Simone Barillari Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/simone-barillari/ un blog di approfondimento culturale Mon, 01 Mar 2021 12:42:32 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Simone Barillari Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/simone-barillari/ 32 32 “La condizione umana”, la rivolta letteraria di André Malraux https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-condizione-umana-la-rivolta-letteraria-di-andre-malraux/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-condizione-umana-la-rivolta-letteraria-di-andre-malraux/#respond Fri, 26 Feb 2021 09:23:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47955 Dietro la folla mortale c’era in primo luogo la solitudine, l’inesorabile solitudine, come la grande notte primitiva era dietro quella notte densa e bassa sotto la quale la città deserta stava in agguato, traboccante di speranza e di odio. (…) L’abbraccio attraverso il quale l’amore tiene gli esseri uniti l’uno all’altro contro la solitudine non […]

L'articolo “La condizione umana”, la rivolta letteraria di André Malraux proviene da Minima et Moralia.

]]>
Dietro la folla mortale c’era in primo luogo la solitudine, l’inesorabile solitudine, come la grande notte primitiva era dietro quella notte densa e bassa sotto la quale la città deserta stava in agguato, traboccante di speranza e di odio. (…) L’abbraccio attraverso il quale l’amore tiene gli esseri uniti l’uno all’altro contro la solitudine non era di aiuto all’uomo; era di aiuto al folle, al mostro incomparabile, prediletto, che ogni individuo è per sé stesso, e che ognuno vezzeggia nel proprio cuore.

«Un mondo da cui gli uomini erano scomparsi, un mondo eterno» fa da sfondo a una delle opere indissolubili del Novecento: La condizione umana di André Malraux. Pubblicato da Gallimard nella prestigiosa Bibliothèque de la Pléiade e definito dal grande André Gide «di incomprensibile complessità», il libro concluse la trilogia asiatica dello scrittore francese nel 1933, dopo I conquistatori e La via dei re, vincendo il Prix Goncourt e procurando al suo autore la gloria riservata a chiunque scriva un capolavoro.

Mai parola potrebbe essere più esatta, in effetti, per descrivere un romanzo dal sapore eterno, ispirato ai numerosi viaggi di Malraux in Indocina, profondamente legato alla Storia, e pervaso, al contempo, da un’intensa atemporalità: come tutti i libri destinati a riscrivere in perpetuo l’epopea degli uomini sulla terra, La condizione umana è un formidabile trattato sulla vita e sulla morte che a quasi un secolo di distanza rinnova il suo messaggio esistenzialista, un compendio magico e mistico, un’indagine filosofica e un’imponente rappresentazione del mondo e di chi lo abita, a dispetto dell’epoca in cui venne scritto e a prescindere dall’epoca di cui parla.

«Sotto gli atteggiamenti di ogni uomo esiste un fondo che può essere toccato, e pensare alla sofferenza di quell’uomo ne lascia presagire la natura»: è nel segno di questo esoterico «fondo» che Malraux racconta la fulminea odissea di un manipolo di rivoluzionari nella Shangai del 1927, all’alba dell’invasione delle forze nazionaliste guidate da Chiang Kai-Shek, e all’eroica resistenza di quegli uomini al fianco degli operai comunisti.

L’ideologia politica si intreccia al contesto storico tanto che, negli anni a seguire, l’opera sarebbe diventata «il libretto rosso dell’Occidente che [avrebbe] convertito al comunismo migliaia di militanti, l’incendiario manuale dei giovani contestatori degli anni Sessanta», come scrive Simone Barillari nella magnifica postfazione che arricchisce la nuova edizione Bompiani dell’anno scorso, ritradotta da Stefania Ricciardi; e nonostante tutto, nel racconto degli ultimi giorni di lotta dei protagonisti, la dottrina marxista apre la strada a una riflessione ben più complessa: la disperante solitudine dell’uomo contemporaneo, dell’individuo a confronto e in conflitto con un universo in cui Dio è morto; il tramonto delle ideologie (o la loro sconfitta nella lotta simbolica, oltre che fisica) come deriva dell’eroismo che stava attraversando l’Europa all’indomani della prima guerra mondiale, e con essa la consapevolezza della crisi della cultura europea, che avrebbe dato l’avvio a una sorta di “coscienza del suicidio”.

Non è un caso che il suicidio come scelta rappresenti uno dei temi fondamentali del romanzo, poiché «vivere è imparare a morire», e se «morire è passività, uccidersi è agire»; e con il suicidio la morte, nel suo senso più assoluto e multiforme, come unica risposta possibile alla condizione che dà il titolo al libro. Malraux descrive queste diverse prese di posizione calandosi fin nei più profondi abissi dei suoi personaggi: nell’attrazione per l’annientamento di sé che prova Chen o nel serafico sacrificio di Kyo; nella fertile rivolta interiore di fronte allo sterminio dei propri familiari di Hemmerlich, o nell’assurdo attaccamento alla vita del barone Clappique; fino al martirio quasi cristiano di Katow, che al termine del romanzo cederà il suo cianuro ai due prigionieri che, insieme a lui, andranno incontro a una tragica fine.

Chen, Kyo e Katow, i rivoluzionari, sono uniti nella lotta, complementari eppure speculari. Attraverso di loro Malraux declina la narrazione di un’unica figura: l’eroe che nella rivoluzione e grazie ad essa trova un’ideale forma di sublimazione della vita, spingendosi all’estremo opposto, e cioè all’annullamento fisico, alla cessazione di ogni pensiero, a un trapasso metafisico. Con quest’ultimo il romanzo intrattiene un rapporto strettissimo e dialogico, anche nei suoi frequenti slanci di vitalità: nella ludopatia del barone Clappique e nell’orgoglio ottuso che lo abita, nella ribellione sessuale di Valérie amante di Ferral, che tramite il sesso che si affranca dal suo amante; o nell’amore devoto seppur imperfetto di May, che ama Kyo tanto da desiderare di unirsi a lui nella terribile battaglia finale.

Aveva sentito dire che a volte veniva agli uomini quel desiderio nell’imminenza della morte. Ma non osava alzarsi per prima: le sarebbe sembrato di accelerarne il suicidio. (…) Sebbene avesse bevuto a malapena, era ebbro di quella menzogna, di quel calore, dell’universo fittizio che si era creato. Quando diceva che si sarebbe ucciso, non ci credeva; ma dato che ci credeva lei, Clappique entrava in un mondo in cui la verità non esisteva più. Non contava né il vero né il falso, ma il vissuto. E dal momento che non esistevano né il passato che aveva inventato, né il gesto elementare e presupposto così imminente sul quale si fondava il suo rapporto con quella donna, non esisteva nulla. Il mondo aveva smesso di pesare su di lui. Sgravato da un fardello, ora viveva solo nell’universo romanzesco che si era creato, forte del legame che ogni pietà umana instaurava davanti alla morte.

Gli eroi sconfitti di Malraux rievocano all’infinito il concetto di destino, e nella purezza del loro ideale, anche e soprattutto malgrado la loro condizione frammentata, sono martiri e santi; e dal momento che «nel marxismo c’è il senso di un destino e l’esaltazione di una libertà», quei personaggi non avrebbero potuto essere nient’altro che rivoluzionari, votati a una causa che appare fallimentare sin dalle prime pagine del romanzo, finanche romantica nei suoi presupposti già condannati alla disfatta.

Lo sfondo storico e politico – in cui il dettaglio si espande tanto da diventare ossessivo e da generare una sorta di naturalismo pessimista e decadente –  è quindi soltanto uno degli elementi del romanzo; Gisors, l’anziano padre di Kyo, è una voce fuori campo e al tempo stesso un cantore terribilmente calato nella narrazione: fino alla morte del figlio, che lo riconsegnerà a una violenta ricaduta nella realtà, sembra impersonare il narratore stesso, dando voce alle sue riflessioni filosofiche sul mondo e sulla natura degli umani, in quello che appare come un autentico viaggio iniziatico.

La rivoluzione, dunque, genera la cornice del romanzo ma non ne rappresenta l’essenza, che è appunto quella crisi dei valori per cui «dopo che Dio è morto il narratore deve raccontare un mondo di uomini sempre più soli e numerosi attraverso il coro incrinato delle loro voci, il compromesso provvisorio delle loro visioni – tentando di riprodurre ogni voce come quell’uomo la sente “con la gola”, di ricostruire ogni visione del mondo come quell’uomo la considera: una visione dal basso, limitata – ma sua; una visione parziale – ma parte del tutto» [Barillari]. Ecco perché, ben lungi dal voler ricostruire pedissequamente un trattato storico), Malraux preferisce invece attingere all’immaginario della rivoluzione, ai suoi elementi più puri e ideologici, per costruire un’opera che, come metafora di una circostanza, di una sorte sempre più ineluttabile, avrebbe finito per superare i confini del tempo.

Sapeva di soffrire, ma un velo di indifferenza circondava il suo dolore, di quell’indifferenza che segue alle malattie e alle bastonate in testa. Nessun dolore lo avrebbe sorpreso: tutto sommato, questa volta la sorte aveva messo a segno contro di lui un colpo migliore degli altri. La morte non lo stupiva: non era peggiore della vita. Lo sconvolgeva solo l’idea che tutto quel sangue sparso testimoniasse la sofferenza patita dietro quella porta. Eppure, questa volta, la mossa del destino non si era rivelata vincente: strappandogli tutto ciò che ancora possedeva, lo liberava.

Romanzo profondamente atemporale, La condizione umana è un racconto dalle vite molteplici. Venne accolto con grande entusiasmo al momento della sua uscita, diventando un vademecum per quanti vollero leggerlo come un trattato sull’eroismo moderno e su una forma di resistenza (quella che il suo autore avrebbe fatto di lì a pochi anni) “nonostante tutto”. L’autore volle forse infondere il carattere senza tempo del suo romanzo nella scena in cui Chen si rifugia nel negozio di orologi, gli orologi che indicano ore diverse, «indifferenti nel bel mezzo della Rivoluzione».

Quanto fosse consapevole di quest’operazione è difficile intuirlo, ma il lettore che voglia aprire oggi il libro per la prima volta possiede ciò che Barillari definisce un «amaro privilegio»: la conoscenza esatta degli eventi e degli epiloghi, la conformazione di quel mondo su cui il romanzo si affacciava soltanto con un interrogativo, con una speranza vaga eppure indistruttibile nella sua profonda sfiducia, lasciando intravedere le dieci, cento, mille vite che il libro avrebbe avuto ben oltre la sua storia editoriale, rivendicando la sua storia umana.

Ancora, nella Condizione umana Malraux seppe demolire il linguaggio tradizionale e inventare la sua personale forma di rivolta letteraria, a partire anche dall’indagine e dalla riproduzione di una cultura (quella orientale) estremamente distante dalla sua. Operazione funambolesca, poiché anche quando concluse la sua trilogia, la conoscenza che aveva della Cina e di Shangai era assai limitata: Malraux mistificò sempre la sua biografia (benché spesso la realtà avesse già superato qualunque forma di invenzione) e nel tempo ammise di aver prodotto soltanto il resocontodi «un uomo di fretta che viaggia» e che filtra attraverso lo sguardo un mondo forse irrimediabilmente distante dal suo. Tuttavia, se i due mondi – la Francia, o ancor di più l’Europa degli anni Trenta, e la capitale cinese della rivoluzione di primavera – appaiono così distanti sul piano storico e probabilmente anche emotivo, la grandezza dello scrittore si rintraccia nella sua capacità di attingere a quelle due dimensioni opposte per dare vita a una genesi dell’assoluto che abbraccia la rappresentazione della natura umana azzerando le disparità tra gli uomini, allargando filosoficamente anche il discorso politico e riproponendone come essenziali i tratti principali, le intenzioni e gli orizzonti.

Quest’operazione rinnegò la cosiddetta letteratura d’esperienza, secondo cui la scrittura scaturiva necessariamente da una materia di cui si è testimoni o profondi conoscitori; Malraux dimostra che il vero scrittore è colui che vive in mondi che non gli appartengono, riuscendo a coglierne l’essenza pur osservandoli a distanza o non conoscendoli affatto. E seppe farlo da uomo «perennemente in guerra», da «combattente notturno e solitario» quale era.

Scrive ancora Barillari: «Viene da pensare che Malraux abbia scritto una sorta di opera mondo sentendo però che il mondo non poteva più stare in un’opera». È questo legame reciso, questa crisi individuale che trascende la condizione spezzata dell’uomo per ascendere a una dimensione altra – sognata o temuta – a rendere il romanzo immortale. L’epopea degli eroi sconfitti di André Malraux è il gigantesco affresco di un epilogo in cui la solitudine si fa ineluttabile, un viaggio senza ritorno nei più profondi recessi del sé, ma anche una metafora della rinascita e una prova d’immortalità – per i personaggi del libro e per il grande romanzo che il suo autore ci ha offerto.

 

L'articolo “La condizione umana”, la rivolta letteraria di André Malraux proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-condizione-umana-la-rivolta-letteraria-di-andre-malraux/feed/ 0
Il caso Spotlight, il film sugli abusi sessuali nella Chiesa https://minimaetmoralia.it/cinema/il-caso-spotlight-il-film-sugli-abusi-sessuali-nella-chiesa/ https://minimaetmoralia.it/cinema/il-caso-spotlight-il-film-sugli-abusi-sessuali-nella-chiesa/#comments Thu, 18 Feb 2016 13:51:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29998 C’è una scena che arriva nella primissima parte del film. Il nuovo direttore del Boston Globe Marty Baron (interpretato da Liev Schreiber) è stato invitato a un incontro privato dal cardinale Bernard Francis Law, arcivescovo della città. I due scambiano qualche parola, quindi Law propone a Baron – passato al Globe dopo aver lavorato a New York e in Florida, dunque distante dagli ingranaggi cittadini – di instaurare un rapporto di collaborazione reciproca. Perché Boston possa trarne giovamento: cordialità tra poteri, diciamo.

L'articolo Il caso Spotlight, il film sugli abusi sessuali nella Chiesa proviene da Minima et Moralia.

]]>
spotlight

C’è una scena che arriva nella primissima parte del film. Il nuovo direttore del Boston Globe Marty Baron è stato invitato a un incontro privato dal cardinale Bernard Francis Law, arcivescovo della città. I due scambiano qualche parola, quindi Law propone a Baron – passato al Globe dopo aver lavorato a New York e in Florida, dunque distante dagli ingranaggi cittadini – di instaurare un rapporto di collaborazione reciproca. Perché Boston possa trarne giovamento: cordialità tra poteri, diciamo.

