solaris Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/solaris/ un blog di approfondimento culturale Wed, 22 Mar 2017 00:27:59 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg solaris Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/solaris/ 32 32 La stanza profonda https://minimaetmoralia.it/libri/la-stanza-profonda/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-stanza-profonda/#comments Wed, 22 Mar 2017 07:00:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33960 È appena uscito in libreria per Laterza La stanza profonda, il nuovo romanzo di Vanni Santoni. Proponiamo un estratto dal primo capitolo.

~

... In quella, bussano. Due cazzotti, più che due colpi di nocche, sul portone.
Guardi il cellulare, in effetti sono già le quattro del pomeriggio. Apri.
Oi master.
Ciao Bollo, dici, poi ti blocchi. Accanto a lui, al vecchio Bollo che entra a colpo sicuro, lui stesso di nuovo e subito parte della stanza, un bambino. Tiene il cellulare a due mani, in orizzontale, di certo per un videogame. Capelli rossi, otto o nove anni. Davvero non sai nulla del Bollo da tutto questo tempo?
Ma...
Cosa c’è?
Chi è questo marmocchio?

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È appena uscito in libreria per Laterza La stanza profonda, il nuovo romanzo di Vanni Santoni. Proponiamo un estratto dal primo capitolo.

~

… In quella, bussano. Due cazzotti, più che due colpi di nocche, sul portone.
Guardi il cellulare, in effetti sono già le quattro del pomeriggio. Apri.
Oi master.
Ciao Bollo, dici, poi ti blocchi. Accanto a lui, al vecchio Bollo che entra a colpo sicuro, lui stesso di nuovo e subito parte della stanza, un bambino. Tiene il cellulare a due mani, in orizzontale, di certo per un videogame. Capelli rossi, otto o nove anni. Davvero non sai nulla del Bollo da tutto questo tempo?
Ma…
Cosa c’è?
Chi è questo marmocchio?
Marmocchio sarai tu, dice il bambino senza staccarsi dal gioco.
Ah, allora ascolti, piccoletto. Credevo fossi tutto preso…
E presentati, su, dice il Bollo spingendolo in avanti.
Elia, dice senza staccare gli occhi dal telefono.
Ciao, Elia… Dici, e cerchi di nuovo lo sguardo del Bollo.
È il figlio della mia compagna. Ho pensato che magari c’avevi qualcosa che poteva piacere pure a lui…
Non sapevo che Laura…
Macché Laura. Con lei non stiamo più insieme da due anni.
Uh, scusa…
Mia mamma si chiama Erika, dice il bambino, e lo guardi seguire il Bollo fino agli scaffali, senza smettere di giocare.
Dunque, vediamo cosa c’hai, dice il Bollo, Inkognito e Hero Quest, sì me li ricordavo… Axis & Allies… Buono, ci sono tutti i pezzi?
Ci avrò giocato due volte…
Bene, bene.
Lì nello scatolone in alto ci sono anche i giocattoli. Sai, Transformers, G.I. Joe…
Vediamo… Uhm, sparsi così ci faccio poco, i collezionisti vogliono il kit completo, accessori e tutto, altrimenti nisba… Magari però questi piacciono a te, eh Elia? Dice, e tira fuori due Transformers dalla cassa.
Quello stacca per un attimo gli occhi dal telefono e tira uno sguardo ai due robot giocattolo:
Non sono così piccolo.
