Sonia Bergamasco Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sonia-bergamasco/ un blog di approfondimento culturale Mon, 11 Feb 2019 00:01:31 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Sonia Bergamasco Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sonia-bergamasco/ 32 32 Ricordando la poesia di Sylvia Plath e Amelia Rosselli https://minimaetmoralia.it/letteratura/ricordando-la-poesia-sylvia-plath-amelia-rosselli/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/ricordando-la-poesia-sylvia-plath-amelia-rosselli/#comments Mon, 11 Feb 2019 07:00:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39428 L’undici febbraio è una data fatidica per gli amanti della poesia. Una tragica coincidenza (probabilmente ricercata) avvince due delle più alte voci femminili del Novecento: Sylvia Plath e Amelia Rosselli, entrambe morte suicide lo stesso giorno a trentatré anni di distanza (la prima nel 1963, la seconda nel 1996).

Per ricordarle, ho creduto opportuno interpellare due protagoniste della cultura italiana contemporanea: Leonetta Bentivoglio (firma storica di Repubblica, nota anche per i suoi saggi su Pina Bausch e Wim Wenders) e Sonia Bergamasco (attrice e regista teatrale, tra le cui collaborazioni ricordiamo nomi quali Giorgio Strehler, Carmelo Bene, Franco Battiato, Glauco Mauri, Bernardo Bertolucci e Liliana Cavani).

L'articolo Ricordando la poesia di Sylvia Plath e Amelia Rosselli proviene da Minima et Moralia.

]]>
1sylvia

L’undici febbraio è una data fatidica per gli amanti della poesia. Una tragica coincidenza (probabilmente ricercata) avvince due delle più alte voci femminili del Novecento: Sylvia Plath e Amelia Rosselli, entrambe morte suicide lo stesso giorno a trentatré anni di distanza (la prima nel 1963, la seconda nel 1996).

Per ricordarle, ho creduto opportuno interpellare due protagoniste della cultura italiana contemporanea: Leonetta Bentivoglio (firma storica di Repubblica, nota anche per i suoi saggi su Pina Bausch e Wim Wenders) e Sonia Bergamasco (attrice e regista teatrale, tra le cui collaborazioni ricordiamo nomi quali Giorgio Strehler, Carmelo Bene, Franco Battiato, Glauco Mauri, Bernardo Bertolucci e Liliana Cavani).

Il 22 Novembre scorso, presso libreria Eli di Roma (Viale Somalia, 50 a), in una serata moderata da Nadia Fusini (stimata scrittrice, critica letteraria e traduttrice, di cui ricordiamo le splendide versioni da Virginia Woolf, Henry James e Shakespeare), in occasione della presentazione del volume Il Lamento della Regina (dedicato da Bentivoglio a Plath), Sonia Bergamasco ha offerto delle letture pregevoli per intensità e nitore di alcune poesie dell’autrice americana.

Da anni ascolto (ormai a memoria) le sue intepretazioni dei versi, ardenti e complessi, di Amelia Rosselli (vi consigliamo di approfondire qui), la quale è stata la più grande traduttrice di Sylvia Plath in italiano. Un reticolato di intrecci e coincidenze che non potevo ignorare.

Ecco dunque una doppia intervista: a Leonetta Bentivoglio su Sylvia Plath, a Sonia Bergamasco su Amelia RosselliIl Lamento della Regina (Edizioni Clichy) è un omaggio profondo quanto lucido alla figura e all’opera poetica di Sylvia Plath. La prosa di Leonetta Bentivoglio è di elevata raffinatezza, a tratti musicale, in alcune pagine quasi un breve poema in prosa critico, degno per eleganza e spietatezza dei migliori versi della poetessa americana.

Ma, al di là della squisita qualità letteraria, il libro è importante perché sgombra il campo da luoghi comuni finora invincibili che hanno oscurato, come ingombranti muri di stereotipi, il valore più autentico della poesia plathiana. Ne abbiamo parlato con l’autrice.

