simone ghelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/simone-ghelli/ un blog di approfondimento culturale Fri, 20 Jun 2014 12:54:42 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg simone ghelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/simone-ghelli/ 32 32 Per leggere, non leggevano https://minimaetmoralia.it/fiction/per-leggere-non-leggevano/ https://minimaetmoralia.it/fiction/per-leggere-non-leggevano/#comments Sat, 21 Jun 2014 05:00:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21617 di Simone Ghelli

Il problema era che non leggevano. Per scrivere, ormai sapevano scrivere tutti; ma non leggevano. E soprattutto, pretendevano che li si leggesse. Addirittura si arrabbiavano, se non li leggevi. Ti guardavano con quella faccia delusa, oppure ti fulminavano con lo sguardo. Se non andavi alle loro presentazioni ti cancellavano dalla lista degli amici, senza dare spiegazioni.

Fu così che mi ritrovai infatti a non avere più amici su Facebook: perché non andavo alle loro presentazioni, e neanche li leggevo più. A dire il vero avevo persino smesso di scrivere, pur di svolgere il compito che mi ero prefisso anni prima: rileggere da capo tutti i libri della mia libreria.

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di Simone Ghelli

Il problema era che non leggevano. Per scrivere, ormai sapevano scrivere tutti; ma non leggevano. E soprattutto, pretendevano che li si leggesse. Addirittura si arrabbiavano, se non li leggevi. Ti guardavano con quella faccia delusa, oppure ti fulminavano con lo sguardo. Se non andavi alle loro presentazioni ti cancellavano dalla lista degli amici, senza dare spiegazioni.

Fu così che mi ritrovai infatti a non avere più amici su Facebook: perché non andavo alle loro presentazioni, e neanche li leggevo più. A dire il vero avevo persino smesso di scrivere, pur di svolgere il compito che mi ero prefisso anni prima: rileggere da capo tutti i libri della mia libreria.

Preferii così, piuttosto che continuare a insistere e ad avvelenarmi il sangue; perché per scrivere scrivevano tutti, ma tra loro non si leggevano: peggio, s’ignoravano. Più d’una volta mi ritrovai infatti a questi convegni tra scrittori, che si davano certe arie per non si sa che cosa, se non per il gusto di dare a vedere di saperla più lunga. Mi ricordo infatti bene di questi loschi figuri, spesso un po’ tristi e abbarbicati ai loro libri, che non si curavano che di loro stessi: salivano sul palco, quando c’era, e leggevano sommessamente, come in un rituale privato (e forse, in cuor loro, dovevano sentirsi davvero dei sacerdoti del verbo, o qualcosa del genere). Leggevano il loro e se ne andavano, senza rispetto alcuno per le altrui parole; epperò poi pretendevano che li si leggessero, e anche attentamente, i loro libri, e si lamentavano della carenza dei lettori e della loro ignoranza: ormai hanno altre priorità, dicevano, e s’interessano soltanto al superfluo. Da quale pulpito arrivavano queste prediche, e quanti proseliti che hanno fatto!

Le persone s’iscrivevano in massa ai corsi di scrittura creativa, per i quali pagavano fior di quattrini; e anch’io ne ho fatti, lo ammetto. C’era anche chi sborsava mille o duemila euro pur di vedersi pubblicare i libri, per il gusto di avere anche loro qualcosa da mettersi sotto il braccio per definirsi scrittori; e ne ho visti persino girare per le fiere con in mano il loro romanzo incompreso, e supplicare in ginocchio gli editori purché li leggessero.

Li ho sentiti dire frasi del tipo: «Dopo di questo la letteratura non sarà più la stessa, dovrà pur rendersene conto!»

Oppure la mettevano sul personale: «Qua c’è tutta la mia vita, non può ignorare un fatto del genere!»