Forse hai ragione, dice il Bollo. Poi si volge a te: Exogini niente? Quelli sono buoni. I rari vanno via anche a cento euro. Comunque prendo tutto, conosco uno che magari per il blocco mi fa un prezzd-and-d-600x445accio…
Lo guardi mentre rovista tra gli scatoloni. Il Bollo, uno di quelli che non si è mai perso una giocata. Pure con la febbre, veniva. Eppure, sapresti dire chi è, ora, quest’uomo al di fuori del ruolo che ancora conserva qui dentro? Ti torna alla mente un momento, uno degli ultimi col gruppo al completo: era in corso uno scontro importante, toccava a te far muovere i nemici ma ti bloccasti, pensando a un capogiro.
Che c’hai? Subito Andre.
Ma niente, scusa… Dicevo, allora, due dei tiratori si spostano verso l’altura…
Parlavi, scollegato da quanto dicevi, dalle opzioni tattiche sulla mappa della battaglia, parlavi e li guardavi, tutti quanti assieme, attorno al tavolo, Bollo, Tiziano, Andre, Leia, Paride, Silli, e ti chiedevi, di fronte a quelle facce ridacchianti, ammiccanti, parlanti, facce amiche eppure ti chiedevi, ma questi, questi, chi sono? E ora guardi il Bollo, venuto lì, chiamato da te per prendersi i tuoi vecchi giochi da tavolo e i tuoi vecchi giocattoli, e quella sensazione si è ben fatta permanente.
Ah, il Diaclone, ottimo! Questo va via in un attimo…
Da sempre, lui che è nel giro dei fissati, li aveva notati e puntava a venderli, metà a me metà a te, diceva, e solo ora ti sei deciso a dirgli di passare. Lo guardi rovistare nelle confezioni, controllare che i pezzi ci siano tutti, col bambino che ogni tanto lancia un’occhiata, come a controllare che non appaia, sai mai, qualcosa d’interessante tra quei vecchi balocchi pronti a trasformarsi in collectibles.
Dire che eravate la generazione figlia del benessere è fin banale: c’era di più, in tutti quei giocattoli, negli infiniti cartoni animati delle TV locali che comprimevano nel pugno di stagioni della vostra infanzia venti, trent’anni dell’intera produzione del Giappone, shojo, shonen, seinen, spokon, tutto CaptainHarlock14dentro, cartoni di calcio, di wrestling, di golf, di pesca, feuilleton strappacuore, crocerossine, maghette, ragazzine cyborg, robot giganti,  pirati spaziali, treni spaziali (gatti spaziali…); per ogni samurai un ninja, e ancora cow-boy, naufraghi, la Rivoluzione Francese e la Torino dell‘800, alle sedici Garrone e alle diciassette Devilman, ragazzi-demone, ragazzi telecinetici, ragazzi che si trasformano in ragazza, surreale, fantastico, post-nucleare, post-nucleare con arti marziali… Vivevate in quel mondo di sfondamenti, anche nei giocattoli: il Medioevo del Lego e quello sballato del Playmobil, il militarismo reaganiano dei G.I. Joe e quello residuale degli Atlantic, e poi i Masters of the Universe, i Mask, le Miami e Los Angeles di Barbie che sbirciavate alle sorelline, imparentate con le giungle dal vago sentore omoerotico di Big Jim e dei suoi compari… Foste i primi ad accumulare immaginari. Anche nel passo successivo, dal giocattolo al gioco: il militarismo del Risiko, il capitalismo di Monopoli e il nozionismo di Trivial Pursuit, la casa degli orrori di Brivido, i “misteri cinesi” di Dragon, i cliché giallistici del Cluedo e quelli avventurosi dell’Isola di Fuoco, fino a cose più