Siria Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/siria/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 15:34:27 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Siria Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/siria/ 32 32 Viaggio al termine di Aleppo https://minimaetmoralia.it/reportage/viaggio-al-termine-di-aleppo/ https://minimaetmoralia.it/reportage/viaggio-al-termine-di-aleppo/#comments Tue, 14 Oct 2014 13:20:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23851 di Francesca Borri Da quando si combatte, agosto 2012, da quando è iniziato l’assalto dei ribelli dell’Esercito Libero, una sola cosa non è cambiata, qui. L’unica contraerea è il maltempo. L’unico rifugio la fortuna. Abbiamo raccontato di una città in macerie, in questi mesi. Di grandinate di mortai, strade tempestate di cecchini, missili e cannonate, […]

L'articolo Viaggio al termine di Aleppo proviene da Minima et Moralia.

]]>
di Francesca Borri

Da quando si combatte, agosto 2012, da quando è iniziato l’assalto dei ribelli dell’Esercito Libero, una sola cosa non è cambiata, qui. L’unica contraerea è il maltempo.
L’unico rifugio la fortuna.
Abbiamo raccontato di una città in macerie, in questi mesi. Di grandinate di mortai, strade tempestate di cecchini, missili e cannonate, abbiamo raccontato di una città sfigurata dal tifo, dalla leishmaniosi, dalla fame, di bambini che sembrano l’Etiopia, la Somalia, la pelle sulle ossa come cera, per cena erba e acqua piovana. Fiumi che vomitano cadaveri, foschie di insetti su resti di intestino, di fegato, polmone, granate, razzi, aerei, attivisti decapitati, 15enni giustiziati: negli ospedali sotto bombardamento, per bisturi un coltello da cucina, per anestetico la carezza di un’infermiera, abbiamo visto corpi mozzati, sulle sedie, teste, mani, dita, cocci di cranio.
150mila morti accertati, 220mila stimati. Abbiamo raccontato l’orrore, in questi mesi, sgomenti, la brutalità, la ferocia. Il dolore. Abbiamo usato ogni parola possibile.
Esaurito ogni aggettivo.
Scusate. Ancora non sapevamo cosa è una guerra.
Perché il fronte vero, ad Aleppo, oggi è uno solo: è il cielo. Si muore così, qui: senza preavviso. Un’esplosione, dal nulla, il lampo, uno schiaffo di vento, e l’aria che si fa rovente di fiamme, sangue, schegge – e nella polvere, tra le urla, solo questi stracci di carne, questi bambini di carbone. Non esiste riparo: le case non hanno scantinati. Seminterrati. Niente. E i ribelli, malamente armati da Arabia Saudita e Qatar, non hanno che queste vecchie mitragliatrici sovietiche, le doshka, questi pezzi di ruggine. Contro un aereo, sono potenti quanto cerbottana. Ad Aleppo all’improvviso, semplicemente, muori. Si scava con le mani, non ci sono pale, ruspe, e comunque non c’è benzina, non c’è più neppure elettricità, si scava alla luce dei telefonini, degli accendini, i cadaveri che ti fissano incastonati tra mozziconi di pilastri.
La controffensiva di Assad è iniziata a dicembre. Entri in città attraverso 15 chilometri di linea del fronte, adesso, a partire dalla zona industriale di Sheik Najjar, un tempo così saldamente controllata dai ribelli da ospitare la sede del Consiglio Rivoluzionario, l’amministrazione provvisoria di Aleppo che era lì ottimista a ripristinare tubature, riaprire scuole, persino ripiantare gli alberi – e invece entri così, adesso, tra mortai, RPG, kalashnikov, un aereo in testa, il gas a manetta, per rifugiarti il più veloce possibile nei quartieri residenziali: e cioè sotto i barili esplosivi. Barili. Barili farciti di benzina e tritolo, giù dagli elicotteri a due, tre, quattro alla volta. Piovono a decine, ogni giorno, ogni notte, ogni ora, ovunque, letteralmente ovunque, una media di 50: e non si ha alcuna distinzione tra civili e combattenti, l’unica differenza è che il fronte è bombardato con gli aerei, più precisi – ribelli e lealisti, al solito, sono così vicini che si insultano mentre si sparano: i barili colpirebbero anche i lealisti. Ma è l’unica differenza. Perché per il resto, il criterio di distinzione, ad Aleppo, di selezione degli obiettivi, è uno solo: senso orario o antiorario.
Continuiamo a chiamarla così. Aleppo. Ma è Dresda, ormai.
Chilometri e chilometri – Aleppo non esiste più. E’ ogni giorno più in macerie.
E però non è deserta come sembra. Come dicono. Perché diventare rifugiati, come osserva il mio interprete, “è un lusso che non tutti possono permettersi”. Non ha i 150 dollari per pagarsi un’auto fino in Turchia, più i 100 dollari a testa, moglie e tre figli, per corrompere un poliziotto e attraversare clandestino la frontiera: in pochi hanno ancora un passaporto – e comunque in Turchia ormai i rifugiati sono 700mila: i campi delle Nazioni Unite sono al tracollo. Sembra deserta, Aleppo: e invece a centinaia, a migliaia, esausti, sono ancora qui.
