci stavano tutti»). Ad aggravare la situazione ecco che la moglie/madre è protestante, e dunque naturalmente tifosa della squadra rivale, dei Rangers.

Il marito approfittò con un certo cinismo del ricovero post parto di sua moglie. Bum: «Per la frustrazione, la donna tirò giù a calci una porta». L’aneddoto è raccontato da Simon Kuper in Football Against the Enemy (in Italia Calcio e potere, uscito per Isbn nel 2008). Il rapporto tra calcio e religione, che a Glasgow si sovrappone(va, il tempo ha modificato leggermente le cose) quasi alla perfezione, torna in un volumetto pubblicato pochi giorni fa da EDB, Football – Il calcio come fenomeno religioso. Si tratta di un saggio di Marc Augé uscito nel 1982 sulla rivista le débat ma per niente invecchiato, perché il ragionamento di Augé si svolge su un piano teorico, per così dire fuori dall’attualità e quindi perfettamente attuale («Agli etnologi è capitato di affermare e poi di dubitare del fatto che la distanza aguzzi lo sguardo etnologico», spiega con una punta d’ironia nelle primissime righe).

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baggio

Nel 1967 il Celtic Glasgow, la squadra cattolica della città scozzese, vince la sua prima (e unica) Coppa dei Campioni, battendo in finale l’Inter di Helenio Herrera. Pochi giorni dopo il trionfo un uomo corre all’ufficio anagrafe di Glasgow per registrare il nome del figlio appena nato. Quando avrà coscienza di sé, il bambino scoprirà di avere addosso undici nomi in sequenza, quelli di tutta la formazione titolare del Celtic, dal portiere fino all’ala sinistra («sul certificato i nomi non ci stavano tutti»). Ad aggravare la situazione ecco che la moglie/madre è protestante, e dunque naturalmente tifosa della squadra rivale, dei Rangers.

Il marito approfittò con un certo cinismo del ricovero post parto di sua moglie. Bum: «Per la frustrazione, la donna tirò giù a calci una porta». L’aneddoto è raccontato da Simon Kuper in Football Against the Enemy (in Italia Calcio e potere, uscito per Isbn nel 2008). Il rapporto tra calcio e religione, che a Glasgow si sovrappone(va, il tempo ha modificato leggermente le cose) quasi alla perfezione, torna in un volumetto pubblicato pochi giorni fa da EDB, Football – Il calcio come fenomeno religioso. Si tratta di un saggio di Marc Augé uscito nel 1982 sulla rivista le débat ma per niente invecchiato, perché il ragionamento di Augé si svolge su un piano teorico, per così dire fuori dall’attualità e quindi perfettamente attuale («Agli etnologi è capitato di affermare e poi di dubitare del fatto che la distanza aguzzi lo sguardo etnologico», spiega con una punta d’ironia nelle primissime righe).

Ecco, diciamo che a voler essere blasfemi l’equivalente contemporaneo e postmoderno del nostro tifoso scozzese, il battezzatore compulsivo, potrebbe essere il tizio le cui gesta sono state raccontate dai tabloid inglesi dopo la sorprendente vittoria del Leicester in Premier League. Vera o falsa che sia, la storia riguarderebbe un elettricista – di Glasgow pure lui! Ecco una città dall’indubbio fervore – che sfruttando la forte somiglianza con Claudio Ranieri avrebbe per così dire sedotto quasi trenta donne invaghite dell’allenatore romano. In questo caso, anche fosse una panzana, ci sarebbe da scomodare più che altro la categoria del totemismo.

Tornando subito al saggio di Augé: in realtà i riferimenti storici, sì, ci sono, ma ricadono tutti nei primissimi campionati inglesi di fine ‘800, quando il calcio, nato come portatore di valori “elevati” medio-altoborghesi, dall’eleganza al coraggio e alla generosità, sport disinteressato e individualista, si trasforma rapidamente in un fenomeno di massa. Si affacciano i professionisti che di prepotenza soffiano la scena ai dilettanti; gli stadi si vanno riempiendo, con il risultato che già nel 1897 gli ideali elitari di Eton erano andati in fumo, per dire meglio erano evaporati tra le nebbie dei cinquantamila tifosi che assistevano alla finale della Coppa d’Inghilterra, facendo del calcio uno sport sempre più popolare («Oppio o stimolante? Entrambi forse, nello stesso modo in cui si può osservare che i movimenti religiosi possono contribuire nel corso della storia, simultaneamente o in successione, all’oppressione o alla liberazione di coloro che vi aderiscono»: in Football – Il calcio come fenomeno religioso non mancano riferimenti, questi sì un po’ datati, alla coscienza di classe consentita dallo stare-insieme-allo-stadio).

Ma il calcio costituiva ormai “una fonte di spettacolo per le masse e portava profitti finanziari, contrariamente al ruolo di sviluppo personale e di interesse generale che si voleva attribuire al principio”. Ora, se l’élite inglese arricciava il naso già a fine ‘800 (e Rudyard Kipling in un articolo sul Times denunciava “lo sport-spettacolo come simbolo di decadenza e impotenza di fronte alle minacce della Germania”), è difficile non sorridere dinanzi alle lamentazioni che ciclicamente si ripetono sullo snaturamento del calcio, sul deturpamento dei suoi valori originari e via discorrendo.

Il repertorio in perenne refresh va dai centocinque milioni di lire spesi nel 1952 da Achille Lauro per portare a Napoli l’attaccante svedese Hanse Jeppson (‘o Banco ‘e Napule, lo ribattezzarono i tifosi) all’elicottero di Silvio Berlusconi e a mister cento miliardi Bobo Vieri, fino all’attuale vortice di denaro su scala globale che ha/sta costringendo persino tre delle società più popolari e ricche d’Italia alla cessione, la Roma agli americani – la dolly vita – e le milanesi agli asiatici. «Devo passare la mano a qualcuno che sia in grado di mettere fondi necessari per far tornare il Milan protagonista e i soldi vengono o dalla Cina o dal petrolio», ha detto poche ore fa Berlusconi, e pazienza se qualche giorno prima, in un video già di culto, confessava di voler lasciare la sua squadra in mani “possibilmente italiane”.

Il pallone dunque come fonte di spettacolo e profitto, certo: ma piuttosto sui generis, nota Augé… Qui abbiamo a che fare con flussi di persone che si muovono simultaneamente a intervalli regolari per confluire nelle nuove cattedrali, gli stadi, o, sempre a orari fissi, davanti agli “altari domestici”, le televisioni, sia pure in tutte le declinazioni odierne. Se un gruppo di uroni o persiani sbarcassero sulla Terra contemporanea, scrive Augé, «sarebbero sensibili alla regolarità e all’intensità degli spostamenti che si verificano il mercoledì sera o la domenica pomeriggio. Osserverebbero comodamente che questi raduni popolari si accompagnano paradossalmente a un’intensificazione del culto domestico e scoprirebbero con interesse che il dramma, celebrato in un luogo posto al centro della scena da ventitré officianti e qualche comparsa, davanti a una folla di fedeli di importanza variabile, è seguito con la stessa fede da milioni di praticanti a casa, talmente a conoscenza dei dettagli della liturgia che, apparentemente senza scambiarsi una parola, si alzano, gridano, strepitano o si rimettono a sedere allo stesso ritmo della folla riunita allo stadio».

Un format che persiste ormai da più di un secolo, mix tra rito e sport su cui si soffermava un paio di anni fa Francesca Serafini in un breve e appassionato saggio, Di calcio non si parla, uscito per Bompiani, sottolineando in questo passaggio un motivo fondamentale del suo successo: «l’idea che nella partita singola possa accadere di tutto, anche la vittoria di Davide contro Golia, rende le puntate di questo lungo racconto, dal numero potenzialmente infinito, una bibbia laica affascinante per tutti, indipendentemente dalla classe sociale, dal livello di cultura».

E «per quanto i tecnocrati lo programmino perfino nei minimi dettagli, per quanto i potenti lo manipolino, il calcio continua a voler essere l’arte dell’imprevisto”, aggiungeva Eduardo Galeano. Anche se bisogna ammettere che qualche manipolazione, qua e là, è occorsa (e se volessimo assurgere le partite “truccate” al livello di un’eresia con un santo protettore, questi sarebbe senz’altro Ramón Quiroga, il portiere peruviano che incassò sei gol al mondiale argentino per far passare la squadra, in piena giunta militare).

Eppure, non è forse ancora più potente un’attrazione che può sapersi a volte manipolata, e che ciò nonostante continua a stregare milioni di spettatori? Siamo lì ad aspettare qualcosa di imprevedibile, preghiamo/imprechiamo per la nostra squadra e a allo stesso tempo cerchiamo di decifrare il futuro per poterci guadagnare una discreta sommetta… una chiesa di soldi e ardore religioso. «Se arrivasse un genio della lampada che mi chiedesse di esprimere un desiderio, gli chiederei questo: di tornare a luglio e puntare cento euro sul Leicester campione», mi ha confessato un amico qualche giorno fa.

Quel Leicester che ha incarnato alla perfezione la Grande Epopea accennata da Serafini, quella del Davide che sconfigge Golia (e per spiegare il sostegno alla squadra di Ranieri, un tifo che è andato ben oltre i confini del piccolo club inglese, ecco Augé: «i gruppi che si scontrano si identificano fino a un certo livello: possono riconciliarsi a un livello superiore contro un avversario assoggettato allo stesso modo a questa logica segmentaria di identificazione-opposizione»; insomma, ci siamo tutti identificati contro un Golia immaginario). Una storia talmente farcita di simboli, dal cannoniere operaio all’allenatore che dopo anni di vagabondaggi sbanca il jackpot, che per essere pienamente compresa meritava d’estinguersi nel momento esatto del suo compimento, perché le lunghe articolesse del seguito sono già fuori dalla festa autentica.

Perché, ecco, dopotutto, la verità è questa, e Augé la riserva alla fine del suo breve saggio: «Nel rituale sportivo l’attesa si colma con la celebrazione stessa: alla fine del tempo regolamentare le sorti saranno decise ma il futuro sarà estinto – frammento di tempo puro, grazia proustiana a uso popolare».

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Il garantismo deturpato https://minimaetmoralia.it/societa/il-garantismo-deturpato/ https://minimaetmoralia.it/societa/il-garantismo-deturpato/#respond Fri, 06 May 2016 15:30:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30853 Questo pezzo è uscito sull'Unità, che ringraziamo (fonte immagine).

di Alessandro Mazzarelli

In politica succede che le parole d'ordine di uno schieramento politico possano cambiare partito, che venga raccolta una bandiera lasciata cadere da altri per issarla sul proprio campo. Basti pensare a parole come libertà, merito, sicurezza.

Per quanto riguarda il garantismo accade una storia ancora diversa, come ci racconta Dario Ippolito nel prologo fulminante del suo Lo spirito del garantismo. Montesquieu e il potere di punire (Donzelli). Garantismo è parola svilita, deturpata dall’abuso, accompagnata da aggettivi sprezzanti, garantismo peloso, garantismo d'accatto, garantismo ipocrita, garantismo eccessivo;sorge il sospetto in chi l’ascolta che sia un modo per salvare il politico di turno, il trucco di chi ha soldi, e bravi avvocati, per sfuggire alla legge.

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Questo pezzo è uscito sull’Unità, che ringraziamo (fonte immagine).

di Alessandro Mazzarelli

In politica succede che le parole d’ordine di uno schieramento politico possano cambiare partito, che venga raccolta una bandiera lasciata cadere da altri per issarla sul proprio campo. Basti pensare a parole come libertà, merito, sicurezza.

Per quanto riguarda il garantismo accade una storia ancora diversa, come ci racconta Dario Ippolito nel prologo fulminante del suo Lo spirito del garantismo. Montesquieu e il potere di punire (Donzelli). Garantismo è parola svilita, deturpata dall’abuso, accompagnata da aggettivi sprezzanti, garantismo peloso, garantismo d’accatto, garantismo ipocrita, garantismo eccessivo;sorge il sospetto in chi l’ascolta che sia un modo per salvare il politico di turno, il trucco di chi ha soldi, e bravi avvocati, per sfuggire alla legge.

Se l’ascesa di Berlusconi con i suoi processi e le polemiche sulle leggi ad personam non hanno aiutato il dibattito politico a restare sul merito dell’efficacia del sistema giudiziario italiano, oggi assistiamo al diffondersi di quella malcelata diffidenza verso il garantismo in ampi settori della società civile, trasversale alle classi sociali e al credo politico: il colpevole deve marcire in carcere.

Leggendo il libro di Ippolito — un libro puntuale, piacevole alla lettura e molto documentato — notiamo come quelle stesse teorie contro le quali Montesquieu si batteva tornano prepotenti, ottengono nuova ribalta. L’idea che sia la durezza della punizione, l’aumento delle pene, la ricerca di reati sempre nuovi da colpire sempre più duramente, le fattispecie penali dai contorni incerti, il buttare la chiave, e perché no la pena di morte, che siano queste le soluzioni per combattere crimine e violenza, trovano di nuovo cittadinanza.

È di qualche tempo fa il caso di Doina Matei, la ragazza condannata per l’omicidio preterintenzionale di Vanessa Russo, durante una lite in metro. Dopo aver scontato nove anni di carcere le è stata ritirata la semi-libertà per aver pubblicato su Facebook foto in cui sorrideva. Come se il colpevole non possa mai tornare alla normalità, come se la rieducazione (funzione ultima della pena) non sia un principio stabilito dalla nostra Costituzione ma un feticcio per anime belle.

