Simone de Beauvoir Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/simone-de-beauvoir/ un blog di approfondimento culturale Wed, 28 Feb 2018 13:02:20 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Simone de Beauvoir Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/simone-de-beauvoir/ 32 32 Nodi e bisturi della memoria, tra De Beauvoir e Ernaux https://minimaetmoralia.it/letteratura/nodi-bisturi-della-memoria-de-beauvoir-ernaux/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/nodi-bisturi-della-memoria-de-beauvoir-ernaux/#comments Wed, 28 Feb 2018 08:00:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36416 di Rossella Farnese

Il 1958 è l’anno di pubblicazione di Mémoires d’une jeune fille rangée, prima parte dell’autobiografia di Simone De Beauvoir – comprendente La force de l’âge (1960), La force deschoses (1963), Tout comptefait (1972) – e il 1958 è il «buco inqualificabile» della vita di Annie Ernaux, «la ragazza del ‘58», autrice di Mémoire d’une fille, pubblicato nel 2017 da L’Orma Editore nella traduzione di Lorenzo Flabbi.

Nitido e intimo, freudiano e chirurgico,Memorie d’una ragazza perbene – edito nel 1960 nei «Supercoralli» di Einaudi nella traduzione di Bruno Fonzi – è la lucida analisi in prima persona dell’infanzia e della giovinezza di Simone De Beauvoir.

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di Rossella Farnese

Il 1958 è l’anno di pubblicazione di Mémoires d’une jeune fille rangée, prima parte dell’autobiografia di Simone De Beauvoir – comprendente La force de l’âge (1960), La force deschoses (1963), Tout comptefait (1972) – e il 1958 è il «buco inqualificabile» della vita di Annie Ernaux, «la ragazza del ‘58», autrice di Mémoire d’une fille, pubblicato nel 2017 da L’Orma Editore nella traduzione di Lorenzo Flabbi.

Nitido e intimo, freudiano e chirurgico, Memorie d’una ragazza perbene – edito nel 1960 nei «Supercoralli» di Einaudi nella traduzione di Bruno Fonzi – è la lucida analisi in prima persona dell’infanzia e della giovinezza di Simone De Beauvoir.

Aggrovigliato e consapevole, proibito e universale, Memoria di ragazza è l’autobiografia sui generis di Annie Ernaux: indagine distaccata in terza persona di un arco temporale limitato, l’estate 1958 alla colonia di S nell’Orne, scrittura di scavo per svuotamento e oggettivizzazione di un io, che la Ernaux stessa – in occasione della presentazione della traduzione italiana al Salone Internazionale del Libro di Torino – ha definito «échantillion de l’humanité», un campione universale, «une fille parmi les autres».

All’andamento lineare, disteso e dettagliato della De Beauvoir si contrappone uno stile frammentario, conciso e segreto della Ernaux, di fronte a fotografie e ricordi rifiutati che scorrono tra le pagine inconfessabili del romanzo inseguito per tutto la vita: «Non riuscivo a racchiudere il tempo dell’estate 1958 nell’agenda del 2003 […] Più andavo avanti, più mi accorgevo di non stare scrivendo davvero. Mi era chiaro che quelle pagine di inventario sarebbero dovute diventare qualcos’altro, ma ancora non sapevo cosa. Non me lo chiedevo neanche più. Mi accontentavo in fondo del puro godimento di tirar fuori i ricordi dalle loro scatole. Rifiutavo il dolore della forma».

La cifra stilistica e autobiografica di Simone De Beauvoir è la chiarezza nel delineare quella ragazza non poi così “perbene” ma dalle idee sempre chiare sin da piccola e dalla grande e costante forza di volontà: «Mi piaceva tanto studiare che trovavo appassionante insegnare. Far scuola alle mie bambole non poteva certo appagarmi; non si trattava di parodiare dei gesti, ma di trasmettere veramente la mia scienza. Insegnando amia sorella a leggere, a scrivere e a contare, conobbi già all’età di sei anni l’orgoglio dell’efficacia. […] rinunciai ad avere bambini miei; ciò che mi importava era di formare delle menti e delle anime; decisi che avrei fatto la professoressa».

«Décalé» invece il point de vue di Annie Ernaux – come lei stessa ha affermato – una prospettiva quindi sociologica e psicologica, un filtro tra “je”, per indagare la trasformazione sconvolgente, la scoperta e la definizione di «quella ragazza là, quella del 1958, capace di manifestarsi a cinquant’anni di distanza e di provocare un tracollo interiore […] dunque ancora nascosta dentro di me, da qualche parte, irriducibile […] una sorta di presenza reale».

Raccontare il proprio io, l’educazione cattolica ricevuta in famiglia e al Cours Désir, l’amicizia con Zaza, l’amore platonico per il cugino Jacques, gli anni alla Sorbonne, l’incontro con Herbaud che la soprannomina “castoro” sulla base di un calembour con l’inglese beaver, l’incontro con Jean- Paul Sartre, l’engagement e il divario rispetto all’ambiente sociale dell’alta borghesia francese ipocrita e bigotta: questo l’obiettivo di Simone De Beauvoir che scrive senza gap temporali: «I gusti che avevo non dipendevano dalla mia età, io non ero una bambina: ero io».

«Esplorare il baratro tra la sconcertante realtà di ciò che accade ne momento in cui accade e la strana irrealtà che, anni dopo, ammanta ciò che è accaduto»: questa invece la dichiarazione d’intenti che conclude Memoria di ragazza, dire quel nodo che crea un divario nell’io, che determina l’essere diventata una scrittrice e che necessita, per essere detto, di una presa di distanza e quindi di libertà.

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La statualità perduta di Colonia https://minimaetmoralia.it/societa/la-statualita-perduta-di-colonia/ https://minimaetmoralia.it/societa/la-statualita-perduta-di-colonia/#comments Thu, 14 Jan 2016 13:40:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29640 Questo pezzo è uscito su Zeroviolenza (nella foto, manifestazione anti-immigrati a Colonia, il 14 gennaio scorso - fonte immagine).

di Monica Pepe

"Allarme terrorismo, Capodanno blindato in Europa e negli Usa". Avevano ragione i media di tutta Europa, c'era da temere che potesse succedere qualcosa di grave per la notte di Capodanno.

"Ci rendevamo conto che la polizia in quel momento era sotto organico e che questa situazione noi donne dovevamo affrontarla da sole" ha detto una delle ragazze aggredite a Colonia.