Erano nient’altro che richieste di attenzione, e per giunta tutte col punto esclamativo, a onor del genio che animava le loro opere. Allora presi l’abitudine di seguirli, di camminare al loro fianco per l’impervia via che conduce alla fama; e andavo alle fiere apposta per questo: per attenderli al di fuori, e pregarli allo stesso modo.

«L’hai letto questo?» chiedevo. «E quest’altro?»

Scuotevano la testa, si guardavano le mani, mi scansavano come la peste. La sola vista di quei libri li faceva trasalire e sudare freddo, o forse erano i nomi: era la prova che certuni avessero resistito agli assalti del tempo, era questo a farli piombare nel più oscuro sconforto.

Eppure non mi arresi, e spesi persino dei soldi per comprare libri da regalare; ma non li volevano, non c’era niente da fare.

«Ma come,» insistevo, «questo è Camus, non puoi non averlo letto! Preferisci allora Kafka? Dostoevskij? Almeno li conosci i tuoi contemporanei?»

Niente, non volevano niente, ad esclusione di un po’ di attenzione per la propria arte.
«Perché, invece, non mi leggi tu?»

E mi porgevano il malloppo, tutto spiegazzato per gli innumerevoli viaggi e le volte che già l’avevano sfogliato dinanzi a qualche editore annoiato. Ne ho una decina da qualche parte: centinaia di cartelle di cui ho letto poche righe, il tempo minimo per comprendere che avrei girato per ore attorno all’ombelico dell’autore.

Oltretutto, bisogna dire che questa piaga non aveva età né sesso. Essa colpiva indistintamente uomini e donne, giovani e vecchi. Si pubblicavano ad esempio i romanzi dei quindicenni, che a scuola non leggevano neanche più i classici o i libri per ragazzi, perché ormai si vendeva la vita dell’autore, non la storia che era stato capace di costruire. Era sufficiente che si raccontassero episodi di vita vissuta, cose che scandalizzassero per l’età acerba di chi le raccontava: insomma, sesso e violenza, oppure un po’ d’amore adolescenziale, che incuriosiva sempre. Un’altra moda fu poi quella di pubblicare i diari delle persone anziane, preferibilmente se semianalfabete e propense a denunciare i torti subiti o a rendere partecipi gli altri (gli ignoranti lettori) dell’illuminazione che li aveva colti al tramonto. Erano libri pieni di livore e astio contro la specie umana tutta, nel primo caso, oppure traboccavano di un ottimismo stucchevole e condito d’amore universale nel secondo.

Alla nostra società questi dovevano senz’altro sembrare dei modi per rendersi più democratica, per dare voce a tutti; che nessuno però ascoltava, e a maggior ragione col passare del tempo, che aumentava il rumore di fondo.

Le persone trovavano sempre il tempo per scrivere, ma mai per leggere. Le scuse erano delle più varie: il lavoro mi porta via troppo tempo; non ho soldi per comprare i libri; non si scrivono più i capolavori di una volta; alla sera sono stanco. Per scrivere, però, sembrava che stessero svegli persino di notte, in ostaggio del loro furore artistico. E anche coi soldi non andava diversamente: per birre e altri vizi ne avevano sempre in abbondanza, ma mai per i libri. Come facessero a scrivere, privi com’erano della necessaria curiosità, è sempre stato per me un gran mistero.

Non andava certo meglio con le biblioteche, dove andavano soltanto alcuni pensionati, e il più delle volte per dormire al caldo e senza troppi rumori. I pochi che chiedevano in prestito i classici, magari per ricordarsi della loro gioventù, venivano guardati con sospetto dagli addetti ai banconi: i quali si erano ormai specializzati in novità, e passavano l’intera giornata ad aggiornarsi sui nuovi titoli sfornati dal mercato.

All’inizio avevano dato la colpa a internet, e c’ero caduto persino io nell’errore. A chi me lo chiedeva, rispondevo: «Io uno di quegli aggeggi elettronici non lo comprerò mai! La letteratura è soltanto quella di carta!»