raffinate come la Venezia di Inkognito e il fantasy di Talisman o Hero Quest. Un’esplosione che attendeva ancora un salto di grandezza di scala con la prima maturità dei videogiochi (vogliamo dire Monkey Island? Vogliamo dire Civilization? Syndicate? Command & Conquer? Doom? Vogliamo dire Ultima? Ultima Online?): in un simile contesto, il gioco di ruolo sarebbe poi giunto come il salto di paradigma definitivo – fatteli da solo, gli immaginari; fatteli come vuoi, fatteli con chi vuoi, fattene infiniti.
Mentre il Bollo controlla i pezzi di un altro gioco, qualcosa cattura l’attenzione di Elia. I dadi a venti facce, colorati e luccicanti nell’insalatiera. Ha poggiato il telefono sul tavolo e si allunga per prenderne uno. Nel farlo, fa cadere il barattolo. Un mucchio di matite si sparpaglia a terra. Cvt4ZlXXYAIVGpu
Soliti modini, eh? Dice il Bollo al bimbo, che lo ignora. Tiene in mano il dado a venti facce che è riuscito ad agguantare, incantato dalla sua forma a icosaedro, dalla sua trasparenza verde, piena di brillantini.
Tu, intanto, raccogli i lapis. Ecco uno Staedtler giallo e nero, con la punta più stretta e lunga del normale. Affilatura a coltello, a piccolissimi tocchi:
Questo è passato dalle tue mani, eh Bollo?
Sicuro. E questo, dice raccogliendo un Fila rosa e indicando le masticature sulla coda, da quelle di Andre.
Raccogliete gli altri, in ognuno un frammento della vostra storia, i 3F a coda blu amati dal Paride, i lapis Ikea che portò il Silli nel periodo in cui metteva su casa, uno bianco marcato Borgo Paraelios arrivato dai posti dove Leia teneva i suoi corsi, i Viarco Desenho che portò Tiziano da Lisbona…
Ah guarda, ce n’è pure uno di Prada, dice il Bollo.
L’avrai portato tu.
A noi programmatori mica ce li danno. Viene da Andre…
Diciotto! Dice Elia dopo aver lanciato il dado. Come mai hai tutti questi dadi?
Ti scambi uno sguardo col Bollo. Sorridete.
Faresti meglio a non tenerlo in mano, dice a Elia, quello è il dado Veleno, sai? Una volta uccise Andre con un tiro salvezza fallito.
Chi è Andre?
Un nostro amico…
È morto?
Eh sai quante volte è morto quello… Giocava come un kamikaze…
Tieni, usa questo, dici facendo l’occhiolino al Bollo, e dall’insalatiera ne peschi uno rosso.
Se ti vedesse il Paride…
Chi è il Paride? Chiede Elia.
Un altro nostro amico.
È morto pure lui?
Il Bollo ti guarda quasi allarmato. Allora dici:
Quello era il suo dado preferito, non permetteva a nessuno di toccarlo.
Il dado Fortunello, dice il Bollo. Questo invece, dice prendendone uno giallo, è il dado Cantiere…
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Muro di casse https://minimaetmoralia.it/estratti/muro-di-casse-vanni-santoni/ https://minimaetmoralia.it/estratti/muro-di-casse-vanni-santoni/#comments Fri, 15 May 2015 16:00:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26799 Sabato 16 maggio alle 15 debutterà al Salone Internazionale del Libro di Torino la nuova collana Solaris di Laterza, con i quattro titoli Sottofondo italiano di Giorgio Falco, Stato di minorità di Daniele Giglioli, I destini generali di Guido Mazzoni e Muro di casse di Vanni Santoni. Presentiamo un estratto da quest'ultimo.

