Simone Caputo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/simone-caputo/ un blog di approfondimento culturale Wed, 07 Nov 2012 12:55:30 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Simone Caputo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/simone-caputo/ 32 32 Pillole da Santarcangelo 41 https://minimaetmoralia.it/teatro/pillole-da-santarcangelo-41/ https://minimaetmoralia.it/teatro/pillole-da-santarcangelo-41/#comments Tue, 12 Jul 2011 06:49:54 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4726 A circa quattrocento chilometri di distanza dal teatro Valle occupato, a cui ultimamente questo blog ha dato parecchio spazio, in un piccolo ma animatissimo paesino dell’entroterra Romagnolo, si svolge in questi giorni lo storico Festival dei Teatri di Santarcangelo, quest’anno giunto alla sua quarantunesima edizione e il cui coordinamento è affidato alla compagnia del Teatro delle Albe. Per scoprire di che si tratta e quali sono gli spettacoli in programma per il prossimo fine settimana vi invitiamo a visitare il sito internet.

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A circa quattrocento chilometri di distanza dal teatro Valle occupato, a cui ultimamente questo blog ha dato parecchio spazio, in un piccolo ma animatissimo paesino dell’entroterra Romagnolo, si svolge in questi giorni lo storico Festival dei Teatri di Santarcangelo, quest’anno giunto alla sua quarantunesima edizione e il cui coordinamento è affidato alla compagnia del Teatro delle Albe. Per scoprire di che si tratta e quali sono gli spettacoli in programma per il prossimo fine settimana vi invitiamo a visitare il sito internet. Qui invece vi proponiamo tre interventi estratti da Nero su Bianco, la rivista coordinata dal gruppo critico Altre Velocità che viene distribuita gratuitamente al festival e che ha il compito di sostenere e accompagnare le varie performance e spettacoli con l’osservazione e il pensiero critico. C’è un teatro che si arrangia e resiste da sempre ed è quello che si ritrova ogni anno a Santarcangelo. Buona Lettura.

Sentirsi Soli
Se esiste un limite oltre il quale lo sguardo può aprirsi, uscire dai contorni per percorre uno spaesamento e uno sbandamento mai vitali quanto oggi, questo può stare in un’idea di solitudine. Ci sono meccanismi che invitano all’azione, fisicamente, spostando i limiti di un contratto: non si è più seduti in platea ma si partecipa “insieme”, come in due casi provenienti da Intersection, dove si può seguire una traccia di passi che guidano l’esecuzione di figure
di tango (Touring dance theatre di Dace Džeriņa), oppure l’invito ad abbracciarsi in vetrina in Piazza Ganganelli (Everything is going to be alright N.5 di Monika Pormale). Qui si è soli a partire da un’indicazione di partenza, senza la quale non ci saremmo probabilmente mai mossi insieme: occorre operare una scelta, e verificare quanto questa possa divenire nostra, cioè di ognuno.
Seduti in platea la questione si stratifica, perché in un certo modo siamo sempre soli quando guardiamo. Scorre una tensione, fra vicini di sedia, ma quanto accada nell’intimo di ognuno ha una natura che non può essere mai del tutto condivisa, almeno nell’istante dell’accadimento. Se ci siamo siamo da soli, con l’opera, in quel gorgo. Tokyo Notes di Hirata Oriza / Seinendan accade nel bookshop di un luogo pubblico che ospita l’azione privata dello sguardo, come afferma Alan Bennet descrivendo il museo. Là si parla di realtà e di come rappresentarla, filtrandola con cornici bidimensionali, riproducendola con flash di fotocamere digitali. Là si parla e si parla e nessuno guarda. Chi è in scena discute del guardare senza farlo; chi è in platea guarda e non discute, ma riflette. Noi al loro posto: vedere o non vedere, questo è il problema, ed è tutto nostro. The Plot is the revolution di Motus / Judith Malina parte da una prospettiva opposta: siamo tutti insieme, nel consesso di un dialogo pubblico, le domande che Silvia Calderoni pone a Judith Malina sulla sua storia, sui suoi spettacoli è come se fossero nostre, è come se fossero dette in nostra vece. Siamo di fronte a una dimostrazione, spesse volte, in cui le visioni raccontate di Malina divengono figure del movimento, della voce, dei gesti di Calderoni. Qui si osserva e si partecipa, assumendo una tensione, un desiderio che può essere solo comune oppure non può semplicemente darsi: si può stare tutti insieme sul pavimento del teatro disegnando pensieri con cento pennarelli neri, oppure si deve uscire dal teatro, soli.
Lorenzo Donati

Quella cosa che risuona /armoniche bellezze
Il ritmo gioca un ruolo essenziale nell’espressione della bellezza: percepibile e intimo, è la concreta scansione di un corpo che vibra e si estende in forme e strutture. Lo sentiamo ricadere dall’arte nell’universo, lo sentiamo nell’intimità del corpo e della mente, lo sentiamo mantenere pause, imporre una disciplina. Ci investe e incontra la nostra temporalità interna, gli istanti delle nostre fantasticherie. Il piano dei ritmi, qui a Santarcangelo 41, attraversa la piazza e le strade della città, le persone e gli oggetti, le figure, i movimenti dei solisti e dei cori:Mariangela Gualtieri, Simone Marzocchi, i fratelli Mancuso, il Coro Doppio. Le voci e i suoni che si spandono dall’alto di torri, terrazzi e finestre, chiamata poetica al singolo e alla collettività, e i corpi musicali dei cori immersi nel cuore della città, fusione di ciascuno con tutti, provano a essere il risultato corale di un’armonia umana che il mondo estetico del teatro e della musica rappresentano simbolicamente. I due contrari, il solista e il coro, la cui musicalità pervade la città, provano qui a essere il senso stesso del tempo, del tempo del Festival e della creatività che lo plasma. A Santarcangelo accade un po’ come in quelle opere musicali in cui dal coro emerge il corifeo, e l’azione si trasforma in uno scambio dialogico tra questi due elementi. Due è la parola chiave: il passaggio dall’uno al due non può essere spiegato razionalmente, uno strappo mediante il quale ognuna delle due unità acquista autonomia e nello stesso tempo dipendenza. Il ritmo, cui siamo invitati attraverso richiami e slanci a partecipare, non è tuttavia, per chi osserva e ascolta, riposo o abbandono, bensì nuova musicalità attiva. Anche nel silenzio. Perché il labirinto che è Santarcangelo 41 invoca una dimensione partecipativa che coinvolge, che immerge, dimensione dalla quale sono esclusi elementi razionali.
L’origine è unitaria, ritmica; originaria è solo la partecipazione.
Simone Caputo