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Questo pezzo è uscito su Zeroviolenza (nella foto, manifestazione anti-immigrati a Colonia, il 14 gennaio scorso – fonte immagine).
di Monica Pepe
“Allarme terrorismo, Capodanno blindato in Europa e negli Usa”. Avevano ragione i media di tutta Europa, c’era da temere che potesse succedere qualcosa di grave per la notte di Capodanno.
“Ci rendevamo conto che la polizia in quel momento era sotto organico e che questa situazione noi donne dovevamo affrontarla da sole”  ha detto una delle ragazze aggredite a Colonia.Ci vorranno ancora giorni per mettere a fuoco la dinamica della notte di Colonia.
Le denunce sono venute giù una dopo l’altra come una slavina, le fonti parlano del 40% di violenze sessuali, e alle denunce di donne si sono unite anche quelle di alcuni uomini, tema e tabù antico anche questo come il mondo.Per quanto riguarda la questione di genere occorre ricordare le parole di Simone de Beauvoir, “Non dimenticatevi che basterà una crisi economica, politica, religiosa per mettere in discussione i diritti delle donne”.Avendole ormai collezionate tutte, le crisi, all’orizzonte storico di Pandora in cui ci troviamo va rammentata la violenza sessuale, in particolare, come strumento di guerra più estensivo nei confronti del nemico.

In qualunque forma siano state concepite, le violenze di Colonia hanno dato subito il via libera a spinte razziste e persecutorie nei confronti di chi innocente e ingrato, invece di dire grazie per essere stato accolto e per aver avuto un pezzo di pane, ripaga con le violenze.

Questa è mediamente la mentalità europea cattolica e occidentale. Sia ben chiaro, va tenuto insieme il convinto rifiuto di ogni violenza razzista e il fatto che la notte di Capodanno qualcosa di molto grave è accaduto, ed è tanto difficile quanto giusto resistere alla suggestione indotta dell’esercito invisibile di uomini che si coordina per colpire in una sola notte centinaia di donne del cuore dell’occidente cosiddetto avanzato. E i Paesi scandinavi che sono in cima alla classifica dei Paesi europei per la violenza sulle donne non ci devono interrogare?

La madre di tutte le convinzioni dell’Occidente, e anche dei suoi problemi, rimane lo sgargiante senso di superiorità nei confronti dei Paesi arabi e africani in particolare.

Per cui anche la questione della violenza sulle donne, lato notturno dell’io per eccellenza, torna a essere una questione pubblica quando il responsabile è l’uomo nero.

Per cui i morti degli altri valgono da sempre meno di quelli dell’Occidente.
Per cui le violenze sulle donne e sui bambini occidentali valgono sempre di più delle violenze fatte da uomini occidentali su donne e bambini dei paesi “inferiori”.
Per cui la storia comincia sempre il giorno in cui veniamo attaccati noi e, come accade ai bambini che mancano di visione storica degli eventi, l’intensità del dramma solo allora ci penetra le ossa.

Non riconoscere altrettanta dignità alle violenze organiche dell’Occidente ai danni di pezzi interi di mondo arabo e africano vuol dire essere destinati, come sta accadendo con le migrazioni, a non avere strumenti di lettura di quanto accade intorno a noi e a cambi di prospettiva aspri e indesiderabili.

Da sempre ci sentiamo così bene nella pelle dei padroni delle risorse naturali e umane di Paesi altrui da non riuscire più a misurare la causa e l’effetto.
Mai come oggi il distacco dei cittadini dalla politica espone la realtà umana alle peggiori conseguenze.

Sterilizzare l’accoglienza a questione di generosità e di denaro serve a poco. Sebbene l’intero sistema economico mondiale sia fondato sulla capacità di ingoiare l’altro e non sul riconoscimento della sua alterità, nessun tessuto sociale e come è evidente neanche quello tedesco, è pronto ad annettere un milione di “diversi” senza che da entrambe le parte aumentino le spinte aggressive e regressive.

Come davanti a uno specchio, oggi due storie umane sono destinate a non toccarsi e a sovrapporsi. Chi come noi è ostaggio del proprio benessere e di una paralisi dei rapporti sociali senza precedenti -ben rappresentata dal Potere con muri, frontiere e filo spianto- e chi come i migranti e i profughi avendo a disposizione il corpo in tutta la sua vitalità indomabile, trasformano la loro disperazione in spinta verso il futuro. Di molto c’entra in questo caso la relazione tra uomini e donne, e a guardare l’indice demografico non giurerei che qui la partita la vinca l’Europa.

Espulso da tempo immemore dalla scena politica occidentale, il corpo si è tornato ad affacciare a Colonia, in una notte di capodanno in cui alcuni o molti uomini in cerca di un nuovo inizio come di una statualità perduta, non hanno saputo trovare di meglio che dei corpi di donna.

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Intervista a David Cronenberg. https://minimaetmoralia.it/cinema/zanuttini-intervista-cronenberg/ https://minimaetmoralia.it/cinema/zanuttini-intervista-cronenberg/#comments Thu, 02 Oct 2014 08:57:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23634 Pubblichiamo l'intervista di Paola Zanuttini a David Cronenberg uscita su il Venerdì di Repubblica, ringraziando l'autrice e la testata. 

Toronto. Aristide e Célestine Arosteguy sono la coppia Sarte-De Beauvoir del XXI secolo. Anticonformisti e libertini. Marxisti irriducibili. Massimi teorici della filosofia del consumismo. Ultrasessantenni e seducenti. Idolatrati dagli studenti della Sorbona, assidui dei loro corsi e del loro letto. Succede che Célestine scompaia: immagini diffuse in rete mostrano il suo cadavere cannibalizzato. Sparisce anche Aristide, che in seguito rispunta a Tokyo. Poi c’è un chirurgo di Budapest trapiantatore illegale di organi. Una malata terminale in fissa con l’eros preagonico.Un neurologo di Toronto che ha avuto il discutibile onore di dare il suo nome a una malattia venerea. E un regime comunista, la Corea del Nord, che calamita defezioni dall’Occidente capitalista. Due giovani reporter – americano lui, canadese lei – supertecnologici, morbosetti e un po’ cialtroni, indagano come si indaga al tempo del giornalismo digitale. Ah, poi ci sono un bel po’ di sindromi inquietanti e bislacche. È il primo romanzo di David Cronenberg: Divorati. Ci ha messo otto anni a scriverlo, ma nel frattempo ha girato cinque film.