Il direttore – interpretato da un austero e tuttodunpezzo Liev Schreiber – ringrazia Law, ma risponde che nella sua visione delle cose “un giornale deve camminare sulle sue gambe”. Un giornale deve camminare sulle sue gambe: il futuro reporter in ognuno di noi ha un sussulto, i più scafati avranno una smorfia interiore tendente al cinismo. Gli spettatori, poi, già sanno che da qualche giorno Baron ha incaricato il team Spotlight, la squadra investigativa fiore all’occhiello del Globe, di indagare sul caso del prete John Geoghan, fortemente sospettato di abusi sessuali su minori.

È un momento molto americano di chiamiamolo journalism pride, quel sentimento di indipendenza e forza che è da sempre parte integrante della mitologia sul grande giornalismo americano, quello canonizzato almeno dal Watergate in giù, quello che viene evocato sui manuali per studenti alle scuole. Anche se alle nostre latitudini può capitare che per insegnare la materia si scelga di limitarsi a proiettare Tutti gli uomini del presidente, uno dei film a cui Tom McCarthy si rifà per il suo Il caso Spotlight.

Telefoni che squillano, i cubicoli della redazione, le battute tra colleghi, l’ufficio del direttore sempre acceso, le improvvise epifanie e gli inseguimenti alle fonti, le nottatacce: un po’ di retorica, ma, insomma, non guasta.

L’inchiesta del Globe che ha ispirato il film ottenne il Pulitzer nel 2003 ed è raccolta in Italia nel libro Sette pezzi d’America (minimum fax, a cura di Simone Barillari), assieme ad altri casi che hanno fatto la storia degli Stati Uniti, dall’esplosione del Challenger fino a Scientology e ancora al Watergate. Chi ha letto gli articoli scoprirà che Il caso Spotlight segue il racconto giornalistico molto fedelmente. A fare la differenza è un grande cast: Michael Keaton interpreta Robby Robinson, il capo della squadra; Mark Ruffalo e Rachel McAdams fanno i “reporter di strada”, quelli che a fasi alterne ricevono le porte sbattute in faccia o che incontrano le fonti ai tavoli di un bar; Brian d’Arcy James lavora sull’archivio. Stanley Tucci veste i panni di Mictchell Garabedian, lo spigoloso avvocato che difende le vittime degli abusi.

Quello in cui a un certo punto s’imbattono i giornalisti del Globe è un classico caso di storia-sotto-gli-occhi-di-tutti. Lo stesso giornale, prima di partire con l’inchiesta, ha pubblicato qualche sparuto articolo relegato in cronaca. Perché le molestie dei sacerdoti sono state denunciate, perché esiste persino un’associazione che riunisce le vittime e raccoglie materiale. Ma una grande coltre scende a coprire lo scandalo vero e proprio, ovvero la sconcertante regolarità con cui le violenze si consumano. Un cordone protettivo che passa (appunto) attraverso i grandi poteri della città: diocesi, tribunale, e – almeno fino all’arrivo del nuovo direttore – lo stesso Boston Globe. Il lavoro dei giornalisti porterà alla luce decine di casi, denunciati e regolarmente coperti.

Ora, Il caso Spotlight non insiste morbosamente sullo scandalo. Le violenze sono evocate e non mostrate. Il film è molto equilibrato: mostra il dolore reale delle vittime senza scivolare nella retorica anti-clericale. Del resto il cardinale Sean Patrick O’Malley, succeduto a Law nella diocesi di Boston e unanimemente apprezzato per il suo lavoro di pulizia e trasparenza, ha visto il film alla sua uscita definendolo “importante e potente”, e il cast ha invitato lo stesso Bergoglio a guardarlo.

Quanto a Law, il cardinale che sapeva quanto avveniva e che scriveva lettere d’encomio ai sacerdoti coinvolti (ad esempio a padre Shanley, coinvolto in sette casi di molestie: «Senza dubbio nel corso di tutti questi anni di generoso zelo e sollecitudine, le esistenze e i cuori di molte persone sono state toccate dall’aver condiviso con te lo Spirito del Signore. Sei sinceramente stimato per tutto quello che hai fatto»), dal 2011 è ospite – arciprete emerito – della Basilica di Santa Maria Maggiore.

Nei primi giorni dell’insediamento di Bergoglio, si disse che il papa “allontanò” (o “cacciò” in alcune versioni più spinte) il vecchio cardinale di Boston dalla Basilica: la nota ufficiale di padre Lombardi era tutto sommato più sfumata.

L'articolo Il caso Spotlight, il film sugli abusi sessuali nella Chiesa proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cinema/il-caso-spotlight-il-film-sugli-abusi-sessuali-nella-chiesa/feed/ 1
Con Kubrick https://minimaetmoralia.it/cinema/con-kubrick-michael-herr/ https://minimaetmoralia.it/cinema/con-kubrick-michael-herr/#comments Fri, 07 Mar 2014 11:30:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19167 Il 7 marzo 1999 moriva Stanley Kubrick. Lo ricordiamo con un estratto da Con Kubrick, il libro, uscito per minimum fax nel 2009 e curato di Simone Barillari, che racconta l'amicizia con Michael Herr, co-sceneggiatore di Full Metal Jacket. Traduzione di Nefeli Misuraca.

di Michael Herr

Stanley era un buon amico, e una persona con cui era meraviglioso lavorare, ma era terribile stipulare accordi d’affari con lui, terribile. La sua insistenza a tirare sul prezzo era proverbiale, ed è vero che, quando si trattava di stipulare un accordo di lavoro, i soldi, che fossero suoi o della Warner Bros., arrivavano sempre lentamente ed erano pochi, e a volte non c’erano proprio, a meno che tu non fossi una star assolutamente necessaria, e anche così lo tormentò per anni il pensiero che in Shining Jack Nicholson avesse fatto più soldi di lui. Ammesso che, credo di dover aggiungere, Jack Nicholson li abbia fatti davvero.

L'articolo Con Kubrick proviene da Minima et Moralia.

]]>
tt

Il 7 marzo 1999 moriva Stanley Kubrick. Lo ricordiamo con un estratto da Con Kubrick, il libro, uscito per minimum fax nel 2009 e curato di Simone Barillari, che racconta l’amicizia con Michael Herr, co-sceneggiatore di Full Metal Jacket. Traduzione di Nefeli Misuraca.

di Michael Herr

Stanley era un buon amico, e una persona con cui era meraviglioso lavorare, ma era terribile stipulare accordi d’affari con lui, terribile. La sua insistenza a tirare sul prezzo era proverbiale, ed è vero che, quando si trattava di stipulare un accordo di lavoro, i soldi, che fossero suoi o della Warner Bros., arrivavano sempre lentamente ed erano pochi, e a volte non c’erano proprio, a meno che tu non fossi una star assolutamente necessaria, e anche così lo tormentò per anni il pensiero che in Shining Jack Nicholson avesse fatto più soldi di lui. Ammesso che, credo di dover aggiungere, Jack Nicholson li abbia fatti davvero.

La patologia del denaro che aveva Stanley era uno dei fenomeni comportamentali più incredibili cui io abbia mai assistito. A dispetto dell’attenzione che metteva, e del tremendo prezzo che pagava, per prendere in tutti i modi le distanze dagli uomini avidi e brutali che comandavano a Hollywood, un pezzo del suo cuore batteva sempre all’unisono con il loro, in affinità elettiva, e sapeva a volte usare i loro stessi metodi. È possibile che alcune delle sue navi abbiano navigato battendo bandiera liberiana, che la sua parola non fosse necessariamente sacra; ed è vero, se si accettava di lavorare solo per i soldi, capisco che alla fine ci si potesse sentire sottopagati, o anche derubati, come hanno detto alcuni.

Stanley era il Grande Pescatore. Trattava le persone come tanti pesci, ma pesci sempre differenti, dal maestoso salmone al grande squalo bianco, dall’agile trota all’indolente pesce di palude, ognuno da affrontare in modo particolare a seconda della velocità della corrente e della capacità di combattere che dimostrava, oltre che, naturalmente, del desiderio e della necessità che aveva Stanley di prenderlo. A volte c’era più lotta che gioco, e lui tagliava la lenza, ma molto più spesso c’erano quelli che non vedevano l’ora di saltare dritti dritti nella barca di Stanley e mettersi da soli fuori combattimento, perché, dopotutto, lui era Stanley Kubrick.

E lui lo sapeva, aveva tutte le ragioni per saperlo. Era una ferma convinzione di Stanley che fosse un privilegio lavorare con lui, e non era nemmeno lontanamente come potrebbe sembrare, si trattava soltanto di un dato di fatto che era al di là di qualsiasi questione di arroganza o umiltà. Io concordavo con lui, all’epoca, e non è mai accaduto nulla che mi abbia fatto cambiare idea in proposito. Eppure, lo rendeva felice sapere che non avrei mai fatto altro che qualche blanda rimostranza di rito riguardo a quelli che lui amava chiamare «emolumenti». Probabilmente c’era una parte di lui che mi compativa perché mi mostravo così poco attento al mio «prezzo» e gli offrivo in quel modo la mia gola bianca e morbida, sapendo, come sapevo fin troppo bene, che lui non avrebbe mai preso in considerazione, dato il quadro della sua patologia, l’eventualità di non trarne vantaggio.

«Dio mio, Michael, sei una persona così pura», diceva quasi trasudando sarcasmo.

«Mi stai dando dell’idiota, Stanley?»[1] E le parole del mio agente mi balenavano in testa.

Stanley, in realtà, non aveva fatto il bar mitzvah. Gli riusciva sì e no di essere promosso a scuola; alle medie andava male in inglese, per non parlare dell’ebraico, e inoltre il dottor Kubrick e sua moglie non erano molto religiosi, e comunque Stanley non voleva. Non aveva quello che si dice un carattere facile. Dal giorno in cui era entrato alle elementari nel 1934, il registro delle sue presenze era stato un misterioso intreccio di ripetute assenze in serie, la disciplina inesistente o almeno non visibile all’esterno, i voti scandalosi. Aveva preso «insufficiente» alla voce «Lavora e gioca bene con gli altri», «Rispetta gli altri» e, inevitabilmente, «Personalità». Se la cavava bene in fisica, ma uscì dalle superiori con la media del 6, e il college non fu nemmeno preso in considerazione. A diciassette anni stava già lavorando come fotografo freelance per la rivista Look, poi venne assunto, e intanto giocava spesso a scacchi, leggeva libri in quantità e provvedeva in altri modi alla propria formazione come fanno tutte le persone brillanti.

Ai suoi amici Stanley appariva sempre giovanile in modo quasi soprannaturale. La sua voce non invecchiò mai nel corso dei vent’anni in cui lo conobbi. Aveva una disarmante capacità di «alleggerire» i discorsi seri con un greve umorismo adolescenziale, davvero sboccato, in effetti, pressoché da liceale. (Pensate a Lolita, con le sue battute sulla torta alla ciliegia, sui buchi delle carie da otturare e sugli spaghettini molli, così ostentatamente sboccate, senza vergogna, sovversive: quella era l’idea. Stanley introduce nel film il tono nabokoviano di lirismo erotico, catturando l’essenza del romanzo, nella sequenza dei titoli di testa, quando Lolita si dipinge teneramente e meticolosamente le unghie dei piedi, e poi dà inizio alla commedia. Che favoloso, scintillante barometro morale ci apparve quel film nel 1962 quando era appena uscito, e quanto ci piaceva il modo in cui, pensavamo, avrebbe girato il vento.)

Ognuno di noi porta con sé la propria adolescenza per tutta la vita, ma l’adolescenza di Stanley era come una sorgente d’acqua, che non necessariamente sgorgava pura, ma era sempre fresca, e rinfrescante, e commovente, perché di tanto in tanto vi si poteva vedere il riflesso di qualcuno che somigliava al piccolo Stanley, un ragazzino straordinariamente intelligente che doveva aver sofferto molto, eppure non si era mai perso d’animo. A volte immaginavo di poter capire l’adolescenza che aveva avuto, in tutta la sua tortuosa complessità.

Nella biografia di Vincent LoBrutto, Stanley Kubrick. L’uomo dietro la leggenda, c’è una fotografia di questo essere, inetto nei rapporti umani e umiliato dalla scuola, che venne scattata quando aveva dodici o tredici anni, più o meno nel periodo in cui avrebbe fatto il bar mitzvah se, come ogni persona normale, avesse fatto il bar mitzvah. Come una sorta di prova reperita scavando tra le cianfrusaglie con l’intento di delineare la personalità di una leggenda, sul genere di Quarto potere, la fotografia suggerisce in modo molto persuasivo come questo sfigato ragazzino ebreo del Bronx sia giunto a identificarsi così intimamente, e anche così appropriatamente, con Napoleone.

È notevole e inquietante come le foto che usò più tardi nei suoi film: il defunto signor Haze,[2] «l’integrità in persona», i cui occhi meschini e calcolatori guardano giù dalla parete della camera da letto della vedova (le sue ceneri sono in un’urna sopra il comò), spiando la catastrofe sessuale che incombe, oppure Jack Torrance, che ha «sempre abitato all’Overlook», mentre sorride come un invasato in una fotografia appesa al muro dell’hotel e scattata trent’anni prima che nascesse. Ancora in età puberale e già caratterialmente, se non addirittura tatticamente, estraneo alla possibilità del compromesso; riservato ma schietto, concentrato, determinato, serio e seriamente divertito, abituato non tanto a guardare te ma attraverso di te, verso qualcosa che preferisco non rivelare. La definirei la fotografia di un ragazzo molto potente, un piccolo demonio (come sono certo che qualcuno a casa deve averlo chiamato almeno una volta), forse non ancora sicuro di quello che vuole, ma a cui è insolitamente chiaro quello che non vuole, e che non ha intenzione di accettare in silenzio; lineamenti molto fini, delicati eppure duri, ecco Stanley sull’orlo tremante dell’età adulta, una faccia preadolescente che avvolge un’anima antica, come se avesse già visto ogni cosa venire e poi l’avesse vista andare, e con ciò?

