Slavoj Žižek Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/slavoj-zizek/ un blog di approfondimento culturale Sun, 10 May 2015 21:22:48 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Slavoj Žižek Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/slavoj-zizek/ 32 32 The Jinx, Dieci ragioni per cui non avete ancora visto niente di simile https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/the-jinx-dieci-ragioni-per-cui-non-avete-ancora-visto-niente-di-simile/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/the-jinx-dieci-ragioni-per-cui-non-avete-ancora-visto-niente-di-simile/#comments Sat, 09 May 2015 16:00:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26735 di Sara Zucchini

Ho appena finito di vedere quella che potrebbe essere la serie migliore dell'anno. Vorrei dire: è così e basta, rinchiudetevi in casa con cibo a sufficienza e in buona compagnia per le prossime ventiquattro ore, guardatela e non potrete fare altro che darmi ragione. Sto parlando di The Jinx: The life and deaths of Robert Durst, ideato e realizzato da Andrew Jarecki, già autore del controverso documentario Capturing the Friedmans. È stata una mia amica a parlarmene la prima volta, dopo che s'era imbattuta in un articolo del New York Times in cui si raccontava di una serie TV che avrebbe risolto il «caso Robert Durst». Ma chi è Robert Durst? In Europa il suo nome non è noto, ma negli Stati Uniti tutti conoscono la dinastia Durst, che ha fondato un impero immobiliare a Manhattan, e le non meno celebri imprese giudiziarie dell'ereditiere Bob Durst, che ha dovuto scansare più di un cadavere nella sua carriera di eccentrico multimilionario.

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di Sara Zucchini

Ho appena finito di vedere quella che potrebbe essere la serie migliore dell’anno. Vorrei dire: è così e basta, rinchiudetevi in casa con cibo a sufficienza e in buona compagnia per le prossime ventiquattro ore, guardatela e non potrete fare altro che darmi ragione. Sto parlando di The Jinx: The life and deaths of Robert Durst, ideato e realizzato da Andrew Jarecki, già autore del controverso documentario Capturing the Friedmans. È stata una mia amica a parlarmene la prima volta, dopo che s’era imbattuta in un articolo del New York Times in cui si raccontava di una serie TV che avrebbe risolto il «caso Robert Durst». Ma chi è Robert Durst? In Europa il suo nome non è noto, ma negli Stati Uniti tutti conoscono la dinastia Durst, che ha fondato un impero immobiliare a Manhattan, e le non meno celebri imprese giudiziarie dell’ereditiere Bob Durst, che ha dovuto scansare più di un cadavere nella sua carriera di eccentrico multimilionario. E se è vero che «quando si tratta di Robert Durst, niente va come deve andare» e le spiegazioni più improbabili acquistano spessore e credibilità, allora non è da escludere che dopo trent’anni passati a beffare l’FBI, possa essere davvero una produzione HBO a mandarlo dritto in tribunale, non prima di averlo fatto protagonista di uno show. Jarecki e il suo staff si appassionano alla vicenda e per quasi dieci anni accumulano materiale, tra documenti, reperti giudiziari, deposizioni e interviste. Il primo risultato della ricerca è All the good things, un film con Kirsten Dunst e Ryan Gosling del 2010, versione edulcorata della storia. La critica resta indifferente, ma c’è qualcuno che lo apprezza: è Bob Durst in persona, che decide spontaneamente di mettersi in contatto col regista per sottoporsi a un’intervista che diventerà la parte centrale del documentario.
Ripercorriamo i momenti salienti della vita (e delle morti) di Bob Durst.
È il 1982. Kathleen McCormac Durst, giovane moglie del milionario, scompare nel nulla dopo essere salita su un treno, la sera del 30 gennaio. Kathleen, che proviene da una famiglia modesta, sposa Robert nel 1973, nonostante la resistenza dei Durst. Secondo il racconto del marito dopo l’ennesimo litigio Kathie decide di ritornare a New York dalla cittadina di campagna dove erano soliti passare il week end e, secondo alcuni testimoni, viene vista per l’ultima volta la mattina seguente. Robert Durst fornisce una ricostruzione piena di contraddizioni che smentisce e riformula più volte senza comparire mai nel registro degli indagati. Il caso della sparizione di Kathie Durst rimarrà per sempre irrisolto. Nel giorno della vigilia di Natale del 2000 il corpo di Susan Berman, scrittrice figlia di un sicario della mafia, migliore amica e portavoce di Robert Durst durante le indagini, viene trovata morta nel suo appartamento di Los Angeles. Nessuna accusa a carico dell’amico. Un anno dopo, il 9 ottobre 2001, a Galveston, Texas, viene ritrovato un corpo smembrato: si tratta di Morris Black, dirimpettaio di Robert Durst, il quale, in seguito alla recente riapertura del caso della scomparsa di sua moglie, aveva tentato di reinventarsi un’identità. Gli indizi portano a stabilire che il luogo del delitto è l’appartamento che Durst aveva preso in affitto sotto falso nome. Questa volta Robert sembra non avere via di scampo ma al processo per omicidio viene incredibilmente giudicato non colpevole.
L’anticipo forse non mi permette di dichiarare senza riserve che The Jinx sia la serie migliore che vedremo quest’anno ma è innegabile che contenga degli elementi di novità rispetto a quanto siamo abituati.

1. Per prima cosa, non è semplicemente una serie: è anche un documentario che è anche un indagine giudiziaria. Il caso con cui si apre l’episodio 1 è l’ultimo dell’elenco, quello del 2001, protagonista il nostro Robert Durst, detective d’eccezione Andrew Jarecki. La prima scena sorprende un quartiere residenziale addormentato, tra i giardini all’inglese con le staccionate e i barbecue delle monofamiliari americane. La macchina che percorre la strada deserta è quella della polizia, ma le sirene sono spente per non intaccare la quiete piatta del vicinato. Potrebbe essere l’inizio di Pleasantville se non fosse per la voce narrante che, fredda e irregolare ci dà notizia che è appena strato ritrovato il busto decapitato di un uomo nella baia di Galveston. Poco lontani, alcuni sacchetti di plastica contenenti gambe e braccia. La ricostruzione della storia lascia spazio per un mosaico di altre inquadrature, che comprendono le immagini originali della polizia, e i commenti, passati e presenti, degli investigatori.

2. Anche se forse non è proprio una novità nel mondo delle docuserie, la figura del narratore-detective, merita una nota di riguardo: Jarecki non si limita a restituire passivamente la catena degli eventi ma si inserisce in prima persona per incepparne il meccanismo e imporsi come protagonista, oltre che come interprete.

3. La terza ragione (ma che basterebbe anche da sola) per credere che The Jinx sia un prodotto televisivo senza precedenti, sta nel fatto che per la prima volta grazie a una serie televisiva sono stati risolti due casi di omicidio (Susan Berman e Morris Black) e quello della scomparsa di una persona (Kathleen Durst), in seguito al ritrovamento della prova che ha determinato l’arresto del colpevole.

4. Non è per niente scontato il fatto che l’epilogo della vicenda sia del tutto inaspettato tanto per il pubblico quanto per Jarecki, che mai avrebbe immaginato di ottenere quel risultato. Da un punto di vista metanarrativo non c’è divario tra la prospettiva del fruitore della storia e quella del regista, lo stupore che accompagna l’imprevisto investe entrambi nello stesso momento.

5-La verità dei fatti accaduti ne amplifica l’effetto ottenuto. In un certo senso l’impianto è convincente proprio perché letterariamente convenzionale: non contiene zone d’ombra, incongruenze, sfasature e una simile coerenza non si ritrova quasi mai nella realtà, benché la letteratura e la cinematografia ne siano ovviamente piene zeppe. Per parafrasare Slavoj Zizek, questa è la sensazione che proviamo quando ci troviamo a vivere un’esperienza che ci turba e che allo stesso tempo ci convince non in quanto reale, ma in quanto simile a una finzione che ci è familiare, come un film o un libro.

6. Questo ci porta alla sesta ragione, per cui i protagonisti del docufilm sono attori che interpretano esclusivamente il ruolo di loro stessi: i parenti e gli amici, la seconda moglie, i detective, i componenti della giuria al processo e, soprattutto, il principale indagato nel ruolo di protagonista assoluto. Tutti mentono, tentennano, hanno paura ma sono allo stesso tempo estremamente cinematografici.

7. La stereotipizzazione del personaggio principale. Durst impersona una serie di cliché che se avessimo ritrovato tutti concentrati in un film, non l’avremmo potuto sopportare: proviene da una famiglia facoltosa, frequenta le migliori scuole, assiste alla morte violenta della madre, deve fare i conti con un padre assente e con un fratello invidioso che lo scavalcherà negli affari, ha un debole per i travestimenti, per i documenti falsi e sul curriculum conta una serie di processi da cui esce sempre innocente e un cadavere fatto a pezzi. Il suo ruolo è quello convenzionale del serial killer, che con il suo sguardo intenso, la sua mimica, i suoi tic nervosi, la sua parlata forbita sorprende per due motivi complementari: oltrepassando la realtà, perché sembra costruito su un raffinatissimo modello letterario ed eccedendo la letteratura, in quanto prepotentemente reale.

8. La presa emotiva. L’intelligenza e l’eccentricità magnetica di Durst suscitano rispetto e fascinazione. Se non è proprio empatia quella che proviamo per il personaggio, ne siamo però ammaliati tanto da giustificarne le malefatte, così come avevamo già fatto con Dexter Morgan o con Walter White. Lo stesso Jarecki, nel momento in cui trova finalmente la prova che porterà all’arresto di Durst è imbarazzato, oltre che spaventato, e confessa sogghignando: “I liked the guy”.

9. Qualcosa a cui non siamo abituati nelle serie americane è inoltre la sorprendente proprietà di linguaggio dei protagonisti. Nonostante l’assenza di un copione, tutti gli interlocutori di Jarecki parlano un inglese colto, figurato, e non scadono mai nella volgarità, tanto che a volte i sottotitoli non bastano a riconsegnare il senso delle battute. Il consiglio, in questi casi, è di usare il fermoimmagine o di riascoltare quello che si è perso perché, se c’è un’altra ragione per cui questa serie merita attenzione, è che non c’è spazio per il superfluo.

10. The Jinx è una serie che accenna, che lascia scorgere, che permette di intuire senza mai dare l’impressione di spiegare alcunché, fidandosi dell’autonomia del pubblico, della sua capacità di cogliere le suggestioni senza pretenderne ulteriori chiarimenti. Siamo sulla baia di Galveston, nel Texas orientale che si affaccia sul Golfo del Messico. Non c’è bisogno delle carcasse di alligatore e delle messe gospel per ricostruirne l’immaginario. I dettagli che ce lo suggeriscono sono vaghi, forse involontari: i baffi del detective, i volti sempre inumiditi da un leggero sudore, i vialoni ampi, i panorami aridi appena intravisti sullo sfondo, e l’accento inconfondibile anche se soffocato, del profondo sud. L’effetto è quello di un album di fotografie che viene fatto scorrere a velocità accelerata sopra una pellicola da cinematografo che ne rimescola l’ordine per darne una visione d’insieme caleidoscopica.

Nonostante gli articoli usciti negli ultimi giorni è ancora difficile imbattersi in conversazioni a questo proposito. Non ci sono fazioni opposte a contendersi lo spazio della critica ed è ancora possibile prendere posizione senza suscitare travolgenti reazioni di sdegno o acclamazione sui social network, ma credo che ci siano premesse a sufficienza perché The Jinx possa diventare un fenomeno virale. La speranza è quella di poterne parlare a lungo, ma per adesso ci si può ancora permettere il lusso di dire (quasi) tutto.

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Intervista a Dubrakva Ugresic https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-dubrakva-ugresic/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-dubrakva-ugresic/#comments Fri, 24 Oct 2014 14:00:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23925 Questo pezzo è uscito in una versione più breve su Flair. (Fonte immagine)

C’è chi fa politica e chi ne scrive. C’è poi chi è stato attraversato persino nel corpo, dalla violenza della Storia. Dubrakva Ugresic  - tra le voci attuali più libere e meno ortodosse - è sia una grande scrittrice sia un’esule, cacciata dal proprio paese, la Croazia, dall’allora regime nazionalista di Franjo Tuđman. Da quel 1993 Ugresic vive tra Olanda e Stati Uniti e ha pubblicato romanzi e saggi politici (usciti in Italia da Nottetempo). Recente è “Europe in Sepia” (Open Letter Books), un racconto che parte dal Midwest americano, passa per le proteste di Occupy Wall Street, Gerusalemme e finisce con i riots di South London: una miniera di imprevedibili scatti narrativi in forma di saggio. Feroce e ferita, ma mai vittima, Ugresic si definisce un’”eretica.”.

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dubravka ugresic

Questo pezzo è uscito in una versione più breve su Flair. (Fonte immagine)

C’è chi fa politica e chi ne scrive. C’è poi chi è stato attraversato persino nel corpo, dalla violenza della Storia. Dubrakva Ugresic  – tra le voci attuali più libere e meno ortodosse – è sia una grande scrittrice sia un’esule, cacciata dal proprio paese, la Croazia, dall’allora regime nazionalista di Franjo Tuđman. Da quel 1993 Ugresic vive tra Olanda e Stati Uniti e ha pubblicato romanzi e saggi politici (usciti in Italia da Nottetempo). Recente è “Europe in Sepia” (Open Letter Books), un racconto che parte dal Midwest americano, passa per le proteste di Occupy Wall Street, Gerusalemme e finisce con i riots di South London: una miniera di imprevedibili scatti narrativi in forma di saggio. Feroce e ferita, ma mai vittima, Ugresic si definisce un’”eretica.”.

Eretica?

Theodor Adorno diceva che la forma più intima del saggio è l’eresia. Il saggio è il genere perfetto per gli eretici. Lilith e Eva erano eretiche, le streghe erano eretiche. E in Europa sono state cacciate a lungo, a quanto pare.

Nel suo ultimo saggio definisce l’Europa “una rovina industriale” con il dominio assoluto delle multinazionali. Ha ancora un senso la parola “politica”?

Oggi più che mai. La politica è un’urgenza. Dobbiamo fare resistenza, altrimenti scivoleremo in una neo-schiavitù esercitata stavolta con mezzi tecnologici. In Europa c’è un numero vergognoso di disoccupati, sono questi gli “schiavi” del terzo millennio, schiavi in senso letterale: gente che è stata privata della propria vita. La politica dello sfruttamento camuffata da democrazia ci ha portato in questo tunnel senza via d’uscita.

La politica ora è soprattutto uno show mediatico.

I media sono inseparabili dalla politica, è un lavoro di squadra, una simbiosi perfetta. Nell’Europa dell’Est, ad esempio, i mezzi di comunicazione sono privatizzati e standardizzati. La loro funzione principale è di instupidire il lettore con i dettagli della vita di Kim Kardashian o “notizie” simili. Corruzione e media: un altro grande problema.

Forse le questioni politiche non sono “cool” a sufficienza e perciò hanno ormai poca presa sulla collettività?

È che i segni e simboli sono tutti mescolati: il partito nazionalista croato usa citazioni di sinistra di Jean-Paul Sartre sui suoi poster di propaganda, mentre quelli di sinistra, i “sovversivi”, fanno selfie con i politici in carica.  I giornali sono pieni di paradossi: prenda Slavoj Zizek, l’intellettuale marxista del momento che stringe la mano al presidente della Croazia Ivo Josipović….

Non è eccessivamente pessimista?

Forse. Ma il pessimismo e disfattismo erano le tipiche accuse che si facevano in epoca stalinista… A volte è meglio vedere le cose in una luce preoccupante che essere colti di sorpresa quando arriva il brutto. Vent’anni la Guerra in Jugoslavia era alle porte. E io ancora non lo sapevo.

Vince il pensiero unico fondato sull’economia o c’è una alternativa?

Certo che c’è, ma c’è bisogno di un vasto gruppo di persone pensanti. Per alzare gli standard di istruzione, quelli dell’etica del lavoro, di tutto quello che si consuma: cibo, libri, giornale, arte.

Chi può fare questo duro lavoro?

Ciascuno di noi. Compiendo piccole missioni individuali per migliorare la vita di tutti. Le donne, in particolare, si devono impegnare a creare un mondo più equo. Devono acquistare potere, essere attive. In poche parole, fare politica.

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Il desiderio di morte come progetto politico https://minimaetmoralia.it/interventi/spinelli-va-a-bruxelles/ https://minimaetmoralia.it/interventi/spinelli-va-a-bruxelles/#comments Sun, 08 Jun 2014 09:17:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21308 Quello che la prima volta si manifesta in tragedia, la seconda lo fa in farsa. E la terza - la definitiva, la terminale - come lettera da Parigi. Lo psicodramma Spinelli e l'esperienza della Lista L'Altra Europa con Tsipras sono finiti ieri, nel modo peggiore che si poteva immaginare: un suicidio mascherato da sopravvivenza. Barbara Spinelli, dopo giorni di silenzio andropoviano, ha inviato una mail da Parigi, che potete leggere qui. E invito a farlo, a leggerla, dico, per intero; perché è uno dei documenti più rappresentativi della sinistra italiana, della sua incapacità a comunicare, della sua deresponsabilizzazione patologica, del suo narcisismo laschiano conclamato, del suo desiderio di morte, della sua fame saturnina.