E allora è assai utile e consigliato, ripercorrere sulle pagine de Lo spirito del garantismo, i passaggi logici, le intuizioni, con cui Montesquieu smonta questa sete di vendetta, perché inutile, anzi contraria non soltanto al senso di umanità, ma alla stessa società che stoltamente la invoca.

Non sono le leggi più o meno crudeli che fanno obbedire alle leggi, l’effetto dell’inasprimento delle pene è effimero, per esercitare la deterrenza non è necessaria la violenza, l’obiettivo è incivilire i costumi attraverso le leggi non infierire sui corpi attraverso i supplizi, la prevenzione generale non si ottiene incrementando le norme sanzionatorie bensì aumentando l’efficienza della giustizia penale. Furono idee che rivoluzionarono il diritto alla metà del 1700, andrebbero riaffermate con forza oggi, per migliorare giustizia, convivenza e sicurezza.

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“Osservo, sogno e disegno”: intervista a Milo Manara https://minimaetmoralia.it/interviste/milo-manara-il-maestro/ https://minimaetmoralia.it/interviste/milo-manara-il-maestro/#respond Wed, 24 Feb 2016 06:30:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30077 Questa intervista è uscita sul Foglio: ringraziamo l'autore e la testata.

di Salvatore Merlo

"Quando gli amici di mio nipote, che ha diciassette anni, cominciano a guardarmi con una faccia strana, devo ammettere che a volte mi capita di pensare: ‘Ma non è che, forse, stanno leggendo i miei lavori?’”. E quando sorride, quest’uomo di settant’anni, colto e raffinato, composto nel tono e nei modi, si trasforma come il cielo nuvoloso in un giorno di vento, e il suo volto, delicato e misteriosamente ironico, improvvisamente assomiglia a quello di un monello.

Uno sguardo che nasconde, sotto un innocente pagliaio, un sottilissimo ago di spiritosa malizia. “Una volta Michele Serra mi ha detto: ‘Milo, sei l’unico uomo che riesce ad eccitarmi’”. Ed è a questo punto, trovandosi davanti al maestro dell’erotismo a fumetti, che si pone un problema non facile, quello cioè di travestire di abili perifrasi la domanda ormai improrogabile: ma lei lo sa che i ragazzini si masturbano sui suoi disegni?

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Questa intervista è uscita sul Foglio: ringraziamo l’autore e la testata.

di Salvatore Merlo

“Quando gli amici di mio nipote, che ha diciassette anni, cominciano a guardarmi con una faccia strana, devo ammettere che a volte mi capita di pensare: ‘Ma non è che, forse, stanno leggendo i miei lavori?’”. E quando sorride, quest’uomo di settant’anni, colto e raffinato, composto nel tono e nei modi, si trasforma come il cielo nuvoloso in un giorno di vento, e il suo volto, delicato e misteriosamente ironico, improvvisamente assomiglia a quello di un monello.

Uno sguardo che nasconde, sotto un innocente pagliaio, un sottilissimo ago di spiritosa malizia. “Una volta Michele Serra mi ha detto: ‘Milo, sei l’unico uomo che riesce ad eccitarmi’”. Ed è a questo punto, trovandosi davanti al maestro dell’erotismo a fumetti, che si pone un problema non facile, quello cioè di travestire di abili perifrasi la domanda ormai improrogabile: ma lei lo sa che i ragazzini si masturbano sui suoi disegni?

Allora lui lascia arrivare alle labbra la punta di un sorriso, con birichina innocenza. Non s’increspa neanche un po’, e d’altra parte, sembra dire con gli occhi, come irritarsi per questa domanda, fatta senza la minima frivolezza, senza nessun intento allusivo? “So di avere un certo seguito nelle carceri. Un tempo lo avevo nelle caserme”, dice, con ironica modestia, visto che, premiatissimo, amatissimo, adorato in Francia non meno che in Italia, lui è uno dei più grandi disegnatori europei viventi. “Un tempo si parlava di libri che si leggono ‘con una mano sola’”, sussurra. “So che i miei lavori hanno uno scopo di evasione erotica”, aggiunge, con la consapevolezza di chi sa bene che dalla lettura dei suoi fumetti, attraverso quelle donne dagli occhi di diamante cui lui dona fascino e vita, è arrivato per molti ragazzi quell’orgasmo dello spirito che è il sogno: non il corrompersi dell’ingenuità infantile ma quasi una premonizione o addirittura un’iniziazione alla voluttà come mistero.

“Ma a dire il vero a tutte queste cose non ci penso mai”, dice Milo Manara. “Io osservo, sogno e disegno. Le mie donne sono la trasposizione accademica delle ragazze che incontro per strada”.

E qui a Verona ci sono le sventole che disegna lei? Mi dica dove, la prego. “Ci sono giornate più fruttuose, altre meno. Il momento migliore è la primavera, quando tutto fiorisce. Per me le donne sono la sintesi della meraviglia dell’universo. Di fronte a certe donne io balbetto, rimango annichilito. La mia è un’ammirazione instancabile. Certo, col tempo, quando si diventa anziani come me, le cose cambiano…”. E a questo punto il maestro viene colpito da una sottile ombra associativa. Segue un mutismo praticamente telepatico, carico di ironia inesplosa, sottintesa. “Con l’età l’interesse si fa più contemplativo che finalizzato al possesso, ovviamente. Ma la mia ammirazione per il sesso femminile è ancora fortissima”, aggiunge. “Chi pensa che a una certa età si raggiunga la pace dei sensi si sbaglia di grosso”.

E i suoi figli, quando erano piccoli, che pensavano dei suoi disegni? “Nessuno si è mai interessato, come dire… morbosamente ai miei disegni. Credo. Le assicuro che i miei figli sono cresciuti senza tare”. Piccola pausa, ancora un sorriso malizioso. “O almeno senza traumi evidenti”. Esistono dei limiti nell’arte? “Credo di no. Direi proprio di no. Ciascuno segue la sua ispirazione, le sue inclinazioni, e deve poterlo fare con libertà”. E cos’è il buon gusto? “Un punto di vista soggettivo”.

E Milo Manara vive in un bell’appartamento compatto, nel sontuoso centro di Verona, un ultimo piano d’una eleganza calda e di gusto blasé: il grande e antico tappeto persiano, le moderne lampade di design che spezzano la vetrinetta forse déco, e poi in un angolo, quasi con ritrosia, ecco un suo disegno, una ragazza dai capelli neri a caschetto cui sembra che un colpo di vento stia sollevando appena la gonna. Solo cercando con lo sguardo, faticosamente, se ne riconoscono altri, di disegni. Uno è seminascosto dietro la porta d’ingresso. E sono sorprese tanto più liete quanto è costata la fatica di scovarle. La signora Luisa, sul cui bel volto gli anni acquistano una magica fluorescenza, lo custodisce come un cristallo prezioso questo suo marito di cui fu allieva, molti anni fa, all’istituto d’arte.

Dunque è lei che risponde alle sue email, è lei che prende le sue telefonate, fissa gli appuntamenti, che cucina mentre Milo chiacchiera con il giornalista: “Dice mio marito che lei può venire quando vuole. Purché dopo le 12. Lui si sveglia tardi, lavora solo di notte”. Lavora al suo tavolo da disegno, largo e di metallo grigio, affiancato dal cavalletto su cui poggia le tele, in un’ampia, elegante e luminosissima stanza dall’alto soffitto e dal pavimento di mogano, un ambiente arioso che chiamare mansarda sarebbe un insulto: le finestre si spalancano allegre sui tetti colorati di Verona, e da un angolo spunta la sommità vertiginosa della Torre dei Lamberti.

Ed è qui che, sul tavolo di lavoro ingombro, spicca una copia di Charlie Hebdo, “sono stato a Parigi, e l’ho comprato”. È il numero dell’anniversario della strage. In copertina c’è Dio, in sandali, che corre con un kalashnikov appeso alla schiena. “La satira non può avere limiti”, dice il maestro, “la satira deve insultare, deve offendere. Altrimenti non serve a nulla. Qui a Verona facevamo un giornaletto satirico, si chiamava Verona infedele, faceva il verso al giornale della curia, che invece si chiama Verona fedele. Ma un giorno ci accorgemmo che le persone oggetto della nostra satira, invece di incazzarsi, incorniciavano le copertine della nostra rivista e se le appendevano in casa. Così capimmo di non essere efficaci e lasciammo perdere. Bisogna essere contundenti, quando si fa satira. Charlie lo era”.

E Milo Manara è stato pubblicato diverse volte su Charlie. Conosceva bene la redazione, in particolare Georges Wolinski, “un disegnatore erotomane e pessimista”, come lo definì Le Monde. Un grande amico. Da una vita. “Appena seppi dell’attentato, provai a chiamarlo. Non rispose. Era già morto”. Così quel 7 gennaio Milo Manara lo ha salutato, con un disegno che ritrae il suo amico al tavolo di lavoro: la matita, il quaderno, e una conturbante donna fasciata nei paramenti tradizionali islamici, ma col sensuale volto scoperto, che si china alle spalle di Wolinski e gli bacia la testa diradata e canuta.

“Fu lui a pubblicare il mio primo disegno in Francia. Comprò per Charlie mensuel una mia storia, ‘Lo scimmiotto”. Continua a leggerlo, Charlie? “E’ un po’ cambiato. C’è uno sbandamento nella struttura del giornale. Ma era inevitabile… Sono morti. Li hanno ammazzati tutti. Charbonnier, il direttore, aveva un carattere dolce, era un uomo d’intelligenza acuta. Sapeva tenere insieme vignettisti e intellettuali molto diversi tra loro, armonizzava, smussava, osava”.

Non aveva limiti, Charlie. “Io certe vignette su Maometto forse non le avrei disegnate. Di sicuro limiti non possono essercene. C’è la legge, questa sì. E in Francia non esiste per fortuna nessun vilipendio di religione, né un reato di blasfemia”. Lei talvolta ha disegnato delle suore. Ricordo un disegno in cui una giovane religiosa lecca il crocifisso, o un altro che rappresenta una donna stupenda, una monaca che si masturba distesa sul letto mentre legge lettere d’amore al lume di una candela. “Il volto del vizio deve essere ingenuo, o puro”.

E qui Manara ritrova il suo sorriso monello: “Trovo che l’idea del peccato sia blandamente erotica”, dice in un soffio. E lei crede in Dio? “Provengo da una famiglia cattolica, come tutti. Ma no, io non ci credo. Credo invece nello stato laico, credo nella libertà, anche religiosa, e credo che solo lo stato laico la possa garantire. In alcune società la religione è entrata nel subcosciente e di lì scatena le sue tempeste contro coloro che la comprimono con la sensualità, la libertà o il materialismo”. Com’è successo ai disegnatori di Charlie.

A Teheran non circolano i fumetti di Milo Manara. “All’inizio degli anni Ottanta, una buona parte di un mio fumetto, ‘Il gioco’, lo disegnai in Pakistan. Usciva a puntate su Play Men, ed ero lì in vacanza, dunque spedivo da lì. Ci sono rimasto cinque mesi, giravo in camper, poi ogni tanto mi fermavo in un albergo a cinque stelle, entravo e mi facevo servire una colazione, scroccavo una doccia. Senza pagare”, dice con un ridere degli occhi. “Poi andavo all’ufficio postale e spedivo i disegni. Guardi, ero seriamente terrorizzato dall’idea che in qualche controllo di polizia aprissero quei pacchi che spedivo in Italia. Se la religione si fa stato, opprime. E talvolta opprime anche quando non si fa stato. Il film di Bertolucci, ‘Ultimo tango a Parigi’, venne sostanzialmente condannato al rogo dalla chiesa. E secondo me non per il sesso, ma perché esprimeva un’idea rivoluzionaria per quei tempi: esiste, ed è pure bello, il sesso senza l’amore, senza tutto il contorno di costruzioni sociali e religiose che circondano l’idea del rapporto tra uomo e donna”.

Chi sono i suoi amici, oggi? “Dalla morte di Hugo Pratt, il mio migliore amico è Tanino Liberatore”, il Michelangelo del fumetto, il fratello eterozigote di Andrea Pazienza, “ma davvero frequento pochissime persone. Qualche volta vado in giro per festival, e ci vado soprattutto per rivedere i vecchi amici”. E di loro Manara parla con un’espressione dolce e bassa. Attraverso le ciglia brilla come un lampo uno sguardo diverso, penetrante, acuto. “Hugo Pratt coltivava la sua libertà interiore a un livello così alto da esserne persino danneggiato”, dice. “Fu un padre assente, ha lasciato dei vuoti. Ma mi insegnò a essere libero nel lavoro”. E lo ricorda con un calore di vita umana e d’affetti che impregna ogni parola. “A quei tempi frequentavo la redazione del Corriere dei ragazzi, ero amico di Aldo Di Gennaro e di Mario Uggeri, che erano disegnatori interni. Pratt invece non c’era. Non voleva entrare in redazione. Non volle mai essere un impiegato, la sua posizione nei confronti dell’editore era di assoluta indipendenza. Viveva da precario. E poiché con i fumetti non si guadagnano cifre astronomiche, rifiutare un impiego sicuro era una scelta coraggiosa. Anche io sono stato precario tutta la vita. Per scelta”. E le è andata bene. “Ma per vivere devo continuare a disegnare”.