Sono stato miope, come tutti i miei simili. Ci siamo estinti per miopia, anche se poi per leggere mettevo già all’epoca gli occhiali da riposo. A parte la pessima battuta, devo ammettere che come intellettuale sono stato un fallimento, al pari di tanti altri impegnati a combattere battaglie di retroguardia per difendere le loro posizioni.

Quando hanno cominciato a chiudere le librerie, anche l’esercito degli scrittori ha iniziato a comprendere, ma non si sono ricreduti. Alcuni, i più convinti, si sono gettati anima e corpo nel digitale, ma la maggioranza ha desistito: era l’oggetto libro a interessar loro, il feticcio da mostrare con orgoglio ad amici e parenti.

La produzione di libri calò vertiginosamente, e per un attimo sperai che questo potesse incrementare finalmente il numero dei lettori. Se non scrivono più, mi dissi ingenuamente, forse ricominceranno a leggere. Malauguratamente non andò così, neanche quando crollò il prezzo dei libri. Andavo in giro per librerie e mercatini a fare incetta di copie, dove mi annusavo con i pochi superstiti della mia specie. Sembravamo degli zombie, ma lo stesso eravamo in schiacciante minoranza.

Se le librerie chiudevano, il mio progetto divenne allora quello di crearmene una tutta mia. Riempii casa all’inverosimile: così tanta carta che smisi persino di mangiare pasti caldi per il terrore che potesse prender fuoco tutto. La maggior parte delle cose non potevo neanche lontanamente sperare di leggerla, ma accatastavo libri, accumulavo storie. Certo, confidavo che mi sarebbero servite, ma mai avrei potuto immaginare di arricchirmici così tanto. Di tempo ce n’è voluto, e molto, ma chi ama leggere non ha certo paura del tempo.

Anche oggi, qui fuori della mia porta, è pieno di gente venuta in pellegrinaggio. Mi supplicano di vendergli almeno una copia, anche del romanzo più insulso (non ne ho, ma se proprio dovessi fare una classifica, sarebbero quelli relegati nelle ultime posizioni). Alcuni dicono che non sanno più niente, se non di se stessi. Allora esco fuori, con un libro, uno qualsiasi, e mi metto al centro di un cerchio che formano queste persone assetate di storie, prive ormai di ogni forma d’immaginazione. Mi metto in mezzo a loro e leggo; e se non fosse per me, per i miei occhi stanchi e la voce che si affievolisce, vorrebbero che non mi fermassi mai.

Lo so che a sentirlo oggi sembra tutto così assurdo, ma un tempo non funzionava così. Un tempo le persone non leggevano, né ascoltavano. Scrivevano e basta.

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Tutta la fortuna dello stare un sabato pomeriggio a Librinnovando in una Torvergata deserta (ps. la parte polemica è in fondo) https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tutta-la-fortuna-dello-stare-un-sabato-pomeriggio-a-librinnovando-in-una-torvergata-deserta/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tutta-la-fortuna-dello-stare-un-sabato-pomeriggio-a-librinnovando-in-una-torvergata-deserta/#comments Tue, 01 May 2012 19:11:03 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7672 La novità dell'edizione di Librinnovando di quest'anno è stato il suo carattere schiettamente politico. Chi c'è stato, il weekend dal 27-28 a Roma, l'ha potuto constatare. Chi non c'è stato può farsene un'idea dallo storify, o dal report del Tropico del Libro. Molte delle persone intervenute, tra organizzatori e partecipanti, Luisa Capelli o eFFe o Andrea Libero Carbone o Simone Ghelli o o o hanno mostrato nel corso dell'ultimo anno come lo sforzo di innovazione nell'editoria non può e non dev'essere disgiunto da una militanza culturale o politica tout-court: per le politiche culturali cittadine (vedi il caso del festival dell'Inedito), per le questione del reddito e della qualità del lavoro (vedi i questionario di Re.re.pre, Precariementi, TQ sul lavoro editoriale), per le questioni legate alla proprietà intellettuale (vedi il libro di Boldrin & Levine), etc...