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Quello che la prima volta si manifesta in tragedia, la seconda lo fa in farsa. E la terza – la definitiva, la terminale – come lettera da Parigi. Lo psicodramma Spinelli e l’esperienza della Lista L’Altra Europa con Tsipras sono finiti ieri, nel modo peggiore che si poteva immaginare: un suicidio mascherato da sopravvivenza. Barbara Spinelli, dopo giorni di silenzio andropoviano, ha inviato una mail da Parigi, che potete leggere qui. E invito a farlo, a leggerla, dico, per intero; perché è uno dei documenti più rappresentativi della sinistra italiana, della sua incapacità a comunicare, della sua deresponsabilizzazione patologica, del suo narcisismo laschiano conclamato, del suo desiderio di morte, della sua fame saturnina.

Con questa lettera, Spinelli accetta ciò a cui aveva rinunciato: ossia di diventare parlamentare europea in caso fosse stata eletta. Dopo aver fatto una lunga campagna elettorale spiegando il senso delle candidature (che abbiamo accettato di chiamare testimoniali per essere buoni e dovevamo chiamare civetta per essere precisi), il 26 maggio – all’indomani del risultato del 4,03% -, mentre Marco Furfaro (di estrazione Sel) e Eleonora Forenza (di estrazione Rifondazione) festeggiavano il loro secondo posto dietro Spinelli e quindi la loro elezione a Bruxelles, Spinelli apriva il telefono della doccia fredda e urticante, insinuando che invece no, contrordine compagni, forse era meglio che andasse lei. Il resto è la cronaca di quindici giorni deliranti. Va, non va, esclude Furfaro, esclude Forenza, ci sarà una lotteria fra i due, ci sarà una consultazione alla base, ci sarà una discussione… Così alla fine questo rimuginio psicotico ieri ha prodotto la lettera. Una comunicazione che mescola la peggiore retorica della società civile con la peggiore retorica da comitato di partito e che è arrivata dopo poche ore che si era svolta a Roma l’Assemblea Nazionale dei comitati della lista, assemblea alla quale Barbara Spinelli non si era manifestata né in carne né in voce, e la cui discussione era stata ovviamente molto focalizzata anche sulla vicenda Spinelli va-non-va, e dalla torre chi viene spinto giù Forenza-o-Furfaro. Assemblea che, sottolineamolo, aveva anche chiaramente espresso la volontà di far sì che questa decisione così delicata passasse per un dibattito allargato, un processo di decisione minimamente democratico. E invece, la lettera; in cui la risposta debita a chi era rimasto allibito da questa marcia indietro si limita a poche righe, queste:

So che molti sono delusi: il pro­po­sito espresso all’inizio di non andare al Par­la­mento euro­peo sarebbe disat­teso, e que­sto equi­var­rebbe a una sorta di tra­di­mento. Non sento tut­ta­via di aver tra­dito una pro­messa. I patti si per­fe­zio­nano per volontà di almeno due parti e gli elet­tori il patto non l’hanno accet­tato, accor­dan­domi oltre 78.000 pre­fe­renze. Mi sono resa conto, il giorno in cui abbiamo cono­sciuto i risul­tati, che sono vera­mente molti coloro che mi hanno scelto nep­pure sapendo quel che avevo annun­ciato: anche loro si sen­ti­reb­bero tra­diti se non tenessi conto della loro volontà.
Inol­tre, come garante della Lista, ho il dovere di pro­teg­gerla: le logi­che di parte non pos­sono com­pro­met­terne la natura ori­gi­na­ria. Pro­prio le divi­sioni iden­ti­ta­rie che si sono create sul mio nome mi indu­cono a pen­sare che la mia pre­senza a Bru­xel­les garan­ti­rebbe al meglio la voca­zione, che va asso­lu­ta­mente sal­va­guar­data, del pro­getto – inclu­sivo, sopra le parti – che si sta costruendo.
Per quanto riguarda la scelta che sono chia­mata uffi­cial­mente a com­piere, annun­cio che essa sarà in favore del Col­le­gio Cen­tro: è il mio col­le­gio natu­rale, la mia città è Roma. È qui che ho rice­vuto il mag­gior numero di voti. A Sud non ero capo­li­sta ma seconda dopo Ermanno Rea, e da molti ver­rei per­ce­pita come «para­ca­du­tata» dall’alto. Mi assumo l’intera respon­sa­bi­lità di quest’opzione, che mi pare la più giu­sta, nella piena con­sa­pe­vo­lezza dei prezzi e dei sacri­fici che essa comporterà.

Ora, chiunque abbia conoscenza del dietro le quinte, sa che la filigrana di tutto questo, il non-detto, riguarda i rapporti tra Sel e Rifondazione, tra chi vuole andare col GUE e chi vuole dialogare con il PSE, i vecchi rancori tra compagni, gli sciocchi regolamenti di conti tra chi seguì il progetto fallimentare di Rivoluzione Civile con Ingroia e gli altri militanti, ma di questo che per me è un mondo mefitico di retropensieri che non esiste, non voglio discutere. Perché invece io voglio stare al detto, e leggendo la lettera, chiunque abbia un minimo di logica, riesce a vedere la surrealtà di questo comunicato. A partire dall’affermazione “i patti si perfezionano per volontà di almeno due parti e gli elettori il patto non l’hanno accettato, accordandomi oltre 78.000 preferenze”.

Dunque: tu dichiari più volte che la tua candidatura è solo testimoniale e che quindi sei una portatrice d’acqua e che quindi quei voti serviranno per qualcun altro (“Abbiamo voluto dar voce, con la nostra presenza attiva in campagna, ai tanti «invisibili» e alle tante competenze della lista Altra Europa con Tsipras. Non per ultimo, mandiamo un preciso messaggio agli elettori: scegliendo le nostre persone, e sapendo che non abbiamo un passato partitico, avranno la garanzia che voteranno per il carattere veramente unitario del progetto”, Spinelli dixit) e quando gli elettori, tipo un sacco di gente che conosco, tipo anch’io, si convincono obtorto collo di questa tua strategia elettorale, tu non solo cambi le regole di un patto che tu sola hai imposto e le cambi ex-post, ma dichiari che siamo stati in due a volerle modificare?

Buona parte di quelle 78.000 preferenze, proprio alla luce di quello che avevi dichiarato (“Ci si domanderà a questo punto perché votare capilista come Moni Ovadia o Barbara Spinelli. Rispondo che vale la pena votarli, perché l’impegno di tutti e due noi continuerà anche dopo l’elezione. Sia Moni che io vigileremo su quel che faranno i candidati della lista per cui ci siamo battuti, nella legislatura che comincerà dopo il 25 maggio.”, sempre Spinelli dixit), ti sono state date per rivestire un ruolo di garanzia e di vigilanza. Non per fare come cazzo ti pare.

Risultano quindi ancora più assurde le righe in cui Spinelli scrive “Come garante della Lista ho il dovere di proteggerla”. Perché il risultato di questa protezione sarà chiaramente l’implosione. Perché questa protezione è stata esercitata con un fare da padrini se non da lenoni da parte dei garanti. La pressione perché Spinelli andasse a Bruxelles non è solo venuta dalla base (quale?) come afferma Spinelli o dalla lettera quanto mai inopportuna di Tsipras, ma dagli altri garanti stessi (da Luciano Gallino a Marco Revelli) che di fatto si sono trasformati da figure super-partes a piccoli oligarchi. Del resto, ce lo si poteva aspettare, Quis custodiet ipsos custodes?, recitava certo Giovenale e gli faceva eco Alan Moore (nell’epigrafe di Watchmen), che come il poeta satirico latino conosce bene le miserie dell’animo umano, soprattutto quando si erge a paladino della giustizia. Questi watchmen, questi garanti, si sono dimostrati alla luce dei fatti un dispositivo farraginoso, autocontradditorio e terribile dal punto di vista del funzionamento democratico, tanto che il paragone con i garanti-padroni Grillo & Casaleggio va a favore di questi ultimi. Spiace dirlo, spiace essere così duri conoscendo le biografie politiche di Guido Viale, di Marco Revelli, di Luciano Gallino, di Barbara Spinelli stessa (noi, che non l’abbiamo voluta ridurre a “figlia di Altiero”), ma proprio riconoscendo questo valore aggiunto, si resta allibiti e furibondi di fronte a questo metodo politico.

Giorni fa rileggevo Uomo invisibile di Ralph Ellison, tradotto proprio da un giovanissimo Luciano Gallino cinquant’anni fa. Gli vorrei rimettere davanti quelle pagine su cui avrà evidentemente sudato non poco da giovane. Perché l’impressione che mi hanno lasciato è simile – questo comitato direttivo autoproclamato si è comportato come il direttore Bledsoe e i suoi compari: fingono di voler aiutare il protagonista del libro, di volerlo sostenere negli studi e nel lavoro, ma in realtà le lettere di raccomandazione che gli riscrivono sono un tragico bluff. Quando “Uomo invisibile” ne aprirà una di queste lettere, sgranerà gli occhi; tutte le lettere dicono in realtà ai destinatari l’opposto di quello che si pensava: ‘Fingete di accogliere questo ragazzo, fingete di poterlo e volerlo aiutare, in verità questo ragazzo non deve avere un’altra possibilità’.

Il messaggio dei garanti ha avuto lo stesso senso: a essere delusi sono (e spero che questo sia ben chiaro ai garanti) soprattutto quelli di una generazione, non anagrafica ma politica, differente. I ventenni/trentenni/quarantenni, coloro che sono stati esclusi tanto dal welfare quanto dalla rappresentanza politica. E che consideravano il voto – almeno il voto – un possibile minuscolo strumento di restituzione di questa rappresentanza. Una generazione che pensava finalmente che Furfaro e Forenza fossero l’espressione di una possibile, rinnovata, minima unità progettuale, a sinistra. E non un pacchetto Sel + Prc. Due candidati eletti secondo nessuna logica Cencelli, ma a partire dal riconoscimento di un lavoro ormai decennale sul campo. E invece Spinelli persino questo patto generazione informale ha voluto rompere: scegliendo in maniera anti-salomonica tra i due chi sacrificare. Giù dalla torre Furfaro, a cui viene dedicata nella lettera una riga che ha il sapore del saluto di un boia.

Ma persino in quest’atto si può scorgere la cupio dissolvi. La decisione di Spinelli ricorda, e qui l’evidenza del disastro si può fare ancora più palmare, quella della Scelta di Sophie, il film di Alan Pakula del 1982. Sophie, messa di fronte in un lager alla scelta di militari nazisti di chi far sopravvivere tra i due figli, opta per quello apparentemente più debole. Perderà ovviamente entrambi.
Anche in questo caso, la logica di questa opzione è folle e autodistruttiva. Slavoj Žižek analizza questo film e mette in guardia dalla falsa alternativa della scelta. È evidente che un’opzione del genere è da rifiutare in sé, va rispedita al mittente; il prezzo da pagare è – altrimenti – la distruzione di tutti e tre (madre e figli). Fuor di metafora, chi voterà un accrocchio come Tsipras la prossima volta? O ancora, chi si sbatterà a fare campagna elettorale, a raccogliere le firme? O anche: chi voterà Sel o Rifondazione? O persino, chi voterà a sinistra? O infine, chi voterà? Se il mio voto dev’essere così strumentalizzato, preferisco non votare. Persino Matteo Renzi con i suoi modi spicci giganteggia di fronte a questo pastrocchio. Persino il Movimento Cinquestelle con il suo concetto di rappresentanza preso in prestito da qualche popolo di Star Trek risulta più affidabile.

Ed ecco alla fine di questo sfogo, resta solo l’amarezza. Siamo cresciuti nel Novecento, nel secolo del pensiero critico, e non possiamo rimuovere il lato umano. Per questo dico: mi dispiace molto, umanamente. Quando leggo, nella penultima riga della lettera di Spinelli, il suo appello al “pro­se­gui­mento di una bat­ta­glia uni­ta­ria e inclu­siva al mas­simo”, rivolto ai “delusi dalla pre­sente demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva”, mi sale alla bocca un ghigno, è un gesto quasi involontario. Il contagio di psicosi. Perché capisco che non è una questione di sgarbi tra vecchi compagni. Ma un problema di verità. La percezione di un dato reale, un’intelligenza di tipo empatico, sentimentale che manca totalmente a questa sinistra. In bocca al lupo a chi, nonostante tutto questo, sceglierà di vivere veramente invece di sopravvivere come uno zombie.

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L’era del permaloso https://minimaetmoralia.it/interventi/lera-del-permaloso/ https://minimaetmoralia.it/interventi/lera-del-permaloso/#comments Tue, 11 Feb 2014 16:40:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18409 L'atmosfera politica che leggo sui giornali assomiglia sempre di più a quella che respiro tutti i giorni, al bar, sul posto di lavoro, mentre sto in fila in banca, nelle assemblee politiche e in quelle condominiali, nelle discussioni de visu, in quelle al telefono e in quelle on-line... In questo senso, potrei dire, la distanza tra Paese Reale e Paese Legale si è accorciata. Dove mi giro vedo una specie di contagio esteso di una forma parossistica di permalosità. Mi sono sentito attaccato dalle tue parole, mi hai offesa sul piano personale, non solo le parole ma sono i gesti che contano, non solo i gesti contano ma anche certi sguardi: ogni atto, anche quello più involontario, mi può ferire. E io mi penso come un attore sociale solo se mi sento offeso.

L’Italia è un Paese strano. Senza mai aver sviluppato una cultura del politicamente corretto ha maturato solo gli anticorpi e rubricato direttamente l’espressione “politicamente corretto” tra gli epiteti ridicolizzanti, lasciando che espressioni di xenofobia e razzismo oggi siano tutto sommato tollerate come sinonimi di sincerità sanguigna o schiettezza fuori dai denti.

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L’atmosfera politica che leggo sui giornali assomiglia sempre di più a quella che respiro tutti i giorni, al bar, sul posto di lavoro, mentre sto in fila in banca, nelle assemblee politiche e in quelle condominiali, nelle discussioni de visu, in quelle al telefono e in quelle on-line… In questo senso, potrei dire, la distanza tra Paese Reale e Paese Legale si è accorciata. Dove mi giro vedo una specie di contagio esteso di una forma parossistica di permalosità. Mi sono sentito attaccato dalle tue parole, mi hai offesa sul piano personale, non solo le parole ma sono i gesti che contano, non solo i gesti contano ma anche certi sguardi: ogni atto, anche quello più involontario, mi può ferire. E io mi penso come un attore sociale solo se mi sento offeso.

L’Italia è un Paese strano. Senza mai aver sviluppato una cultura del politicamente corretto ha maturato solo gli anticorpi e rubricato direttamente l’espressione “politicamente corretto” tra gli epiteti ridicolizzanti, lasciando che espressioni di xenofobia e razzismo oggi siano tutto sommato tollerate come sinonimi di sincerità sanguigna o schiettezza fuori dai denti. Senza aver mai aver sviluppato una cultura delle élite, ha inventato un feroce sentimento anti-competenze con l’alibi della battaglia contro la casta. Senza mai aver espresso uno spirito giacobino, non perde mai l’occasione per manifestare la sua predilezione per saintjustismi improvvisati e istinti delatori. Allo stesso modo senza mai aver sviluppato una cultura garantista, ha sostituito – alla tutela delle vittime e alle imputazioni di responsabilità – il vittimismo e il senso di colpa come motore delle relazioni sociali e politiche.

In un film del 1996 di Antonio Rezza, Escoriandoli, c’è un episodio esemplare di questo avvitamento: il protagonista, il poeta Giacane (lo stesso Rezza) entra in una profonda crisi esistenziale e viene travolto dai sensi di colpa per aver calpestato, su un autobus affollato, il piede ad un grassone a cui ha chiesto scusa Giacane perseguiterà in tutti i modi il grassone, continuandogli a chiedergli scusa, una richiesta che man mano diventerà straziante: Giacane non si sente veramente perdonato dal grassone, e morirà di crepacuore per questo. La vendetta postuma però di Giacane sarà implacabile: la sua amica Lauretta si vendicherà uccidendo in un barbaro modo il ciccione “responsabile” della morte di Giacane.

Il paradosso del permaloso, di chi si sente offeso è proprio questo. Se noi immaginiamo una società che invece di interrogarsi sulle cause dei conflitti, debba prima di tutto elaborare le offese, vorrà dire che assisteremo da spettatori di un circo all’incagliarsi quotidiano in vortici di malanimo, in cui le questioni di merito spariranno, sepolte dai diatribe interminabili di hai iniziato tu no sei tu che mi ha guardato storto. E noi, noi consorzio sociale, noi senso comune, come possiamo mai valutare la traumaticità di sensibilità così esposte? E davvero per fare politica dobbiamo partire da qui?

Se autori come la Wieviorka, o Girard, o Žižek hanno analizzato come nel nuovo millennio, nelle contese storiche, lo status sociale della vittima sembra essere diventato l’unico soggetto di diritti, degno di ascolto, e portatore di verità; ora il permaloso, l’offendibile, si rivela come la versione esponenziale della vittima. È una vittima preventiva, si potrebbe dire. Una vittima perennemente potenziale.

Richard Sennett in Autorità scriveva: “Nulla di più pericoloso di una condizione in cui l’idea stessa di diritto, ‘quello che mi spetta’, si può esprimere solo nella forma di ‘quello che mi è stato negato’”, oggi potremmo aggiornare questa visione dicendo che nulla è più pericoloso di una condizione in cui l’idea stessa di diritto si può esprimere solo nella forma di ‘quello che mi ha ferito’. E bene l’hanno capito molti nuovi conservatori, dispersi anche tra i pentastellati, i piddini, i sellini, i progressisti di ogni nuovo movimento, che basano la loro autorevolezza politica sulla loro permalosità e quindi sul ricatto della sensibilità.