Pratt era molto più grande di lei. “Aveva diciott’anni più di me. Un fratello maggiore, ma più spesso un fratello minore”. E di quel tempo Manara esprime un senso vivace e quasi carnale. “Pratt era scapestrato, disordinato, irregolare. Non aveva la patente, e lo guidavo in macchina per mezza Europa lungo i sentieri dei festival del fumetto. Quelli con lui erano viaggi lenti, ci fermavamo continuamente. Pratt conosceva tutti i ristoranti, dovunque. Abbiamo visitato città, paesini, meraviglie storiche e artistiche di questo nostro continente. E poi mangiare, bere…”. E le ragazze? “… sono felicemente sposato”. E nella sua risposta, il labbro arricciato in un sorrisetto sornione, chissà, si rivelano intimi propositi di doppio gioco. Ma anche no.

“Guardi, io ho avuto la fortuna incredibile di incrociare la traiettoria di persone che ammiravo: Moebius, Fellini, Andrea Pazienza, Stefano Tamburini… Il vertice di queste amicizie era Fellini, cosa che non avrei mai sospettato quando da ragazzo vedevo incantato ‘8 e 1/2’. Avevo forse sedici anni quando feci l’autostop fino a Roma per visitare la città. E ogni giorno mi fermavo in Via Veneto, pensando stupidamente, chissà poi perché, che Fellini passasse sempre da lì”.

Poi lo conobbe, diventaste amici, collaboraste a lungo. “Era il 1985, e Fellini compiva sessant’anni. Vincenzo Mollica aveva chiesto dei disegni per salutare il compleanno di questo grande regista, ma io, pieno di entusiasmo, disegnai invece una storiella completa, una storia su Fellini disegnatore. Era una specie di sogno. Per me Fellini non aveva entità fisica”, dice, come sorridendo a un ricordo lontano, eppure vivo. “Invece esisteva. Vide i miei disegni, e mi telefonò. La prima volta che chiamò, non ero a casa. E quando mi riferirono della sua chiamata persa ero distrutto. Ma poi richiamò, e mi invitò a Cinecittà. Quale emozione! Stava girando ‘Ginger e Fred’. Mi fece un pass firmato da lui, potevo entrare e uscire quando volevo. Lo seguivo dovunque, mi portava in giro per Roma, ai Castelli, lo ascoltavo affascinato, era una miniera di aneddoti, freddure, fantastici imbonimenti, guizzi di fantasia. Stare con lui era una ginnastica d’intelligenza. Un giorno mi chiese di fare il manifesto per un suo film, ‘Intervista’. Diventammo amici da quel momento in poi, finché è vissuto. Ricordo con vividezza quanto fosse arrabbiato con Silvio Berlusconi che metteva la pubblicità in mezzo ai film in televisione. Fortunatamente Fellini morì prima di vedere quel referendum con il quale gli italiani preferirono avere le interruzioni pubblicitarie. Lui aveva una certa, spiccata avversione nei confronti di Berlusconi”.

E lei? “A me nemmeno è mai piaciuto. Non mi piaceva già prima che entrasse in politica. Ho sempre trovato insopportabile l’ambiguità erotica della sua televisione, quelle ballerine sculettanti. Guardi, dia retta a me che  di queste cose me ne intendo: la gonna scorciata, il petto semiesposto, non servono a conferire un aspetto peccaminoso e nemmeno a rendere più seducenti. Quelle donne erano inespressive per eccesso di smorfie. Erotismo a freddo, da quattro soldi. Una marea di ragazze che hanno corpi e non visi, indistinguibili l’una dall’altra, carne al mercato. Con il paradosso, poi, che mentre spogliavano le donne, i canali Fininvest manifestavano una certa pruderie censoria nei confronti del cinema e dei film”. E di Renzi lei che ne pensa? “Devo dire che i personaggi politici non mi incuriosiscono. Mi annoiano. Quando trovo un talk-show politico, dopo cinque minuti cambio canale. C’è una contabilità delle chiacchiere che trovo per metà soporifera e per metà indisponente”.

E al cinema ci va? “Vedo moltissimi film, ma a casa”. Ha visto “La grande bellezza” di Sorrentino? È felliniano, dicono. “Guardo volentieri Matteo Garrone, tra i giovani ormai emersi. E’ bravissimo. Certo, Sorrentino ha riportato l’estetica nel nostro cinema, il valore dell’immagine, trascurata da un’industria monopolizzata dalla commedia. L’Italia ha avuto grandi direttori della fotografia, Storaro e Peppino Rotunno. Gabriele Salvatores e Giuseppe Tornatore hanno un gusto per le immagini, ma i nostri registi più giovani no. Nel cinema vedo una malinconica povertà d’invenzioni, e d’immagini. Per questo riconosco un grande pregio alla ‘Grande bellezza’, malgrado sia un film calligrafico, lo ammetto. Quella scena dei fenicotteri a Roma…”.

Letteratura? “Gli ultimi libri che ho letto sono di Aldo Busi e di Massimiliano Parente. Ho scoperto con molto gusto Pamuk. Anche se i miei fumetti sono ispirati da Henry Miller e da Kerouac. La letteratura ha sempre avuto un grande effetto su di me, talvolta è stata quasi come un veleno. Quando lessi Delitto e castigo, a quattordici anni, pensavo di essere Raskolnikov. Leggevo nella collana Bur, su quei piccoli libretti grigi. Dostoevskij mi ha sconvolto. Mentre ho amato Nabokov e Bulgakov, forse soprattutto la dimensione onirica di Bulgakov. Invece non ho mai letto Solgenitsin, credo per stupido pregiudizio ideologico”.

E non è difficile immaginarselo negli anni Settanta, spettinato, squattrinato e garibaldino, come i ragazzi nei film di Marco Bellocchio. “Contestavamo la Biennale di Venezia, perché rappresentava l’arte dei padroni. Quante sciocchezze. Contestavamo la borghesia come classe egemone, ma in realtà gli unici sostenitori delle arti figurative erano proprio i borghesi. Erano gli unici che compravano i quadri. Facevamo le mostre per strada, criticavamo chi vendeva ai ricchi… Adesso penso a quegli anni con tenerezza. Anche se sono convinto di una cosa: il Sessantotto ha svecchiato la società italiana, e ha fatto entrare i giovani nel mercato, pur tra mille eccessi ideologici. Eravamo manichei, ‘tutto e subito’, ‘la fantasia al potere’…”. E in Milo Manara  ci sono ancora tracce di turbamenti spirituali, il Sessantotto, la contestazione, una certa idea del mondo e dei rapporti sociali… “ho paura di un mondo dove tutto è finanza”, dice. Ma lei è ancora di sinistra? “Penso di sì. Se essere di sinistra significa ritenere che la distribuzione della ricchezza dovrebbe essere un po’ più equa, allora sono di sinistra”.

Intanto dal piano inferiore di questo suo appartamento veronese (“passo qui solo l’inverno, poi vivo in campagna, in Valpolicella”) cominciano ad arrivare sfrigolii e odori di cibo, la signora Luisa è in cucina, e forse si è fatta l’ora di liberare suo marito. Ma l’occhio mi cade ancora su uno dei suoi disegni: il seno tornito, le poderose cosce divaricate, le mutandine appena violate, gli occhi grandi e tagliati. Alcune donne di Milo Manara assomigliano ad Angelina Jolie, “perché lei è una caricatura della bellezza”, dice lui, “è tutta occhi e tutta bocca”. E qual è l’attrice più bella? “Michelle Pfeiffer, così delicata da essere quasi impossibile da ritrarre. E’ androgina, come le mie donne. Atletica, pronta sul piano fisico, per niente mamma, indipendente”. Ci salutiamo. Ed è sulla soglia di casa che il grande fumettista si raccomanda. “Non mi faccia apparire saccente, la prego”. Ma lei non è saccente. “Lo so”. E lo dice con uno scatto d’infantile allegria, di nuovo con quel suo sorriso discolo, che subito scompare.

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Le elezioni americane più atipiche della storia https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/le-elezioni-americane-piu-atipiche-della-storia/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/le-elezioni-americane-piu-atipiche-della-storia/#comments Fri, 29 Jan 2016 06:30:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29800 (nella foto, l'attore Jimmy Fallon impersona Donald Trump durante uno sketch con Hillary Clinton)

Il primo febbraio, con le primarie in Iowa, cominciano ufficialmente le elezioni presidenziali negli Stati Uniti.

Jon Meacham, premio Pulitzer e vice presidente di Random House, nell’ultima puntata dello show di Bill Maher sulla HBO, ha sostenuto che per la prima volta nella storia delle presidenziali americane la riduzione al common sense nella quale le varie spinte apocalittiche hanno storicamente confluito non si verificherà e questa volta il centro non sarà in grado di reggere.

Effettivamente i sondaggi parlano di un Donald Trump strafavorito tra i repubblicani e di un Bernie Sanders in ascesa in campo democratico nonostante la blindatura di Hillary Clinton sulla nomination.

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(nella foto, l’attore Jimmy Fallon impersona Donald Trump durante uno sketch con Hillary Clinton)

Il primo febbraio, con le primarie in Iowa, cominciano ufficialmente le elezioni presidenziali negli Stati Uniti.

Jon Meacham, premio Pulitzer e vice presidente di Random House, nell’ultima puntata dello show di Bill Maher sulla HBO, ha sostenuto che per la prima volta nella storia delle presidenziali americane la riduzione al common sense nella quale le varie spinte apocalittiche hanno storicamente confluito non si verificherà e questa volta il centro non sarà in grado di reggere.

Effettivamente i sondaggi parlano di un Donald Trump strafavorito tra i repubblicani e di un Bernie Sanders in ascesa in campo democratico nonostante la blindatura di Hillary Clinton sulla nomination.

Saranno in ogni caso le elezioni presidenziali più atipiche della storia degli Stati Uniti.

Repubblicani

Il riferimento nella Dichiarazione d’Indipendenza del 1776 ai diritti inalienabili dell’uomo come derivazioni verticali dal Creatore ha di fatto conferito ai documenti fondativi della nazione lo status di veri e propri testi ispirati e pertanto, al pari di ogni altro libro sacro, virtualmente inemendabili.

A partire dagli anni Ottanta con l’endorsment della destra religiosa a Ronald Reagan -nell’ultimo decennio assunto al grado metafisico di sigillo dei profeti dall’establishment repubblicano – e poi ancora con il geniale Karl Rove che, per spostare l’attenzione dalle falle dell’amministrazione nel prevenire gli attentati dell’11 settembre, impostò nel 2004 la rielezione di Bush jr sulla chiamata alle urne degli evangelici contro Darwin nelle scuole, l’originale Dio di Natura liberomassone dei padri fondatori si è via via trasformato in un Gesù Cristo decisamente più mondano, telegenico e interessato alla vita politica americana.

Si è arrivati così a una vaga ma forte identificazione tra democrazia e religione, ritualizzata nel God bless obbligatorio alla fine di ogni discorso pubblico, per cui è Gesù, il Gesù vivente, a fare da garante per il secondo emendamento o ad advocare lo small government.

Pensare di negare questa identità tra divinità e libertà individuale, intesa come totale deregolamentazione del vivere comune, è semplicemente impensabile per qualsiasi candidato repubblicano. Nella declinazione del Cristianesimo americano è la stessa divinità, incarnatasi nella Costituzione del 1787, a farsi custode del diritto di girare con una mitragliatrice, giustiziare i detenuti, pagare il meno possibile di tasse o picchiare i figli (durante un comizio di Trump in Nevada, un ospite chiamato sul palco ha rivendicato con orgoglio l’educazione manesca della prole ricevendo applausi scroscianti).

In questo modo, un milionario newyorkese al terzo matrimonio con la seconda modella esteuropea, si ritrova primo nei sondaggi in Iowa tra i fanatici della destra evangelica, solo evocando il più americano degli scenari: un maschio bianco con il fucile di fronte alla fine del mondo.

Dei diciassette candidati alle primarie repubblicane solo in due, il governatore dell’Ohio John Kasich e l’ex governatore della Florida Jeb Bush (rispettivamente 2,8% e 4,8% nei sondaggi su scala nazionale), sono su posizioni moderate se non in senso assoluto almeno rispetto agli altri candidati tra i quali c’è chi propone il divieto di ingresso ai musulmani nel paese (Trump, 34,6%), la costruzione di un muro lungo il confine Messico-USA (Trump), la pena di morte automatica per chi uccide un poliziotto (Trump) o la proibizione dell’aborto anche in caso di incesto o stupro (Cruz, 18,8%; Carson, 8,4%).