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La novità dell’edizione di Librinnovando di quest’anno è stato il suo carattere schiettamente politico. Chi c’è stato, il weekend dal 27-28 a Roma, l’ha potuto constatare. Chi non c’è stato può farsene un’idea dallo storify, o dal report del Tropico del Libro. Molte delle persone intervenute, tra organizzatori e partecipanti, Luisa Capelli o eFFe o Andrea Libero Carbone o Simone Ghelli o o o hanno mostrato nel corso dell’ultimo anno come lo sforzo di innovazione nell’editoria non può e non dev’essere disgiunto da una militanza culturale o politica tout-court: per le politiche culturali cittadine (vedi il caso del festival dell’Inedito), per le questione del reddito e della qualità del lavoro (vedi i questionario di Re.re.pre, Precariementi, TQ sul lavoro editoriale), per le questioni legate alla proprietà intellettuale (vedi il libro di Boldrin & Levine), etc…
Per questo gli interventi delle istituzioni culturali di inizio mattinata sono parsi fiacchi e poco centrati. Perché le istituzioni stanno cambiando, e o si prendono a cuore direttamente le questioni politiche oppure parlano un linguaggio autoriferito.
Così è stato particolarmente deprimente al limite dell’insultante (per i ragazzi volontari che si stavano sobbarcando l’organizzazione della giornata senza neanche un bar aperto) il saluto di Rino Caputo, preside della facoltà di Lettere e Filosofia, che ha fatto un discorsetto di grazie e prego, con una competenza dell’argomento che manco mio nonno, con una chiusa autoincensatoria, ha detto che anche lui adesso ha “una rivista digitale”. Ha voluto sottolineare che tra libro e ebook ci sono differenze ma pure affinità. Per esempio sono tutte e due parole di cinque lettere, ma le lettere sono diverse.
Anche Flavia Cristiano del Centro per il libro e la lettura non è stata particolarmente brillante. Non ha espresso nessuna visione, non ha delineato nessun progetto a lungo termine, non ha fatto alcuna analisi profonda nazionale o internazionale, non si è espressa sulle questioni urgenti per l’editoria, si è limitata a dire che “bisogna fare rete”, che il Cepell è disposto a “dare visibilità alle iniziative”, che sarà organizzato un flash-mob tutti con i libri in mano, che il bookcrossing viva…
Io ero abbastanza inviperito per l’ignoranza di Caputo (il Presidente della Conferenza Nazionale dei Presidi delle Facoltà di Lettere e Filosofia delle Università italiane!!) e deluso per l’understatement eccessivo di Cristiano. Ormai quando sento dire “fare rete”, penso che qualcuno sta sfruttando il lavoro di qualcun altro. Allo stesso modo quando penso che il Cepell possa dare visibilità alle iniziative dal basso, mi viene da pensare: quale visibilità ha il Cepell in più rispetto a decine di riviste di riferimento del panorama italiano? Se voleva dare visibilità, poteva occuparsi dello streaming e dello storify invece dei volontari, no? Oppure dargli qualche soldo.
Ancora di più si è constatato come la politica di Gian Arturo Ferrari in questo momento così delicato per l’editoria (“Fotografare la realtà”, ha detto alla conferenza stampa di presentazione dei dati Nielsen) è una politica perdente e colpevole. Occorre militanza.
Cosa mi veniva da chiedere a Caputo e Cristiano? Di formare e autoformarsi, come stanno facendo centinaia di persone. Per esempio come? Beh, per esempio restando per la durata dei lavori, e non scappandosene dopo i saluti di rito.
La stessa impressione che il discorso sull’editoria -toccasse temi centrali del dibattito politico, si è avuto negli interventi molto interessanti di Roncaglia e Spedicato, proprio perché capaci di ragionare sull’editoria ai tempi di Amazon, Apple e Google, ossia tre aziende che non hanno nel loro core business l’editoria. Lo stesso bisogno di confronto politico era palpabile nell’incontro sulla scuola: Doriana Bardi, i rappresentanti del gruppo Garamond e di Giunti Scuola tutti e tre uniti nel difficile compito di dover parlare di un’editoria scolastica che – per come è oggi – pensata, realizzata, voluta da decreti politici, somiglia a una manualistica tolemaica ai tempi di Copernico. Ottocentomila euro di fatturato per cosa? Libri con i CD Rom! Edizioni che di anno si rinnovano solo per modo di dire! Insegnanti che non sono capaci di usare gli strumenti informatici! È impossibile, viene fuori chiaramente, cercare di capire e alimentare le trasformazioni se non si cambiano le infrastrutture della conoscenza, delle quali l’editoria, in questo caso quella scolastica, è solo una parte della sovrastruttura.
Stesso discorso sulle biblioteche. La battaglia che porta avanti Agnoli la conoscete, anche se ogni volta che parla dal vivo c’è da imparare proprio perché aggiunge i dettagli degli incontri che fa in tutta l’Italia dove va a presentare il suo libro.