C’è qualcosa che non va /Serve un deserto
Al “Supercinema” di Santarcangelo è stato presentato 338171, TEL, un radiodramma che porta dritti dentro a un gioco con accesso a entrata doppia: il dialogo in diretta da due campi separati – l’Almagià ex artificerie dello zolfo di ravenna e l’Unicem ex cementificio di Santarcangelo – e la narrazione della sfida di Inghilterra e Francia contro Turchia e Germania per la conquista di Damasco. Rodolfo Sacchettini, la voce del racconto radiofonico, sciorina le regole precise per poter partecipare e rendere possibile un contatto tra l’ascoltatore e gli spettacoli: i due T.E.L. che stanno andando in scena contemporaneamente sui due campi da gioco. Il radiodramma mette in chiaro alcuni aspetti: c’è necessità di regole precise altrimenti il gioco entra nel caos più totale, se gli elementi del gioco sono al massimo si scatenerà l’inferno. Dunque le aspettative sono alte e l’invito è consapevolmente concitato ad avvicinarsi ai terreni di gioco oppure ad ascoltare, non si percepisce un pericolo reale, ma il tentativo di restituire a chi ascolta la dimensione magnetica degli avvenimenti. Il britannico Thomas Edward Lawrence, tenente colonnello della Royal Air Force, è la figura ispiratrice di tutto il lavoro dei Fanny & Alexander, ma il perimetro della sfida ha un orizzonte più ampio che riguarda una tessitura musicale fatta di cori rimescolati di matrice araba e i suoni di uno strumento, un tavolo di ciliegio. Con possibilità tridimensionali l’accarezzamento “cartesiano” amplificato rende ipnotico lo sfregamento, mentre la possibilità di accogliere i colpi è data dalla disponibilità del tappeto a sostenere lo spaesamento dell’attore che percuote il tavolo secondo l’asse della profondità. Il compito del radiodramma risulta essere quello della sana persuasione, attraverso un rapporto vincolante con la cronaca della rappresentazione, per arrivare al punto in cui il racconto non basta più ed è necessario precipitarsi nelle zone del gioco. Il gioco a cui si assiste è T.E.L.: in scena le suggestioni del radiodramma lasciano spazio al corpo dell’attore, a un incedere guidato dalla compresenza di pulsioni opposte, quelle di una voce che guida, che comanda e quelle di una sopravvivenza legata all’andare avanti nonostante tutto in modo cieco e folle. Ci preme sottolineare che lo sfinimento che si palesa sulla scena non è solo una meccanica fisica, ma la materializzazione di un feroce punto di domanda: “Ci sei? Non ho ancora capito se sei un ribelle o soltanto un deficiente”. Per porre una domanda sulla presenza a se stessi e non essere pretenziosi è necessario che ogni muscolo della scena sia ordinato al sacrificio quotidiano della sfida con il potere. La reazione e la contaminazione con il comando è nella geometria delle luci, nelle scosse elettriche del tavolo costruito da “Tempo reale”, nello sguardo gravemente scosso di Marco Cavalcoli, nella luce inquietante degli occhi di Chiara Lagani. Nella drammaturgia soppesata trova spazio un nome: Termine Eternamente Lontano, che spiega che il deserto sarà raggiunto dalle telecomunicazioni, uno spazio residuale in cui continuare a chiedersi il significato della parola fallimento e della parola utopia.
Fanny & Alexander raccoglie la sfida, testimonia le impasse quotidiane personali e collettive: “C’è qualcosa che non va, serve un deserto” e con estenuata disperazione, stabilisce le regole per il tragitto, porta lo spettatore nel deserto creando una preziosa e unica occasione per far pensare.
Nicola Ruganti

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Hip Hop Rock against NOIA! https://minimaetmoralia.it/musica/hip-hop-rock-against-noia/ https://minimaetmoralia.it/musica/hip-hop-rock-against-noia/#comments Wed, 09 Feb 2011 08:46:48 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3757 di Simone Caputo

“Buona parte del punk-rock è costituita dal Grande Ritornello Americano (o Inglese, a dir la verità) della Sublimazione Adolescenziale. Tutti quelli che hanno tra i dodici e i vent’anni vogliono fare sesso, anzi, non pensano ad altro tutto il giorno, ma la maggior parte delle loro riflessioni sono robaccia nevrotica che prosciuga le energie, col risultato cha abbiamo Due Principali Scuole di Punk Rock. Una compensa per eccesso la nevrosi adolescenziale con un’esibizione esagerata di arroganza da macho sottolineata da giri di basso vendicativi come un cazzo in tiro