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david_cronenbergPubblichiamo l’intervista di Paola Zanuttini a David Cronenberg uscita su il Venerdì di Repubblica, ringraziando l’autrice e la testata. (Fonte immagine)

Toronto. Aristide e Célestine Arosteguy sono la coppia Sarte-De Beauvoir del XXI secolo. Anticonformisti e libertini. Marxisti irriducibili. Massimi teorici della filosofia del consumismo. Ultrasessantenni e seducenti. Idolatrati dagli studenti della Sorbona, assidui dei loro corsi e del loro letto. Succede che Célestine scompaia: immagini diffuse in rete mostrano il suo cadavere cannibalizzato. Sparisce anche Aristide, che in seguito rispunta a Tokyo. Poi c’è un chirurgo di Budapest trapiantatore illegale di organi. Una malata terminale in fissa con l’eros preagonico.Un neurologo di Toronto che ha avuto il discutibile onore di dare il suo nome a una malattia venerea. E un regime comunista, la Corea del Nord, che calamita defezioni dall’Occidente capitalista. Due giovani reporter – americano lui, canadese lei – supertecnologici, morbosetti e un po’ cialtroni, indagano come si indaga al tempo del giornalismo digitale. Ah, poi ci sono un bel po’ di sindromi inquietanti e bislacche. È il primo romanzo di David Cronenberg: Divorati. Ci ha messo otto anni a scriverlo, ma nel frattempo ha girato cinque film. Questo, però, non diventerà il suo ventiduesimo lungometraggio: «Prima ci pensavo, cinque produttori mi hanno fatto delle offerte, ma mi annoierei, la storia la conosco. Meglio che ci pensi un altro».

Come avviene nel suo cinema, anche nel romanzo le deformazioni del corpo e della mente, il sesso bizzarro, l’invadenza della tecnologia e le cospirazioni non sono espedienti da Grand Guignol, ma strumenti di un’investigazione filosofica (filone esistenzialista) sulla condizione umana. Definita, in questo caso, da Stephen King «una luce abbagliante che spalanca gli occhi». Gli occhi di Cronenberg sono di un blu artico: l’elemento perturbatore, insieme al sorriso – tendenza Joker – nella sua faccia da canadese tranquillo e felicissimo di essere da questa parte del confine con gli Stati Uniti: molto più quieta e democratica, ma non necessariamente noiosa. Un lampo di ironia o di provocazione e poi l’espressione torna serafica. Si deve divertire molto a confezionare le sue dissezioni della specie ostentando l’aplomb di un professore bonario e canuto che dedica a Carolyn, la moglie, il suo debutto letterario.

Se un lettore organizza la libreria per generi, avrà qualche incertezza sullo scaffale in cui infilare Divorati. Ce l’ha anche l’autore: «Un amico che dirige una rivista di cinema horror voleva organizzarmi un incontro pubblico, gli ho risposto che questo non è un romanzo di genere e non so se i fan dei miei primi film lo apprezzeranno. Direi che ha alcuni elementi del thriller moderno e altri del postmodernismo». Di sicuro è postmodern la presenza di gadget elettronici disseminati nelle 348 pagine, inesorabilmente citati con marche e sigle ogni volta che un personaggio ne fa uso. Cronenberg non si è rivolto a un consulente per la documentazione, non ce n’era bisogno: «Ne so abbastanza, la tecnologia è la prima cosa che mi ha attirato del cinema: ero incuriosito dalla sincronizzazione suono immagine, dalla pellicola senza audio che, dopo il montaggio, scorreva insieme alle parole, i rumori e la musica. Quando andavo ad affittare una cinepresa stavo ore con l’operatore a farmi spiegare come funzionava. La mia prima sceneggiatura battuta al computer risale 1985: non potevo aspettare. Ero affezionato alla mia macchina da scrivere, una specie di trattore vittoriano, ma era troppo lenta rispetto ai pensieri. Invece, il primo film girato in digitale è solo del 2012 perché fino ad allora il mio direttore della fotografia non era convinto della qualità».

Irrequietezza e prudenza, quindi. Anche Divorati segue queste linee guida. Perché la trama è indiavolata, il sottotesto filosofico, ma lo stile molto semplice, quasi popolare. «Ho sempre pensato che le più difficili questioni filosofiche non dovrebbero essere oscure. Se ti avvicini a Heidegger o a Sartre devi imparare tutto un nuovo vocabolario solo per leggerli. Questo ti tiene fuori e, se ci entri, ti infili in una gabbia che ti separa dalla vita. Se la filosofia serve a vivere meglio dev’essere accessibile, per questo trovo che la narrativa sia un splendido modo per esprimerla».

La professione di scrittore gli piace molto, pensa già a un altro romanzo e minaccia vagamente di lasciar perdere il cinema. «Quando lavori a un libro c’è maggiore intensità, monologo interno, complessità. E libertà. Il problema con i film sono sempre i soldi: devi andare incontro al pubblico, essere semplice, comprensibile, ma alcuni miei film, come Inseparabili o Crash, non lo sono affatto». Dice che l’editing è stato una passeggiata. Ha avuto quattro editor per ognuna delle tre case editrici in lingua inglese che pubblicano il romanzo: «Tutti gentili, collaborativi, rispettosi, mica come nel cinema, dove ognuno dice la sua e il produttore sbraita Odio quella scena, tagliala».

Nel cinema, Cronenberg ha avuto i suoi problemi. Quando nel 1975 uscì Il demone sotto la pelle (un parassita risveglia nella popolazione gli istinti sessuali repressi…), un giornalista indignato scrisse: «Dovreste proprio sapere quanto è brutto questo film, l’avete pagato voi!» alludendo al fatto che aveva ottenuto il contributo dello Stato. A seguire, polemiche in Parlamento, difficoltà nell’ottenere finanziamenti per i film successivi e, secondo la vulgata, anche lo sfratto dal padrone di casa benpensante.

Anche con la vulgata D.C. ha le sue noie. Perché dev’essere tedioso sentirsi definire ancora il barone del sangue, il signore del body horror o il regista che negli anni Settanta-Ottanta dissecava il corpo e dai Novanta in poi il cervello. «È un organo che ha sempre avuto un suo ruolo in ogni film che ho girato. Mi sembra una definizione un po’ sbrigativa del mio lavoro». Che allora lo definisca lui, il suo lavoro: «Fin dall’inizio dico che è un’avventura filosofica, un viaggio per capire in cosa consistono l’essere umano e la condizione umana. Sono sempre stato convinto che il corpo è la prima ed essenziale dimostrazione della nostra esistenza. Molto di quello in cui crediamo o che inventiamo è un tentativo di evasione da questa consapevolezza. Quasi tutte le religioni sminuiscono il corpo e spingono a trascenderlo per indurci a sperare che possiamo sfuggirgli e che la morte non è la morte. Questo succede anche nell’arte e nella politica: cos’è che dà coraggio a un kamikaze imbottito di esplosivo?».