David Foster Wallace ha inventato un paio di personaggi geniali. Uno è Eric Clipperton  in Infinite Jest: un bravo tennista ma incapace di perdere che gioca sul campo con una racchetta in mano e una pistola puntata alla tempia nell’altra, ponendo ai suoi avversari un ricatto costante: se non vinco mi sparo. Un’altra è la persona depressa, protagonista di un racconto di Brevi interviste con uomini schifosi: la persona depressa è talmente depressa che coinvolge in un ricatto senza fine chiunque abbia a che fare con lei e non faccia nulla per alleviare le sue sofferenze.

L’esito sociale del contagio della permalosità è un mondo in cui tutti girano ad occhi chiusi nel traffico e si lamentano poi se qualcuno li ha messi sotto. Questo non vuol dire ovviamente che i deboli, i sensibili non debbano essere tutelati, difesi e protetti; ma ci sono le strisce, e le strisce stanno a significare invece un’attribuire anche ai deboli e agli indifesi uno statuto di responsabilità, non accettare la loro autopassivizzazione, non ridurli a vittime potenziali.

Uscire dal paradosso del ferito, del permaloso non è difficile. A Roma si dice: se s’incazza si scazza. La permalosità è una reazione a tempo. E molto spesso è evidente come giganteschi dibattiti politici che occupano le prime pagine dei giornali evaporino con la stessa velocità per cui appunto a qualcuno è passata l’offesa. Meno facile però è guarire dalla cronicizzazione di questa abitudine del dibattito a diventare una contrapposizione di sensibilità ustionabili. Forse sarebbe utile imparare l’abitudine a mettersi creme antisolari se si ama la luce d’agosto.

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L’insurrezione è un’arte https://minimaetmoralia.it/interventi/linsurrezione-e-unarte/ https://minimaetmoralia.it/interventi/linsurrezione-e-unarte/#comments Mon, 20 Jan 2014 22:16:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17750 Novanta anni fa, il 21 gennaio 1924, moriva Vladimir Il’ič Ul’janov, detto Lenin. Per ricordarlo abbiamo pensato di citare un suo famoso scritto del 1917 e un ricordo che Slavoj Žižek – studioso di Lenin e autore tra gli altri del bello ma introvabile Tredici volte Lenin, pubblicato da Feltrinelli nel 2003 – dedicò a […]

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Novanta anni fa, il 21 gennaio 1924, moriva Vladimir Il’ič Ul’janov, detto Lenin. Per ricordarlo abbiamo pensato di citare un suo famoso scritto del 1917 e un ricordo che Slavoj Žižek – studioso di Lenin e autore tra gli altri del bello ma introvabile Tredici volte Lenin, pubblicato da Feltrinelli nel 2003 – dedicò a Lenin qualche anno fa nell’anniversario della rivoluzione d’Ottobre. Alcuni riferimenti sono forse leggermente datati (Clinton, il Grande Fratello) ma il resto ci è sembrato ancora molto centrato.

L’insurrezione è un’arte

di Vladimir Il’ič Ul’janov, detto Lenin

Cosciente della necessità assoluta dell’insurrezione degli operai di Pietrogrado e di Mosca per salvare la rivoluzione e la Russia, minacciata da una spartizione “separata” fra gli imperialisti delle due coalizioni, dobbiamo dapprima alla Conferenza adattare la nostra tattica politica alle condizioni dell’insurrezione che sale, e in secondo luogo provare che non solo a parole noi accettiamo l’idea di Marx sulla necessità di considerare l’insurrezione come un’arte.

Alla Conferenza dobbiamo per prima cosa rendere coesa la frazione bolscevica, senza correre dietro al numero, senza temere di lasciare gli esitanti nel campo degli esitanti: “là” saranno più utili alla causa della rivoluzione che non nel campo dei combattenti risoluti e devoti.

Dobbiamo redigere una breve dichiarazione a nome dei bolscevichi, sottolineando nel modo più reciso l’inopportunità dei lunghi discorsi, e dei “discorsi” in generale; la necessità di un’azione immediata per la salvezza della rivoluzione; la necessità assoluta di una rottura completa con la borghesia, della destituzione di tutto il governo attuale, senza alcuna eccezione per nessuno, di una rottura completa con gli imperialisti franco-inglesi che preparano una spartizione “separata” della Russia, e infine la necessità del passaggio immediato di tutto il potere nelle mani di una democrazia rivoluzionaria diretta dal proletariato rivoluzionario.

La nostra dichiarazione deve formulare questa conclusione nel modo più breve e più reciso, in connessione col nostro progetto di programma: la pace ai popoli, la terra ai contadini, confisca dei profitti scandalosi dei capitalisti, repressione dello scandaloso sabotaggio della produzione perpetrato dai capitalisti.

Più la dichiarazione sarà breve e recisa, meglio sarà. Vi si dovranno soltanto indicare chiaramente altri due punti di grandissima importanza: il popolo è stanco fino all’esaurimento delle esitazioni, il popolo tormentato dalle indecisioni dei socialrivoluzionari e dei menscevichi; noi rompiamo definitivamente con questi partiti perchè essi hanno tradito la rivoluzione.

Altro punto: proponendo immediatamente una pace senza annessioni, rompendo senza indugio con gli imperialisti alleati con tutti gli imperialisti in generale, o noi otterremo immediatamente un armistizio, o tutto il proletariato rivoluzionario sarà per la difesa nazionale, e, sotto la sua direzione, la democrazia rivoluzionaria farà una guerra veramente giusta, veramente rivoluzionaria.

Dopo aver letto la nostra dichiarazione, dopo aver invitato A decidere e non a parlare, ad agire e non a stendere risoluzioni, dobbiamo lanciare tutta la nostra frazione nelle officine, nelle caserme: là è il suo posto, là è il nervo della vita, là è la sorgente della salvezza della rivoluzione, là è il motore della Conferenza democratica.

Con discorsi ardenti, appassionati, dobbiamo ivi spiegare il nostro programma, ponendo la questione in questi termini:o accettazione completa di questo programma da parte della Conferenza o insurrezione. Non c’è via di mezzo. È impossibile attendere. La rivoluzione è in pericolo.

Posta la questione in questi termini, centrata l’attività di tutta la nostra frazione nelle officine e nelle caserme, sceglieremo il momento propizio per l’insurrezione.

Per considerare l’insurrezione come la devono considerare i marxisti, cioè come un’arte, dobbiamo, al tempo stesso, senza perdere un istante, organizzare uno Stato Maggiore delle squadre insurrezionali, ripartire le nostre forze, inviare i reggimenti sicuri nei punti più importanti, circondare Aleksandrinka, occupare Pietropavlovka, arrestare lo Stato Maggiore generale e il governo. mandare contro gli “junker” e contro la divisione selvaggia delle squadre pronte a sacrificare la loro vita piuttosto che lasciare avanzare il nemico verso il centro della città, mobilitare gli operai armati, chiamarli ad un’ultima accanita battaglia, occupare immediatamente il telefono e il telegrafo, installare il nostro Stato Maggiore insurrezionale nella centrale telefonica, collegarla per telefono con tutte le officine, con tutti i reggimenti, con tutti i punti dove si svolgerà la lotta armata, ecc.

Tutto ciò è naturalmente approssimativo, detto solo per dimostrare che in questo momento non si può rimaner fedeli ai marxismo e alla rivoluzione senza considerare l’insurrezione come un’arte.

 

 

Pepsi o Coca. Socialdemocratico o liberaldemocratico. La falsa libertà e la scelta di Lenin.

di Slavoj Žižek

Vladimir Ilic Lenin è morto il 21 gennaio 1924, ottanta anni fa, e ci chiediamo se l’imbarazzato silenzio che circonda il suo nome non significhi che è morto due volte, che è morta anche la sua eredità. Effettivamente la sua insensibilità nei confronti delle libertà personali è estranea alla nostra sensibilità liberale e tollerante. Chi oggi non si sente rabbrividire al ricordo delle parole con cui Lenin liquidò la critica che i menscevichi e i socialisti rivoluzionari facevano del potere bolscevico nel 1922? «In verità, le prediche che fanno i menscevichi e i socialisti rivoluzionari rivelano la loro vera natura: “la rivoluzione si è spinta troppo oltre(…)”. Ma allora noi replichiamo: permetteteci di mettervi di fronte a un plotone di esecuzione per aver detto queste parole.

O vi astenete dall’esprimere le vostre opinioni oppure, se insistete ad esprimerle pubblicamente nelle circostanze attuali, in un momento in cui la nostra posizione è di gran lunga più difficile di quando le guardie bianche ci attaccavano apertamente, non potete biasimare altri che voi stessi se noi vi trattiamo alla stessa stregua degli elementi peggiori e più perniciosi delle guardie bianche». Questo atteggiamento sprezzante nei confronti del concetto liberale della libertà spiega la cattiva reputazione di cui Lenin gode fra i liberali. La loro tesi si basa soprattutto sul rifiuto della classica contrapposizione marxista-leninista tra libertà «formale» e libertà «reale»: come non si stancano di ribadire anche i liberali di sinistra del calibro di Claude Lefort, la libertà è intrinsecamente «formale», per cui la «libertà reale» equivale all’assenza di libertà. Lenin è ricordato soprattutto per la sua famosa risposta: «Libertà – sì, ma per chi? Per fare cosa?». Per lui, nel caso appena citato dei menscevichi, la loro «libertà» di criticare il governo bolscevico equivaleva in effetti alla «libertà» di minare alle basi il governo dei lavoratori e dei contadini, a favore della controrivoluzione …

Oggi come oggi, dopo la terrificante esperienza del socialismo reale, non è forse più che evidente in che cosa consiste l’errore di questo ragionamento? In primo luogo, esso riduce una costellazione storica a una situazione chiusa, in cui le conseguenze «oggettive» degli atti di una persona sono completamente determinate («indipendentemente dalle vostre intenzioni, quello che voi adesso state facendo serve oggettivamente a ….»). In secondo luogo, il suo «oggettivismo» apparente ne copre l’opposto soggettivismo: sono io a decidere il significato oggettivo delle tue azioni, dato che sono io a definire il contesto di una situazione: ad esempio, se io considero il mio potere l’espressione immediata del potere della classe operaia, chiunque si oppone a me è «oggettivamente» un nemico della classe operaia.

Ma è proprio questa la conclusione del discorso? In che modo funziona di fatto la libertà nelle democrazie liberali? Per quanto la presidenza di Bill Clinton rappresenti alla perfezione la terza via della (ex) sinistra odierna subalterna al ricatto ideologico della destra, il suo programma di riforme dell’assistenza sanitaria costituirebbe comunque, nelle condizioni di oggi, un atto fondato sul rifiuto dell’ideologia imperante del taglio della spesa pubblica: in un certo senso, Clinton avrebbe «fatto l’impossibile». Non c’è da stupirsi, quindi, che tale programma sia fallito: il suo fallimento – forse l’unico evento significativo, ancorché negativo, della presidenza di Bill Clinton – conferma una volta di più la forza materiale del concetto ideologico di «libera scelta». Sebbene la grande maggioranza della cosiddetta «gente comune» non fosse adeguatamente informata in merito al programma di riforma, la lobby medica (due volte più forte dell’infame lobby degli armamenti!) riuscì a inculcare nell’opinione pubblica l’idea fondamentale che, con l’assistenza medica universale, si sarebbe in qualche modo minacciata la libera scelta in questioni attinenti alla medicina.

A questo punto tocchiamo il centro nervoso dell’ideologia liberale: la libertà di scelta, questione di cruciale importanza nelle nostre «società del rischio» – come le definisce Ulrich Beck – in cui l’ideologia dominante tenta di «venderci» quella stessa insicurezza che è provocata dallo smantellamento dello stato sociale, spacciandola per l’opportunità di nuove libertà. Dovete cambiare lavoro ogni anno, facendo affidamento su contratti a breve termine invece che su un lavoro stabile a lungo termine? Perché non vedere in questo la liberazione dai vincoli di un lavoro fisso, la chance di reinventare continuamente la propria vita, di prendere consapevolezza di sé e di realizzare i potenziali latenti della propria personalità? Non potete più fare affidamento sui sistemi pensionistici e mutualistici tradizionali, per cui dovete scegliere una copertura integrativa e pagare di tasca vostra? Perché non percepire in questo un’ulteriore possibilità di scelta: una vita migliore adesso, o una maggiore sicurezza a lungo termine? E se vivete con angoscia un frangente del genere, l’ideologo post-moderno o della «seconda modernità» vi accuserà immediatamente di essere incapace di assumere la libertà completa, di «rifuggire dalla libertà», in un’immatura adesione alle vecchie forme di stabilità. Meglio ancora, se questo si iscrive nell’ ideologia del soggetto inteso come individualità psicologica, gravida di capacità e tendenze naturali, ciascuno interpreterà automaticamente tutti questi mutamenti come risultati della propria personalità, e non come conseguenza del fatto di essere sballottato come un fuscello dalle forze del mercato.

Fenomeni come questi rendono più che mai necessario oggi riaffermare la contrapposizione fra libertà «formale» e libertà «reale», in un senso nuovo e più preciso. Consideriamo la situazione dei paesi dell’Est europeo intorno al 1990, quando il socialismo reale stava crollando. All’improvviso, la gente si è trovata catapultata in una situazione di «libertà di scelta politica»senza che le venisse posta la domanda fondamentale: quale tipo di nuovo ordine desiderava realmente? Prima le si disse che stava entrando nella terra promessa della libertà politica; subito dopo, la si informò del fatto che questa libertà comportava privatizzazioni selvagge, lo smantellamento della sicurezza sociale, ecc. ecc.. La gente ha ancora libertà di scelta, se vuole, può tirarsi indietro; ma no, i nostri eroici concittadini dell’Est europeo non volevano deludere i loro maestri occidentali, e quindi hanno perseverato stoicamente nella scelta che non avevano mai compiuto, convincendosi che era loro dovere comportarsi da soggetti maturi, consapevoli che la libertà ha il suo prezzo …

A questo punto si dovrebbe rischiare di reintrodurre la contrapposizione leninista tra libertà «formale» e libertà «reale»: il nocciolo di verità nella caustica replica di Lenin ai suoi critici menscevichi è che la scelta veramente libera è una scelta in cui io non mi limito a scegliere tra due o più alternative all’interno di un insieme prestabilito di coordinate, ma scelgo invece di modificare quell’insieme stesso di coordinate. L’intoppo nella «transizione» dal socialismo reale al capitalismo è stato che la gente non ha mai avuto la possibilità di scegliere l’ad quem di tale transizione: all’improvviso si è vista catapultata (alla lettera) in una situazione nuova, in cui si trovava di fronte ad un nuovo insieme di scelte prestabilite (puro liberalismo, nazionalismo conservatore ….).
È questo il senso delle ossessive tirate di Lenin contro la libertà «formale», in questo consiste il loro «nocciolo razionale» che vale la pena di salvare ancora oggi. Quando Lenin sottolinea che la democrazia «pura» non esiste, che noi dovremmo sempre chiederci a chi giova la libertà specifica presa in considerazione, qual è il suo ruolo nella lotta di classe, Lenin mira per l’appunto a salvaguardare la possibilità di una vera scelta radicale. In questo consiste, in ultima analisi, la distinzione tra libertà «formale» e libertà «reale»: la libertà «formale» è la libertà di scelta all’interno delle coordinate dei rapporti di potere esistenti, mentre la libertà «reale» designa un intervento che mina alle basi queste stesse coordinate. In sintesi, Lenin non intende limitare la libertà di scelta, bensì conservare la scelta fondamentale. Quando si domanda quale sia il ruolo di una libertà all’interno della lotta di classe, quello che ci chiede è per l’appunto questo: questa libertà contribuisce alla scelta rivoluzionaria fondamentale, oppure la limita?

Lo spettacolo televisivo più popolare degli ultimi anni in Francia, con indici di ascolto altissimi, che hanno addirittura doppiato il successo dei reality shows tipo Il Grande Fratello, è stato C’est mon choix su France 3. Si tratta di un talk show che ospita ogni volta una persona che ha effettuato una scelta particolare, determinante per tutta la sua vita: uno che ha deciso di non indossare mai biancheria intima, un altro che cerca continuamente di trovare un partner sessuale più adeguato per il padre e la madre, e così via. I comportamenti stravaganti sono ammessi, addirittura incoraggiati, ma con l’esclusione esplicita delle scelte che possono disturbare il pubblico : ad esempio, una persona che scelga di essere e agire da razzista è esclusa a priori. Non si può immaginare un esempio più calzante di quello che la «libertà di scelta» rappresenta realmente nelle nostre società liberali.

Possiamo continuare ad effettuare le nostre piccole scelte, a «reinventare noi stessi» compiutamente, a patto che queste scelte non incidano veramente sull’equilibrio sociale e ideologico generale. Per fare una cosa davvero di sinistra, C’est mon choix avrebbe dovuto concentrarsi per l’appunto sulle scelte «spiazzanti»: invitare come ospiti persone che fossero razzisti impegnati, cioè persone la cui scelta incide veramente, fa la differenza. È anche questo il motivo per cui, oggi come oggi, la «democrazia» è sempre più un falso problema, un concetto talmente screditato dal suo uso prevalente che, forse, si dovrebbe correre il rischio di abbandonarlo al nemico. Dove, come, da chi sono effettuate le decisioni chiave riguardanti i problemi sociali globali? Avvengono nello spazio pubblico, con la partecipazione impegnata della maggioranza? In caso di risposta affermativa, è di secondaria importanza vivere in uno stato a partito unico, o altro. In caso di risposta negativa, è di secondaria importanza che si viva in un sistema di democrazia parlamentare e di libertà delle scelte individuali.