80mila, secondo le stime. Masticando cartone per spegnere la fame, lo sguardo macero, stravolto, fermi laceri a bordo strada, il naso per aria – perché un tempo l’aereo arrivava e bombardava: due, tre volte la settimana, bombardava e spariva, ora l’elicottero volteggia, e all’improvviso, bombarda: due, tre volte l’ora. All’improvviso muori. Non c’è altro, ad Aleppo. Non c’è altro. Aspetti e muori, in questo nido di vespe, questo nido di tuoni, nient’altro, solo il ronzio che si fa più forte, a tratti, e solo questo urlo, all’improvviso, tayara! tayara!, un aereo!, e tutti che si tuffano sotto una sedia, dietro un armadio, un vaso un secchio, qualsiasi cosa – perché sembra deserta, Aleppo, e invece a centinaia, a migliaia, terrorizzati, ti sbucano addosso dalle macerie. Vivono così, in mezzo ai corpi mai recuperati: pensando che magari una casa già colpita è meno probabile sia colpita di nuovo – tra le pietre, tra le lastre di cemento galleggiano vestiti, libri, un orologio, una scarpa con ancora dentro il piede di un bambino. “Per voi non siamo che un numero”, protesta un ragazzo a Sayf al-Dawla mentre insiste per dettarmi l’elenco delle vittime dell’ultimo bombardamento. Nome a nome. Ma da gennaio l’ONU ha fermato il conto dei morti: troppo difficile aggiornarlo, le fonti, ha spiegato, sono inaffidabili – e quindi, invece di fermare la guerra, ha fermato il conto dei morti. Protesta, il ragazzo, insiste per raccontarmi la loro storia, uno a uno: non sa che per noi i morti, in Siria, non sono più neppure un numero.
Ma parlare, ad Aleppo, domandare, è difficile. E non solo perché i giornalisti sono ancora nel mirino di al-Qaeda, ancora costretti a girare clandestini, il più invisibile possibile – di oltre 20 di noi, al momento, non si hanno tracce. Parlare è difficile perché i siriani provano a risponderti, uomini, donne giovani, anziani, chiunque: iniziano, una frase, una frase e mezza – ma poi ti franano sulla spalla, disperati: e piangono. Piangono, e sono loro, a domandartelo – Perché? Perché? ti chiedono, e non riescono a dirti altro, disperati. Ti abbracciano e piangono.
Piangono fino alla nuova esplosione. Fino a quando una doshka non tossisce questi quattro, cinque colpi: non per difenderti, non per abbatterlo, solo per avvertirti che un elicottero pochi secondi e arriva, pochi secondi e forse muori, mentre subito, di nuovo, senti anche tu il rumore, sempre più forte, più vicino, in questi pochi secondi infiniti, e tutti di nuovo che urlano, di nuovo che corrono – e di nuovo, violenta, l’esplosione. L’apnea. Al-Ansari, ore 16.40. La prima a riaffiorare è la sagoma di una donna. Fora la nebbia di polvere e cordite, ti barcolla incontro. Poi un uomo, un altro, un altro ancora, uno che sviene, tra le braccia, sfilacciati, questi corpi indecifrabili, questi corpi strappati, che gocciolano, che colano a terra. Il bambino che hai incrociato poco prima che ora è lì, grigio, ancora stretto al suo orso di pezza.
Un tappeto, sparsi, un ventilatore, un torso. Un triciclo.
E per giorni, all’alba, in controluce, come cercatori di conchiglie, vedrai le donne chine su questa battigia di resti umani. Tra le dita uno scampolo di stoffa, uno scampolo di figlio.
Muori, ad Aleppo. Nient’altro. Aspetti e muori.
Sono soli, i siriani, completamente soli, di qua dalla linea rossa – qui dove non si muore di gas, ma di tutto il resto: e quindi non importa a nessuno. Gli sfollati sono 9 milioni: quasi metà della popolazione. E 3,5 milioni sono in aree che l’ONU definisce “difficili da raggiungere”.
Gli imam, a novembre, hanno autorizzato a cucinare i gatti randagi.
Nonostante la risoluzione 2139 del Consiglio di Sicurezza, adottata il 22 febbraio, ordini di non ostacolare l’accesso agli aiuti umanitari, l’ONU, che per statuto opera mediante l’unico governo riconosciuto, e cioè il governo di Assad, per ora ha scelto di non forzare. E di adeguarsi. Assad vieta ai convogli di aiuti di entrare dalla frontiera con la Turchia, gestita dai ribelli, obbligandoli a entrare molto più a sud, con tempi e costi, e rischi, fino a dieci volte maggiori, denuncia Human Rights Watch. E soprattutto, con così tante restrizioni di movimento che quasi tutto, il 90 percento, finisce nelle aree sotto il controllo del regime – il regime sostiene che è per garantire la sicurezza degli operatori umanitari: anche se il racconto dei ragazzi della Croce Rossa, con tanto di cartellina con nomi e foto, è un po’ diverso: il regime ha arrestato e torturato molti di quelli che hanno provato a raggiungere le aree sotto il controllo dei ribelli.
Quelli che le hanno raggiunte, d’altra parte, sono stati sequestrati da al-Qaeda.
Alcuni convogli, in teoria, sono entrati proprio in questi giorni: ma nessuno ad Aleppo sembra avere ricevuto qualcosa. Riso, zucchero. Non ti imbatti mai in niente, qui, che abbia un logo straniero. Una bottiglia di latte: niente. L’unica certezza è che quando sei embedded con i ribelli, quale che sia il gruppo, degli oltre mille in cui sono ormai sgretolati, il cibo non manca mai. E in effetti: gli islamisti, e in particolare i ragazzi che sbarcano qui dalle periferie europee in barba e ipad, su facebook esaltano la Siria come “un jihad a cinque stelle”, promettendo alle potenziali reclute che non troveranno un nuovo Mali – tutto fame e sabbia.
Anche perché questa è la sola altra certezza, qui. Un solo luogo, ad Aleppo, non è mai stato bombardato: il quartier generale di al-Qaeda. E così nel resto della Siria. Per la sua collocazione, è l’unico obiettivo militare legittimo in senso stretto – l’unico che potrebbe essere colpito senza danni collaterali sproporzionati al vantaggio militare conseguito. Ma è ancora lì.
E così nel resto della Siria.
