Simone Caltabellota Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/simone-caltabellota/ un blog di approfondimento culturale Thu, 17 Dec 2020 11:16:30 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Simone Caltabellota Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/simone-caltabellota/ 32 32 A proposito di Atlantide: intervista a Simone Caltabellota https://minimaetmoralia.it/editoria/a-proposito-di-atlantide-intervista-a-simone-caltabellota/ https://minimaetmoralia.it/editoria/a-proposito-di-atlantide-intervista-a-simone-caltabellota/#respond Thu, 17 Dec 2020 13:00:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47398 Editor, traduttore e scrittore, una passione per la musica che lo ha portato ad aprire una casa discografica, Simone Caltabellota è (assieme a Francesco Pedicini, Flavia Piccinni e Gianni Miraglia) tra i fondatori di Atlantide, casa editrice nata nell’autunno del 2015. Alla base c’è un’idea per così dire di ecologia editoriale: pubblicare dieci titoli l’anno, in copie numerate e con un processo distributivo peculiare (chiunque lavori nella filiera editoriale o l’abbia studiata un minimo sa che la distribuzione è uno dei perni del sistema, probabilmente quello più delicato).

Cinque anni sono un tempo senz’altro buono per guardarsi indietro: ho chiesto a Simone di tracciare un bilancio, su una distanza media.

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Editor, traduttore e scrittore, una passione per la musica che lo ha portato ad aprire una casa discografica, Simone Caltabellota è (assieme a Francesco Pedicini, Flavia Piccinni e Gianni Miraglia) tra i fondatori di Atlantide, casa editrice nata nell’autunno del 2015. Alla base c’è un’idea per così dire di ecologia editoriale: pubblicare dieci titoli l’anno, in copie numerate e con un processo distributivo peculiare (chiunque lavori nella filiera editoriale o l’abbia studiata un minimo sa che la distribuzione è uno dei perni del sistema, probabilmente quello più delicato).

Cinque anni sono un tempo senz’altro buono per guardarsi indietro: ho chiesto a Simone di tracciare un bilancio, su una distanza media.

Quali erano le speranze – e i timori – che avevate quando l’avventura di Atlantide è partita?

La prima speranza era che dopo cinque anni ci saremmo stati ancora, direi, e il timore, forse, è che ci saremmo stati ancora ma senza lo stesso divertimento, senza lo stesso amore. Beh, fortunatamente non solo ci siamo, ma ci piace parecchio quello che stiamo facendo! Nel frattempo a Flavia Piccinni, Francesco Pedicini, Gianni Miraglia e me, che ci siamo fin da quando Atlantide agli occhi del mondo – ma non per noi – era ancora solo una ambiziosa fantasticheria, si sono aggiunti vari compagni di strada; con alcuni avevamo avuto già modo di collaborare in passato nelle nostre precedenti esperienze editoriali, altri, come Sebastiano Nata (Gaetano Carboni) li abbiamo conosciuti in questi anni e siamo felici che siano arrivati. Credo che una squadra con tali differenti competenze sia veramente un unicum nel panorama editoriale italiano.

Ci racconti le peculiarità di questa casa editrice, per chi non le conoscesse?

Mi viene da rispondere: facciamo solo libri bellissimi e assolutamente rilevanti. Bellissimi e assolutamente rilevanti, si intende, innanzitutto per noi che scegliamo di pubblicarli e di dedicare loro cura, tempo, passione e visione. Questa è la peculiarità più importante. Il resto viene dopo, e spesso viene bene, fortunatamente.

Il vostro modello di distribuzione è fortemente caratterizzato, particolare. Pensi che sia una strada percorribile anche da altri editori?

Sì, credo proprio di sì, del resto sta già succedendo. Di fatto in questi anni abbiamo creato un vero e proprio modello editoriale e distributivo, che può essere replicato e adattato a esigenze anche differenti dalle nostre. In un certo senso quanto abbiamo fatto e stiamo facendo con Atlantide è anche mostrare che a un progetto editoriale lontano dalle consuetudini a cui il mercato è abituato può e anzi deve corrispondere una maniera altrettanto lontana dalle convenzioni quanto al modo di far arrivare i libri ai propri lettori ideali (e quindi, dopo,  anche a tutti gli altri).

A questo proposito, volevo anche chiederti cosa avviene quando acquistate un titolo dall’estero: gli autori e gli agenti si sono dimostrati sempre favorevoli a questo tipo di approccio?

Sì, fin dai primi titoli acquisiti non abbiamo avuto nessuna particolare difficoltà, sia per ciò che riguarda autori italiani che stranieri. D’altronde in un momento storico come questo che stiamo vivendo (e non mi riferisco solo al presente, ma a un periodo che per l’editoria è iniziato almeno da una decina di anni), per molti libri è sicuramente più importante il modo in cui vengono pubblicati e accompagnati che non il numero di copie della prima tiratura.