Questo conformismo di massa dei candidati repubblicani verso le posizioni della destra apocalittica ha almeno quattro cause:

  • Una parte consistente dell’elettorato repubblicano ha vissuto come un’umiliazione gli otto anni di un presidente che cinquant’anni prima avrebbe dovuto lasciarle il posto sull’autobus. Lo slogan Let’s take our country back va inteso (to the 50s).
  • Nelle elezioni del 2008 il partito repubblicano pensò di allargare il bacino elettorale mobilitando l’intestino più basso del paese con la candidatura alla vicepresidenza, in ticket con il moderato John McCain, della governatrice dell’Alaska Sarah Palin, già al tempo impresentabile ma negli anni protagonista di interventi pubblici del tenore di episodi psicotici. Da allora la destra razzista/paranoide del Tea Party è riuscita ad approfittare del dito allungato dal partito per prenderne possesso del braccio. In poche parole se ancora non comanda direttamente lei, comanda la sua retorica.
  • Gli Stati Uniti sono in una fase di allargamento delle libertà civili, il matrimonio gay è stato riconosciuto dalla Corte Suprema come una legge federale, sempre più stati ammettono l’uso ricreativo della marijuana e sospendono de facto la pena di morte. Parallelamente si è andata sensibilizzando la membrana del politically correct per cui ogni riferimento offensivo nei confronti di una qualsiasi minoranza è duramente ripreso dagli ambienti liberal, fino ai parossismi più isterici come la contestazione contro il rettore di Yale per le maschere da nativo americano indossate da alcuni studenti a Halloween. La libertà di espressione di una volta è caduta in una specie di trappola: negli Stati Uniti di oggi si può marciare in uniforme nazista ma non ci si può rifiutare di decorare la torta per un matrimonio gay.
  • Se da una parte Obama ha miracolosamente risollevato l’economia americana dall’abisso della recessione, in politica estera è stato quantomeno sfortunato sia nel suo interventismo riluttante e disordinato e intempestivo sia nel suo attendismo, dilapidando progressivamente il credito acquisito con l’uccisione di Bin Laden. La Russia ha approfittato del campo libero in Siria e gli effetti della recente riconversione della politica mediorientale americana, con il disgelo verso l’Islam sciita, sono ancora tutti da scoprire. Il mondo di oggi non è più a misura di America e ciò lo rende più pericoloso per l’americano col fucile.

Trump

L’establishment repubblicano non vuole che Donald Trump vinca le primarie. Persino i grandi vecchi della Fox come Bill O’Reilly o Glenn Beck gli stanno remando contro. In un sistema così oliato e interdipendente di lobby e politica, un outsider rappresenta un problema perché va ridiscusso un intero equilibrio di potere vecchio di decenni. A fidarsi dei sondaggi, sembra proprio che una soluzione dovrà essere trovata, a meno che il partito non punti unito verso un candidato che tuttavia ancora non riesce a emergere (Marco Rubio?).

Guardare un comizio di Donald Trump è un’esperienza ottundente, dopo un’ora ad ascoltare rimane in testa solo confusione. Sono discorsi del tutto irricevibili, collage di frasi brevi scollegate tra loro che si perdono in vicoli ciechi. Metà di un discorso lungo un’ora lo dedica a vantarsi dei propri numeri nei sondaggi, della propria sterminata ricchezza personale (in realtà tutta da dimostrare), del grande amore che riceve dalla gente, del successo del suo reality The Apprentice e del suo libro The art of the deal. Tutto ciò in modo molto scombinato, spezzettato: fa molte smorfie, apre milioni di parentesi. Poi dà delle canaglie ai giornalisti e degli stupidi agli avversari. Ogni tanto recita dei mantra: “Cina e Messico ci stanno uccidendo”, o promette generiche riscosse senza specificare come: “Con me vinceremo così tanto che vi stancherete di vincere”. Si tira i capelli per dimostrare che non porta il toupet.

Si vanta di non usare il teleprompter e di andare a braccio e la sua incapacità di elaborare un discorso compiuto incontra felicemente l’incapacità di mantenere l’attenzione del suo pubblico che aspetta la frase a effetto per sbracare, un po’ come da noi si sopportavano gli sproloqui berlusconiani in attesa del “Comunisti!” che avrebbe acceso i cuori.

Quindi niente a che vedere con i sermoni emozionanti e sbobinabili del pastore protestante Obama: nei discorsi di Trump non c’è struttura, non c’è climax, la frase a effetto è nell’aria e può erompere in qualsiasi momento. I discorsi di Obama erano costruiti per strati sovrapposti, accumulavano una tensione che veniva giocata tutta negli ultimi cinque minuti, quando alzava il volume della voce e salmodiava ed elevava gli spiriti. Era un’esperienza religiosa protestante in senso storico.

La cifra dell’esperienza religiosa trumpesca è invece evangelica nel senso della chiesa come crocevia caotico in cui ognuno è libero di cadere in trance, di parlare in lingue e nessuno è obbligato ad ascoltare.

Ma il vero talento di Trump – e la vera analogia con il nostro migliore Berlusconi al di là dei miliardi e della dialettica povera e del mistero voluttuoso dei capelli (nel suo caso un riporto esoterico a quadernino ripiegato) – è quello di scegliersi il terreno dello scontro. Dall’annuncio della sua candidatura ha immediatamente dettato l’agenda dei dibattiti (Messico, Cina, musulmani) costringendo gli avversari sulla difensiva. Con una mossa geniale ha cancellato dalla corsa Jeb Bush, sul quale le lobby avevano investito in massa, semplicemente trasferendo lo scontro dal piano dei contenuti a quello della biopolitica, dandogli del low energy. Da quel giorno il povero Bush, un distinto conservatore della migliore aristocrazia repubblicana, lotta quotidianamente, lontano dalla scena, per dimostrare di non essere moscio. Fa una tenerezza incredibile.

Tutto ciò non sarebbe in ogni caso possibile senza la sinergia con il sistema mediatico che, nella sua furiosa, allucinata missione di far perdere senso al mondo (o di sostituirlo con uno nuovo basato sulle visualizzazioni), si è letteralmente innamorato di Trump, ne asseconda e accredita, tra le risatine isteriche, qualsiasi sparata, e non vede l’ora che ne dica una più grossa.

I democratici

In una qualsiasi altra democrazia queste elezioni non avrebbero storia. Obama ha assunto la presidenza durante la peggiore recessione dal 1929 e in otto anni ha creato quasi 8 milioni di posti di lavoro, portando il tasso di disoccupazione dal 10% del 2009 all’attuale 5%. L’industria dell’automobile che nel 2008 era praticamente fallita adesso viaggia a ritmi di crescita del 20%. La produzione di petrolio è aumentata di quasi il 90%. Con la riforma del sistema sanitario 18 milioni di persone, finora scoperte, hanno adesso un’assicurazione.

Di fronte a questi dati non c’è da stupirsi se Trump abbia impostato la sua campagna elettorale sull’emergenza immigrazione dal Messico, emergenza tra l’altro fantasiosa visto che dal 2009 i messicani che hanno fatto ritorno in Messico sono 14000 in più rispetto a quelli emigrati nello stesso periodo verso gli Stati Uniti.

Eppure l’irrazionalità umorale che regola tanto i destini personali quanto quelli delle nazioni ci dice che questo novembre Hillary Clinton non si porterà la vittoria da casa, e paradossalmente proprio per la sua continuità con la presidenza Obama.

La Clinton, oltre a rappresentare uno dei volti del fallimento della strategia globale americana per i suoi quattro anni da dimenticare come Segretario di Stato, paga infatti l’assenza di una propria narrazione: nei suoi comizi non ha una storia da raccontare, né un’America bianca da terrorizzare; non ha un nemico da combattere e nessuna fine del mondo da anticipare.

L’unica carta che può giocarsi in un orizzonte di discontinuità con l’esistente è la prospettiva di essere il primo presidente donna (ma pur sempre il secondo presidente Clinton), per quello che questa prospettiva può evocare, ancora nel 2016.

Al contrario Bernie Sanders si è fatto portavoce del famoso 99% degli americani affamati dall’1%. Ha in mente una rivoluzione, ovvero trasformare gli Stati Uniti in una democrazia scandinava: redistribuire la ricchezza, demilitarizzare la nazione, chiudere le banche di investimento, istituire la sanità pubblica, rendere il college gratuito. Raccoglie consenso tra i giovani di Occupy Wall Street ma meno tra gli afroamericani dato lo scarso feeling in America tra la comunità nera e quella ebraica.

Ovviamente è fantascienza pensare a un senatore ebreo che si definisce un “democratico socialista” come candidato presidenziale credibile ma per adesso Sanders continua a raccogliere dollari, è avanti in New Hampshire e sta pressando da sinistra Hillary costringendola a prendere posizioni più laterali rispetto al centro che è la sua vera comfort zone.

Conversione al centro

È di qualche giorno fa la notizia che l’ex sindaco di New York Michael Bloomberg potrebbe partecipare come candidato indipendente alle elezioni, ricordando la candidatura di Ross Perot nel 1992, quando impedì a Bush sr la rielezione sottraendogli i voti necessari.

La storia potrebbe ripetersi nel 2016 nel caso in cui Bloomberg erodesse i voti di Trump, facendo vincere una nuova Clinton.

O magari si verificherà davvero quella convergenza degli opposti e gli Stati Uniti avranno infine un presidente miliardario come (e molto più di) Trump, ebreo come Sanders e nativo di quel centro che per il momento Hillary non può permettersi di occupare.

Top 5

 Nello spirito delle risatine isteriche, i cinque momenti finora più divertenti della campagna elettorale per le primarie:

  1. Trump che usa le scale mobili in discesa per andare a fare il discorso di annuncio della candidatura in cui darà degli stupratori ai messicani.
  2. La reazione di Lindsay Graham dopo che Trump ha reso pubblico il suo numero di telefono durante un comizio.
  3. Trump che dimostra come sia impossibile che il coltello che a 14 anni Ben Carson (il neurochirurgo sotto Lorazepam che per qualche oscura ragione a inizio novembre è stato il front runner repubblicano) ha tentato di conficcare in pancia a un amico si sia spezzato colpendo la fibbia della cintura di quest’ultimo.
  4. Carson che conferma non senza amor proprio la circostanza di cui sopra nonché di avere inseguito la madre con un martello.
  5. Il backstage del video elettorale in cui l’anguillesco ultraconservatore Ted Cruz (testa a testa in Iowa con Trump) riceve indicazioni su come abbracciare i propri cari.

 

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Satira politica o politica satirica? https://minimaetmoralia.it/interventi/satira-politica-o-politica-satirica/ https://minimaetmoralia.it/interventi/satira-politica-o-politica-satirica/#comments Thu, 12 Nov 2015 06:00:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29065 Pubblichiamo un intervento di Luciano Canfora apparso sul numero 4/2015 della rivista Hystrio all'interno del dossier dossier “Il comico, istruzioni per l’uso” a cura di Maddalena Giovannelli e Martina Treu. Ringraziamo l'autore e la testata (fonte immagine).

di Luciano Canfora

La recente esperienza drammatica di Charlie Hebdo ha riproposto con forza la questione della satira politica (anche la religione è ormai politica e forse lo è sempre stata), nonché la domanda intorno ai limiti che essa – la satira – deve porsi. In un mondo ideale nessun limite alla satira dovrebbe essere consentito, e nessuna reazione violenta dovrebbe essere prevedibile. Così non è nella realtà concreta e dunque il problema si pone.

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Pubblichiamo un intervento di Luciano Canfora apparso sul numero 4/2015 della rivista Hystrio all’interno del dossier dossier “Il comico, istruzioni per l’uso” a cura di Maddalena Giovannelli e Martina Treu. Ringraziamo l’autore e la testata (fonte immagine).

di Luciano Canfora

La recente esperienza drammatica di Charlie Hebdo ha riproposto con forza la questione della satira politica (anche la religione è ormai politica e forse lo è sempre stata), nonché la domanda intorno ai limiti che essa – la satira – deve porsi. In un mondo ideale nessun limite alla satira dovrebbe essere consentito, e nessuna reazione violenta dovrebbe essere prevedibile. Così non è nella realtà concreta e dunque il problema si pone.

Ricordo ancora, alla metà degli anni Settanta, cioè quarant’anni fa, le minacce di querela da parte di Enrico Berlinguer nei confronti di Forattini, il quale aveva l’abitudine, come vignettista de La Repubblica, di raffigurare Berlinguer in vestaglia e pantofole e magari con la brillantina in testa, a significarne l’imborghesimento. La situazione divenne quasi ridicola e spinse Forattini ad atteggiarsi sempre più a destro-qualunquista.

Gli insulti alla religione islamica da parte dei vignettisti francesi erano essenzialmente sciocchi, non per il contenuto che era nullo, ma per la volgarità. Il fatto però che degli indegni sicari fanatici li abbiano uccisi li ha resi postumamente eroi della libertà di stampa e di satira. Ma anche Aristofane ha messo sulla scena parole terribili e insultanti, non solo nei confronti degli uomini politici ma anche delle divinità. Come ho avuto occasione di scrivere in un recente numero di Micromega dedicato a Charlie Hebdo (1/2015) «bisognerebbe leggere o rileggere le Rane. Una raffigurazione più insultante di divinità veneratissime come Dioniso, Eracle, Plutone eccetera sarebbe difficile da trovare, non soltanto nella letteratura di ogni tempo, ma anche negli archivi di Charlie Hebdo. Il pubblico rideva ma non per questo perdeva i propri convincimenti e le proprie inclinazioni religiose. Cleone pensò di reagire agli insulti aristofanei: Cleone è passato alla storia come personaggio discutibile, se non negativo, Aristofane ha trionfato».

Aristofane fu portato davanti alla boulé ateniese da Cleone: non per le offese rivolte a Cleone medesimo, ma per la pesantissima diagnosi critica dell’imperialismo ateniese. Aristofane era sicuramente un conservatore, piuttosto amico dei golpisti del 411 a.C., e Cleone era un demagogo imperialista. Quando però Tucidide dà la parola a Cleone, lo fa parlare con una ampiezza di argomentazioni ed efficacia pari a quelle di Pericle.

La peculiarità del tempo nostro invece è che i principali comici non sono più i vignettisti o gli attori satirici, ma direttamente i politici stessi. Di solito si pensa che all’Italia spetti un primato in questo campo, dal momento che nell’ultimo ventennio (1994-2011) per una dozzina d’anni è stato Presidente del Consiglio un brillante showman che si era addestrato sulle navi da crociera.

