Somerset Maugham Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/somerset-maugham/ un blog di approfondimento culturale Sun, 24 May 2015 08:23:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Somerset Maugham Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/somerset-maugham/ 32 32 “Atti osceni in luogo privato”: intervista a Marco Missiroli https://minimaetmoralia.it/interviste/atti-osceni-in-luogo-privato-intervista-a-marco-missiroli/ https://minimaetmoralia.it/interviste/atti-osceni-in-luogo-privato-intervista-a-marco-missiroli/#comments Sun, 24 May 2015 08:23:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26918 Marco Missiroli è un romanziere senza più timori. Uno che non ha mai temuto il confronto con i grandi temi del romanzo europeo e americano. E che oggi, al quinto libro, dopo aver già sperimentato terreni spinosissimi e totali, come direbbe lui – tipo l’esistenza di Dio, il rapporto con il padre, il razzismo, la […]

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Marco Missiroli è un romanziere senza più timori. Uno che non ha mai temuto il confronto con i grandi temi del romanzo europeo e americano. E che oggi, al quinto libro, dopo aver già sperimentato terreni spinosissimi e totali, come direbbe lui – tipo l’esistenza di Dio, il rapporto con il padre, il razzismo, la morte assistita e molto altro – ed esserci riuscito sempre un po’ a metà, mettendoci tanta intelligenza, ma poco cuore, Missiroli scrive il suo romanzo più bello. Si libera di tutte le sue incertezze di narratore – e forse di uomo – e prende il volo. Quando chiesero a Bernard Malamud qualche consiglio per gli scrittori disse: Correte dei rischi, osate. State attenti a non ingannare voi stessi. Marco Missiroli, che ha trentaquattro anni, ha finalmente osato.

Ne è prova il successo di “Atti osceni in luogo privato” (Feltrinelli), giunto come uno scossone editoriale nelle nostre librerie, a partire dalla copertina forse un po’ troppo aggressiva: una fotografia di Erwin_Blumenfeld “Holy Cross (in hoc signo vince)”, opera in cui il protagonista del libro si imbatte in un museo di New York. L’immagine, unita a questo titolo dal sapore pubblicitario, crea un effetto falsante e ha forse allontanato alcuni lettori affezionati o ha rischiato di farlo. “C’è un gap tra il dentro e il fuori. La copertina e il titolo danno l’idea di un libro sessuale, freddo. Al contrario dentro c’è molto calore”, mi dice Marco Missiroli al telefono con il l’accento tuonante dei riminesi, ”un libro sull’eros dal punto di vista spirituale, dove il sesso è totemico”.

Ecco l’incipit del romanzo:

“Avevo dodici anni e un mese, mamma riempiva i piatti di cappelletti e raccontava di come l’utero sia il principio della modernità. Versò il brodo di gallina e disse – Impariamo dalla Francia con le sue ondate di suffragette che hanno liberalizzato le coscienze. – E i pompini. La crepa fu questa. Mio padre che soffiava sul cucchiaio mentre sentenziava: e i pompini. Mamma lo fissò, Non ti azzardare più davanti al bambino, le sfuggì il sorriso triste. Lui continuò a raffreddare i cappelletti e aggiunse – Sono una delle meraviglie del cosmo”.

Lo stile, elegante e rarefatto, è la cifra di Missiroli, ma anche il suo limite. Ci ritroviamo di colpo dentro in un tinello un po’ fuori dal tempo. Un film francese più che un romanzo italiano contemporaneo. Potremmo essere a metà degli anni Sessanta o al massimo Settanta. I cappelletti, il brodo di gallina, le suffragette. E i pompini. Tutte cose senza tempo: meraviglie del cosmo, sans doute. Qui c’è già tutta la storia di Libero Marsell il protagonista del romanzo, che è poi la nostra storia: un ragazzino di 12 anni che cerca di “allineare l’anima con gli ormoni”, scopre l’autoerotismo e poi il sesso, vive con tristezza il divorzio dei genitori, la morte improvvisa del padre, i primi fallimenti sentimentali e infine il grande amore. Allora cosa fa di “Atti osceni” un libro speciale? Chiedo soccorso di nuovo alle parole di Malamud: “L’arte, nella sua essenza più vera, ci aiuta a comprendere chi siamo”.

Il libro, racconta Missiroli, è stato scritto in soli 21 giorni seguiti da due anni di lavoro. E in totale segretezza, dalle sei del mattino alle 10, 30 prima di andare al lavoro [Missiroli fa il caporedattore di una rivista di psicologia a Milano, ndr]. Forse anche per questa foga con cui è stato composto, “Atti osceni in luogo privato” è un libro che si legge d’un fiato.  E che ti porta dritto al ricordo del tuo primo amore – l’amore “inimitabile”. E in quella giovinezza che fa sentire sempre incompleti. Entrare nel proprio corpo, diventare se stessi, entrare in se stessi sono tutte espressioni di cui Missiroli fa largo uso: ogni scoperta sessuale o sentimentale – aggettivi quasi intercambiabili in questo libro – corrispondono a una piccola epifania. Anche i libri, che il protagonista cita senza ritegno, hanno questa funzione di ricollocamento del sé: Camus, Buzzati, Faulkner, Maugham. Tutti autori “esistenziali” per Libero.

Dopo l’affannosa lettura de “L’amante” della Duras Libero dice: “Nei giorni successivi venne alla luce la parte di me che era me stesso”. Per questo motivo le continue citazioni non infastidiscono la lettura, anzi la rendono più travolgente: perché sono tutti primi amori, scoperte, colpi di fulmine. “Il filo del rasoio” di Somerset Maugham diventa il romanzo che spiega “cosa significa stare in bilico”. “Lo leggo ogni volta che mi innamoro e ogni volta che una storia finisce”, dice Marie Lafontaine, uno dei personaggi più riusciti del libro, una trentenne sensuale e infelice “con la pelle di luna” che sembra uscita da un film di François Ozon. In una scena molto tenera, Libero chiede a Marie, amica “sognata” e sua confidente, nonché bibliotecaria e spacciatrice di libri, di mostrargli il seno.