Se dovesse invitare un lettore ignaro a scoprire la poesia di Sylvia Plath, quali sarebbero le sue prime, immediate motivazioni?

Chi ama la poesia, scoprirà in Sylvia Plath una poetessa autentica, originale e libera da categorie ideologiche, oltre che estranea alle preoccupazioni “avanguardistiche” che caratterizzano molti autori del Novecento, ansiosi di identificare strade nuove rispetto alla tradizione. Svincolata da mode e tendenze, Sylvia è una voce atemporale: la sua creazione poetica mette in luce simboli e metafore che dimostrano un suo contatto peculiare con l’orecchio più profondo della specie. C’è qualcosa di magnetico e stregato, nei suoi versi, che sembra attingere alla materia inconoscibile dell’essere. E’ una sostanza che tocca chiunque legga le sue poesie. Sylvia indaga e restituisce i territori sconfinati di nozioni quali il tempo, l’amore , la morte, la guerra, la genitorialità e la capacità di generare della donna. E lo fa con una forza evocativa che la rende sempre in grado di comunicare.

La tormentata biografia della poetessa è inestricabile dalla sua produzione poetica. Eppure, a volte il mito tragico della poetessa suicida si è sovrapposto a una lettura attenta e consapevole della sua opera. Quali sono i luoghi comuni più pervicaci su Sylvia Plath?

L’immagine di Sylvia Plath è stata condizionata molto dall’investitura femminista. Sylvia è stata “troppo” un vessillo della sofferenza delle donne, diventando suo malgrado uno schema ideologico. La drammatica fine dell’unione con il poeta inglese Ted Hughes, il quale lasciò Sylvia per un’altra compagna , è stata soltanto uno dei violenti episodi biografici che aggredirono la sua indole autodistruttiva e condizionata da un ipersensibilità morbosa, pronta a farsi invadere e sconvolgere dal male del mondo: Sylvia venne lacerata dal feroce spettacolo degli eventi della seconda guerra mondiale. Credo che il più dannoso luogo comune, riguardo alla Plath, sia stato proprio quello appiccicatole addosso da un certo femminismo, che ha dirottato l’attenzione pubblica sul martirio personale e sentimentale della vittima di una società maschilista, prima stretta in un’esistenza soffocante di moglie e madre, poi tradita e abbandonata dal suo uomo. Questa prospettiva limita e semplifica la considerazione della Plath, e limitandola finisce per svalutarla. In realtà la Plath è un’artista visionaria e universale, immersa nelle mastodontiche ferite della Storia.

In che modo questi luoghi comuni hanno influenzato la ricezione della sua opera?

Mi sembra che molto più della poetessa Plath, oggi sia conosciuto e diffuso il personaggio della donna Plath. Il persistente sguardo alla tragica vita di Sylvia – segnata da problemi psichici, da un primo tentativo di suicidio in età giovanissima, da cure con elettroshock, dalla passione per Ted, dalla traumatica separazione dal marito, e poi conclusa dal suicidio – ha finito per mettere in ombra l’importanza dell’opera. Il suo destino cupo e spettacolare ne ha fatto una icona dell’artista maledetta. Eppure la sua poesia ha una potente autonomia espressiva che potrebbe essere sganciata da ogni cronaca biografica. Vasta è la letteratura sulla vita e soprattutto sul matrimonio della Plath, e anche il cinema e il teatro l’hanno ritratta molto. Ma sono ancora in pochi a conoscerne davvero l’altissima avventura poetica.

Oltre all’ovvia importanza del rapporto con Ted Hughes, lei mostra l’impatto dilaniante del rapporto di amore/odio con i genitori (testimoniato da versi celebri e terribili). Può illustrare con alcuni esempi le tracce di questo rapporto nei Diari e nelle poesie?