(Questa fotografia potrebbe anche suggerire perché, quando giunse a fare il suo «film sulla giovinezza», la vera giovinezza rimase completamente assente. Non appena uscì, Arancia meccanica suscitò controversie senza precedenti, perfino odio, rivelando una serie di convinzioni diffuse nella «comunità» dei critici in merito all’alto livello raggiunto dalla cosiddetta civiltà che Stanley attaccava, e portandoli a una condanna di quell’ambiguità che è sempre stata il marchio delle opere di prim’ordine. Penso che quel film abbia spaventato anche lui, il che depone a favore di qualsiasi artista; in Arancia meccanica l’arte e la vita procedevano così ravvicinate e incontrollabili che non c’era tempo per l’una di imitare l’altra, sgorgava tutto dalla stessa fonte. I pestaggi e gli omicidi compiuti a imitazione di quelli del film iniziarono non appena Arancia meccanica venne mostrato in Inghilterra, e lì Stanley lo ritirò in modo permanente dalla distribuzione. Le persone oneste non potevano credere che fosse consapevole di quanto era repellente il film che aveva fatto, perché se ne fosse stato consapevole non avrebbe mai potuto farlo. Ma è chiaro che lui ne era consapevole, e che era stato perfettamente sincero; non gli importava che il film fosse repellente – voleva essere repellente – purché fosse bello.)

Non amava molto i soliti riferimenti al fatto di essere stato «uno che giocava a scacchi per soldi» ai tempi del Greenwich Village, come se questo contraddicesse la solennità e la bellezza dell’esercizio, il pensiero che tutto il suo giocare fosse solo pour le sport o, più esattamente, pour l’art. Vincere la partita era importante, naturalmente, vincere i soldi era irresistibile, ma non era niente a confronto del suo gioco, alla minuziosa, infinita attività di portare il suo gioco alla perfezione. Ma naturalmente giocava anche d’azzardo, giocava sempre d’azzardo; quando crebbe e andò oltre la fotografia, gli scacchi divennero film, e i film divennero scacchi giocati con altri mezzi. Dubito che abbia mai pensato agli scacchi solo come a un gioco, o anche in minima parte come a un gioco. Non faccio nessuna fatica a immaginare che molti di quelli che sedevano dall’altra parte della scacchiera si siano sciolti, frantumati e liquefatti, quando Stanley faceva fuoriuscire dagli occhi quel raggio gelido – parlo di sguardi penetranti e di un’intelligenza capace di perforare; si erano seduti lì per una tranquilla partita a scacchi, e all’improvviso lui stava pensando per tutti e due.

Più o meno in questo periodo un suo amico delle superiori, il regista Alexander Singer, andò con lui a vedere Aleksandr Nevskij di Ejzenštejn. «E così sentiamo la colonna sonora di Prokofiev composta per la battaglia sul ghiaccio, e Stanley non riesce più a togliersela dalla mente. Comprò il disco e […] lo ascoltò e riascoltò così tante volte» che sua sorella minore finì per non reggerlo più, e ruppe il disco. «Penso che la parola ossessivo non sia del tutto inesatta».

È esatta solo fino a un certo punto; proprio nella misura in cui Stanley era versato in molte discipline, era anche variamente ossessivo, e non si comportava mai con sufficienza quando si trattava di raccogliere informazioni, né si lasciava mai spaventare da quello che apprendeva, qualsiasi cosa fosse. Nessuno che pensi davvero di essere più intelligente di chiunque altro arriverebbe mai a fare tante domande quante ne faceva sempre lui. Batteva i volonterosi e mediocri scacchisti al parco, lavorava per Look, a volte usando una serie di fotografie per raccontare storie, altre volte scattando foto di personaggi come Dwight Eisenhower e George Grosz, Montgomery Clift, Frank Sinatra e Joe DiMaggio (e, ne sono sicuro, tenendo ben aperti occhi e orecchie), leggeva dieci o venti libri alla settimana e cercava di vedere qualsiasi film fosse mai stato fatto. Le probabilità che un film fosse brutto erano tutt’altro che basse, ma non c’era nessun film che non valesse la pena di vedere.

Da ragazzo aveva fatto parte di quella piccola folla di quartiere che si raccoglieva ritualmente, come una comunità, dentro e fuori il Loew’s Paradise e l’rko Fordham[3] due o tre volte alla settimana, e adesso era un assiduo frequentatore del moma e dei pochi cineforum che programmavano retrospettive di film stranieri, del Cinema 16, vero e proprio simbolo dell’underground newyorkese, e delle sale sulla Quarantaduesima Strada che davano tre film al prezzo di uno.

Sembra che fosse già incurante, in modo perfino sconsiderato, del proprio aspetto, e che mescolasse camicie, giacche e cravatte in barbare combinazioni mai viste prima, disdicevoli pantaloni e bizzarri e fortunosi tagli di capelli. Cominciò a infiltrarsi in qualsiasi struttura che all’epoca si occupasse di cinema, gironzolando per sale di montaggio, laboratori di sviluppo e negozi di attrezzature cinematografiche, e facendo continuamente domande: Come fai a farlo?, e: Cosa succederebbe se tu invece facessi così?, e: Secondo te quanto costerebbe se…? Era un patito di jazz, e frequentava i club, ed era un tifoso degli Yankees, perciò andava anche alle partite, e tutto questo a New York alla fine degli anni Quaranta e nei primi anni Cinquanta, un brillante, sveglissimo ragazzo che sognava a occhi aperti come lui non c’è da meravigliarsi che fosse un hipster,[4] un classico hipster prodotto negli anni Quaranta, rifinito nei Cinquanta, esistenzialista, altamente evoluto e determinato. Il suo modo di vedere le cose e il suo temperamento erano molto più vicini a quelli di Lenny Bruce[5] che di qualsiasi altro regista, e questo non era solo uno dei tanti lati del suo carattere. Il suo carattere aveva molti aspetti e molti modi di essere, ma Stanley fu, per tutta la sua vita, un hipster.

 


[1] Nell’originale l’autore usa il termine yiddish schmuck. [n.d.c.]

[2] Il padre di Lolita. [n.d.c.]

[3] Due storici cinema del Bronx nei pressi di Fordham Road. [n.d.c.]

[4] Negli anni Quaranta e Cinquanta il termine hipster indicò una sottocultura metropolitana, diffusa tra i giovani di razza bianca, che si caratterizzava per uno stile di vita ispirato a quello dei jazzisti di colore che si esibivano nei club: passione per il jazz e per tutto ciò che era nuovo, modo di vestire trasandato, tenore di vita molto povero, grande promiscuità sessuale. [n.d.c.]

[5] Lenny Bruce (1925-1966) fu un geniale comico e autore satirico americano di origine ebraica, che si esibì soprattutto nei club e nei cabaret di New York durante gli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, andando spesso incontro a problemi con la legge per il linguaggio osceno dei suoi spettacoli e per l’irriverenza con cui metteva a nudo le contraddizioni della morale borghese. [n.d.c.]

L'articolo Con Kubrick proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cinema/con-kubrick-michael-herr/feed/ 2
La luce di Kubrick nel buio del futuro https://minimaetmoralia.it/cinema/la-luce-di-kubrick-nel-buio-del-futuro/ https://minimaetmoralia.it/cinema/la-luce-di-kubrick-nel-buio-del-futuro/#respond Thu, 06 Mar 2014 13:46:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19152 Si intitola «Un altro ’68. 2001: Odissea nello spazio», l’iniziativa di cittadinanza culturale che si tiene questa sera 6 marzo a Bari (multisala Showille, ore 20). Una serata Kubrick, a 15 anni esatti dalla morte del regista, che sarà aperta dalla performance musicale «Full Music Jacket ’68» del sassofonista Roberto Ottaviano, una breve composizione di brani celebri e composizioni originali. Seguirà un dialogo su Kubrick e le culture del ’68tra lo scrittore Gianrico Carofiglio e il critico cinematografico Oscar Iarussi. Quindi la proiezione del capolavoro del regista americano Stanley Kubrick, «2001: Odissea nello spazio» (Gran Bretagna/USA, 1968, 140 minuti). L’iniziativa è curata da Michele Bisceglie, Oscar Iarussi, Alessandro Laterza, in collaborazione con Veluvre - Visioni Culturali e Libreria Laterza.

Questo articolo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno. (Fonte immagine)

«È un contenuto che non ho mai pensato di formulare in parole». Suonava beffarda la risposta riservata da Stanley Kubrick (SK) a chi gli chiedeva di spiegare una scena o un film come 2001: Odissea nello spazio. Argomentò in un’intervista del 1968 a Eric Nordem di «Playboy»: «Che giudizio daremmo oggi della Gioconda se Leonardo avesse scritto in calce alla tela “Questa signora sorride perché ha mal di denti”, oppure “perché sta nascondendo un segreto al suo amante”?». L’interlocutore veniva così riportato all’essenza del cinema irriducibile al logos, ovvero alla sua trama di sogni e incubi (Shining, 1980). Secondo il critico francese Michel Ciment - fra i massimi esperti dell’Autore del quale curò la retrospettiva veneziana nel 1997 - Kubrick, Boorman e Malick sono i rari registi contemporanei «che hanno voluto, senza rinunziare agli arricchimenti del parlato, ricongiungersi alle origini della loro arte» (Les conquérants d’un nouveau monde, Gallimard 1981).

L'articolo La luce di Kubrick nel buio del futuro proviene da Minima et Moralia.

]]>
stanley_kubrick_01

Si intitola «Un altro ’68. 2001: Odissea nello spazio», l’iniziativa di cittadinanza culturale che si tiene questa sera 6 marzo a Bari (multisala Showille, ore 20). Una serata Kubrick, a 15 anni esatti dalla morte del regista, che sarà aperta dalla performance musicale «Full Music Jacket ’68» del sassofonista Roberto Ottaviano, una breve composizione di brani celebri e composizioni originali. Seguirà un dialogo su Kubrick e le culture del ’68tra lo scrittore Gianrico Carofiglio e il critico cinematografico Oscar Iarussi. Quindi la proiezione del capolavoro del regista americano Stanley Kubrick, «2001: Odissea nello spazio» (Gran Bretagna/USA, 1968, 140 minuti). L’iniziativa è curata da Michele Bisceglie, Oscar Iarussi, Alessandro Laterza, in collaborazione con Veluvre – Visioni Culturali e Libreria Laterza.

Questo articolo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno. (Fonte immagine)

«È un contenuto che non ho mai pensato di formulare in parole». Suonava beffarda la risposta riservata da Stanley Kubrick (SK) a chi gli chiedeva di spiegare una scena o un film come 2001: Odissea nello spazio. Argomentò in un’intervista del 1968 a Eric Nordem di «Playboy»: «Che giudizio daremmo oggi della Gioconda se Leonardo avesse scritto in calce alla tela “Questa signora sorride perché ha mal di denti”, oppure “perché sta nascondendo un segreto al suo amante”?». L’interlocutore veniva così riportato all’essenza del cinema irriducibile al logos, ovvero alla sua trama di sogni e incubi (Shining, 1980). Secondo il critico francese Michel Ciment – fra i massimi esperti dell’Autore del quale curò la retrospettiva veneziana nel 1997 – Kubrick, Boorman e Malick sono i rari registi contemporanei «che hanno voluto, senza rinunziare agli arricchimenti del parlato, ricongiungersi alle origini della loro arte» (Les conquérants d’un nouveau monde, Gallimard 1981).

Il cinema materico e onirico di Kubrick non esclude l’indagine meticolosa delle strutture, delle forme e delle potenzialità espressive della settima arte. Anzi. Il focus della sua ossessione è l’epistemologia della visione con i relativi limiti. Chiamiamolo «il paradigma di Tiresia»: vedere lontano significa tenere chiusi gli occhi spalancati, aderendo al gioco di significati del film postumo Eyes Wide Shut (1999). Non a caso l’indovino cieco della mitologia greca ricorre nei quadri di un altro genio novecentesco, Mark Rothko, l’artista dei celebri Black-Form Paintings.

2001: Odissea nello spazio (1968) si apre con alcuni minuti di schermo nero. Persino più sconcertante nell’«ordine del discorso», per abusare del titolo di Foucault, è l’intervallo buio nel bel mezzo del film, che nella versione originale durava quasi otto minuti, poi ridotti a tre. Incipit e «pausa» sono entrambi scanditi dalle Atmosphères del compositore ungherese GyörgySándorLigeti, mai interpellato in merito, che per questo fece causa a Kubrick e la vinse. D’altronde il viaggio omerico nello spazio di 2001 – che secondo taluni trova il suo Polifemo nel computer HAL 9000 – riserva soltanto una quarantina di minuti di dialoghi su due ore e venti. Un film «al di là delle parole», alla stregua di «un festival della immaginazione» (Jacques Goimard).

Il Gran Visionario intravedeva cose di là da venire, relazioni, mondi che si sarebbero concretati in seguito. Per dirne una, in 2001 c’è… Skype. E pensate all’icona occhiuta del Grande Fratello mutuata da quel capolavoro. Kubrick morì d’infarto il 7 marzo 1999, a settantuno anni, nell’Inghilterra dove si era trasferito quarant’anni prima in polemica col sistema hollywoodiano, avendo a lungo litigato con Kirk Douglas durante le riprese di Spartacus (1960).

Figlio di un medico ebreo del Bronx, SK aveva in sospetto gli intellettuali snob di New York, era un agnostico, e, sebbene gli attribuissero l’etichetta di «nietzschiano», il suo resta un nichilismo incantato, quasi speranzoso di essere contraddetto. Confidava: «L’aspetto più spaventoso dell’universo non è il fatto che esso sia ostile ma che esso sia indifferente; ma se riusciamo a fare i conti con questa sua indifferenza e se accettiamo le sfide della vita nei limiti imposti dalla morte, la nostra esistenza può avere un senso. Per quanto vaste siano le tenebre, sta a noi procurarci la luce». Pare di leggere il Freud che durante la prima guerra mondiale riflette sulla «bellezza e finitezza di essere al mondo».

SK esordisce da fotografo sulla rivista «Look» nel 1945, coltivando il mito del fotoreporter noir Weegee, che sarebbe stato invitato a scattare le immagini di scena del Dottor Stranamore (1963). Il giovane Stanley è partecipe nel Greenwich Village della nascente Beat Generation. È lì che si formano la matrice dell’«artista-mondo» e l’afflato enciclopedico per varietà e sintesi degli interessi: pittura, letteratura, architettura, scienza, musica, teatro intessono un corpus cinematografico (tredici lungometraggi) paragonabile per intensità solo a quelli di Fellini e Bergman, i registi prediletti da Kubrick.

