Simona Sparaco Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/simona-sparaco/ un blog di approfondimento culturale Tue, 02 Jul 2013 21:39:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Simona Sparaco Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/simona-sparaco/ 32 32 Parlare del Premio Strega leggendo i libri del Premio Strega. Quarta puntata: “Figli dello stesso padre” di Romana Petri. https://minimaetmoralia.it/letteratura/parlare-del-premio-strega-leggendo-i-libri-del-premio-strega-quarta-puntata-figli-dello-stesso-padre-di-romana-petri/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/parlare-del-premio-strega-leggendo-i-libri-del-premio-strega-quarta-puntata-figli-dello-stesso-padre-di-romana-petri/#comments Tue, 02 Jul 2013 21:37:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14864 di Christian Raimo e Francesco Longo CR  Francesco, riprendiamo. Siamo arrivati a Romana Petri, e ti posso dire – con Perissinotto mancante – che questa cinquina mi ha un po’ deluso. Ossia anche questo libro io non l’avrei veramente messo tra i cinque migliori libri dell’anno, ma nemmeno nei primi 500. Ripartirei dalla definizione che […]

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di Christian Raimo e Francesco Longo

CR 

Francesco, riprendiamo. Siamo arrivati a Romana Petri, e ti posso dire – con Perissinotto mancante – che questa cinquina mi ha un po’ deluso. Ossia anche questo libro io non l’avrei veramente messo tra i cinque migliori libri dell’anno, ma nemmeno nei primi 500. Ripartirei dalla definizione che davi di letteratura nello scambio precedente su Sparaco. Quando sottolineavi l’importanza della reticenza. Non ti avevo confessato il mio accordo assoluto con quello che dicevi, ma lo faccio ora. Dopo aver letto Figli dello stesso padre.

Anche qui sì non posso non riconoscere a Petri in modo quasi preventivo una sua, come dire, professionalità nella scrittura – il saper tenere la pagina, la costruzione della struttura, etc… – ma devo riconoscere a me stesso però la fatica che ho fatto per arrivare alla fine di questa storia familiare, raccontata con tutto fuorché reticenza.

La storia è quella di due fratelli che, come appunto recita lo stesso titolo, sono Figli dello stesso padre. Diversi, odiatisi, lontani per decenni l’uno dall’altro, a un certo trovano un pretesto per reincontrarsi. Questo incrocio dà il la al romanzo e a Petri la scusa per raccontare in parallelo le due storie di questi due fratelli e della famiglia che fino a un certo punto è stata una.
Il punto è che in questo romanzo pieno di vicende e personaggi io non mi sono mai chiesto “Come andrà a finire?” “E poi che succederà?” Mai. Non mi sono appassionato. E il motivo semplice credo sia proprio nell’anti-reticenza di Petri.
Figli dello stesso padre trabocca di dettagli, di ridondanze, di spiegoni. Se un personaggio attraversa un corridoio, so tutto quello che c’è in quel corridoio. Vengo schiacciato, asfissiato dal mondo di Petri.

Facciamo subito degli esempi:

pag. 24: “Poi, dopo aver aperto la portafinestra e gettato un’occhiata in strada, caricò la macchinetta e si mise seduto con lo sguardo rivolto alla fiammella aspettando di sentire il gorgoglio prima mansueto poi esasperato del caffè. Spegneva il gas sempre all’ultimo, quando il fornello erà già tutto schizzato di macchie marrone scuro. Una macchinetta da tre che beveva tutta da solo. La prima della giornata. Gli piaceva molto dolce e ci intingeva due biscotti, il primo all’inizio senza ancora averne bevuto nemmeno un sorso, il secondo a metà strada. Se qualcuno avesse idealmente diviso la quantità di caffè che si versava nella tazzina in due parti uguali, avrebbe potuto constatare che il secondo biscotto veniva inzuppato esattamente all’altezza di quella linea equatoriale che la divideva in due. E i biscotti erano sempre gli stessi, gli Oro Saiwa che mangiava anche sua madre. L’unica differenza era che il caffè lei se lo portava a letto e di biscotti ne mangiava quattro. Fosse venuto giù pure l’intero mondo, in quei momenti Germano sapeva che non doveva disturbare. Qualsiasi cosa fosse accaduta. Lei se ne stava nel buio, col busto sollevato a bere caffè e mangiare i suoi biscotti per poi rimettersi per almeno un quarto d’ora sotto le coperte prima di accendere la luce e aprire il libro che aveva sul comodino. Era tutto perfettamente calcolato, avrebbe letto il tempo di digerire liquidi e solidi per poi chiudere il libro e fare la sua mezz’ora di ginnastica”.