Ciò non toglie che costui si sia rivelato un abile animale politico, deposto con la forza da una specie di golpe bianco e che abbia, al tempo stesso, creato all’estero l’immagine di un Paese governato da un grande comico. Attualmente gli è subentrato un comico molto più giovane e assai più ripetitivo, certamente meno abile nel giocare la tastiera della comicità e forse già avviato a una parabola discendente. Il suo grande interprete è un attore comico di una certa efficacia che si sforza di farne la satira ogni martedì e venerdì, ma quest’ultimo, molte volte, è al di sotto del modello, dal punto di vista dell’efficacia comica.

Una situazione del genere, sia pure in tono minore, si è verificata nella vicina Repubblica francese al vertice della quale si sono alternati due diversi interpreti della comicità (Dominique Strauss-Kahn e François Hollande, ndr), il secondo dei quali, in casco e motoretta, ha scalato le classifiche del primato comico. In ogni caso è stato un esito meno grave di quello che si sarebbe prodotto, anche dal punto di vista dei rapporti interpersonali con lo staff presidenziale, ove l’ex capo del Fondo Monetario Internazionale, arrestato in un albergo statunitense, fosse diventato presidente della Repubblica francese.

Il venir meno della netta distinzione tra politici e satirici alla fine ha nuociuto più alla satira che alla politica. Ad Atene o a Roma questo sarebbe stato inconcepibile.

 

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Il cantante veterano https://minimaetmoralia.it/estratti/il-cantante-veterano/ https://minimaetmoralia.it/estratti/il-cantante-veterano/#comments Sat, 27 Jun 2015 06:00:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27566 Vasco Rossi è nuovamente in tour, come ogni anno, o quasi, per la gioia dei suoi fan. Pubblichiamo un estratto da Siamo solo io. Dimissioni, latitanza e e ritorno di Vasco Rossi, scritto da Tommaso Naon e Francesco Zani per Italica edizioni. Il libro racconta la rockstar emiliana alla soglia dei sessant'anni, tra il 2011 e il 2013, in un momento particolarmente critico. Ringraziamo gli autori e l'editore.

di Tommaso Naon e Francesco Zani

Terminate le prove a Pieve di Cento, arriva il momento di fare sul serio. L’inizio del tour è sempre più vicino, e il primo giugno Vasco pubblica un video nel quale lo si vede attraversare il prato dello stadio del Conero, diretto verso il palco dove fremono i lavori coordinati da Diego Spagnoli. Pochi giorni ancora per mettere a punto lo show, e finalmente il 5 giugno si comincerà con la data zero.

Certo in Italia sono ben pochi i musicisti che possono permettersi un concerto di riscaldamento davanti a uno stadio pieno e un’attenzione mediatica da grande evento. Come succede ormai da diversi anni, i biglietti per questa prova generale sono stati riservati in un primo momento solo agli iscritti del Fan club ufficiale Vasco Rossi, e solo in un secondo tempo si sono aperte le vendite al pubblico, ma non è stato difficile esaurire i trentacinquemila posti a disposizione.

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Vasco Rossi è nuovamente in tour, come ogni anno, o quasi, per la gioia dei suoi fan. Pubblichiamo un estratto da Siamo solo io. Dimissioni, latitanza e e ritorno di Vasco Rossi, scritto da Tommaso Naon e Francesco Zani per Italica edizioni. Il libro racconta la rockstar emiliana alla soglia dei sessant’anni, tra il 2011 e il 2013, in un momento particolarmente critico. Ringraziamo gli autori e l’editore.

di Tommaso Naon e Francesco Zani

Terminate le prove a Pieve di Cento, arriva il momento di fare sul serio. L’inizio del tour è sempre più vicino, e il primo giugno Vasco pubblica un video nel quale lo si vede attraversare il prato dello stadio del Conero, diretto verso il palco dove fremono i lavori coordinati da Diego Spagnoli. Pochi giorni ancora per mettere a punto lo show, e finalmente il 5 giugno si comincerà con la data zero.

Certo in Italia sono ben pochi i musicisti che possono permettersi un concerto di riscaldamento davanti a uno stadio pieno e un’attenzione mediatica da grande evento. Come succede ormai da diversi anni, i biglietti per questa prova generale sono stati riservati in un primo momento solo agli iscritti del Fan club ufficiale Vasco Rossi, e solo in un secondo tempo si sono aperte le vendite al pubblico, ma non è stato difficile esaurire i trentacinquemila posti a disposizione.

Meno rosea è la situazione per il concerto in programma a Messina: proprio in quelle ore si sparge la voce che lo spettacolo è stato cancellato perché la magistratura ha sequestrato lo stadio, dopo che ne era crollata una parte. Vasco quindi compare di nuovo su Facebook per rassicurare tutti annunciando che gli organizzatori si limiteranno a ridurre l’agibilità e che il concerto si farà. Se la questione non fosse, per alcuni, tremendamente seria, ci sarebbe da dubitare delle parole del rocker, se non altro perché le foto che corredano i post lo ritraggono mentre indossa un paio di improbabili occhiali da sole a forma di chitarra, ricordo del recente matrimonio di Stef e della Corvaglia.

Il 4 giugno, alla vigilia dell’esordio del Live Kom 011, Vasco pubblica la foto del palco, che svetta come una torre mastodontica. L’immagine accompagna una riflessione:

«Quando sono sul palco è il momento in cui sono più sicuro e tutto è chiaro. Il bello è che prima dei concerti sono sempre un po’ preoccupato. Dovrei essere  molto più preoccupato quando mi sveglio la mattina e comincia una nuova giornata».

L’ultima testimonianza prima dell’inizio della nuova avventura è un clip datato 5 giugno, ore 16.43. Vasco è all’interno di un’automobile e, con l’ormai inseparabile sigaretta elettronica in bocca, si dirige verso la stazione a prendere il giornalista Vincenzo Mollica, al quale ha dato appuntamento per un’intervista che riserverà parecchie sorprese (ma questo lo sapremo solo in seguito). E poi il tempo a disposizione è davvero finito. Poi è ora che si spengano le luci e che cominci lo show, ma questo, su Facebook, davvero non lo si può seguire.

Una volta varcata la soglia dello stadio, la prima cosa che salta agli occhi è il palco. Dai vertici della sua base triangolare si innalzano tre torri in acciaio alte oltre cinquanta metri, e la panoplia di fari e maxischermi lascia presagire effetti speciali futuristici. La pioggia cade incessante per tutto il pomeriggio. Si placa solo verso sera, quando arrivano le prime note dell’introduzione strumentale a riempire il catino dello stadio. Nello schermo a led che funge da sipario compare l’immagine della Ford Taunus gialla – la stessa già vista sulla copertina del cd – che si avvicina al pubblico, quasi a investire la folla. Finalmente il sipario si alza e il palco viene rivelato. I musicisti sono già al loro posto, e i fan possono indicarseli uno a uno: Claudio Golinelli al basso, Matt Laug alla batteria, Maurizio Solieri e Stef Burns alle chitarre, Alberto Rocchetti al piano, Andrea Innesto al sax, Frank Nemola alla tromba e Clara Moroni ai cori.

Al centro c’è lui, Vasco: cappellino nero calcato in testa e occhiali da sole sul naso, veste dei jeans e un giubbotto in pelle. Attacca con tre brani tratti dall’ultimo album: Sei pazza di me, Non sei quella che eri e Starò meglio di così. Il pubblico risponde bene, i trentamila dello stadio del Conero conoscono le canzoni a memoria, ballano e saltano come sempre, anche se ormai le luci degli smartphone hanno definitivamente sostituito le fiamme degli accendini.

Gli enormi schermi ai lati del palco restituiscono con sapienza le immagini del concerto, indugiano spesso sugli occhi azzurri del Blasco che, dal canto suo, dà sfogo al repertorio fatto di “eeh…” strascicate, braccia che mulinellano nell’aria e giochi allusivi con l’asta del microfono. Tutt’attorno è un tripudio di luci, lingue di fuoco, elaborazioni grafiche e raggi laser che salgono e si inseguono sulle torri. Vasco esegue quasi tutti i brani del suo ultimo lavoro, e si lascia andare a qualche discorso nelle pause tra un pezzo e l’altro: «Vivere o niente vuol dire saper vivere senza Dio, saper rischiare perché la vita non è garantita, non basta stare buoni e tranquilli».

Per i fan è una situazione inedita: fino a oggi Vasco aveva sempre lasciato parlare le canzoni, affidando più volentieri il suo pensiero ai versi che alla prosa. Questa sera appare invece molto arringatore. Sulle note dell’interludio strumentale – ricco di passaggi interessanti e finanche divertenti, ma che spezza un po’ il ritmo dello spettacolo – gli schermi mostrano le immagini di un omino blu che, animato graficamente, cammina in equilibrio sul filo. Spiega Vasco: «È una metafora della vita, dell’importanza di stare in equilibrio fra forze e poteri. Un equilibrio che bisogna sempre cercare, ma che non è ricerca di un punto di stabilità fisso e sicuro».

Terminato l’interludio, il pubblico accoglie con un boato un vecchio brano che raramente è stato proposto dal vivo, Alibi. Contenuto nell’album Colpa d’Alfredo del 1980, è un pezzo visionario che si conclude con questi versi: «Lo portarono in questura, e lo fecero sedere. / Uscirà fra qualche mese, dice devono accertare, / controllare, verificare, analizzare, / eventuali coincidenze, connivenze, alibi!» Vasco ne approfitta allora per lanciarsi contro la modifica alle norme che regolano il fermo di polizia, che, nel silenzio più totale, è passato da ventiquattro a quarantotto ore: «Non è come nei telefilm americani che puoi chiamare l’avvocato, anzi non ti fanno telefonare nemmeno alla mamma». Poi continua: «Negli anni Settanta manifestavamo, ma la libertà va difesa ancora: milioni di persone sono morte per questo. E anche la vita non è garantita. Nemmeno dal governo che usa le vostre paure per fottervi, anzi per fotterci: non dimenticavelo».

Nella seconda parte del concerto c’è spazio per altri due momenti inediti. Il primo è un medley dance che propone in sequenza Rewind, Ti prendo e ti porto via, Gioca con me e Delusa. Sono i pezzi del rocker i cui remix più hanno fatto successo in discoteca, e non a caso sul palco salgono le dodici ballerine del Vasco Rossi dancing project, l’associazione culturale che ha come obiettivo la promozione della danza, presieduta dal regista Stefano Salvati ma voluta e finanziata dallo stesso Blasco.

Un altro medley, questa volta acustico, accompagna il concerto verso la sua chiusura. Come già si era visto nei palasport durante il tour europeo, Vasco si presenta da solo al centro del palco, armato di chitarra e microfono: «Ora voglio farvi vedere come nascono le canzoni» annuncia, e le dita cominciano a pizzicare le corde della chitarra. Inizia subito, riconoscibile, Jenny, e la voce del pubblico quasi sovrasta quella del cantante. L’esecuzione però termina in fretta, con Vasco che incespica, sorride e promette: «Facciamo che stasera me la studio in albergo, così la prossima volta la faccio meglio», e non si capisce se si tratti di uno scherzo oppure no. Seguono quindi un’infilata di classici da brivido fino al tripudio finale: con Vita spericolata e Albachiara si chiude, come da tradizione, il concerto.

Vasco non abbandona per molto i suoi amici virtuali. Alle 5.36 della mattina del 6 giugno posta su Facebook un video girato al termine dello spettacolo: si trova nel camerino, e Tania Sachs introduce un pugno di giornalisti, venuti a raccogliere le dichiarazioni a caldo, ognuno con il medaglione del pass al collo. Si riconoscono i volti delle più famose firme musicali, e Vasco li accoglie con l’obiettivo di un telefonino puntato su di loro. Li saluta uno alla volta, e in sottofondo si sentono le note di una canzone ancora inedita, I soliti. Ne anticipa l’uscita per settembre, cercando la frase ad effetto: «Questa uscirà a settembre, ed è la nuova… la nuova… come si dice?», ma si perde e, prima di lasciare spazio alla musica, conclude con un semplice: «A me piace un casino».

Si rivolge quindi ai giornalisti, ci scherza assieme e poi, con un sorprendente ribaltamento di ruoli, li presenta alla videocamera. Loro paiono un po’ imbarazzati, ma accettano di buon grado. Vasco comincia abbracciando Renato Tortarolo del Secolo XIX e lo avverte: «Poi vai a vederti i commenti al video di Youtube, così ti leggi un po’ di insulti anche tu. Lui si chiama Tortarolo, se volete scrivergli» dice poi rivolto all’obiettivo. Il riferimento è ai commenti astiosi che spesso compaiono sulla rete e che in passato hanno molto turbato il rocker.

Tocca quindi a Mario Luzzato Fegiz, storica firma del Corriere della sera: «Vi voglio far vedere Fegiz, perché voi ne sentite parlare ma ve lo voglio far vedere». Lo abbraccia e dice: «Lui è uno dei più grandi critici di serie, teste… teste…» si blocca, le parole non gli vengono.

Fegiz allora suggerisce: «Teste di serie!» E Vasco riprende: «Come si dice “teste di cazzo serie”? “Serie teste di cazzo” che io abbia incontrato nella vita» dice, rifilandogli una manata sulla spalla. L’esile critico abbozza e annuisce, prima di dichiarare: «Sono l’inventore del rock rurale».