Dicevamo degli autori usciti con Atlantide, da Nada Malanima fino a Matteo Trevisan o una delle ultime scoperte, NaoiseDolan con Tempi eccitanti. Esiste un filo conduttore che lega le vostre scelte editoriali?

Certo. Mi piace l’idea che ogni titolo pubblicato in Atlantide sia in un certo senso in dialogo con gli altri, e che tutti insieme creino un disegno, una direzione che prosegue nel tempo verso qualcosa, credo, qualcosa che noi per primi ci meravigliamo di vedere ogni volta. Sì, è così, non saprei come dire meglio rispetto a ciò che collega i libri che pubblichiamo.

Probabilmente il fiore all’occhiello del catalogo resta L’estate che sciolse ogni cosa di Tiffany McDaniel: vi aspettavate il buon successo ottenuto dal libro?

Lo speravamo. Sì. E’ un libro talmente bello, potente, assoluto, per molti versi, che meritava, e merita, il successo che sta avendo, che, mi piace ricordare, è dovuto anche al passaparola di librai e lettori. C’è da aggiungere poi che siamo stati la prima casa editrice al mondo a pubblicare i romanzi successivi di Tiffany, tanto che il suo secondo romanzo (da noi Il caos da cui veniamo, in America, Inghilterra e Francia Betty) è uscito da pochi mesi negli altri paesi – diventando un bestseller internazionale – mentre Atlantide lo ha pubblicato quasi due anni fa.

Quali sono invece altri titoli a cui sei particolarmente legato?

Ogni titolo di Atlantide ha una storia che è diventata parte della mia storia personale, però credo che la casa editrice non esisterebbe, o comunque non esisterebbe così, se non ci fossero stati nel primo anno di vita libri come Ritratto di Jennie di Robert Nathan, L’outsider di Colin Wilson e Leonida di Nada Malanima. Ecco, quando abbiamo pubblicato Leonida ho avuto la conferma che non dovevamo mettere limiti al nostro progetto.

Credi che in quest’anno così complicato un modello come quello scelto da Atlantide sia stato un vantaggio o un limite?

Difficile a dirsi, però è vero che le librerie fiduciarie di Atlantide, per lo più indipendenti, hanno continuato a consigliare i nostri libri con grande convinzione e questo credo abbia premiato sia noi che loro, perché i nuovi lettori che si sono accostati ad autori come Tiffany McDaniel, Matteo Trevisani, Margherita Loy o Anne Griffin (il cui bellissimo Quando tutto è detto abbiamo pubblicato a maggio, proprio in mezzo alla prima ondata) ne sono rimasti conquistati. E poi, quando a luglio abbiamo iniziato l’imprint Blu Atlantide –diffondendolo, a differenza de I libri di Atlantide, in tutti i canali tradizionali – ulteriori nuovi lettori ci hanno scoperto e si sono appassionati ai nostri libri.

Uscendo un attimo da Atlantide: come professionista dell’editoria, quale direzione sta prendendo un settore di cui ben conosciamo le difficoltà per così dire “storiche”? L’annunciata morte del libro ad oggi sembra essere scongiurata, ma cosa vedi all’orizzonte?

La morte del libro, come quella del rock’n’roll, è stata annunciata talmente tante volte che ne abbiamo perso il conto ormai. Quello che vedo all’orizzonte però è una trasformazione, potenzialmente radicale, delle modalità di promozione e distribuzione. Chi ne sta risentendo  di più nell’immediato sono le cosiddette catene librarie, ma certo è in atto un cambiamento profondo che coinvolge tutti noi che facciamo libri e li amiamo.

 

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Intervista a Simone Caltabellota https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-simone-caltabellota/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-simone-caltabellota/#comments Mon, 20 Sep 2010 08:51:24 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2885 Questo pezzo è uscito sul Mucchio

di Liborio Conca

Simone Caltabellota…Un passato da editor nella casa editrice Fazi – dove ha lanciato due figure tra le più chiacchierate della letteratura d’inizio anni zero: Melissa P e JT Leroy – e un presente molto impegnato: attualmente lavora a un progetto di sceneggiatura per la televisione, collabora con la casa editrice Elliot, soprattutto ha pubblicato il suo vero debutto come autore, un romanzo non scontato, lirico, dalle molteplici suggestioni.