“Era un seno bianco, i capezzoli rosa e l’areola ampia. Maestoso, strabordava dai lati e rimaneva inspiegabilmente ritto e compatto. Servivano due mani per ogni mammella. Quel seno avrebbe scalfito la mia corteccia cerebrale in eterno: il Big Bang della mia memoria masturbatoria”.

Alla fine del romanzo, grazie all’incontro con Anna, la futura moglie, Libero comincia a insegnare letteratura in una scuola per stranieri e lì scopre la sua vocazione, lascia la facoltà di Giurisprudenza e si iscrive a Lettere, laureandosi con una tesi sullo scrittore americano Raymond Carver intitolata Il massimalismo emotivo. Missiroli gioca con una definizione che è senza dubbio programmatica e che calza con il suo stesso stile: minimo di orpelli e massimo del sentimento.

Il romanzo termina con un solo apparente lieto fine. Libero dopo essersi trasferito da Parigi a Milano e aver sofferto prima di solitudine poi di una sorta di smania sessuale incontra il grande amore. “Ho sposato Anna per amore, e per come scopa. Oltre l’eros, oltre la sua insuperabile attitudine a farmi sentire vivo, le ho chiesto la mano un giorno di settembre per avermi restituito il nome”. Ma se è vero, come dice l’amica del cuore Marie, “che più c’è passione e più è difficile dopo” allora Libero Marsell non avrà un matrimonio facile. “In realtà è una finta felicità quella di Libero, è quella di uno che si è dato una presunzione di vita borghese, ma lo intravede benissimo il mattatoio che torna. Perché il mattatoio tornerà. Ho molto da scrivere ancora su Libero. Datemi dieci anni di vita, e scrivo la seconda parte!”.

Missiroli confessa dopo che dopo questo romanzo non ci sarà ritorno. Il suo approccio alla scrittura è cambiato. Più gioioso. “Avevo dato troppa vita alla testa e ora ho voluto lasciare lo spazio ad altro. Il mio libro precedente, che ho riscritto 11 volte, era molto cerebrale, nonostante fosse una storia vera”. Ecco Marco Missiroli, romagnolo doc con il senso del romanzesco nelle vene: trasforma la storia vera di un prete che ritrova suo figlio, “Il senso dell’elefante”, in una storia raffinata e strutturata narrativamente. E poi però trasfigura la storia di formazione un ragazzino italo-parigino, con personaggi che sembrano usciti da un album delle fotografie tanto sono reali, e invece questa volta è tutto, o quasi, inventato. Perché Missiroli, a differenza di molti suoi coetanei, non è contemporaneo, anzi tende a rarefare il presente, a creare atmosfere sospese, ingannando magari un po’ il lettore che pensa di leggere una storia ambientata molti anni prima. Questo “effetto vintage” può non piacere. Ma Missiroli lo fa per una ragione – di nuovo – inesorabilmente romanzesca: cerca l’alto, la vertigine, lo spiritualità. “Non volevo raccontare il sesso ai tempi di WhatsApp. Ho eliminato tutta la tecnologia da questo libro. Altrimenti Libero avrebbe scopato a 14 e mezzo, non a 20”.

La presenza del trascendente e la devozione sono temi molto forti nei romanzi di Missiroli e fanno parte di un piccolo travaglio interiore. “Vengo da una famiglia comunista e atea, e sono diventato cattolico per scelta e in modo contraddittorio, ad esempio sono pro-eutanasia”. Il tema dell’eutanasia ritorna, curiosamente, in quasi tutti i libri di Missiroli. “Mi affascina da un punto di vista narrativo: è una narrazione perfetta, una storia di cui sai già il finale”. C’è l’eutanasia in “Bianco”, ne “Il senso dell’elefante” e questo ultimo libro. Ma non è l’unica fissa letteraria di Marco Missiroli. Un’altra è quella del ballo.

In tutti i suoi libri che ho letto c’è l’elemento della danza, incarnato da un uomo o una donna che ballano di professione o che amano danzare: c’è la Miss Betty di “Bianco”, ex ballerina obesa, c’è Pietro, il prete che balla il tip tap protagonista del “Senso dell’elefante” e c’è Lunette, il primo amore di Libero, la “farfalla nera che balla il charlerston”. “L’ossessione per il ballo viene da una mia ansia di bambino: non potevo calpestare le righe del pavimento allora saltavo, ballavo. Il ballo è un mio  desiderio di leggerezza”. Ci pensa un po’ su e poi aggiunge, con la solita foga del romanziere romagnolo: “E poi il ballo permette uno spostamento psicologico nei personaggi, un cambio della personalità”. Punta, tacco. Et voilà.

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Denny Fouts, l’homme fatal https://minimaetmoralia.it/letteratura/denny-fouts/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/denny-fouts/#comments Wed, 21 Jan 2015 15:59:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25066 Questo pezzo è uscito sul Foglio. (Fonte immagine)

Il mantenuto più famoso del Novecento: è sepolto a Roma. Nel cimitero acattolico della Piramide Cestia, il più elegante della città, forse dell’occidente; alla vigilia di Natale, ragazze bionde con grandi sciarpe écru depositano roselline su piccole lapidi liberty con nomi di nonne tedesche circondate da basse siepi di bosso; qualcuno ha messo due bastoncini d’incenso su una lapide russa; il profumo si sparge nell’aria; un annuncio in tre lingue, sommesso, con sottofondo d’archi, indica che quasi è l’ora di chiusura: niente di vagamente comparabile con cimiteri popolari tipo Verano; ed è giusto così per Denham Fouts (1914-1948), che visse lussuosamente nel mondo e si spense a Roma, a trentaquattro anni, dopo aver fatto spasimare un paio di regnanti, tutti gli scrittori un po’ gay del mondo libero, e pure qualche ereditiera americana.