L’incontro più acceso è stato invece quello sul selfpublishing. Acceso soprattutto perché tra gli invitati a parlare c’era Edoardo Brugnatelli, editor di Strade Blu Mondadori e incaricato sempre da Mondadori a progettare e coordinare una nuova piattaforma sul selfpublishing che pare, si dice ormai da mesi, dovrà essere inaugurata a breve. Brugnatelli ha fatto un discorso molto enfatico su quello che ha in mente, citando come sua fonte di ispirazione Dave Eggers e la sua idea di letteratura (“ognuno ha una storia dentro di sé”) e di lavoro sulla scrittura (la scuola Valencia 826, famosa scuola di scrittura per ragazzi, che si trova in un quartiere difficile di San Francisco). Oltre a Dave Eggers ha citato wikipedia, modelli collaborativi di apprendimento, ha parlato di comunità, e ogni tanto ha citato – quasi fosse un claim del progetto ancora in progress – questa frase “Se hai una storia, raccontala bene”, esplicitando che rispetto al progetto ilmiolibro.it, che si propone innanzitutto come piattaforma di print-on-demand, quello di Mondadori ha più un interesse nella cura editoriale.
Alla fine della sua prolusione, la domanda che io gli ho fatto, ma che era quasi automatica, era: “Ma è un progetto profit o no-profit”. Brugnatelli ha risposto: “Beh, ci vorremmo rientrare delle spese”. “Quindi no-profit?”. Ha cincischiato, puntualizzando che nemmeno minimum fax è una onlus. E questo è chiaro, ho pensato, ma proprio per questo non si occupa di selfpublishing, ossia di volontariato per come ci veniva descritto da Brugnatelli. Allo stesso modo Valencia 826 o Wikipedia ricevono un sacco di donazioni e vengono tenute in piedi da un sacco di lavoro volontario proprio perché non sono delle società come minimum fax o come Mondadori.
L’impressione che si aveva in tutto il discorso di Brugnatelli era quello di un’ansia di fronte a un enigma economico di difficile soluzione. Feltrinelli con la scuola Holden e Repubblica l’ha risolto per adesso. Ha trovato come fare soldi sulle speranze e le velleità delle persone. È ilmiolibro.it – come recita il sito oggi: “Tutto quello che hai scritto diventa un libro”. E ancora una volta uno si chiede: perché? Oppure: contento tu.
Io sarò un uomo col cuore duro, ancorato alla cittadella oscura della vecchia editoria feroce, da quando è aperto ilmiolibro.it, non conosco nessuno – nessuno, nessun lettore! zero! – che abbia comprato un libro del miolibro. È chiaro che i duecentomila visitatori del sito e i ventimila utenti non sono una comunità di lettori, o sono lettori debolissimi simili a quelli che prendono anabolizzanti per avere il fisico da mostrare in palestra senza esercitarsi un minimo coi pesi. Guardate la vetrina dei più venduti e dei più consigliati, non vi prende una grande tristezza?
Quello che le case editrici sono tentate di fare, e Feltrinelli c’è riuscita, è ciò che spiegava Andrea Libero Carbone l’altro giorno a Librinnovando. Siccome c’è un mercato in cui diminuisce
(meno lettori che comprano libri) e la domanda invece è sempre stabile se non aumenta (“Se l’hai scritto va stampato”, ma anche “C’è una storia dentro di te, raccontala bene”), gli editori pensano di trasformare parte di quest’eccesso di offerta in domanda. Invece di pensare a come creare nuovi lettori (promuovere la lettura no, eh?), è molto più semplice creare un mercato di scrittori. Come Feltrinelli e ilmiolibro.it, anche Brugnatelli insisteva molto sulla possibilità di Mondadori di promuovere gli scrittori sefpublisher. Ma anche qui la domanda che uno si fa è: come? come promuovere una comunità di ventimila o centomila scrittori? Che vuol dire promuovere? Chi promuove cosa?
Brugnatelli replicava che non era così: che il suo progetto si basa sulla cooperazione, e sulla qualità del lavoro editoriale. (Non sulla militanza sociale, come Valencia o Wikipedia dunque?) Ma anche qui le controrepliche che venivano erano altre: ma non avete già Nuovi argomenti come palestra di scrittori esordienti e critici che discutono i lavori di narrativa e poesia? Ma questo ruolo di apprendimento cooperativo non è semplicemente quello che dovrebbe fare e potrebbe fare l’università pubblica, i corsi di letteratura, lo studio dei classici, etc… che è il luogo in cui molti di noi hanno imparato a confrontarsi con la scrittura? Non vi sembra un po’ colpevole nel momento in cui l’università pubblica sta collassando e la scuola uguale, non occuparvi di creare lì i nuovi possibili lettori e non illuderli che ci sia una piattaforma tipo Valencia 826 o tipo Wikipedia dove tu sei parte del gioco ma i soldi vanno a qualcun altro?