Sono io a trovare questo pezzo per esempio noioso e artificioso? Una madeleine al ralenti? 

Altro esempio pag. 90-92. Infanzia/adolescenza di uno dei due fratelli, Emilio, quello meno amato, quello che non ha dato a Emilio la possibilità di avere un padre. Anche a scuola i suoi compagni se la prendono con lui, ne ha fatto uno zimbello, lo chiamano Saputello, lo picchiano. Emilio si sfoga con la madre e le battute sono di questo tipo:

«Loro fanno i cialtroni tutto il giorno, io invece studio tutto il giorno. E certe volte, credimi, non so se lo faccio per me o contro di loro. Perché li odio, li odio moltissimo. Non mi sono stati amici nemmeno per un giorno. Il mio amore per la scuola l’hanno trasformato in una risata alle mie spalle che ha contagiato tutta la classe. Anche quelli che non ce l’hanno con me si sono messi a ridere. E io perché dovrei aiutarli? Lo so da un pezzo che con loro rischio. Non è stata nemmeno la prima volta che mi hanno messo le mani addosso. Solo che le altre è andata meglio. Ma io non mollo, mamma. Sono stato già solo abbastanza. Ho una rabbia dentro…».
«Devi pensare al futuro, Emilio, al futuro, nemmeno al presente, solo al futuro».
«E così che hai fatto tu da quando sono nato?»
«Una madre non se lo può permettere, deve pensare anche al presente».
«Dimmi la verità, se tu potessi tornare indietro, così, come in un gioco. Ecco, ti dicono che puoi tornare indietro sapendo però tutto quello che è già stato. Sai come sono andate le cose, ma ti danno l’opportunità di farle andare diversamente. Mi faresti nascere lo stesso?»
«Che ti viene in mente?»
«Mi viene in mente che avresti avuto una vita più facile se non fossi nato io. Papà che ci abbandona, tu che hai dovuto fare tutto da sola. Dai, dimmi la verità. Mica dovresti uccidermi. Puoi solo tornare indietro e cambiare il corso delle cose. Tu ci speravi, no, che papà, una volta nato io ti sarebbe rimasto accanto?»
«Che c’entra, una donna innamorata lo spera».

Che dici? Io considero questo dialogo disarmante. È come se invece di esserci il testo, ci fosse solo il sottotesto. E mi sembra strano che Petri l’abbia lasciato così perché in alcuni momenti anche qui cerca di lavorare sul ritmo, spezzando le frasi, con le anafore, etc… Ma poi tutto ritorna a essere una pura didascalia, e invece dei personaggi io vedo delle idee di personaggi.

FL

Mi sa che il talento è una coperta corta. Se la tiri da una parte l’altra si scopre. Walter Siti dovrebbe imparare da Simona Sparaco architettura e ritmo di una storia, lei dovrebbe apprendere da Siti lo spessore, la profondità, la natura simbolica del linguaggio letterario e l’attitudine di Siti a integrare il contesto delle storie con i protagonisti. Paolo Di Paolo potrebbe acquisire da Simona Sparaco la freschezza della lingua, mentre le dovrebbe consegnare una lista di letture di vecchi classici, trasmetterle un sano e necessario gusto per il “letterario”. Ognuno ha cose da insegnare e cose da imparare. Siti osa, Di Paolo evoca, Sparaco dà pugni nello stomaco al lettore.

Bisogna stare attenti a troppi fattori mentre si scrive: costruire una storia interessante (Sparaco), avere uno stile suggestivo (Di Paolo), saper assorbire la tradizione e rielaborarla (Siti). Poi ci sono i Grandi che hanno nella testa un’orchestra intera e sanno dosare tutto: sanno quando nei romanzi devono ingiallire le foglie, in quali gesti si manifesta la gelosia, il dolore, l’invidia, e raccontano gli anni che passano con una scrittura ritmica, metaforica, che genera livelli di senso e trasforma l’esperienza dei singoli in qualcosa di universale. Sanno fare tutto. Ma sono pochissimi.

Ti dico questo perché la lettura del romanzo di Romana Petri mi ha fatto riflettere ancora una volta su quanti fronti di guerra siano aperti nella stesura di un romanzo. E ho sentito, da lettore, quanto si fatica quando queste guerre sono perse. Ho faticato, mi sono annoiato da morire e alla fine, confesso, mi sono anche dovuto arrendere (ma non sarebbe bello se i critici ammettessero quando non riescono a finire un libro?). Lo dico, con dispiacere: non ce l’ho fatta.

