Simona Maggiorelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/simona-maggiorelli/ un blog di approfondimento culturale Mon, 16 Feb 2015 09:49:54 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Simona Maggiorelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/simona-maggiorelli/ 32 32 Dal Pulitzer al primo libro scritto in italiano: intervista a Jhumpa Lahiri https://minimaetmoralia.it/editoria/intervista-a-jhumpa-lahiri/ https://minimaetmoralia.it/editoria/intervista-a-jhumpa-lahiri/#comments Sun, 15 Feb 2015 10:36:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25425 di Simona Maggiorelli

Questo pezzo è uscito su "Left". Ringraziamo testata e autrice dell'intervista.

È stato un colpo di fulmine, una passione fortissima e imprevista quello della scrittrice Jhumpa Lahiri per l'italiano, durante un viaggio a Firenze più di vent'anni fa. E da allora non ha mai smesso di studiarlo e di leggere romanzi e poesie, Verga, Pavese, Calvino, Manganelli, Ginzburg, Montale e Saba fino a Carlotto e Ferrante, solo per citare alcuni autori che compaiono nel suo nuovo libro In altre parole (Guanda) che la scrittrice, dopo Roma, sua città di elezione, ha presentato a Milano il 7 febbraio nella rassegna Writers organizzata da Frigoriferi milanesi.

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di Simona Maggiorelli

Questo pezzo è uscito su “Left”. Ringraziamo testata e autrice dell’intervista.

È stato un colpo di fulmine, una passione fortissima e imprevista quello della scrittrice Jhumpa Lahiri per l’italiano, durante un viaggio a Firenze più di vent’anni fa. E da allora non ha mai smesso di studiarlo e di leggere romanzi e poesie, Verga, Pavese, Calvino, Manganelli, Ginzburg, Montale e Saba fino a Carlotto e Ferrante, solo per citare alcuni autori che compaiono nel suo nuovo libro In altre parole (Guanda) che la scrittrice, dopo Roma, sua città di elezione, ha presentato a Milano il 7 febbraio nella rassegna Writers organizzata da Frigoriferi milanesi.

Nata a Londra da genitori di Calcutta e cresciuta a Rhode Island, nel 2000 ha vinto il premio Pulitzer con L’interprete dei malanni (pubblicato in Italia da Marcos y Marcos e poi da Guanda). Nel 2003 esce il romanzo L’omonimo che la regista indiana Mira Nair ha portato sul grande schermo. Firma di punta del New Yorker e  dopo essere stata in lizza al Booker Price con il recente romanzo La moglie, Jhumpa Lahiri ha deciso di fare una scelta radicale: venire a vivere per qualche anno in Italia, misurandosi con una lingua amatissima, diversa dalla propria.

Da questa sfida è nato In altre parole, in cui l’autrice mescola, racconto, memoir (alla Speak Memory di Nabokov), riflessione sulla scrittura e crudo reportage. Mettendo assieme scritti d’occasione nati per la rivista Internazionale, ma che mostrano un filo tenace e sorprendente. Come quel gomitolo nero che compare alla fine de Lo scambio,vero e proprio racconto intessuto in questo libro originalissimo.

Scrivere in una lingua diversa è stata in qualche modo, per lei, una nuova nascita?

Direi di sì, non solo come scrittrice. C’è stato un cambiamento creativo ma anche personale. In questo nuovo percorso linguistico e creativo, mi sento rinata. E questo libro spero rappresenti davvero un nuovo inizio.

Alla Casa delle letterature a Roma Gabriele Pedullà ha detto che In altre parole s’iscrive perfettamente nella tradizione italiana del saggio alla Leopardi. Ci si riconosce?

Sono rimasta molto colpita dalle lettura di Gabriele, è stato molto generoso. Ma io mi sento sempre un’apprendista, una studentessa. In tutta sincerità non riesco a valutare la mia scrittura in italiano. C’è una distanza, uno scarto, fra me e quello che scrivo. Devo chiedere ad altre persone cosa ne pensano, per vedermi attraverso i loro occhi.

In queste pagine ricorrono espressioni come “incertezza”, “rinunciare all’autorevolezza” e poi “esilio linguistico”, ma anche “leggerezza”, “libertà”. Scrivere questo libro è stato un po’ come spogliarsi della propria identità e mettersi in discussione?