«Mi definì, la prima volta, rock rurale, perché venivo da Zocca» chiarisce il Blasco. «Se invece fossi venuto da Milano, avrei fatto rock metropolitano» ironizza. Se c’è qualche altro artista che può permettersi di definire in questo modo un intoccabile come Fegiz, è difficile immaginarlo. Vasco poi si dirige verso l’unica donna della compagine di giornalisti, che rimane un po’ in disparte e viene colta dall’obiettivo mentre è intenta a sgranocchiare qualcosa. «Adesso posso salutare la signora?»

E quella risponde: «Non sono disponibile». Ma Vasco ribatte: «No, lei è disponibile perché lei è la signora che sempre mi bacchetta negli articoli». Si tratta di Marinella Venegoni della Stampa, che infatti coglie l’occasione per rimproverargli una giacca mimetica usata durante il concerto: «Non mi piace, perché tu non sei mimetico».

Quel che succede dopo questa presentazione, però, è affare privato e noi lo possiamo imparare solo dalle pagine dei giornali del mattino successivo. Da quel che riportano gli inviati, Vasco pare rilassato e ben disposto, e anticipa qualche informazione sulla sua nuova canzone, I soliti. «Uscirà a settembre per un documentario che andrà alla Mostra di Venezia» annuncia. Il titolo provvisorio, si apprende, è “Da Zocca a Los Angeles” e la regia è affidata a Alessandro Paris e Sibylle Righetti. La musica si ferma e Vasco chiacchiera volentieri, per cui è inevitabile riprendere i discorsi iniziati durante il concerto. Il Komandante parla subito di libertà: «La libertà va difesa, non è mai definitiva, consolidata, ma è sempre a rischio, mentre i ragazzi la danno per scontata». E poi anticipa quello che diventerà uno dei temi caldi delle sue polemiche estive: «C’è gente che 40 anni fa è morta per la libertà e mi fa ridere che oggi si accetti un sacrificio di un pezzo della propria come l’obbligo del casco per maggiorenni».

Si parla anche di proibizionismo, tema da sempre caro al Blasco: «Chi difende il proibizionismo fa gli interessi della mafia, spezzare il proibizionismo significherebbe sfiancare la mafia. Ma significherebbe anche rompere certi alibi dei benpensanti. Io vorrei fare l’Arci-tossico, in difesa dei tossicodipendenti, i più fragili, i più indifesi che vengono invece trattati come dei cani: la pericolosità sociale del drogato non esiste, il drogato ha bisogno di aiuto semmai. Io però non potrei fare il presidente dell’Arcitossico, pensavo di portare la candidatura di Capezzone: da radicale, mi sono molto stupito, quando è diventato il portavoce del Pdl, così invece si potrebbe riscattare».

Di lì a pochi giorni l’Italia sarà chiamata a votare ai referendum sui temi del nucleare, della privatizzazione dell’acqua pubblica e contro il legittimo impedimento. Quest’ultimo, in particolar modo, viene vissuto come un referendum sul governo Berlusconi, così in questi giorni alla televisione e sui giornali non si parla d’altro. Anche in camerino viene affrontato il tema, e il rocker di Zocca si sbilancia: «L’acqua è il problema più grande che c’è, io sono per l’acqua pubblica, è impensabile che possano usufruirne solo quelli che possono permettersi di pagarla. Lo dico da radicale, un radicale di sinistra: io da sempre sto accanto a quelli che hanno bisogno». Il Blasco si dimostra invece più possibilista, sul nucleare: «C’è in Francia, lo farei anche qui». Sul legittimo impedimento infine commenta: «Berlusconi quando era capo delle tv era un simpatico personaggio. Oggi penso che si debba avere rispetto per le cariche istituzionali, se si vuole che anche gli altri ne abbiano. Lui è sceso in politica per salvarsi dal fatto che negli anni 80 tutti facevano certe cose… Nel ’92 avrei fatto un’amnistia: tutti pari, Berlusconi tiene le tv, ma non fonda un partito del 30 per cento».

Negli ultimi istanti prima del congedo, Vasco fa ascoltare altri due brani inediti. Il primo si intitola Cambiare macchina, il secondo è un provino nel quale Vasco canta La luna, il pezzo scritto per Fiorella Mannoia. I giornalisti salutano e si fiondano a consegnare i loro articoli. Il Blasco, tra dichiarazioni e annunci di nuovi progetti, ha fornito parecchio materiale. La vera notizia, però, è per tutti la stessa: Vasco è in forma, la data zero si è conclusa alla grande, e ora è tempo di guardare alla prima, vera prova. Venezia e l’Heineken jammin’ festival lo stanno aspettando.

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Culto e potere nel Messico della NarcoGuerra https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/culto-e-potere-nel-messico-della-narcoguerra/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/culto-e-potere-nel-messico-della-narcoguerra/#comments Thu, 04 Jun 2015 14:00:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27162 di Fabrizio Lorusso

Pubblichiamo un estratto dal libro NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga di Fabrizio Lorusso.

Henry Kissinger diceva che il potere è un afrodisiaco. GiulioAndreotti, padrino della politica italiana del XX secolo, soleva ripetere che il potere logora chi non cel’ha. E ci sono persone che per averlo e mantenerlo affidano il proprio destino a forze occulte. Soprattutto in Messico, dove stregoni, maghi, guaritori, santi proibiti e rituali esoterici sono sempre stati presenti nelle cronache dei famosi e dei potenti, degli impresari, dei politici, delle stelle dello spettacolo o dei miti della televisione e del grande schermo. La tentazione di trovare favori, miracoli, successo e potere attraverso “lavori speciali”e magie affascina un po’ tutti, ma forse di più i politici.

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santamuerte

di Fabrizio Lorusso

Pubblichiamo un estratto  dal  libro NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli  della  Droga di Fabrizio Lorusso.

Henry Kissinger diceva che il potere è un afrodisiaco. Giulio Andreotti, padrino della politica italiana del XX secolo, soleva ripetere che il potere logora chi non ce l’ha. E ci sono persone che per averlo e mantenerlo affidano il proprio destino a forze occulte. Soprattutto in Messico, dove stregoni, maghi, guaritori, santi proibiti e rituali esoterici sono sempre stati presenti nelle cronache dei famosi e dei potenti, degli impresari, dei politici, delle stelle dello spettacolo o dei miti della televisione e del grande schermo. La tentazione di trovare favori, miracoli, successo e potere attraverso “lavori speciali”e magie affascina un po’ tutti, ma forse di più i politici.

L’ex governatore dello stato meridionale di Oaxaca, Ulises Ruiz, l’ex leader del sindacato nazionale degli insegnanti, Elba Esther Gordillo, che attualmente è reclusa nel penitenziario di Santa Martha Acatitla per malversazione di fondi, e il ministro della Pubblica Sicurezza del governo Calderón (2006-2012), Genaro García Luna, condividevano senza dubbio un interesse spiccato per l’esoterismo e tutte le credenze legate all’occulto. Il giornalista José GilOlmos, autore in Messico del libro Los brujos del poder (Gli stregoni del potere), ha descritto la passione di UlisesRuiz per la magia nera, la santeria cubana e il culto alla Santa Muerte: ossa, figure caraibiche, talismani e sacerdoti, sempre al suo seguito in qualità di consiglieri, lo circondano. Durante il conflitto e le proteste a oltranza degli insegnanti nel 2006 a Oaxaca, l’apparato repressivo del cinico governatore lasciò un saldo di 25 morti, decine di feriti, 7 desaparecidos, 500 arresti e 380 casi di tortura.

I flussi di speranzosi pellegrini verso la località di Catemaco, terra di stregoni e fattucchiere nell’atlantico stato di Veracruz, sono costanti e rispecchiano il sottofondo di pensiero magico e misticismo che in terra azteca hanno radici solide e profonde.Vari personaggi famosi, secondo cronache locali, avrebbero preso parte a cerimonie e cercato preziosi consigli politici o economici sulle rive della laguna di Catemaco: da Carlos Salinas, presidente dal 1988 al 1994, all’economista e politico Pedro Aspe, da CuauhtémocCárdenas, ex candidato delle sinistre nel 1988, ad Andrés Manuel López Obrador, candidato progressista alla presidenza nel 2006 e 2012, da Marta Sahagún, moglie dell’ex presidente Fox, al conduttore televisivo Raúl Velasco. Tutti interessati a intercettare le vibrazioni cosmiche quanto i consensi delle masse.

Secondo gli stregoni, la magia nera o bianca è in cima alla classifica delle richieste dei governanti. Anche la figura della Santa Muerte, la Parca scheletrica che in Messico è oggetto di culto e venerazione da parte di milioni di devoti, è utilizzata, insieme ad altri santi popolari e altre icone devozionali, per provare a esaudire sogni di gloria e piani politici. Molti santoni eseguono lavori con la Santissima Muerte, anche se in realtà l’essenza del suo culto è un’altra. Infatti, si tratta di una devozione popolare alla morte che da secoli è praticata in Messico clandestinamente e solo dall’inizio del nuovo millennio s’è diffusa esponenzialmente nonostante l’opposizione della Chiesa.

Oggi i simpatizzanti e i praticanti del culto sono stimati tra i 5 e i 10 milioni in tutto il mondo, e, in effetti, non sono molti i punti di contatto con la stregoneria e la magia. Queste sono pratiche, non culti, e si utilizzano per modificare la realtà esterna, per ottenere effetti desiderati attraverso evocazioni, rituali, formule e con la forza di volontà. La Santa Muerte s’identifica con una divinità o ente, la morte, raffigurata dall’immagine medievale scarnificata che portarono gli spagnoli e le congregazioni cattoliche in America durante la conquista. La spada e la croce. E la Muerte. La Grande Falciatrice ossuta con la roncola e il mondo tra le mani assomiglia alle famose Catrinas del disegnatore messicano José Guadalupe Posadas, ma in realtà è un’altra cosa. Nella sua versione santificata la chiamano Niña Blanca, Bonita o Flaquita.

Lo studioso di religioni Stefano Bigliardi,specializzato nel concetto di miracolo, ha approfondito in Messico la conoscenza del culto della Santissima Muerte e ha sottolineato la differenza tra la categoria dei milagros, cioè eventi di tipo sovrannaturale e straordinario, e quella dei paros, più adatta a descrivere il tipo di favori che concede la Santa Muerte, a detta dei devoti. La Niña Blanca “fa i paros”, ovvero protegge, blocca la mala-vibra e la sfortuna, ti aiuta a trovare lavoro, salute, amore e denaro, a non essere rapinato, a eludere una fine violenta, a sconfiggere i tuoi nemici e a scansare i pericoli e le incertezze. Insomma, paro è un termine colloquiale messicano, riferibile anche all’infarto, cioè al paro cardiaco, ed è una voce del verbo parar che significa “fermare”, per cui la Santa evita, para o ferma il verificarsi di situazioni pericolose e attacchi contro i suoi accoliti, più che manifestarsi al di fuori delle leggi della natura.

Il cantante popolare messicano BetoQuintanilla, el mero león del corrido,cioè il leone del genere musicale dei corridos, diceva nella sua canzone dedicata alla magrolina o Flaquita: 

Sono già in milioni a pregare per Lei, la Chiesa comincia a tremare/ apertamente ormai ci sono preti che la iniziano ad adorare/ mafiosi e uomini della legge se la cominciano a tatuare/ anche politici e dirigenti le fanno l’altare.

In fondo i corridos raccontano la realtà, i bassifondi e la cultura popolare meglio di qualunque altra espressione artistica o giornalistica, e il potere, a volte, unisce il sacro e il profano,lo spirito e la carne.

Ogni culto ha degli aspetti exoterici, esteriori, ma anche esoterici, cioè occulti e misteriosi. Sono exoterici i rosari per la strada dedicati alla Niña Blanca o la venerazione aperta del popolo per altri santi non canonici come il guaritore NiñoFidencio, Pancho Villa o Juan Soldado. Sono esoteriche le formule che uno stregone o un brujomexicano usa per legare eternamente a noi la persona amata o i rituali d’iniziazione di una setta, per esempio. 

Storicamente la politica, nella sua accezione di esercizio del potere, ha mostrato una certa attrazione per l’esoterismo e ciò che è segreto e occulto. La vicinanza della medium personale della moglie di Abraham Lincoln e dell’astrologa di Nancy Reagan, Joan Quigley, con i loro rispettivi mariti presidenti fu emblematica, così come l’ascesa della Skull and Bones, la società segreta più influente d’America, grazie all’adesione di Bush padre e figlio. In Italia, Letizia Moratti, ex ministra dell’Istruzione e sindaco di Milano dal 2006 al 2011, altresì nota come “la Thatcher italiana”, si avvalse dei servizi di un celebre sensitivo che avrebbe addirittura influito sulla formazione del consiglio comunale. Silvio Berlusconi è senza dubbio conosciuto all’estero e in Italia per la sua vita eccentrica. La rivista L’Espresso ha mostrato che la sua villa in Sardegna s’ispira a una simbologia erotico-esoterica, forse perché l’imprenditore e politico appartenne alla loggia massonica Propaganda due o p2, poi dichiarata illegale e sovversiva dal Parlamento nel 1982. Il Venerabile Maestro e fondatore della loggia, Licio Gelli, strinse vincoli importanti col generale argentino Emilio Eduardo Massera, membro di spicco della giunta militare che instaurò un regime dittatoriale, responsabile di centinaia di morti e 30.000desaparecidos tra il 1976 e il 1983, nel Paese sudamericano.