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Questo pezzo è uscito sul Foglio. (Fonte immagine)

Il mantenuto più famoso del Novecento: è sepolto a Roma. Nel cimitero acattolico della Piramide Cestia, il più elegante della città, forse dell’occidente; alla vigilia di Natale, ragazze bionde con grandi sciarpe écru depositano roselline su piccole lapidi liberty con nomi di nonne tedesche circondate da basse siepi di bosso; qualcuno ha messo due bastoncini d’incenso su una lapide russa; il profumo si sparge nell’aria; un annuncio in tre lingue, sommesso, con sottofondo d’archi, indica che quasi è l’ora di chiusura: niente di vagamente comparabile con cimiteri popolari tipo Verano; ed è giusto così per Denham Fouts (1914-1948), che visse lussuosamente nel mondo e si spense a Roma, a trentaquattro anni, dopo aver fatto spasimare un paio di regnanti, tutti gli scrittori un po’ gay del mondo libero, e pure qualche ereditiera americana.

La leggenda di Denny Fouts vorrebbe che fosse sepolto al Père Lachaise, ma lui è qui. Qui, tra i resti mortali di famosi massoni, principesse russe dai cognomi improbabili, il figlio di Goethe, aristocratici siciliani dai predicati sospetti, e tanti di quelli che si sono persi, e ritrovati non a San Francisco, come da celebre massima wildiana, ma a Roma. Oscar Wilde sosteneva che l’Acattolico è il vero luogo divino di Roma, non San Pietro; e qui riposa, oltre a Gramsci e a Yeats e a Shelley, anche Denny, una delle incarnazioni più plausibili del mito della giovinezza perenne e un po’ mortifera alla Dorian Gray. La lapide sobria recita solamente: “Louis Denham Fouts; 16 dicembre 1948”; nessuno dei visitatori sommessi natalizi potrebbe sospettare che l’adolescente più amato del Secolo Breve si nasconda sotto questa piccola pianticella di melagrana, tra i famosi gatti di Piramide.

Era stato “il prostituto più caro del mondo” secondo Christopher Isherwood; “il miglior mantenuto del mondo” e “la persona più affascinante che io abbia mai visto” per Truman Capote, che lo cristallizza tra i protagonisti del suo “Preghiere esaudite”; “l’homme fatal” per Gore Vidal, che lo mette nel suo “Giudizio di Paride” e in altri racconti. Neanche Lola Montez, la escort irlandese che aveva fatto perdere un regno a Ludwig I di Baviera, ha generato tanta narrativa. Lui non faceva perdere regni, ma rendeva più piacevoli le vite terrene di tanti signori ammogliati, con corona o senza: Truman Capote, Christopher Isherwood e Gore Vidal, appunto, ma anche Somerset Maugham, Paul Bowles, Cyril Connolly; e poi re Paolo di Grecia, lord Mountbatten, Paolo di Yugoslavia, Jean Marais, lo Scià di Persia. Addirittura Hitler – ma qui siamo forse alla leggenda: “Se Denny avesse ceduto alle sue avances, forse non ci sarebbe stata la Seconda guerra mondiale”, secondo Capote, che pure inventava parecchio.

“Sono stato una puttana omosessuale di spettacolare successo”, dice il protagonista della novella di Isherwood “Paul”, che poi è chiaramente Denny. E “avevo un talento: il sesso. Ero davvero bravo in quello. Ogni tipo di persona impazziva per me, e questo mi eccitava – anche quando li trovavo totalmente non attraenti, cosa che accadeva spesso”. L’autore di “Addio a Berlino” venne nel 1955 a omaggiare il suo vecchio amico a Piramide; e nei suoi diari descrive Fouts come “Dorian Gray che riemerge dalla tomba”. Casualmente c’è qualcosa di cimiteriale anche nella presentazione di Paul-Denny: “La prima volta che posai gli occhi su Paul, quando entrò al ristorante, notai la sua andatura stranamente eretta, pareva quasi paralizzato dalla tensione. È sempre stato snello, ma allora pareva magro e vestiva come un adolescente. Sapendo che si stava ormai avvicinando ai trent’anni, questa ostentata giovinezza aveva un effetto un tantino sinistro, come qualcosa di miracolosamente conservato”.

Oggi Denny all’Acattolico è anche in coabitazione: secondo gli angelici custodi del cimitero di Piramide, i suoi resti riposano ora nell’ossario comune, tra le membra di chissà quali expats, per quanto prestigiosi, non essendo stato pagato il rinnovo trentennale della concessione; il suo coinquilino forse inconsapevole si chiama Oddone Cappellino; accanto, un professore Antonio Martines, da Galatina, Puglia.

Louis Denham Fouts era nato il 9 maggio 1914 a Jacksonville, Florida, da una famiglia della buona borghesia del sud, e non, come nelle “Preghiere esaudite” di Capote, garzone nella panetteria del padre. Nell’opera capotiana il piccolo Fouts viene rimorchiato da un “grassoccio miliardario al volante di una Duisenberg decappottabile nuova di zecca e fabbricata su ordinazione”; è un magnate della crema abbronzante, che compra ciambelle nella bottega paterna e se lo porta via, verso l’Europa e i lussi. In realtà il Bildungsroman di Fouts è più manniano e meno pasoliniano: secondo una biografia che prende a titolo la definizione capotiana – “Best kept boy in the world”, di Arthur Vanderbilt (Riverdale Avenue Books), il miglior mantenuto del mondo ha un nonno presidente di una ferrovia locale, e l’altro fondatore di una Atlantic National Bank. Il padre, laureato a Yale, è funzionario nella banca del suocero. Il giovane Denny non fa ciambelle, ma viene spedito prima a Washington poi a New York a lavorare nel supermercato di un parente; qui però si accorge subito che il suo potenziale non sarà valorizzato abbastanza nella grande distribuzione organizzata.