Inevitabilmente, Nath e Naomi, i giornalisti di Divorati , utilizzerebbero per Cronenberg le formule stantie di cui sopra. Perché sono conformisti come le riviste sensazionalistiche per cui lavorano. Naomi, poi, è praticamente disabilitata se sconnessa da Google, protesi culturale della sua abissale ignoranza. L’autore è indulgente con loro: «Sono ingenui e un po’ rozzi, come gli americani in Europa di Henry James», ma è più severo sulla deriva del giornalismo. «C’è un vero declino della professione perché non c’è più la struttura che ti obbligava a imparare, cominciando dalle piccole notizie di cronaca o sport che un caporedattore esigente ti faceva riscrivere senza pietà. Ora impari tutto nelle scuole di giornalismo, sulle quali non mi pronuncio perché non le ho mai viste, ma so che su internet ci sono critici che si definiscono tali perché hanno un sito o un blog, e se vai su Rotten Tomatoes vedi che non sanno parlare, non conoscono la grammatica e sono proprio stupidi, ma vengono presi in considerazione come tutti gli altri critici e giornalisti. Ognuno ha accesso al suo posto in rete e si può ricreare come un avatar».

C’è una frase rivelatrice nel romanzo: «Ormai siamo tutti fotogiornalisti. Scrivere e basta non è più sufficiente. Dobbiamo recuperare immagini, audio, video». Cronenberg ha fatto i conti, suo malgrado, con questa mutazione «Ci sono giornalisti, li conosco da anni, che un giorno hanno cominciato a presentarsi con l’iPhone in mano per riprendermi. Ma la mano trema e quindi anche l’immagine, il suono è terribile perché stanno lontani e non usano il microfono, la luce agghiacciante. Io provo a obiettare che verrà una schifezza, che la ripresa è un lavoro complesso, richiede concentrazione e non si può intervistare e filmare nello stesso tempo, ma loro ribattono che devono farlo perché altrimenti c’è qualcun altro pronto al posto loro. Molto imbarazzante». Naturalmente D.C. non è un nemico della rete, tutt’altro: «È un ottimo strumento se hai la capacità di scegliere e controllare, ma è evidente anche l’aspetto distruttivo. La tecnologia che creiamo è il riflesso di quello che siamo, esattamente come politica».

Nel romanzo, come in tutta la produzione di D.C., il corpo si ribella. Qui, con risvolti narrativamente strategici, lo fa attraverso l’Apotemnofilia, ovvero la smania di amputarsi parti del corpo sentite come superflue o disarmoniche. O con la malattia di Peyronie, che incurva orrendamente il pene, e con altre aberrazioni che non stiamo qui a elencare. Ma come reagisce questo esploratore della corporeità quando gli spunta un brufolo strano o un acciacco inedito? «Come tutti, credo. Forse con più curiosità. Per questo la definizione the body horror non viene da me, perché non penso che quel che faccio sia orrore del corpo, ma piuttosto interesse e fascinazione. È la nostra essenza, come potrebbe non interessarci?». Visto che nella trama ha un certo ruolo anche un apparecchio acustico, mentre ne parla D.C. si sfila improvvisamente il suo, praticamente invisibile: «È identico a quello del romanzo, ha cinque livelli». Può entrare in contatto con le stelle? «No, questo non credo».

Già, ma come gli è venuta in mente l’Apotemnofilia? Indossa il sorriso da Joker e risponde che, quando si scrive, si cannibalizza la vita, gli eventi accaduti in famiglia o agli amici. Poi, forse per evitare spiacevoli fraintendimenti (Cronenberg prossimo a mutilarsi un orecchio!), spiega che la patologia in questione è un dono di Bruce Wagner, lo sceneggiatore di Maps to the Stars: «Mi ha mandato un articolo dell’Atlantic Monthly, molto bello, intitolato Un nuovo modo di essere matti, che la descriveva. Ho cominciato a farmi delle domande: è un disordine dismorfico? È sempre esistito o è emerso solo adesso con la sovraesposizione mediatica del corpo? Prima di girare A Dangerous Method ho studiato a fondo l’isteria, che non esiste più per com’era considerata una volta – femminile, legata all’utero, eccetera eccetera – perché è cambiata la cultura. Quindi significa che le malattie le creiamo anche noi. Un’idea affascinante da piazzare in un film o in un libro».

Cannibalizzando la sua vita privata e pubblica, Cronenberg ha infilato in Divorati anche qualche aneddoto della sua carriera. Per esempio, i passaggi al Festival di Cannes in veste di presidente della giuria o di concorrente: «In fin dei conti, non c’è mai stato uno scrittore presidente di giuria, quindi valeva la pena di raccontare qualcosa. Soprattutto le beghe di politica estera…». C’è una sanguinosa rissa fra giurati che riecheggia le polemiche sollevate dai suoi film o dalle sue scelte come presidente: nel 1999 caldeggiò la dibattuta vittoria di Rosetta dei fratelli Dardenne e, tre anni prima, il premio della giuria al suo Crash scatenò un finimondo. «Gilles Jacob mi aveva detto che voleva piazzarlo a metà rassegna per farlo esplodere come bomba. A me pareva un’esagerazione: il film era basato su un romanzo di Ballard uscito 23 anni prima che conoscevano tutti. Invece aveva ragione. Io non vedevo quanto era disturbante, ma Ted Turner lo voleva bandire, i politici dicevano che avrebbe corrotto gli adolescenti e qualcuno si scandalizzò perché c’era una mutilata che faceva sesso. I disabili invece amarono quel film, hanno detto che gli piaceva perché mostrava la realtà che vivono loro, dove un po’ di creatività e umorismo sono necessari, per fare sesso».

Nel suo primo romanzo. D.C. infrange l’ultimo tabù, il sesso anziano, con ricorso al provvidenziale Crisco, grasso vegetale da cucina molto usato anche come lubrificante sessuale. «Be’, ormai sui giornali se ne parla, ma se avessi scritto questo libro a trent’anni non ci avrei messo l’esperienza di oggi. Ho 71 anni, il sesso mi piace, ma ho anche la consapevolezza di invecchiare e mi domando come sarà tra dieci o vent’anni, sempre che ci arrivi, e che la mia partner ne abbia voglia, perché quel che succede agli ormoni degli uomini e delle donne è diverso. Certo, per girare una scena del genere al cinema ci vorrebbero luci molto morbide».