Quanto alla disintegrazione del socialismo di stato venti anni fa, è doveroso non dimenticare che, approssimativamente nello stesso periodo, è stato inferto un colpo durissimo anche all’ideologia dello stato sociale delle socialdemocrazie occidentali, che ha cessato anch’essa di operare come immaginario coesivo delle passioni collettive. L’idea che «l’epoca dello stato sociale è tramontata» è ormai largamente acquisita e condivisa. L’elemento comune a queste due ideologie sconfitte è il concetto che l’umanità, in quanto soggetto collettivo, ha la capacità di limitare in qualche modo lo sviluppo storico-sociale anonimo ed impersonale, di guidarlo nella direzione desiderata.

Attualmente, tale concetto viene sbrigativamente accantonato come «ideologico» e/o «totalitario»: di nuovo, si percepisce il processo sociale come dominato da un Fato anonimo, che trascende il controllo sociale. L’ascesa del capitalismo globale si presenta a noi nelle vesti del Fato, contro cui non è possibile combattere: o ci adattiamo, oppure la storia ci lascia indietro, ci travolge. L’unica cosa che si può fare è rendere il capitalismo globale quanto più umano possibile, combattere per un «capitalismo globale dal volto umano» (questo è, o piuttosto era, in ultima analisi, la terza via)
La nostra scelta politica fondamentale – essere socialdemocratico o cristiano-democratico in Germania, democratico e repubblicano negli Stati uniti, ecc. – non può non ricordarci l’imbarazzo della scelta quando chiediamo un dolcificante artificiale in un bar: l’alternativa onnipresente fra bustine rosa e bustine blu, fra sweet’n’low e dietor, e la ridicola pervicacia con cui ognuno sceglie fra le due evitando quella rosa perché contiene sostanze cancerogene o viceversa, servono semplicemente a evidenziare l’insignificanza totale dell’alternativa. E lo stesso discorso si ripete per la Coca e la Pepsi. Ancora, è un fatto ben noto che il pulsante «chiudi porte» degli ascensori è quasi sempre un placebo assolutamente inefficace, piazzato lì soltanto per dare ai singoli individui l’impressione di partecipare, di contribuire in qualche modo alla velocità del viaggio in ascensore; ma quando premiamo quel pulsante, la porta si chiude esattamente alla stessa velocità di quando ci limitiamo a premere il pulsante del piano. Questo caso estremo di falsa partecipazione è una metafora efficace della partecipazione degli individui nel processo politico della nostra società «postmoderna» …

È questo il motivo per cui, attualmente, tendiamo a evitare Lenin: non perché egli fosse un «nemico della libertà», ma piuttosto perché ci ricorda i limiti ineluttabili (imprescindibili) delle nostre libertà; non perché non ci offra una scelta, ma piuttosto perché ci ricorda il fatto che la nostra «società delle scelte» preclude qualsiasi vera scelta.

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Free Pussy Riot https://minimaetmoralia.it/cultura/free-pussy-riot/ https://minimaetmoralia.it/cultura/free-pussy-riot/#respond Mon, 23 Dec 2013 14:31:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17158 Oggi sono state rilasciate le due Pussy Riot Maria Alyokhina e Nadia Tolokonnikova. Questa è la versione integrale di un pezzo uscito sull'ultimo numero di XL la Repubblica.

Le Pussy Riot sono un collettivo punk femminista nato a Mosca nell’estate del 2011, il giorno stesso in cui è stato annunciato il ritorno di Putin. La loro arte sta in performance pubbliche di dissidenza politica, come quella del febbraio 2012 nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca che ha visto l’arresto di tre di loro e la condanna a due anni di reclusione.

La storia delle Pussy Riot accade oggi davanti ai nostri occhi. È una storia di oppressione e di rivolta, in cui l’estetica e l’attitudine punk ritornano sulla scena più contemporanee e opportune che mai a manifestare la diversità dal comune obbedire, il desiderio politico e sentimentale di cambiare lo stato delle cose malgrado l’evidente distanza tra un manipolo di ventenni femministe che cantano coi passamontagna colorati in testa e la Russia ingombrante, millenaria, devota a Putin e a Dio, profondamente sessista, ferma nella propria evoluzione da qualche parte nell’ottocento. Come faranno le nostre Pussy Riot a vincere?

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Oggi sono state rilasciate le due Pussy Riot Maria Alyokhina e Nadia Tolokonnikova. Questa è la versione integrale di un pezzo uscito sull’ultimo numero di XL la Repubblica.

Le Pussy Riot sono un collettivo punk femminista nato a Mosca nell’estate del 2011, il giorno stesso in cui è stato annunciato il ritorno di Putin. La loro arte sta in performance pubbliche di dissidenza politica, come quella del febbraio 2012 nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca che ha visto l’arresto di tre di loro e la condanna a due anni di reclusione.

La storia delle Pussy Riot accade oggi davanti ai nostri occhi. È una storia di oppressione e di rivolta, in cui l’estetica e l’attitudine punk ritornano sulla scena più contemporanee e opportune che mai a manifestare la diversità dal comune obbedire, il desiderio politico e sentimentale di cambiare lo stato delle cose malgrado l’evidente distanza tra un manipolo di ventenni femministe che cantano coi passamontagna colorati in testa e la Russia ingombrante, millenaria, devota a Putin e a Dio, profondamente sessista, ferma nella propria evoluzione da qualche parte nell’ottocento. Come faranno le nostre Pussy Riot a vincere?

Le armi di cui dispongono sono la trasversalissima femminilità contemporanea (che è femminista ma è anche gay e queer e ha nella diversità la propria forza) e un certo modo di essere eroine (e supereroine) che si direbbe appartenere più a romanzi, cinema e fumetti che alla vita vera. A definire le Pussy Riot sono poi il punk, l’attivismo politico, la religione (meglio, l’opporsi a un certo modo di pensare e di praticare la religione), la parola riot, che è al tempo stesso rivolta ma anche dissenso. Ed è un dissenso costruttivo il loro, è volontà e urgenza. Quel riot loro lo portano con eleganza, sfrontatezza e coraggio. Come i passamontagna che hanno in testa e i vestiti coloratissimi con cui hanno trovato un modo tutto loro per non restare invisibili, per rendersi riconoscibili anche in mezzo a una folla di milioni, per esprimere positività malgrado la cattività del contesto geopolitico in cui si muovono.

Avessi vent’anni andrei in Russia e diventerei una Pussy Riot. Me lo dico uscendo da un cinema di New York dopo avere visto il documentario di Mike Lerner e Maxim Pozdorovkin Pussy Riot: A Punk Prayer (dal 12 dicembre nelle sale italiane distribuito da I Wonder e in dvd per Feltrinelli Real Cinema, mentre il 25 febbraio uscirà in America per Riverhead Trade il bel libro-reportage della giornalista Masha Gessen Words Will Break Cement: The Passion of Pussy Riot). All’anteprima americana del film c’era Patti Smith che pochi giorni dopo, a un concerto organizzato per festeggiare e ricordare Federico García Lorca, poeta spagnolo ucciso dai franchisti nel 1936, dirà: “La distanza tra García Lorca e le Pussy Riot o i giovani che manifestano a Istanbul non è tanta. Dobbiamo difendere il diritto alla parola perché è l’unico diritto che ci hanno lasciato”. Così Patti Smith, che se avesse vent’anni e vivesse in Russia sarebbe anche lei una Pussy Riot.

Del documentario sulle Pussy Riot di Lerner e Pozdorovkin va detto che è un film bellissimo, è pieno di storia e informazione, e tutti dovrebbero vederlo. Lo vedi e ti accorgi di quanto poco pop e molto politica sia la storia delle Pussy Riot. Lo vedi e capisci che la Russia non è affatto come te la immagini, che lì il femminismo non è ancora datato né anacronistico, che il punk ha ancora un’urgenza, un’attualità e una giovinezza tutte sue. Lo vedi e rimani inchiodato a una frase di Majakowskij citata in esergo che dice: “L’arte non è uno specchio per riflettere il mondo, ma un martello per forgiarlo”. Poi mi viene in mente un titolo di un reportage sulle Pussy Riot fatto dal settimanale francese les Inrocks. Diceva: “Poutine reveille le punk”, Putin risveglia il punk. Quasi gli siamo grati che l’abbia risvegliato.

Ma il punk non è tutto la stessa cosa. La distanza tra Pussy Riot e Sex Pistols, per esempio, la spiega benissimo Alessandra Cristofari in un breve documentatissimo saggio-reportage pubblicato lo scorso gennaio (Free Pussy Riot! Viaggio nella Russia di Putin, Editori Internazionali Riuniti, pagg. 108, 8,50 euro). In un primo momento sembra avvicinare tra le loro le due band, citando Johnny Rotten, leader della band inglese che il giorno della celebrazione del Giubileo d’Argento della Regina Elisabetta salì su una barca sul Tamigi (affittata dal manager) per cantare God Save the Queen in direzione di Westmister. Dice Rotten: “Non si scrive una canzone come God Save the Queen perché si odiano gli inglesi. Si scrive una canzone come questa perché si amano e si è stanchi di vederli maltrattati”. Subito dopo però fa parlare una delle Pussy Riot che senza girarci intorno in un’intervista rilasciata al St. Petersburg Times nel febbraio 2012 prende le dovute distanze dalla band inglese, alza la posta e dice: “È difficile riconoscere un reale elemento di protesta se si esegue la protesta su una barca che è stata presa regolarmente in affitto; al massimo si tratta di una performance commerciale. Non c’è nessuna affinità con noi perché noi non abbiamo mai affittato niente e non abbiamo intenzione di farlo, noi utilizziamo gli spazi che non ci appartengono e li utilizziamo gratis”.

“Cosa sono le Pussy Riot? Un gruppo punk femminista”. Mentre lo dice Nadia (Nadežda Tolokonniková, nata nel 1989, madre di una bambina, tra le fondatrici delle Pussy Riot, arrestata nel febbraio 2012 e condannata a due anni di detenzione, recentemente trasferita in una colonia penale in Siberia) guarda in camera da dietro le sbarre della cella da cui assiste al proprio processo. Dice questo, e dice anche che il loro è solo uno dei tanti gruppi punk femministi che dovrebbero esserci in Russia. I tanti gruppi punk femministi però in Russia non ci sono. E la misura dell’assenza di democrazia in Russia viene data dal fatto che le Pussy Riot siano un caso unico nella Russia di Putin. Nell’agosto del 2012 Madonna ha chiuso la tournée in Russia con un passamontagna in testa e la scritta Pussy Riot sulla schiena. Milioni di ragazzine russe l’hanno vista schierarsi apertamente con le Pussy Riot e ignorare gli insulti dell’assai poco elegante vicepremier russo Dmitry Rogozin (in un tweet ha commentato: “Tutte le ex prostitute tendono a dare in giro lezioni di morale quando invecchiano”).

Insieme a Madonna e a Patti Smith hanno manifestato la propria solidarietà alle Pussy Riot Sting, gli U2, Yoko Ono, Adele, Elton John, Bryan Adams, Courtney Love, i Radiohead, Bruce Springsteen, i Coldplay, gli Arcade Fire, Paul McCartney, i Portishead, Bjork, Cat Power, il filosofo Slavoj Žižek (l’interessante e appassionato scambio epistolare tra il filosofo e Nadia è stato recentemente pubblicato da Micromega). Peaches ha fatto una canzone che si chiama Free Pussy Riot e ci ha girato un video. Non si ha però notizia di altri collettivi di ragazze russe che come le Pussy Riot si siano messe a fare punk politico. In un’intervista rilasciata pochi giorni prima della performance nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, un giornalista americano ha chiesto: “Le Pussy Riot cercano nuovi membri?” Una di loro ha risposto: “Lei conosce qualcuno che voglia venire a Mosca, fare concerti illegalmente, e aiutarci a combattere Putin e gli sciovinisti russi?”

Al processo, chiamata a difendersi, Masha (Maria Alëchina, nata nel 1988, anche lei madre di un bambino, anche lei Pussy Riot, anche lei arrestata e condannata a due anni di detenzione) dice che è la sete di libertà a renderci un po’ più liberi. Al processo Nadia dice: “Anche se fisicamente siamo qui, ci sentiamo più libere di tutti coloro che siedono di fronte a noi, dalla parte dell’accusa. Possiamo dire ciò che vogliamo e diciamo ciò che vogliamo. L’accusa può dire solo ciò che è permesso dalla censura politica. Non possono dire preghiera punk, o Maria Vergine, liberaci da Putin”. C’è un piccolo libro pubblicato l’anno scorso in Italia che raccoglie i testi (canzoni, lettere, atti processuali) delle Pussy Riot. Il libro si chiama Pussy Riot. Una preghiera punk per la libertà (Il saggiatore, pagg. 144, 12 euro) e dentro c’è una lettera dal carcere di Masha che dice: “Io e la mia unica compagna di cella, Nina, dormiamo vestite su brande di metallo. Lei dorme in pelliccia, io con un cappotto. In cella fa così freddo che abbiamo il naso arrossato e i piedi gelati, ma non è permesso infilarsi sotto le coperte fino al suono della campanella notturna. Le crepe negli infissi sono tappate con assorbenti igienici e pezzi di pane”.

Della sua permanenza in galera Nadia dice che se hai la salute va anche bene. Che lì hai sempre il tuo cervello, la coscienza e l’anima. Che fintanto che pensi non è il posto peggiore dove stare. A un certo punto del film, fuori da una chiesa russa ortodossa, ci sono degli strani ortodossi dal look heavy metal che manifestano contro le Pussy Riot. Sono esclusivamente uomini, di una certa età, sulle magliette hanno stampato teschi e la scritta ORTODOSSIA O MORTE, alla telecamera che li riprende dicono che se non sei ortodosso muori. Li guardi e pensi che in effetti la galera di Nadia non è il posto peggiore dove stare.

Le ragioni per cui hanno arrestato Masha, Nadia e Katia (Yekaterina Samucevič, 1981, l’unica delle tre a essere liberata, fuori dal carcere continua a essere una Pussy Riot) sono l’avere violato le regole della chiesa russa ortodossa indossando vestiti inappropriati. Portare “maschere provocatorie con gli occhi tagliati” (sarebbero i passamontagna) è violare le regole della chiesa russa ortodossa. Portare la calzamaglia gialla è violare le regole della chiesa russa ortodossa. Più ufficialmente, con la performance del febbraio 2012 dentro la cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca hanno violato l’articolo 213.2 del codice penale russo, ovvero hanno turbato l’ordine sociale con un atto di teppismo che mostra mancanza di rispetto per la società ed è motivato da odio o ostilità religiosa. L’atto di teppismo sono quaranta secondi di performance non violenta che ha visto cinque Pussy Riot dentro la cattedrale cantare e ballare con i passamontagna e i vestiti colorati. Dice Nadia in una lettera dal carcere: “Se duemila anni fa fosse esistito l’articolo 213, Gesù sarebbe stato accusato di teppismo”. La canzone che hanno cantato si chiama Maria Vergine, liberaci da Putin (preghiera punk). L’hanno cantata sull’altare perché l’altare è un luogo vietato alle donne. Il loro era un gesto femminista. La canzone dice: Maria Vergine, Madre di Dio, diventa femminista, diventa femminista, diventa femminista. E poi dice: Maria, Madre di Dio, protesta al nostro fianco. E alla fine: Maria Vergine, Madre di Dio, liberaci da Putin, liberaci da Putin, liberaci da Putin.

Quando le viene chiesto perché tra tanti posti hanno scelto proprio la cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, Nadia risponde: “È simbolo dell’unione tra Chiesa e Stato che non dovrebbe esserci”. Nel settembre del 2012 il settimanale tedesco Der Spiegel le ha chiesto se si è pentita. E lei: “No, non mi pento di niente. Se hai paura dei lupi, dovresti evitare le foreste”.

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La sinistra non ha bisogno di un leader ma di un popolo https://minimaetmoralia.it/interventi/la-sinistra-non-ha-bisogno-di-un-leader-ma-di-un-popolo/ https://minimaetmoralia.it/interventi/la-sinistra-non-ha-bisogno-di-un-leader-ma-di-un-popolo/#comments Fri, 10 May 2013 20:22:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14319 di Christian Raimo E così si terranno a Roma, in pratica in contemporanea, due incontri annunciati come decisivi – almeno a breve termine – per la politica di sinistra in Italia. Da una parte l’assemblea nazionale del Pd che dovrebbe trovare un bandolo nella matassa di fili elettrici con quale ha rischiato di rimanere fulminata […]

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di Christian Raimo

E così si terranno a Roma, in pratica in contemporanea, due incontri annunciati come decisivi – almeno a breve termine – per la politica di sinistra in Italia. Da una parte l’assemblea nazionale del Pd che dovrebbe trovare un bandolo nella matassa di fili elettrici con quale ha rischiato di rimanere fulminata negli ultimi due mesi (un percorso di seppuku composto da elezioni nonvinte – débâcle Marini-Prodi – governo di larghe intese) e la prima uscita di quel cantiere di cui un Vendola, orfano dell’alleanza col Pd, ha invocato la necessità, battezzandolo “La cosa giusta”.