Un aspetto angelico, in grado di ossessionare uomini e donne, che si girano per strada. Soprattutto un’aura da puer aeternus in grado di turbare uomini e donne.

Per Gore Vidal, che come al solito se la tira, e come al solito ha ragione, la bellezza di Fouts non era eccessiva, eppure c’era qualcosa: un carisma adolescenziale e un gattamortismo esistenziale ne spiegano il successo planetario; e Capote, molto più ossessionato (se avesse continuato a lavorare alle sue “Preghiere esaudite”, Denny avrebbe avuto un ruolo principale nella saga proustiana che poi uccise il suo autore): “Era l’Amato, questo il solo ruolo che poteva interpretare”.

Il puer aeternus, o twink, a New York tra gli scaffali del suo supermercato chiede informazioni sulle vocazioni: da Glenway Wescott, letterato allora molto in voga, vuol sapere “cosa bisogna fare per fare i mantenuti”; lo scrittore sorride di questa ingenuità e gli dice innanzitutto di evitare assolutamente quell’espressione, per cominciare. “Pensa piuttosto a qualche materia che vorresti studiare, e poi chiedi a qualcuno di finanziarti”. Non si sa se il giovane Fouts abbia seguito il consiglio, ma di sicuro da qui in poi comincia la sua ascesa; e da qui la versione capotiana e quella della biografia di Vanderbilt si ricongiungono: il primo sponsor è un barone tedesco, produttore di cosmetici, che viene rapidamente scaricato a Berlino, di dove il giovane Fouts parte in autostop per Venezia; lì, una provvidenziale limousine greca lo soccorrerà, fino a un porto e a uno yacht (ci sono molti yacht nella parabola di Denny). Il tycoon però dev’essere noioso, e Fouts scappa con un mozzo adolescente di bordo, dopo aver derubato il suo ospite, e col ricavato si stabiliranno in una suite al Quisisana di Capri.

Qui, abiti da sera e champagne, nella migliore oleografia caprese; ma i soldi finiscono in fretta e a un certo punto il direttore chiama i carabinieri; e proprio mentre è in corso l’arresto, si ode una voce: “Giù le mani da quel bel giovane. È mio!”. Secondo la leggenda e i biografi, dice proprio così lord Tredegar, figlio del primo visconte Tredegar e di una Carnegie, dunque immensa ricchezza, le migliori eccentricità britanniche e “il bambino più viziato d’Inghilterra” secondo Aldous Huxley, suo istitutore privato. Tredegar diventa il passe-partout per Fouts nel jet set (non ancora chiamato così, scarseggiando i velivoli) internazionale; alle sue feste a Tredegar Park, nel Galles, sono ospiti fissi la marchesa Casati, Yeats, G. K. Chesterton, lord Alfred Douglas, che aveva da poco fatto carcerare il povero Oscar Wilde; e George Bernard Shaw.

Denny viene incorporato nell’arredamento di Tredegar Park, tra i canguri ornamentali che il lord utilizza per intrattenere gli ospiti, e allevamenti di uccelli dei più strani; oltre all’immancabile pappagallo che il visconte tiene su una spalla. Tredegar era amico dei nazisti e nel Dopoguerra sarà poi una spia al servizio dell’MI-5; “aveva il passaporto del Vaticano e una grossa valigetta con uno stemma più elaborato di quello della regina d’Inghilterra”, testimonia Gore Vidal nel classico “Truman Capote” di George Plimpton appena pubblicato in italiano da Garzanti; secondo la biografia di Vanderbilt, Tredegar si era convertito al cattolicesimo soprattutto per poter indossare certe marsine elaborate: aveva fatto montare un piccolo altare sulla sua Rolls Royce ed era partito per il Vaticano, dove era riuscito a farsi nominare cameriere segreto di cappa e spada di Benedetto XV e poi di Pio XI. “Era un omino simile a un uccello; forse perché sua madre, lady Tredegar, aveva costruito il nido d’uccello più grande del mondo, è ancora visibile a Tredegar Park” (sempre Vidal).

A una serata a Tredegar Park, Fouts conosce quello che sarà poi il suo protettore più araldico, il principe (poi re) Paolo di Grecia. Papà di Costantino e di Sofia di Spagna (molto contestata infatti per certe sue uscite antigay, da manifestanti esperti sulla sua genealogia), era esiliato a Londra e non si era ancora sposato con Federica di Hannover; sotto falso nome lavorava in una fabbrica di motori di aerei nella City. I due partono subito per una famosa crociera nell’Egeo, e Paolo, una volta re, resterà in contatto tutta la vita con Denny. “Ci siamo molto divertiti, prima che dovesse sposare Federica. Vivevamo insieme” (dice Fouts a Vidal). Secondo Capote si fanno fare un tatuaggio uguale a Vienna (“un piccolo emblema azzurro sopra il cuore”). E Vidal, ancora: “Una sera leggiamo sul Paris Herald che re Paolo ha la polmonite”, e Denny dice: devo scrivergli un telegramma. L’indirizzo è Palazzo Reale, Atene, naturalmente, e subito arriva la risposta, il re dice che è tutta un’esagerazione, e che bellezza sentirlo, e perché non si è fatto sentire prima, e tanti baci.

Attorno a Denny girano poi una serie di personaggi diversamente altolocati; lord Mountbatten, ultimo viceré d’India, zio di Filippo di Edimburgo, padrino del principe Carlo, poi fatto brillare dall’Ira nel 1979; Paolo di Yugoslavia, e lo Scià di Persia. Si contendono e scambiano il giovane Fouts in un giro molto allegro e internazionale di signori ammogliatissimi e moderni.