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Grandi scrittori immortalati da grandi fotografi https://minimaetmoralia.it/fotografia/grandi-scrittori-e-grandi-fotografi/ https://minimaetmoralia.it/fotografia/grandi-scrittori-e-grandi-fotografi/#comments Sun, 15 Jun 2014 12:45:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20438 Questo pezzo è uscito su Europa. (Immagine: Emmanuel Carrère, Parigi, 2004. ©Lise Sarfati/Magnum Photos/Contrasto)

Soprattutto, gli scrittori pensano e osservano. Riconoscerli è semplice perché di solito sono circondati da oggetti e ambienti che certificano il loro talento artistico. Gli scrittori sono i loro stessi gesti, i vezzi e i velluti che sigillano la loro diversità (penne, baffi, scrivanie, papillon, bretelle, scarpette e bicchieri di vino). È appena uscito Scrittori (libro edito da Contrasto) che presenta 250 fotografie di grandi scrittori immortalati da fotografi altrettanto celebri (Cartier-Bresson, Robert Capa, Elliott Erwitt, Ugo Mulas, Salgado, e altri). Ma questo splendido catalogo è anche involontariamente un manuale di retorica che illustra la mitologia che avvolge intellettuali, romanzieri e poeti. Per prima cosa, lo scrittore autentico è circondato da libri. Libri sfogliati, libri che caricano chi li sfiora del loro potere evocativo. Molti volumi infatti tra le mani di Adonis e Yeats, di Apollinaire e Cabrera Infante, mentre Márquez ha una copia di Cent’anni di solitudine aperta sulla testa, e spessissimo i libri rifulgono dallo sfondo: dagli scaffali di Margaret Atwood, George Bataille, Malaparte e Gadda. Pile torreggiano da terra e circondano Peter Handke, Musil è sommerso da quelli impilati sulla scrivania; abbondano le librerie ordinate di Vargas Llosa, di Vila Matas, della Némirovsky, e quelle disordinate à la Mishima.

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Questo pezzo è uscito su Europa. (Immagine: Emmanuel Carrère, Parigi, 2004. ©Lise Sarfati/Magnum Photos/Contrasto)

Soprattutto, gli scrittori pensano e osservano. Riconoscerli è semplice perché di solito sono circondati da oggetti e ambienti che certificano il loro talento artistico. Gli scrittori sono i loro stessi gesti, i vezzi e i velluti che sigillano la loro diversità (penne, baffi, scrivanie, papillon, bretelle, scarpette e bicchieri di vino). È appena uscito Scrittori (libro edito da Contrasto) che presenta 250 fotografie di grandi scrittori immortalati da fotografi altrettanto celebri (Cartier-Bresson, Robert Capa, Elliott Erwitt, Ugo Mulas, Salgado, e altri). Ma questo splendido catalogo è anche involontariamente un manuale di retorica che illustra la mitologia che avvolge intellettuali, romanzieri e poeti. Per prima cosa, lo scrittore autentico è circondato da libri. Libri sfogliati, libri che caricano chi li sfiora del loro potere evocativo. Molti volumi infatti tra le mani di Adonis e Yeats, di Apollinaire e Cabrera Infante, mentre Márquez ha una copia di Cent’anni di solitudine aperta sulla testa, e spessissimo i libri rifulgono dallo sfondo: dagli scaffali di Margaret Atwood, George Bataille, Malaparte e Gadda. Pile torreggiano da terra e circondano Peter Handke, Musil è sommerso da quelli impilati sulla scrivania; abbondano le librerie ordinate di Vargas Llosa, di Vila Matas, della Némirovsky, e quelle disordinate à la Mishima.

Ma prima di dare vita ai capolavori, gli scrittori sono punti interrogativi e i fotografi non hanno desiderato altro se non cogliere sguardi che raccontassero tutto di loro, i tormenti, la vita e l’opera stessa. È infinita la galleria di occhiate inimitabili: “lo sguardo torvo” di Martin Amis, quello impenetrabile di Paul Auster, gli occhi inquieti di Ingebor Bachmann, quelli nostalgici di Bolaño, lo “sguardo assorto” di Henry James, quello perso nel nulla del nichilista Houellebecq, lo sguardo pazzo di Bret Easton Ellis, quello fulminato di James Ellroy e quello ipnotico di Zadie Smith.

foto_scrittori

Talmente celebri, alcune foto sono diventate icone. È il caso dello scatto a Beckett (di Cartier-Bresson), a Kafka, a Bruce Chatwin con gli scarponi al collo e lo zaino, immagine immortale del viaggio avventuroso. Spesso gli scrittori sono rappresentati da ammennicoli che diventano i loro correlativi oggettivi: le infradito del brasiliano Jorge Amado, gli occhialetti di Brecht, la lente d’ingrandimento di Joyce, la penna di Savinio, il cappello della Nothomb e i ricci della Oates (per non dire dei fucili di Burroughs, Jack London ed Hemingway). Altre volte gli scrittori sono i luoghi che hanno narrato: non c’è Neruda senza mare alle spalle, non c’è poesia di Walcott senza piante sullo sfondo. Non si danno Marguerite Duras, Simone De Beauvoir né Sartre senza dietro i tavolinetti e i lampioni parigini. Impensabili Ben Jelloun o Amos Oz o Yehoshua seduti alle scrivanie e infatti alle loro spalle sempre dolci deserti di sabbia sacra. Chi è Sebald se non i rami secchi delle sue passeggiate letterarie?

Dal libro Scrittori, curato da Goffredo Fofi, risalta un elemento decisivo: le mani tengono teste pensierose. Il volto di Heinrich Böll e la fronte di Gide sono sorrette da una mano. Ne servono due per tenere il viso di Yasunsari Kawabata e una è appoggiata alla tempia di Thomas Mann. Per Moravia serve un pugno che rinforzi il mento, Philip Roth tiene un indice contro la tempia. Di certo, più lo scrittore è impegnato più urge un sostegno per la testa: la mano di Tabucchi ne cancella quasi il volto, Saviano ha bisogno di un pugno sotto il mento e del gomito sul ginocchio che puntelli il braccio, e tutte e due le mani sono sulle tempie di Alice Walker (dovute forse alla “passione per l’impegno e la vita sociale”). D’altra parte già la Malinconia incisa da Dürer si teneva il viso con la mano.

Che osservino, scrivano o riflettano, tutti emanano una vaga dannazione e quindi un po’ di fumo che li avvolge: sigarette tra le dita o tra le labbra di Bulgakov, Camus e Cocteau, Fuentes e Cortázar, Hammet e Cummings, Maugham e Mayakovsky, Prévert e Joseph Roth, Steinbeck, Karen Blixen e Salinger. Sigarette con bocchino per Paul Éluard, Ferenc Molnár e Virginia Woolf. Tanti i sigari: Houellebecq e Burgess, Dos Passos e José Lezama Lima perché più del sigaro poté solo la pipa: Dürrenmatt e Arthur Miller, Neruda e Sartre, Simenon e Amis, Hermann Broch e Apollinaire (qui fotografato da Pablo Picasso).