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simonasparaco

di Francesco Longo e Christian Raimo

FL Christian, ti scrivo da pagina 100 del terzo libro della Cinquina che abbiamo deciso di leggere, Nessuno sa di noi di Simona Sparaco (Giunti). So di interromperti durante la lettura. Ma avevo subito una domanda da farti. Premetto che è un libro che sto divorando anche se non c’è traccia di letteratura. Ne parleremo con calma. Ma intanto ho questa domanda urgente da porti. Secondo te, per la letteratura italiana ha fatto più danni il Gruppo 63 o la Scuola Holden?

Da un lato mi pare che ci siano infatti scrittori impegnati, sociali, di denuncia, non veramente interessati alla letteratura come “fine” ma sempre e solo alla letteratura come “mezzo” per qualcos’altro e mi pare che i danni vengono, per semplificare, dal Gruppo 63 e arrivano fino a Walter Siti che nei romanzi ha sempre dei temi da dimostrare, delle tesi da porre. Dall’altra ci sono dei tecnici bravissimi, è il caso di Simona Sparaco (nella bandella si dice che proviene proprio dalla Holden). Sono autori che hanno sviluppato un’abilità eccezionale, raffinata quanto astuta, nel costruire una narrazione, ma che hanno dimenticato che la letteratura è un luogo di metafore, di simboli, di esperienze di vita sepolte dentro allegorie, di mondi che non smettono mai di rivelare sensi segreti. Non pensi che sia così? Non so. Mi sa che non lo pensi. Ci sei?

CR Francesco, questa discussione su Sparaco secondo me può essere anche più breve delle altre. Questo Nessuno sa di noi è un libro decisamente inferiore agli altri due che abbiamo letto finora, o meglio, è un libro che appartiene a un insieme diverso da quello di Siti e Di Paolo. Non c’è traccia di letteratura come dici tu giustamente. Non si capisce cosa c’entri con un Premio che la letteratura dovrebbe premiare. E lo dico con cognizione di causa. Tempo fa mi capitò di assistere alla presentazione di un suo libro precedente, e mi ricordo che chi la presentava parlava di “quasi-letteratura”. Ecco, sarebbe bello che questo non fosse preso come un giudizio di valore, ma come un giudizio tecnico, che paradossalmente viene richiesto dal libro stesso a partire dai suoi paratesti: la copertina da chick lit, la quarta con un giudizio finale che recita “un romanzo che scuote l’anima”, una fascetta di Pietro Cheli, vicedirettore di Amica, che dice: “Una scrittrice che punta dritta al cuore. E ci riesce”. Tutte le recensioni evitano la questione della qualità letteraria del libro e si concentrano sul tema: quello di un aborto terapeutico praticato oltre i limiti consentiti dalla legge italiana. Ed effettivamente questa storia è straziante. Un feto malformato e la decisione dei genitori che hanno voluto così tanto questo bambino (come viene raccontato anche) che si devono scontrare con una malattia così terribile.

Ma Nessuno sa di noi non riesce a fare quello che dovrebbe un libro del genere: andare oltre il ricatto del contenuto, trasformare la testimonianza in altro. Facciamo degli esempi per provare a corroborare queste due tesi: 1) non si tratta di letteratura, 2) non riesce a parlarci della malattia in un modo simbolicamente efficace. Uno, semplice semplice, a pag. 20:

“Aveva le labbra contratte in una smorfia e i capelli castano chiari che gli ricadevano sulla fronte. L’ho guardato con un misto di emozioni: una polpa di tenerezza e complicità racchiusa in un gheriglio inscalfibile di testardaggine e disciplina. ”

Okay, qui c’è una sorta di concentrato di tutto il non-stile di Sparaco: una serie di luoghi comuni-espressioni colloquiali: labbra contratte in una smorfia, capelli che ricadono sulla fronte, misto di emozioni, e poi – infilata a fine frase – una metafora di raro kitsch. La scrittura procede esattamente così: da un lato pagine e pagine di racconto che non hanno nessuna differenza rispetto a una qualunque mail in cui qualcuno racconta cosa è successo durante l’ultima settimana, dall’altro immagini che simulano una dimensione letteraria, ma nel modo che si potrebbe trovare su una timeline di facebook o su qualche messaggio scambiato su WhatsApp:

“Mi sento fluida, sul punto di tracimare, un fiume inquieto che si disperde in mille rivoli.” “Pietro è lo stampo dentro il quale ho trovato una forma.” (pag. 21-22).

Non sono solo queste le imperfezioni della scrittura di Sparaco: c’è una punteggiatura anche questa da mail o da lettera da adolescenti, un uso dei dialoghi da imitazione delle cose televisive.

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