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di Simone Caputo

“Buona parte del punk-rock è costituita dal Grande Ritornello Americano (o Inglese, a dir la verità) della Sublimazione Adolescenziale. Tutti quelli che hanno tra i dodici e i vent’anni vogliono fare sesso, anzi, non pensano ad altro tutto il giorno, ma la maggior parte delle loro riflessioni sono robaccia nevrotica che prosciuga le energie, col risultato cha abbiamo Due Principali Scuole di Punk Rock. Una compensa per eccesso la nevrosi adolescenziale con un’esibizione esagerata di arroganza da macho sottolineata da giri di basso vendicativi come un cazzo in tiro, mentre l’altra si limita a scalare, sommergendo tutto quanto di doppi sensi contortissimi e ambigui sulla droga. […] Fino a poco tempo fa, almeno. Quelle erano seghe lisergiche da sballatoni di acidi tipiche della metà anni Settanta, ora i tempi sono cambiati e alle droghe nessuno ci fa quasi più caso; ci deve essere qualcos’altro che eviti a quei poveri verginelli di dover cantare di scopate e rovinare tutto rivelando la loro completa inesperienza. Non possiamo liquidarli, perché sono un buon 40 per cento del rock. Solo uno su ventimila ha il genio sfacciato di un Iggy o di Jonathan dei Modern Lovers ed è disposto a cantare dei suoi complessi adolescenziali in modo talmente onesto che ti fa male, imbarazzando da morire metà del suo pubblico”.
Così scriveva Lester Bangs, negli anni Settanta, come al solito fuori dagli schemi e illuminante, capace di raccontare adolescenti e musica come quasi nessuno oggi osa fare o vuol fare, quasi che interrogarsi sulla musica e sui dischi che escono abbia senso, mentre chiedersi qualcosa su quegli adolescenti e quei giovani che la musica la fanno e la ascoltano nei garage e nelle camerette non ne abbia. Bangs va ovviamente tradotto: perché il rock non è più il solo genere di riferimento, affiancato com’è da hip-pop, electro, sonorità indie e dark; perché le trasformazioni tecnologiche, la rete e la “mutazione” culturale investono il presente; perché quei tempi sono finiti con le morti in piscina, su una roulotte, in una vasca da bagno, nel bagno di un aereo privato. È finito un certo rock, e con esso un’epoca di sogni e di speranze. Eppure le parole di Bangs continuano sferzanti a dirci su adolescenti e giovani, ora che i maledetti, le ubriacone, i poeti e i demoni sono spariti, quello che ancor di più oggi non si dovrebbe assolutamente fare: “Non possiamo liquidarli, perché sono un buon 40 per cento del rock”.
Eppure, di fatto, liquidati lo sono. E non solo da gran parte della critica musicale: a farle compagnia ci sono l’università e quanti si occupano di discipline sociologiche, e gli stessi educatori e operatori che pur si preoccupano di condizione giovanile. Se si usa come solo criterio di valutazione quello relativo alle pubblicazioni accademiche sull’argomento il dato che emerge è avvilente: nell’ambito delle discipline sociologiche la discussione sulle comunicazioni di massa è prolifica, ma i problemi della musica (in generale, non solo quelli relativi alla musica e gli adolescenti) non vi godono di una particolare considerazione. Del lavoro di ricerca che la sociologia della musica ha portato aventi nel corso di un ventennio, almeno negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, ma anche in Francia o in Svezia, se ne è a malapena avvertita l’eco in Italia (come sottolinea La musica e gli adolescenti, interessante testo pubblicato dal Dipartimento di Musicologia dell’Università di Bologna nel 2004, tra i pochi esempi italiani di studio attento del fenomeno). In Italia si discute di tempo libero, di politiche culturali, pressoché sempre e genericamente in maniera fastidiosa di “condizione giovanile”. La sociologia dell’educazione e della politica sì, quella della musica no.
Un paese di accademici, educatori e critici spesso ciechi, dunque. Nessuno mette in discussione le dimensioni quantitative della presenza della musica nella vita dei giovani o degli adolescenti; assai meno solida o meglio del tutto inesistente è la conoscenza delle sue ragioni e delle sue conseguenze nel qui e oggi, nonché dei significati che gli stessi soggetti attribuiscono all’ascoltare, consumare, fare musica. Continuano, e a torto, a interessare le culture giovanili solo quando esse sono sub-culture definite sulla base di uno stile di vita estetico, normalmente caratterizzato anche in termini musicali, e si continua a sostenere che le scelte musicali sono parte integrante di reazioni collettive ai problemi che quei giovani vivono per il fatto di occupare posizioni sociali subordinate. Lo si faceva coi mods, i rockers, gli skinhead, i punk, lo si fa oggi con gli emo, gli indie, le crew dell’hip-hop. Un modello d’approccio sbagliato per diversi motivi: perché maschilista, perché non riconosce nelle “camerette” e nei piccoli luoghi strategie in alcuni casi alternative di resistenza simbolica, perché distingue le sottoculture giovanili soprattutto attraverso la musica, ma poi della musica non se ne frega neanche un po’. Un modello incapace di riconoscere il potere degli stessi media e della società dei consumi nel forgiare le rappresentazioni delle sottoculture e le loro pretese di autenticità: il potere tende a renderle “capitale culturale” e a eliminare completamente ogni elemento di disturbo o di resistenza. Un modello completamente inadatto all’epoca della rete, in cui sovraesposizione, super-abbondanza e tutto-immediatamente-disponibile, rendono assai difficile poter parlare di sottoculture. Un modello che si dimentica di tutti quegli altri ragazzi e ragazze che rendono il fare musica un fenomeno sociale di massa e un aspetto cruciale della loro vita, come della vita degli altri. Sempre Bangs in un’intervista del 1980:

“A essere sinceri sono tanto alienato e schifato da chiedermi se davvero voglio fare qualcosa nei prossimi anni. Vedi, la questione è: sta diventando tutto come la rivista People. Tutta la radio, tutta la stampa, tutto quanto sta diventando così, anche l’industria editoriale. Ieri parlavo col mio agente e gli ho chiesto: ‘Pensi che di questo passo l’unica cosa vendibile sarà la biografia-marchetta di una celebrità?’, e lui ha risposto: ‘Non lo so’. […] Allo stesso tempo tutti quelli che conosco sono completamente alienati, scoglionati, nauseati da tutto, e so che gran parte di quelli che lavorano nei media e ci propinano questa roba sono alienati come lo è il pubblico. Il pubblico compra solo perché non gli viene offerto qualcos’altro. E, personalmente, mi chiedo quand’è che la gente comincerà a dire: no, mi rifiuto, non ne voglio più!”.