Ho adottato qui un nuovo approccio, direi anche filosofico- esistenziale: vivere sempre con l’incertezza che nasce dalla mancanza di una vera padronanza della lingua. Di solito la scrittura comporta una certa autorità. A me manca in italiano. Eppure scrivo lo stesso. Mi ha colpito una frase del pittore Botero: «L’artista dovrebbe lavorare con una angoscia permanente». Ovviamente è una condizione che riguarda specificamente l’artista. Un chirurgo deve sempre rimanere un esperto al cento per cento! Con l’italiano sperimento una dimensione “angoscia” formale e linguistica, che però mi apre una nuova strada, mi dà energia, una nuova prospettiva.

La decisione di venire a vivere in Italia è nata anche dal rifiuto del grande successo che lei ha avuto dopo il Pulitzer? Sul Corsera, scrivendo di Elena Ferrante ha raccontato anche la propria esigenza di diventare “invisibile”.

È certamente una sorta di fuga per me scrivere in italiano. Ed è la scoperta di una nuova dimensione linguistica. Ma c’è anche altro. In qualche modo mi rifiuto di partecipare a quel mondo, mi rifiuto di continuare ad essere una scrittrice inglese di successo. Ovviamente continuo ad essere quella scrittrice. Non sono diventata un’autrice italiana. Ma ora c’è un’altra variante di me stessa. Un altro ramo, che probabilmente ho fatto crescere pian piano, per darmi volutamente una distanza dalla notorietà. Che dal punto di vista creativo non serve. Anzi, è ingombrante. Perché la scrittura dovrebbe essere continua ricerca. Per questo vorrei proseguire in questo nuovo percorso che mi dà una libertà totale, mi rende imperfetta, sempre insoddisfatta, aperta al nuovo. C’è sempre questa fame per una lingua perfetta, ineccepibile che mi sfugge, di un traguardo che non riesco a raggiungere mai.

Ci sono delle parole in italiano che non trovano un’adeguata traduzione in inglese? Nel libro accenna a qualche esempio.

Ce ne sono molte. In ogni lingua vi sono parole che non sono traducibili. Questo è il fascino. Ogni lingua resta specifica. Oggi si può andare velocemente ovunque, si può vivere in qualsiasi posto del mondo, ma una lingua resta una barriera. Se non la capisci ti trovi davanti ad un muro. Ad un gap molto profondo. D’altro canto conoscere una lingua davvero è quasi impossibile. Anche se io restassi in Italia per tutta la vita, l’italiano per me resterebbe in certo modo sempre una lingua straniera, con questa distanza da attraversare.

Il suo essere cosmopolita, figlia di molte culture diverse, che cosa significa come scrittrice?

C’è sempre un altro orizzonte, uno dopo l’altro. Di fatto sono una scrittrice senza una vera lingua madre, senza una patria materiale. Questo stato di sradicamento è doloroso da un lato, dall’altro apre nuove possibilità. Di solito gli scrittori anglofoni vengono in Italia e poi continuano a scrivere in inglese. Imparano l’italiano ma restano radicati nella loro lingua. Per me è diverso perché anche se l’inglese resta la lingua della mia formazione e della mia educazione, non mi manca. Perché non è la mia vita. Ogni lingua resta per me una lingua straniera. Credo che sia stato possibile fare questo salto linguistico un po’ folle, questo gesto radicale di scrivere in italiano appena arrivata qui, proprio perché non appartengo veramente a nessuna lingua. Tutto questo permette flessibilità, offre spazio. Forse ormai non mi sarebbe possibile aggiungere una quarta lingua, dopo aver impiegato più di vent’anni per arrivare a questo punto con l’italiano, per poter arrivare a scrivere questo libro, per parlare ora con lei. Ma è anche vero che sono molto soddisfatta di questo triangolo fra bengalese, inglese e italiano. Mi ha aiutato a sanare il conflitto fra la lingua dei miei genitori (il bengalese) e l’inglese, la lingua imparata a scuola, con tutto ciò che questi due idiomi rappresentavano per me. Prima c’era una linea piatta, sconcertante, perché non contiene nulla, ora riesco a capire e a esprimere di più me stessa.