Egli è l’ultimo degli allucinati e tersi interpreti del futuro, ben oltre la dimensione fantascientifica. Archiviato il Novecento «secolo americano», si stenta tutt’oggi a ipotizzare quel che può attenderci oltre il passaggio epocale dell’11 settembre 2001 e l’abbattimento delle Twin Towers, totem monolitici del commercio mondiale. Già, non è forse un monolito a scatenare la violenza delle scimmie antropoidi nel prologo di 2001? Per Kubrick, tanto lucido quanto apocalittico, la violenza nasce e si sviluppa con la civiltà e va a regime come «un’arancia ad orologeria» (Arancia meccanica, dall’omonimo apologo di Burgess, 1971). Ma può assume i toni suadenti della voce di HAL 9000, il computer di bordo assassino e fragile nel viaggio dell’astronave verso Giove. Nel vuoto primitivo o in quello cosmico, il presagio luttuoso sta nella compattezza: il monolito è il contrario della dialettica, della complessità e della modernità. E non sempre si fa mente locale sul fatto che 2001: Odissea nello spazio, con un’eco luddista contro le macchine che asserviscono l’uomo, uscì nel 1968, l’anno cuspidale della rivolta giovanile in Occidente.

Le immagini testamentarie di Eyes Wide Shut restituiscono i volti mascherati nelle orge dei potenti/impotenti. Una volta di più per Kubrick il Re Occhio è nudo, perché il delirio di onnipotenza del «vedere tutto» coincide paradossalmente con un principio di cecità. Eyes Wide Shut, l’abbiamo detto, sta per occhi al tempo stesso «spalancati» e «chiusi», come le fessure delle maschere veneziane o le palpebre dei defunti che restano aperte finché una mano pietosa non le abbassa. Il film è un apologo erotico – e politico – ispirato al romanzo breve Doppio sogno di Arthur Schnitzler (1926) sulla dissoluzione/ricomposizione del legame fra i giovani e ricchi coniugi interpretati da Tom Cruise e Nicole Kidman in un cupo universo di sesso imprigionato e di irrimediabile violenza di classe, lungo la frontiera pericolosa che separa – ma invero congiunge – realtà e sogno, un po’ come in Giulietta degli spiriti di Fellini.

Summa tematica dell’autore, Eyes Wide Shut è una «odissea nella coppia» cui non sono estranee le fantasie libertine di Lolita (1962) che Stanley giudicò sempre troppo casto rispetto al romanzo di Nabokov, le fosche suggestioni di Arancia meccanica, la metafora economica di Barry Lyndon (1965) spesso equivocato per la sua algida perfezione formale settecentesca.

L’anelito più profondo di SK – testimonia lo scrittore e sceneggiatore Michael Herr – era rivolto a inserire in qualsiasi storia «la presenza pulsante dell’Ombra» cara alla psicoanalisi di Jung, «perché il recinto della tenebra è la sede della creatività» (Con Kubrick. Storia di un’amicizia e di un capolavoro, a cura di Simone Barillari, minimum fax 2009). Così, di film in film, Kubrick ribadisce il suo «illuminismo» radicalizzato nel corpo a corpo con il mistero, nella sfida cui l’irrazionale non smette di sottoporci. Opere splendidamente spettacolari e al tempo steso favole filosofiche, saggi storici irrituali e non meno perturbanti: da Orizzonti di gloria  a Spartacus, dal Dottor Stranamore a Full Metal Jacket, la «sua» guerra del Vietnam. Tra gli altri, avrebbe voluto fare un film su Napoleone e uno sulla Shoah, abbandonando il primo progetto per motivi produttivi e l’altro quando seppe che Spielberg si accingeva a girare Schindler’s List.

«In casa nostra non si cercavano gli aghi, si cercavano i pagliai» – ricorda Christiane Kubrick, la terza moglie conosciuta a Monaco nel 1957 sul set di Orizzonti di gloria nel cui struggente epilogo è la prigioniera tedesca che canta davanti ai soldati. «I pagliai», come dire il futuro col suo corredo di Paura e desiderio, per citare il titolo del primo film (1953). La fine è l’inizio.

L'articolo La luce di Kubrick nel buio del futuro proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cinema/la-luce-di-kubrick-nel-buio-del-futuro/feed/ 0
JFK, la storia che esplode davanti agli occhi https://minimaetmoralia.it/estratti/omicidio-jfk/ https://minimaetmoralia.it/estratti/omicidio-jfk/#respond Sat, 23 Nov 2013 08:55:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16557 In occasione del cinquantesimo anniversario dell'assassinio di JFK, ieri abbiamo pubblicato due riflessioni di Francesco Longo e Cataldo Bevilacqua. Oggi chiudiamo il cerchio con un estratto da Omicidi americani, la raccolta di inchieste dei premi Pulitzer uscita per minimum fax nel 2006 e curata da Simone Barillari. Traduzione di Ada Arduini. (Fonte immagine)

di Simone Barillari

L’articolo premiato con il Pulitzer che Merriman Smith scrisse come testimone oculare dell’omicidio del presidente Kennedy e soprattutto i suoi dispacci all’agenzia di stampa upi – in straor­dinario, inspiegabile anticipo su tutti quelli della concorrenza – collocarono a lungo la sua prestazione giornalistica tra le più notevoli mai offerte da un reporter davanti a un evento capitale cui assisteva in prima persona. In realtà, agli occhi di alcuni colleghi, quella prestazione si rivelò per ciò che era realmente stata già la notte stessa di quel 22 novembre 1963, quando Albert Merriman Smith, non senza un certo compiaciuto cinismo, sollevò la ca­micia e mostrò ai colleghi il gran numero di lividi che gli copri­vano la schiena; spiegò poi ai presenti quello che non era scritto nell’articolo ed era invece successo a bordo della macchina del pool stampa al seguito del presidente, ossia come gli era stato possibile, nell’arco di pochi minuti, appropriarsi del più sensazionale evento della storia americana dai tempi dell’attacco a Pearl Harbor.

In qualità di inviato della United Press International presso la Casa Bianca, il ventottenne Merriman Smith aveva iniziato a lavorare durante l’amministrazione Roosevelt, quando nel 1941 scrisse che al cenone di Capodanno il presidente e sua moglie avevano ordinato stinco di cavallo e fagioli neri, e ai colleghi che gli domandavano sorpresi perché si fosse inventato una notizia del genere, lui aveva risposto che in America tutti, al cenone, mangiano stinco di cavallo e fagioli neri. Sotto il mandato di Truman, quando l’annuncio della fine della seconda guerra mondiale aveva scatenato la corsa frenetica dei reporter verso i telefoni, lui era caduto spezzandosi una clavicola, ma prima di farsi prestare delle cure mediche aveva raggiunto comunque l’apparecchio e dettato il dispaccio con la notizia. In seguito aveva accompagnato Eisenhower nel suo storico giro di incontri diplomatici in Europa, Asia e Africa, e nel 1963, quando compì cinquant’anni, Merriman Smith era il più noto corrispondente dalla Casa Bianca e Kennedy il suo quarto presidente.

L'articolo JFK, la storia che esplode davanti agli occhi proviene da Minima et Moralia.

]]>
BS-US-NEWS-JFK50YEARS-lead-MCT

In occasione del cinquantesimo anniversario dell’assassinio di JFK, ieri abbiamo pubblicato due riflessioni di Francesco Longo e Cataldo Bevilacqua. Oggi chiudiamo il cerchio con un estratto da Omicidi americani, la raccolta di inchieste dei premi Pulitzer uscita per minimum fax nel 2006 e curata da Simone Barillari. Traduzione di Ada Arduini. (Fonte immagine)

di Simone Barillari

L’articolo premiato con il Pulitzer che Merriman Smith scrisse come testimone oculare dell’omicidio del presidente Kennedy e soprattutto i suoi dispacci all’agenzia di stampa upi – in straor­dinario, inspiegabile anticipo su tutti quelli della concorrenza – collocarono a lungo la sua prestazione giornalistica tra le più notevoli mai offerte da un reporter davanti a un evento capitale cui assisteva in prima persona. In realtà, agli occhi di alcuni colleghi, quella prestazione si rivelò per ciò che era realmente stata già la notte stessa di quel 22 novembre 1963, quando Albert Merriman Smith, non senza un certo compiaciuto cinismo, sollevò la ca­micia e mostrò ai colleghi il gran numero di lividi che gli copri­vano la schiena; spiegò poi ai presenti quello che non era scritto nell’articolo ed era invece successo a bordo della macchina del pool stampa al seguito del presidente, ossia come gli era stato possibile, nell’arco di pochi minuti, appropriarsi del più sensazionale evento della storia americana dai tempi dell’attacco a Pearl Harbor.

In qualità di inviato della United Press International presso la Casa Bianca, il ventottenne Merriman Smith aveva iniziato a lavorare durante l’amministrazione Roosevelt, quando nel 1941 scrisse che al cenone di Capodanno il presidente e sua moglie avevano ordinato stinco di cavallo e fagioli neri, e ai colleghi che gli domandavano sorpresi perché si fosse inventato una notizia del genere, lui aveva risposto che in America tutti, al cenone, mangiano stinco di cavallo e fagioli neri. Sotto il mandato di Truman, quando l’annuncio della fine della seconda guerra mondiale aveva scatenato la corsa frenetica dei reporter verso i telefoni, lui era caduto spezzandosi una clavicola, ma prima di farsi prestare delle cure mediche aveva raggiunto comunque l’apparecchio e dettato il dispaccio con la notizia. In seguito aveva accompagnato Eisenhower nel suo storico giro di incontri diplomatici in Europa, Asia e Africa, e nel 1963, quando compì cinquant’anni, Merriman Smith era il più noto corrispondente dalla Casa Bianca e Kennedy il suo quarto presidente.

Se dati come questi possono dare una misura della carriera di Merriman Smith, gli aneddoti che circolavano su di lui suggeriscono bene certi contorni della sua personalità e probabilmente anche il motivo per cui era lui, quel mattino a Dallas, a occupare il posto più vicino al telefono sulla berlina nera del pool stampa. Sarebbe stata infatti consuetudine che l’inviato dell’upi e della concorrente Associated Press si alternassero in quella posizione privilegiata, ma quasi sempre, in realtà, era Merriman Smith a sedersi di fronte. Dietro c’era invece un fotografo e c’era soprattutto Jack Bell dell’ap, interessato per parte sua molto più all’analisi politica che ai dispacci d’agenzia. Era più anziano del collega di qualche anno e di indole cupa e biliosa, raccontano, al contrario di Smith che era generalmente estroverso e solare, malgrado fosse ormai sull’orlo dell’alcolismo. Intercorreva tra i due un fermo e reciproco disprezzo che datava probabilmente dai tempi della campagna per le presidenziali del 1948, quando, almeno secondo Smith, Bell avrebbe riferito al portavoce del candidato democratico che il collega era repubblicano, e se avesse ricevuto informazioni confidenziali di certo le avrebbe usate in modo distorto.

Al di là di questi antichi rapporti di odio e di forza, quel mattino a Dallas non sembrava di particolare importanza sedere accanto al telefono – il presidente Kennedy si trovava lì solo per porre fine alle rivalità che laceravano il Partito Democratico in Texas, ed era lecito che i 3500 clienti di ap e upi tra radio e televisioni si attendessero i principali dispacci del giorno dal Golfo del Messico, per esempio, dove la marina americana stava cercando i resti di un u2 che si era schiantato in mare subito dopo aver sorvolato Cuba, oppure da Berlino, teatro di forti tensioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica per i controlli alle stazioni ferroviarie, o persino da Roma, dove al Concilio Vaticano II i vescovi avevano appena ratificato l’abbandono della messa in latino in favore di quella nelle lingue moderne.

Tre spari risuonarono secchi nell’aria di Dallas alle 12.30 esatte, e Merriman Smith, questo forse il suo merito maggiore, fu il primo a riconoscerli – a capire subito, grazie alla sua passione per i fucili di cui possedeva un’ampia collezione, che si trattava di colpi d’arma da fuoco e non dello scoppio difettoso del motore di un’auto, come quasi tutti intorno a lui avevano pensato d’istinto. Scrisse in seguito di aver visto anche, centocinquanta metri più in là, apparire e scomparire «un lampo di rosa», probabilmente il vestito di Jacqueline Kennedy. Nel suo articolo sono descritti con efficacia e verità anche i due minuti successivi che trascorsero in una generale incertezza e concitazione, nel tentativo di capire cosa succedeva: quello che invece manca nel suo resoconto accadde alle 12.32, quando Merriman Smith afferrò la cornetta del telefono e chiese all’operatore di metterlo in contatto con l’ufficio dell’upi a Dallas.

Alle 12.34 cst nelle agenzie di tutto il mondo si sentirono cinque squilli di campanello – il segnale per un dispaccio della massima urgenza – e i telegrafi dell’upi iniziarono a battere questo comunicato:

dallas, nov. 22 (upi) – three shots were fired

at president’s kennedy motorcade in downtown dallas

Il motivo per cui non c’è traccia di tutto questo nell’articolo è che Merriman Smith, subito dopo aver fatto quel comunicato, tenne stretta a sé la cornetta fingendo con Jack Bell che all’altro capo non avessero sentito, «they can’t hear me, they can’t hear me», ripeteva al collega, che intanto si era affacciato da dietro e ormai chiedeva il telefono con sempre maggiore insistenza, prima imprecando, ­«give me the goddamn phone», infine tempestando di pugni la schiena di Smith, che a quel punto aveva smesso di recitare e faceva semplicemente scudo con il corpo, in modo che il rivale non potesse comunicare la notizia e su un simile evento l’ap venisse sconfitta nettamente, di interi minuti, nelle agenzie di tutto il mondo.

