sindacato Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sindacato/ un blog di approfondimento culturale Mon, 21 Sep 2015 12:42:37 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg sindacato Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sindacato/ 32 32 L’odio di Renzi per i sindacati non è una roba di ieri https://minimaetmoralia.it/politica/lodio-di-renzi-per-i-sindacati-non-e-una-roba-di-ieri/ https://minimaetmoralia.it/politica/lodio-di-renzi-per-i-sindacati-non-e-una-roba-di-ieri/#comments Sat, 19 Sep 2015 13:45:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28500 “La gente è dalla nostra parte e non dalla parte dei sindacati” (ottobre 2014) “Vedere che dopo tutto il lavoro fatto per salvare il sito e quindi i posti di lavoro a Pompei un’assemblea sindacale blocca all’improvviso migliaia di turisti sotto il sole o vedere che dopo le nottate insonni per coinvolgere Etihad e evitare […]

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“La gente è dalla nostra parte e non dalla parte dei sindacati” (ottobre 2014)

Vedere che dopo tutto il lavoro fatto per salvare il sito e quindi i posti di lavoro a Pompei un’assemblea sindacale blocca all’improvviso migliaia di turisti sotto il sole o vedere che dopo le nottate insonni per coinvolgere Etihad e evitare il fallimento di Alitalia, gli scioperi dei lavoratori di quell’azienda rovinano le vacanze a migliaia di nostri concittadini, fa male”. (25 luglio 2015)

I sindacati devono capire che la musica è cambiata” (giugno 2014)

I sindacati? Hanno più tessere che idee” (1 agosto 2015)

A quei sindacati che vogliono contestarci chiedo: dove eravate in questi anni quando si è prodotta la più grande ingiustizia, tra chi il lavoro ce l’ha e chi no, tra chi ce l’ha a tempo indeterminato e chi precario. Si è pensato a difendere solo le battaglie ideologiche e non i problemi concreti della gente” (14 settembre 2014)

Noi vogliamo bene ai sindacati che difendono i lavoratori e non ai sindacati che difendono la miriade di sigle. Difendiamo il lavoro e non i professionisti della burocrazia” (20 novembre 2014)

I sindacati sfruttano il dolore dei lavoratori per attaccarci” (3 novembre 2014)

Dovremo difendere i sindacati da se stessi” (25 luglio 2014)

Chiamarli Fantozzi sarebbe far loro un complimento… […] I dipendenti di Palazzo Vecchio timbrano alle 14 e già un quarto d’ora prima sono in coda col cappotto, pronti ad uscire. […] Non si possono licenziare. […] Eh no, ci sono le tutele. Ecco: vuole sapere qual è l’organizzazione piu’ lontana dalla mia generazione? I sindacati. […] Più di un iscritto su due è in pensione, mentre noi, se va bene, ci andremo a 70 anni. E hanno giri d’affari miliardari. [… I modelli da seguire sono Larry Page e Sergey Brin, i fondatori di Google […] Ho visitato la sede di Mountain View e sono rimasto folgorato: niente badge, campi da ping pong, la parete per l’arrampicata. Mi piacerebbe che al Comune di Firenze si lavorasse così”. (18 luglio 2011)

“Se i sindacati non sono d’accordo, ce ne faremo una ragione” (10 marzo 2014)

“No alla cultura ostaggio dei sindacalisti. Non gliela daremo vinta, mai. E il dl lo dimostra in modo inequivocabile. Cambierà, eccome se cambierà” (ieri)

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I dilemmi della condizione operaia https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/i-dilemmi-della-condizione-operaia/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/i-dilemmi-della-condizione-operaia/#respond Sat, 15 Jan 2011 09:19:47 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3643 Questa riflessione è uscita sull’ultimo numero dello Straniero.

Produttività e governabilità. Sono queste le due parole magiche intorno a cui si delinea oggi in Italia un’enorme questione operaia. Il punto è che per ora la guerra la stanno vincendo gli altri, quelli guidati da Sergio Marchionne. Solo i miopi possono infatti pensare che quanto è accaduto a Pomigliano e le esternazioni del manager italo-svizzero-canadese riguardino unicamente la Fiat.

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Questa riflessione è uscita sull’ultimo numero dello Straniero.