Si potrebbe analizzare il significato di scrivanie, barbe, occhiali, corpi spogliati, rossetti e cappelli, ma in questa carrellata di pose, miti e cliché, in cui gli scrittori sono speciali anche quando fanno cose comuni (Pasolini gioca sì a calcetto in borgata, ma in giacca e cravatta), spiccano le immagini semplici e quelle inattese, Emmanuel Carrère con mani in tasca, Stephen King in moto, Carlo Levi che dipinge, Henry Miller seduto su un gabinetto chiuso, Montale che fissa l’upupa impagliata (regalo di Parise), Nabokov a caccia di farfalle, Singer che dà da mangiare ai piccioni e Proust sul letto di morte. Con buona pace dei fotografi, è perfetta anche la foto di Thomas Pynchon che ne ritrae con fedeltà assoluta il suo carattere schivo: un’anonima fototessera di gioventù.

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That’s All Porno https://minimaetmoralia.it/ritratti/thats-all-porno/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/thats-all-porno/#comments Sun, 23 Mar 2014 06:00:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18199 (Immagine: Simone de Beauvoir ritratta da Art Shay)

Nel gennaio del 2008 Le Nouvel Observateur pubblicò in copertina una foto di una donna nuda, di spalle, davanti a uno specchio. La donna si chiamava Simone, stava con Jean-Paul che la tradiva con Olga e che lei tradiva con Nelson, che era sposato con Amanda da cui avrebbe divorziato per poi risposarla e divorziare di nuovo. E no, quella che vi stiamo raccontando non è una soap opera. Simone è Simone de Beauvoir, sentimentalmente legata vita natural durante a Jean-Paul Sartre, che la tradì con Olga Kosakievicz, e non solo, e che lei tradì con Nelson Algren, sposato a sua volta con Amanda Kontowicz. La foto con cui il settimanale francese pensò bene di celebrare i cento anni dalla nascita di Simone de Beauvoir è uno scatto del 1952 di Art Shay, all’epoca fotografo per Life Magazine e caro amico di Algren.

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(Immagine: Simone de Beauvoir ritratta da Art Shay)

Nel gennaio del 2008 Le Nouvel Observateur pubblicò in copertina una foto di una donna nuda, di spalle, davanti a uno specchio. La donna si chiamava Simone, stava con Jean-Paul che la tradiva con Olga e che lei tradiva con Nelson, che era sposato con Amanda da cui avrebbe divorziato per poi risposarla e divorziare di nuovo. E no, quella che vi stiamo raccontando non è una soap opera. Simone è Simone de Beauvoir, sentimentalmente legata vita natural durante a Jean-Paul Sartre, che la tradì con Olga Kosakievicz, e non solo, e che lei tradì con Nelson Algren, sposato a sua volta con Amanda Kontowicz. La foto con cui il settimanale francese pensò bene di celebrare i cento anni dalla nascita di Simone de Beauvoir è uno scatto del 1952 di Art Shay, all’epoca fotografo per Life Magazine e caro amico di Algren.

Talmente amico da far sì che Algren, aspettando l’arrivo di Simone de Beauvoir e non riuscendo a trovare per lei niente di meglio di una camera d’albergo da dieci dollari a notte senza vasca né doccia, gli chiese di rimediare una vasca da bagno per la toilette della sua amante. Shay obbedì e chiese in prestito l’appartamento (con bagno e vasca) a un’amica, dove accompagnò personalmente la scrittrice. Entrata nell’appartamento, Simone fece il suo bagno, attardandosi davanti allo specchio prima di entrare in acqua, senza preoccuparsi minimamente di chiudere la porta. Shay ne approfittò per farle qualche scatto, Simone sentì il click della macchina fotografica, e si limitò a commentare: “Vous etes un vilain garçon” (Siete un giovanotto maleducato), senza né chiudere la porta, né chiedergli di smettere di fotografarla nuda.

Questi i fatti, zelantemente raccontati da Shay, oggi novantenne, allo stesso Nouvel Observateur nel febbraio del 2008, a seguito delle polemiche mosse dall’associazione femminista “Les Chiennes de garde” (Le cagne da guardia) contro la scelta di piazzare Beauvoir nuda in copertina. Le fanciulle adirate manifestarono all’indomani dell’uscita del numero incriminato, ribattezzando per l’occasione la rivista “Le Nouveau Voyeur” e protestando “contro l’uso del corpo di Simone de Beauvoir per celebrarne il pensiero”. Definirono la cosa “sessista”.

In difesa del settimanale, e del nudo (peraltro assai bello) della scrittrice, è intervenuta nel 2009 una giovane, brillante intellettuale francese in un capitolo di un suo breve e illuminante saggio. Ex Utero. Pour en finir avec le féminisme (Ex utero. Per farla finita col femminismo) è il titolo del libro, Peggy Sastre è l’autrice (nata nel 1981), e il capitolo in cui racconta la querelle sul nudo di Simone de Beauvoir si chiama (a ragion veduta) “Diventare delle non-donne”. Scrive Peggy Sastre: “Se un’immagine non potrà mai essere eloquente come un testo, un testo che racconta la storia di un’immagine permette di leggere quell’immagine in modo differente”. E poi, più avanti: “Era sì filosofa, donna di lettere e di politica, ma Simone de Beauvoir nel 1952 era anche una donna di grande sensualità, era una donna di quarantaquattro anni innamorata di un uomo con cui era ben felice di andare a letto, seducente, seduttrice e assai poco pudica”. E infatti è sempre Shay a raccontare come, in vacanza, Algren e Beauvoir avessero la sana abitudine di andarsene a spasso nudi, infischiandosene altamente del ben pensare e degli sguardi della gente. Lo scatto di Shay purtroppo è stato pubblicato postumo, ma ci piace immaginare che Simone de Beauvoir l’avrebbe preso con quella stessa noncuranza con cui passeggiava nuda a braccetto col suo amante. E chissà, magari ne sarebbe stata lusingata: apprezzata per una volta per la sua bellezza oltre che per l’intelletto, coraggiosa nelle azioni tanto quanto nel pensiero, erotica e non soltanto politica.

Dicono le adepte di Simone de Beauvoir che “il personale è politico”, premurandosi a far polemica laddove della loro sacerdotessa si espone e si apprezza il corpo e non la mente. Già, peccato che in questo caso (ed è più la regola che l’eccezione) la componente erotica stia nella storia che c’è dato immaginare e non in quella singola immagine. Peccato che a rendere eccitante il tutto sia l’idea di un amore clandestino, consumato di fretta e di nascosto in una camera d’albergo da dieci dollari. E di una donna che, dopo avere attraversato l’oceano per incontrare il suo amante, entra in un appartamento con uno sconosciuto, e va a fare il bagno con la porta aperta. È quanto può essere accaduto “lì e allora”, e il fatto che involontariamente sia stato evocato proprio dalle stesse “Cagne da guardia”, a dirci che a soffiare sul fuoco si finisce solo per alimentare le fiamme. E si trasforma così la vita di più di una mente illuminata del Novecento in una soap opera se vogliamo anche porno.