C’è per fortuna un certo strano fermento a sinistra, soprattutto tra quei milioni di persone che hanno pensato, come dire, di votare per un programma di cambiamento e si ritrovano con Capezzone e La Russa alleati di governo: c’era quasi da sperare in una sconfitta. È vero che questo fermento alle volte sembra un tremolio di un agonizzante tenuto in vita dai farmaci, ma per altri versi è vero che non si può non rendere merito a quel minimo ottimismo della volontà che porta persone quali Stefano Rodotà, per esempio, o Fabrizio Barca, o Pippo Civati o Walter Tocci o Laura Puppato o varie teste pensanti di Sel, in queste settimane, a tenere il punto sulla possibilità di uno schieramento alternativo a questo Pd diventato senza colpo ferire quell’idea di partito dove all’improvviso un Francesco Boccia è un portavoce rappresentativo.

Vari di questi ottimisti li ho incontrati qualche giorno fa alla sede della casa editrice Laterza, che aveva organizzato (come spesso e meritoriamente fa) un seminario a partire dal famoso documento di Barca, Un partito nuovo per il buon governo, e dal libro di Pietro Ignazi, Forza senza legittimità, ispiratore ideale a detta di Barca di quello stesso documento. È stata una discussione lunga (ore 17-20) articolata, interessante. Si sono di fatto condivise molte delle analisi di Barca che ha trovato in questa formula – “partito palestra” – la concezione di un partito non autoreferenziale (spaccato tra correnti etc…), non parassitario nei confronti della macchina statale (anzi addirittura “sfidante”) e capace di fare tesoro della vitalità della politica dal basso (dal terzo settore a gli amministratori locali…).

La formula sintetica per questa trasformazione Barca l’ha definita più volte nel corso del suo intervento “mobilitazione cognitiva”, termine che nel suo documento spiega così: «La mobilitazione cognitiva come superamento della tensione fra tecnocrazia e democrazia. La mobilitazione cognitiva, realizzata sulla base dei convincimenti generali che caratterizzano la “cultura” del partito, si articola in due fasi. Consiste prima di tutto nel raccogliere, confrontare, selezionare, aggregare e talora produrre conoscenza sul “che fare” dell’azione di governo attraverso un confronto pubblico, informato, acceso, aperto e ragionevole, nei luoghi del territorio, fra iscritti, simpatizzanti e “altri” singoli o membri di associazioni, genuinamente indipendenti».

L’idea di politica che si evidenzia dal documento di Barca, come dalla sua introduzione al seminario Laterza, è quella di trovare finalmente un metodo per poter rinnovare un processo democratico interrotto, per affrontare insomma insieme la questione della governance e quella del deficit di rappresentanza. E quest’ultima ben ce la abbiamo presente come piaga assoluta della vita politica italiana della Seconda Repubblica, dominata da partiti azienda, governi tecnici, leaderismi, leggi elettorali emetiche. In questo senso le parole di Barca sembrano convincenti. Lo sono, anzi. Ma – come lui stesso lamentava – lo sembrano e lo sono nel metodo, meno nel merito. E questo per due ragioni che provo a spiegare. La prima è che accanto alla gigantesca questione del deficit di rappresentanza, c’è un’altra ineludibile questione politica, che è quella del deficit di uguaglianza. O meglio della mancata percezione di questo deficit. In modo per me incredibile da anni chi fa politica a sinistra non coglie più l’uguaglianza come un valore prioritario, imprescindibile, e al tempo stesso non sa riconoscere le sperequazioni sociali.

Quella grande immagine evocata da Marx nel Manifesto del partito comunista di una storia dominata dalla polarità tra oppressori e oppressi, oggi sembra un mosaico antico da non spolverare se non in qualche occasione nostalgica, un testo storico da interpretare assolutamente inutilizzato come chiave del presente. La differenza tra classi, pare, non sia più un problema perché non viene percepita. E se non c’è coscienza di classe, figuriamoci come possiamo pensare che ci sia lotta, conflitto, in nome di un principio di uguaglianza.
Questa parola “uguaglianza” ricorre solo una volta e mezzo nel documento di Barca, alla fine – nelle chiose – come a chiarire in cauda che è vero sì tutta questa necessità di trasformazione della struttura del partito certo va urgentemente compiuta proprio perché la crisi ha accentuato le disuguaglianze, ma che questa constatazione non è vissuta con l’urgenza di chi sta dalla parte delle vittime, evidentemente.

La sensazione di una disuguaglianza di classe feroce invece è schiacciante per chiunque viva in Italia, mistificata nel frame di asimmetrie (la questione generazionale, casta contro cittadini, precari contro tutelati, centro contro periferia, Nord/Sud…) che nascondono (mimano al massimo) la questione di analisi di classe e la rendono in definitiva assente.
[Faccio un esempio magari demenziale, ma a me utile: quando voglio capire dov’è questa benedetta linea che separa una classe dall’altra, la penso così: c’è una parte di italiani che va dal dentista e una parte che non può permetterselo: guardo le persone che mi stanno intorno e capisco con chi ho a che fare].

E soprattutto questa opacizzazione, questa sparizione della rappresentazione della società come divisa in classi, se ci pensiamo, è il vero “discorso di destra”: tanto per il berlusconismo che pensa l’Italia fondamentalmente come una società che si regge sul collante dell’abusivismo, di un reaganismo in formato paesanissimo, tanto per il grillismo. Anche Grillo, notiamolo, non può fare a meno di riconoscere un mondo diviso davanti ai suoi occhi, ma avendo buttato a mare qualunque capacità di analisi marxista, evoca come soluzione un feticcio del valore dell’uguaglianza: quell’uno vale uno, che sembra uno slogan orwelliano uscito male. Eppure quanta cattiva efficacia.

Del resto che il Movimento Cinque Stelle abbia incarnato in questo passaggio, consapevolmente o meno, la sordina alla rivolta sociale, è un’idea che hanno espresso in maniera articolata e persuasiva i Wu Ming un paio di mesi orsono (leggi). A rileggerlo alla luce della situazione non immediatamente post-elettorale, quel post sembra una profezia avveratasi troppo in fretta e troppo bene. (Debitore dell’analisi di Wu Ming l’altra sera alla Laterza era anche il senatore della sinistra Pd Tocci, che malinconicamente alzava le braccia, come avvinto malgré soi dal pessimismo della ragione). È così insomma per raggranellare il consenso di un quarto del Paese, il Movimento Cinque Stelle si è inventato questi due feticci: quell’uno-vale-uno come feticcio che evoca l’uguaglianza, e la Rete (con le sue parlamentarie e le sue quirinarie) come feticcio che evoca la rappresentanza. Il risultato è che oggi di queste due questioni politiche urgentissime ne abbiamo delle versioni parodiche.

In più in Italia è avvenuto un altro processo, innavertito e singolare. Ci pensavo qualche giorno fa leggendo un anomalissimo articolo di Žižek (uscito in inglese sul New Statesman, tradotto in italiano da Internazionale, consultabile qui: http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2013/4/18/32814-il-semplice-coraggio-della-scelta-un-tributo-da-sinistra/). Il filosofo sloveno faceva un paradossale peana alla Thatcher perché aveva saputo incarnare le doti di un Comandante: «Dopo che gli specialisti (economisti ed esperti militari, psicologi, meteorologi) propongono le loro analisi, qualcuno deve assumersi la responsabilità più semplice e proprio per questa ragione più difficile, quella di convertire questa complessa moltitudine in un semplice sì o no». Abbozzando un bilancio della stagioni di movimenti del 2011-12 (dalle primavere arabe a Occupy), Žižek finiva con l’invocare – dopo questi mesi di rivoluzioni, partecipazione dal basso, democrazia diretta – «l’avvento di una Thatcher della sinistra: un leader che ripeta i comportamenti della Thatcher nella direzione opposta, trasformando l’intero campo di presupposti condivisi dall’elite politica odierna di tutti i principali orientamenti». Non capisco se è un mito che ho poco adorato, ma sotto mentite spoglie ecco riemergere l’ennesima versione di un partito leninista ancora più ristretto. Perché, mi chiedevo, Žižek dopo essere stato uno dei teorici di riferimento di questi anni di rivoluzioni e mobilitazioni adesso chiede questo redde rationem? Cosa solo spinge a quest’accelerazione autoritaria?

Una domanda simile me la facevo l’altro giorno leggendo del dibattito interno al Pd, perché un simile anelito mi sembrava sia oggi espresso da molti: la mania che si trovi il prima possibile una leadership convincente. Qualunque, pure Letta e il suo governo acchiappachiunque, pure Renzi con le sue comparsate da Maria De Filippi, pure Renzi più giovani turchi, pure Barca in connessione chimerica con Renzi, o Barca da solo… Santo cielo, è un desiderio rispettabile certo, verrebbe da dire se si fosse d’accordo con Žižek, ma se almeno in Italia ci fosse stata una rivoluzione. Però: se persino i referendum sull’acqua e il nucleare pare abbiano avuto la gloria effimera di una hit dell’estate per una parte consistente (tutta? quasi tutta?) della sinistra parlamentare, se le persino quel pallido tentativo di partecipazione democratica delle primarie ha rappresentato un rito del tutto sterile, perché oggi dobbiamo evocare una leadership? Che cosa dovrebbe canalizzare questa leadership? Il vuoto?

Questo che chiamerei “leninismo senza rivoluzione” oscura a sua volta due dei problemi decisivi che rimangono irrisolti per un partito di sinistra che voglia avere un futuro…

Continua a leggere su Linkiesta.

[L’immagine d’apertura è di Gabriele Frongia, che ringraziamo per la disponibilità]

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Il voto e i figli di Grillo https://minimaetmoralia.it/politica/il-voto-e-i-figli-di-grillo/ https://minimaetmoralia.it/politica/il-voto-e-i-figli-di-grillo/#comments Fri, 22 Mar 2013 16:21:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13704 (Fonte immagine: ALPOZZI/INFOPHOTO.)

di Cesare Buquicchio

Le analisi sul voto del 24 e 25 febbraio in molti casi sono sorprendenti in modo inversamente proporzionale alla sorpresa degli stessi commentatori rispetto al risultato uscito dalle urne. Più i commentatori sono stati spiazzati da Grillo, più hanno cominciato a macinare triti luoghi comuni sulle dinamiche politiche del web, sul livello alto e/o basso di molte discussioni on line, sulla contrapposizione tra partito liquido e partito 'radicato', sulla necessità di apparati comunicativi efficaci in luogo di programmi affidabili e/o appetibili, ecc... Discorsi che, con alcune brillanti eccezioni, appaiono riedizioni di precedenti riflessioni e/o riadattamenti di analisi buone per (quasi) tutte le stagioni.

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(Fonte immagine: ALPOZZI/INFOPHOTO.)

di Cesare Buquicchio

Le analisi sul voto del 24 e 25 febbraio in molti casi sono sorprendenti in modo inversamente proporzionale alla sorpresa degli stessi commentatori rispetto al risultato uscito dalle urne. Più i commentatori sono stati spiazzati da Grillo, più hanno cominciato a macinare triti luoghi comuni sulle dinamiche politiche del web, sul livello alto e/o basso di molte discussioni on line, sulla contrapposizione tra partito liquido e partito ‘radicato’, sulla necessità di apparati comunicativi efficaci in luogo di programmi affidabili e/o appetibili, ecc… Discorsi che, con alcune brillanti eccezioni, appaiono riedizioni di precedenti riflessioni e/o riadattamenti di analisi buone per (quasi) tutte le stagioni.

Non originalissima, ma degna di nota (forse solo per le inclinazioni di chi scrive) è quella dello psicoanalista Massimo Recalcati centrata intorno al tema della trasmissione della eredità, del conflitto edipico padre-figlio, della idiosincrasia di molte delle figure politiche di spicco italiane (Grillo compreso) verso l’idea della serietà, della responsabilità, del passaggio di testimone collaborativo e virtuoso dalla propria generazione alla generazione successiva.

Come si veste Grillo

Una lettura della politica, e soprattutto delle difficoltà della sinistra non solo italiana, attraverso le lenti di Freud e dell’Edipo da lui codificato e di quelle di Lacan e della necessaria, indispensabile, tensione tra legge e desiderio. Esercizio che riprende molto dell’apparato concettuale che, l’altro lacaniano, Slavoj Žižek, sta applicando in modo geniale e rivelatore da oltre un ventennio alla cultura e alla politica di tutto l’occidente.

“Ma che padre è quello che si manifesta attraverso l’insulto? – scrive Recalcati a proposito di Grillo -. Si tratta di un padre che non ricalca più in alcun modo il modello edipico del Padre come simbolo della Legge. Si tratta di un padre-adolescente, di un padre-ragazzo, che parla, si esprime e si veste come fanno ì suoi figli. Si tratta di un padre che rivela sintomaticamente quella alterazione profonda della differenza generazionale che è una grande tema, anche psicopatologico, del nostro tempo. Nondimeno questo padre che si maschera con gli abiti dei figli è un padre che non vuole rinunciare ad esercitare il suo diritto assoluto di proprietà sui suoi figli. Si provi a mettere questo padre di fronte alla critica o al dissenso e si vedrà in che cosa consiste la sua pasta. Dietro ogni leader totalitario che reclamala democrazia si cela una insofferenza congenita verso il tempo lungo della mediazione che la pratica della democrazia impone”.

La stessa “sintomatologia” si poteva rintracciare in passate infatuazioni elettorali per il Berlusconi-Dorian Gray, l’eterno 35enne, ineluttabilmente giovane e in cerca di ragazze da rimorchiare. O nel goffo Monti degli wow e delle faccette su Twitter. Così goffo da far colpo, alla fine dei conti, solo su Casini, Fini e pochi altri.

Bersani e la paranoia

Diverso e più difficile da inquadrare in questi schemi il percorso di Bersani. Si potrebbe anche qui forzare un po’ sulla lettura lacaniana e incasellare tutto nei tre registri del reale (Bersani), dell’immaginario (Berlusconi) e del simbolico (Grillo). Non è un caso che il leader Pd abbia scelto il piano del realismo (tra gli intellettuali a lui vicini c’è il filosofo Maurizio Ferraris teorico del ‘nuovo realismo’), il ‘non raccontar favole’ (stilema decisamente discutibile per chi conosce il valore morale e culturale di raccontare favole in una campagna elettorale in cui promesse e ammiccamenti all’elettorato sono elementi costitutivi, il tono basso e senza eccessi verbali, il concedersi poco al chiacchiericcio televisivo. Insomma, tutto all’apparenza corretto, tutto meditato e serio, tutto teso a marcare una discontinuità con i più deteriori tic politici… E invece?

Lacan risponderebbe che il reale senza elaborazione simbolica è pura paranoia, ma qui stiamo davvero mistificando. I dirigenti democratici affermano, come sempre, che sono gli italiani a non aver capito il messaggio ‘giusto’ come l’Italia ‘giusta’ che Bersani aveva in serbo per loro. E qui, di fronte a questi consueti eccessi pedagogici e tautologici andrebbe scomodata la illuminante indagine sulla “umiltà del male” firmata dal sociologo barese Franco Cassano. Chissà se prima di scegliere quello slogan e quel profilo elettorale i dirigenti democratici avevano letto le parole di colui che era pur sempre stato scelto come loro capolista in Puglia: proprio il professor Cassano.

“Nella partita contro il bene, il male parte sempre in vantaggio grazie all’antica confidenza con la fragilità dell’uomo. Chi vuole annullare quel vantaggio deve riconoscersi in quella debolezza, invece di presidiare cattedre morali sempre più inascoltate. Senza un’élite competente e coraggiosa la politica muore. Ma questa spinta morale deve sapersi confrontare con la maggioranza degli uomini, misurarsi con la loro imperfezione, deve diventare politica. Come dimostra la figura del Grande Inquisitore, il male è un lucido conoscitore degli uomini e fonda il suo regno sulla capacità di coltivarne le debolezze. E sa adattarsi ai tempi, perché ha imparato a cambiare spalla alle sue armi: una volta esaltava la sottomissione, oggi offre con successo e su tutti i canali dosi crescenti di volgarità ed esibizionismo. Se vogliono far crollare questo potere, i migliori devono smettere di specchiarsi nella loro perfezione. Da sempre i Grandi Inquisitori usano questo sentimento di superiorità per isolarli da tutti gli altri, per ridicolizzarne l’esempio e renderli innocui. Chi spera negli uomini deve inoltrarsi nella zona grigia dove abita la grande maggioranza di essi, e combattere lì, in questo territorio incerto, le strategie del male” si legge nel volume edito da Laterza.

Difficile non associare a queste immagini contrapposte la storia degli ultimi 20 anni e, in sedicesimo, la sfida dell’ultima campagna elettorale. Tra una inverosimile promessa di restituire l’Imu e una altrettanto inverosimile aspettativa di cancellare di colpo l’evasione fiscale in un Paese così malato di allergia alle tasse. Da una parte le evidenti debolezze pubbliche e private di Berlusconi e, dall’altra, la presunta e ostentata superiorità morale delle schiere di antiberslusconiani militanti da salotto. Una corsa al ribasso che in questi anni ha sacrificato ogni sfumatura e qualsiasi piacere dell’analisi e della complessità culturale e politica, ha impedito ogni dialogo e confronto tra le diverse Italie. Un retaggio i cui danni forse solo ora stiamo iniziando a percepire. E di cui, anche i successi grillini, sono figli.

Comunicare o essere?