~

Avevi un tempo una ragazza a Brighton. Vi eravate conosciuti a una festa; a volte veniva a trovarti, altre andavi su da lei. Quando eri là, spesso andavate a ballare, occasioni in cui lei e la sua compagnia mandavano giù quantità sorprendenti di pasticche, ma ancora più frequenti erano le serate in casa a bere, nelle quali era popolare uno scherzo ai danni del primo che si addormentava ubriaco in poltrona o sul divano: per prima cosa se ne testava la reattività dandogli piccoli schiaffi o scrivendogli sulla fronte con un pennarello; appurata la non reversibilità del suo stato, gli si mettevano addosso un paio di coperte, lo si caricava su un furgone con poltrona e tutto, lo si portava in un campo fuori città e lo si mollava lì ad aspettare l’alba.

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cassemuro

Sabato 16 maggio alle 15 debutterà al Salone Internazionale del Libro di Torino la nuova collana Solaris di Laterza, con i quattro titoli Sottofondo italiano di Giorgio Falco, Stato di minorità di Daniele Giglioli, I destini generali di Guido Mazzoni e Muro di casse di Vanni Santoni. Presentiamo un estratto da quest’ultimo.

~

Avevi un tempo una ragazza a Brighton. Vi eravate conosciuti a una festa; a volte veniva a trovarti, altre andavi su da lei. Quando eri là, spesso andavate a ballare, occasioni in cui lei e la sua compagnia mandavano giù quantità sorprendenti di pasticche, ma ancora più frequenti erano le serate in casa a bere, nelle quali era popolare uno scherzo ai danni del primo che si addormentava ubriaco in poltrona o sul divano: per prima cosa se ne testava la reattività dandogli piccoli schiaffi o scrivendogli sulla fronte con un pennarello; appurata la non reversibilità del suo stato, gli si mettevano addosso un paio di coperte, lo si caricava su un furgone con poltrona e tutto, lo si portava in un campo fuori città e lo si mollava lì ad aspettare l’alba.
Quell’immagine, l’immagine di un tale Garry ronfante sulla poltrona che avevate lasciato in mezzo a un campo arato dell’East Sussex in piena notte, e con essa l’idea di essere vittima di uno scherzo simile ma più vasto e grandioso, di cui la tua posizione era solo il punto apicale, ti sovveniva alla coscienza di concerto con la prima percezione sensoriale, quella del bracciolo scucito di un divano. Alla tua sinistra, invece, addormentato in modo orribilmente arruffato e contratto,UFOteknivalrect eppure bello nello stagliarsi dei confini del suo corpo e dei suoi abiti sulla fantasia del divano, stava Iacopo il Gori, assieme al quale diciotto ore prima avevate raggiunto quel campo dove ancora, come testimoniava il battito ininterrotto che arrivava dalla conca sotto di voi, andava svolgendosi la festa congiunta di tre tribe quasi storiche del panorama free tekno del centro Italia. Assieme a lui, e assieme alla sua ragazza Melusine, la cui voce giungeva da dietro al divano quasi chiamata dal tuo pensiero o attivata assieme al vostro contemporaneo risveglio da ineffabili telepatie psicotomimetiche, poiché intanto anche il Gori andava stirandosi e un sorriso gli si disegnava sulla faccia segnata.
Tutto ti sovviene con un dettaglio particolare, inusuale dato che il ricordo di mille feste forma nella memoria non un album di immagini, ma una sola ghirlanda di lampi, suoni, epifanie, perdite, agnizioni, tensioni, rilassamenti, balli, smostrate, esplosioni di gioia o di sorpresa; ricordi il modo in cui ti voltasti e sporgesti, e dietro al divano, steso a terra, c’era un telo a motivi geometrici con al centro la grossolana raffigurazione di un alieno coi chakra illuminati, e sul telo Toselli, il cane di Melusine, e accanto a Toselli Melusine a gambe incrociate, alle prese con due tessere e la custodia di un CD dove andava schiacciando e sbriciolando della polvere sassosa, e mentre lo faceva diceva:
Boia.
Panico eh, Melu’.
Via, fammi fare una raglia, disse Iacopo girandosi a sua volta, e sembravate persone affacciate a non si sa che disumano balcone, intente a scherzare con qualcuno giù sul marciapiede.
Io non so come fate a pippare la speed prima di prendere un caffè, non so, una pastina, dicesti.
Il caffè rende nervosi, fece Melusine, e scoppiaste a ridere mentre il sole spuntava per davvero e tutto si faceva giallo, un giallo che rispetto a quello di cinque, dieci, trenta minuti più tardi si sarebbe rivelato poco più di un chiarore clorotico, ma che paragonato al cielo prussia la cui luce relativa vi aveva svegliati poco prima, appariva come l’oro vomitato dalla più profonda e grassa terra, e intanto vi passava accanto un tipo con un rastino penzoloni dalla nuca, e alzava il lattone da mezzo litro come a brindare a voi, o meglio al vostro divano, o meglio al vostro essere su quel divano come figure teletrasportate lì da chissà che vortice, e Iacopo ricambiava il saluto e scendeva dal divano e andava accanto a Melusine e sniffava la riga più grossa tra quelle che lei gli metteva davanti, e si afferrava il setto per il bruciore e tu pensavi che forse un sorso da quel succo di pesca Santal