Nient’altro di quello che seguì viene più tenuto nascosto nell’articolo. Quando la berlina nera del pool stampa giunse davanti all’ospedale, Merriman Smith gettò il telefono a Bell, scese dall’auto e seppe da un uomo della scorta che Kennedy era morto. Mentre Smith si precipitava dentro l’ospedale e raggiungeva il telefono nella corsia, Jack Bell, incerto sulle condizioni di Kennedy, non si era ancora messo in contatto con la sua agenzia. Di nuovo i telegrafi dell’upi batterono un comunicato senza che ci fosse ancora nessun riscontro dall’ap. Era un dispaccio preceduto due volte dalla parola flash e da quindici squilli di campanello, segnali usati esclusivamente per eventi chiamati in gergo earthshaker, capaci di scuotere il pianeta: Kennedy era stato gravemente ferito, forse gravemente o forse mortalmente, dai colpi di un assassino.

flash

flash

kennedy seriously wounded

perhaps seriously

perhaps fatally

by assassin’s bullet

Meno di mezz’ora dopo, Merriman Smith era l’unico giornalista a bordo dell’Air Force One quando il presidente Lyndon B. Johnson pronunciò il giuramento costituzionale e durante il volo tra Dallas e Washington si insediò come il trentaseiesimo presidente degli Stati Uniti. Jack Bell, cui era stata offerta la stessa opportunità, aveva declinato l’invito, preferendo restare in ospedale a dettare dispacci.

Nella lettera con cui il direttore dell’upi sottoponeva al comitato del Pulitzer la candidatura di Merriman Smith per il pezzo scritto su quell’aereo si legge: «Per dieci ore circa nel corso del 22 novembre 1963 – prima a Dallas, poi a Washington – Merriman Smith si è trovato a contatto con una serie di eventi sconvolgenti e luttuosi. Raramente, forse mai, un reporter è stato testimone di una parte tanto grande della storia del suo paese in un così breve lasso di tempo». Merriman Smith aveva scritto quell’articolo, concludeva il direttore, «con il vento del mondo in faccia».

Una testimonianza oculare dell’assassinio di Kennedy – premio Pulitzer 1964 nella categoria «reportage nazionale»

di Merriman Smith

23 novembre 1963

Era un mezzogiorno mite e pieno di sole e attraversavamo in auto il centro di Dallas al seguito del presidente Kennedy. Il corteo aveva superato il cuore del quartiere finanziario e imboccato un ampio viale che si snodava all’interno di quello che sembrava un parco.

Io ero a bordo della cosiddetta auto del «pool stampa» della Casa Bianca, un veicolo della compagnia telefonica dotato di radiotelefono mobile. Viaggiavo sul sedile anteriore tra un autista della compagnia e Malcolm Kilduff, responsabile dell’ufficio stampa della Casa Bianca per la visita in Texas del presidente. Sul sedile posteriore erano stretti altri tre reporter del pool stampa.

D’un tratto abbiamo udito tre forti esplosioni, forti in modo quasi doloroso. La prima avrebbe potuto essere scambiata per lo scoppio di un grosso petardo. Ma la seconda e la terza detonazione sono state inconfondibili: colpi di arma da fuoco.

Ci è sembrato che l’auto del presidente, circa cento, centocinquanta metri davanti a noi, sobbalzasse per un istante. Poi abbiamo visto dei movimenti concitati e confusi nell’auto dei servizi segreti di scorta alla limousine con il tettuccio trasparente di Kennedy.

Subito dietro c’era l’auto del vicepresidente Lyndon B. Johnson. A seguire, un’altra vettura trasportava gli agenti di scorta assegnati alla sua sicurezza. Dopo venivamo noi.

La nostra auto è rimasta ferma probabilmente per pochi secondi, che però sono sembrati un’eternità. Quando la storia gli esplode davanti agli occhi, anche l’osservatore più attento non riesce a cogliere appieno la portata di ciò che vede.

Ho guardato verso l’auto del presidente, ma non sono riuscito a vedere né lui né la persona che viaggiava con lui, il governatore del Texas John B. Connally. I due uomini si trovavano sul lato destro della limousine con il tettuccio trasparente arrivata da Washington. Mi è sembrato di cogliere un lampo di rosa, forse la signora Jacqueline Kennedy.

Tutti ci siamo messi a gridare al nostro autista di avvicinarsi all’auto del presidente, ma in quel momento abbiamo notato che la grossa limousine e un motociclista della scorta si allontanavano a grande velocità. Abbiamo urlato all’autista: «Seguili, seguili». Abbiamo superato sbandando l’auto di Johnson e la sua scorta e abbiamo infilato il viale, riuscendo a fatica a star dietro all’auto del presidente e a quella dei servizi segreti.

Le due vetture si sono volatilizzate dietro una curva. Quando l’abbiamo superata anche noi, abbiamo capito dove eravamo diretti: il Parkland Hospital, un grosso edificio in mattoni a sinistra del viale centrale. Con una sgommata abbiamo svoltato bruscamente a sinistra e appena l’auto ha infilato il vialetto dell’ospedale ci siamo lanciati fuori. Io sono corso accanto alla limousine.

Il presidente era riverso a faccia in giù sul sedile posteriore. La signora Kennedy gli teneva la testa fra le braccia ed era china su di lui come se gli stesse sussurrando qualcosa.

Sul pavimento dell’auto c’era il governatore Connally, disteso sulla schiena, la testa e le spalle posate sul braccio della moglie, Nellie, che scuoteva il capo e singhiozzava violentemente, ma senza lacrime. Sul davanti l’abito del governatore colava lentamente sangue. Non sono riuscito a scorgere la ferita del presidente. Ho visto però che il rivestimento del sedile posteriore era schizzato di sangue e che sul suo completo grigio scuro, a destra, si allargava una macchia bruna.

Dalla nostra auto ho chiamato via radio l’ufficio della United Press International di Dallas per comunicare che erano stati esplosi tre colpi di arma da fuoco contro il corteo di Kennedy. Quando all’ingresso dell’ospedale mi sono trovato di fronte a quello scenario di sangue sul sedile posteriore, ho capito che dovevo cercare immediatamente un telefono.

Clint Hill, l’agente dei servizi segreti a capo della piccola scorta assegnata alla signora Kennedy, si è sporto all’interno dell’auto.

«Quanto è grave, Clint?», gli ho domandato.

«È morto», mi ha risposto seccamente.

Non conservo nessun altro ricordo nitido di quella scena nel vialetto. Rammento un rumore indistinto di voci ansiose, di voci tese: «Dove diavolo sono le barelle… Portate qui un dottore… Sta arrivando… Su, fate attenzione». Da qualche parte venivano dei singhiozzi nervosi. Ho superato di corsa un breve tratto di marciapiede e sono entrato in un corridoio dell’ospedale. La prima cosa che ho scorto è stato l’ufficetto di un impiegato, piccolo quasi come una cabina del telefono. All’interno, un uomo con gli occhiali sfogliava in piedi alcune carte, forse moduli ospedalieri. Su un ripiano dietro uno sportello molto simile a quello di una banca ho avvistato un telefono.

«Come si fa a chiamare fuori?», gli ho domandato ansimando. «Hanno sparato al presidente, è una telefonata d’emergenza».

«Faccia il nove», mi ha detto porgendomi l’apparecchio.

Mi ci sono voluti due tentativi prima di riuscire a comporre il numero dell’upi di Dallas. Ho dettato rapidamente un comunicato in cui annunciavo che il presidente era stato ferito gravemente, forse mortalmente, dai proiettili di un assassino mentre percorreva le strade di Dallas.

Mentre dettavo mi sono passate accanto le lettighe del presidente e del governatore, ma davo le spalle al corridoio e le ho viste solo quand’erano già all’ingresso del pronto soccorso, venti o trenta metri più in là.

È stata l’espressione terrorizzata sulla faccia dell’uomo dietro lo sportello a dirmi che erano appena passate.

Mentre stavo in quello squallido corridoio marrone che portava al pronto soccorso, cercando di ricostruire la sparatoria per il tizio dell’upi all’altro capo del telefono ma senza perdere di vista ciò che stava succedendo fuori dalla porta del reparto, davanti ai miei occhi si è svolta una serie di scene rapide e confuse.

Kilduff, responsabile dell’ufficio stampa della Casa Bianca, correva su e giù per il corridoio. Alcuni capitani di polizia urlavano ciascuno rivolto all’altro di «sgombrare la zona». Due preti, con le strette stole viola bene arrotolate tra le mani, correvano dietro a un agente dei servizi segreti. Un tenente di polizia si è precipitato in fondo al corridoio con un grosso contenitore di sangue per le trasfusioni. È anche arrivato un dottore dicendo che aveva raccolto l’invito a presentarsi subito rivolto a «tutti i neurochirurghi».

I preti sono usciti e hanno detto che il presidente, vivo ma non cosciente, aveva appena ricevuto l’estrema unzione della Chiesa Cattolica Romana. Cominciavano a sopraggiungere alcuni membri del suo staff che nel corteo si trovavano dietro di noi, ma erano rimasti irrimediabilmente incastrati nel caos del traffico.

In ospedale i telefoni scarseggiavano e mi sono tenuto ben stretto quello che avevo trovato. Avevo paura di allontanarmi dallo sportello, non volevo perdere i contatti con il mondo esterno.

A un certo punto, però, qualcuno ha deciso al posto mio, nel momento in cui mi sono passati vicino correndo Kilduff e Wayne Hawks dello staff della Casa Bianca, urlando che di lì a poco Kilduff avrebbe rilasciato una dichiarazione nella cosiddetta sala infermiere, che si trovava al piano di sopra dalla parte opposta dell’ospedale.

Ho mollato il telefono e mi sono lanciato dietro di loro. Siamo arrivati alla porta della sala stampa e ho sentito parecchie voci gridare: «Silenzio!» Sforzandosi di controllare il proprio stato d’animo, Kilduff ha detto: «Il presidente John Fitzgerald Kennedy è deceduto intorno all’una».

Mi sono precipitato in un ufficio vicino e ho notato Virginia Payette, moglie del direttore dell’ufficio sud-occidentale dell’upi e a sua volta esperta giornalista. Le ho detto di provare a chiamare dai telefoni pubblici del piano di sopra.

Dopo un tentativo frustrato di utilizzare il centralino dell’ospedale, mi sono rivolto a un’infermiera, che mi ha accompagnato attraverso un labirinto di corridoi e scale di servizio, facendomi salire al piano di sopra e indicandomi una cabina telefonica. Sono riuscito a chiamare l’ufficio di Dallas. Virginia mi aveva preceduto.

A quel punto ho riattraversato di corsa l’ospedale e sono tornato nella sala stampa. Jiggs Fauver, che fa parte del personale della Casa Bianca addetto ai trasporti, mi ha subito bloccato, dicendomi che Kilduff voleva che tre giornalisti del pool tornassero immediatamente a Washington a bordo dell’Air Force One, l’aereo del presidente.

Così mi sono precipitato giù per le scale e ho imboccato di corsa il vialetto, ma Kilduff era appena partito con la nostra auto.

Insieme a Charles Roberts di Newsweek e Sid Davis della West­ing­house Broadcasting, ho allora implorato un agente di polizia di portarci all’aeroporto con l’auto di pattuglia. I servizi segreti avevano vietato l’uso delle sirene nelle vicinanze dell’aeroporto, ma quell’agente di Dallas è riuscito a farci superare con formidabile abilità uno degli ingorghi più tremendi che abbia mai visto.

Siamo scesi dall’auto ai bordi della pista, a circa duecento metri dall’aereo del presidente. Kilduff ci ha visti e ha fatto segno di sbrigarci. Siamo corsi da lui e ci ha detto che l’aereo poteva portare a Washington due giornalisti del pool: Johnson avrebbe prestato giuramento a bordo dell’aereo e subito dopo l’apparecchio sarebbe decollato.

Accanto alla pista ho notato una fila di cabine telefoniche e ho chiesto se avevo il tempo di avvertire la mia agenzia. Lui ha risposto: «Però sbrigati, per l’amor di Dio».

A quel punto è iniziato un altro incubo con i telefoni. L’ufficio di Dallas era occupato. Ho cercato di chiamare Washington, ma le linee erano intasate. Infine sono riuscito a telefonare all’ufficio dell’upi a New York, avvisando che di lì a poco, a bordo dell’aereo, avrebbe avuto luogo l’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti.

Kilduff è sceso dall’aereo e ha cominciato a gesticolare verso di me come un pazzo. Ho riattaccato di colpo e ho attraversato la pista di corsa. Un detective mi ha fermato e ha detto: «Le è caduto il pettinino».

A bordo dell’Air Force One, dove avevo viaggiato tante volte come reporter al seguito del presidente Kennedy, le tende della cabina principale erano state abbassate e l’interno era caldo e immerso nella penombra.

Kilduff ci ha spinti verso la suite presidenziale, che si trova più o meno a due terzi dell’aereo. È una stanza che di solito viene usata come sala stampa e salottino e che ha posti a sedere per otto, dieci persone al massimo.

Mi sono infilato dentro e ho iniziato a contare: ventisette persone. Al centro del compartimento c’erano Johnson e sua moglie, Lady Bird. Il giudice distrettuale Sarah T. Hughes, sessantasette anni, una donna dal viso gentile con una piccola Bibbia nera in mano, aspettava di dare inizio al giuramento.

Nel compartimento faceva sempre più caldo. Johnson temeva che alcune persone dello staff di Kennedy non riuscissero a entrare. Invitava la gente a farsi avanti, ma un fotografo del Genio militare, il capitano Cecil Stoughton, che era in un angolo, in piedi su una sedia, ha detto che se Johnson si spostava ancora sarebbe stato impossibile scattare una foto che entrasse veramente nella storia.

Abbiamo poi scoperto che Johnson stava aspettando la signora Kennedy, che cercava di riprendersi in una piccola stanza da letto in fondo all’aereo. È riapparsa sola, con lo stesso completo di lana rosa che indossava al mattino, quando l’avevamo vista all’aeroporto stringere tante mani con gioia al fianco del marito.

Era pallidissima, ma non piangeva. Braccia amiche l’hanno sorretta quando ha lievemente barcollato. Johnson le ha preso le mani e l’ha avvicinata a sé, alla sua sinistra. Alla destra c’era Lady Bird, irrigidita in un mezzo sorriso che rivelava tutta la sua tensione.

Johnson ha rivolto un cenno al giudice Sarah Hughes, vecchia amica di famiglia e magistrato voluto dai Kennedy.

Fuori si sentiva il rombo di un jet che atterrava.

Il giudice Hughes ha teso davanti a sé la Bibbia e Johnson l’ha coperta con la grande mano sinistra. Ha sollevato lentamente il braccio destro e il giudice ha cominciato a recitare il giuramento costituzionale. «Giuro solennemente di ricoprire con fedeltà l’incarico di presidente degli Stati Uniti…»

La breve cerimonia si è conclusa quando Johnson, con voce ferma e profonda, ha ripetuto le ultime parole del giudice: «…e che Dio mi aiuti».