Che a riepilogarla più o meno suona così: c’è Simone che sta con Jean-Paul e va in America per incontrare di nascosto il suo amante Nelson, che però è sposato con Amanda. Ma anche Jean-Paul tradisce Simone. La tradisce con Olga. Che è più giovane di Simone. E non è l’unica. Jean-Paul di fatto tradisce Simone un po’ con tutte. E Simone preferisce scopare con Nelson che con Jean-Paul. E la foto di Simone nuda da sola davanti a uno specchio? Dove la mettiamo? Diciamo che al massimo può stare per pochi secondi nei titoli di coda. Se proprio ci tenete.

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Gonzo & Sex https://minimaetmoralia.it/interviste/gonzo-sex/ https://minimaetmoralia.it/interviste/gonzo-sex/#comments Sat, 08 Sep 2012 08:30:10 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9386 Pubblichiamo un'intervista di Tiziana Lo Porto, uscita su «D - la Repubblica delle donne», a Gabriela Wiener.

Prendete il gonzo journalism, il giornalismo vissuto in prima persona e sulla propria pelle fino all’estremo, e affidatelo a una giovane donna peruviana spregiudicata e coraggiosa al punto, per esempio, da affrontare da sola ladri, assassini e stupratori di un penitenziario maschile per chiedere loro di sollevare la maglietta, mostrarle i tatuaggi e soprattutto raccontare storie. Il risultato è Corpo a corpo (in questi giorni in libreria per La Nuova Frontiera nella traduzione di Francesca Bianchi), densa e appassionante raccolta di reportage della peruviana Gabriela Wiener che del contemporaneo raccontano i corpi, la fisicità, il sesso. Wiener è nata a Lima nel ’75 e lì è cresciuta. Dal 2003 vive a Barcellona. Ha sposato il poeta Jamie Rodríguez Z., peruviano anche lui, con cui ha avuto una figlia. Di mestiere scrive, e prima ancora, vive le storie che racconta.

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Pubblichiamo un’intervista di Tiziana Lo Porto, uscita su «D – la Repubblica delle donne», a Gabriela Wiener.

Prendete il gonzo journalism, il giornalismo vissuto in prima persona e sulla propria pelle fino all’estremo, e affidatelo a una giovane donna peruviana spregiudicata e coraggiosa al punto, per esempio, da affrontare da sola ladri, assassini e stupratori di un penitenziario maschile per chiedere loro di sollevare la maglietta, mostrarle i tatuaggi e soprattutto raccontare storie. Il risultato è Corpo a corpo (in questi giorni in libreria per La Nuova Frontiera nella traduzione di Francesca Bianchi), densa e appassionante raccolta di reportage della peruviana Gabriela Wiener che del contemporaneo raccontano i corpi, la fisicità, il sesso. Wiener è nata a Lima nel ’75 e lì è cresciuta. Dal 2003 vive a Barcellona. Ha sposato il poeta Jamie Rodríguez Z., peruviano anche lui, con cui ha avuto una figlia. Di mestiere scrive, e prima ancora, vive le storie che racconta.

Quelle di Corpo a corpo sono storie di scambisti, di donazioni di ovuli e gravidanze, di uomini poligami ma carismatici, di mistress, prostitute e trans. E il making of della storia, rigoroso e avvincente, più o meno è sempre così: scegliere la persona o le persone da raccontare, passarci insieme del tempo senza necessariamente riprendere, registrare, prendere appunti, poi tornare alla base e scrivere. Nel modo più autentico e diretto possibile.

Si diverte più a viverle o a raccontarle le sue storie?

Corpo a corpo è un libro di giornalismo narrativo, ma è anche un libro sulla mia propria esperienza fatta di coinvolgimento personale e di giornalismo gonzo. C’è molto di protagonismo, molto sesso, persino automobili e una droga beatnik, anche se io in privato sono molto più discreta e molto più sentimentale. Entro nella letteratura passando dalla finestra del giornalismo. Quello che nel giornalismo dei dati oggettivi è sacro, ovvero la frontiera, il confine tra osservatore e cosa osservata, nei miei testi si dissolve. La cosa più interessante per me è farmi coinvolgere fisicamente ed emotivamente dalle situazioni su cui sto lavorando, adoro scoprire nelle storie che scrivo cose degli altri ma anche di me stessa. E quindi non ho scelta, bisogna vivere per raccontare e raccontare per vivere. È il mio modo di scrivere, l’unico che conosco. Non so dissertare, non so inventare né scrivere bestseller, so soltanto aprirmi. L’intimità è il mio tema principale e il mio metodo di lavoro. Più che con il coraggio questa mia necessità di espormi ha una misteriosa relazione con la mia insicurezza che mi porta spesso sull’orlo del baratro e mi fa ritrovare in situazioni imbarazzanti dalle quali non so mai come uscire.

La più imbarazzante che le è capitata?

La storia d’amore di una coppia di transessuali. Non m’imbarazzava la storia in sé, ma l’averci messo cinque anni per scriverla. Anche se non stavo materialmente scrivendo, la storia stava crescendo dentro e fuori di me. Durante tutti quegli anni si stava scrivendo da sola. Anni in preda a quest’ossessione, mesi di indagine e di tentativi di completare il puzzle. La cosa più brutta è stata ritrovarsi nel Bois de Boulogne, il parco delle prostitute a Parigi, con zero gradi e una mastite galoppante per sovrapproduzione di latte, con 39 di febbre e pensando a mia figlia che era rimasta a Barcellona e piangeva perché io non c’ero, e io andavo con le puttane, mi tiravo il latte sulla vasca di una di loro e lo guardavo scorrere nello scarico. E alla fine la storia l’ho scritta in 48 ore.

La più comica?

Quella del guru poligamo, Badani. Il reportage su lui e le sue sei mogli gli era piaciuto così tanto che dopo l’uscita del libro ha invitato me e mio marito a cena. Quando siamo arrivati abbiamo scoperto che c’era anche un’altra donna, la settima! Mi hanno confessato che era una specie di donna di servizio sessuale della famiglia e mi hanno detto che non avevano voluto farmela incontrare durante i giorni del reportage. Alla fine della cena, Badani ha proposto a mio marito di sostituirlo, dopo la morte di Badani lui avrebbe dovuto portare avanti il suo esempio e avrebbe dovuto prendersi cura delle mogli. Siamo rimasti d’accordo che ci avremmo pensato.