Tranne al-Qaeda, è tutto sotto attacco. “Ormai non è più questione di aiuti umanitari”, mi dice Moayed Zarnaji, volontario della Croce Rossa. “Un chilo di riso non ti fa alcuna differenza. Muori comunque”. E spesso, muori comunque anche se sopravvivi al bombardamento: nessuno ti verrà a tirare fuori dalle macerie. Hanno istituito la Civil Defense, adesso, ragazzi con torcia, guanti, caschetto di plastica, un trattore, una specie di Vigili del Fuoco. Sono una trentina: ma il numero varia di giorno in giorno, di ora in ora – perché i cadaveri, ad Aleppo, sono sempre a coppia: il secondo è di chi è corso di istinto in soccorso, ed è stato centrato dal secondo barile. E se anche ti tirano fuori dalle macerie, nessuno, qui, ha più niente per curarti. Sono rimasti due ospedali. Anzi – uno: l’altro è stato centrato mentre scrivevo. “E se anche ti curano, torni sotto gli elicotteri”, mi dice una bambina. Il suo braccio sinistro è tutto schegge e cicatrici. Non fa in tempo a mostrarmi quello destro che esplode un mortaio, in fondo alla strada, e corre via.
Perché aspetti e muori, ad Aleppo. Nient’altro.
E niente è più feroce del primo bombardamento. Quando qualcuno, lì sotto, è ancora vivo, e senti le voci, le urla, tra la polvere, mentre ancora non distingui nulla, saa’idni! saaa’idni!, implorano, aiuto!, aiuto!, e come questa donna, adesso, siamo a Soukkari, davanti alle urla dei suoi due nipoti, 17 e 18 anni, e i parenti che la trattengono, lei che cerca di svincolarsi, e cade, si rialza, urla, saa’idini! saa’idni!, ed è il momento più atroce, i fratelli, i padri gli amici, tutti che li trattengono, e loro che cercano di svincolarsi, disperati, che si precipitano sulle macerie, così, a mani nude, e subito, un altro elicottero che arriva, puntuale, volteggia, sadico, mentre tutti corrono, ancora, e non si capisce più dove, ora, tutti che si svincolano, che cadono, e si rialzano, tra le urla, il frastuono delle pale, la polvere il sangue – l’esplosione.
Perché muori, ad Aleppo. Nient’altro.
La città è divisa in due: metà sotto il controllo dei ribelli, metà sotto il controllo del regime. E a settembre nella metà est, nella metà dei ribelli, un nuovo regime, quello di al-Qaeda, ha sostituito il vecchio. Ma oggi neppure ha più senso parlare di un regime, qui, si tratti dei ribelli o di Assad: perché Aleppo, semplicemente, è terra di nessuno. Preda di bande criminali. I checkpoint sono sostanzialmente scomparsi: i ribelli sono tutti al fronte, asserragliati nella battaglia. Dopo essersi dedicati più a saccheggi e estorsioni che al governo della città, e soprattutto, dopo essersi trucidati in scontri interni, spianando così la strada alla controffensiva di Assad, sono ora impegnati a tagliare le vie di rifornimento con Damasco, oltre che in un’operazione diversiva a sud-ovest, in provincia di Latakia. I nostri analisti seguono gli sviluppi militari passo passo, mappa alla mano, chi avanza, chi arretra: ora dopo ora: ma chiunque avanzi, chiunque arretri, in realtà nessuno governa più niente, qui – è vita allo stato brado. Nessuno controlla più nessuno.
Non si conquistano che macerie.
L’unico segno visibile di autorità è all’ingresso del Karaj al-Hajez, più comunemente noto come “il viale della morte” – perché è il punto di passaggio tra le due metà di Aleppo: ed è sotto il tiro costante dei cecchini di Assad. Per chi vive a est, è fondamentale. Per tanti, tantissimi, la sola fonte di reddito è il salario di dipendenti statali. Da ritirare a ovest. O il commercio di frutta, carne verdura, perché a ovest i prezzi sono più alti: e vendi un chilo lì per ricomprarne due qui. Ma soprattutto, a ovest non sei sotto bombardamento. E hai gli aiuti umanitari. Gli sfollati sono tutti là. E quindi è qui, al Karaj al-Hajez, l’unico segno visibile di autorità. Gli islamisti di al-Qaeda prima hanno vietato il trasporto di cibo. Ora hanno costruito un muro.
Non discutono più di politica, i siriani. La guerra, ormai combattuta essenzialmente da stranieri, jihadisti da una parte, Hezbollah e iraniani e mercenari sparsi dall’altra, sembra non interessarli più. Non ti parlano più di “aree liberate”. Ora è solo: Aleppo Est e Aleppo Ovest.
“L’Esercito Libero avanza, avanza, sembra stia per vincere – e all’improvviso, non arrivano più armi. E il regime passa al contrattacco, allora. Avanza, avanza: sembra stia per vincere – e all’improvviso, all’Esercito Libero arrivano nuove armi. Ed è così da mesi”, riassume Alaa Alloush, uno degli ultimi attivisti ancora qui. Ancora vivi. “Siete tutti lì a discutere dell’opportunità di un intervento esterno. Ma l’intervento esterno, qui, è già in corso. Abbiamo piuttosto bisogno di un intervento interno: che la Siria sia restituita a noi siriani”.
Perché l’unica priorità, qui, è sopravvivere. Elicotteri, aerei, aerei, elicotteri: non c’è tregua. E a sera, non ti rimane che rannicchiarti in un angolo: terrorizzato. Su Aleppo Today, la televisione locale, il bollettino dei morti scorre come i titoli di coda, in basso, costante, mentre alla finestra, nel buio, ogni dieci, venti, trenta minuti, lo spettro di Aleppo ricompare nel lampo di un’esplosione. Continuo a guardare nervosa l’ora. Ad aspettare l’alba: ma sono l’unica, è un’abitudine di un’altra vita. Perché la sola differenza tra la notte e il giorno, qui, è che di notte neppure puoi correre via. La notte la guerra, ad Aleppo, si fa assassinio. Non si combatte: si muore e basta. A caso.
Perché bombardano, qui, bombardano, bombardano. Bombardano. Nient’altro.