In Argentina, vi furono simbiosi interessanti e inquietanti tra culto e potere. Negli anni Settanta, José López Rega, stregone influente tra i collaboratori storici del presidente Juan Domingo Perón, era il contatto argentino della p2 e arrivò a ricoprire la carica di ministro del Benessere Sociale. Mabel Camera fu la pitonessa del “presidente della crisi finanziaria”, Fernando de la Rúa, mentre negli anni Novanta il capo di stato populista Carlos Menem aveva alla sua corte una chiaroveggente personale. Anche in Africa la stregoneria non è solo un’eredità ancestrale o di tipo tribale, quanto piuttosto un elemento integrante della vita politica e del sistema capitalista, esportato dagli europei all’epoca delle colonizzazioni e in seguito mantenuto senza troppi cambiamenti sostanziali: sono tanti i governanti che si servono della divinazione, della magia o della stregoneria per vincere elezioni e guadagnare potere, per indovinare le mosse giuste in campagna elettorale o durante una crisi interna.

Senza dubbio l’America deve molto al continente nero in termini religiosi, data la presenza molto forte di tradizioni africane come la santeria, il vudù, il candomblé e il palo mayombe, soprattutto nei Caraibi e in Brasile. Queste, così come il culto alla Santa Muerte e la stregoneria, non si relazionano necessariamente alla magia nera o a influssi spirituali negativi, anzi. Ma tutto dipende da chi e come le utilizzano e per quale scopo.

In Messico, all’epoca del presidente conservatore Vicente Fox (2000-2006), Genaro García Luna era a capo dell’oggi soppressa Agenzia Federal de Investigaciones (AFI) e aveva una statua della Flaquita nel suo ufficio. In seguito, il presidente Felipe Calderón (2006-2012) lo nominò ministro della Pubblica Sicurezza. A quanto pare, García Luna a un certo punto sostituì la tipica figura della Santa Muerte, la Parca scheletrica con la falce e il saio da francescano, con quella dell’Angelo della Morte, o Ángel de la Muerte, proprio secondo quanto andava raccomandando ai fedeli l’autonominato arcivescovo della Santa Muerte, padre David Romo. Si tratta di un personaggio controverso, oggi in carcere condannato a dodici anni per frode elettorale e a sessantasei per partecipazione a banda organizzata a scopo di rapimento, furto ed estorsione.

Per anni Romo tentò senza successo di trasformare il culto spontaneo e orizzontale alla Santa Muerte in una specie di religione, dotata di un’istituzione verticale, una dottrina ufficiale, dei sacerdoti, dei diaconi e cerimonie ben definite. Nel 2005 il ministero degli Interni messicani tolse il riconoscimento legale alla sua Chiesa Santa Cattolica Apostolica Tradizionale Messico-StatiUniti o, più brevemente, Iscat Mex-Usa, ma l’attività del padre continuò fino al suo arresto nel 2011. La modella e attrice messicana Carmen Campuzano è anch’essa devota della Santa Muerte, che l’avrebbe aiutata, temporaneamente, a uscire dai suoi gravi problemi di dipendenza dalle droghe. Il giornalista José GilOlmos racconta che anche la mitica attrice dell’era dorata del cinema messicano, MaríaFélix, la venerava. E così pure la cantante e attrice cubano-messicana Niurka Marcos e il suo ex compagno, l’attore di telenovele Boby Larios, i quali nel 2004 si sposarono giurando fedeltà proprio di fronte alla Chiesa di padre Romo.

Comunque sia, la Santa Muerte raccoglie consensi e devoti in paesi lontani dal Messico e“insospettabili”: dalla Germania alla Spagna, dall’Italia alla Danimarca, dal Giappone agli angoli più impensabili dell’America centrale, meridionale e settentrionale, la migrazione, il turismo e internet hanno contribuito alla sua rapida diffusione e massificazione. Le gerarchie ecclesiastiche combattono l’espansione di questa devozione che, malgrado tutto, pare inarrestabile e autonoma rispetto a istituzioni e sacerdoti. Nel mercato di Sonora a Città del Messico, noto per l’immensa varietà dei prodotti esotici, esoterici e curiosi che vi si vendono, il merchandising legato alla Niña Bonita è superato solo da quello della Madonna di Guadalupe, la santa patrona nazionale. Non hanno funzionato in passato i tentativi del Vaticano di “liberare dal diavolo” i devoti della Flaca, né altre strategie contro la Santa Muerte come le minacce di scomunica, la “semina” di altari del santo cattolico rivale, san Giuda Taddeo, o l’assoldamento di esorcisti specializzati nella capitale. Il fatto è che non c’è nessun Satana da estirpare dall’anima dei cosiddetti santamuertistas. Quello che c’è è la crisi della Chiesa in America, endemica come l’emorragia di fedeli di fronte all’avanzata dei pentecostali e dei protestanti o delle multinazionali della fede come l’americana Scientology e la brasiliana Pare de Sufrir (“Smetti di soffrire” o Chiesa universale del Regno di Dio). Ciononostante,il Vaticano resta comunque al vertice di un potere religioso e temporale, globale e millenario.

Tra i potenti, includendo narcos e boss mafiosi, la religiosità è un elemento identitario e fondamentale. La connessione mediatica delinquenza-Santa Muerte è nata in seguito alla cattura nel 1998 del famigerato rapitore seriale Daniel Arizmendi López, El Mochaorejas (“Il Mozzaorecchie”), che nel suo appartamento nascondeva un altare alla Niña Blanca che poi, con il consenso delle autorità carcerarie, poté portare nella sua cella del penitenziario La Palma. Pochi media hanno parlato, però, dell’immagine della santa nazionale messicana, la Madonna di Guadalupe, che, subito dietro all’effigie della morte, occupava un posto d’onore nel suo altare casereccio. Era giocoforza creare il mito della Madonna dei delinquenti.

Nell’aprile 2001 venne arrestato Gilberto García Mena, alias “ElJune”, luogotenente del boss OsielCárdenas, l’allora capo del cartello del Golfo. Nel giardino della sua villa l’esercito trovò un bel santuario della Bambina Bianca, per cui la Santa Muerte cominciò a essere associata anche alla narco-cultura e ai signori della droga. Le operazioni militari della narcoguerra si preoccupano sempre più di distruggere gli “spazi sacri” dedicati alla Santa Muerte, soprattutto nel Nord del Paese, dove la violenza raggiunge picchi intollerabili e si punta sul colpo mediatico pur mostrare risultati.

Nel dicembre 2010, a Nuevo Laredo, in pieno territorio dei narcos Zetas, il sindaco Ramón Garza Barrios proibì ufficialmente la vendita di immagini della Santa Muerte per le strade e richiese al ministero delle Comunicazioni e i Trasporti l’eliminazione da strade e androni dei suoi altari. Nonostante le persecuzioni e le sparate mediatiche, i santi preferiti dai narcos, in realtà, sono molti più di quanto non si creda: la Madonna di Guadalupe e san Giuda sono importantissimi, così come il Robin Hood del Sinaloa Jesús Malverde, oltre alla Santissima. Secondo alcune voci, diffuse dalla stampa messicana, nel 1996 perfino il potentissimo “Señor de los Cielos”, Amado Carrillo Fuentes, capo dell’allora egemonico cartello di Juárez, avrebbe ordinato la costruzione di un piccolo santuario in suo onore, ma è indubbio che i fenomeni dei narco altari e delle narco elemosine, ossia le prebende elargite dai narcos alla Chiesa o a culti “alternativi”, abbiano coinvolto negli anni diversi tipi di istituzioni religiose, di santi e devozioni. La Muerte non è l’unica a ricevere doni e attenzioni.

La studiosa argentina Lía Dansker ha lavorato presso vari istituti correzionali per minorenni di Città del Messico e ha riscontrato come san Giuda sia il più amato tra i giovani reclusi, provenienti in gran parte dai quartieri marginali della capitale, mentre la Santa Muerte, anche se in crescita, resta al secondo posto in classifica. Entrambi i culti si inseriscono comunque su un fondo cattolico comune. Lía s’è guadagnata la fiducia dei giovani reclusi coi suoi aneddoti sul “cugino argentino” della Santa Muerte, il popolare San La Muerte, e su un’altra icona proibita ma celeberrima: il GauchitoGil. In Argentina, come espressione di devozione e lealtà nei loro confronti, non si fanno solo tatuaggi o promesse, ma si arrivano a impiantare le figurine di plastica o di resina dei santi sottopelle con un’operazione chirurgica improvvisata. Se le ferite si infettano o il corpo del fedele rigetta la statuina, il miracolo non sarà concesso; se invece l’operazione funziona, il santo accompagnerà per sempre il suo accolito nelle sue avventure.

Il misticismo e il potere si accoppiarono nella Germania nazista: una corte di maghi, astrologi e occultisti circondava Adolf Hitler. Il Führer li incluse tra le file delle SS. Il capo di quest’organizzazione militare, Heinrich Himmler, soleva ritirarsi nel suo castello di Wewelsburg per effettuare rituali iniziatici ed esoterici, mentre Hitler consultava il suo astrologo personale prima di prendere decisioni importanti. Anche il suo alleato italiano, Benito Mussolini, pare avesse trovato in Giuseppe Cambareri un consigliere esoterico di fiducia. Il misticismo nazi si basava su miti, leggende e visioni politico-religiose che giustificavano la superiorità della razza ariana e i deliri di onnipotenza dei suoi ideatori. Oggi il nazismo esoterico caratterizza, per esempio, un partito politico come Alba Dorata in Grecia e parte del neofascismo italiano. Un nazista esoterico noto in America Latina fu Miguel Serrano, diplomatico e intellettuale cileno, amico del poeta filofascista Ezra Pound e autore di Hitlerismo esoterico Adolf Hitlerl’ultimo Avatara. L’organizzazione Nuova Acropoli, fondata in Argentina dal poeta Jorge Ángel Livraga Rizzi nel 1957 e presente in Messico, Italia e una quarantina di altri paesi, è stata descritta dal Parlamento europeo nel 1984 come «gruppo fascista e paramilitare». Il giornalista argentino Alfredo Villetta ha definito la sua ideologia come un mix di elementi «esoterici, di teosofia, di orientalismo,di alchimia, astrologia e un po’ di filosofia greca». I neonazi sono usi a mischiare e ricreare tradizioni e simboli, siano essi musicali, religiosi o letterari, appropriandosi dei più adeguati alla diffusione della loro ideologia e all’avvicinamento di seguaci verso cause politiche trasformate in culti e dogmi.

Nel barrio di Tepito dicono che la Santa Muerte non «nasconde la gente cogliona, né innalza gli stronzi». È un ragionamento che non fa una piega, soprattutto quando si tratta di culto, potere, ideologia e religiosità, dato che esistono limiti all’ambizione materiale e spirituale che non andrebbero superati. Tepito è un quartiere enclave di artigiani, commercianti e sopravviventi del caos metropolitano in cui la Santissima è la patrona, «più tosta della Madonna», e «fa sgami, paros, non solo miracoli», secondo i suoi seguaci. In fin dei conti, i devoti chiedono una vita e una morte buone. Dalbarrio bravo non si scappa, ma ci si resta per imparare, perché la saggezza di quartiere può essere diretta e tagliente come una lama o star nascosta tra i vicoli e i doppi sensi sottili della parlata locale.

In Messico la Santa Muerte sta avendo un discreto successo anche tra le classi alte, ma molto più radicata è la sua venerazione tra quelle popolari, sempre più escluse dalle attenzioni di Chiesa, stato e istituzioni. Quando la morte si fa presente nella società, il suo culto si fortifica. E quando i diritti umani sfumano, la Santa Muerte prende il posto di chi dovrebbe garantirli. La Flaca è un sostegno spirituale che dà protezione, lavoro, salute, denaro e sicurezza. Nel Messico della narcoguerra sono beni scarsi, soprattutto per quei devoti silenziosi che dal potere fuggono più che cercarlo.

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L’attacco ai giornalisti dell’Unità non riguarda solo loro https://minimaetmoralia.it/editoria/attacco-ai-giornalisti-dellunita-non-riguarda-solo-loro/ https://minimaetmoralia.it/editoria/attacco-ai-giornalisti-dellunita-non-riguarda-solo-loro/#comments Wed, 06 May 2015 14:49:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26668 Condividiamo con i lettori di minima&moralia questa riflessione di Alessandro Leogrande pubblicata su Internazionale - che ringraziamo - e esprimiamo il nostro sconcerto e la nostra solidarietà a tutti i giornalisti e agli ex direttori dell'Unità per quanto sta avvenendo. (nella foto, Concita De Gregorio, che dell'Unità è stata direttore dal 2008 al 2011)

Ventisei giornalisti dell’Unità e gli ex direttori Concita De Gregorio, Claudio Sardo e Luca Landò sono chiamati a risarcire tutti quelli che, da Silvio Berlusconi ad alcuni generali dei servizi segreti, hanno fatto causa al quotidiano negli anni passati.

Dopo la chiusura del giornale la società editrice (la Nie di Renato Soru) si è dileguata e il Partito democratico, il partito di riferimento che ora vorrebbe riportare il giornale in edicola, finora si è limitato a dire che questo non è un suo problema.

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concita-2Condividiamo con i lettori di minima&moralia questa riflessione di Alessandro Leogrande pubblicata su Internazionale – che ringraziamo – e esprimiamo il nostro sconcerto e la nostra solidarietà a tutti i giornalisti e agli ex direttori dell’Unità per quanto sta avvenendo. (nella foto,  Concita De Gregorio, che dell’Unità è stata direttore dal 2008 al 2011)

Ventisei giornalisti dell’Unità e gli ex direttori Concita De Gregorio, Claudio Sardo e Luca Landò sono chiamati a risarcire tutti quelli che, da Silvio Berlusconi ad alcuni generali dei servizi segreti, hanno fatto causa al quotidiano negli anni passati.