Aldilà dell’evidente validità delle affermazioni anche per i nostri Anni Zero, quel che è più interessante delle parole di Bangs è nel provare a metterle in relazione con alcune riflessioni sui ragazzi e le ragazze che oggi la musica la fanno (tralasciando il complesso discorso su ascolto, individualità e solitudine legati a esso, società liquida e tutto quello che ne consegue). Perché è proprio negli adolescenti che la musica la fanno suonando e mixando che sembra possibile intravedere soggetti completamente diversi da quelli descritti da Bangs, alienati e scoglionati. Dire che la musica suonata, soprattutto in gruppo, dai più giovani sia una possibilità di libertà, una via anarchica, rispetto alle maglie strette di una società che tende a incanalare, può sembrare un’ovvietà, o ancor più una banalità se si pensa che in fondo è sempre stato così da quando la musica popular ha preso il sopravvento su quella classica.
Eppure banalità forse non è se si pensa che oggi più che mai i mass-media offrono un modello unificante e tremendamente stupido del fare musica, incentrandovi addirittura una gran parte del palinsesto televisivo pubblico e privato: Amici di Maria de Filippi, o X-Factor, i due nomi che subito rendono chiaro il quadro della situazione. Tutrice del talento giovanile italico, Maria de Filippi e i suoi, nel giro di un decennio hanno modificato e alterato nelle teste di molti grandi e piccoli il più basilare dei concetti che chi si avvicina all’arte della danza, o della recitazione, o del canto deve sapere: il talento, che sia dato dal corpo o da una personalità geniale, o lo si ha o non lo si ha; non può essere sostituito da altro. Pur di confezionare galline dalle uova d’ora, utili per una sola stagione e poi da buttar via, la fabbrica De Filippi ha sospinto un modo di pensare per cui è giusto che l’allievo prenda il sopravvento sul maestro, la faccia tosta sul rispetto, la bugia sul vero, il costruirsi un personaggio sull’avere talento. Un salto nel buio che oramai non fanno più solo quanti si presentano dinanzi alle telecamere di Amici, ma i più, fino ai frequentatori di piccoli laboratori teatrali o di concorsi canori. Un salto avallato anche da chi preoccupato dal dare giudizi sulle qualità dei partecipanti alla trasmissione, o sulle beghe generate dalla stessa, non si è accorto che intanto i ragazzi e le ragazze, accaniti teledipendenti, prendono per buono e seguono il modello Amici – del resto a lungo l’unico modello televisivo disponibile. Un’idea avallata da discografici senza scrupoli e ancor più colpevolmente da critici musicali che avrebbero dovuto interrogarsi seriamente su una trasmissione come Amici, e che al contrario, oggi, partecipano alla stessa. Come può scrivere seriamente, sulla stampa nazionale, di musica e televisione, chi è al contempo stipendiato dal programma che dovrebbe descrivere o analizzare?
Il tentativo di costruire personaggi a tavolino in modo da creare un mercato o da accontentarne uno già esistente, non è certo una novità. La presenza però di una vecchia discografica come Mara Maionchi, nel programma X-Factor, talent show Rai, antagonista di Amici di Maria De Filippi, aiuta a comprendere i salti compiuti da un sistema impazzito, facendo di lei un esempio di quanto avviene tanto in Rai quanto a Mediaset. Per decenni la Maionchi ha lavorato per consolidare e guidare progetti talentuosi o almeno validi verso un successo ampio e duraturo: Mogol-Battisti, PFM, Tozzi, Vanoni, De Crescenzo, Mia Martini, De Andrè, Arbore, Tiziano Ferro. Con la scomparsa delle grandi etichette e la frammentazione del mercato dovuta all’esplosione del download on-line, la Maionchi (esempio che vale per i più) ha pensato bene di occupare un posto fisso in tv, per orientare il gusto del pubblico e meglio lanciare i giovani della sua etichetta: in anni in cui i ragazzi vengono gettati sul mercato e bruciati col la stessa velocità, meglio essere sempre di fronte alle telecamere per dire agli italiani chi davvero ha l’X-Factor e chi devono scegliere come star del momento. Azioni efficaci, se si pensa alla forza a senso unico di questo martellamento, capace di spingere più di 90.000 adolescenti a televotare negli ultimi cinquanta minuti di diretta del Festival della Canzone Italiana del 2010 l’insignificante Per tutte le volte che… di Valerio Scanu, e a decidere così l’esito dell’ultimo Sanremo. Con un’ulteriore considerazione su tutte: nulla sono le majors della musica se si guarda ai nomi che oggi le hanno soppiantate nell’indirizzare i gusti musicali soprattutto di adolescenti e giovani. Zeng, Acotel, Tjnet, Buongiorno, Dada, tutti i gestori di telefonia fissa e mobile, e tanti altri ancora.
In un quadro del genere non può che assumere una nuova luce tutto quel mondo fatto di ragazzi e ragazze che suonano, che scrivono canzoni, che si stordiscono nei garage, che remixano qualsiasi tipo di musica, che continuano a picchiare su chitarre e batterie, che descrivono melodie beatlesiane, che si lanciano in rap strampalati, che hanno una memoria musicale da far invidia e cosa non da poco in un’epoca in cui la storia sembra non interessare più a nessuno. Non un’affermazione romantica o una stupida illusione: piuttosto una costatazione, che nella sua semplicità ha però un valore importante. Perché, senza voler dare una sublimazione o un tono alto a un mondo che è assolutamente coi piedi per terra e che disegna nitidamente i confini del presente, esiste una geografia italiana che passa per le grandi città e le provincie marginali, che innesca una catena d’intensità che si propaga da paese a paese, con la velocità e l’ineluttabilità di un grido, con un’utopia fatta di demenzialità, atteggiamenti non classificabili, spinte non previste: un catalogo fantascientifico di band, ragazzini, adolescenti, giovani che suonano e schiattano.
Non aveva certo torto Lester Bangs a dire che “tutti quelli che hanno tra i dodici e i vent’anni vogliono fare sesso, anzi, non pensano ad altro tutto il giorno, ma la maggior parte delle loro riflessioni sono robaccia nevrotica che prosciuga le energie”: basta sentirli suonare e cantare per dargli spesso ragione. Ma forse il dato relativo alla qualità non è quello oggi più importante; in fondo pochissimi diventeranno i nuovi Rosolina Mar, Zen Circus, Jealousy Party, Bugo, Maisie, Bachi da Pietra, Mariposa, senza scomodare Dalla, Battisti, Area, CCCP, Diaframma, Afterhours. Eppure capitare in un piccolo centro sociale, ad esempio, e ascoltare questi ragazzetti che urlano e si sbattono, che si cimentano con i tipi di musica più diversi tra loro, che interagiscono e si ascoltano, è un’esperienza strana: si resta sospesi tra il giudizio molte volte negativo sulla musica e la sorpresa tutta positiva nel vederli e sentirli sinceri e anarchici come sempre meno capita in altri momenti della vita o con altre espressioni artistiche d’oggi. C’è un fregarsene del successo, del giudizio, dell’accordo, del suonino, che fa sorridere. C’è dello sporco che sembra quasi bello. Il coraggio di costruire un sound, forse strampalato, ma almeno autentico pur quando copia qualcuno. Dalla loro la voglia di mettersi in gioco e in relazione, e di portare in giro la propria musica, con un senso dell’apertura che giovani appassionati di cinema e teatro dovrebbero invidiare. Hip-pop-rock against NOIA!
In un momento in cui anti-umano e anti-emotivo la fanno da padrone, ricordare che tanti adolescenti, in barba ai modelli dominanti, fanno rock e hip-hop, suonano senza voler comparire in alcuno studio televisivo, semplicemente comprando una chitarra o usando il computer, non è un fatto banale. La musica come bisogno di avventura, ricerca di un’identità, reazione alle bordate insopportabili delle mode che diventano, infallibilmente, fenomeni di massa, ma anche come bisogno di sicurezze, di sentirsi meno soli. Bisogno di poesia, di mandare a memoria parole e strofe, di avere un qualcuno con cui sbattere la testa o almeno provarci.
E che fa che ascoltando la maggior parte di loro verrebbe da dire: “questa schifezza la saprei fare meglio io”. Anzi è proprio questo uno dei motivi per cui ci piacciono ancor di più.

Mi ha detto Dani che si può cambiare rimbocchiamoci le maniche/scongeliamo i pesci spezziamo i pani baci bene baciamano alle anziane maddalene/ ripaghiamo ridiamo la pensione anche alle puttane e per questo vi porto una voce senza/volto significa non fatemi foto datemi ascolto il cliché del rap del rock con le armi come/Totò le mokò ma io so che si può fare obiezione di coscienza per quelli come me/odio le armi e vi regalo la diligenza/tenetevi le miss le miss in baule l’ importante è che mi lasciate i miei pupi i miei muli/assieme valichiamo confini scoscesi alfabetizziamo paesi con le gesta dei primi francesi/tieniti le capitali dammi gli animali e paesi e l’amore di catanesi more come cinesi/lasciami a piedi nel tacco dello stivale spacchi naturali è vertigine/tieniti stivale tacco spacco vertiginoso e vita infinita sono un poeta la mia morte sarà l’ origine.
«Anche se dite no» – Dargen D’Amico

Questo articolo è contenuto nel numero di Dicembre/Gennaio della rivista Gli Asini, che dedica una lunga e approfondita sezione al rapporto dei giovani con la musica, strumento di formazione e di relazione.