a mezzo lì davanti – perché era vostro, quel succo, un avanzo della sera prima, risalito non si sa quando alla collinetta del divano, la quale doveva essere poi, visto il panorama piatto e antropizzato tutto intorno, la tumulazione di una piccola discarica di inerti – avrebbe potuto sostituire il caffè, la pastina, valere insomma come colazione, e da sotto giungeva adesso un passo più veloce, cassa dritta e basso in levare, centottanta o centonovanta battiti al minuto, frenchcore quasi, e Melusine si alzava in piedi e guardava verso il soundsystem più lontano, un muro di amplificatori uniforme e lievemente concavo, davanti alla cui nera lunghezza ristavano solo due persone: una ragazza, le gambe bianche che da una minigonna zebrata andavano a ficcarsi in due grosse scarpe da skate, che ondeggiava piano, facendo figure come di quadrati con le braccia e le mani, e, più vicino al muro, quasi a contatto con esso eppure immobile, un ragazzo, o ragazza, o donna, o uomo, tutto nero per la felpa col cappuccio tirato su e i pantaloni e lo zaino pure neri, piantato davanti al rimbombare violentissimo delle casse. Ore prima, quel sound aveva visto i suoi bei baccanali, ma adesso tutto, come seguendo un processo di transizione osmotica o secondo un programma dispiegatosi da solo secondo gli usi e la sensibilità della massa dei partecipanti e di ciascuno di loro, si era spostato al muro di casse principale, più grande e frontale rispetto al tumulo su cui stavate, una parete di una dozzina di metri decorata sulla sommità da televisori fermi sulla danza di puntini grigi dell’assenza di segnale, e lì davanti infatti si agitava una massa di tre o quattrocento persone, la quale appariva omogenea sotto cassa, una legione scura e organica, un’emanazione del muro stesso, i più dei suoi componenti che ballavano compatti con quel caratteristico movimento che assomiglia al remare, e più multiforme e agitata in mezzo, un ribollire di braccia e teste e volti, prima dello sfrangiamento, sgranato nei colori e negli occhi, di folle varianza nella babele di abiti e capelli e ninnoli e stati di coscienza dei gruppetti ridenti, urlanti, saltanti, abbraccianti, che costituiva il bordo di quella massa, la quale pure, presa tutta assieme, ondeggiava secondo un suo altro più uniforme e lento passo, simile a un telone o a un’ampissima bandiera agitata dal vento, fino poi ai singoli che ne punteggiavano l’intorno, le due ragazzine coi cappucci di peluche colorato che tenendosi per mano raggiungevano saltellando il banco delle birre, il tizio seduto a terra nella polvere come in meditazione e quello in sandali che ballava secondo un proprio ritmo scardinato, il bozzolo in fondo a sinistra attorno a cui si azzuffavano i cani, che era certamente una persona addormentata (si poteva mai dormire in quel casino? Forse sì, visto che vi eravate appena svegliati), la donna che poco più in là si fumava tranquilla una sigaretta guardando gli altri ballare, e ancora un vecchio con la zucca tatuata, che si abbassava fin quasi a terra a ogni calo di velocità della traccia per poi schizzare su, come rianimato, a ogni ripartenza, e ancora più a lato il ragazzino con la maglia da hockey troppo larga che armeggiava col marsupio tra banconote e buste mentre con le spalle seguiva il ritmo brutale della techno che ovunque rimbombava – e realizzavi che non era poi così lontano il vostro divano se potevi scorgere simili particolari, se potevi distinguere lo smascellare dell’una, il riso sguaiato dell’altro, la manica che asciugava della birra dal lato di una bocca, il volo di una cartina sfuggita di mano, e Melusine, che a sua volta era passata a rimirare quel deliquio festante di corpi tra il suolo battuto e l’orizzonte che si apriva al giorno, diceva
Storica.
Che?
No, dico, festa storica.
Ogni volta non voglio venire, penso che mi sono rotto il cazzo, disse Iacopo tirando su col naso, e ogni volta, cioè non proprio ogni volta, ma questa volta sì, sembra la più bella, o almeno una delle più belle.
E invece, dicesti tu, approcciando il CD.
Invece che?
Invece è tutto finito.
E su, rispose Melusine, la festa era bella, è bella, è uno scialo, guarda come stiamcover_MDC_smallo, il sole ci dà i baci, cazzo c’entra dire queste cose.
Dico solo che non è più come una volta.
Te lo spiego io, fece lei, ti sembrava meglio prima perché prima… quando sei stato la prima volta a una festa? Nel ’99? Faccio su altre tre raglie? Bene. Prima ti sembrava meglio prima perché, cos’era, il ’98, il ’97? A quei tempi avevi vent’anni.
Se ascolti ora un pezzo degli Spiral Tribe, biascicò Iacopo stropicciandosi la faccia, un pezzo di allora, sembra blues, boh, funk, tipo, da quanto è lento. Io mi sa che la prima volta che sono stato a una festa era il duemila, e mi sembrano meglio adesso. Cioè, non proprio ora magari, ma nel duemilaquattro, boh, duemilacinque…
Che non è adesso.
È più “adesso” del ’98.
L’età d’oro sarebbe quella?
L’età d’oro, se senti la gente, disse piano Melusine mentre faceva su tre righe ancora più grosse, è sempre prima.