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Microfinzioni 1 https://minimaetmoralia.it/scrittura/microfinzioni/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/microfinzioni/#comments Sat, 25 Sep 2010 09:55:38 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2921 Ecco il vincitore del concorso per microfinzioni. Tra i tanti racconti che ci sono arrivati – e di cui, ça va sans dire, ringraziamo tutti gli autori – è quello che ci è sembrato declinare meglio il tema proposto, lentius, profondius, suavius, l’idea di una decrescita demodernizzante, di un ritorno ad altri ritmi, ad altri modi di intendere la contemporaneità.

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Ecco il vincitore del concorso per microfinzioni. Tra i tanti racconti che ci sono arrivati – e di cui, ça va sans dire, ringraziamo tutti gli autori – è quello che ci è sembrato declinare meglio il tema proposto, lentius, profondius, suavius, l’idea di una decrescita demodernizzante, di un ritorno ad altri ritmi, ad altri modi di intendere la contemporaneità.

Domani pubblicheremo altri due racconti, classificatisi secondi a pari merito, e presto uscirà il bando per il prossimo concorso.

La sentinella di ferro

Una vita risucchiata dal vuoto.
Ecco quello che vide Ermete la prima volta che ci rimise piede.
Tutta la fatica, il sudore, la forza dei muscoli in tensione, in armonia con il rumore folle delle macchine, e le esplosioni di calore, e i boati, e quell’odore di bruciato che li assediava ovunque; tutto questo era come evaporato, risucchiato dal verminaio di tubi che correva sotto ai suoi piedi.
Si guardò intorno, per ritrovare almeno uno dei diciannove anni passati là dentro, ma l’acido li aveva corrosi al punto da renderli irriconoscibili.
Non una macchia, un cumulo di limatura, un groviglio di reggette alle quali attaccare la memoria.
Non riusciva neanche più a immaginarla, la vita precedente. Chi l’avrebbe mai detto: non gli mancava.
Aveva sentito di altri operai che si erano chiusi in casa senza più uscire, di alcuni che non parlavano più neanche con la moglie o con la figlia. Aveva saputo di Franco, che lo ritrovarono che camminava sulla spiaggia di Carbonifera. Non lo sapeva dov’è che era stato in quei due giorni, che cosa aveva fatto. Non se lo ricordava, però da quel giorno aveva preso l’abitudine di svegliarsi alle cinque del mattino e di andare a passeggiare per due ore sul lungomare argilloso vicino alla centrale dell’Enel.
La rimozione forzata lasciava buchi che ognuno di loro tappava in modo originale.
Non Ermete. Il suo passato era sempre stato un buco, un ripetersi di gesti che non gli appartenevano e che avevano aperto e allargato a dismisura una falla nella propria volontà. Nessuna affezione per quella vita, per quel veleno che il progresso gli aveva inoculato nei polmoni e nella pelle giorno dopo giorno. Quando cominciò a girare la voce che si voleva riconvertire l’economia, che era finita l’epoca dell’acciaio pesante, a lui non cominciarono a tremare le mani come agli altri; non si mise a fare più di quello che aveva sempre fatto, lui, come se ad aumentare la produzione avessero potuto invertire il senso di marcia.