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Street Fighting Year https://minimaetmoralia.it/societa/street-fighting-year-3/ https://minimaetmoralia.it/societa/street-fighting-year-3/#comments Sun, 26 Dec 2010 08:35:09 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3560 Bomba o non bomba arriveremo a Roma
di Simone Caputo

“Tutto il tempo non trascorso a consumare o accumulare oggetti da consumare in modo dilazionato sarà considerto tempo perso. Si arriverà a sciogliere le sedi sociali, le fabbriche, le officine perché le persone possano consumare a casa propria mentre lavorano, giocano, si informano, imparano, si controllano. L’età limite per la pensione scomparirà, i mezzi di trasporto diventeranno luoghi di commercio...

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Bomba o non bomba arriveremo a Roma
di Simone Caputo

“Tutto il tempo non trascorso a consumare o accumulare oggetti da consumare in modo dilazionato sarà considerto tempo perso. Si arriverà a sciogliere le sedi sociali, le fabbriche, le officine perché le persone possano consumare a casa propria mentre lavorano, giocano, si informano, imparano, si controllano. L’età limite per la pensione scomparirà, i mezzi di trasporto diventeranno luoghi di commercio, gli ospedali e le scuole lasceranno il posto, per la maggior parte, a luoghi di vendita e a servizi post-vendita di autosorveglianti e autoriparatori. […] Più l’uomo sarà solo, più si controllerà e si distrarrà al fine di colmare la solitudine. La libertà individuale senza limiti, aumentata – almeno in apparenza – dagli autosorveglianti, porterà sempre di più le persone a considerarsi responsabili soltanto della propria sfera personale, professionale e privata, e a obbedire, in apparenza, solo al proprio capriccio e, nei fatti, alle norme che stabiliscono le esigenze della propria sopravvivenza. […] L’uomo di domani percepirà il mondo come una totalità al proprio servizio, nel limite di norme imposte dalle assicurazioni al suo comportamento individuale. Vedrà l’altro solo come uno strumento per la propria felicità, un mezzo per procurarsi piacere e denaro, o addirittura entrambi. Non penserà più a preoccuparsi per gli altri: perché dividere se si deve combattere? Perché farsi insieme se si è concorrenti? Nessuno più penserà che la felicità altrui possa essergli utile. E ancora meno si cercherà la propria felicità in quella dell’altro. Ogni azione collettiva sembrerà impensabile e, per questo motivo, ogni cambiamento politico inconcepibile. La solitudine comincerà dall’infanzia”.

Il movimento studentesco contro il ddl Gelmini sembrerebbe raccontare un futuro diverso da quello intravisto da Attali (Breve storia del futuro, 2006) appena qualche anno fa: c’è ancora qualcuno che vuole combattere, che desidera fare insieme, che spera in una felicità per se e per gli altri. E questo qualcuno non è solo: gli abitanti di Terzigno, gli operai della Fiom, i precari e i lavoratori extracomunitari sui tetti. Multiformi mobilitazioni, occupazioni di sedi universitarie, striscioni sulla Torre di Pisa e sul Colosseo, il parlamento assediato, blocchi metropolitani. Gesti più forti degli slogan, delle stesse idee che circolano viralmente in rete e nelle assemblee partecipate. Segni di un dissenso, di una consapevolezza che ribellarsi è giusto, di un desiderio di sfogo che va oltre le idee troppo spesso confuse, fin anche reazionarie. Perché in fondo, a volte, non è reazionario difendere a oltranza il carattere pubblico dell’istituzione università? Questi gesti sono un violento feedback del presente: gli studenti, bollati come parassiti dal potere, sfiduciati e delusi, gettano in piazza il vomito che gli viene da cibi andati a male propinati da più parti a tutte le ore del giorno: dai genitori, dalla televisione, dalla politica, dai banchi delle scuole e dell’università. Deboli eppure tra i pochi che provano a uscire fuori dal coro. Con a fianco una generazione, quella di quanti l’università l’hanno finita da un po’ e sono precari per la maggior parte, che il futuro previsto da Attali lo stanno vivendo a pieno: figli di commercianti, medici, avvocati, infermieri, poliziotti, amministratori, insegnanti, ricercatori, operai qualificati, funzionari, “la maggior parte non avrà più un posto di lavoro fisso. Continuamente raggiungibili, dovranno tenere costantemente sotto controllo la propria appetibilità e le proprie conoscenze. […] La delocalizzazione delle imprese e l’emigrazione dei lavoratori faranno scendere i redditi. Rimpiangeranno il tempo in cui le frontiere erano chiuse e il lavoro assicurato per la vita, gli oggetti durevoli, i matrimoni suggellati una volta per tutte, le leggi intangibili. Idealizzeranno lo status di funzionario, assimileranno un impiego garantito a vita a un patrimonio, e il trattamento corrispondente a una rendita. Coloro che lavoreranno per ciò che sarà rimasto dello Stato e dei suoi annessi e connessi saranno sempre meno numerosi, e il loro status diverrà sempre più precario. […] Per queste classi medie, assicurarsi e distrarsi saranno le principali risposte alle sfide poste dal mondo. Distrarsi: il loro modo per dimenticare”.