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Tre gocce https://minimaetmoralia.it/fiction/tre-gocce/ https://minimaetmoralia.it/fiction/tre-gocce/#comments Mon, 05 Jan 2015 06:00:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24888 Questo racconto è uscito su Urania 451, il numero 68 di Nuovi Argomenti dedicato alla fantascienza e curato da Carlo Mazza Galanti.

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Il modo in cui muoiono è curioso. Dico, come muoiono quando li prendi bene, pieni. Si accartocciano e fanno una specie di rosa (chi è che diceva che una rosa è una rosa?) che poi scompare su se stessa e quasi sempre lascia cadere una goccia iridescente. Quando ero piccolo, a casa, quanto sembra lontano, mia nonna mi mostrava sempre un trucco, prendevamo gli opilioni, che tutti pensano siano ragni ma ragni non sono, e tenendoli per le zampe gli dicevamo di regalarci una goccia di acqua santa, e se era santo quel qualcosa che un aracnide lussato, terrorizzato, cagava fuori, figuriamoci quel che emettono morendo questi elfi della macchina, ehi lo so che non dovrei dirlo, che è vietato dal regolamento chiamarli così, ma tra chi viene assegnato ai settori esterni i film su McKenna girano, è inevitabile... A volte, quando facevi il trucco dell’acqua santa ti rimaneva pure in mano una zampa, ma a ripensarci è probabile che fosse autotomia, il fatto che anche staccata si muovesse era di certo un decoy per i predatori, le abbiamo pure noi, le versioni di noi stessi proiettabili, quelle gonfiabili, parlanti, con le lucette... Anche qui, quando rimane qualcosa in più di una goccia, un petalo di rosa, quello che è, vibra tutto, genera caleidoscopie, salvo che non c’è più nessuno da proteggere, cosa vuoi sviare se ti ho già fatto fuori? ma in ogni caso meglio non guardare, meglio obliterare pure il petalo, la goccia, la minuscola pozza; le regole d’ingaggio del resto parlano chiaro...

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Questo racconto è uscito su Urania 451, il numero 68 di Nuovi Argomenti dedicato alla fantascienza e curato da Carlo Mazza Galanti.