Una delle poesie più celebri di Sylvia, Daddy, è dedicata a suo padre, che era un professore di origine tedesca scopertosi malato quando la poetessa era una bambina, e morto senza avere mai instaurato un dialogo autentico con la figlia. Il vecchio Otto Plath viene percepito nell’ immaginario della giovane scrittrice come una figura cupa, distante e punitiva, con cui Plath, a trent’anni, decide di fare spietatamente i conti creando una ballata di dolorosissima energia espressiva, Daddy appunto. Se da una parte in quest’opera s’inseriscono concreti spunti autobiografici, da un’altra i suoi versi raggiungono elevate sfere allegoriche, mettendo in scena quell’“orrore ultimo “ della Storia che George Steiner riconobbe in Daddy, arrivando a incoronare questo audace capolavoro come “la Guernica della poesia moderna”. In Daddy irrompono “il rullo compressore delle guerre”, l’io della lingua tedesca ( Ich) reiterato come un lungo singhiozzo, l’evocazione dei campi di concentramento nazisti e l’uomo dal baffetto ben curato che ci rammenta Hitler. Ancor più che al suo padre biografico insomma, Sylvia sembra rivolgersi a un supremo emblema dì prosopopea maschile e di violento autoritarismo, una specie d’ombra gigante di uno spirito fascista portatore di devastazione e morte. Quanto al rapporto che Sylvia ebbe con la madre Aurelia fu caratterizzato da una estrema ambivalenza . Sentimenti negativi verso di lei Sylvia li dimostra spesso nei Diari, dove giunge a definirla come una delle sue peggiori nemiche e sogna di eliminarla fisicamente: “… sarebbe stato bello ucciderla, stringere tra le mani la sua gola tutta pelle e vene…”. Eppure, incredibilmente , le numerose lettere di Sylvia ad Aurelia sono ridondanti di affetto e tenerezza, nel segno di una relazione contraddittoria e sdoppiata al massimo. È come se Sylvia volesse mostrare alla madre solo la parte più convenzionale e apparentemente riuscita di sé stessa. Sembra attribuirle il ruolo di garante della propria cornice sociale più strutturata e inserita. Non vuole mai trasmetterle il suo strazio interno e le sue manie suicide. Nella poesia “Medusa”, che sembra un esorcismo, la sfida alla madre si compie sul versante più demoniaco di Sylvia : “Ce l’avrò fatta a fuggire?”, si chiede. E ci segnala un “vecchio ombelico incrostato” e un “cavo transatlantico “, portandoci fra l’altro a riflettere sulla sospensione di Sylvia fra due continenti: l’America in cui nacque e la vecchia Europa dalla quale provenivano i suoi genitori, e dove lei stessa andrà a vivere e a lavorare. Lo sdoppiamento che spacca in due dimensioni opposte le sue emozioni verso la madre diventa quindi anche il suo sdoppiarsi esistenziale e culturale. Attraverso l’immagine della medusa ripugnante, Sylvia descrive a suo modo l’assalto operato da sua madre  rispetto alla propria identità, sulla quale Aurelia incombe come una crudele provocatrice di fratture interne: “Non ti avevo chiamata, / non ti avevo chiamata affatto. / E invece, invece / solcando il mare sei venuta fino a me , / grassa e rossa , una placenta”. Le parole conclusive di Medusa sono un attacco frontale e definitivo al loro nesso : “Non c’è niente fra noi”.

Quanto è importante nella poesia di Sylvia Plath il recupero (irrisolto) di un elemento primordiale, ancestrale, in un certo senso demoniaco (pensiamo all’archetipo della Strega)?