Allora Johnson si è girato verso la moglie, l’ha abbracciata e l’ha baciata sulla guancia. Si è poi rivolto alla vedova di Kennedy, l’ha cinta con il braccio sinistro e ha baciato anche lei.

Altre persone del gruppo – alcuni membri del Partito Democratico del Texas e componenti degli staff di Johnson e di Kennedy – si sono avvicinate al nuovo presidente, ma lui ha dato l’impressione di non voler ricevere nessun tipo di felicitazione.

La cerimonia è durata due minuti e si è conclusa alle 15.38. Pochi secondi dopo il presidente, in tono deciso, ha dichiarato: «Ora possiamo decollare».

Il colonnello James Swindal, pilota dell’aereo, un enorme jet a elica, argento e azzurro scintillante, ha dato immediatamente gas ai motori di destra. A quel punto parecchie persone, tra cui Sid Davis della Westinghouse, sono scese dall’aereo. Per il volo di ritorno la Casa Bianca aveva posto solo per due reporter del pool, me e Roberts, anche se in quel momento non siamo riusciti a trovare un sedile libero.

Alle 15.47 le ruote dell’Air Force One si sono staccate dalla pista. Swindal ha portato l’apparecchio a 12.500 metri, una quota insolitamente alta, e l’aereo ha fatto rotta verso la base aeronautica di Andrews, vicino a Washington, tenendo una velocità al suolo di circa 1000 km all’ora.

Quando l’aereo del presidente ha raggiunto l’altitudine operativa, la signora Kennedy è uscita dalla sua camera da letto e si è diretta verso il compartimento posteriore dell’aereo, il cosiddetto salottino di famiglia, una zona privata in cui lei e Kennedy, i familiari e gli amici avevano trascorso molte piacevoli ore di volo chiacchierando e mangiando in compagnia.

In quella stanza era stata collocata la bara di Kennedy, trasportata a bordo da un gruppo di agenti dei servizi segreti.

La signora Kennedy è entrata nel salottino e ha preso posto su una sedia accanto al feretro. Non si è mossa da lì durante tutto il volo. Nella veglia si sono alternati al suo fianco quattro membri dello staff vicini al presidente assassinato: David Powers, amico e assistente personale; Kennedy P. O’Donnell, segretario e importante consigliere politico; Lawrence O’Brien, principale referente di Kennedy al Congresso, e il generale di brigata Godfrey Mc­Hugh, assistente di Kennedy sull’Air Force.

Per quasi tutto il viaggio il consigliere militare di Kennedy, il generale maggiore Chester V. Clifton, è stato impegnato nella zona anteriore dell’aereo a inviare messaggi e organizzare le cerimonie per l’arrivo e il trasferimento del corpo all’ospedale navale di Bethesda.

Durante il volo Johnson è tornato nel comparto principale. Avevo lasciato la macchina da scrivere portatile chissà dove in ospedale e stavo scrivendo su un’ingombrante macchina elettrica che la segretaria personale di Kennedy, la signora Evelyn Lincoln, aveva usato per battere i suoi discorsi.

Johnson si è avvicinato al tavolo dove io e Roberts stavamo cercando di raccontare l’evento storico di cui eravamo appena stati testimoni.

«Tra pochi minuti rilascerò una breve dichiarazione, ve ne darò una copia», ha detto. «Poi, una volta atterrati, la ripeterò».

Era la prima dichiarazione pubblica del nuovo presidente, breve e commovente:

Questo è un giorno triste per tutto il mondo. Abbiamo subito una perdita incommensurabile. Per me è una profonda tragedia personale. Sono certo che il mondo partecipa al dolore della signora Kennedy e della sua famiglia. Farò del mio meglio. È tutto ciò che posso fare. Chiedo il vostro aiuto, e quello di Dio.

Quando l’aereo è giunto a circa tre quarti d’ora da Washington, il nuovo presidente ha preso un radiotelefono speciale e ha chiamato la signora Rose Kennedy, madre del presidente defunto.

«Dio solo sa se avrei voluto poter fare qualcosa», le ha detto. «Volevo soltanto che lei lo sapesse».

Poi, a trenta minuti dall’arrivo, ha chiamato Nellie Connally, moglie del governatore del Texas che era stato gravemente ferito.

Il nuovo presidente ha detto alla moglie del governatore: «Preghiamo per lei, mia cara, e so che andrà tutto bene, vero? Gli dia un abbraccio e un bacio da parte mia».

Era ormai buio quando l’Air Force One ha cominciato a sfiorare le luci della zona di Washington, preparandosi per l’atterraggio alla base aeronautica di Andrews. L’aereo ha toccato terra alle 17.59.

Ho ringraziato gli steward che mi avevano procurato la macchina da scrivere, mi sono infilato l’impermeabile e ho iniziato a scendere la rampa. Io e Roberts ci siamo fermati sotto un’ala, e lì abbiamo guardato la bara che veniva calata dalla parte posteriore dell’aereo e portata a spalla da un gruppo di rappresentanti delle forze armate fino al carro funebre che la attendeva. Abbiamo guardato la signora Kennedy e il fratello del presidente, il ministro della Giustizia Robert F. Kennedy, salire sul carro funebre accanto alla bara.

Il nuovo presidente ha ripetuto la sua prima dichiarazione pubblica per i microfoni di radio e televisioni, ha stretto la mano ad alcuni membri del governo e del corpo diplomatico venuti ad accogliere l’aereo e si è poi diretto al suo elicottero.

Io e Roberts abbiamo trovato posto su un altro elicottero diretto al prato della Casa Bianca. Nel comparto accanto al nostro, su uno dei grandi sedili accanto a un finestrino, ha preso posto Theodore C. Sorensen, uno dei più stretti collaboratori del presidente, suo consigliere speciale. Non aveva seguito il suo capo in Texas, ma era venuto alla base aeronautica per accoglierlo.

Sorensen era accasciato sul grande sedile e piangeva in silenzio. La dignità del suo profondo dolore racchiudeva tutta la tragedia e la tristezza di quelle sei ore appena trascorse.

Mentre il nostro elicottero volava in tondo nell’aria mite e buia in attesa di atterrare sul prato sud della Casa Bianca, ci sembrava incredibile che solo sei ore prima John Fitzgerald Kennedy fosse stato un uomo vigoroso e dinamico, che salutava la folla e sorrideva.

L'articolo JFK, la storia che esplode davanti agli occhi proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/estratti/omicidio-jfk/feed/ 0
Due mondi accomunati dalla guerra: quando vivere o morire dipende dalla sorte https://minimaetmoralia.it/estratti/due-mondi-accomunati-dalla-guerra-quando-vivere-o-morire-dipende-dalla-sorte/ https://minimaetmoralia.it/estratti/due-mondi-accomunati-dalla-guerra-quando-vivere-o-morire-dipende-dalla-sorte/#comments Tue, 11 Sep 2012 10:25:33 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9411 Oggi ricorre l'anniversario dell'attacco terroristico alle Torri Gemelle. Pubblichiamo un estratto da «New York, ore 8.45. La tragedia delle Torri Gemelle raccontata dai premi Pulitzer», a cura di Simone Barillari. Traduzione di Martina Testa.

di C.J. Chivers
30 dicembre 2001

Kabul. Il cecchino era seduto al riparo di alcuni sacchi di sabbia sul tetto dell’ambasciata americana mentre il sole tramontava dietro i monti Paghman e il cielo cominciava a oscurarsi. Da un fornelletto da campo accanto alle sue ginocchia veniva puzza di gasolio e un sibilo costante.

Il soldato era il sergente Shane B. Schmidt, del corpo dei marine. Quello era il suo bunker. Alla sua sinistra c’era un fucile a otturatore girevole con il mirino telescopico. Alla sua destra, cinque bastoncini di zucchero bianchi e rossi appesi a un filo. Il sergente ­Schmidt era in vacanza nel Wisconsin quando gli aerei dirottati avevano abbattuto il World Trade Center. Guardare la scena in diretta televisiva, ha detto, «mi ha fatto sentire come un pugile che non riusciva a rispondere ai colpi». Ora davanti a lui si stendeva la capitale dell’Afghanistan, liberata dai talebani e silenziosa come la mezzanotte a Central Park. Per il momento si sentiva soddisfatto. «Le forze della coalizione?», ha commentato. «Diciamo soltanto che sono state piuttosto efficienti nel disinfestare questo posto dai ratti».

L'articolo Due mondi accomunati dalla guerra: quando vivere o morire dipende dalla sorte proviene da Minima et Moralia.

]]>

Oggi ricorre l’anniversario dell’attacco terroristico alle Torri Gemelle. Pubblichiamo un estratto da «New York, ore 8.45. La tragedia delle Torri Gemelle raccontata dai premi Pulitzer», a cura di Simone Barillari. Traduzione di Martina Testa.

di C.J. Chivers
30 dicembre 2001

Kabul. Il cecchino era seduto al riparo di alcuni sacchi di sabbia sul tetto dell’ambasciata americana mentre il sole tramontava dietro i monti Paghman e il cielo cominciava a oscurarsi. Da un fornelletto da campo accanto alle sue ginocchia veniva puzza di gasolio e un sibilo costante.

Il soldato era il sergente Shane B. Schmidt, del corpo dei marine. Quello era il suo bunker. Alla sua sinistra c’era un fucile a otturatore girevole con il mirino telescopico. Alla sua destra, cinque bastoncini di zucchero bianchi e rossi appesi a un filo. Il sergente ­Schmidt era in vacanza nel Wisconsin quando gli aerei dirottati avevano abbattuto il World Trade Center. Guardare la scena in diretta televisiva, ha detto, «mi ha fatto sentire come un pugile che non riusciva a rispondere ai colpi». Ora davanti a lui si stendeva la capitale dell’Afghanistan, liberata dai talebani e silenziosa come la mezzanotte a Central Park. Per il momento si sentiva soddisfatto. «Le forze della coalizione?», ha commentato. «Diciamo soltanto che sono state piuttosto efficienti nel disinfestare questo posto dai ratti».

Questo è l’ultimo di una serie di ricordi che per tutta la vita sarà impossibile cancellare. Il cielo diventava sempre più buio. Erano uscite le stelle. Era la vigilia di Natale e c’era quel tanto di pace che bastava per riposare un po’. Ma il viaggio era cominciato in maniera ben diversa.

La prima notte, tre mesi e mezzo fa e a undicimila chilometri di distanza, l’agente Eric Josey girava in mezzo alle macerie fra Liberty Street e West Street: una sagoma dalle spalle larghe illuminata dalla luce di un incendio. Lo spazio dove sorgevano le torri era ridotto a una montagna di detriti in fiamme da cui si alzava una colonna di fumo nero.

L’agente Josey era intontito. Aveva la faccia impiastrata di cenere e sudore. Faceva qualche passo, si sedeva, si alzava e riprendeva a camminare. Tre membri della sua squadra di pronto intervento erano dispersi da qualche parte in quel cumulo di rovine. Attorno a lui c’erano autopompe dei vigili del fuoco distrutte. I lampeggianti e le radio erano ancora in funzione ma la maggior parte degli equipaggi era morta. Poco più in là un poliziotto in abiti civili coperti di macchie ripeteva il nome del fratello. L’agente Josey ha distolto lo sguardo. «È tutto il giorno che siamo qui e non riusciamo a trovare nessuno», ha detto, mentre un velo di vapore gli si alzava dalla nuca e dalle spalle. «Sono tutti morti».

New York e l’Afghanistan, mondi paralleli fatti di macerie, lavoro e dolore. Viaggiare dall’una all’altro – trascorrendo dodici giorni a Ground Zero, tre mesi in Asia centrale e in Afghanistan – vuol dire percorrere una successione di scenari popolati da tribù diverse ma ugualmente provate.

Osservata da lontano, l’escalation degli eventi filtrata da radio, tv e giornali si poteva mettere in qualche modo in prospettiva, mediante analisi e interpretazioni provenienti da vari punti di vista. Da vicino, però, tutto il contesto tendeva a scomparire. La devastazione di New York e quella dell’Afghanistan, e la guerra che le ha unite, diventavano un insieme sfocato di persone e impressioni. Non c’è una singola scena in grado di riassumere il senso del tutto, o quantomeno è impossibile trovarla fra le pagine dei taccuini o in mezzo al flusso di ricordi che si accavallano.

New York. Una tremenda vampata color platino e oro nel punto in cui l’aereo è scomparso infilandosi dentro la torre, e poi il boato dell’esplosione e le urla della folla che comincia a scappare. Le madri in fila sulle scale dell’asilo nido della Trinity Church avvolta dal fumo, con i bambini in braccio e pronte a uscire all’aria aperta, ignare del fatto che di lì a poco sarebbe crollata anche la seconda torre. Una vecchietta su una sedia a rotelle che viene spinta giù per Greenwich Street – intravista per un attimo e subito scomparsa in mezzo a un’altra massa di gente in fuga, mentre arriva la seconda ondata di polvere acre. Un capo dei pompieri che porta fuori, zoppicando, il sacco di plastica con il corpo senza vita di uno degli uomini del suo battaglione. Un capitano della Guardia Nazionale che gira con la torcia elettrica in pugno per i sotterranei del World ­Trade Center completamente bui, e il fascio di luce che illumina per un attimo la faccia del pupazzo di Bugs Bunny nel negozio della Warner Brothers.

Una parola scritta sul casco di un operaio: «Guerra».

Afghanistan. Un ragazzino che getta una granata in un fiume marrone – pluff, e un geyser di spruzzi – e poi ci si immerge alla ricerca di pesci storditi. Un denso velo di polvere nella luce del tramonto mentre la fanteria dell’Alleanza del Nord si muove da Bangi a Khanabad, i soldati irrequieti che sperano di prendere la città in tempo per l’interruzione del digiuno per il Ramadan. Due soldati talebani stesi a terra supini nel bazar di Kunduz, sulla fronte buchi grossi come monetine da dieci centesimi, segni dell’esecuzione avvenuta poche ore prima. Un bambino di dieci anni che si è visto distruggere la casa dalle bombe americane e descrive i dolori che prova a due arti che non ha più. Un generale dell’Alleanza, tanto bello da poter apparire sulla copertina di una rivista di moda, che si passa il filo interdentale dopo cena, ammettendo di essere un po’ confuso. «Per tutta la vita ho combattuto», dice il generale Atiqullah Baryalai, gli occhi castani fissi nel vuoto, l’avambraccio destro rigato dalle cicatrici. «Adesso ci tocca governare. Per farlo dobbiamo riflettere molto».