Ha parlato di bengalese, una lingua che risuona anche a Roma, grazie a tanti immigrati dal Bangladesh che qui, però, si scontrano con la crisi e il razzismo.

Fanno una vita durissima, parlo spesso con queste persone. Quando chiedo come si trovano, tutti dicono la stessa cosa: “qui non c’è futuro”. Ma anche il razzismo è un problema. Sono persone che si trovano quotidianamente in una situazione estrema. Vivono in nero, in ogni senso. Anche per mio padre in America è stata una sfida rifarsi una vita, è stato difficile anche per lui. Ma qui c’è una divisione troppo netta fra gli italiani e gli altri. I bengalesi sono molto frustrati, restano chiusi fra loro. E tutto questo non va bene.

Negli Stati Uniti di Obama cosa sta accadendo? I conservatori, per reazione, si sono arroccati sempre più nel loro razzismo?

Per quelli che non lo rispettano, Obama è diventato la scusa per dire qualsiasi cosa. Ma questi suoi otto anni alla Casa bianca, proprio per la storia americana, rappresentano una svolta storica. Il primo presidente nero, anche solo dal punto di vista simbolico, rappresenta un cambiamento enorme per il Paese.

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Se Venezia muore all’ombra dei grattacieli: intervista a Salvatore Settis https://minimaetmoralia.it/arte/intervista-salvatore-settis/ https://minimaetmoralia.it/arte/intervista-salvatore-settis/#comments Mon, 24 Nov 2014 09:36:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24459 Pubblichiamo un'intervista di Simona Maggiorelli a Salvatore Settis apparsa sul settimanale Left. Ringraziamo l'autrice e la testata. (Fonte immagine)

di Simona Maggiorelli 

Lancia un grido d’allarme per Venezia e, attraverso questo simbolo, per il futuro di molte altre città storiche il nuovo libro di Salvatore Settis. Nel volume Se Venezia muore edito da Einaudi, l’eminente archeologo e storico dell’arte della Normale stigmatizza le responsabilità politiche e l’ignoranza di amministrazioni e governi che hanno ridotto la laguna a una sorta di Disneyland per grandi navi. Ma al contempo, come è nel suo stile colto e animato da passione civile, offre una riflessione alta sul senso politico dell’abitare raccontando l’originalità e l’unicità di centri urbani (da Venezia a l’Aquila, a Matera e oltre) che rappresentano una sfida creativa ai limiti imposti dalla natura.

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Settis

Pubblichiamo un’intervista di Simona Maggiorelli a Salvatore Settis apparsa sul settimanale Left. Ringraziamo l’autrice e la testata. (Fonte immagine)

di Simona Maggiorelli 

Lancia un grido d’allarme per Venezia e, attraverso questo simbolo, per il futuro di molte altre città storiche il nuovo libro di Salvatore Settis. Nel volume Se Venezia muore edito da Einaudi, l’eminente archeologo e storico dell’arte della Normale stigmatizza le responsabilità politiche e l’ignoranza di amministrazioni e governi che hanno ridotto la laguna a una sorta di Disneyland per grandi navi. Ma al contempo, come è nel suo stile colto e animato da passione civile, offre una riflessione alta sul senso politico dell’abitare raccontando l’originalità e l’unicità di centri urbani (da Venezia a l’Aquila, a Matera e oltre) che rappresentano una sfida creativa ai limiti imposti dalla natura.

Con i suoi palazzi storici che concorrono, ciascuno con un proprio timbro, alla composizione armonica della città sull’acqua, «Venezia offre l’esempio supremo di una transizione dall’ordine della natura a quello della cultura» scrive Settis. Qui più che altrove le tipologie architettoniche, le sequenze dei quartieri, le tecniche di muratura, i materiali, le membrature lasciano trasparire in filigrana il vissuto, le tensioni, i conflitti di chi l’ha abitata e modificata nei secoli.

«Per sparse sopravvivenze», la città visibile racconta la storia della «città invisibile» fatta di relazioni umane. All’occhio attento Venezia si fa leggere «come un palinsesto» lasciando intravedere una forma latente e più profonda. Che inavvertitamente, potremmo dire, concorre a creare la speciale atmosfera cosmopolita e malinconica che aleggia per le calli.