I fratelli maggiori degli studenti di oggi sono gli stessi che alcuni anni fa, quando era ministro la Moratti, diedero vita alle prime forme di protesta serie che si vedevano nelle scuole e nelle università in Italia da molti anni a quella parte; gli stessi che manifestando per le strade di Genova nel 2001 andarono a sbattere rovinosamente contro la sordità e l’ottusità delle forze politiche occidentali. Da allora qualcosa è cambiato: il sogno, in molti, troppi, ha lasciato spazio all’autocommiserazione, alla voglia di farsi i cazzi propri, al sentirsi soddisfatti perché parte di proteste virtuali con cui convincersi di essere “tra i buoni”, all’esclamare di fronte agli inviti alla partecipazione dei movimenti studenteschi odierni “ma io non sono più un universitario”. “Si sono tutti integrati / i nostri amici problematici / diciassettenni sedicenti facinorosi / capipopolo meravigliosi / che ricordavano a docenti e padri / quanto fossero defunti di già / Chi vandalizzava o teorizzava occupazioni / o furti programmatici di beni preziosi / chi sparava sugli sbirri va in vacanza come niente fosse / da un emisfero all’altro / Tutti costoro avevano bisogno di un lavoro / e se lo sono trovato”, canta il trentenne toscano Mangiacassette. Gli studenti che protestano oggi, per le strade di Roma e d’Italia, sono per questo soli. Non sembrano, per la maggior parte, avere le idee ben chiare sul “cosa fare”, eppure sono tra i pochi ad offrire al paese una virtù dimenticata: la generosità. La generosità nel protestare in maniera diffusa, per se e per gli altri. Oltre l’oramai inascoltate pratiche del corteo sindacale e della svilente e mesta adunata politica in piazza; oltre la cecità di chi non ha compreso, dopo il Febbraio del 2003, quando 351 città in 54 paesi del mondo si fermarono inutilmente per protestare contro la guerra in Iraq, che manifestare semplicemente non basta più. Il movimento dell’Onda, la vera radice delle azioni di questo 2010, aveva investito tutti gli atenei nell’autunno del 2008 e rappresentato una boccata d’aria fresca nella palude italiana, il salto necessario oltre le logiche di destra e sinistra. Lo slogan “noi la crisi non la paghiamo” sintetizzava una lettura attenta del presente, la coscienza di essere la prima generazione dal dopoguerra in poi a non poter mantenere il livello di autosufficienza e benessere dei propri padri. Tra quell’ondata, capace di alzare finalmente il livello della protesta, di mettersi in contatto con le azioni che nascevano nel resto d’Europa, e i movimenti che rifiutano il ddl Gelmini esiste una differenza non da poco: allora il tentativo era stato quello di unire tutti i soggetti ugualmente colpiti dalla riforma che si preparava, docenti e studenti insieme, su un identico piano ideale e desiderosi di pensare insieme nuove strade per il futuro; oggi, se si esclude un forte gruppo di ricercatori, gli studenti hanno scelto la strada della protesta non “appoggiata” dai grandi, del colorato muro-contro-muro, riversando l’Onda oltre le strade, acqua alta che ha raggiunto i tetti degli edifici, i piani altri dei monumenti (con un unico errore: lasciar salire sui tetti chi non avrebbe dovuto metterci piede). E un’altra differenza ancora tra 2008 e 2010: la crisi globale dei mercati del 2009 che ha costretto i governi europei a drastici cambi in materia di politica economica. E se alcuni hanno scelto, in maniera che più che lungimirante è logica, di incentivare la ricerca e sostenere l’istruzione, paesi come l’Inghilterra e l’Italia hanno imboccato, senza se e senza ma, la strada della drastica riduzione del Welfare: da cui i volenti scontri londinesi e romani. Il tutto mentre il resto del paese vive come nelle visioni del Ballard di Crash, non più ipotetico futuro, ma presente tangibile e immediato: “ai suoi occhi di donna sofisticata io stavo ormai diventando una specie di videocassetta emotiva – mi inserivo tra tutte le scene di dolore e violenza che illuminavano i margini delle nostre esistenze: quei notiziari di guerra e disordini studenteschi, catastrofi naturali e brutalità poliziesche, che guardavamo vagamente sulla Tv a colori della nostra camera mentre ci masturbavamo a vicenda”. La violenza nasce dal silenzio di istituzioni che negli ultimi due anni non hanno mai voluto ascoltare una proposta che venisse dalla bocca degli studenti, quasi questi non esistessero; la violenza nasce dalle parole dei capocomici della politica che predicano giustizia preventiva e tolleranza zero quasi il modello greco e la morte del quindicenne Andreas Grigoropoulos non avessero insegnato nulla. Aldilà dei distinguo sul ddl Gelmini, delle possibili soluzioni, del dilemma pubblico-privato, delle proposte dei ricercatori, degli squallidi nepotismi dell’ultima ora, delle applicazioni regolamentari che attueranno la riforma più importanti del ddl stesso, pur stando a fianco dello slancio degli studenti italiani, quello che davvero rattrista è la dimensione solitaria della protesta: una tremenda peculiarità tutta nostra, tutta italiana. Si commenta il sangue e le vetrine rotte, si è con gli uni o con gli altri, si esprime compassione, si fa propaganda, ma non c’è spazio per la vera solidarietà sociale. La voce degli studenti, come quella degli abitanti di Terzigno, dei terremotati di L’Aquila, è rimasta affare non di tutti. Spettacolo da stare a guardare. L’opinione pubblica da che parte sta? Il movimento dovrebbe essere un insieme di soggetti diversi che si muovono insieme. In Italia, al contrario, i movimenti di questi ultimi anni, sono sempre stati azioni isolate: quella dei ricercatori dell’ISPRA (ex-ICRAM) quando sono rimasti per più di un mese sui tetti di via Casalotti 300 a Roma, quella degli gli Aquilani in Novembre quando sotto l’acqua hanno marciato dinanzi a Piazza D’Armi, Piazza Duomo, la Casa dello Studente. Sembra mancare a noi italiani un senso della giustizia, della solidarietà, della coscienza del presente che nasca effettivamente dal basso. Le idee vengono dalla televisione, dai programmi di approfondimento, dai santini della retorica dell’alterità, quasi dovessero rispondere a delle mode, a un tifo organizzato, al sentirsi parte di un gruppo, piuttosto che semplicemente nascere da un proprio senso della giustizia. Il paradosso è che nel bailamme di voci che si sono accavallate nei giorni scorsi e affrettate a pontificare sui fatti del centro di Roma, hanno trovato spazio tutti, intellettuali, professori, politici, scrittori, forze dell’ordine, a scapito degli studenti. La spettacolarizzazione vince su tutto: gli studenti che si battono per un’istruzione seria e migliore fanno già parte del circo, e tutto quello che aveva a che fare con le idee, ma in fondo anche col pane e l’acqua, viene dimenticato, nel silenzio a volte anche di chi alcuni mesi o giorni fa dimostrava contro la privatizzazione dell’acqua, il taglio del FUS, la negazione dei diritti fondamentali agli immigrati. I movimenti tutti dovrebbero spingere la protesta, con un’adesione partecipe, capace di andare avanti a oltranza, ben sapendo quanto costi in termini di sacrificio e fastidio. Perché c’è poco da sperare nella generazione dei padri e delle madri, ma anche dei fratelli maggiori, per i quali il lavoro non fa più parte dell’identità personale, mentre conta sempre più l’immagine che si fabbrica nel tempo libero e coi social network. Se errore grande c’è stato nel 2008 ai tempi dell’Onda è stato quello di non provare testardamente a trasformare l’ipotesi di cambiamento in lotta aperta e perseverante, vogliosa e ostinata nel radunare soggetti e gruppi, nel fare area, nell’essere consapevole che quello non era altro che un inizio. La capacità di ribellarsi, di esprimere solidarietà sociale possono essere radicali solo se tutto quanto è dietro la parola “muovere” non si arresterà alle votazioni pre-natalizie: porre in moto, spostare, agitare, dare la spinta, iniziare, cominciare a germogliare.
Un segnale diverso, bello viene proprio dal 22 Dicembre, dalla città di Roma: il movimento che protesta in maniera colorata attraversando le periferie della città, mostrandosi ai cittadini, ricevendo i sorrisi e gli applausi degli anziani, rifiutando le provocazioni e le istigazioni alla violenza della politica, rispondendo con freschezza e saggezza alle domande dei giornalisti dopo l’incontro col presidente Napolitano, chiedendo alla CGIL l’appoggio per coinvolgere quanti più soggetti in un grande sciopero generale, interrompendo i cortei per far ritorno alla Sapienza e poggiare dei fiori lì dove poco prima era morto sul lavoro Mohammed, giovane operaio straniero. Con un’immagine su tutte: quella della rampa che dalla via Prenestina porta sulla Tangenziale di Roma. Un fiume di studenti che sale verso l’altro, in mezzo ai palazzi, oltre i tetti delle case.