E?

E lo stiamo ancora facendo.

Il libro lo hanno letto tutti i diretti interessati?

Alcuni sì, altri no. Badani, il poligamo, sì, sicuramente: dopo quell’esperienza ha iniziato a studiare giornalismo.

Le capita mai, scrivendo, di doversi autocensurare?

Autocensura poca. Piuttosto il contrario. Mia madre mi diceva sempre di tener dritta la schiena, di eliminare i peli superflui dalla faccia e di non mangiarmi le unghie. Per vendicarmi mi sono messa a scrivere del periodo in cui ero una ragazzina viziosa che si masturbava col suo bambolotto preferito. Sono una persona che anni fa ha perso la sua migliore amica per colpa della lussuria e che adesso maltratta i divi del porno.

Suo marito è il primo a leggere le sue storie?

È sempre il primo, è il mio editore a domicilio. Non pubblico niente che non passi prima dalle sue mani. È probabile che sia lui a censurarmi ogni tanto.

A che età farà leggere Corpo a corpo a sua figlia?

È nella mia libreria, quando vorrà potrà leggerlo. Credo però che la lettura del libro sia consigliata a partire dai 13 anni. Cercheremo di rispettare il consiglio.

Che accoglienza ha avuto il libro in Spagna e in Perù?

In Spagna la cosa forse più interessante è il fatto che venga percepita la letterarietà della mia scrittura, nonostante io scriva crónica, e che venga valorizzata la mia predisposizione al rischio a all’avventura. In Perù mi vedono come una giornalista e mi criticano perché mi ritengono una persona esibizionista e alienata.

Questo perché in Spagna la sessualità viene vissuta in maniera più libera che in Perù?

Sì, in Spagna senz’ombra di dubbio la sessualità è vissuta in maniera più libera e ci sono state molte più aperture rispetto al Perù, ma non necessariamente il sesso è migliore quando è più libero.

Dalle sue esperienze, tra uomini e donne, chi è più libero?

Sarebbe bello se sempre più donne iniziassero a tenere blog in cui descrivono le proprie avventure sessuali e sempre più uomini facessero altrettanto per raccontare che non riescono a trovare l’amore. Credo comunque che siamo sulla buona strada, o per lo meno io conosco un sacco di donne che se si tratta di raccontare la propria vita sessuale sono molto più avanti degli uomini. Attualmente esiste una vera e propria tendenza, dai libri alle serie televisive, d’ispirazione post-femminista, fatta di emancipazione, estrema sincerità e, fortunatamente, ironia, molta ironia. Può anche essere vero che gli uomini fanno più sesso delle donne ma non credo che si siano liberati dalla repressione, dai complessi, i traumi o l’insoddisfazione. La libertà non si misura in base alla frequenza con cui si fa sesso o alla quantità di relazioni sessuali, ma in base alla capacità di provare piacere, di dare e di ricevere piacere e credo che su questo non si possa generalizzare, uomini e donne imparano molto l’uno dell’altra a letto.

Nel primo reportage del libro, Guru & famiglia, il guru poligamo dice che “se il sesso è senza possesso si arriva al settimo cielo”. Lei è d’accordo?

Nessuno aveva mai convissuto con la famiglia Badani e il merito di aver scritto questo reportage è stato proprio quello di aver passato due notti con loro come una specie di settima sposa. Più che Badani stesso, che è comunque un personaggio affascinante, di questa storia mi interessavano le sue signore. Quando mi sono messa a scrivere della concezione del sesso delle mogli di un poligamo ho sentito l’esigenza di confrontarla con la mia, di ripensare la mia esperienza personale e persino di metterla in discussione. Vedevo queste donne come schiave sessuali, che passavano la giornata a ricamare biancheria intima, al riparo nella loro casetta mentre l’uomo era al lavoro, che cucinavano per lui e all’improvviso ho sentito che volevo anch’io vivere in quel modo. Stufa della mia vita di donna moderna che non scopa o che si masturba in fretta perché deve consegnare un articolo, crescere un figlio e fare arte e mi sono detta: come se la passano bene queste signore, e se diventassi anch’io una schiava, se dedicassi tutte le mie giornate a ballare la danza del ventre per mio marito J? Per questo motivo affermo che per queste donne la libertà è la possibilità di scegliere la propria schiavitù. Una volta sono entrata nella doccia con una di loro che mi ha insegnato come insaponare il mio uomo. Una cosa molto all’antica. In realtà credo che la famiglia felice sia un’utopia, e per una famiglia poligama vale lo stesso se non di più. Non so se senza possesso si arriva al settimo cielo ma sicuramente con il possesso la vita è un inferno.

I corpi nel suo libro ogni tanto sono prigioni, altre volte sono zone di libertà. Lei come lo vive il suo di corpo?

Mi è sempre piaciuto parlare di sesso o di qualsiasi cosa considerata scandalosa. Ricordo che quando avevo tredici anni leggevo dei brani de Il secondo sesso di Simone de Beauvoir ai miei compagni di scuola. Mi piaceva vedere le loro facce mentre mi ascoltavano. Mi divertivo. Poi ho cominciato a fare la cronista orale della mia vita sessuale, soprattutto a letto con i miei fidanzati. Ma loro sbadigliavano, quando non mi mollavano un ceffone. Era terribile, ma io mi divertivo. È comprensibile che si annoiassero, non sono certo Catherine Millet, non mi sono fatta penetrare in tutti gli orifizi del corpo da venti persone contemporaneamente dentro un bosco, ma qualcosina ho fatto anch’io. Una volta uno scrittore mi ha dato un buon consiglio: non sopravvalutare le esigenze del lettore. E così sono andata avanti. Ma non a letto. Credo di aver imparato a non dire, a non ostentare ed è così che ho cominciato a scrivere delle vite degli altri, che poi è più o meno ciò che fa un giornalista. Ma ci sono dei vizi molto difficili da eliminare ed è per questo che m’infilo sempre nelle storie che scrivo. Perché sono tanto recidiva non lo so. Forse perché il sesso crea dipendenza. O forse perché c’è sempre qualcuno disposto a pagarti per farti fare sesso. E io spero sempre che ci sia anche amore. Mi piace molto una frase che Julio Villanueva Chang ha detto a proposito di questo libro: più che un circo sessuale è un’avventura della conoscenza. Adesso più che il sesso mi interessano le vite private, non come a un paparazzo, ma piuttosto come a un detective. E rispondo alla sua domanda: la mia relazione con il corpo è pessima, lo è sempre stata, anche quando pesavo la metà di adesso.

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