È importantissimo, centrale. Molti demoni e molta stregoneria agitano l’opera al nero di Sylvia. Basta leggere i suoi testi senza pregiudizi per cogliere questa componente trasgressiva. Come Emily Dickinson, e come l’amica-rivale Anne Sexton, Plath, attraverso i suoi versi e anche nei Diari, sancisce a più riprese la propria appartenenza a una secolare tradizione di dissidenza praticata da donne culturalmente eretiche. Anche tramite la stregoneria. A volte Sylvia, come una specie di sibilla o fattucchiera, ha l’impressione di manipolare il mondo grazie a un suo potere di controllo stregato. Spettano a lei, regina imperiosa, le redini degli esseri umani, degli oggetti e persino della natura. Recitano i versi di “Soliloquio della Solipsista” : “Io / se mi allontano faccio rimpicciolire / le case e riduco gli alberi; / al laccio del mio sguardo / ballonzola la gente-marionetta / che, ignara di scemare, / ride, si bacia, si ubriaca, / e non sa che se solo batto ciglio / è morta”.

In quali aspetti risiede, oggi, l’importanza di rileggere le poesie di Sylvia Plath?

Penso che Sylvia Plath sia “un classico”, dunque un’artista non legata a un’epoca, a un filone o a una specifica temperatura storica. Questa sua fisionomia la rende eternamente attuale. Credo che il valore dell’opera la sottragga al bisogno di giustificazioni legate all’oggi. Certo la poesia di Plath risulta straordinariamente “odierna”, cioè molto ben radicata (anche) nello spirito del nostro tempo, quando delinea la problematicità di una donna che interroga in continuazione sé stessa sulle questioni di genere e sullo spazio del femminile nella società. Operazione che diventa molto evidente ed esplicita in certi passaggi dei Diari, e che vibra come un’essenza implicita, capillare e sottesa, nella stratificazione semantica dei versi.

______________________

Amelia Rosselli è una delle figure più affascinanti della Letteratura italiana del Novecento.

Innanzitutto, le vicende e i protagonisti dei suoi natali non sono comuni: nel 1930, nacque a Parigi, già in esilio, figlia dell’attivista laburista inglese Marion Cave e di Carlo Rosselli (il grande teorico del Socialismo Liberale, ucciso dai fascisti assieme al fratello Nello, in Francia nel’37).

Per questa particolarissima condizione esistenziale e linguistica, Pasolini in un famoso saggio la definì “cosmopolita”, ma la definizione fu rifiutata dalla poetessa che preferì quella di “figlia della Seconda Guerra Mondiale”.

Oltre a questa eredità ideale, nobile quanto tragica, la poetessa (che era anche organista ed etnomusicologa) dovette combattere con due patologie devastanti dal punto di vista psichico: una schizofrenia paranoide (da lei sempre negata) e il morbo di Parkinson che la assalì poco prima dei 40 anni, conducendola inoltre a una inesorabile depressione.

Parliamo di una mente eccezionale, studiosa di etnomusicologia, amica e collaboratrice di figure straordinarie come Rocco Scotellaro, Carlo Levi, Carmelo Bene e Pier Paolo Pasolini.

Una poesia arricchita da una costante ricerca plurilinguistica, sul confine tra prosa musicale e poesia concettuale, oltre le etichette di “classica” e “d’avanguardia”.

Per questa complessa stratificazione intellettuale, questo dilaniante incrocio culturale connaturato alla stessa esistenza, la poesia di Amelia Rosselli non è facile, né da leggere, né da interpretare.

Un’attrice colta e tecnicamente versatile come Sonia Bergamasco riesce nell’impresa, come testimoniato da Variazioni su Amelia Rosselli (Luca Sossella Editore), un audiolibro in cui le splendide letture dell’attrice sono corredate da un saggio importante di Paolo Gervasi su lo spazio sonoro della mente.

Ecco la nostra conversazione.

Quali sono secondo lei, da lettrice e interprete, le affinità e le distanze tra le due opere poetiche di Sylvia Plath e Amelia Rosselli?

Mi è molto difficile fare un confronto. Si tratta di due universi linguistici così organici e personali da scoraggiare un’indagine di questo tipo. Amelia Rosselli ha tradotto alcune poesie di Silvia Plath, magistralmente. Entrambe erano armate di una lingua poetica e di una visione estremamente consapevole. Entrambe leggevano le proprie poesie con voce aderente al ritmo interiore del verso. Esistono molte registrazioni, che sono per noi un dono.