“Una Bloomsbury ma con le corone”, secondo Gore Vidal: “tutti allegramente bisessuali”; e “tutti si sposavano”. Anche alcune ereditiere aspirazionali vogliono provare a tutti i costi il toy boy ormai status symbol che piace alla gente che piace: sono gli anni in cui Doris Duke e Barbara Hutton pagano un milione di dollari per verificare di persona quanto si dice attorno alla dotazione XXL di Sua Eccellenza Porfirio Rubirosa, ambasciatore della Repubblica Dominicana, e unico in grado di competere in dimensioni con lo Scià di Persia (però che politiche estere divertenti, allora).

Ma per Fouts sta arrivando l’utilizzatore finale più amato, quello senza corona ma che gli sarà accanto, sebbene spesso in assenza, per tutta la vita. Peter Watson, figlio dell’inventore inglese della margarina moderna, “non era solo un ricco finocchio, ma – alla sua maniera sommessa, intellettuale e sardonica – uno dei più begli uomini d’Inghilterra” (sempre Capote). Collezionista e mecenate, per dissipare onorevolmente la fortuna paterna Watson aveva scelto una delle vie più tradizionali, quella di finanziare un giornale sofisticato; era nata così Horizon, la rivista letteraria più importante dell’epoca, diretta da Cyril Connolly, e con Stephen Spender come editor; nella cui breve vita (1940-1949) pubblicarono tra gli altri Henry Miller, George Orwell, Virginia Woolf.

“L’ambiente di Watson fu costernato quando il loro amico, di solito piuttosto rigoroso, che aveva sin qui mostrato un normale interesse per semplici marinai, si infatuò del famigerato Denny Fouts, un ‘playboy esibizionista’, un drogato, un americano che parlava come se stesse continuamente masticando una libbra di granoturco dell’Alabama”, sempre secondo Capote; ma probabilmente non c’è niente di vero in queste parole (Isherwood ricorda una più plausibile “parlata peculiare, un misto di accento del sud e di pseudo-inglese di Oxford parlato dalle élite europee, probabilmente la gente con cui era stato a contatto negli ultimi anni”). L’unica cosa assodata è la droga: cocainomane, oppiomane, eroinomane, Fouts aveva cominciato a drogarsi probabilmente tra i pappagalli di lord Tredegar, e negli ultimi anni di vita assomiglierà sempre più a un sontuoso adolescente vampiro, cercando continuamente un ago, un cucchiaio o una pipetta per l’oppio, uscendo di casa soltanto di notte, vivendo praticamente a letto.

In realtà, a essere costernato dall’arrivo del puer floridiano fu soltanto Cecil Beaton, il fotografo corteggiatore indefesso di Watson e da lui sempre tenuto a distanza e poi accannato definitivamente in favore del mangiatore di granturco. La storia d’amore tra Beaton e Watson è interamente raccontata in “Preghiere esaudite”, sebbene a chiave: lì Beaton, trasfigurato in un giovane aristocratico sospirante, viene imbarcato su una crociera di spasmi con Watson (quante crociere, all’epoca), che lo fa dormire con sé senza concedergli nessunissima prova d’amore, e da profumiera annoiata e perfida “non permettendogli mai né un bacio né una carezza”; il poveretto annota tutto nei suoi diari, e prima “lo amo”, e poi “è un bastardo! lo odio”, come su un Facebook o WhatsApp qualunque oggi. “Watson era innamorato della crudeltà di Denny, perché riconosceva l’operato di un artista superiore” per Capote, mentre per Vidal è “un uomo interessante, alto, perverso. Uno di quei complicati gay inglesi che di solito finiscono negli alti gradi dell’esercito, perché non aveva bisogno di fare nulla. In realtà non vedeva Denny molto spesso, perché non sopportava le droghe eccetera. Quella vita era troppo per lui. Però continuava a pagargli l’appartamento e a dargli una mano”.

Fouts e Watson si stabiliscono a Parigi in questo famoso appartamentone a rue du Bac (al civico 33 secondo Capote, al 44 secondo gli altri biografi); lì, stabile come si conviene di prestigio, sei persone di servizio, e una collezione anche imponente tra cui De Chirico, Klee, Miró, un’enorme “Ragazza che legge” di Picasso che finirà nelle mani di Denny. Quando sono in buone, i Watson-Fouts si vedono spesso con Paul Bowles. Lo scrittore di “Tè nel deserto” nelle sue memorie ricorda come Denny si divertisse a tirare con l’arco dalla finestra, con frecce-molotov intinte d’alcol, fiammeggianti sui passanti. Per il resto, un normale ménage come se ne conoscono tanti, del migliore Visconti-Berger: quando è arrabbiato Denny si butta con la Rolls Royce nella Senna, uscendone all’ultimo momento. Oppure parte per Atene, dove il monarca gli tiene prenotata una suite all’hotel Grande Bretagne, e Denny fa telefonare a palazzo reale, e si fa passare il re, e gli dice di mandargli giù “due valletti dei vostri, con quei famosi gonnellini, e portar giù della roba da fumare”.

Quando i nazisti arrivano a Parigi, Denny scappa in California, dove farà amicizia con Isherwood, che è lì a fare delle sceneggiature per Hollywood e a studiare buddismo. I due si conoscono a pranzo nel 1940, con Isherwood che dirà la famosa frase: sono a pranzo col prostituto più caro del mondo, e all’inizio lo odia, venendo disturbato dall’adolescente tossico nel suo tran tran di meditazione e verdure biologiche. Però poi naturalmente se ne innamora un po’, come in uno dei più classici plot – l’auto-segregato disturbato da un essere giovane portatore di casini e vitalità; per qualche mese sono inseparabili. Vivono insieme a Santa Monica, fanno yoga, mangiano verdurine, fanno lunghe passeggiate. Alla fine Isherwood ne tira fuori un racconto, e nei diari ammette che con il suo prostituto passa “uno dei periodi più belli della mia vita”: “Ho capito sempre più le sue qualità da geisha. Lui sa davvero come dare piacere, come rendere la vita di ogni giorno più decorativa, come godere delle piccole cose”.