«Ogni città lascia una traccia nell’animo, nel carattere e negli umori delle persone che la abitano», scrive Orhan Pamuk in Istanbul. Tornano in mente queste parole del premio Nobel turco leggendo Se Venezia muore. «Nel parlare di città invisibile la mia ispirazione diretta è Italo Calvino e il suo personaggio Marco Polo» commenta Settis. «Ma Pamuk è un autore che amo molto. Nel libro Istanbul c’è il suo continuo girare intorno alla città e alla sua infanzia. Mentre il museo privato che ha costruito più di recente racconta un amore per una donna che è anche amore per Istanbul. La dimensione più importante di ogni discorso sulle città non è quella urbanistica né quella speculativa o dei piani casa dei vari governi, ma riguarda l’anima della città: l’anima siamo noi che l’abitiamo».

La città vive di relazioni umane, di spazi pubblici abitati, altrimenti rischia di scadere a scenografia inerte. Il centro di Venezia, come quello di Firenze, perde abitanti ed è sempre più ostaggio di un turismo mordi e fuggi. Come far capire ai politici che è un assassinio?

Di fronte alla politica ufficiale dei partiti ci sono già moltissimi movimenti di cittadini che si oppongono e contrastano tutto questo. Ma oltre alla lotta perché non si facciano più cene sul ponte Vecchio a Firenze, perché non si svendano i nostri centri storici, occorre una riflessione sui grandi principi: bisogna ricordarsi che cosa è la città e che sono gli esseri umani ad animarla. La città storica si pone come un luogo di dialogo, di discorso, uno spazio di creatività, di democrazia. In cui i cittadini sono attivi, non sono solo servitori di stuoli di turisti. Beninteso, va benissimo che ci sia chi tiene alberghi, chi fa cucina, ma non può essere solo questo. Le città devono ritrovare la loro “anima”. Venezia perde mille abitanti l’anno. Si svuota, in particolare, di chi ha pochi soldi. Sta diventando una sorta di paradiso artificiale per ricchi, una città che non esiste, una Disneyland. Questo è esattamente il contrario di ogni meccanismo di eguaglianza, di democrazia, di cui oggi invece avremmo bisogno.

Se non si danno strumenti di conoscenza, ma al contrario impacchettiamo pubblicitariamente Venezia, dando libero accesso alle grandi navi, non rischiamo di azzerarne la storia e di offrirne agli stessi turisti un’immagine appiattita, quasi fosse un clone di se stessa?

La ragione per cui Venezia si presta ad essere il simbolo delle città storiche è che, oltre ad essere straordinariamente bella, il suo tessuto urbano vive in simbiosi con la natura e in particolare con la Laguna. Il che, mutatis mutandis, è vero anche per altre città. In genere il limite della città è la campagna ma oggi è ridotta a un ritaglio fra un’autostrada e un’altra. A Venezia invece la presenza della Laguna è molto forte. Ma queste gigantesche navi sfilano portando decine di migliaia di persone al giorno, che guardano Venezia dall’alto stando in mutande. A volte non si degnano nemmeno di scendere. Questa intrusione di grattacieli immobili, distrugge il rapporto con la natura. È un problema non solo estetico, ma anche di natura etica,comportamentale, sanitaria, perché è chiaro che queste navi inquinano pesantemente. Le autorità comunali, regionali e nazionali fanno finta di non vedere ma lo sanno tutti.

Oltre alle «navi grattacielo», c’è stato anche chi ha avanzato il progetto folle di costruire un cordone di grattacieli a margine della città per proteggerla dall’acqua alta. Il postmoderno in architettura rischia di fare danni irreparabili?

Questo «grattacielismo» – l’espressione è di Vittorio Gregotti – affligge l’architettura contemporanea. È un figlio diretto della speculazione finanziaria. Edificare in altezza non conviene a chi ci va a vivere o a lavorare. Chi potendo scegliere andrebbe al centesimo piano, chiuso in un loculo e non in una casa con giardino? Il grattacielismo di moda nei più ricchi fra i Paesi del Golfo Persico, ad Abu Dhabi e Dubai, in Italia non ha mai preso piede ma ora lo si cerca di lanciare: i grattacieli di Milano spuntati per l’Expo ne sono un esempio. Pensavamo che i grattacieli a Venezia fossero solo un delirio di Pierre Cardin, ma è uscita quest’idea di uno studio belga di fare una corona di grattacieli. Può essere considerata una provocazione, uno scherzo, non è un progetto commissionato davvero, ma racconta questa difficoltà a pensare l’architettura contemporanea se non passando attraverso la forma del grattacielo. Qui sarebbe passiva imitazione, una scopiazzatura.