L'articolo Viaggio al termine di Aleppo proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/reportage/viaggio-al-termine-di-aleppo/feed/ 1
Le nostre ossessioni di schermi, da Bin Laden allo Stato Islamico https://minimaetmoralia.it/politica/le-nostre-ossessioni-di-schermi-da-bin-laden-allo-stato-islamico/ https://minimaetmoralia.it/politica/le-nostre-ossessioni-di-schermi-da-bin-laden-allo-stato-islamico/#respond Tue, 23 Sep 2014 09:45:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23517 di Donatella Della Ratta Settembre 2001, la più grande paura (e ossessione) mediatica dell’Occidente si chiamava  Osama Bin Laden. Appariva minacciosamente con il logo dorato di Al Jazeera alle spalle, l’inquadratura era studiata con semplicità, dietro il mezzobusto di Osama campeggiava un paesaggio roccioso con un solo accessorio di scena: il kalashnikov. L’apparizione parlava piano, con studiata lentezza […]

L'articolo Le nostre ossessioni di schermi, da Bin Laden allo Stato Islamico proviene da Minima et Moralia.

]]>
di Donatella Della Ratta

Settembre 2001, la più grande paura (e ossessione) mediatica dell’Occidente si chiamava  Osama Bin Laden. Appariva minacciosamente con il logo dorato di Al Jazeera alle spalle, l’inquadratura era studiata con semplicità, dietro il mezzobusto di Osama campeggiava un paesaggio roccioso con un solo accessorio di scena: il kalashnikov. L’apparizione parlava piano, con studiata lentezza scandiva parole in arabo classico, la lingua del Corano, ma anche della letteratura, della poesia, e dei notiziari televisivi nel mondo arabo. Bin Laden terrorizzava l’Occidente intero ma lo costringeva a tradurre, ad avvicinarci “noi” a “loro”, per comprenderne la minaccia, il perché di tanto odio, il perché di quel kalashnikov sul fondo dello schermo.

Sono passati oltre dieci anni, e tante guerre: Afghanistan, Irak, per nominare solo quelle direttamente collegate alle apparizioni televisive di Bin Laden. Il disperato nostro tentativo di spegnere quell’immagine minacciosa nel sangue: sparare a caso nei posti del terrore per stanare l’immagine e cancellarla.

Poi, dieci anni dopo, sono arrivate le primavere arabe. L’occasione storica offerta al mondo arabo per riscattarsi dalla sua “barbarie”, per provare che è capace di chiedere dignità e democrazia. L’occasione era talmente ghiotta per noi Occidente che abbiamo trovato una bella espressione pulita, “primavera”, per raccontare una stagione che doveva contenere rinascita, ma non sangue; rivoluzione, ma non violenza. I nostri media si sono uniti nell’abbraccio collettivo alle primavere arabe: rivoluzioni per il consumo digitale, i gelsomini che profumano per tutta la Tunisia, la piazza egiziana di Tahrir che offre la più bella inquadratura televisiva possibile, ventiquattroresuventiquattro accesa su un popolo che fa fuori il suo dittatore in un’atmosfera quasi carnevalesca. Il più grande spettacolo televisivo del secolo. I nostri media impazziti per questi giovani arabi, blogger, attivisti, che impugnano telecamerine e cellulari invece che il kalashnikov del loro antenato delle caverne.

E oggi arriva l’inverno. Siamo delusi, profondamente delusi da un mondo arabo che non ce l’ha fatta. Ha avuto la sua occasione, e l’ha bruciata. Il mondo arabo non è capace di chiedere giustizia, dignità, democrazia. Non è nel suo DNA. C’è qualcosa di marcio ad Oriente.

Così la primavera è finita, i media hanno cambiato i titoli.

I giovani arabi stanchi delle botte prese hanno mollato i cellulari e imbracciato – magari i kalashnikov! – pugnali e spade con cui oggi tagliano gole e teste. E così c’è una nuova minaccia che imperversa sui nostri schermi, tutti i nostri schermi mobili, portatili, piccoli e grandi: si chiama ISIS, ISIL, o semplicemente IS, Stato Islamico.