Qual è secondo lei la bellezza peculiare della voce poetica di Amelia Rosselli?

Sono arrivata alla poesia di Amelia Rosselli attraverso la musica, da musicista. Il cuore della poesia è sempre musicale. E il  cuore di Amelia è nudo. Sono arrivata ad amare la sua poesia prima di chiedermi perché la amavo. Il flusso plastico, irriverente e labirintico del suo canto mi hanno guidato poi alla ricerca dei perché. Esiste però prima di tutto il canto. La sua bellezza. La sua misura eccedente che attinge ad una sapienza antica.

C’è un video molto interessante di Amelia Rosselli che parla di Carmelo Bene. I due collaborarono allo Spettacolo Majakovskij del 1962 (c’è anche un aneddoto sulle bandiere rosse). La poetessa insiste molto sul valore della lettura poetica…

Tutti quelli che conosco Amelia Rosselli hanno sentito la grana della sua voce, densa e avvolgente. Amelia leggeva con grande sapienza, mi dicono che è stata l’unico poeta non fischiato a Castelporziano, in quel famoso Festival del 1979! Amelia era riconosciuta, già in vita, come una grande voce poetica. Non so quasi nulla della loro collaborazione. Immagino sia stata difficile, contrastata e dispari.

Lei che ha collaborato con Bene, ha mai parlato della poetessa con lui?

Carmelo me ne ha accennato una volta. L’idea che mi sono fatta è che Amelia fosse una persona estremamente generosa di sé, e priva di narcisismo. Non è possibile dire altrettanto del grande Carmelo.

In quale modo la sua lezione è presente nella sua interpretazione musicale dei versi della poetessa?

Non ho mai voluto replicare il “modello” Carmelo Bene. Ne ho seguito i consigli e ho scavato nei modi alla ricerca di una mia vocalità, che già si era affacciata, e che chiedava di essere formata con consapevolezza. L’incontro con Carmelo è stato per me fondamentale e a lui devo molto, ma la mia idea di vocalità è plurale, femminile.

Quanto ha influenzato la sua interpretazione (o quanto si è discostata da) l’ascolto dell’interpretazione della Rosselli delle proprie poesie?

Ho ascoltato molto la voce di Amelia, per anni. Ho letto tutto quello che potevo di lei, e su di lei. Poi ho avuto la necessità di prendere una distanza, perchè non è mai interessante replicare pedissequamente un modello. E’ necessario ripensarlo. Quello che mi sta a cuore, oggi, più che mai, è  seguire il ritmo interno del verso con rigore e leggerezza. Un equilibrio instabile, sottile. Togliere pesi, farsi ascolto.

Come collocherebbe l’unicum che è stata la poesia della Rosselli nel Novecento italiano?

Amelia Rosselli era amatissima dai giovani. Ho parlato con molte persone che hanno avuto la fortuna di conoscerla e frequentarla. La sua potenza espressiva era sorretta da una sapienza tecnica e da una conoscenza profonda dei mezzi linguistici. Ha sempre disinnescato la vulgata della poetessa pazza con il rigore della ricerca musicale.Ha fatto a pugni con la vita, che con lei non è stata gentile. Una sacerdotessa senza scuole e senza grimaldelli. Una voce di libertà.

L'articolo Ricordando la poesia di Sylvia Plath e Amelia Rosselli proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/ricordando-la-poesia-sylvia-plath-amelia-rosselli/feed/ 4
Tutte le sfumature del femminile. In scena le “due spose” di Balzac https://minimaetmoralia.it/recensioni/tutte-le-sfumature-del-femminile-scena-le-due-spose-balzac/ https://minimaetmoralia.it/recensioni/tutte-le-sfumature-del-femminile-scena-le-due-spose-balzac/#respond Thu, 30 Mar 2017 13:00:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34050 (fonte immagine)

