Sorrentino Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sorrentino/ un blog di approfondimento culturale Wed, 20 Jan 2016 00:10:22 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Sorrentino Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sorrentino/ 32 32 “Fosse stato per me non sarei mai diventato regista”: intervista a Ettore Scola https://minimaetmoralia.it/cinema/intervista-ettore-scola/ https://minimaetmoralia.it/cinema/intervista-ettore-scola/#comments Wed, 20 Jan 2016 06:30:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21413 Ieri sera è mancato Ettore Scola, uno dei grandi maestri del cinema italiano e mondiale. Per ricordarlo riproponiamo un'intervista di Malcom Pagani e Fabrizio Corallo uscita sul Fatto Quotidiano, che ringraziamo. (Fonte immagine)

di Malcom Pagani e Fabrizio Corallo

Del tessuto giovanile rammenta le striature: “Lo sceneggiatore deve essere un po’ sarto e un po’ puttana. Se vuole che il vestito venga bene deve tener conto di chi lo indosserà, regalargli delle gioie, farlo sentire amato”. Del mestiere di regista che lo ha candidato all’Oscar 4 volte e reso venerato maestro (“ma non mi ci sento, in fondo Arbasino e Berselli li avevo letti poco”) ricorda il timbro dei suoi eroi minori: “Anche se nei progetti che scrivevamo non pulsava mai il pregiudizio, non si può negare che i protagonisti dei nostri film non fossero spesso degli stronzi” e il sollievo di abbandonarlo a tempo debito: “Il regista è uno schiavo. Fa un lavoro lungo, noioso, ripetivo e scandito da orari canini. Si sveglia all’alba e quando è buio, trotta ancora per preparare il giorno successivo. Appena potevo fuggire, fuggivo. Con l’età, la pigrizia ha superato qualunque altra considerazione. Quando mi chiedono perché non giro più rispondo seccamente: ‘Mi sono preso un decennio sabbatico’”.

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Ieri sera è mancato Ettore Scola, uno dei grandi maestri del cinema italiano e mondiale. Per ricordarlo riproponiamo un’intervista di Malcom Pagani e Fabrizio Corallo uscita sul Fatto Quotidiano, che ringraziamo(Fonte immagine)

di Malcom Pagani e Fabrizio Corallo

Del tessuto giovanile rammenta le striature: “Lo sceneggiatore deve essere un po’ sarto e un po’ puttana. Se vuole che il vestito venga bene deve tener conto di chi lo indosserà, regalargli delle gioie, farlo sentire amato”. Del mestiere  di regista che lo ha candidato all’Oscar 4 volte e reso venerato maestro (“ma non mi ci sento, in fondo Arbasino e Berselli li avevo letti poco”) ricorda il timbro dei suoi eroi minori: “Anche se nei progetti che scrivevamo non pulsava mai il pregiudizio, non si può negare che i protagonisti dei nostri film non fossero spesso degli stronzi” e il sollievo di abbandonarlo a tempo debito: “Il regista è uno schiavo. Fa un lavoro lungo, noioso, ripetivo e scandito da orari canini. Si sveglia all’alba e quando è buio, trotta ancora per preparare il giorno successivo. Appena potevo fuggire, fuggivo. Con l’età, la pigrizia ha superato qualunque altra considerazione. Quando mi chiedono perché non giro più rispondo seccamente: ‘Mi sono preso un decennio sabbatico’”.

Superati gli 83 anni da un mese, Ettore Scola aspetta nella penombra di una casa al piano terra il soffio di un’estate ancora giovane. Fuma molto, cammina sempre meno e sugli scaffali, tra i garofani rossi e le litografie di Gramsci, rifiuta di far tramontare l’ironia al ritmo di un ordine nuovo: “Craxi non ce lo ricordiamo più, Gramsci molto meglio e non c’è bisogno di dire perché”. Anche se l’ipotesi di raccontarsi non lo infiamma: “Non facciamo altro che commemorare, intorno a noi siamo pieni di morti” Scola non crede nell’incendio della nostalgia: “Non sono mai stato pessimista e non credo che oggi si stia davvero peggio di prima” e sostiene che il ricambio generazionale sia cosa buona e giusta: “Aristofane metteva in scena Socrate nei panni del vecchio rompicoglioni. Che i giovani subiscano malvolentieri l’inamovibilità dei vecchi mi pare nel naturale ordine delle cose. Dicono una cosa legittima. Semplice: ‘Hai tentato e hai goduto, adesso fatti da parte e fai provare me. Non soffriva forse Puccini, da ignorato compositore in trasferta milanese, nel vedere Ricordi pubblicare solo Wagner, Bizet e Verdi?”.

All’inizio del suo percorso soffrì anche lei?