Non parla più l’idioma incomprensibile e troppo aulico di Bin Laden: si rivolge a noi direttamente nella nostra lingua, l’inglese, addirittura sfumandola nello slang cool delle periferie dove nasce il rap, l’hip hop, la cultura giovanile occidentale “cutting edge”.

Non ha più bisogno di Al Jazeera per far arrivare il suo messaggio. Ha il tesoro prezioso dell’Occidente a sua disposizione, Internet: i centoquaranta caratteri di Twitter, le segnalazioni di stato di Facebook, i “mi piace” di YouTube. Sa costruire apps che butta dentro il calderone di Google Play Store senza che neppure i nerdoni di Silicon Valley se ne accorgano. Monta video del terrore con camere HD, costruisce inquadrature complesse, zoomma e dissolve. Ed è chiaramente a noi che parla: “a message to America”.

Ironia della sorte, i nostri media che all’unisono nel settembre duemilauno chiedevano ad Al Jazeera di spegnere l’immagine di Bin Laden, di sottrarre il microfono a quella voce pacata e minacciosa in nome della sicurezza internazionale, del non istigare ulteriore odio e terrorismo, oggi fanno a gara a parlare dell’ISIS. Non passa un giorno che non si leggano articoli che ossessivamente scandagliano “la strategia mediatica” dello Stato Islamico, la loro scaltrezza techie, la loro familiarità con i “nostri” social media. Fiumi di inchiostro e pagine web e persino reportage video “embedded” con i soldati dell’ISIS – un pò come si faceva in Irak 2003 con le truppe americane – descrivono minuziosamente il loro stile di vita, nei deserti siriani ed iracheni così come online, nei meandri dei social networks dove impazzano di followers.

Tutto si compie nella celebrazione del momento: come sono bravi questi barbari, qui ed ora, a usare questi nostri media qui ed ora. Pochi, troppo pochi si sono chiesti da dove viene lo Stato Islamico, e perché si manifesti e si imponga proprio in questo momento. Le ragioni storiche vengono continuamente sacrificate all’altare dell’instantanea, dell’intervista intelligente in sessantasecondi, dei centoquarantacaratteri, dell’articolo tempo di lettura dueminuti e quarantacinque.

Eppure l’ossessione mediatica per l’ISIS è principalmente ossessione occidentale. Oggi che Al Jazeera esce di scena come megafono necessario di Bin Laden, oggi che il mondo arabo sta veramente cambiando sotto i nostri occhi, anche se non ce ne accorgiamo mentre misuriamo il cambiamento in termini stagionali di primavere ed inverni, oggi anche i media arabi parlano un’altra lingua quando parlano dell’ISIS. Leggere articoli della stampa araba o ascoltare discussioni sui canali panarabi apre lo sguardo su un altro mondo: il binomio ISIS-social media è lontano dalla glorificazione a cui lo sottopone l’Occidente, e lungi dall’essere il solo, ossessivo punto di discussione. L’esistenza dello Stato Islamico ha aperto un dibattito nel mondo arabo (e anche una spaccatura nel mondo sunnita) che si riflette sui media: cosa vuol dire essere musulmano oggi, da dove arriva questa violenza, cosa ne è delle nostre rivoluzioni, come facciamo ad impedire che il terrorismo non sia una nuova scusa fabbricata per sottometterci ancora, un nuovo Sykes-Picot rivisto e aggiornato in versione 2.0.

Ascoltando quello di cui discute il mondo arabo un dubbio emerge: che sia la nostra ossessione a produrre il mostro che ci perseguita. Come se a furia di discutere morbosamente dei talenti multimediali dell’ISIS lo facessimo diventare veramente talentuoso. Legittimamente sale il dubbio se il silenzio stampa che cercavamo di imporre ad Al Jazeera negli anni di Bin Laden non fosse piuttosto la nostra rabbia di non avere noi, sui nostri schermi, il terrorista del momento in diretta esclusiva. Lo Stato Islamico sembra aver colto questa contraddizione in cui ci dibattiamo, e per questo forse non crea problemi se a chiedere di seguire i suoi soldati giorno e notte a Raqqa e dintorni è Vice, la bibbia del glamour lifestyle, che spazia da come si cucina sano e vegano a come si muore barbaramente decapitati per mano di un gruppo sanguinario ma tecnologicamente cool (e nessuno, ahimé, nel nostro civile Occidente si scandalizza se il giornalista decapitato di turno si chiama Bassam Raies, ed è siriano: ma urla vendetta quando lettere a noi familiari riempiono i sottopancia degli schermi di sangue).

È come se l’ISIS abbia toccato il punto più debole del nostro Occidente: la morbosità per lo spettacolo violento; ma che sia e rimanga, appunto, spettacolo. Che ci siano migliaia di schermi, piccoli e grandi, camere e YouTube, portatili e HD home video, fra “noi” e “loro”. Il binomio nuova tecnologia e violenza che alle nostre teste occidentali sembra così assurdo, così inaccettabile (“barbari” e “tecnologici” sono due parole che spesso mettiamo insieme nelle nostre analisi); dentro le nostre pance, invece, quelle a cui parlano i media -l’emisfero destro di McLuhan -, fa scattare qualcosa di ancestrale.

Dalla fine della seconda guerra mondiale abbiamo scacciato la guerra e la violenza fuori dalle nostre porte di fortezza occidentale. La morbosità per la violenza si è trasferita sugli schermi, si è mediatizzata, il sangue si è sciolto nei pixel dei nostri HD home video, ma è ancora lì in agguato. E ci piace ancora consumarla, esaltarla nel momento stesso in cui ufficialmente la ripudiamo.