Poi Denny si fa arrestare come obiettore di coscienza, finisce in un campo di prigionia per disertori americani; tornerà in Europa solo nel 1946. Torna a rue du Bac con un grande cane da pastore nero, Trotsky, preso in California, e Watson gli organizza una grande festa di bentornato, salvo poi sbroccare perché arrivano tutte le marchette di Parigi. Denny è ormai una specie di Ludwig nei giorni del disarmo: dorme tutto il giorno; sul suo letto, un ritratto del bonazzo mitologico Adone a grandezza reale del pittore russo Tchcelitchew; sul letto, le pagine dei quotidiani con le quotazioni di Borsa; vari telegrammi di Paolo di Grecia; al tramonto attacca la prima pipa di oppio e poi esce, va nei locali intorno alla Bastiglia; a volte in frac, altre, se non ha voglia di vestirsi, direttamente in pigiama. E ha sempre meno voglia di vestirsi. Spesso si addormenta nei locali. Comincia a circolare il soprannome: The Beautiful Sleeping Beauty. Una sera il gestore di un night, vedendolo in pigiama di seta al suo ristorante, lo crede artista e gli chiede come si chiama il suo spettacolo; risposta: “La vie”, la vita.

Questo lo racconta un altro amante del tempo, Michael Wishart, pittore all’epoca diciassettenne, un protetto (insieme a Lucian Freud) di Watson, che racconta tutto nel suo libro di memorie “High Diver” (1977). Wishart si innamora naturalmente subito, ma scopre presto di dover condividere Denny non solo con lo sponsor Watson, ma anche con Gérard, sedicenne marinaretto bretone. A Fouts del resto piacciono solo gli adolescenti: anche Watson lo conferma. “Sessualmente, è solo una cosa tecnica per lui. È fermo ai suoi sedici anni, e resiste a ogni tentativo di crescere”. E Vidal: “Con gli adolescenti dava il meglio di sé: ma del resto era uno di loro”. E Denny, tra reali e tycoon e produttori di margarina, alla fine vagheggiava solo mitologie narcisistiche in senso letterale, col rispecchiamento pubescente, e “quelle notti sotto le stelle in cui mi scopavo il mio bellissimo fratellino piccolo, a Jacksonville”.

Negli ultimi mesi parigini, nella discesa agli inferi oppiacea, arriva a Parigi Capote (ventiduenne). Nella finzione romanzesca di “Preghiere esaudite”, il narratore riceve da Denny un biglietto di prima classe sul Queen Elizabeth e una lettera: “Caro signor Jones, i suoi racconti sono splendidi. Come il ritratto di Cecil Beaton. La prego di venire qui come mio ospite”. Nella realtà, pare che Fouts avesse mandato una sola parola, “come”, “vieni”, e un assegno in bianco (dunque gli amici: appena andrà in banca, scoprirà che è scoperto, e se ne tornerà a New York). A colpire Denny era stata la quarta di copertina di “Altre voci, altre stanze”, l’opera prima di Capote, con una foto dell’autore in posa minorile-zozzetta, e non di Beaton. Nella finzione, Capote-Narratore e Denny diventano amanti, vivono insieme alcuni mesi a Parigi, e Denny accetta di sottoporsi a un rehab e avalla addirittura progetti di ripartenza coniugale per gli Stati Uniti, con lo strano proposito di acquistare una pompa di benzina, e l’autocandidatura a casalinga provetta in grado di preparare tanti mangiarini “mentre tu scriverai racconti” (mah). Nella realtà, Capote rimane solo alcuni giorni a intervistare Denny, sufficienti per far scattare fondamentali proiezioni: sono entrambi del sud, ma Denny oltre a essere nato ricco e senza complessi, vive della sua bellezza fisica, osannato da reali e scrittori, mentre Capote per farsi amare dallo stesso jet set deve fare l’istrione accaventiquattro, e “se non avessi fatto lo scrittore sarebbe piaciuto anche a me fare il mantenuto. Ma nessuno me l’ha mai concesso, se non per una settimana al massimo”.

Il finale è univoco, e appartiene più ai referti di polizia che alla letteratura. Denny viene trovato morto il 16 dicembre 1948 in una pensione Foggetti in via Marche, Roma. Gli ultimi mesi a Parigi erano stati insostenibili, con Watson impoverito dalla guerra e stufo degli sbrocchi dell’amato, che smette di pagare la pigione; inoltre c’erano stati problemi tra droga e minori e condòmini scontenti. Dunque, pare su consiglio di Gore Vidal, Denny era partito per Roma (la droga costa poco e sui pischelli la questura chiude un occhio). A dare la notizia della morte è Bernard Perlin, artista e illustratore, che abitava nella stessa pensione e nei giorni precedenti era stato a visitare Denny, trovandolo a letto, cadaverico, immobile, col suo amante dell’epoca, Tony Watson-Gandy, asso dell’aviazione britannica, che gli toglieva la sigaretta di bocca per gettare di volta in volta la cenere. La pensione Foggetti (nella biografia di Vanderbilt, “Foggette”, così come la Piramide è di “Caio Sestio”) era una modesta struttura su nel Quartiere Ludovisi, tra via Veneto e le mura Aureliane, oggi zona di ristoranti che si chiamano tutti per nome (Andrea, Giovanni), di vecchie macellerie e pasticcerie e signorilità internazionali mai più riprese dopo la cosiddetta Dolce Vita. Un palazzetto a cinque piani umbertino col suo bugnato color crema, un portone di legno ben tenuto, le sue maniglie d’ottone lucidate. Era una “casa di prim’ordine”, come indica una cartolina pubblicitaria d’epoca che si è fortunosamente reperita.