Dopo la chiusura del giornale la società editrice (la Nie di Renato Soru) si è dileguata e il Partito democratico, il partito di riferimento che ora vorrebbe riportare il giornale in edicola, finora si è limitato a dire che questo non è un suo problema.

In base alla legge della stampa, una causa di risarcimento danni coinvolge tre soggetti: l’autore dell’articolo, il direttore del giornale e l’editore. Ma se il terzo soggetto, che dovrebbe garantire i primi due, viene meno, giornalista e direttore si trovano esposti all’azione giudiziaria.

In questo caso, dopo un pronunciamento di primo grado, i giornalisti e gli ex direttori del giornale sono chiamati a vario titolo a pagare una cifra che complessivamente si aggira intorno al mezzo milione di euro. Una cifra notevole, per raggranellare la quale sono partiti i pignoramenti delle case e degli stipendi.

Sia, quindi, verso quei giornalisti che hanno lavorato e continuano a lavorare in territori difficili, in Sicilia e in Calabria. Sia verso gli ex direttori: la più vessata, Concita De Gregorio, ha subito quaranta cause.

Come sottolineato dalla Federazione nazionale della stampa, quello che sta succedendo agli ex giornalisti dell’Unità, nel silenzio della politica, è la spia di una crisi molto più profonda.

Negli ultimi anni sono decine le testate che hanno chiuso e ancora di più gli editori che sono evaporati, lasciando le redazioni non solo senza lavoro ma anche esposte al rischio di cause simili. Le querele e le richieste esorbitanti di risarcimento danni sono sempre abbondate nel mondo del giornalismo, e spesso sono state utilizzate come arma d’intimidazione contro le inchieste più scomode, contro i lavori di indagine più approfonditi.

Ma in un mondo dell’editoria disarticolato, rischia ora di crearsi un effetto perverso. I giornalisti sono esposti direttamente ai pignoramenti, a dover risarcire somme che non metterebbero insieme neanche in cinque-sei anni di retribuzioni, qualora non siano in grado di difendersi e farsi difendere adeguatamente nei processi. Unendo tutto ciò alla riduzione del numero di testate ancora solide, il panorama che ne viene fuori appare sempre più asfittico.

Sollecitato dalla Federazione nazionale della stampa, il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi ha annunciato che il primo impegno sarà quello di destinare i residui contributi pubblici a un fondo di solidarietà per la libertà di informazione.

Tuttavia, al di là delle proposte, è evidente che il nodo Unità, oltre a essere la spia di una situazione più generale, riguardi direttamente anche il rapporto tra il Pd di Matteo Renzi e la testata storica che la nuova segreteria intende riportare in edicola.

Qual è il giudizio politico su queste “pendenze” del passato? E cosa dicono dello stato di salute della stampa? E, soprattutto: a cosa serve un giornale?

Di recente Franco Cassano, parlamentare del Partito democratico e autore di L’umiltà del male, ha ammesso di trovare “scandaloso che il più grande partito italiano non abbia un giornale, una sede nella quale si possa manifestare e costruire la sua opinione pubblica e che l’unico modo per conoscere l’opinione dei suoi dirigenti sia leggere le interviste che essi di volta in volta rilasciano ai grandi giornali. Sarebbe un modo attraverso il quale limitare il protagonismo esclusivo del leader e dei suoi critici”.

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Tranquillo, non importa. Dedicato a Kurt Cobain https://minimaetmoralia.it/estratti/tranquillo-non-importa-ebook/ https://minimaetmoralia.it/estratti/tranquillo-non-importa-ebook/#comments Tue, 05 May 2015 13:00:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26626 Pubblichiamo l’introduzione di Christian Caliandro all'ebook collettivo “Tranquillo, non importa” (Edizioni Sette Città) a cura di Daniele Piovino, interamente dedicato a Kurt Cobain in occasione dell'uscita nelle sale italiane del documentario “Montage of Heck”, e liberamente scaricabile qui (da Ultimabooks, Amazon e Kobo, o anche in pdf). 

È strano ciò che sta accadendo - mentre esce oggi anche nelle sale italiane Cobain: Montage of Heck, il documentario diretto da Brett Morgen.

È come se la generazione grunge italiana stesse, di fatto, sbocciando e fiorendo solo adesso. In Bloom.

Allora (allora significa un pugno di mesi e di anni: tra l’apparizione di Nevermind e la sua onda lunga, i mitologici concerti italiani, la performance a “Tunnel” e il coma a Roma e la fine) avevamo più o meno tra i dieci e i vent’anni: anche gli autori di questo ebook collettivo sono tutti nati tra i primi anni Settanta e la seconda metà degli anni Ottanta.

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Pubblichiamo l’introduzione di Christian Caliandro all’ebook collettivo “Tranquillo, non importa” (Edizioni Sette Città) a cura di Daniele Piovino, interamente dedicato a Kurt Cobain in occasione dell’uscita nelle sale italiane del documentario “Montage of Heck”, e liberamente scaricabile qui (da Ultimabooks, Amazon e Kobo, o anche in pdf). 

È strano ciò che sta accadendo – mentre esce oggi anche nelle sale italiane Cobain: Montage of Heck, il documentario diretto da Brett Morgen.

È come se la generazione grunge italiana stesse, di fatto, sbocciando e fiorendo solo adesso. In Bloom.

Allora (allora significa un pugno di mesi e di anni: tra l’apparizione di Nevermind e la sua onda lunga, i mitologici concerti italiani, la performance a “Tunnel” e il coma a Roma e la fine) avevamo più o meno tra i dieci e i vent’anni: anche gli autori di questo ebook collettivo sono tutti nati tra i primi anni Settanta e la seconda metà degli anni Ottanta.

Tutto il resto qui era Milano Tangentopoli Capaci Palermo e la continuazione degli anni Ottanta con altri mezzi – la copertina di Nevermind sulla maglietta che Leonardo Notte usa in casa mentre sta sollevando i pesi in 1992-la serie. I pesi. (E Bibi Mainaghi che ascolta stesa sul divano Sweet Oblivion degli Screaming Trees: anche quella è un’immagine stonata: fuori contesto, fuor di sesto.)

Contatto: solo ora forse, vent’anni dopo, stiamo realmente entrando in contatto con quello stesso nucleo oscuro pulsante di disperazione disagio rabbia ribellione. In modo razionale, voglio dire.

Kurt Cobain è stato uno straordinario catalizzatore. Un autore che ha saputo non solo cristallizzare i ricordi più preziosi e dolorosi, ma anche e soprattutto tenerci agganciati (con Bleach, Incesticide, In Utero) ad una zona psichica che era l’esatto opposto di quello che ci circondava, e che soprattutto si stava preparando. L’elemento più affascinante importante è forse proprio questa discrepanza che istintivamente riconosciamo, e che va indagata: il 1994, quindi, di quel suicidio che da allora in poi funziona da spartiacque nelle nostre adolescenze, e della pressoché contemporanea discesa in campo di Silvio Berlusconi, annunciata via etere la sera del 26 gennaio con inediti strumenti comunicativi. Quei 9 minuti e 37 secondi sono destinati a modificare in profondità lo scenario politico, sociale e culturale italiano del successivo ventennio. Nella notte tra il 3 e il 4 marzo, Cobain va in overdose in una suite dell’Hotel Excelsior, per una combinazione di champagne e Rohypnol: viene ricoverato prima presso il Policlinico Umberto I, poi trasferito all’American Hospital. Alle elezioni anticipate del 27 marzo il “nuovo partito” italiano prevale nettamente sulla “gioiosa macchina da guerra” del Pds. La mattina dell’8 aprile, il corpo del cantante viene scoperto nella casa di Lake Washington Boulevard a Seattle: il rapporto del coroner stabilisce che il suicidio risale a tre giorni prima.

In quel momento, due destini collettivi divergono – oppure misteriosamente convergono.

E quell’anno, quel momento, quella primavera non a caso ritornano ossessivamente in molti di questi testi.

***

Un altro aspetto interessante riguarda i modi in cui siamo venuti a conoscenza di questo gruppo e del suo contesto: come cioè una sottocultura (in questo caso, l’ultima sottocultura conosciuta) può essere conosciuta ai quattro angoli del pianeta, anche nell’Italia sperduta delle sue province.

La sottocultura nel mondo anglosassone ha sempre su e di una tensione fondamentale: da una parte essa si opponeva alla cultura mainstream, calata dall’alto, e rappresentava qualcosa di autogenerato, prodotto integralmente dal basso; d’altra parte, ogni sottocultura tendeva naturalmente verso il mainstream, a ciò che in altri ambiti e regimi discorsivi si definirebbe ‘il successo’. È lo schema che Tom Wolfe in Come ottenere il successo in arte (The Painted Word, 1975) definiva “danza BoHo”, riferendosi alle avanguardie e alle neoavanguardie artistiche (e il legame è abbastanza naturale e immediato, dal momento che per molti versi le sottoculture sono gli eredi legittime delle avanguardie: l’avanguardia non finisce né muore tra anni Sessanta e Settanta, ma semplicemente salta, esorbita dal territorio di partenza verso la cultura di massa): BoHo deriva dalla fusione di Bohémien e SoHo, e Wolfe voleva dire che l’artista oscilla sempre tra retoriche rivoluzionarie e aspirazioni di altro genere (SoHo era rapidamente diventato, all’epoca, il quartiere newyorkese più alla moda).

Inoltre, occorre tenere presente un processo abbastanza ovvio, ma che spesso ci sfugge: nel periodo che le riguarda (cioè tra gli anni Sessanta dei Mod e i primi anni Novanta del grunge, passando per psichedelia, glam rock, punk, post-punk, new wave, hip-hop, techno), le uniche sottoculture che conosciamo sono quelle che hanno compiuto il salto decisivo verso il mainstream, il livello di massa; senza questo passaggio (storico, culturale, economico e biografico), la sottocultura si estingue anche nella percezione collettiva – perché riguarda al massimo il centinaio o il migliaio di persone che ne hanno fatto parte. Nessuno la ricorderà.  E invece è abbastanza magico che, per esempio, un genere musicale nato in pochissimi locali-non locali della città più squallida, desolata e isolata degli anni Ottanta americani (Seattle) e ascoltato dagli stessi che lo praticavano e lo inventavano praticandolo abbia oltrepassato gli angusti confini della penisola di Olimpia e abbia raggiunto adolescenti e preadolescenti di tutto il pianeta (me, per esempio, tredicenne nell’estremo Sud Italia).

Grazie all’impatto sulla cultura di massa, la sottocultura non solo oltrepassa i suoi confini spazio-temporali, ma estende la sua stessa percezione, in ampiezza e profondità: così, attraverso i Nirvana quasi tutti abbiamo potuto conoscere e apprezzare i Melvins, gli Screaming Trees, gli Husker Dü, gli Alice in Chains, i Pearl Jam, Mudhoney, i Tad, le Babes in Toyland, le L7, i Love Battery (così come passando per i Cure e i Depeche Mode abbiamo potuto raggiungere Joy Division, Siouxsie and the Banshees, New Order, Dead Can Dance, Alien Sex Fiend, Wire e Young Marble Giants).

Il vero problema è che, dopo la morte del grunge, praticamente non ci sono più state vere e proprie sottoculture. In un bellissimo documentario di Scott Crary del 2004, Kill Your Idols, il musicista e performer Arto Lindsay commentava così il confronto tra la scena musicale newyorkese dei primi anni Duemila e quella tra fine anni Settanta e inizio anni Ottanta: “la questione è che qui c’è una generazione che viene venduta a se stessa”. Dirlo più precisamente di così è quasi impossibile. L’idea che negli ultimi vent’anni non siano riconoscibili forme di produzione culturale ‘resistente’, che non ci sia stato più nessun ‘sotto’ o ‘fuori’ ma solo un gigantesco, unico ‘dentro’ (fatto unicamente di quelle che, con toni entusiastici, nel 2006  ha definito nicchie…) è abbastanza inquietante. E invece molto pochi sono inquieti e inquietati.

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Basta in questo senso riascoltarsi Montage of Heck, il collage musicale creato da Cobain con un registratore a 4 tracce tra 1987 e 1988 (un anno prima che la Sub Pop pubblicasse Bleach, lo straordinario disco di esordio), che dà il titolo anche al nuovo documentario: c’è già tutto lì, è il punto di origine. Ed è un magnifico “fuori”, da cui uscirà tutta intera la produzione successiva dei Nirvana. Un montaggio di frammenti sonori, prelevati dalla cultura popolare e dalla realtà (scene di film, canzoni famose e conosciute, voci distorte, effetti, sigle televisive, la propria voce) da una forza creativa consapevole e istintiva, già perfettamente orientata a trasmettere nel modo più disturbante ed efficace tutto il disagio. Rimandandolo indietro – tremendamente e meravigliosamente amplificato – al mondo che lo ha causato e lo causa, attraverso quel rispecchiamento che è alla base del realismo e di tutti i realismi. E che consiste anche in un fondamentale riconoscimento, grazie al quale riesco a posizionarmi nel mondo.

A conoscere e a riconoscere il mio posto in quella stessa realtà che vedo riflessa.

L'articolo Tranquillo, non importa. Dedicato a Kurt Cobain proviene da Minima et Moralia.

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