Produttività e governabilità. Sono queste le due parole magiche intorno a cui si delinea oggi in Italia un’enorme questione operaia. Il punto è che per ora la guerra la stanno vincendo gli altri, quelli guidati da Sergio Marchionne. Solo i miopi possono infatti pensare che quanto è accaduto a Pomigliano e le esternazioni del manager italo-svizzero-canadese riguardino unicamente la Fiat. Sono al contrario la punta dell’iceberg di un grande sommovimento nelle relazioni di lavoro: la parte visibile di una complessa partita in cui Confindustria ha deciso di andar da sola (sentendosi in fondo poco garantita dall’attuale destra di governo che collassa) e di prendersi tutto, in questo inizio di ventunesimo secolo.
E allora torniamo alle due parole magiche, produttività e governabilità. Sta passando l’idea (o meglio si vuole far passare l’idea) che i contratti nazionali siano strutture obsolete e che il salario deve essere strettamente legato alla produttività dei singoli stabilimenti. Più produci, più sei competitivo con il Brasile, la Cina, l’India, la Polonia… e più ti pago. Ma quanto ti pago? In un paese in cui dilagano il precariato e il lavoro nero (quando non il grave sfruttamento lavorativo), in cui la disoccupazione – specie al Sud – produce un esercito di riserva di lazzari pronti a tutto, e in cui i “garantiti” guadagnano non più di 1.100 euro al mese (quando va bene), questo discorso della produttività rischia di essere devastante. Rischia di creare un limbo di bassi redditi e di lavoratori poveri, fatto di ricatti e di alienazione, da cui emergono per ottenere un salario normale solo gli stacanovisti modello.

Ora, poiché la produttività dipende solo in parte dalla forza-lavoro e molto invece da fattori esterni (investimenti, ricerca, infrastrutture, scelte dell’economia-paese), e poiché il costo del lavoro, allo stato attuale, in particolare per l’auto, incide per appena il 7-8% sul totale dei costi di produzione, è evidente che è un discorso puramente ideologico. E che rimanda ad altro: la volontà di vincere il benché minimo conflitto prima ancora che inizi. Per questo la produttività – come per le imprese americane, che Marchionne vuole emulare – è strettamente legata alla governabilità. A noi piacciono – sostengono Marchionne e i suoi seguaci in Confindustria – solo le fabbriche “governabili”, quelle che non creano problemi, quelle che non protestano, quelle non sindacalizzate o che, se proprio devono essere sindacalizzate, lo siano almeno dai sindacati “moderni” o filo-aziendali.

Insomma, al di sotto della crisi politica che in questo periodo sembra assorbire tutto, si sta giocando una pericolosa partita sui diritti, sui rapporti di forza e sulle relazioni sociali, che trascende la mera questione salariale. Ma quali sono le forze in campo? Il più grande sindacato italiano, la Cgil, sembra essere messo all’angolo dall’alleanza stretta tra governo, Cisl e Uil. E la sua categoria più combattiva, la Fiom, appare ancora più isolata nell’agone politico e mediatico. La questione della governabilità sembra avere, per quanto nessuno lo dica apertamente, un obiettivo preciso: ridurre il più grande e antico sindacato italiano a una sorta di sindacato di base, da escludere dagli accordi e dalla rappresentanza in fabbrica, a meno che non si pieghi ai diktat di chi sta dall’altra parte. È questo il tentativo che si sta mettendo in atto a Pomigliano.

Per questo ha fatto bene la Fiom a indire la grande manifestazione “operaia” del 16 ottobre scorso, che ha visto sfilare per le strade di Roma (per quanto oscurate da tutti i media nazionali) centinaia di migliaia di lavoratori del Nord e del Sud, delle grandi e piccole imprese, insieme a studenti, immigrati, impiegati. E ha fatto bene a diffondere, l’8 novembre, un documento del suo comitato centrale in cui si dice a chiare lettere che quella grande manifestazione “ha riaffermato che a partire dalla Fiat non è accettabile lo scambio tra riduzione dei diritti e investimenti, ma al contrario va affermata una nuova politica industriale socialmente e ambientalmente sostenibile fondata sulla qualità delle prestazioni lavorative, sulla stabilità dell’occupazione, sull’innovazione dei prodotti, sul diritto alla contrattazione collettiva, su un nuovo intervento pubblico nell’economia anche per una nuova occupazione.” Ma lo stesso documento dell’8 novembre contiene un altro passaggio molto importante, che rischia di aprire una spaccatura non solo tra la Fiom e i sindacati “buoni”, ma anche con la propria stessa confederazione, la Cgil. Il nocciolo dello scontro riguarda proprio il tavolo di confronto proposto da Confindustria, cui partecipa anche la Cgil (la confederazione, non la sua categoria dei metalmeccanici), sulla produttività. “Il comitato centrale”, continua il documento, “considera non condivisibile che siano stati consegnati al governo documenti con il consenso della Cgil in cui ad esempio si richiede ‘di incrementare e rendere strutturali tutte le scelte normative che incentivano la contrattazione di secondo livello, che collegano aumenti salariali variabili all’andamento delle imprese’. Così nei fatti si svuota il ruolo salariale dei contratti nazionali, tanto più in una situazione di grave crisi.” Al contrario, è opportuno raccordare le forme di lavoro sparse, e spesso in contrasto tra loro, non agevolare la polverizzazione sul territorio, con la contrattazione locale, se non addirittura individuale.