Eppure, erano anni che sentivano raccontare la fine della storia. Lo sapevano che il ciclo integrato non conveniva più quando c’erano altri paesi che fornivano i semilavorati a prezzi molto più competitivi. Ma saperlo non costituiva un’alternativa, non per chi aveva passato una vita fra gli ingranaggi della grande macchina, che inghiottiva carbon fossile e sputava ghisa, e lanciava fiamme e sbuffava fumo e si mangiava anche le persone, non solo i loro corpi, ma anche le loro vite.
Sapevano anche che molto presto sarebbero arrivati i discorsi riciclati sulla bonifica e il recupero dell’ambiente, la retoriche ritrite sull’educazione al rispetto del pianeta per le nuove generazioni.
Al centro esatto di quella bolla silenziosa, Ermete sospettava che è sempre più facile delegare agli altri, dare la responsabilità a chi viene dopo.
Percorrendo la vasta area dismessa, lui poteva ancora sentire i discorsi di prima: del tempo in cui contava soltanto produrre, e poi di quello in cui se n’erano vergognati, ma in cui era comunque necessario continuare, perché le alternative non c’erano e allora si doveva nascondere l’inganno, la vergogna di quel paesaggio deturpato. Vennero gli anni dei progetti, anni in cui si pensava di risolvere tutto con una strada, con una striscia d’asfalto che avrebbe risparmiato la vista dell’immondo scempio ai turisti di passaggio che ingolfavano il porto per raggiungere l’isola del ferro. Nel frattempo, in quegli anni, l’acciaieria già perdeva i suoi pezzi: le ditte esterne che emigravano altrove, verso aree meno depresse.
Durante la fase entropica, nel cataclisma delle energie che si disperdevano in piccoli rivoli, la direzione propose a Ermete di passare ai laminatoi, ma lui aveva preferito rimanere lì, all’interno del guscio vuoto, nel grande scheletro che avrebbe ospitato il museo di archeologia industriale. Aveva preferito partecipare all’edificazione del mito, farsi inquadrare dagli occhi sgranati di chi avrebbe passeggiato fra quei ruderi. Non era abituato alla liquefazione della ghisa, Ermete, non avrebbe saputo che farsene dello spettacolo delle billette e dei blumi che diventano barre e rotaie.
Non riusciva proprio a immaginarsela la notte periferica, come sarebbe stata senza lo sciame di luci che galleggiava ai bordi della statale, senza il sibilo di fondo che manteneva un ordine sull’orlo dell’esplosione; ma era proprio là dove aveva sempre sognato d’arrivare: all’esposizione del gran cadavere novecentesco, la grande madre che smetteva di nutrire la città dopo oltre un secolo di perseveranza.