«Louise e Renée» – in scena al Piccolo Teatro Grassi – è la traduzione scenica di un romanzo di Honoré de Balzac e rappresenta uno strano e sorprendente ircocervo teatrale. Da un lato lo si potrebbe definire un esempio di teatro borghese di oggi. Nel senso di un’operazione colta destinata a un pubblico avvezzo alla grammatica teatrale. Dall’altro lato, però, la regia di Sonia Bergamasco apre a immagini quasi oniriche, che scaturiscono da una scenografia minimale e raffinata che attinge all’immaginario del contemporaneo – fatta di panelli scorrevoli, trasparenze che creano profondità in grado di comunicarci una distanza nello spazio e nel tempo che si annulla nel rapporto epistolare tra le due protagoniste.

L'articolo Tutte le sfumature del femminile. In scena le “due spose” di Balzac proviene da Minima et Moralia.

]]>
louisrene

(fonte immagine)

«Louise e Renée» – in scena al Piccolo Teatro Grassi – è la traduzione scenica di un romanzo di Honoré de Balzac e rappresenta uno strano e sorprendente ircocervo teatrale. Da un lato lo si potrebbe definire un esempio di teatro borghese di oggi. Nel senso di un’operazione colta destinata a un pubblico avvezzo alla grammatica teatrale. Dall’altro lato, però, la regia di Sonia Bergamasco apre a immagini quasi oniriche, che scaturiscono da una scenografia minimale e raffinata che attinge all’immaginario del contemporaneo – fatta di panelli scorrevoli, trasparenze che creano profondità in grado di comunicarci una distanza nello spazio e nel tempo che si annulla nel rapporto epistolare tra le due protagoniste.

La storia è quella di due ragazze legate dall’infanzia comune trascorsa in un convento, che si gettano nella vita adulta affrontando in modo diverso un mondo – quello della buona società francese dell’Ottocento – dove il destino segue o dovrebbe seguire binari già tracciati. Renée si sposa subito e cerca di realizzarsi in un progetto coniugale privo d’amore ma impostato sul rispetto. Louise, che accusa l’amica di essere passata da una gabbia all’altra, preferisce invece esplorare gli effetti che il fascino femminile esercita sugli uomini, gustando quel tanto di potere che in campo sentimentale la donna è in grado di prendersi per ribaltare i rapporti di forza che la vedono comunque sottomessa a livello famigliare.

Le due protagoniste si aggirano in un ambiente spoglio, abitato da pochi elementi – una sedia, una candela – come fantasmi di un mondo antico proiettati nel limbo temporale della scena, che traduce nel presente una vicenda, tutta femminile, di libertà personale vissuta come chimera, intravista e mai raggiunta. Perché se l’ambientazione borghese della Francia di primi Ottocento è distante da noi per le dinamiche, non lo è per tutta una serie di tematiche che vanno a comporre una sorta di “enciclopedia” del femminino.

A usare questa espressione è Stefano Massini, che firma l’adattamento di «Memorie di due giovani spose», unico romanzo epistolare del romanziere francese. In effetti la capacità di Balzac di sondare l’animo umano è proverbiale, ma nel caso dei personaggi femminili il suo sguardo si fa particolarmente acuto. Illusione, amore, speranza e delusione sono raccontati con grande lucidità e contribuiscono a evocare la profonda contraddizione che c’è tra sogno e realtà. Qual è la strada più giusta? Quella di Renée che punta al realismo e al compromesso, e cerca di affermarsi entro i limiti di un matrimonio combinato e di precise regole sociali? O quella di Louise, che interpreta l’affermazione di se stessa come una lotta che, fatalmente, può consumarla ad ogni passo? Balzac non dà una risposta precisa e non sembra farlo nemmeno lo spettacolo di Sonia Bergamasco, che traccia però, attraverso gli opposti, una geografia della condizione femminile ancora attuale.