Recupero il bel libro di Don De Lillo, “Mao II”. È profetico quando osserva che:

“c’è un curioso nodo che lega romanzieri e terroristi”. “In Occidente”, dice Bill il romanziere protagonista del libro, “noi diventiamo effigi famose mentre i nostri libri perdono il potere di formare e di influenzare (…). Anni fa credevo ancora che fosse possibile per un romanziere alterare la vita interiore della cultura. Adesso si sono impadroniti di quel territorio i fabbricanti di bombe e i terroristi”.

Gli scrittori hanno ceduto il passo ai terroristi, che parlano alle coscienze più dei libri che scriviamo, delle nostre pallide riflessioni intellettuali, dei nostri dibattiti timidi. Invece i terroristi parlano la lingua trionfante della contemporaneità, la lingua veloce degli hashtag e dei “mi piace”. E i nostri media gli offrono schermi e pagine su un piatto d’argento.

Perché di fondo esiste una lingua comune, una lingua che accomuna la nostra ossessiva voglia di consumare violenza e coloro che la violenza la producono.

Nel mezzo, c’è un mondo arabo che il mondo ignora perché non riesce ad entrare nei centoquarantacaratteri e non si riassume in hashtag, non si filma e dissolve in HD, e la sua primavera non è passata attraverso il profumo dei gelsomini digitali ma continua a puzzare di corpi martoriati, carne e sangue di gente che ancora muore – mentre sui nostri media si esaltano l’ISIS e i media – per ragioni che forse non abbiamo mai veramente voluto ascoltare.

L'articolo Le nostre ossessioni di schermi, da Bin Laden allo Stato Islamico proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/politica/le-nostre-ossessioni-di-schermi-da-bin-laden-allo-stato-islamico/feed/ 0
Il lavoro delle donne https://minimaetmoralia.it/fotografia/il-lavoro-delle-donne/ https://minimaetmoralia.it/fotografia/il-lavoro-delle-donne/#comments Fri, 12 Jul 2013 00:08:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14973 Ieri ho letto sul sito della Columbia Journalism Review questo pezzo che era stato molto segnalato in rete. L’ha scritto Francesca Borri, reporter italiana free-lance, autrice di due libri sulle guerre. L’avevo tradotto forse dignitosamente perché mi sembrava potesse innescare un dibattito sull’informazione. Francesca mi ha scritto e mi ha gentilmente inviato il suo originale […]

L'articolo Il lavoro delle donne proviene da Minima et Moralia.

]]>
Ieri ho letto sul sito della Columbia Journalism Review questo pezzo che era stato molto segnalato in rete. L’ha scritto Francesca Borri, reporter italiana free-lance, autrice di due libri sulle guerre. L’avevo tradotto forse dignitosamente perché mi sembrava potesse innescare un dibattito sull’informazione. Francesca mi ha scritto e mi ha gentilmente inviato il suo originale in italiano. Se volete commentare sul sito della CJR o scrivere all’autrice, questo è l’indirizzo: http://www.cjr.org/feature/womans_work.php. La foto,
Aleppo dopo un missile, è di Stanley Greene.

di Francesca Borri

Mi ha infine scritto. Cioè: dopo oltre un anno, un attacco di tifo e un proiettile al ginocchio, ha visto la televisione, il mio direttore, e ha pensato che l’italiana rapita fossi io: e mi ha infine scritto. Mi ha scritto: ma se hai internet, non è che twitti il sequestro?

Cioè, poi uno torna la sera, che poi tornare neppure è il verbo giusto, qui, con i mortai intorno che ti esplodono ovunque, e la polvere la fame, la paura, uno si ferma la sera, in una base dei ribelli in mezzo all’inferno, e spera di trovare un amico, una parola una carezza: e trova solo Clara, invece, che sta in vacanza a casa tua e ti ha scritto otto volte, Urgente!, perché sta cercando il tesserino per entrare alle terme, e dico: otto volte, e per il resto solo messaggi tipo questo Paolo: bellissimo il suo pezzo: come il suo libro sull’Iraq – solo che non è sull’Iraq, il mio libro: è sul Kosovo.

Non so: l’unica cosa che ho capito, onestamente, è che uno ha questa immagine romantica, no?, il freelance pronto a rinunciare alla sicurezza di uno stipendio fisso in cambio della libertà di seguire le storie che più ha voglia di seguire: e invece non sei affatto libero, l’opposto: sei al traino delle notizie in prima pagina. Perché la verità è che l’unica possibilità che ho di lavorare, oggi, è stare in Siria: cioè: stare dove non vuole stare nessuno – la verità è che la seconda lingua, ad Aleppo, dopo l’italiano è lo spagnolo: perché ai greci non è rimasto neppure di che pagarsi il biglietto aereo. E più che Aleppo, a essere precisi: il fronte: perché poi ti chiedono solo il sangue, solo il bum bum – cioè, racconti gli islamisti, e tutta la loro rete di attività sociali, racconti la ragione della loro forza, un pezzo molto più difficile del fronte, provi a spiegare, non solo a emozionare, e ti rispondono: ma qui in 6mila battute non è morto nessuno.