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Questo articolo è uscito sullo Straniero.

di Simone Caputo

“Trumpet bells ringing / Bass drum is swinging / As the trombone groans / And the big horn moans / And there’s a saxophone. / Down in the treme / Is me and my baby / We’re all going crazy / While jamming and having fun”. Con queste parole si chiude la sigla che accompagna i titoli di testa della serie tv statunitense Treme, trasmessa in dieci puntate, a partire dall’Aprile 2010 dalla HBO. La serie è ambientata a New Orleans nei mesi che seguirono le devastazioni provocate dall’uragano Katrina e dalla conseguente inondazione della città: “Tre mesi dopo” recita infatti la scritta che apre le immagini della prima puntata. La bellissima sigla, cantata dal vocalist di New Orleans John Bouttè, racconta già molto di quello che sarà l’intera serie, con le parole, la musica e soprattutto con le immagini: un giro di contrabbasso, uno stacco di batteria e un assolo di chitarra frullano come in un vortice nel giro di pochi secondi immagini in bianco e nero di una vecchia New Orleans e dell’uragano dell’estate del 2005; Bouttè inizia a cantare e con i titoli di testa compaiono molteplici inquadrature dei muri delle case rimaste in piedi dopo l’alluvione. Perché questo è rimasto di New Orleans: muri segnati dalle acque, case distrutte, foto scolorite ricordo del passato, abitanti sopravvissuti a guardare attraverso porte e finestre le proprie vite oramai irriconoscibili. Treme, è bene dichiararlo subito, è una serie bella, efficace, in certe momenti strabiliante. Un racconto schietto e corale su una città e il terribile evento che l’ha spazzata via: senza indugiare nel sentimentale, senza ricercare la lacrima, senza banalizzare le tremende colpe e incapacità politiche che stanno dietro e seguirono al disastro, senza cadere nel “falso” o nell’eccessivamente “rappresentativo”, senza dipingere cartoline.
Con un personaggio che fa da protagonista, da collante, da sezione ritmica, da luogo della memoria, da piacere per le orecchie: la musica della città, in tutte le sue forme, generi, colori, strumenti, volti. Il creatore di Treme è lo sceneggiatore David Simon, già autore per la HBO di due capolavori televisivi: il superbo affresco della città di Baltimora dipinto con The Wire e la cinica Generation Kill con la sua scioccante ricostruzione dell’occupazione in Iraq. Simon, con tutti i suoi co-sceneggiatori, punta il dito contro gli scandali dell’amministrazione Bush e le folli idee del neo-conservatorismo: le tre serie sono infatti accomunate dallo spirito di denuncia contro un governo che non si è solo macchiato di un’inqualificabile inettitudine, ma è mancato al primo dei suoi doveri: proteggere la vita dei suoi cittadini. La storia si ripete tremenda e puntuale: nella Baltimora di The Wire, serie dedicata a indagare i fallimenti di polizia, scuola e politica; nella lotta al crimine nel deserto iracheno di Generation Kill, dove l’avanguardia dell’esercito statunitense veniva spedita in guerra accompagnata dalla disorganizzazione dei vertici, carenza di dispositivi bellici e scarsità di approvvigionamenti; nella New Orleans di Treme, emblema dell’ottusità e del disprezzo dimostrati da un governo federale impegnato a fare altro – Bush in vacanza, la Rice a comprare scarpe da Ferragamo – mentre la povera gente era ammassata nel Superdome e sulle autostrade senza acqua e senza cibo, i malati morivano e i cadaveri galleggiavano sulle acque.
Perché Katrina è stata una catastrofe annunciata e non prevenuta: già nel 1927 e nel 1965 uragani e esondazioni del Mississipi avevano abbondantemente dimostrato che gli argini costruiti con sufficienza non erano in grado di evitare straripamenti e morti. E un evento atmosferico largamente sottovalutato ha così dimezzato la popolazione della parrocchia di New Orleans e l’intero delta del Mississipi. Katrina ha spazzato via una delle più grandi città d’America in soli tre giorni, tra il 29 e il 31 agosto 2005: più di mille morti, un altissimo numero di dispersi, centinaia di migliaia di sfollati, più di 80 miliardi di dollari di danni. Treme, in dieci episodi, mostra attraverso gli occhi di chi ha deciso di non abbandonare la città, il post-uragano, i giorni della solitudine, i giorni dell’ospitalità presso parenti e amici, i giorni degli oltraggi della burocrazia, delle assicurazioni e delle speculazioni edilizie, i giorni della depressione.
Ma la vera forza di Treme non sta nell’essere denuncia contro un fallimento, atto d’accusa contro l’amministrazione Bush. Il suo sorprendente valore è nella capacità attraverso la costruzione di alcune storie che si fanno coro, di raccontare una città intera, il suo presente, la storia che le sta alle spalle: c’è chi non ha acqua calda, chi cerca un fratello disperso, chi accusa il governo federale di aver fallito causando una catastrofe, chi ritorna in città per trovare un lavoro trascinando con se sua figlia, chi dopotutto non può davvero lamentarsi, chi suona per soldi, chi suona e basta convinto di andare avanti per sempre. La pura critica politica resta sullo sfondo; eppure è lì, a ricordarci di chi sono le colpe. Lontani da qualsiasi tentazione facilona alla Michael Moore, David Simon e gli autori di Treme hanno voluto anzitutto narrare: un’umanità intricata, una storia complessa, la musica, i luoghi comuni del turismo, la cucina e le sue particolarità, gli scomparsi e gli arrestati, l’architettura e le case, il processo di centrificazione dei quartieri a seguito della ricostruzione, le roulotte di emergenza della Fema, le distinzioni razziali, i blog e i loro attacchi alla politica inetta, le parate delle Second Line, la chiusura delle scuole, la violenza della polizia, la differenza fra chi ha perso qualcosa e chi ha perso tutto, le famiglie divise, le fantastiche atmosfere del Mardi Gras, i rituali degli “indiani” del Mississippi. Ha infatti detto Simon a proposito della serie: “Non