Del testo di Balzac, Massini opera un distillato leggibile e molto godibile. Ma il vero motore dello spettacolo sono le due attrici, Federica Fracassi e Isabella Ragonese, entrambe bravissime e di grande intensità. Si muovono su registri recitativi diversi, è vero, ma entrambe aggiungono leggerezza a una vicenda che in qualunque momento potrebbe sprofondare nella cupezza, dando così spessore e complessità ai personaggi. Louise e Renée – tanto le eroine balzachiane quanto lo spettacolo in sé – non fanno che oscillare tra artificio e verità. Quando quest’ultima si illumina, coagulando gli elementi della pièce, è soprattutto grazie alla presenza scenica di Fracassi e Ragonese, affascinanti e gemelle nei loro vestiti bianchi solcati dalle lunghe chiome rosse.

L'articolo Tutte le sfumature del femminile. In scena le “due spose” di Balzac proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/recensioni/tutte-le-sfumature-del-femminile-scena-le-due-spose-balzac/feed/ 0
Bernardo Bertolucci racconta il fratello Giuseppe https://minimaetmoralia.it/cinema/giuseppe-bertolucci-festival/ https://minimaetmoralia.it/cinema/giuseppe-bertolucci-festival/#respond Tue, 12 May 2015 13:47:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26792 Dal 18 al 24 maggio si terrà a Roma la prima edizione del festival "Giuseppe Bertolucci - il suo cinema, il suo teatro, la sua televisione". Questa intervista a Bernardo Bertolucci sul fratello Giuseppe è stata pubblicata dal Venerdì di Repubblica.

"Gadda venne due o tre giorni a Baccanelli, dove abbiamo passato l'infanzia, io fino agli undici anni, Giuseppe fino ai sei. Molto sussiegoso com'era lui, Gadda parlava con Giuseppe e avvicinandoci abbiamo scoperto che dava del lei a Giuseppe di sei anni. E la cosa naturalmente ci esilarò tutti. Nessuno, o forse solo mia mamma, gli disse di passare al tu. Era troppo divertente sentirlo trattare Giuseppe così, come un adulto, e lo lasciavano fare". Per ricordare il fratello Giuseppe a sei anni, Bernardo Bertolucci non avrebbe potuto trovare episodio più bello, rievocando con grazia e spontanea allegria l'atmosfera che si respirava crescendo con il padre poeta, Attilio Bertolucci.

L'articolo Bernardo Bertolucci racconta il fratello Giuseppe proviene da Minima et Moralia.

]]>
giuseppe bertolucci

Dal 18 al 24 maggio si terrà a Roma la prima edizione del festival “Giuseppe Bertolucci – il suo cinema, il suo teatro, la sua televisione”. Questa intervista a Bernardo Bertolucci sul fratello Giuseppe è stata pubblicata dal Venerdì di Repubblica.

“Gadda venne due o tre giorni a Baccanelli, dove abbiamo passato l’infanzia, io fino agli undici anni, Giuseppe fino ai sei. Molto sussiegoso com’era lui, Gadda parlava con Giuseppe e avvicinandoci abbiamo scoperto che dava del lei a Giuseppe di sei anni. E la cosa naturalmente ci esilarò tutti. Nessuno, o forse solo mia mamma, gli disse di passare al tu. Era troppo divertente sentirlo trattare Giuseppe così, come un adulto, e lo lasciavano fare”. Per ricordare il fratello Giuseppe a sei anni, Bernardo Bertolucci non avrebbe potuto trovare episodio più bello, rievocando con grazia e spontanea allegria l’atmosfera che si respirava crescendo con il padre poeta, Attilio Bertolucci.