In realtà avrei dovuto capirlo da lì, da quella volta che Marco mi chiese un pezzo da Gaza, perché Gaza, al solito, era sotto bombardamento e perché tanto Gaza, mi arrivò questa mail, la conosci a memoria: che importa che stai ad Aleppo. E perché io invece sono finita in Siria perché ho visto su Time le foto di questo tipo, Alessio Romenzi, uno che si è infilato nelle condutture dell’acqua ed è sbucato a Homs quando ancora nessuno sapeva che Homs esisteva: e un giorno ho visto queste foto, mentre ascoltavo i Radiohead, ho visto quegli sguardi, dritti, giuro, ma degli sguardi che ti si inchiodavano addosso, perché Assad li stava sterminando uno a uno, e nessuno neppure sapeva che Homs esisteva, e giuro: era una morsa alla coscienza che alla fine potevi solo dire: devo andare in Siria. Ma subito: devo andare in Siria – e invece la cosa più frustrante, qui, è che scrivi da Roma o scrivi da Aleppo, per loro è uguale. Ti pagano uguale: 70 dollari a pezzo. Luoghi in cui ogni cosa costa il triplo, perché poi in guerra si specula su tutto, e per dire, dormire, qui, sotto il tiro dei mortai, un materasso per terra e l’acqua gialla che domani ho di nuovo il tifo, costa 50 dollari a notte, l’auto 250 dollari al giorno. Con il risultato che finisci per massimizzare, non minimizzare, il rischio. Perché non solo non puoi permetterti un’assicurazione, quasi mille dollari al mese, ma più in generale, non puoi permetterti un fixer, cioè un locale che ti curi la logistica, l’organizzazione, non puoi permetterti un interprete: ti ritrovi in città sconosciute completamente solo. In mezzo ai proiettili. Sono perfettamente consapevoli che con 70 dollari a pezzo ti obbligano a tagliare su tutto, e sperare di morire, se sei colpito, perché non potresti mai permetterti di essere ferito: però poi il pezzo lo comprano comunque: anche se non comprerebbero mai il pallone della Nike cucito dal bambino pakistano. E come quella volta a Castelvolturno, gli scioperi dei braccianti clandestini: che mi arrivò questa mail: voglio un pezzo indignato! 50 euro al giorno! prendono solo 50 euro al giorno!, ma che mondo è? – e tutti noi eravamo lì per 20 euro al pezzo.

E poi con questa storia delle nuove tecnologie c’è questa idea, no?, questo equivoco di fondo: che l’informazione sia velocità, una gara a chi pianta per primo la bandiera sulla luna. E così è ovvio, le agenzie sono imbattibili. E però è una logica autolesionista: perché hai materiale standardizzato, e il tuo quotidiano, la tua rivista non ha più alcuna unicità: alcuna ragione per cui dovrei pagare per averti. Cioè: per le notizie ho internet: e gratis. A un giornale chiedo di più. Chiedo analisi, chiedo approfondimento – chiedo di capire, non solo di sapere. Perché la crisi, oggi, è dei giornali, non dei lettori: i lettori ci sono, e contrariamente a quanto pensano i direttori, sono lettori intelligenti, che vogliono cose intelligenti: semplicità, ma non per questo semplificazione – perché poi io ogni volta che pubblico il pezzo di colore, cioè, poi trovo sempre queste dieci mail, gente che mi dice sì però, bellissimo pezzo: magnifico affresco: però io voglio capire cosa succede in Siria, e io vorrei tanto rispondere che non posso fare un’analisi, perché se tento un’analisi me la cestinano dicendo e tu chi sei, bimba, per fare un’analisi?, anche se ho due lauree, un master due libri e dieci anni di guerre sparse, alle spalle, e la mia giovinezza, onestamente, è finita ai primi pezzi di cervello che mi sono schizzati addosso, avevo ventitrè anni ed ero in Bosnia. Perché come freelance, la verità è che siamo solo giornalisti di seconda classe. Anche se poi siamo solo freelance, qui, perché questa è una guerra bastarda, è una guerra del secolo scorso, una guerra di trincea combattuta a colpi di fucile, ribelli e lealisti sono così vicini che si insultano mentre si sparano: al fronte, la prima volta giuro, non ci credi, con queste baionette che hai visto solo nei libri di storia, ed eri convinto non si usassero più dai tempi di Napoleone, oggi che la guerra è la guerra dei droni: e invece qui è metro a metro, strada a strada, e fa paura, minchia, fa paura perché io scrivo, intanto, e qui esplode tutto – e però ti trattano come un ragazzino: fai una foto da copertina e ti dicono: ma eri solo nel posto giusto al momento giusto, fai un pezzo da esclusiva, come quello dalla città vecchia, che siamo stati i primi a entrarci, con Stanley, e ti dicono: e come giustifico che il mio inviato non è riuscito a entrarci e tu sì? Uno mi ha scritto: lo compro ma lo firma lui.

E poi sei donna: e ti chiedono sempre di scrivere di donne. E d’accordo quella volta che non avevo il velo sotto l’elmetto, e nel rifugio erano tutti uomini e mi hanno lasciato sotto i mortai: e infatti è il mio pezzo più citato: ma onestamente è stata una volta sola, mentre gli altri giornalisti: e perché sono tutti maschi, onestamente, e sono loro a ripeterti che non sei abbastanza coperta, e non ti siedi in modo abbastanza decente, e non guardi in modo abbastanza umile, e non sei abbastanza rispettosa della cultura locale, e e e – e anche se loro poi non hanno mai aperto un Corano. E indipendentemente dal velo, comunque: come Jonathan, l’altra sera: bombardavano tutto, e io stavo lì in un angolo con quest’aria che che altra aria puoi avere? se forse tra un minuto muori, e Jonathan se ne viene, mi squadra, mi fa: questo non è un posto per donne – e a uno così, ma che vuoi dirgli?, idiota: questo non è un posto per nessuno. Perché onestamente è solo segno di sanità mentale, se ho paura, perché Aleppo è tutta cordite e testosterone, e poi sono tutti traumatizzati, Henri che non parla che di guerra, Ryan strafatto di anfetamine, e però a ogni bambino squarciato vengono solo da te e ti domandano: come stai?, perché tu sei femmina e fragile, e a te verrebbe da rispondere: sto come stai tu – e perché le volte che ho un’aria ferita, in realtà, sono le volte che mi difendo, tirando fuori ogni emozione ogni sentimento: sono le volte che mi salvo.