Abbiamo dato ampio spazio al documento dell’8 novembre perché illustra bene quale sia la battaglia di idee interna alla stessa Cgil, e che si trascina da alcuni mesi. La questione, ovviamente, è politica, non solo sindacale. Scomparsi i partiti del lavoro, o comunque i partiti che difendono (soprattutto) gli interessi dei lavoratori, non collocandosi come il Pd sulla soglia dell’equidistanza tra Marchionne e i delegati di fabbrica dei suoi stabilimenti, la Cgil è posta davanti a un bivio. Fino a che punto, per rompere l’isolamento, è possibile trattare sulle questioni della produttività e della governabilità? Dire no, dire molti no, è sinonimo di arretratezza? O di resistenza di fronte all’affermarsi di una nuova civiltà in cui i diritti del lavoro stanno scomparendo?

Rispondere caso per caso, quando si fa il sindacalista sul campo, non è facile. Non è facile in un paese in cui le grandi fabbriche stanno chiudendo, e spesso l’alternativa non è tra buon lavoro e cattivo lavoro, ma tra non-lavoro e cattivo lavoro. Non è facile in un paese in cui la retorica della “scomparsa del lavoro” (e degli operai) ha fatto molta strada, anche a sinistra. Non è facile in un paese in cui l’immonda evasione fiscale è considerata un dato congenito, e gli evasori sono ritenuti degli eroi contemporanei. E soprattutto non è facile in un paese in cui le mille differenze territoriali spesso si traducono in particolarismi arroccati, difficili da contrastare.

Scomparsi i partiti di massa, i grandi sindacati sono le uniche organizzazioni generali rimaste in Italia. Ma questo non risolve automaticamente la questione della rappresentanza, perché è difficilissimo rappresentare un mondo del lavoro profondamente mutato, e una classe operaia profondamente mutata. È difficile tenere insieme gli assunti a tempo indeterminato e i precari, far emergere i lavoratori in nero, rappresentare gli immigrati (che sono ormai la base maggioritaria nell’edilizia, in agricoltura, e anche in molte fabbriche), far applicare i contratti, ottenere miglioramenti. Per questo, la grande partita cui accennavamo prima si gioca su un terreno estremamente accidentato. E questo, in fondo, Marchionne e i suoi seguaci lo sanno: perciò battono tanto sul ferro finché è caldo.

Solitudine, individualismo, stanchezza, guerra tra poveri, assenza di prospettive. È difficile trovare altre parole per definire la condizione operaia oggigiorno in Italia e, per la verità, anche in molti paese europei. Alla scomparsa dei lavoratori dall’orizzonte pubblico (in fondo sono passati trent’anni dalla marcia dei quaranta mila, e si vede!), alla difficoltà di organizzarsi proprio in quei luoghi in cui diritti sono già scomparsi o stanno scomparendo velocemente, si aggiunge la difficoltà concreta di arrivare a fine mese, i ricatti occupazionali quotidiani, lo spettro della cassa integrazione senza prospettive o della disoccupazione. Quando si è perso tutto, si sale sulle gru o sui tetti dei capannoni, ma sono forme di lotta disperate e – quasi sempre – chiuse in un vicolo cieco, soprattutto se lasciate a spegnersi da sole.

Tra la lotta disperata e l’acquiescenza non c’è ancora una via di mezzo. Ma, per fortuna, i settori più avvertiti all’interno del sindacato hanno capito che è in quella direzione che bisogna andare. Anche a costo di perdere le prime battaglie.

A chi si bea con la retorica del frastagliamento lavorativo (e dei lavoratori) e sostiene che sarebbe impossibile ricomporlo, va sempre ricordato che il socialismo non è nato nelle grandi fabbriche da trentamila dipendenti, ma nelle campagne, tra i braccianti, unendo tra loro i granelli di sabbia. Compattando ciò che era diviso. Unendo proprio ciò che era frastagliato, e intraprendendo un percorso che solo dopo, nel corso del Novecento, ha portato alla contrattazione, un importante strumento di uguaglianza sociale e di collegamento tra parti disparate.

Con Berlusconi o senza Berlusconi, questo è lo scenario dei prossimi anni. L’effetto duro della crisi sul lavoro dipendente, e soprattutto sul non-lavoro, deve ancora arrivare. Probabilmente inizierà con la prossima primavera. E sconcerta che a sinistra siano ancora in pochi a capire che c’è una relazione strettissima tra la nuova questione operaia, la messa in discussione dei diritti del lavoro, e la tenuta della nostra democrazia. È da quella stanchezza, da quella solitudine, da quella assenza di prospettive, che bisogna ripartire.

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