Tra pochi giorni e a quasi tre anni dalla sua scomparsa, Giuseppe Bertolucci verrà ricordato a Roma con un festival a suo nome ideato e realizzato dall’Assessorato alla Cultura e alle Politiche Giovanili della Regione Lazio insieme all’ATCL – Associazione Teatrale fra i Comuni del Lazio, in collaborazione con Teatro di Roma e Casa del Cinema. Sette giorni di spettacoli teatrali e proiezioni a cui parteciperanno i suoi amici più cari e collaboratori nel teatro, nel cinema, nella televisione. “Sono molto contento che attorno alla figura di Giuseppe sia siano riuniti insieme l’Assessorato alla Cultura della Regione Lazio e i Teatri di Roma, l’India e l’Argentina”, dice ancora il fratello Bernardo. “E sono contento che ci sia Giovanna Marini, molto amica di Giuseppe, che ha scritto un Te Deum per lui che finalmente avremo occasione di sentire. E ci sarà naturalmente Roberto Benigni che racconterà come ha incontrato Giuseppe, come dalla loro collaborazione sia nato il Cioni Mario e come poi abbiano lavorato di nuovo insieme per Berlinguer ti voglio bene che era il primo lungo di Giuseppe e anche di Roberto”.

Sono a casa di Bernardo, un martedì tarda mattina. In borsa ho Cosedadire, il libro pubblicato da Bompiani nel 2011 che raccoglie gli scritti di Giuseppe. “Lo sto rileggendo”, dico a Bernardo. E lui, “Hai visto come scrive bene?” “Sì”, dico. E poi: “A un certo punto, parlando di vostro padre Attilio e delle poesie che quando eravate bambini scriveva su di voi, Giuseppe dice questa cosa bellissima: Io credo che sia io che mio fratello, se ci siamo messi prima a scrivere poesie e poi a fare del cinema e del teatro, è stato per ritrovare una soggettività, una prima persona“. Attilio Bertolucci scrisse poesie sui due figli fino ai loro diciott’anni, poi li lasciò liberi a modo suo, come un poeta. “Anche se Giuseppe poi lo ha ripreso nella Camera da letto“, precisa Bernardo, “dove c’è tutta una sequenza sul taglio dei riccioli di Giuseppe, che sarà avvenuto intorno ai suoi quattro o cinque anni. In sé era un piccolo evento, famoso tra di noi in casa come lo sono sempre certi episodi di famiglia, e che mio padre nel suo romanzo in versi è riuscito a renderlo qualcosa di epico. Con il taglio dei riccioli in qualche modo Attilio si riappropria di Giuseppe e lo fa ad anni di distanza dalle prime poesie in cui scriveva di noi, in tempi in cui forse Giuseppe non si aspettava più. Chi lo sa. Forse rispedendolo come in una capsula di un film di fantascienza. A me fa venire in mente la Giovanna d’Arco di Bresson. Giuseppe bambino come la Giovanna d’Arco di Bresson che si lascia tagliare i capelli”.

Poi Bernardo mi dice quanto abbia amato i film del fratello, e del teatro due monologhi in particolare: Cioni Mario con Roberto Benigni e Raccioneperccui con Marina Confalone. “Mi ricordo che vedere per la prima volta Raccioneperccui fu un’emozione straordinaria”, dice il regista. “Era al Politecnico, un teatrino molto piccolo, non una cantina, ma comunque un piccolo teatro. La cosa essenziale, il cuore del monologo, come in Cioni Mario, era il lessico. Per Cioni era il toscano contadino, di Vergaio, il paese dove era nato Benigni, e adesso per Raccioneperccui era una dialetto meridionale inventato da lui e credo anche con la partecipazione di Marina Confalone. Con Roberto e Marina, Giuseppe ha lavorato molto intimamente. Era il suo modo di fare, di lavorare a teatro. E ha lavorato intimamente anche con Fabrizio Gifuni. E con Sonia Bergamasco. Gifuni e Giuseppe proprio si fondevano. E si divertivano molto. Sono sicuro che Giuseppe ha raccontato a Gifuni di Gadda, di quando bambino, a sei anni, un giorno si sentì dare del lei…”

L'articolo Bernardo Bertolucci racconta il fratello Giuseppe proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cinema/giuseppe-bertolucci-festival/feed/ 0