A volte gli appunti e i ricordi contengono il distillato di un certo tema. A volte rispecchiano gli spezzoni dei programmi ascoltati alla radio, quando la radio a onde corte funzionava. Fra l’uno e l’altro potevano passare minuti oppure settimane. Raccontano la paura, la spossatezza, il dolore, la rabbia, il coraggio, le carneficine, i tradimenti, l’angoscia, la fame, la disperazione, la malattia, lo smarrimento, la solitudine e il rimpianto. Raccontano la noia, il futuro incerto.

Raccontano la gioia. Pochi giorni prima che il nuovo governo afghano prestasse giuramento, una fila di portantini afghani stava attraversando il passo Salang scarpinando ad alta quota nella catena dell’Hindukush, in mezzo alle rocce e alla neve, quando un aereo da guerra americano gli è passato sopra la testa. I portantini erano uomini poveri che avevano vestiti lerci e una secca tosse invernale. I talebani erano stati sconfitti. Gli afghani stavano per riavere la loro nazione.

L’aereo gettava grappoli di razzi luminosi, quattro alla volta per chilometri e chilometri, lasciandosi alle spalle una scia calante di fumo e luce nella conca di aria montana. «È come quando se ne sono andati i russi», ha detto un portantino, senza il minimo affanno nonostante i tremila metri d’altezza. «Significa vittoria! Vittoria!»

Forse aveva ragione.

A meno che uno non lo chiedesse al cecchino. («Non è finita», ha detto il sergente Schmidt. «Ovunque ci sia il terrorismo, è lì che dobbiamo andare».) A meno che uno non lo chiedesse al poliziotto. (La squadra dell’agente Josey aveva donato le spalline blu delle proprie uniformi all’esercito, perché venissero incollate sulle bombe dei caccia. Josey ha detto: «Hanno ancora tante bombe da sganciare».)

Sono mondi paralleli, Manhattan e l’Afghanistan, pieni di contrasti e di tratti in comune. Impartivano continuamente due lezioni: che la verità dipende dalla tribù a cui si appartiene, e che il potere della sorte è quasi assoluto.

Cos’era successo? Dipende da chi doveva rispondere alla domanda, e di tribù con qualche interesse in gioco ce n’erano così tante che era facile perdere il conto: i politici, i poliziotti, i Pashtun, i profughi, il clero e i Berretti Verdi; i pompieri, gli uzbeki, le vedove, gli orfani, i mutilati e i marine. Ciascuno forniva una versione diversa, anche quando parlavano dello stesso fatto.

Un soldato talebano in un letto d’ospedale ha alzato il lenzuolo per mostrare i segni delle due pallottole che l’avevano colpito all’inguine. Ha detto che un soldato dell’Alleanza gli aveva ordinato di gettare le armi e, quando lui l’aveva fatto, quello gli aveva sparato proprio lì. Sarebbe stata un’intervista come un’altra, se l’interprete, che parteggiava per l’Alleanza, non si fosse reso conto che veniva trascritta.

«Quest’uomo mente», ha detto. «Non lo ascolti. Dice soltanto bugie».

Il talebano ha implorato antibiotici e antidolorifici, e l’interprete se n’è andato.

Ogni tribù aveva i suoi portavoce, dal sindaco Rudolph W. Giuliani a un ladro di macchine tagiko con una gamba sola. Alcuni di questi erano pazzi. Altri mentivano. Molti erano onesti e capivano perfettamente la situazione. C’erano poche regole da seguire per interagire con ciascuno di loro. Ma un ex soldato di fanteria britannico, che conosceva il paese ed era pronto a condividere la sua riserva segreta di whisky, ne aveva una ben precisa: ogni volta che un soldato afghano ti dà una cifra, ha detto, tu togli sempre uno zero.

Spesso questa regola funzionava, più o meno: un comandante dell’Alleanza ha affermato di avere a sua disposizione cento uomini, ma di fatto se ne sono trovati solo undici. A volte non bastava: voci su una strage a opera dei talebani nei pressi di Kunduz – «Duecento persone massacrate, se non di più», avevano detto i soldati afghani – hanno fatto scattare una ricerca che ha avuto come esito la testimonianza di un solo pastore che sapeva di sei vittime.

O magari le cose ci sfuggivano. Considerando le poche ore di sonno e le barriere linguistiche, poteva tranquillamente capitare. Ci perdevamo quasi ogni giorno. Andavamo sempre da qualche altra parte.

Le diverse interpretazioni sembravano non finire mai. Alcune erano semplicemente sintomo di ignoranza, come quando l’amministrazione cittadina ha dichiarato che a Ground Zero non c’era più bisogno di volontari mentre i volontari in mezzo alle macerie avevano un bisogno disperato di rinforzi. Altre volte rivelavano la distanza fra due culture impegnate in una guerra.

Come nel caso dell’operaio che è arrivato a West Street, forse il quarto giorno, con una salopette di tela e una felpa che gli tirava un po’ attorno al collo muscoloso. Aveva la stoffa del leader. Ha messo insieme una squadra di netturbini e per dodici ore li ha fatti lavorare più sodo di chiunque altro nei dintorni. Si chiama Anthony. Vorrebbe chiudere tutti i musulmani d’America in un campo di concentramento.

«Guarda cos’hanno combinato qui», ha detto, sedendosi a mangiare insieme ai pompieri in mezzo ai vetri rotti e all’immondizia. «Questo era il nostro quartiere».

I posti cambiano e cambia la prospettiva, c’è sempre un altro modo di vedere le cose.

Sei settimane dopo, ecco una donna musulmana seduta con aria compunta su una panca, nella valle di Fergana, in Uzbekistan, dove in settant’anni di occupazione i russi erano riusciti a compiere quasi ogni danno possibile. I comunisti avevano cercato di mettere fuori legge l’Islam, rovinando al tempo stesso l’economia e negando ai cittadini i loro diritti civili. La repressione aveva generato i basmachi, i guerriglieri islamici e alcuni dei precursori dei mujaheddin.

Dopo che l’Uzbekistan aveva raggiunto l’indipendenza, nel 1991, il presidente Islam Karimov si era scagliato con rinnovato vigore contro la religione. Aveva messo in carcere chi pregava in pubblico o faceva circolare libri religiosi. A Namangan, la città delle donne, più di mille uomini che cercavano di ricostruire una moschea erano stati arrestati. Proprio la settimana prima due erano stati riportati a casa morti.

Qui sembrava che fossero stati messi in pratica i sistemi di Anthony: i musulmani erano rinchiusi nei campi. Ma qual era il risultato? Mentre il regime di Karimov diventava sempre più oppressivo, i bambini chiedevano l’elemosina nei vicoli e la resistenza ricominciava a organizzarsi.

Alcuni combattevano nella valle di Fergana, altri passavano il confine con l’Afghanistan, dove i guerriglieri più esperti li addestravano e Al Qaeda gli forniva le armi. Era cominciata come una lotta contro l’oppressione, ma si erano ritrovati fianco a fianco con teste calde provenienti da tutto il mondo musulmano: pakistani, ceceni, tagiki, arabi, un paio di occidentali; i soldati semplici della jihad globale.

Il marito della donna era stato sorpreso mentre lavorava alla costruzione della moschea e messo in carcere dopo un processo segreto. Lei non poteva permettersi il riscaldamento, la carne o l’acqua corrente, ed era troppo povera per mandare i figli a scuola. Ha detto che non era dalla parte dei terroristi ma capiva cosa li spingeva a combattere. Il tutto suonava familiare. «Noi abbiamo studiato, e sappiamo che l’America ha fatto una rivoluzione per guadagnarsi la libertà», ha spiegato. «Quando avete fatto questa rivoluzione, eravate ridotti male come noi?»

Ovunque si andasse, era quasi sempre colpa di qualcun altro.

Altre sei settimane dopo, in una scuola superiore di Kunduz che in passato era stata requisita dai talebani, gli ex soldati del regime erano ancora in circolazione. Si erano semplicemente cambiati il copricapo, sostituendo al turbante nero il pakool marroncino dell’Alleanza, e una dozzina di questi voltagabbana accompagnavano due visitatori lungo il corridoio. Sopra una porta c’era un cartello che diceva: Arabi. Sopra un’altra: Vietato l’ingresso ai non autorizzati. Sopra una terza: Uzbeki.

Questa era una caserma riservata ai talebani provenienti da paesi stranieri. Mostrava che l’arroganza era diventata disperazione.

Forse un tempo questi guerrieri della jihad incutevano terrore, ma alla fine avevano paura persino a uscire per strada. Negli ultimi giorni di bombardamento, prima di passare al nemico o arrendersi, avevano usato le camerate come gabinetti e mangiato i piccioni che entravano dal tetto aperto. Si erano lasciati alle spalle mine antiuomo e scritte spavalde sui muri: L’ascesa di Osama bin Laden, o Viviamo per la jihad. Avevano abbandonato Kunduz quasi senza opporre resistenza.

Anche i loro ex compagni ne parlavano con disprezzo. «I talebani stranieri erano cattivi», ha detto uno di quelli che avevano cambiato bandiera, Jawid Gaurd, quindici anni, le guance coperte di una peluria da ragazzino, un kalashnikov in spalla.

Suo padre, Abdullah Gaurd, era un comandante talebano dell’Afghanistan, e il giorno dopo era fermo ad aspettare in cima alle scale di casa mentre le sue guardie del corpo facevano entrare gli ospiti. Ha parlato in maniera convincente, toccando vari punti della nuova linea politica del partito: la pace, i diritti civili e la democrazia, gli alleati dell’Afghanistan in Occidente.

Solo una volta ha fatto una gaffe, quando si è messo a ricordare quante persone aveva ucciso. Arrivato a più di cento, se ne è reso conto e si è interrotto. «Ma mai nessun civile», ha detto, agitando enfaticamente un dito. «Mai. Neanche uno. Lo può chiedere a tutta la gente della città. Le diranno: “Abdullah Gaurd è un grande amico del popolo afghano”».

In città, al sentire il suo nome, la gente aggrottava le sopracciglia.

In campagna c’erano dappertutto segni di morte. In certi punti, le strade erano fiancheggiate da tombe appena scavate con sopra bandiere bianche e verdi, simbolo dei martiri, che garrivano al vento. In altri punti, si vedevano i resti arrugginiti dei carri armati sovietici o crateri di bombe circondati da frammenti di vetro scintillanti.

Qua e là le bombe avevano mancato il bersaglio, e gli afghani scavavano fra le macerie delle proprie case in cerca dei civili morti. Era proprio come vedere la polizia e i pompieri a New York, solo che qui i soccorritori non avevano saldatrici o gru, né soldi per comprarsele, e nessuno che gli passasse bottigliette di Gatorade e panini al tacchino o che li applaudisse quando staccavano per andarsi a fare qualche ora di sonno.

C’erano posti in cui le bombe non erano esplose, e restavano nei cortili delle case. A Charykari, Muhammad Baz ha fatto segno dalla porta e la gente è entrata nel suo salotto e ha visto l’enorme pinna che sbucava dalla bomba. È stato uno spettacolo piuttosto improvviso. Quando uno dei visitatori ha fatto un passo indietro, il signor Baz l’ha guardato torvo, liquidandolo con un gesto secco della mano. «Puah!», ha detto. «L’ha buttata qui il vostro paese, e voi avete paura».

Era attorniato da bambini che scuotevano la testa. L’intervista è continuata per strada.

La gente è abituata, per tradizione e per esperienza di prima mano, a considerare certe doti come decisive per la sopravvivenza. La capacità di giudizio, la buona forma fisica, la prontezza di riflessi, una certa dose di abilità manuale, in teoria sono tutte qualità che dovrebbero assicurare a una persona in pericolo qualche speranza di cavarsela.

Ma in innumerevoli casi, a New York come in Afghanistan, queste doti non hanno contato nulla. È stato decisivo soltanto il caso, e la fortuna e la sfortuna sono state rappresentate soprattutto dalla posizione dei piedi di una persona nel momento in cui sono arrivati gli aerei, in cui sono crollati i palazzi o le bombe sono atterrate su una casa.

L’11 settembre i piedi di un uomo erano all’incrocio fra Liberty Street e Church Street. Quell’uomo è sopravvissuto. Quelli di un altro erano in un ufficio al 65º piano della seconda torre. Lui è morto. Cos’è stato a stabilire che uno fosse in un posto, uno in un altro? In fondo, niente. Era impossibile scegliere di essere nel punto giusto o in quello sbagliato, perché quando ognuno ha preso la propria decisione non poteva sapere quale ne sarebbe stato l’esito, da lì a pochi minuti; così come, quando una famiglia afghana è scappata a ripararsi da un attacco aereo, non poteva sapere che fra tutte le bombe che sarebbero piovute nel quartiere, proprio quella che avrebbe sfondato il tetto di casa loro non sarebbe esplosa.

L’incapacità di giudizio o l’ignavia avranno potuto causare la morte di qualcuno, ma non è detto che la sagacia e la prestanza fisica li avrebbero salvati. È stata questione di fortuna, e ci sono stati momenti in cui la sorte è sembrata la forza più determinante del mondo, più potente della fede dei soldati della jihad nella volontà di Dio, più potente delle bombe americane.

Ma ci sono state delle eccezioni.

La mattina dopo la caduta di Khanabad, uno snello comandante dell’Alleanza di nome Rhamazhoni stava accanto al cratere lasciato da una bomba sull’autostrada. Una dozzina dei suoi uomini erano stati uccisi nei campi di riso un paio di settimane prima, e ora che le linee del fronte si erano spostate era venuto a dargli una degna sepoltura. La prima vittima, Rahim Ullah, è stata trasportata fino al bordo della strada. Qualcuno gli ha deposto una coperta sul viso incrostato di fango. Era un uomo grande e grosso. Ci sono voluti sei soldati per sollevare il suo cadavere.

Rhamazhoni ha raccontato che era morto così: gli uomini erano stati sorpresi da un’imboscata dei talebani contro il loro convoglio e si erano sparpagliati per i campi. Alcuni avevano combattuto fino a quando erano durate le munizioni, poi avevano cercato di scappare. Alcuni erano feriti e non ce l’avevano fatta, e i talebani li avevano raggiunti e giustiziati.