Appartengo a un mondo in cui il lettino dell’analista aveva sede dal barbiere e alle nevrosi si rispondeva con la passione. Sono debitore a tante persone, a modelli che rispettavo e desideravo imitare. Penso che anche i grandissimi artisti della pittura abbiano avuto punti di riferimento che amavano più di loro stessi e a cui volevano disperatamente somigliare. Oggi nessuno vuole copiare nessuno e il cinema italiano che osserviamo, pur vitale, non è originale proprio perché non copia. È un peccato.

Perché accade?

Se chiedi a Luchetti notizie di Tornatore, tanto per dire due nomi, non ne ha. Non si vedono. Non si frequentano. Mi pare che i registi italiani tra loro non si stimino granchè e che il Paese non lo amino poi troppo. Del resto non è facile. Come fai a dire a un giovane autore: “ama l’Italia!?”. È dura.

Per voi era diverso?

Per quelli della mia generazione, va detto, era più facile. Nel cinema si respirava l’aria sana della comunione d’intenti. Ci stimavamo reciprocamente e pur non avendo una visione comune e litigando spessissimo, non di rado in modo furibondo, passavamo il tempo insieme anche a lavoro concluso. Eravamo in un’Italia che non ci dispiaceva e a cui eravamo affezionati. Un luogo che avevamo contribuito a ricreare dopo la dolorosa parentesi fascista. Un latifondo di cui il cinema si limitava a vergare ritrattini opachi, minuzie regionali, caratteri minimi. Un posto slabbrato e senza identità in cui tutto era possibile e tutto da inventare proprio perché non c’era nulla. Solo fame, macerie, idiozia.

Neorealismo e commedia all’italiana raccontarono al mondo chi fossero davvero gli italianuzzi.

Neorealismo e Commedia all’italiana si fecero apprezzare all’estero fino a diventare una sorta di manifesto nazionale, perché di un Paese in cui anche la letteratura non aveva poi fatto molto, restituirono il ritratto fedele di una società per molti versi sconosciuta. Calvino diceva che il più grande narratore d’Italia, al livello di Verga e di Manzoni, era De Sica e nel cinema europeo degli anni ’50 non c’erano paragoni. Francia e l’Inghilterra, àncorate agli archetipi di Feydeau e a Dickens, non erano andate in profondità nella narrazione. Non ti raccontavano mai se avevi la zia sciocca o il padre coglione.

Gli italiani invece si identificarono nei vostri film.

Ci hanno amato più di quanto non amassero Visconti anche perché Visconti era un quadro a sé in una galleria aperta solo per lui. Io, Risi, Monicelli, Comencini e Germi eravamo accomunabili perché dipanavamo un filo collettivo. Il cinema di Visconti, così distaccato nella sua originale lettura del passato, non è che mi spiegasse qualcosa in più di me. Zampa, che era molto meno talentuoso, qualcosa di quel che ero me lo raccontava. La commedia italiana poi è certamente un affare di scrittura e di regia, ma senza Gassman, Manfredi, Mastroianni, Tognazzi o Sordi non sarebbe esistita.

Con Sordi lavorò fin dagli anni ’40 e per lui scrisse con Steno Un americano a Roma.

Quando ho cominciato volevo diventare come Steno. Scriveva bene. Aveva una penna svelta, nuova, moderna. Lo avevo conosciuto ai tempi dei giornali umoristici, dove ero entrato presto, a 16 anni. Il modello cambia al ritmo dell’ispirazione, ma Steno era tra i miei. Con Sordi avevo fatto molta radio: Mario Pio, il Conte Claro, Grazie Amedeo. Alberto era acuto. Politicamente conservatore. Un vero intellettuale che per essere autore non doveva passare la notte sui libri. Aveva un’intelligenza rapidissima, capiva lo spirito dei tempi, orientava il pubblico all’immedesimazione non diversamente da Massimo Troisi, con una comunicazione tutta sua. Guardandoli, sapevi che qualcosa di Troisi o di Sordi, anche se non riconoscevi cosa fino in fondo, ti apparteneva indiscutibilmente. Anche Nando Mericoni, il protagonista di Un americano a Roma era un’invenzione originale di Sordi. Steno si ispirò a uno degli episodi del suo Un giorno in pretura, ma girò un film meno luminoso ed efficace del precedente.

All’epoca lei scriveva per gli altri.

Ero decisamente uno sceneggiatore felice. Facevo un mestiere fantastico di cui dettavo tempi, voglie e slanci dal salotto di casa mia. Non solo non ero frustrato, ma quando andavo a vedere i film che avevo scritto, li trovavo nobilitati, sempre migliori del mio lavoro.

Per Risi e Pietrangeli scrisse varie sceneggiature tra cui Il Sorpasso e Io la conoscevo bene.