Perché poi uno pensa: la Siria. E invece è un manicomio. Il ragazzo italiano che non trovava lavoro e ora combatte con al Qaeda e la madre è qui a inseguirlo per Aleppo per prenderlo a padellate, il turista giapponese che sta al fronte, e sta veramente qui in vacanza, dice che ha bisogno di due settimane di adrenalina, il neolaureato svedese in giurisprudenza che è venuto a raccogliere prove sui crimini di guerra e Damasco voleva andarci in autostop: o i musicisti americani con le barbe da bin Laden, che dicono che così sembrano siriani, anche se sono biondi e alti due metri, e hanno portato medicine per la malaria anche se qui la malaria mica c’è: e vogliono distribuirle suonando, tipo pifferaio magico – e per non dire i vari funzionari di Onu sparse, che tu gli dici: c’è un bambino con la lesmaniosi, possiamo curarlo in Turchia? no non possiamo, si scusa la mail: è un bambino specifico, e noi possiamo occuparci solo dell’infanzia in generale.

E perché poi anche noi: perché sei un giornalista di guerra, e alla fine stai sempre un metro sopra gli altri, no?, con quest’aura dell’eroe tu che rischi la vita per dare voce ai senza voce, e hai visto cose che gli altri non hanno mai visto, e sei una miniera di aneddoti, a cena, sei l’ospite figo ed è una gara per averti, e – e invece poi arrivi, e scopri approssimazione ovunque e questo mantra: it’s a secret, it’s a secret, perché invece di fare rete tra noi, di fare muro, fare sindacato, siamo i nostri primi nemici, e la ragione dei 70 dollari a pezzo non è che mancano le risorse, perché poi le risorse per il pezzo sulle amiche di Berlusconi si trovano sempre: la ragione vera è che chiedi 100 dollari e un altro è pronto a vendere a 70: ed è la concorrenza più feroce, tra noi, zero collaborazione, zero aiuto – come Beatriz, oggi, che per essere la sola a scrivere del corteo mi indica la strada sbagliata, e mi fa infilare tra i cecchini: cioè: tra i cecchini: per un corteo come mille altri. Perché poi diciamo di essere qui come Romenzi, qui perché un giorno nessuno possa rispondere: ma io non sapevo, e invece siamo qui solo per vincere un premio, per avere infine due righe dal direttore: avere spazio, con tutti questi fotografi che inseguono il singolo scatto, e non gli importa niente della continuità, della completezza della narrazione: del ritratto di insieme – e i fotografi solo perché i writers sono quasi tutti in Turchia: raccontano quello che gli raccontano i fotografi. E siamo qui a intralciarci da soli come se avessimo tra le mani il pezzo da Pulitzer: e invece non abbiamo proprio niente, stretti tra il regime che ti rilascia il visto solo se sei contro i ribelli e i ribelli che non è che sei libero, con loro, vedi solo quello che vogliono che tu veda, esattamente come con il regime – e la verità è che siamo un fallimento, i lettori che a stento ricordano dove sta Damasco, dopo due anni, e il mondo che della Siria dice di istinto: quel casino della Siria, perché della Siria non si capisce niente, solo sangue, sangue sangue ed è per questo che i siriani la verità è che ci detestano, come l’ultima foto, quel bambino con sigaretta e kalashnikov, un bambino di sette anni, ed è ovvio che la foto è costruita, e però è su tutti i giornali, adesso, e tutti a strillare: che barbari questi siriani, che barbari questi arabi, e all’inizio mi fermavano, mi dicevano grazie, grazie che mostri al mondo i crimini di Assad, oggi uno mi ha fermato, mi ha detto: Vergognati.

Ma perché poi: io per prima. Ma perché se davvero avessi capito qualcosa, di questa guerra, non avrei avuto paura di amare, paura di osare, nella vita, se solo davvero avessi capito qualcosa, della Siria, di questa vita che forse tra un minuto finisce, e invece di essere qui, adesso, stretta al muro in quest’angolo rancido e buio, a rimpiangere disperata tutto quello che non ho avuto il coraggio di dire, ora che è tardi, è tardi per tutto, e come ho potuto perdere quanto di più bello avevo? – e perché è questa l’unica cosa da raccontare, di una guerra, il solo pezzo che davvero avrei dovuto scrivere, ora che è tardi, invece che distrarmi tra ribelli lealisti, sunniti, sciiti, l’unica cosa da capire: la storia che mi è rimasta impigliata tra le dita: voi che potete, voi che domani siete vivi, ma che state aspettando? perché non amate abbastanza?, l’unica cosa da scrivere, da queste macerie, se solo davvero avessi capito qualcosa: voi che avete tutto, ma perché avete così paura?

L'articolo Il lavoro delle donne proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/fotografia/il-lavoro-delle-donne/feed/ 54