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Simone Caltabellota…Un passato da editor nella casa editrice Fazi – dove ha lanciato due figure tra le più chiacchierate della letteratura d’inizio anni zero: Melissa P e JT Leroy – e un presente molto impegnato: attualmente lavora a un progetto di sceneggiatura per la televisione, collabora con la casa editrice Elliot, soprattutto ha pubblicato il suo vero debutto come autore, un romanzo non scontato, lirico, dalle molteplici suggestioni.

Ci racconti da dove sei partito, a livello di formazione, di esperienze?
Mi piace partire dall’inizio degli anni novanta, quando facevo parte di un singolare circolo di ragazzi, ventenni, che s’incontravano in una cantina, leggevano poesie. Tra gli altri c’eravamo io, Laura Pugno, Marco Cassini, il futuro fondatore di minimum fax. Ed era una cosa assolutamente autogestita; ci vedevamo a casa del padre di uno di noi, Vincenzo Ostuni, attualmente editor di Ponte alle Grazie, e ogni domenica sera, per quasi due anni, ci vedevamo e leggevamo le nostre cose.

Questa storia mi ricorda L’attimo fuggente, e non vuole essere un’offesa…
Beh… era il ’92, ’93, ci sentivamo soli, avevamo vent’anni, scrivevamo, ci siamo conosciuti a un festival di poesia che si teneva a Testaccio. Poi c’era qualcosa che adesso si è perso. Esistevano le riviste letterarie, su cui potevi pubblicare in attesa di crescere, iniziavi a frequentare altri giovani autori. Ora o esordisci a vent’anni…

Ci sarebbero le riviste online…
Sì, questo è vero, il web offre indubbiamente grandi spazi e potenzialità, però a volte ho la sensazione che si possa ridurre tutto quanto a una sorta di Fiera delle vanità. Forse perché sei nascosto e anonimo, e finisci per non esporti più di tanto, e allora si spara a zero su tutti, senza prendere rischi. Tornando alla mia esperienza: noi l’avevamo presa molto sul serio, ci vedevamo con buona frequenza, sono nati sodalizi sia umani che letterari, e man mano abbiamo iniziato a invitare anche poeti più grandi, “veri”, con cui avevamo confronti, scambi di idee. Di tanto in tanto, poi, ci si metteva in metropolitana, o nelle birrerie che frequentavamo, e cominciavamo a declamare poesie. Era un modo per riconoscersi, un modo per divertirsi. A un certo punto ho conosciuto Sandro Veronesi, ho iniziato a collaborare con Nuovi Argomenti; e quando Elido Fazi stava creando la sua casa editrice, ho avuto la proposta di lavorare in redazione e ho accettato. Ho proposto di pubblicare le opere inedite di John Fante, che sono andate molto bene, e mi hanno chiesto di indicare altri autori. A quel punto, però, ho smesso di curare la mia scrittura fino al 2006, quando ho deciso di uscire da Fazi, e ho ricominciato a scrivere tutto quello che avevo conservato in dieci anni.

Quel che si dice una vita intensa. Il giardino elettrico: cosa si nasconde dietro un titolo così evocativo? Potrebbe essere il titolo di una canzone dei Cure.
No, in realtà i Cure non ci sono… Il titolo è venuto fuori da un’immagine. Questo libro deve molto alle visioni, alle immagini, a scene che mi si formavano davanti agli occhi. Inizialmente il libro non si chiamava così: ma quando ho rivisto la scena in cui compare questo Eden degli amori perduti e finiti, ho pensato di chiamarlo Il giardino elettrico, anche da amante della musica rock; ho voluto metterci l’elettricità. In seguito, sfogliando Mojo, ho scoperto che esiste a Londra un locale che si chiama The Electric Garden, e che proprio lì aveva esordito Marc Bolan… non lo sapevo, ma è stata una bella coincidenza. Ancora: ascoltavo una canzone di Phil Shoenfelt, un mio amico – anni fa aveva questo gruppo punk molto fico a New York, i Khmer Rouge, e poi ha scritto un libro bellissimo, Junkie Love, pubblicato da Arcana – una canzone che si chiama “The Electric Garden”, parla di un “Electric Garden of Eden”. Questa immagine ritornava e ho deciso che fosse questo il titolo, evocativo, forse non immediato, ma va bene così.