Ma al netto di slogan, manifesti ed eccessi didattici e didascalici, non è quello della comunicazione il rimprovero che si può rivolgere al Bersani degli ultimi mesi. Certo, si potrebbe ragionare (al netto della bontà dei suoi contenuti) sulla idiosincrasia del politico di Bettola verso il discorso assertivo e la sua predilezione per frasi e atteggiamenti che ruotano intorno alla negazione: “Siamo contro le diseguaglianze”, “Non vogliamo aumentare le tasse, ma chi ha di più non può tirarsi indietro”, “Un’ora di lavoro precario non può costare meno di un’ora di lavoro stabile”, ecc… (pregevole, in proposito, l’analisi fatta anni or sono dal collettivo letterario Wu Ming. O, altrettanto efficace e persino più divertente, l’immagine creata dallo scrittore Paolo Nori per descrivere espressioni e atteggiamenti di Bersani: l’uomo del “non me lo lascian fare…”).

Allo stesso modo non si può non rimproverare l’approccio troppo dimesso al discorso conclusivo della campagna elettorale fatto all’Ambra Jovinelli il 22 febbraio (tralasciamo il confronto sulla location, con la concomitante Piazza San Giovanni gremita dai Cinque Stelle…). Alla prima frase di un discorso che dovrebbe restare nella storia (se non altro personale), Bersani dice “non facciamo retorica, parliamo di sostanza” (ma non è forse il discorso conclusivo della campagna elettorale del candidato favorito a fare il premier il momento più idoneo per un po’ di retorica, rhetoriké téchne o arte del parlar bene?). Alla seconda frase del discorso che dovrebbe dare energia e motivazioni all’elettorato, smuovere gli ultimi indecisi, attrarre e convincere i delusi, Bersani, con tono sofferente, dice “ho girato per la terza volta in pochi mesi l’Italia, sono piuttosto stanco…” (il video del discorso).

Ma forse più della comunicazione, sono i limiti strategici della visione di fondo tratteggiata dal leader Pd ad aver costruito la clamorosa “non vittoria” elettorale. L’ambiguità tra una immagine di sinistra che punta tutto sul lavoro e sulle fasce deboli della popolazione e un profilo tutto teso a rassicurare i mercati e le cancellerie europee (non è un caso se la proposta del reddito di cittadinanza, storico copyright della sinistra sia apparsa sorprendentemente più credibile nella versione avanzata da Grillo). Un legame tradizionale con il ceto impiegatizio, statale e parastatale, che in questa crisi per ora è rimasto al riparo dagli smottamenti economici, reso fragile dalla continua criminalizzazione di viene considerato “benestante”. In simmetria, uno svilimento dei concetti di merito e di tensione individuale al miglioramento, che hanno demotivato chi fatica ogni giorno per far bene il proprio lavoro e per migliorare quello che ha intorno.

Infine, è difficile, immaginare come gli elettori avrebbero potuto esercitarsi nel tenere insieme la severa critica a Monti e al “rigore” dei suoi provvedimenti economici con un gioco che puntava tutte le fiches democratiche su un buon risultato del professore per far da stampella con i suoi senatori al governo Bersani.

E ora?

E ora tocca all’autocoscienza. Il Pd ha iniziato, con la riunione della direzione del 6 marzo, replicata in piccolo nell’incontro dei nuovi parlamentari dell’11 marzo, il consueto e strabondante flusso dialettico di analisi e disamine. Così ricco e variegato da contenere in sé spesso tutto e il contrario di tutto: dal dovevamo essere più a sinistra al dovevamo fare l’alleanza con Monti prima e non dopo le elezioni (strategia quest’ultima che viene già sposata con – forse prematuro – entusiasmo se si dovrà andare a votare nei prossimi mesi).

Una settimana dopo le elezioni anche al Teatro Valle Occupato si è svolta una “seduta” di analisi elettorale. Per l’occasione Christian Raimo e gli altri organizzatori l’avevano battezzata “Tribuna Politica”. Elemento interessante di questo nuovo disordinato e spesso contraddittorio flusso di parole, è stato il manifestarsi in una delle enclavi del pensiero critico e di sinistra (rispetto al Pd) di numerose dichiarazioni di voto al Movimento Cinque Stelle. “Ho votato Sel alla Camera e M5S al Senato. Per la prima volta in vita mia posso dire di aver vinto, abbiamo fermato l’armata neoliberista Pd-Monti” diceva un intellò cinquantenne in risposta ad un ragazzo che aveva appena rintracciato nel lessico grillesco pericolosi segni del populismo secondo Laclau.

“I Cinque Stelle sono sempre stati al nostro fianco contro la Tav e per i referendum sull’acqua pubblica, per me era il voto più coerente” diceva invece uno degli okkupanti del teatro. Tra loro anche un organico al Movimento Cinque Stelle, capace per un attimo di spostare il punto di vista della discussione da Grillo Beppe, di cui pur riconosceva le ambiguità, alla realtà di un movimento che da anni aggrega migliaia di persone e ne incanala sforzi e attività, dalle raccolte firme al “presidio” in piccoli e grandi consigli comunali per “osservare” il lavoro dei politici.

È sempre una questione di padri e figli

A mio avviso sta tutta qui, nella distanza e nel contrasto tra il dire (di Grillo) e il fare (dei Cinque Stelle) l’unica reale speranza per uno sbocco sensato e “adulto” dello stallo italiano. Ma guardando anche alla soffocante immanenza di Berlusconi su ogni evoluzione della destra italiana e al solo abbozzato confronto nella sinistra tra un passato mitico e un futuro che non sia solo svendita di sé stessi ai tempi che corrono, resta di fronte a noi l’ennesima riedizione della quanto mai possibile lotta tra il padre (padrone) mai affrancatosi dalla sua adolescenza e i suoi figli consapevoli del peso della responsabilità che in ogni caso (anche solo anagraficamente) finirà per gravare sulle loro spalle.

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Cosa accadrebbe se un gruppo di giovani artiste-attiviste rivoluzionarie facesse una protesta simile alle Pussy Riot in Italia? Intanto leggiamoci le loro splendide dichiarazioni conclusive al processo. https://minimaetmoralia.it/arte/cosa-accadrebbe-se-un-gruppo-di-giovani-artiste-attiviste-rivoluzionare-facesse-una-protesta-simile-alle-pussy-riot-in-italia-intanto-leggiamoci-le-loro-splendide-dichiarazioni-conclusive-al-processo/ https://minimaetmoralia.it/arte/cosa-accadrebbe-se-un-gruppo-di-giovani-artiste-attiviste-rivoluzionare-facesse-una-protesta-simile-alle-pussy-riot-in-italia-intanto-leggiamoci-le-loro-splendide-dichiarazioni-conclusive-al-processo/#comments Thu, 16 Aug 2012 09:09:21 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9022 Il processo alle Pussy Riot arriva a sentenza domani, 17 agosto. Da notizia da colonnina destra di Repubblica.it - quel mondo bizzarro dove c'è sempre un po' di body-painting per chi ne avesse bisogno - la questione di questo terzetto di giovani attiviste russe anti-Putin è diventato un caso internazionale: hanno ricevuto l'attenzione di ogni star della musica (l'ultima, Madonna, dal palco di Mosca, ma anche filosofi come Slavoj Žižek ). Qui di seguito ho tradotto in maniera sicuramente non impeccabile le loro dichiarazioni finali al processo, cosa che - ci pare - nessun giornale italiano ha fatto. [CR]

L'articolo Cosa accadrebbe se un gruppo di giovani artiste-attiviste rivoluzionarie facesse una protesta simile alle Pussy Riot in Italia? Intanto leggiamoci le loro splendide dichiarazioni conclusive al processo. proviene da Minima et Moralia.

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Il processo alle Pussy Riot arriva a sentenza domani, 17 agosto. Da notizia da colonnina destra di Repubblica.it – quel mondo bizzarro dove c’è sempre un po’ di body-painting per chi ne avesse bisogno – la questione di questo terzetto di giovani attiviste russe anti-Putin è diventato un caso internazionale: hanno ricevuto l’attenzione di ogni star della musica (l’ultima, Madonna, dal palco di Mosca, ma anche filosofi come Slavoj Žižek ). Qui di seguito ho tradotto in maniera sicuramente non impeccabile le loro dichiarazioni finali al processo, cosa che – ci pare – nessun giornale italiano ha fatto. [CR]

Yekaterina Samutsevich:

Nelle sue dichiarazioni conclusive, l’imputato dovrebbe pentirsi, rammaricarsi per i suoi atti, o enumerare le circostanze attenuanti. Nel mio caso, come nel caso delle mie compagne, questo è completamente inutile. Voglio invece esprimere alcune riflessioni su ciò che ci è successo.

Che la Cattedrale del Cristo Salvatore fosse diventata un simbolo significativo nella strategia politica delle autorità è stato chiaro a molte persone con un cervello, quando l’ex collega di Vladimir Putin nel KGB Kirill Gundyayev ha assunto un ruolo di vertice nella Chiesa ortodossa russa. Come conseguenza immediata, la Cattedrale del Cristo Salvatore ha cominciato a essere apertamente utilizzata come sfondo per le politiche delle forze di sicurezza, che sono la principale fonte di potere politico in Russia.

Perché Putin sente la necessità di sfruttare la religione ortodossa e la sua estetica? Dopo tutto, avrebbe potuto impiegare i suoi decisamente più laici strumenti del potere, come per esempio le società controllate dallo stato, o il suo minaccioso sistema di polizia, o il suo sistema giudiziario obbediente. Può darsi che le dure, fallimentari politiche del governo di Putin, l’incidente con il sottomarino Kursk, i bombardamenti di civili in pieno giorno, e altri momenti spiacevoli della sua carriera politica lo abbiano costretto a riflettere sul fatto che era giunto il momento di dare le dimissioni; o che altrimenti, i cittadini russi lo avrebbero aiutato a fare questo. A quanto pare, è stato allora che Putin ha sentito la necessità di avere delle garanzie trascendenti per la sua lunga permanenza al vertice del potere. È allora che si è reso necessario utilizzare l’estetica della religione ortodossa, un’estetica che è storicamente associata al periodo di massimo splendore della Russia imperiale, per cui il potere non proviene dalle manifestazioni terrene come dalle elezioni democratiche e dalla società civile, ma da Dio stesso.

Come ha fatto Putin a riuscire in questo? Dopo tutto, abbiamo ancora uno Stato laico, e ogni intersezione tra la sfera religiosa e quella politica dovrebbe essere trattato con severità e spirito critico dalla nostra società vigile. Giusto? Qui, a quanto pare, le autorità hanno approfittato di un certo deficit di estetica ortodossa in epoca sovietica, quando la religione ortodossa aveva un’aura di storia perduta, di qualcosa che era stato schiacciato e danneggiato dal regime totalitario sovietico, ed era quindi un’opposizione culturale. Le autorità hanno deciso di appropriarsi di questo senso della perdita e di presentare un nuovo progetto politico della Russia per ripristinare i valori spirituali perduti, un progetto che ha poco a che fare con una genuina preoccupazione per la conservazione della storia russa dell’Ortodossia e della sua cultura.

È anche abbastanza logico che la Chiesa ortodossa russa, dati i suoi legami lunghi mistici al potere, è emersa come principale attore di questo progetto nei media. È stato deciso che, a differenza dell’epoca sovietica, quando la Chiesa si oppose alla brutalità delle autorità verso la storia stessa, la Chiesa ortodossa russa di oggi dovrebbe affrontare tutte le pericolose manifestazioni della cultura di massa contemporanea con la sua capacità di pluralismo e tolleranza.

L’attuazione di questo progetto assai interessante da un punto di vista politico ha richiesto notevoli quantità di professionalità scenografiche, attrezzature video, lunghe dirette sulla televisione nazionale, numerosi sfondi per le notizie moralmente e eticamente edificanti, dove presentare i discorsi ben costruiti del Patriarca, spingendo in tal modo i fedeli a fare la scelta giusta politica in un momento difficile come quello che ha preceduto le elezioni per Putin. Inoltre, la ripresa doveva essere continua, le immagini dovevano essere scolpite nella memoria, e costantemente aggiornate, ma al tempo stesso tutto questo doveva sempre dare l’impressione di qualcosa di naturale, continuo e imprescindibile.

La nostra improvvisa apparizione musicale nella Cattedrale di Cristo Salvatore con la canzone “Madre di Dio, spazza via Putin” ha violato l’integrità dell’immagine mediatica che le autorità avevano voluto produrre e mantenere per tutto questo tempo, e ha rivelato la sua falsità. Nel nostro spettacolo abbiamo osato, senza la benedizione del Patriarca, unire l’immaginario visivo della cultura ortodossa con quella della cultura della protesta, suggerendo così che la cultura ortodossa non appartiene solo alla Chiesa ortodossa russa, al Patriarca e Putin, ma che potrebbe anche allearsi con la ribellione civile e lo spirito di protesta in Russia.

Forse lo sgradevole, enorme effetto della nostra intrusione nei media nella cattedrale è stata una sorpresa per le autorità stesse. In un primo momento, hanno cercato di presentare la nostra performance come uno scherzo tirato da atei militanti e senza cuore. Questo è stato un grave errore da parte loro, perché noi eravamo già conosciute come una band punk femminista anti-Putin, che aveva lanciato i suoi assalti nei media sui simboli principali politici del paese.

Alla fine, considerando tutte le ricadute irreversibili politiche e simboliche causate dalla nostra innocente creatività, le autorità hanno deciso di schermare il pubblico dal nostro pensiero anticonformista. Così è finita la nostra complicata avventura punk nella cattedrale di Cristo Salvatore.

Ora provo sentimenti contrastanti su questo processo. Da un lato, mi aspetto un verdetto di colpevolezza. Rispetto alla macchina giudiziaria, noi siamo nessuno, e abbiamo perso. D’altra parte, abbiamo vinto. Tutto il mondo sa ora che il procedimento penale contro di noi è stato fabbricato ad arte. Il sistema non può nascondere la natura repressiva di questo processo. Ancora una volta, il mondo vede la Russia in modo diverso dal modo in cui Putin cerca di presentarla ai suoi quotidiani incontri internazionali. Chiaramente, nessuno dei passaggi che Putin ha promesso di compiere verso l’istituzione dello Stato di diritto è stata intrapreso. E la sua affermazione che questo tribunale sarà obiettivo e esprimerà un verdetto equo è l’ennesimo inganno per tutto il paese e la comunità internazionale. Questo è tutto. Grazie.

Maria Alyokhina:

Questo processo sta avendo una grande risonanza: l’attuale governo potrà provare vergogna e imbarazzo per un lungo tempo a venire. In ogni fase ha avuto luogo una parodia della giustizia. Come si è visto, la nostra performance, che all’inizio era un piccolo gesto un po ‘assurdo, si è trasformato come una valanga in una catastrofe enorme. Ciò, ovviamente, non sarebbe accaduto in una società sana. La Russia, in quanto Stato, è da tempo simile a un organismo malato fino al midollo. E la malattia esplode quando si strofinano i suoi ascessi infiammati. In un primo momento e per lungo tempo questa malattia è stata messa a tacere in pubblico, ma alla fine si è cercato di strumentalizzarla attraverso il “dialogo”. E badate bene: questo è il tipo di dialogo di cui il nostro governo è capace. Questo processo non è solo una maschera grottesca e maligna, è il “volto” del dialogo del governo con la gente del nostro paese. Per stimolare un dibattito su un problema a livello sociale, è spesso necessario preparare le giuste condizioni – ecco un caso del genere.

È interessante come la nostra situazione sia stata spersonalizzata fin dall’inizio. Questo perché quando si parla di Putin, noi non abbiamo in mente Vladimir Vladimirovich Putin, ma il sistema-Putin che lui stesso ha creato, il potere verticistico, dove ogni controllo viene effettuato in modo puntuale da una sola persona. E questo potere è gerarchico, disinteressato, completamente disinteressato, al giudizio delle masse. E ciò che mi preoccupa più di tutto è come le idee delle generazioni più giovani non vengano prese in considerazione. Noi crediamo che l’inefficacia di questa amministrazione sia evidente da tutti i punti di vista.

E proprio qui, in questa dichiarazione conclusiva, vorrei descrivere la mia esperienza diretta del combattere questo sistema. La nostra scuola, che è dove la personalità comincia a formarsi in un contesto sociale, ignora in modo efficace tutte le particolarità del singolo. Non c’è un “approccio individuale,” nessuno studio della cultura, della filosofia, delle conoscenze di base sulla società civile. Ufficialmente, queste materie esistono, ma sono ancora insegnate in base al modello sovietico. E come risultato, vediamo l’emarginazione dell’arte contemporanea nella coscienza pubblica, una mancanza di motivazione per il pensiero filosofico, e stereotipi di genere. Il concetto dell’essere umano come cittadino viene spazzato via, relegato in un angolo lontano.

Le istituzioni educative insegnano alla gente, fin dall’infanzia, a vivere come automi. A non porre le domande cruciali coerenti con la loro età. Vengono inculcate la brutalità e l’intolleranza nei confronti di ogni diversità. A partire dall’infanzia, ci dimentichiamo la nostra libertà.

Ho esperienza personale delle cliniche psichiatriche per i minori. E posso dire con convinzione che ogni adolescente che mostra qualche segno di anticonformismo attivo può finire in un posto così. Una certa percentuale di quei bambini viene dagli orfanotrofi.

Nel nostro paese è considerato del tutto normale rinchiudere un bambino che ha cercato di fuggire da un orfanotrofio in una clinica psichiatrica. E trattarlo con sedativi molto potenti, come l’Aminazin, lo stesso che si utilizzava per sottomettere i dissidenti sovietici negli anni ’70.