“Quartiere Ludovisi, posizione incantevole, con veduta sulla Villa Borghese, il più alto ed il migliore posto di Roma, aria saluberrima”, sempre secondo il marketing anni Quaranta. Si fa un sopralluogo, quella che era un tempo la pensione Foggetti è oggi un hotel “a gestione famigliare”, ben tenuto; nessuno ha memoria dell’adolescente che qui morì nel 1948. Il vecchio proprietario ricorda di aver rilevato l’albergo negli anni Settanta, e che anticamente, a cavallo della guerra, era luogo di prostituzione per ufficiali tedeschi, con cinque camere e una scritta, “Zimmer”. Dopo una vita di sfolgoranti lussi Denny verrà trovato riverso qui, nel bagno di una di queste cinque camere crepuscolari. L’autopsia scoprirà poi una malformazione cardiaca, che avrebbe potuto procurare la morte in qualunque momento. Capote sostiene beffardamente che sia stata l’improvvida disintossicazione a causare il collasso. Per Vidal, Denny “fu seppellito il giorno di Natale nel cimitero protestante di Roma. Vicino a Shelley; in buona compagnia, in definitiva”. Il giorno dopo il funerale, il 20 dicembre 1948, l’ultimo compagno, Tony Watson-Gandy, fa i bagagli e riparte per l’Inghilterra insieme al cane Trotsky. L’antico sponsor, Peter Watson, impoverito e amareggiato, scriveva mesi prima: “Quant’è terribile invecchiare: l’esperienza non dà nulla, perdi solo vecchi amici e non ne guadagni di nuovi. Non resta che essere giovani, e coltivare un elegante egotismo”.

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Il mio nome è Fleming. Ian Fleming https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-mio-nome-e-fleming-ian-fleming/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-mio-nome-e-fleming-ian-fleming/#respond Wed, 23 Oct 2013 14:31:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16003 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Il 15 gennaio del 1952, alle dieci di mattina, dalle parti di Orcabessa, Giamaica, sta per nascere uno dei personaggi destinati a più grande celebrità nell’immaginario popolare contemporaneo ma nessuno può saperlo. Neppure i migliori conoscenti dell’inglese che da sei anni è venuto a vivere lì nei mesi freddi del suo inverno europeo sanno nulla di quel che sta per accadere. E probabilmente non lo sa neppure lui, mentre si aggira come un fantasma accanto alla grande scrivania della villa che si è fatto costruire, dandole un nome che richiama come un sogno o un incubo la sua passione per l’oro: Goldeneye. Fa caldo, il sole è già alto e chi passa nei dintorni potrebbe vedere soltanto una mano sottile che ondeggia dietro le finestre di una grande sala spartana. Tra l’indice e il medio della sinistra penzola un lungo bocchino nero, la cenere cade in terra, le persiane si chiudono. È una specie di penombra quel che cerca l’uomo apparentemente flemmatico e in effetti nervoso.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Il 15 gennaio del 1952, alle dieci di mattina, dalle parti di Orcabessa, Giamaica, sta per nascere uno dei personaggi destinati a più grande celebrità nell’immaginario popolare contemporaneo ma nessuno può saperlo. Neppure i migliori conoscenti dell’inglese che da sei anni è venuto a vivere lì nei mesi freddi del suo inverno europeo sanno nulla di quel che sta per accadere. E probabilmente non lo sa neppure lui, mentre si aggira come un fantasma accanto alla grande scrivania della villa che si è fatto costruire, dandole un nome che richiama come un sogno o un incubo la sua passione per l’oro: Goldeneye. Fa caldo, il sole è già alto e chi passa nei dintorni potrebbe vedere soltanto una mano sottile che ondeggia dietro le finestre di una grande sala spartana. Tra l’indice e il medio della sinistra penzola un lungo bocchino nero, la cenere cade in terra, le persiane si chiudono. È una specie di penombra quel che cerca l’uomo apparentemente flemmatico e in effetti nervoso.

Ha quasi quarantatre anni, è noto per i modi aristocratici, lo sguardo sarcastico e indolente, i movimenti lenti e a volte bruschi, pieni di una sprezzante malinconia. Si siede alla scrivania, osserva a lungo la pagina di carta bianca infilata nel rullo di una elegante macchina da scrivere londinese. Poi le dita cominciano a battere sui tasti. “Fumo, sudore: alle tre del mattino l’odore di un casinò dove si gioca forte è nauseante”. L’atmosfera è definita. Quel che manca è l’uomo, il protagonista, il personaggio cui Ian Fleming ha finto di non pensare per almeno una trentina di anni.

Bisogna risalire molto indietro, infatti. Non ci si può fermare al mattino di Orcabessa e allo slancio che prese la mano dell’uomo che era stato tutto fuorché scrittore. Oggi, passati i sessant’anni da quel giorno a prima vista insignificante, noi sappiamo bene che nella frenesia e nell’oscura agitazione che presero Fleming davanti alla macchina da scrivere non si nascondeva affatto l’assoluta incoscienza di ciò a cui avrebbe dato vita. Senonaltro perché James Bond, l’uomo a cui volle affibbiare una sigla il più possibile anonima ignorando che sarebbe diventata un marchio, era nato assieme a lui, nel 1908, e aveva mosso i primi passi nella sua famiglia, nipote di un ricchissimo banchiere, figlio di un eroico inglese tutto d’un pezzo, fratello di un intelligentissimo e affidabile ragazzo capace di primeggiare ovunque. Era nato assieme a lui, una specie di pecora nera, che avrebbe trovato il modo di riscattarsi con successi su cui nessuno avrebbe scommesso.