Riallacciandosi a Rem Kolhaas, tra l’altro direttore della Biennale 2014, lei racconta la storia dei grattacieli di Manhattan. A New York, come a Dubai o ad Honk Kong, il grattacielo era forse l’unica forma proponibile, ma che senso avrebbe nel nostro contesto?

La forma del grattacielo, così come è nata storicamente alla fine dell’800 ai primi del ’900 in città come Chicago o New York, veniva da un certo orizzonte culturale . È veramente sorprendente che città come Milano o Torino si vogliano allineare a questa moda con cento anni di ritardo, per giunta presentandola come se fosse una novità. E qui si notano contraddizioni anche di un architetto come Renzo Piano che da un lato dice «rammendiamo le periferie», dando una parola d’ordine bellissima, dall’altra costruisce un grattacielo nel centro di Torino. Se si limitasse a curare le periferie senza fare grattacieli sarebbe più credibile.

Citando Plutarco lei ricorda che una città è come un organismo vivente. Ed è soggetta al passare del tempo. Ma non tutto ciò che appartiene al passato deve essere conservato tale e quale. Da parte dei politici al governo va di moda accusare i soprintendenti di essere dei talebani della conservazione, ma la tutela non è, di per sé, necessariamente dinamica?

La tutela è sempre qualcosa di dinamico. Non solo i soprintendenti ma anche persone come me vengono accusate di essere talebani della conservazione. C’è questa specie di leggenda nera per cui chi dice dobbiamo proteggere le nostre città e il nostro patrimonio viene scambiato per uno che vuole ibernarli. Ma la realtà non si può ibernare, gli alberi crescono, nascono, muoiono, lo stesso paesaggio è in continuo mutamento, la natura e l’essere umano hanno a che fare con il cambiamento. Certo in questo caso deve essere negoziato in base al codice genetici di una determinata città, di un determinato paesaggio. E poi ci sono le leggi e il rispetto della legalità che dovrebbero portare verso la tutela.

Lo Sblocca Italia, di cui lei ha scritto anche nel libro Rottama Italia (L’Altreconomia) porterà nuove colate di cemento? Come si muove il governo?

La politica si sta muovendo come al tempo in cui il presidente del Consiglio si chiamava Berlusconi. Da questo punto di vista il cambiamento di cognome del premier e del nome del partito di maggioranza relativa non ha portato nessun cambiamento. Qui si vede che con il patto del Nazareno Berlusconi porta dei voti a Renzi, chiedendo delle cose in cambio. Nello Sblocca Italia ci sono delle norme contro cui il Pd protestava vivacemente quando le proponeva il centrodestra, ora le ha fatte proprie.

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Il meglio di Pagina3: settimana dal 18 al 22 marzo https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-18-22-marzo/ https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-18-22-marzo/#respond Fri, 22 Mar 2013 18:29:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13724 Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Ogni settimana minima&moralia seleziona e segnala gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 per offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di marzo è Nicola Lagioia. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi. (Immagine: Eugenio Montale.)

Lunedì 18 marzo:

 “Sulla difficoltà di leggere”, intervento di Giorgio Agamben contenuto nella raccolta di saggi Leggere è un rischio, di Alfonso Berardinelli, edizioni Nottetempo, 2012

 “Fanaticamente Europeista”. Javier Cercas presenta il suo nuovo libro Le leggi della frontiera, intervista a cura di Simona Maggiorelli, rivista Left

Ascolta il podcast dell'intera puntata - Il brano di oggi è Scherzo (Symphony no. 3, terzo movimento di Johannes Brahms) nell’esecuzione dello Steve Kuhn Trio, dall’album del 2008 Baubles, Bangles and Beads

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Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Ogni settimana minima&moralia seleziona e segnala gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 per offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di marzo è Nicola Lagioia. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi. (Immagine: Eugenio Montale.)