Potete immaginare come questo sia particolarmente fonte di traumi, data la generale tendenza punitiva e l’assenza di una reale assistenza psicologica. Tutte le interazioni sono basate sullo sfruttamento dei sentimenti di paura dei bambini e sulla loro sottomissione forzata. E come risultato, l’aggressività aumenta esponenzialmente. Ci sono molti bambini analfabeti, ma nessuno fa alcuno sforzo per combattere questo problema; al contrario, è scoraggiato qualsiasi minimo sforzo di motivazione per lo sviluppo personale. L’individuo si chiude completamente e perde la fede in tutto il mondo.

Vorrei sottolineare che questo metodo di sviluppo personale impedisce in modo chiaro il risveglio delle libertà sia interiori che di quelle religiose, purtroppo, su scala di massa. La conseguenza del processo che ho appena descritto è quella che chiamano umiltà ontologica, esistenziale. Per me, questo processo, questa rottura è proprio significativo di come, se lo vediamo dal punto di vista della cultura cristiana, possiamo renderci conto di come i significati e i simboli vengano sostituiti da altri diametralmente opposti a loro. Così uno dei concetti più importanti del Cristianesimo, l’Umiltà, oggi è comunemente concepita non come un percorso verso la sensibilizzazione, la fortificazione, e la liberazione definitiva dell’uomo, ma al contrario come strumento per la sua riduzione in schiavitù. Per citare il filosofo russo Nikolaj Berdjaev, si potrebbe dire che “l’ontologia dell’umiltà è l’ontologia degli schiavi di Dio, e non dei figli di Dio”. Quando facevo parte di un’organizzazione del movimento ecologico, mi sono fondamentalmente convinta della priorità della libertà interiore come fondamento per agire. Così come dell’importanza, l’importanza diretta, di compiere delle azioni.

Ancora oggi trovo sorprendente che, nel nostro paese, abbiamo bisogno del sostegno di diverse migliaia di individui per porre fine al dispotismo di uno o di una manciata di burocrati. Vorrei sottolineare come il nostro processo si dimostra una conferma molto eloquente del fatto che abbiamo bisogno del sostegno di migliaia di persone provenienti da tutto il mondo per far vedere l’ovvio: che qui ci sono tre persone non colpevoli. Noi non siamo colpevoli, tutto il mondo lo dice. Il mondo intero lo dice ai concerti, il mondo intero lo dice su internet, il mondo intero lo dice sulla stampa. Lo dicono in Parlamento. Il Primo Ministro d’Inghilterra saluta il nostro presidente non parlandogli delle Olimpiadi, ma con la domanda: “Perché ci sono tre donne innocenti in carcere?”. È vergognoso.

Ma trovo ancora più sorprendente che la gente non crede che tutto questo possa avere qualche influenza sul regime. Durante i picchettaggi e dimostrazioni (in inverno e in primavera), quando ancora stavo ancora raccogliendo firme e organizzando petizioni, molte persone mi chiedevano – e me lo chiedevano con sincero stupore: perché nel mondo dovrebbero preoccuparsi per quel pezzetto di foresta nella regione di Krasnodar, anche se è forse un bosco unico in Russia, forse un bosco primordiale? Perché dovrebbero preoccuparsi se la moglie del nostro primo ministro Dmitry Medvedev vuole costruire una residenza ufficiale lì e distruggere l’unica riserva di ginepro in Russia? Queste persone. . . questa è l’ennesima conferma che la gente del nostro paese ha perso il senso che questo Paese le appartiene, appariene a noi, ai suoi cittadini. Non hanno più la percezione di se stessi come cittadini. Hanno un senso di sé semplicemente come una massa di automi. Non si sentono che la foresta appartiene a loro, nemmeno il bosco situato proprio accanto alle loro case. Dubito che anche che sentano un senso di appartenenza per le proprie case. Perché se qualcuno dovesse arrivare fino al loro portico con un bulldozer e dirgli che c’è di evacuare, e “ci scusi, dobbiamo radere al suolo la casa per fare spazio a residenza di un burocrate”, queste persone raccoglierebbero ubbidienti le loro cose, le loro borse, e uscirebbero per strada. E poi rimarrebbero lì con cura fino a che il regime non dicesse loro cosa devono fare. Sono completamente abulici, è molto triste. Dopo aver trascorso quasi un anno e mezzo in carcere, sono giunta a capire che il carcere è solo la Russia in miniatura.

Si potrebbe anche parlare del sistema del governo. Che funziona in modo assolutamente verticale, in cui ogni decisione avviene esclusivamente attraverso l’intervento diretto dall’alto. Non c’è assolutamente nessuna delega orizzontale delle funzioni, il che renderebbe la vita di tutti notevolmente più facile. E c’è una mancanza di iniziativa individuale. La denuncia prospera insieme col reciproco sospetto. In carcere, come nel nostro paese nel suo complesso, tutto è pensato per spogliare l’uomo della sua individualità, per identificarlo con la sua mera funzione; tale funzione può essere quella di un operaio o un prigioniero. Il rigido quadro del programma giornaliero in carcere (ci si abitua in fretta) ricorda il contesto della vita quotidiana in cui nasciamo in Russia.

In questo quadro, la gente comincia a dare un grande valore per cose inutili. In carcere queste inezie sono cose come alcuni piatti o alcune tovaglie di plastica che possono essere acquistati con l’autorizzazione personale del capo guardiano. Fuori dal carcere, di conseguenza, abbiamo lo status sociale, che le persone apprezzano come un grande guadagno. Questo mi è sempre risultato sorprendente. Un altro aspetto [di questo processo] è che ci sta rendendo consapevoli del funzionamento di questo governo come di una performance, di un gioco. Un gioco che in realtà si trasforma in caos. Il livello superficiale dell’organizzazione del regime rivela la disorganizzazione e l’inefficienza della maggior parte delle sue attività. Ed è ovvio che questo non porta ad alcun governo reale. Al contrario, la gente inizia a sentire un sempre più forte senso di smarrimento – nel tempo e nello spazio. In carcere e in tutto il paese, la gente non sa a chi rivolgersi per questa o quella questione. Ecco perché si rivolgono al boss del carcere. E fuori dal carcere, di conseguenza, vanno da Putin, il capoccia più alto.

Esprimendo con un testo una immagine collettiva del sistema. . . bene, in generale, potrei dire che non siamo contro. . . che siamo contro il caos che Putin ha generato, una roba che solo superficialmente può essere definita un governo. Per mostrare una immagine collettiva del sistema, in cui, a nostro parere, praticamente tutte le istituzioni stanno attraversando una sorta di mutazione, pur apparendo formalmente intatte. E in cui la società civile, tanto a noi cara, viene distrutta. Non stiamo facendo citazioni dirette nei nostri testi; assumiamo solo la forma della citazione diretta come una formula artistica. L’unica cosa identica è la nostra motivazione. La nostra motivazione è la stessa motivazione sottesa in una citazione diretta. Questa motivazione si esprime al meglio nei Vangeli: “Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto” [Matteo 7, 8] Per me, per tutti noi, credo sinceramente, la porta sarà aperta. Ma, ahimè, per ora l’unica cosa che è successa è che siamo state rinchiuse in carcere. È molto strana che nella reazione alle nostre azioni, le autorità ignorino completamente l’esperienza storica del dissenso. “Come sfortunato è il paese dove si intende la semplice onestà, nel migliore dei casi, come eroismo. E nel peggiore dei casi come un disturbo mentale”, ha scritto il dissidente Vladimir Bukovsky nel 1970. E anche se non è durato a lungo, ora le persone si comportano come se non vi fosse mai stato alcun Grande Terrore, né i tentativi di resistenza. Credo che veniamo accusate da persone senza memoria. Molti di loro hanno letto: “Molti di essi dicevano: « Ha un demonio ed è fuori di sé; perché lo state ad ascoltare?” Queste parole appartengono agli ebrei che hanno accusato Gesù Cristo di blasfemia. [Giovanni 10:33] «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio». Curiosamente, è proprio questo versetto che la Chiesa ortodossa russa utilizza per esprimere la propria opinione sulla blasfemia. Questo parere è messo agli atti, è attaccato al nostro fascicolo penale. Esprimendo tale parere, la Chiesa ortodossa russa si riferisce ai Vangeli come immobile verità religiosa. I Vangeli non sono più intesi come rivelazione, come sono stati fin dall’inizio, ma piuttosto come un blocco monolitico che può essere smontato in citazioni da usare ove necessario – in un qualche documento, per uno dei loro scopi. La Chiesa ortodossa russa non si prende nemmeno la briga di guardare il contesto in cui “blasfemo” è stato menzionato qui; che in questo caso, la parola si applica a Gesù Cristo stesso. Penso che la verità religiosa non deve essere statica, che è essenziale per comprendere le istanze e i percorsi di sviluppo spirituale, il carattere di un essere umano, la sua duplicità, la sua frammentazione. Che per formare se stessi è essenziale sperimentare queste cose. Che si debbono provare tutte queste cose per svilupparsi come persona. Che la verità religiosa è un processo e non un prodotto finito che può essere strumentalizzato sempre e ovunque. E tutte queste cose di cui ho parlato, tutti questi processi, trovano un significato nell’arte e nella filosofia. Compresa l’arte contemporanea. Una situazione artistica può e, a mio parere, deve contenere questo tipo di conflitto interno. E ciò che mi irrita davvero è come l’accusa usa le parole “la cosiddetta” in riferimento all’arte contemporanea.

Vorrei far notare che metodi molto simili sono stati utilizzati durante il processo al poeta [Josip] Brodsky. Le sue poesie sono state definite come “cosiddetteW poesie, i testimoni dell’accusa non le avevano effettivamente lette, proprio come un certo numero di testimoni nel nostro caso non ha visto lo spettacolo e ha solo guardato on-line clip. Anche le nostre scuse, a quanto pare, sono anche definite come “cosiddette scuse”. Anche questo è offensivo. E mi fa impazzire le questioni del danno morale e del trauma psicologico. Perché le nostre scuse sono state sincere. Mi dispiace che siano state pronunciate tante parole e voi non l’abbiate ancora capite. Oppure è una calcolata malafede quando parlate delle nostre scuse come insincere. Non so cosa avete ancora bisogno di sentire da noi. Ma per me questo processo è un processo “cosiddetto”. E non ho paura di voi. Io non ho paura della falsità e della finzione, dell’inganno travestito, nel verdetto di questo cosiddetto tribunale.

Perché tutto quello che mi può privare di libertà è “cosiddetto”. Questa è l’unica cosa che esiste in Russia. Ma nessuno può togliermi la libertà interiore. Vive nella parola, continuerà a vivere, grazie alla trasparenza [glasnost], quando questo sarà letta e sentito da migliaia di persone. Questa libertà continua a vivere in ogni persona che non è indifferente, che ci ascolta in questo paese. Con tutti coloro che hanno trovato frammenti del processo in se stessi, come in epoche precedenti li hanno trovati in Franz Kafka e Guy Debord. Credo di possedere onestà e trasparenza, ho sete di verità, e queste cose ci renderanno solo un po ‘più liberi. Staremo a vedere.

Nadezhda Tolokonnikova:

Se la guardiamo nel suo complesso, a essere sotto processo qui non sono tre membri delle Pussy Riot. Se così fosse, questo evento sarebbe difficilmente significativo. Si tratta di un processo a tutto il sistema politico della Federazione Russa, che, per sua grande sfortuna, gode continuando a esercitare la sua oppressione verso l’individuo, la sua indifferenza verso l’onore e la dignità umana, ripetendo tutti i peggiori momenti della storia russa. Con mio profondo rammarico, queste misere scuse per un processo giudiziario si avvicinano a quelle delle troike staliniane. Anche noi abbiamo solo un magistrato inquirente, un giudice e un procuratore. Inoltre, questo atto repressivo è eseguito sulla base di ordini politici dall’alto che dettano per intero parole, atti e decisioni di queste tre figure giudiziarie.

Cosa c’era dietro la nostra performance nella Cattedrale di Cristo il Salvatore e il successivo processo? Niente di diverso dal sistema politico autocratico. Le performances delle Pussy Riot possono essere considerate arte dissidente o azione politica che impiega forme d’arte. In entrambi i casi, le nostre performance sono un tipo di attività civica che si muove contro le repressioni di un sistema industrial-politico che dirige il suo potere contro i diritti umani fondamentali e le libertà civili e politiche. Giovani che sono stati oppressi dall’eliminazione sistematica delle libertà si sono rivoltati contro lo Stato. Eravamo alla ricerca di sincerità e semplicità, e abbiamo trovato queste qualità nell’yurodstvo [la follia santa] del punk.

Passione, totale onestà e ingenuità sono superiori all’ipocrisia, la menzogna e la falsa modestia, che sono usati per nascondere il crimine. Le figure principali cosiddetti del nostro Stato presentano nella Cattedrale le facce rassicuranti, ma sanno che il loro peccato è superiore al nostro.

Abbiamo costruito delle performance punk politiche in risposta a un governo che è pieno di rigidità, reticenza, e strutture gerarchiche castali. È così chiaramente servile nei confronti dei miseri interessi delle multinazionali, che ci fa male anche soltanto respirare l’aria russa. Ci opponiamo categoricamente alle seguenti storture, in un modo che ci costringe ad agire e vivere politicamente:

– l’uso di metodi coercitivi per la regolamentazione dei processi sociali; una situazione in cui le più importanti istituzioni politiche sono strutture disciplinari dello Stato: gli organi di sicurezza (esercito, polizia e servizi segreti), e i relativi strumenti per garantire la “stabilità” politica (carceri, detenzione preventiva, tutti i meccanismi di stretto controllo sulla cittadinanza);

– l’imposizione di passività civile alla maggioranza della popolazione,

– il dominio completo del potere esecutivo sul legislativo e giudiziario.

Inoltre, siamo profondamente frustrati dalla mancanza scandalosa di cultura politica, che si presenta come il risultato della paura e che viene mantenuta grazie agli sforzi coscienti del governo e dei suoi servi (Patriarca Kirill: “I cristiani ortodossi non frequentano i raduni”); la scandalosa debolezza dei legami orizzontali all’interno della società.

Non ci piace che lo stato dell’opinione pubblica così facilmente manipolato attraverso il suo stretto controllo sulla maggioranza dei media (un esempio particolarmente evidente di questa manipolazione è la campagna senza precedenti insolente e distorta contro le Pussy Riot apparsa praticamente in ogni luogo mediatico russo) .

Nonostante il fatto che ci troviamo in una situazione sostanzialmente autoritaria, che viviamo sotto un regime autoritario, vedo questo sistema disfarsi di fronte a tre membri delle Pussy Riot. Quello che il sistema aveva previsto non si è verificato, la Russia non ci condanna. E ogni giorno che passa, sempre più persone credono in noi e pensano che dovremmo essere libere, e non dietro le sbarre.

Vedo questo le persone nelle che incontro. Mi capita di incontrare persone che lavorano per il sistema, nelle sue istituzioni, incontro persone che sono in carcere. Ogni giorno, mi capita di incontrare i nostri sostenitori che ci augurano fortuna e, soprattutto, la libertà. Dicono che quello che abbiamo fatto è giustificato. Sempre più persone ci dicono che seppure avevano dubbi sul fatto che avevamo il diritto di fare quello che abbiamo fatto, ogni giorno che passa si rendono conto che il tempo ha dimostrato come il nostro gesto politico fosse nel giusto, che abbiamo aperto le ferite di questo sistema politico, e abbiamo colpito direttamente il nido di vespe…

Queste persone cercano di alleviare le nostre sofferenze per quanto possibile, e gli siamo molto grati. Siamo anche grati a tutti coloro che parlano in nostro favore fuori di qui. Ci sono molti sostenitori, e lo sappiamo. So che un gran numero di cristiani ortodossi parlano a nostro nome, quelli che si riuniscono presso la corte per esempio. Essi pregano per noi, pregano per i membri incarcerati delle Pussy Riot. Abbiamo visto i libretti piccoli delle Chiesa Ortodossa contenenti preghiere per i carcerati. Questo solo fatto dimostra che non esiste un unico, gruppo unito di credenti ortodossi, come il pubblico ministero vorrebbe dimostrare. Questo gruppo unito non esiste. Oggi, i credenti sempre più si stanno spostando in difesa delle Pussy Riot. Non pensano che ciò che abbiamo fatto ci faccia meritare un periodo di cinque mesi in un centro di detenzione preventiva, per non parlare dei tre anni di carcere, come il pubblico ministero ha chiesto.

Ogni giorno, la gente capisce che se il sistema sta attaccando tre giovani donne che si sono esibite nella Cattedrale di Cristo Salvatore per trenta secondi con tale veemenza, significa solo che questo sistema teme la verità, la sincerità e la schiettezza che rappresentiamo. Non abbiamo mai usato strategie nel corso del processo. Nel frattempo, i nostri avversari hanno fatto il pieno di strategie, e le persone se ne rendono conto. Infatti, la verità ha una ontologica, esistenziale superiorità sull’inganno, e questo è scritto nella Bibbia, in particolare nell’Antico Testamento.

I sentieri della verità trionferanno sempre sopra le vie della furbizia, dell’astuzia e dell’inganno. Ogni giorno, la verità si farà più vittorioso, nonostante il fatto che rimaniamo dietro le sbarre e probabilmente sarà così per un lungo periodo.