stiamo cercando di raccontare una storia criminale o politica. Si tratta di una storia sulla cultura e su come la cultura urbana americana determini il nostro modo di vivere. New Orleans ha una cultura unica e straordinaria, ma deriva dalle stesse forze che caratterizzano la società americana: immigrazione, integrazione e non-integrazione, razzismo e post razzismo. Cos’è che ci rende americani? La cosa che abbiamo senza alcun dubbio donato al mondo è la musica afro-americana”. Treme non è, infatti, un nome scelto a caso: è un quartiere di New Orleans, poco raccomandabile a dar retta alle guide turistiche, confinante a ovest col più famoso e turistico French Quarter, e vera patria della musica e della cucina di New Orleans. La musica è onnipresente nelle dieci puntate della serie, così come lo è nella vita reale degli abitanti della città; musicisti sono alcuni dei personaggi di fiction, le innumerevoli figure del sottobosco musicale che compaiono e quelle più note che partecipano agli episodi, da Alain Toussaint a Dr John, da Elvis Costello ai vari Jon Cleary and The Absolute Monster Gentlemen, Steve Earle, Kermit Ruffins; perfino alcuni degli stessi attori, come Wendell Pierce, Steve Zahn e Lucia Micarelli, sono musicisti. Non c’è puntata in cui non si senta suonare una Second Line, un gruppo di buskers, una band in un locale, o la Treme Brass Band accompagnare un rito funebre con i suoi ottoni e i suoi canti. Il numero di musiche, canzoni, spezzoni proposti nelle dieci puntate è impressionante: sono forse più di duecento. Come impressionante è il patrimonio musicale utilizzato: Jelly Roll Morton, Stan Getz, Pete Fountain, Professor Longhair, Bob French, Johnny Adams, Django Reinhart, Toumani Diabate, Nat King Cole, Beausoleil, Jon Cleary, Little Richards, Ellis Marsalis, Beau Jocque, Ernia K. Doe, Miles Davis, Irma Thomas, Davell Crawford, James Booker, The Meters, Don Vappie, Germaine Bazzle, Scott Joplin, Fats Domino, Louis Armstrong, la Rebirth Brass Band. Treme è un atto di amore verso una città, ma anche un atto d’amore verso la sua cultura, verso la musica, il jazz e i suoi musicisti in particolar modo. Treme riesce in una doppia difficile impresa: raccontare sottotono l’ansia esistenziale di una città per il nuovo e l’ignoto, e rappresentare la cultura di luogo, la sua musica, i suoi musicisti attraverso lo schermo.
Proprio come in ‘Round Midnight, bellissimo film di Tavernier, una delle poche pellicole capaci di portare il jazz sullo schermo, gli autori di Treme mettono al centro i luoghi, i suoni, le persone: non importa che non accada nulla di che; quel che importa sono le suggestioni, le atmosfere, il ritmo, il semplice racconto.
La cura con cui i singoli episodi sono sceneggiati, la regia abile e dedicata ai particolari, un montaggio lontano da qualsiasi funambolismo e debitore dei ritmi e dei suoni della città, un cast di attori di livello, da John Goodman a Rob Brown a Kim Dickens, sono invidiabili e fanno pensare con una certa tristezza alle svilenti serie televisive nostrane, all’incapacità dei canali italiane di raccontare attraverso la tv e la fiction il presente, di andare oltre le ricostruzioni di maniera, di realizzare prodotti liberi e credibili lontani dalla propaganda. L’elenco di quanto si produce o si trasmette in questi mesi in Italia e che finisce sugli schermi di Rai e Mediaset è impietoso: Ho sposato uno sbirro, Capri, Amore Proibito, Rinomata pasticceria Mileto, Edda Ciano, Il peccato e la vergogna. Come impietoso è il confronto con quanto la sola HBO ha prodotto e sta producendo in questi anni: The Sopranos, The Wire, Six Feet Under, Generation Killer, Treme, Boardwalk Empire, John Adams, True Blood. E non potrebbe essere altrimenti se a capo delle società che producono fiction in Italia ci sono nomi quali quelli, tra gli altri, di Luca Barbareschi, Giorgio Gori, Claudia Mori.
“Ain’t the river or the wind to blame / ‘cause everybody around here knows / nothing holding back Pontchartrain / ‘cept for prayer and as the promises go. / We’s carrying on digging our graves / and solid marble above the ground. / Maybe our bones will wash away / but this city will never drown”.
Così recitano gli ultimi versi della ballata This city di Steve Earle che chiude la prima stagione: “forse l’acqua porterà via le nostre ossa, ma questa città non potrà mai affogare”. Alla fine delle dieci puntate non può che restare in chi ha visto Treme un senso di forte disgusto: perché disgusto è l’unica parola che si può usare per un’amministrazione federale che ha lasciato morire dei propri cittadini, che ha speculato sulle loro disgrazie, che li ha dispersi in quaranta stati senza ridargli una città. E tutto perché? Perché, come esclamò l’emozionato rapper Kanye West durante un’importante raccolta fondi televisiva per New Orleans, semplicemente “George Bush se ne frega della gente di colore!”. In una delle puntate, John Goodman, che interpreta il ruolo di un professore, legge in classe ai suoi alunni un piccolo brano di Lafcadio Hearn su New Orleans: “Le cose non sono belle qui [è il 1880 l’anno cui Hearn si riferisce], la città si sta disfacendo in cenere. È stata sepolta da una colata lavica di tasse, frodi e mala amministrazione. Le sue condizioni sono così pessime, che quando ne scrivo, nessuno crede stia dicendo la verità. Ma è meglio vivere qui tra stracci e ceneri che possedere l’intero stato dell’Ohio”; poi aggiunge: “Lafcadio Hearn non fu il primo a innamorarsi di New Orleans; certamente non fu l’ultimo. Le sue farse rappresentano alcuni dei peggiori eccessi e affronti americani. Ma, giorno per giorno, anno per anno, New Orleans evoca anche momenti di chiarezza artistica e urbana trascendenza che sono il meglio in cui il popolo americano possa sperare. Questo se, noi che ne siamo testimoni, non siamo troppo spossati, troppo esauriti e troppo stupidi per riconoscerli per quel che sono”.

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