A proposito di non-immediatezza, potremmo dire lo stesso del tessuto del libro; forse perché, come dicevi, è nato per associazione di immagini, la struttura non è lineare, è frastagliata. Inoltre, le storie che compongono il libro sono tutte opera della tua fantasia, o derivano da qualcosa di vero?
Sulla struttura: è vero, però l’ho scritto proprio così, non l’ho montato in seguito. In origine doveva essere un romanzo generazionale. Volevo raccontare un gruppo di persone tra i venticinque e i trenta-trentadue anni, che cercavano loro stessi e che si stavano perdendo. Dopo le prime pagine, però, sono arrivati i fantasmi. Epic e Giulia Durer, e la sua è una storia vera, biografica: è successo davvero che mio padre, un giorno, passeggiando lungo il Tevere, seppe che avevano trovato questo cadavere, parlo dell’inizio degli anni Novanta. Quando sono arrivati questi personaggi, il libro è diventato un romanzo di formazione… di fantasmi. Il montaggio è quindi venuto così spontaneamente, indubbiamente figlio anche di suggestioni cinematografiche. Inoltre avevo davvero voglia di scrivere un libro che fosse anche un omaggio a Roma, un luogo in cui ti perdi e ti ritrovi, dove il tempo torna su se stesso.
Già, Roma. Non avresti potuto ambientarlo che qui, la città è una vera co-protagonista…
Senz’altro, è un libro profondamente romano, soprattutto riguardo il senso del tempo a Roma. Non potevo ambientarlo in un altro posto. Ma è fondamentale l’idea del tempo, ti dicevo: il tempo anche interiore, nostro, che riunisce in sé quello che è stato e quello che siamo ora, consentendo che la stratificazione del tempo si tocchi, che il passato incontri il presente fino a superarlo. Ecco, questo è il tessuto vero del libro. Certo, mentre scrivevo mi rendevo conto d’avere anche riferimenti cinematografici, penso ai film di Arriaga, 21 grammi, Amores Perros. Non penso di poter scrivere in altra maniera. Raccontare in modo lineare mi annoia.

Immagino che qualcuno t’avrà detto che per essere un esordio hai scelto un modo complesso di raccontare, sbaglio?
A Elisabetta Sgarbi, che è stata la prima lettrice “editoriale” del libro, è subito piaciuto, m’ha detto di volerlo pubblicare; però mi ha consigliato di dare qualche guida in più al lettore. Prima, il libro era ancora più complesso. Ma è rimasto il senso di mistero, non a caso la frase finale è di Ioan Petru Culianu, filosofo rumeno che sosteneva l’esistenza teorica della possibilità di viaggiare nel tempo, diceva che il passato cambia continuamente a seconda di come noi lo leggiamo e ricostruiamo.

Per restare alle suggestioni cinematografiche: un po’ come accade in uno degli ultimi film di Coppola, Un’altra giovinezza.
Esatto: del resto il film di Coppola è tratto da un’opera di Eliade, Il maestro di Culianu. Diciamo che quel tipo di pensiero, un pensiero forse metafisico, non solo razionale, c’è molto dentro. E se parliamo di riferimenti, ci sono anche Parmenide e Pitagora, l’idea della filosofia pre-aristotelica di una conoscenza a-razionale, che proceda per intuizione. La filosofia occidentale nasce come magia, questo non viene più detto, ma Parmenide era un mago e Pitagora aveva fatto un viaggio nell’oltretomba. Ecco, come lettore sono anche stanco di storie borghesi, storie sulla televisione. A me non importa niente di scrittori che mi raccontino il dietro le quinte della televisione.

Hai parlato delle influenze ideali-filosofiche, mentre a livello stilistico mi sembra che ci sia un debito verso la scrittura americana, sbaglio?
(risatina, ndr) No. Anche qui, mi riferisco a una tradizione italiana che purtroppo s’è persa durante il Novecento italiano, sostituita dal razionalismo “neoilluminista” di Calvino, o dalla stilistica a mio giudizio illeggibile della Neoavanguardia. Ma è una tradizione italiana, che va dagli anni Venti fino alla guerra. Il primo Cassola, racconti di una modernità incredibile, sembra Joyce. Il primo Parise. Una lingua fuori dal tempo, plastica. Non volevo scrivere un libro contemporaneo. Ho cercato di trovare una voce diversa, che non somigliasse a quello che c’è in giro, rischiando anche d’essere controtendenza.

A proposito di quello che c’è in giro, mi dai un tuo personale parere sullo stato della letteratura italiana attuale?
Sarebbe presuntuoso, da parte mia, emettere giudizi, però ho notato quello che si può definire senz’altro un fenomeno degli ultimi anni: la ricerca dell’esordiente. E tra questi ultimi, alcuni sono stati interessanti, altri meno. Mi è piaciuto molto, negli ultimi anni, il libro di Alessandro Zaccuri Il signor figlio. Continuo ad apprezzare i libri di Sandro Veronesi. Per il resto, anche se questo meriterebbe un discorso a parte, credo che in Italia non ci sia neanche un critico letterario che riesca a capire davvero il presente. È un problema di conformismo politico, ma penso che abbiamo quello che ci meritiamo.

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