“Guarda che bestiaccia”, gli ripeteva suo padre ogni volta che l’ammasso di tubature e torri e rotaie sfilava fuori del finestrino dell’auto, anche se lui preferiva decisamente lo spettacolo dei gabbiani in lontananza, i loro voli concentrici sui detriti di rifiuti che lo scirocco alzava in nuvoloni di polvere rossa.
“Guarda che bestiaccia”, diceva suo padre gettando un’occhiata alla propria destra.
Con gli anni Ermete aveva invece dovuto imparare a guardarla meglio, a non distrarsi, a oltrepassare quell’immagine da cartolina che svolazzava nell’aria dei suoi anni adolescenziali. Aveva superato i bordi per entrarci dentro, per stare nel ventre caldo della bestia. Ne aveva ispezionate in lungo e in largo le interiora, ne aveva assaporato il gusto rugginoso che contaminava del suo sapore ogni cosa o persona, quella patina sottile che riempiva tutti i buchi, che s’infiltrava nel naso e tra i denti per scendere poi nella bocca dello stomaco. L’aveva vista a tutte le ore, durante i turni di giorno e di notte, e in fondo, per quanto ne conoscesse già la fine, la sua pancia aveva continuato a ripetergli fino all’ultimo giorno che sarebbe sempre stato così. La pancia pensa al presente, non certo al futuro, questo Ermete lo sapeva bene, ma senza quella fabbrica la storia della città si sarebbe consumata fino all’osso e avrebbe perso il ricordo degli Arditi del Popolo, “vigili ed armati contro gli sgherri neri”, e degli anarchici Giuseppe Morelli e Landino Landi, uccisi da quegli stessi fascisti che i dirigenti dell’Ilva avevano ingozzato di denaro.
Troppi ne erano morti, fuori e dentro la fabbrica, per lasciarla sbriciolare e assorbire dal terreno che avrebbero bonificato spargendovi diserbante.
Tutto quel vuoto doveva tornare presto a parlare, a essere abitato da voci, a testimoniare delle stragi in nome del lavoro e del profitto, di una logica che aveva sconfitto in un sol colpo l’uomo e la natura.
“Vedrai”, gli aveva detto suo padre, “ci rimarrà soltanto il busto di Pietro Gori, e presto imbratteranno anche quello, vedrai se non sarà così”.
E invece Ermete aveva visto anche troppo, in diciannove anni. Aveva sentito il rumore di qualcosa che si staccava, a poco a poco, anche se nell’immaginario volevano tenere l’intero tutto insieme, far finta che non si crepasse. Avrebbe vigilato su quel cimitero di lamiere per conservare intatto il proprio sguardo, la memoria visiva che si perde prima delle altre.
Era quello il suo posto: il punto di stallo, la giuntura fragile dell’ingranaggio, il tempo in cui tamponare le falle aperte da altri racconti.

 

Simone Ghelli

Scrittore e critico cinematografico.
È cofondatore del collettivo “Scrittori precari”.
È autore di due romanzi – L’albero in catene (NonSoloParole, 2003) e Il Pigneto liberato (0111 Edizioni, 2009) – e di due saggi di cinema – L’Atalante in Jean Vigo (Traccedizioni, 2000) e La tradizione grottesca nel cinema italiano (L’Orecchio di Van Gogh, 2009).
Suoi racconti e interventi sono sparsi in varie antologie, riviste e siti web.

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