Il comandante era riuscito a salvarsi e quel soldato no, e il motivo era così elementare che lo si sarebbe potuto capire anche solo giocando ad acchiapparella nel cortile della scuola. «Io ho corso più veloce di lui», ha detto Rhamazhoni.

Queste erano le costanti: proprio quando ti sembrava di aver compreso un certo meccanismo, qualcosa ti dimostrava che ti sbagliavi. Rischiavi sempre di perderti i momenti più importanti perché eri in cerca di qualcos’altro.

La neve scricchiolava sotto gli scarponi da montagna. Durante una pausa nella traversata dell’Hindukush, i portantini si sono radunati per chiedere da dove venivano i due stranieri. «Londra? Germania? America?», ha detto uno.

Noi stavamo cercando di rimettere il gruppo in marcia per arrivare a Kabul il prima possibile.

«New York», ho risposto frettolosamente, sul punto di andarmene.

Il portantino mi ha bloccato prendendomi per un gomito, facendo in modo di incrociare il mio sguardo. Quando ha parlato ha usato la pronuncia lenta di chi si sta avventurando in una lingua che non gli è familiare, ma vuole farsi sentire. Ha annuito – un cenno così profondo che poteva quasi essere un inchino – poi ha portato le mani fino all’altezza degli occhi e le ha abbassate, sventolandole, fino alla vita.

Il significato era ovvio, anche in mezzo a quelle montagne altissime in un angolo remoto della terra. Le torri che cadevano.

«New York», ha detto il portantino afghano. «Noi dispiace molto».

© The New York Times 

L'articolo Due mondi accomunati dalla guerra: quando vivere o morire dipende dalla sorte proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/estratti/due-mondi-accomunati-dalla-guerra-quando-vivere-o-morire-dipende-dalla-sorte/feed/ 6
Per un patto di decrescita nella produzione delle opere culturali https://minimaetmoralia.it/editoria/per-un-patto-di-decrescita-nella-produzione-delle-opere-culturali/ https://minimaetmoralia.it/editoria/per-un-patto-di-decrescita-nella-produzione-delle-opere-culturali/#comments Tue, 28 Jun 2011 09:31:40 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4625 Pubblichiamo di seguito un intervento di Simone Barillari condiviso nel gruppo editoria venutosi a formare all’interno del movimento TQ.

Da anni e anni, l’editoria italiana lamenta che si fanno troppi libri, e ne fa sempre di più. Li fa, soprattutto, abbassando in media gli standard qualitativi per poter raggiungere standard quantitativi sempre più alti con le stesse risorse -

L'articolo Per un patto di decrescita nella produzione delle opere culturali proviene da Minima et Moralia.

]]>

Pubblichiamo di seguito un intervento di Simone Barillari condiviso nel gruppo editoria venutosi a formare all’interno del movimento TQ.

di Simone Barillari

Da anni e anni, l’editoria italiana lamenta che si fanno troppi libri, e ne fa sempre di più. Li fa, soprattutto, abbassando in media gli standard qualitativi per poter raggiungere standard quantitativi sempre più alti con le stesse risorse – gli stessi uomini, gli stessi tempi, gli stessi budget, per pubblicare più libri dell’anno precedente. Si comprimono quei fondamentali tempi di lavorazione di ogni libro che separano l’acquisizione dalla pubblicazione, diminuiscono inesorabilmente le ore che ogni redattore può dedicare a un libro, si accorciano le scadenze – e non aumentano in modo congruo i compensi – per traduttori, revisori, correttori di bozze. Non meno che i tempi di lavorazione, si comprime in modo altrettanto inesorabile la durata della promozione di ogni libro, che è appena uscito ed è già incalzato dal successivo, diminuiscono le ore e i soldi che ogni ufficio stampa e ufficio marketing può dedicare a ogni uscita, così che sempre meno libri, non necessariamente i migliori, assorbono sempre più risorse, e sempre più libri, non necessariamente i peggiori, vengono abbandonati subito dopo l’uscita, durando in libreria meno tempo di quello che è stato necessario a scriverli. Negli ultimi due decenni il mercato ha imposto con darwiniana durezza di crescere per sopravvivere – “publish or perish”, per mutuare un’espressione diffusa tra i docenti dell’accademia americana – e ha contribuito a tutto questo, ne è stata causa ed effetto al tempo stesso, una mutazione del pubblico che legge, sia nella direzione di una sempre minor sensibilità alla cura editoriale dei libri, sia in quella di una sempre maggiore reattività a quella legge di mercato per cui un libro che vende subito venderà sempre di più e un libro che non vende subito rimarrà completamente invenduto.

Non si può disobbedire a tutte le leggi che regolano il mercato, non si può disobbedire da soli nemmeno a una sola delle leggi che regolano il mercato, senza che il mercato punisca severamente una simile disobbedienza. Si può però disobbedire a una delle leggi del mercato se a quella legge si disobbedisce in tanti – e se si disobbedisce a lungo, con orgoglio e tenacia, si può infine essere premiati per questa coraggiosa disobbedienza.

Ci sono in TQ dirigenti editoriali di almeno sei o sette diverse case editrici, tutte di grande prestigio e rilievo. Da sole queste case editrici non basterebbero ancora, naturalmente, ma potrebbero essere una cerchia iniziale per proporre seriamente un patto di decrescita o di non incremento della produzione di libri ad altri interlocutori e vedere se si riesce a raggiungere un accordo comune con una parte significativa dell’editoria italiana. Prevedo l’obiezione che si può muovere a questa proposta, e non ho difficoltà a capirne la fondatezza e l’importanza: non aderirebbero mai proprio gli attori dominanti del mercato, il gruppo Mondadori e il gruppo Rcs, per esempi, e rischieremmo così di fare il loro gioco. Ma non è detto che non riusciremmo a trarre dalla nostra parte alcuni marchi di quei gruppi, e – soprattutto – molti di noi hanno combattuto per anni contro questi moloch, e la situazione, nel complesso, non ha fatto che peggiorare, perché continuiamo a combatterli sul loro terreno e con le loro armi – la quantità, l’efficienza industriale invece della cura artigianale. Proviamo allora a concentrare i piani editoriali sui libri in cui crediamo veramente e strenuamente, che vogliamo non solo proporre ma imporre all’attenzione dei lettori, proviamo a spostare, con una campagna di sensibilizzazione nazionale, il fattore discriminante della competizione editoriale dalla quantità alla qualità dei libri, proviamo ad annunciare, anche e soprattutto al pubblico dei lettori, che intendiamo pubblicare meno per pubblicare meglio. Proviamo a opporci, con ancora più determinazione di quanto abbiamo fatto finora, al fatto che le case editrici in cui lavoriamo debbano essere anche, sempre più, dei librifici.

Sono profondamente persuaso che questa potrebbe, se non dovrebbe, essere una delle battaglie cruciali di TQ, e che avrebbe un’ampia e potente eco mediatica che aiuterebbe a sostenerla e a vincerla. E, ripeto, dai libri andrebbe estesa a tutte le opere, in una grande, ambiziosa operazione di ecologia culturale.

C’è probabilmente qualcosa da perdere, per molti di noi, in questa battaglia, ma forse c’è ancora di più, per quegli stessi di noi e per tutti gli altri, da guadagnare.
Vi ringrazio dell’attenzione.

L'articolo Per un patto di decrescita nella produzione delle opere culturali proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/editoria/per-un-patto-di-decrescita-nella-produzione-delle-opere-culturali/feed/ 54
Guardarsi allo specchio https://minimaetmoralia.it/libri/guardarsi-allo-specchio/ https://minimaetmoralia.it/libri/guardarsi-allo-specchio/#respond Fri, 24 Dec 2010 10:49:24 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3523 Uno di sinistra, quando si alza con il piede giusto, apre la finestra e vede che c’è il sole, davanti a sé ha la bella Italia, tutto dispone alla felicità, ma poi, purtroppo, si ricorda che deve farsi la barba. Allora va davanti allo specchio, si guarda, ed ecco che a quel punto… si è rovinato la giornata!

L'articolo Guardarsi allo specchio proviene da Minima et Moralia.

]]>

di Simone Barillari

Uno di sinistra, quando si alza con il piede giusto, apre la finestra e vede che c’è il sole, davanti a sé ha la bella Italia, tutto dispone alla felicità, ma poi, purtroppo, si ricorda che deve farsi la barba. Allora va davanti allo specchio, si guarda, ed ecco che a quel punto… si è rovinato la giornata!

Non tutte le parabole cruciali del vangelo del presidente sono provvidenziali versioni di storielle popolari: pochi ma rivelatori racconti sono stati pensati e preparati da Silvio Berlusconi, e venivano predicati, molti anni prima del suo ingresso in politica, in quella giovane, ambiziosa Chiesa che è stata la sua azienda.Porta di sicuro l’imprimatur del presidente questa storiella ferma e censoria come una bolla papale, che un tempo era stata adoperata, in una diversa formulazione, per postulare la cardinalità dell’ottimismo, per educare i suoi al dovere del sorriso, per impartire loro quel primo comandamento del berlusconismo, quel logos pubblicitario, che è avere sempre «il sole in tasca». Ecco, dunque, quanto predicava il presidente nei suoi seminari degli anni ottanta, quando formava i nuovi uomini di Publitalia al management by happiness, all’autorevolezza dell’ottimismo, quando li invitava a servirsi di quell’astuzia di velluto che è la cortesia e a indossare sempre il sorriso, che è l’irresistibile abito del comando:

È importantissimo, la mattina, guardarsi allo specchio e piacersi, piacersi, piacersi. Se uno non si piace, comincia male la giornata, non è sicuro di sé e quindi non può lavorare bene, non può dare il massimo. Vedo Marcello Dell’Utri [all’epoca amministratore delegato di Publitalia] che sorride qui in prima fila e so già il perché.
Voglio raccontarvi le ragioni di questo suo sorriso. Tempo fa, in una convention, stavo parlando della difficoltà di avere a che fare con dei “clienti stronzi”. […] Questi qui si alzano, e tutte le mattine, guardandosi allo specchio, che cosa vedono? Vedono uno stronzo. Giorno dopo giorno, mattina dopo mattina, quello specchio riflette la stessa drammatica immagine. Non serve a niente cambiare specchio, cambiare casa, cambiare look. Tutte le mattine si vede la stessa terribile disgustosa immagine. E quindi i signori che appartengono disgraziatamente a questa categoria si incazzano immediatamente e restano incazzati tutto il giorno. Non possono essere diversi da uno stronzo, ma non riescono a rassegnarsi e quindi ogni giorno si incazzano di nuovo, e così via settimana dopo settimana, per tutta la vita. Questi uomini vengono sempre trattati da stronzi, tutti li trattano da stronzi, perché logicamente, essendo tali, vanno trattati così. Però, fate attenzione, perché qui dovete entrare in campo voi, con la vostra arte e le vostre astuzie. Siccome lo stronzo viene trattato da tutti come stronzo, se trova qualcuno che lo tratta in maniera diversa, gliene sarà grato, anzi gratissimo, per sempre. Sarà disponibile, sarà aperto, sarà cordiale, sarà gentile, sarà riconoscente, insomma sarà meno stronzo. Equindi abbiamo anche reso un servigio all’umanità, l’abbiamo alleggerita. Ma attenzione, sarà meno stronzo solo con chi si comporterà bene con lui e lo tratterà da persona normale e non da stronzo. Quindi bisogna conquistare questi clienti principalmente perché diventeranno gli amici più sinceri, i clienti più preziosi, in quanto vi saranno sempre grati e riconoscenti per avere trovato in voi un appoggio morale e globale, un trattamento e una considerazione che mai prima avevano avuto e ricevuto. Siccome noi siamo gente calda di cuore, siamo persone che devono avere nel loro cuore tanta generosità, non sarà difficile comportarci come vi ho detto: alla fine riusciremo a farceli amici, a renderceli davvero simpatici, a considerarli come tali. E quindi proprio con loro avremo fantastiche relazioni di lavoro.

da Berlusconi in concert (1994)

Quest’omelia manichea per predicatori pubblicitari, questa dura catechesi aziendale, divide l’umanità in tre categorie contrapposte: noi, i missionari del sorriso; gli altri, la moltitudine dei clienti presso cui fare proselitismo aziendale; e infine loro, i «clienti stronzi», l’ostinata setta dei pessimisti, quegli ardui eretici che non devono essere convinti ma convertiti, e che diverranno, in quel caso, i più zelanti benefattori della nuova religione. Di lì a pochi anni, quando la struttura di Publitalia si trasferirà in quella di Forza Italia, quando il know-how di un’azienda sarà trasportato nello statuto di un partito, questa tripartizione del mondo non sarà più applicata a una clientela ma a un elettorato, non sarà più strumento del marketing ma della politica. Agli uomini di Publitalia sono subentrati gli uomini di Forza Italia, gli «apostoli della libertà», a cui è prescritto, come ai loro predecessori, di avere sempre l’alito fresco, il viso liscio, le mani asciutte e il sorriso esatto, mentre i clienti stronzi sono stati sostituiti dai militanti della sinistra, anche se questi catari comunisti non sono più da convertire ma da combattere, da respingere nelle loro tenebre di pessimismo. Continua a sceverare i buoni dai cattivi il mattiniero atto di fede in quella verità rivelata del successo che è il «guardarsi allo specchio, e piacersi piacersi piacersi», questa ossessiva preghiera che i vincenti rivolgono tutti i giorni alla loro immagine. Guardarsi allo specchio e piacere a se stessi significa essere il primo dei tanti a cui piaceremo, diventare il primo dei propri seguaci, perché chi impara a piacersi insegna agli altri quello che devono pensare di lui, perché è dal piacersi che comincia l’essere belli. Per essere belli, infatti, la bellezza non conta: conta crederlo, e comunicarlo – la bellezza è per sé, l’essere belli è per gli altri. Ne consegue, dunque, che non esiste nemmeno la bruttezza: esiste solo – definitiva scomunica dei comunisti – la volontà di non essere belli, ed è la prima forma del pessimismo.

I video del nostro Presidente del Consiglio che racconta la barzelletta Guardarsi allo specchio in tre diversi contesti:

Video 1
Video 2
Video 3

Simone Barillari sta raccogliendo e commentando su un canale Youtube che si chiama, appunto, IlReCheRide tutti i video di B. che racconta barzellette.

L'articolo Guardarsi allo specchio proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/guardarsi-allo-specchio/feed/ 0