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Il modo in cui muoiono è curioso. Dico, come muoiono quando li prendi bene, pieni. Si accartocciano e fanno una specie di rosa (chi è che diceva che una rosa è una rosa?) che poi scompare su se stessa e quasi sempre lascia cadere una goccia iridescente. Quando ero piccolo, a casa, quanto sembra lontano, mia nonna mi mostrava sempre un trucco, prendevamo gli opilioni, che tutti pensano siano ragni ma ragni non sono, e tenendoli per le zampe gli dicevamo di regalarci una goccia di acqua santa, e se era santo quel qualcosa che un aracnide lussato, terrorizzato, cagava fuori, figuriamoci quel che emettono morendo questi elfi della macchina, ehi lo so che non dovrei dirlo, che è vietato dal regolamento chiamarli così, ma tra chi viene assegnato ai settori esterni i film su McKenna girano, è inevitabile… A volte, quando facevi il trucco dell’acqua santa ti rimaneva pure in mano una zampa, ma a ripensarci è probabile che fosse autotomia, il fatto che anche staccata si muovesse era di certo un decoy per i predatori, le abbiamo pure noi, le versioni di noi stessi proiettabili, quelle gonfiabili, parlanti, con le lucette… Anche qui, quando rimane qualcosa in più di una goccia, un petalo di rosa, quello che è, vibra tutto, genera caleidoscopie, salvo che non c’è più nessuno da proteggere, cosa vuoi sviare se ti ho già fatto fuori? ma in ogni caso meglio non guardare, meglio obliterare pure il petalo, la goccia, la minuscola pozza; le regole d’ingaggio del resto parlano chiaro…

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Non è che ci lamentiamo, qua. Si sentono certe storie… Sono convinto che alla fine un po’ tutti gli assegnati a questo o quel settore non proprio estremo dicono che, alla fine di ogni bilancio, non si lamentano. “Arruolati, vedrai il mondo,” lo usavano anche una volta nella marina, o sbaglio? Sì, certo, il mondo… Senza neanche mettere in mezzo le solite storie, uova che ti si schiudono sottopelle, frattali che ti rimangono in testa, spore vescicanti, noi mica ce la passiamo male. Ci buttano giù un mezzo ogni duemila, ogni tremila; il settore è grande, e anche se di quelle cose ne friggiamo, boh, un paio di milioni al giorno, il protocollo è comunque Adagio, neanche Andante, chissà poi chi se l’è inventata, questa cazzata dei nomi; siamo pur sempre e in ogni caso un teatro di esplorazione. Sì, lo so che c’è gente come quelli del GTE che “per ragioni esplorative” si ritrova a fare la guerra di posizione, ma comunque non è lo stesso protocollo, loro saranno di sicuro Allegro o anche Vivace… Certo, so anche quella storiella, quella del tipo che sta dicendo proprio questa cosa qua, protocollo Adagio, neanche Andante, e manco riesce a finire la frase perché si ritrova obliterato. Sì, so anche che se adesso lo faccio, poi finisce che capita a me, un classico. Sentito e risentito. Capito come? Così, “protocoll