Lunedì 18 marzo:

 “Sulla difficoltà di leggere”, intervento di Giorgio Agamben contenuto nella raccolta di saggi Leggere è un rischio, di Alfonso Berardinelli, edizioni Nottetempo, 2012

 “Fanaticamente Europeista”. Javier Cercas presenta il suo nuovo libro Le leggi della frontiera, intervista a cura di Simona Maggiorelli, rivista Left

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Scherzo (Symphony no. 3, terzo movimento di Johannes Brahms) nell’esecuzione dello Steve Kuhn Trio, dall’album del 2008 Baubles, Bangles and Beads

Martedì 19 marzo:

 “Il tassista pop art che raccoglie le voci di New York”. Articolo di Massimo Vincenzi, la Repubblica, p. 32

 “Magnus: Unknow”. Articolo di Mauro Baldrati, Carmilla rivista online

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è I Want to die easy When I die, un brano tradizionale arrangiato da Paul Neufeld, dall’album del 2003 Walk Together

 

Mercoledì 20 marzo:

 “La scomparsa di Edipo”. Articolo di Luciana Sica, la Repubblica, p. 37

 “E’ ancora possibile la poesia”, intervento di Eugenio Montale in occasione del conferimento del premio Nobel. Nobelprize.org

Ascolta il podcast dell’intera puntata –  Il brano di oggi  è Jacob’s Ladder, tratto dall’album Scratch, eseguito da Kenny Barron al pianoforte, Dave Holland al basso, Daniel Humair alla batteria

 

Giovedì 21 marzo:

 “La poesia 2.0 in cerca di pubblico”. Articolo di Mario Baudino, La Stampa

 “Finanziamento pubblico”. Perché monta la protesta contro i costi della politica. Articolo di Sebastiano Messina, la Repubblica, p. 42

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Vista, eseguito dal Mani Padme Trio

 

Venerdì 22 marzo:

 “Quando le tecniche di cattura della realtà cedono il passo alla realtà”. Articolo di Alfonso Berardinelli, Il Foglio, p. 2

 “La corsa è finita”. Addio a Mennea, straordinario campione ‘normale’. Articolo di Eugenio Raimondi, Avvenire, p. 29

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Crisp Day, eseguito e composto da Herbie Nichols, dall’album The Prophetic, Vol. 2

 

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Il meglio di Pagina3: settimana dal 10 al 14 dicembre https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-10-14-dicembre/ https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-10-14-dicembre/#comments Fri, 14 Dec 2012 16:19:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12035 Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di dicembre è Nicola Lagioia. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi.

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Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di dicembre è Nicola Lagioia. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi.

Lunedì 10 dicembre:

 Incontro con Salvatore Settis. Contro l’attacco al bene comune. Articolo di Simona Maggiorelli, Left-Avvenimenti n. 49.

 Un ricordo di Elsa Morante. Articolo di Sandra Petrignani uscito il 7 luglio 2012 su Il Foglio, ora ripubblicato su sandrapetrignani.it

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Prado del Lars Danielsson Trio

 

Martedì 11 dicembre:

 Sulle tracce di Iréne Némirovsky. La Parigi dei figli del ghetto. Articolo di Massimiliano Chiavarone, Corriere della Sera, p. 47.

 Ascesa e declino della scrivania. Articolo di Claudio Franzoni su doppiozero.com

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Fugato del Modern Jazz Quartet

 

Mercoledì 12 dicembre:

 Saul Bellow. La vittima illustre dei benpensanti. Articolo di Alessandro Piperno, IL mensile del Sole 24 Ore, pp. 9-12.

 I libri dell’anno 2012 secondo rivistastudio.com

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Collard Greens and Black Eyed Peas di Bud Powell.

 

Giovedì 13 dicembre:

 I tranelli della Società Autostradale. Gli autonauti della cosmostrada di Julio Cortazár. Recensione di Luca Bianco, L’Indice dei libri n. 12, p. 21.

Una poesia tutta per loro. Articolo di Nadia Fusini, la Repubblica, pp.48-49

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Out of this World di Phineas Newborn Junior

 

Venerdì 14 dicembre:

 Un’Italia senza. Il j’accuse di Riccardo Muti. Intervista di Federico Rampini, la Repubblica, p.50

 Eckart, un mistico nel vuoto di Dio. Articolo di Giorgio Montefoschi, Corriere della Sera, p.51

Ascolta il podcast dell’intera puntata

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