La storia oggi è nota. E mentre Adelphi riporta in libreria i romanzi a lungo oscurati dai film (ne sono usciti due, per ora: Casino Royale e Vivi e lascia morire, a cura di Matteo Codignola, traduzioni di M. Bocchiola, F. Santi) noi possiamo ripercorrerla fin dal principio, a partire dai primi passi di un bambino ipercinetico che avrebbe fatto delle debolezze che lo perseguitarono come uno stigma la forza vincente del suo eroe. Quando nacque a Londra il 28 maggio del 1908, Ian era il secondogenito di un uomo cui la ricchezza non bastava per mantenere integra l’immagine di sé da offrire al mondo. Membro del Parlamento, possidente terriero, Valentine ereditava dal padre banchiere, più che altro un’idea del dovere. Morì nella Grande Guerra e Ian, nove anni, ne lesse il necrologio sul Times, firmato da Winston Churchill. Gli ideali di rettitudine, spirito di servizio, coerenza e probità non passarono per osmosi in lui. Forse perché s’impiantarono invece nel fratello Peter mentre su Ian cominciavano a scavare un percorso labirintico e persecutorio. Peter, immediatamente patriarca della famiglia, eccelleva a Eton e a Oxford, Ian invece abbandonava Eton per un “incidente d’amore” e veniva allontanato dall’Accademia militare di Sandhurst, per indisciplina. Sempre e solo “fratello di” e “figlio di”, Ian cominciò a scoprire come le sue debolezze nell’alveo della famiglia Fleming potessero cambiare segno lontano da casa.

La svolta è datata 1927. Il luogo è un paesino austriaco ancora ignoto alle masse: Kitzbühel. Oggi, si è tentati di immaginare le montagne innevate dove le gesta di 007 verranno immortalate in epici inseguimenti tra i boschi. Ma l’ambiente è un altro: una scuola privata. Stavolta, però, tra coetanei assolutamente ignari di ciò che evoca il cognome Fleming, semmai sorpresi e quasi invidiosi per i suoi modi elegantemente cinici, l’attenzione impavida e misogina nei confronti dell’altro sesso, la rudezza mai sopra le righe del suo eloquio. Le contraddizioni, in un ambiente estraneo, suonano come tocchi eccentrici e calibrati ad arte di un ragazzo pieno di cultura e ben educato alle regole del galateo. I mesi passano veloci a Kitzbühel ma bastano a far scoprire a Ian che la sua natura può essere realizzata solo nella più assoluta libertà.

Quel che segue sono mestieri disparati solo all’apparenza, il bagaglio di esperienza e informazioni che andrà a formare il retroterra dell’eroe che sta crescendo dentro Ian Fleming. Le necessità economiche spingono infatti il giovane a rincorrere qualsiasi opzione. La grande eredità che il padre ha lasciato a sua moglie vincolandola a una promessa di fedeltà (ogni lascito andrebbe perso se la madre di Ian dovesse risposarsi – un’ombra di vedovanza per necessità destinata a perseguitare l’intera famiglia) e a cui Ian non può attingere finché la madre è in vita si somma all’eredità del nonno che, scomparso nel 1933, non lascia nulla ai nipoti. Di necessità virtù. Innanzitutto, un impiego come giornalista alla Reuters, dove Ian si distingue in un servizio sui primi processi staliniani. Poi un impiego come broker alla City che gli porta parecchio denaro e anni scanditi da cene eleganti e gioco d’azzardo.

Si comincia a parlare di “Fleming flair”, lo stile aristocratico e corrosivo, distaccato e tuttavia passionale che ormai conosciamo come il segno caratteristico di un uomo che si presenterà “Bond, James Bond”. Ma Fleming si annoia. Non gli basta una bibliomania che lo spinge a collezionare prime edizioni storiche e a dirigere una rivista letteraria di gran pregio. Nel 1939 comincia una vita di azione nei servizi di spionaggio per l’Intelligence della Marina Militare. Durante la guerra, decine di idee strampalate e geniali nascono dalla sua fantasia snob e folle. Braccio destro dell’Ammiraglio Godfrey che si fida ciecamente di un esperto di economia, politica estera, buone maniere, carte e ristoranti, uno che è anche capace di scrivere lettere brillanti e stilisticamente perfette, Fleming incontra personaggi come Hoover, decide le sorti di gruppi speciali, intrattiene e inventa e soprattutto viaggia e viaggiando scopre un’isola paradisiaca: la Giamaica.

Il sogno di fuga, dopo la guerra, comincia a diventare realtà. Tornato al giornalismo, Fleming scandisce l’anno in due parti e i tre mesi di freddo passano lì. Il gioco dura sei anni, finché una delle donne che il suo alter ego 007 saprà bene come trattare, incinta, lo costringe a fermarsi. È allora che l’amore per i libri si trasforma. Le amicizie letterarie che Fleming ha coltivato (su tutti Patrich Fermor, il grande viaggiatore) stanno per diventare amicizie di colleghi. È il 15 gennaio 1952, infatti. La stesura del primo romanzo dura poco. Si conclude il 18 marzo, sei giorni prima del matrimonio. Fleming è sferzante: sostiene di aver scritto il libro per alleggerire la pena dell’incipiente celebrazione. Ma quando Casino Royale esce, in un’edizione di gran pregio che Fleming è riuscito a farsi accordare dall’editore – cuori rossi e finimenti dorati che Adelphi ha rievocato nella nuova edizione –, il carattere di Bond conquista i lettori. Nei successivi dodici anni Fleming scrive incessantemente, producendo un romanzo all’anno, più una manciata di racconti. Tra gli appassionati spiccano scrittori del calibro di Raymond Chandler, Kingsley Amis, Evelyn Waugh e Somerset Maugham. Il percorso di trasformazione da erede scapestrato in uomo si è compiuto. E fa sorridere di amarezza che sia nel momento in cui la madre muore che anche per lui giunge il momento di dire addio.

Quando l’anziana donna si spegne, Fleming ha il corpo appesantito da anni di stravizi che gli hanno già procurato un infarto e esce da un’influenza che si è trasformata in pleurite. I medici lo sconsigliano, gli intimano di restare fermo. Lui non ne vuole sapere. Il 12 agosto, cinquantasei anni, non sopravvive a un attacco cardiaco. Le sue ultime parole sono per gli infermieri dell’autoambulanza: “Mi spiace disturbarvi, ragazzi. Non capisco come abbiate fatto a essere qui tanto in fretta col traffico che congestiona le strade in questi giorni”.

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