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Uno dopo l’altro, e questi, quelli quasi uguali, dico uguali al nostro, sono i peggiori. Pensa svoltare uno di questi fronti di scogli e trovare un segno inequivocabile, qualcosa tipo la Statua della Libertà alla fine del Pianeta delle Scimmie. Sarebbe un bel sollievo, altroché, sapere che in realtà siamo sulla Terra. Qui invece niente. Mi ricorda la Turballe, un posto in Bretagna (non diteglielo, non si sentono bretoni, sempre che esista ancora la Bretagna, da azioni come questa è sempre così difficile essere certi di qualcosa, affermare dentro di noi qualcosa), lo stesso vento, la stessa sabbia che sembra pan di mandorle, dove i piedi affondano anche cinque o sei centimetri, su cui gli scarponi lasciano segni sgranati, anche se si vede bene la zigrinatura delle suole (uno potrebbe togliersi gli scarponi, immaginarsi scalzo, mah meglio di no, per ora), le stesse conchiglie, un misto di telline piccole, telline enormi, cozze, unghie di strega o cazzi di mare, secondo i modi di dire, secondo i posti, chissà come li chiamano qui, sempre che ci sia qualcuno a chiamarli, a dare un nome alle cose, e speriamo di no, speriamo di no, qualche chiocciola, il mare verde, verdissimo, i resti delle meduse che lì alla Turballe, come qui, erano marroni, rosa da piccole ma poi sempre marroni, con un impianto radiale nero, ben visibile, come se le ombre dei nuclearizzati mostrassero anche la forma dello scheletro (che poi a pensarci cosa mi lamento, protocollo Grave, meglio star qua che con quelli dell’ETB a nuclearizzare gente…) e spiaggiate si asciugano tonde, rimane solo l’ombra, una pellicola, e quel sistema di raggi neri. Alla Turballe c’erano i resti dei bunker degli antichi tedeschi, mi accontenterei anche di un bunker, ma niente, la spiaggia ha un carattere, una forma, del tutto antropizzata ma non c’è un oggetto, una cosa, che possa rassomigliare a un manufatto. Neanche quei sassetti marroni, o verdi, trasparenti, che sassi non sono ma cocci di bottiglia, sminuzzati e levigati dal mare.
L’atmosfera, i minerali, le alghe o cosa sono quelle filacce che si intravedono, è tutto uguale, qui si va senza tuta, si può immaginare via la tuta, il fucile, tutto, ci si può dotare di abiti civili, di un costume, quando ero piccolo mia madre mi comprava sempre costumi corti, io volevo quelli a mezza gamba da surfista, lei avrebbe voluto gli slip, sennò poi rimani con le cosce bianche come un pollo, diceva, alla fine dopo che le piantai una grana infinita sul primo slip (nero era, con solo un simbolino bianco sul lato) finimmo per accordarci sempre su dei boxer corti, ma adesso mi voglio proprio immaginare un bel paio di boxer a mezza gamba, blu a motivi batik di fiori, una canotta a righe, niente scarpe, mai piaciuto portare a mano le scarpe quando cammino in spiaggia, ecco, tra i segni umani che mancano qui, uno che particolarmente manca è la ragazza che avevo alla Turballe, che camminava davanti a me tenendo, lei sì, i sandali in mano e ogni tanto si girava come a vedere dove stavo io e mi sorrideva.
In mare si muove qualcosa, a occhio qualcosa di grosso, ci sono colleghi che avrebbero già smollato una granata, gente che si guarda e riguarda Aliens: scontro finale, che sa a mente le battute, Sei troppo troppa Vasquez, Game over ragazzi, game over, gente che non aspetta altro che la Caccia all’insetto, come diceva proprio Hudson, e però le cacce sono rare e allora ti accontenti di smollare una granata del 3 o del 16 nel mare di un mondo altro e veder venire a galla qualche bestia mucosa. Io no, io cammino, conto sul manufatto, lo spero e lo temo. Ricordo l’inquietudine, quella volta, un mondo tutto prati, un paradiso delle api, niente esseri intelligenti, niente cordati avresti detto, poi in mezzo a un prato questa cosa, questa campana, rossa brillante come di plastica (era di resina) lì inspiegata (prelevare campione, e tu stranito come quando in Accademia ti danno gli acidi e finisci piantato a guardare una foglia, una patacca di muschio), i bordi, le finiture, tutta una serie di dettagli ai tuoi occhi certamente artificiali, e invece magari stava lì da sempre, così, formatasi in chissà che modo, da chissà che forza demiurgica, e lì sì gente che aveva fatto l’Accademia con me sarebbe andata fuori di testa. Io no, io me la sono fatta sotto ma ho campionato quel che c’era da campionare e sono andato avanti. Sui mostri, poi, siamo preparati ed equipaggiati. Quello di cui ho paura io, dico paura davvero, è che ora appaia la ragazza, hai presente, come in Solaris, non so, viversi qualcosa del genere, finire a un tavolino a piangere come lo stalker di Stalker, che poi chissà, forse questa tradizione di guardarsi i vecchi film, ogni dipartimento col suo film feticcio, è quello che ci fotte, guardare le cose, pensarle, averle in testa, non cambia forse la loro natura? Meglio quelli del TBG che non fanno altro che guardare E.T., allora…
C’è un movimento, alla distanza. Riattivo tuta e armi. È uno dei nostri? È un doppio? Proiezione? Nemesi? Doppelganger assassino? Loop da cui non uscirò? E salutami, coglione.

Mi saluta.

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