Ieri, Madonna si è presentata a Mosca con “Pussy Riot” scritto sulla schiena. Sempre più persone vedono che siamo tenute qui illegalmente, con falsi pretesti. Tutto ciò mi elettrizza. Mi elettrizza che la verità possa davvero trionfare sull’inganno. Nonostante il fatto che siamo fisicamente qui, siamo più libere di tutti coloro che siedono di fronte a noi dalla parte della procura. Possiamo dire tutto quello che vogliamo e diciamo tutto quello che vogliamo. L’accusa può solo dire quello che le è consentito dalla censura politica. Non possono dire “preghiera punk”, o “Madonna, spazza via Putin”, non possono pronunciare una sola riga della nostra preghiera punk che parla del sistema politico.

Forse pensano che sarebbe bene metterci in prigione perché parliamo contro Putin e il suo regime. Ma non dicono nemmeno questo, perché non sono autorizzati a farlo. Le loro bocche sono cucite. Purtroppo, sono solo qui come manichini. Ma spero che se ne rendano conto e, infine, intraprendano la via della libertà, della verità e della sincerità, perché questo percorso è superiore al percorso dell’indifferenza, della falsa modestia e dell’ipocrisia. L’indifferenza e la ricerca della verità sono sempre opposti, e in questo caso, nel corso di questo processo, che vediamo da una parte le persone che cercano di conoscere la verità, e dall’altra le persone che cercano di camuffarla.

Un essere umano è una creatura che è sempre in errore, non è mai perfetto. Può cercare la saggezza, ma non la può possedere, questo è il motivo per cui è nata la filosofia. Questo è il motivo per il filosofo è colui che ama la sapienza e la anela, ma non la possiede. Questo è ciò che spinge in ultima analisi, un essere umano ad agire, a pensare e a vivere in un certo modo. Era la nostra ricerca della verità che ci ha portato alla Cattedrale di Cristo Salvatore. Penso che il cristianesimo, come ho capito studiando l’Antico e il Nuovo Testamento in particolare, chiede la ricerca della verità e un continuo superamento di se stessi, il superamento di ciò che eri prima. Non è stato vano per Cristo quando era tra le prostitute, dichiarare che quelli che vacillano dovrebbero essere aiutati, “io li perdono”, ha detto. Non vedo quest’atteggiamento nel nostro processo, che si svolge sotto la bandiera del cristianesimo. Invece, mi sembra che la procura stia calpestando la religione.

Gli avvocati delle ufficiali “parti lese” li stanno abbandonando. Due giorni fa, uno degli avvocati della “parte lesa, Alexei Taratukhin, ha fatto un discorso in cui ha insistito sul fatto che dovrebbe essere chiaro che in nessun caso qualcuno dovrebbe presumere che l’avvocato è d’accordo con le parti che rappresenta. In altre parole, l’avvocato si trova in una posizione eticamente scomoda e non vuole stare per le persone che cercano di imprigionare le Pussy Riot. Non so perché vogliono metterci in prigione. Forse ne hanno il diritto, ma voglio sottolineare che il loro avvocato sembra vergognarsi. Forse è stata colpito da quelle persone che gridavano “Boia! Vergogna su di voi!”. Voglio acnora sottolineare come la verità e il bene trionfano sempre sul inganno e malizia. E sembra anche a me che gli avvocati dell’accusa siano stati influenzati da un potere superiore, perché di volta in volta, si impicciano e ci chiamano “parte lesa.” Quasi tutti i legali hanno accidentalmente detto questo, e anche l’avvocato penale Larisa Pavlova, che è molto negativamente disposta verso di noi, sembra tuttavia essere mossa da una forza superiore, quando si riferisce a noi come “parte lesa”. Non parla di quelli che lei rappresenta, ma di noi.

Non voglio etichettare nessuno. Mi sembra che non ci sono vincitori, o vinti, o vittime o imputati qui. Tutti abbiamo semplicemente bisogno di confrontarci l’un l’altro, e stabilire un dialogo per cercare insieme la verità. Insieme, possiamo cercare la saggezza ed essere filosofi, invece di stigmatizzare le persone e etichettarle. Questa è l’ultima cosa che una persona dovrebbe fare. Cristo stesso l’ha condannato. Con questo processo il sistema ci sta violentando. Chi avrebbe mai pensato che lo Stato possa ancora oggi commettere un male assolutamente immotivato? Chi avrebbe potuto immaginare che la storia, il Grande Terrore staliniano, potesse non essere riuscito a insegnarci qualcosa? I metodi da inquisizione medievale che regnano in applicazione della legge e dei sistemi giudiziari del nostro paese, la Federazione russa, sono sufficienti a farci piangere. Ma dal momento del nostro arresto, abbiamo smesso di piangere. Abbiamo perso la nostra capacità di piangere. Avevamo gridato disperatamente ai nostri concerti punk. Con tutte le nostre forze, abbiamo denunciato l’illegalità delle autorità, degli organi direttivi. Ma ora, le nostre voci sono stati portate via. Ce le hanno prese il 3 marzo 2012, quando siamo state arrestati. Il giorno seguente, le nostre voci e i nostri voti sono stati rubati rispetto alle cosiddette elezioni.

Durante tutto il processo, la gente ha rifiutato di ascoltarci. Ascoltarci significherebbe essere ricettivi verso ciò che diciamo, essere riflessivi, tendere verso la saggezza, essere filosofi. Credo che ogni persona dovrebbe sforzarsi in questo, e non solo quelli che hanno studiato in un dipartimento di filosofia. Un’istruzione formale non significa nulla, anche se l’avvocato Pavlova tenta costantemente di rimproverare la nostra mancanza di educazione. Crediamo che la cosa più importante sia lottare, lottare per la conoscenza e la saggezza. Questo è un obiettivo che una persona può raggiungere in modo indipendente, fuori dalle mura di un istituto scolastico. Lauree e diplomi scolastici non significano nulla. Una persona può possedere una grande quantità di conoscenze, ma non essere un essere umano. Pitagora sosteneva che una conoscenza approfondita non significa saggezza. Purtroppo, noi siamo qui proprio per dimostrarlo. Siamo qui solo come decorazioni, come elementi inanimati, corpi semplici che sono stati trasportati in un aula. Le nostre azioni, dopo molti giorni di richieste, di trattative e di lotte non ricevono alcuna considerazione, vengono sempre negate. Purtroppo per noi e per il nostro paese, il giudice sente un procuratore che distorce continuamente le nostre parole e le nostre dichiarazioni impunemente, neutralizzandole. Il principio fondamentale del contraddittorio del sistema giuridico è apertamente violato.

Il 30 luglio, il primo giorno del processo, abbiamo mostrato la nostra reazione alle accuse dei pubblici ministeri. Da lì in poi, il giudice ci ha categoricamente negato il diritto di parlare, ed i nostri testi scritti sono stati letti ad alta voce dal nostro difensore, Violetta Volkova. Per noi, questa è stata la prima occasione per esprimerci dopo cinque mesi di prigionia. Fino ad ora siamo state recluse, confinate, non abbiamo potuto fare nulla, non abbiamo potuto scrivere appelli, non abbiamo potuto ciò che sta accadendo intorno a noi, non abbiamo Internet, il nostro avvocato non può nemmeno portarci le carte perché anche quello è vietato. Il 30 luglio abbiamo parlato apertamente per la prima volta, abbiamo parlato per cercare un confronto e facilitare il dialogo, non abbiamo cercato la contrapposizione. Abbiamo teso le nostre mani verso le persone che, per qualche ragione, ci considerano i loro nemici, e loro hanno sputato sulle nostre mani aperte. “Non siete sincere”, ci hanno detto a noi. Peccato. Non giudicateci in base ai vostri parametri di comportamento. Abbiamo parlato con sincerità, come facciamo sempre, abbiamo detto quello che pensavamo. Siamo state incredibilmente infantili, ingenue nella nostra verità, ma comunque non ci pentiamo delle nostre parole, comprese le nostre parole che abbiamo pronunciato quel giorno.

Ed essendo stato diffamate, non vogliamo diffamare altri per ripicca. Siamo in circostanze disperate, ma non disperiamo. Siamo perseguitate, ma non siamo state abbandonate. È facile degradare e distruggere le persone che sono sincere, ma “Quando sono debole, è allora che sono forte”.

Ascoltate le nostre parole e non quello che Arkady Mamontov [giornalista televisivo pro-Putin] dice di noi. Non distorcete e falsificate ciò che diciamo. Permetteteci di entrare in dialogo con voi, in contatto con questo paese, che è anche il nostro paese e non solo la terra di Putin e del Patriarca. Proprio come Solzhenitsyn, credo che alla fine la parola romperà il cemento. Solzhenitsyn ha scritto: “Così, la parola è più essenziale del cemento. Così, la parola non è un niente piccola. In questo modo, le persone nobili cominciano a crescere, e la loro parola romperà il cemento”. [Solzhenitsyn, Il primo cerchio]

Katya, Masha e io potremmo finire in prigione, ma non ci ritengo sconfitte. Proprio come i dissidenti non sono stati sconfitti, anche se sono scomparsi nei manicomi e nelle prigioni hanno pronunciato il loro verdetto sul regime. L’arte di creare l’immagine di un’epoca non conosce vincitori né vinti. È stato lo stesso con i poeti OBERIU, rimasti artisti fino alla fine, inspiegabili e incomprensibili. Massacrati nelle purghe nel 1937, Alexander Vvedensky scrisse: “L’incomprensibile ci piace, l’inspiegabile è nostro amico.” Secondo il certificato di morte ufficiale, Aleksandr Vvedensky morì il 20 dicembre 1941. Nessuno conosce la causa della morte. Avrebbe potuto essere la dissenteria in treno sulla strada per i campi, ma potrebbe essere stato il proiettile di una guardia. La morte l’ha colpito da qualche parte sulla ferrovia tra Voronezh e Kazan.

Le Pussy Riot sono allieve e eredi di Vvedensky. Il suo principio della rima cattiva è ancora a noi caro. Ha scritto: “Di tanto in tanto, penso a due rime diverse, una buona e una cattiva, e ho sempre scelto quello cattiva perché è sempre quella giusta”.

“L’inspiegabile è il nostro amico”: le opere elitarie e raffinate dei poeti OBERIU e la loro ricerca di riflessione sui limiti del significato hanno trovato un’incarnazione quando hanno pagato con la lore vite, che sono state eliminate senza senso dal Grande Terrore. Pagando con la vita, questi poeti hanno involontariamente dimostrato che avevano ragione a considerare l’irrazionalità e insensatezza i nervi della loro epoca. In questo modo, il patrimonio artistico è diventato un fatto storico. Il prezzo di partecipazione alla creazione della storia è incommensurabilmente grande per l’individuo. Ma l’essenza dell’esistenza umana sta proprio in questa partecipazione. Essere un mendicante, ma arricchire gli altri. Non avere niente, ma possedere tutto. Si pensa che i dissidenti OBERIU siano morti, ma sono vivi. Sono stati massacrati, ma non sono morti.

Vi ricordate perchè il giovane Dostoevskij è stato condannato a morte? Tutta la sua colpa consisteva nel fatto che era affascinato dalle teorie socialiste, e durante le riunioni di liberi pensatori e amici – che si riunivano venerdì nell’appartamento di [Mikhail] Petrasevskij – discuteva gli scritti di Fourier e George Sand. In uno degli ultimi venerdì, ha letto la lettera di Belinskij a Gogol ad alta voce, una lettera che era piena, secondo il giudice che accusò Dostoevskij (ascoltate!) “di impudenti dichiarazioni contro la Chiesa ortodossa e il governo dello Stato.” Dopo tutti i preparativi per l’esecuzione e “dieci minuti infinitamente angoscianti e terrificanti in attesa di morte”, a (Dostoevskij) fu annunciato che la sentenza era stata mutata in quattro anni di lavori forzati in Siberia seguita dal servizio militare.

Socrate fu accusato di corrompere la gioventù per le sue discussioni filosofiche e perché rifiutava di accettare le divinità ateniesi. Aveva una relazione vivente con la voce divina, e non era, come ha insistito più volte, da nessun punto di vista un nemico degli dei. Ma che importava, se Socrate aveva irritato i cittadini influenti della sua città con la sua critica, il suo pensiero dialettico, libero da pregiudizi? Socrate fu condannato a morte e, dopo aver rifiutato di fuggire da Atene (come i suoi studenti gli avevano proposto), ha coraggiosamente svuotato una tazza di cicuta e è morto. Avete dimenticato in quali circostanze Stefano, il discepolo degli Apostoli, ha concluso la sua vita terrena? “Perciò sobillarono alcuni che dissero: «Lo abbiamo udito pronunziare espressioni blasfeme contro Mosè e contro Dio». E così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo trascinarono davanti al sinedrio. Presentarono quindi dei falsi testimoni, che dissero: «Costui non cessa di proferire parole contro questo luogo sacro e contro la legge»” [Atti 6,11-13] Fu considerato colpevole e lapidato a morte. Spero anche che tutti voi ricordate bene come gli ebrei risposero a Cristo: “Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per la bestemmia” [Giovanni 10, 33] E infine faremmo bene a tenere presente quello che dicevano di Cristo: “Ha un demonio ed è fuori di sé” [Giovanni 10, 20]

Se le autorità, gli zar, i presidenti, primi ministri, la gente, e i giudici avessero capito cosa significa “Misericordia io voglio e non sacrificio” [Matteo 9, 13], non avrebbero messo degli innocenti sotto processo.

Le nostre autorità, tuttavia, si spicciano con le condanne, e mai con le proroghe. A questo punto, vorrei ringraziare Dmitry Anatolyevich Medvedev per averci fornito il seguente eccellente aforisma. Ha sintetizzato così il suo mandato presidenziale con l’affermazione: “La libertà è meglio di non-libertà”. In linea con le parole di Medvedev, il terzo mandato di Putin può ben essere sintetizzato dall’aforisma “La prigione è meglio della lapidazione.” Vorrei che si considerasse attentamente il seguente brano dai Saggi di Montaigne, che sono stati scritte nel 16° secolo e predicavano la tolleranza e il rifiuto scettico di qualsiasi sistema o dottrina unilaterale: “Si dà un enorme valore alle congetture di qualcuno, se a causa di queste si decide di mettere qualcun altro al rogo”.

Vale la pena di esprimere un tale giudizio sulle persone viventi e metterle in prigione sulla base di congetture, non giustificate dal pubblico ministero? Dal momento che non abbiamo mai nutrito sentimenti di odio religioso, i nostri accusatori devono ricorrere a falsi testimoni. Uno di loro, Matilda Ivashchenko, si è vergognata di se stessa e non si è presentata in tribunale. Rimangono le false testimonianze di Mr. Troitsky e Mr. Ponkin, e quella della signora Abramenkova. Non c’è altra prova del nostro odio fatta eccezione per la cosiddetta “valutazione di esperti”, che il giudice, se è onesto e leale, deve considerare inammissibile come prova di fatto, in quanto si tratta di un testo non rigoroso né obiettivo, ma uan carta sporca e falso che ricorda i documenti dell’Inquisizione. Non ci sono altre prove che possono confermare l’esistenza di un movente. I pubblici ministeri hanno rifiutato di dar voce a brani tratti dalle interviste delle Pussy Riot, dal momento che questi stralci non farebbero che dimostrare l’assenza di qualsiasi motivo. Perché non avete preso in considerazione il seguente testo – che, per inciso, è apparso nell’affidavit – che abbiamo presentato al pubblico ministero? “Noi rispettiamo la religione in generale e la fede ortodossa in particolare. Per questo motivo siamo particolarmente infuriate quando la filosofia cristiana, che è piena di luce, viene utilizzata in modo così sporco. Ci fa male vedere queste belle idee ridotte in ginocchio”. Questa citazione è apparsa in un’intervista che il Russian Reporter ha fatto alle Pussy Riot il giorno dopo la nostra performance. Stiamo ancora male, e ci provoca ancora dolore vero considerare tutto questo. Infine, la mancanza di odio o di ostilità verso la religione viene ribadita da tutti i testimoni chiamati a testimoniare dai nostri avvocati. Oltre a tutte queste evidenze, vi chiedo di prendere in considerazione i risultati delle valutazioni psicologiche e psichiatriche numero 6, ordinate dalle autorità carcerarie. Il rapporto ha rivelato quanto segue: i valori che abbraccio sono la giustizia, il rispetto reciproco, l’umanità, l’uguaglianza e la libertà.

Questo è stato scritto da un perito, una persona che non mi conosce personalmente, anche se è possibile che Ranchenko, l’interrogante, desiderasse una conclusione diversa. Ma sembra che ci siano più persone nel mondo che amano e danno valore alla verità che quelli che non lo fanno. La Bibbia è corretta in questo. In conclusione, vorrei leggere le parole di una canzone delle Pussy Riot, che per quanto strano possa essere, si è rivelata profetica. Immaginavamo che “il capo del KGB e il Santo Capo arrestassero i manifestanti e li portassero in prigione”. È toccato a noi.

Né io, né Alyokhina, né Samutsevich abbiamo mostrato di possedere delle emozioni potenti e stabili o altri valori psicologici che potrebbero essere interpretate come odio verso qualcosa o qualcuno.

Quindi:
“Aprite tutte le porte, toglietevi tutti i gradi e le medaglie.
Venite, assaporate la libertà con noi “. [Pussy Riot]

Questo è tutto.

L'articolo Cosa accadrebbe se un gruppo di giovani artiste-attiviste rivoluzionarie facesse una protesta simile alle Pussy Riot in Italia? Intanto leggiamoci le loro splendide dichiarazioni conclusive al processo. proviene da Minima et Moralia.

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