Risi era maestro di grazia, leggerezza e qualche volta, anche di approssimazione. Pietrangeli era l’esatto contrario. Era pignolo e pretendeva di scandagliare i suoi dubbi in profondità. Entrambi avevano il pallino delle donne, ma anche lì, Risi era più gioioso e la donna, metaforicamente, tendeva a scoparsela. Pietrangeli conosceva profondamente Joyce e voleva studiarla. Capire. Fino a quel momento la donna nel cinema era  stata laterale, personaggio secondario al servizio del maschio. Con Pietrangeli il rapporto si ribaltò completamente.

In quegli anni le offrirono la sua prima regia.

Fosse stato per me, come vi dicevo, non sarei mai diventato regista. Fu colpa di Gassman, esattamente 50 anni fa. Avevamo scritto un film a episodi per lui, “Se permettete parliamo di donne” e non si trovava il regista: “Lo giri tu, farai benissimo”. Il resto è venuto di conseguenza, ma se escludo quell’occasione, nessuno mi ha mai obbligato a far nulla. Il peso delle cose buone e di quelle meno riuscite, è tutto sulle mie spalle.

L’ha portato bene. È stato premiato ovunque. Ha valorizzato alcuni dei più grandi attori del ‘900.

E pensare che mi sarebbe piaciuto fare il falegname. Anche il regista intaglia il legno. Plasma i suoi attori, li rassicura e li forma, ma nel mio caso, Mastroianni a parte, non ho mai chiesto a un attore di inventarsi un’indole diversa dalla propria. Li conoscevo da vicino, sapevo dove avrebbero potuto spendere al meglio le loro peculiarità. Agli albori della mia parabola avevo fatto il “negro” per Totò,  con Metz, Marchesi e Maccari. Certe battute potevi scriverle solo per lui, altrimenti le buttavi.

Perché dice Mastroianni a parte?

Forse perché Marcello, che aveva una personalità meno forte dei suoi omologhi, era più attore di tutti gli altri. Era adattabile. Flessibile. Ispirato e semplice, ma non sempliciotto perché gli attori che ho incontrato custodivano personalità complesse. D’altra parte se non vuoi cimentarti in panni che non ti appartengono e non covi un principio di ansietà, scegli un’altra strada.

Ha mai litigato con un suo attore?

Mi sforzo, ma non mi viene in mente niente. Litigarci e quindi faticare non era tra le mie priorità. Avevo ascoltato Fellini lamentare i suoi precari rapporti con Donald Sutherland e ne avevo intuito l’aggravio.

Si intuisce quello di un’intera generazione al tramonto anche ne La grande bellezza. C’è chi ha scorto dirette filiazioni con La Terrazza.

Ne ho parlato anche con Sorrentino e pur capendo che gli spettatori sono in costante caccia di similitudini e specularità, mi sembra una scemenza. Sì, Jep Gambardella, Toni Servillo, ha un terrazzino a Roma, ma mi pare che i punti di contatto terminino lì. I due film non c’entrano nulla.

Come convive con la vecchiaia?

Anche se la verità è che vogliamo andare avanti fino all’ultimo per poi lamentarcene, la vecchiaia è una fregatura propinata dalla scienza. La vita si è allungata in maniera spropositata. Quando mio nonno Pietro festeggiò i 60 anni, noi ragazzi lo guardavamo attoniti: “Ma come cazzo ha fatto ad arrivare fino a qui?”. Di ottantenni ne ho conosciuti pochissimi. I miei amici più cari non hanno superato i 72.

Monicelli e Lizzani hanno deciso di dire basta da soli.

Anche Lucio Magri se è per questo, ma ogni biografia fa storia a sé. Il gesto di Mario l’ho capito e in qualche modo non mi ha stupito. Quello di Carlo invece sì, a riprova di quanto i caratteri non determinino ogni scelta.

Scorrendo la sua filmografia si trova anche un film con Alberto Sordi, La più bella serata della mia vita, tratto da La Panne di Friedrich Dürrenmatt che firma anche il soggetto e nel suo libro aveva previsto il suicidio del protagonista.

Dürrenmatt era molto severo, scettico e rigoroso. Non gli andava bene niente e con Maximilian Schell, che aveva portato al cinema Il giudice e il suo boia, era incazzatissimo. Non aveva torto e per fortuna non fece in tempo a vedere il lavoro di Sean Penn tratto da La promessa. Non è brutto, ma neanche nel film di Penn si coglie l’epicità della narrazione di Dürrenmatt. Sia come sia, a Friedrich portai la sceneggiatura de La più bella serata della mia vita scritta con Sergio Amidei perché volevo cambiare il finale. Alfredo Traps, il protagonista de La Panne, sottoposto a processo da un bizzarro tribunale notturno in un castello in cui capita per caso, afflitto dal pentimento, si impiccava. Sarebbe stato insostenibile.

Nel romanzo gli accusatori si dolgono della scelta: “Alfredo, mio caro Alfredo! Ma che cosa ti sei messo in testa, santo cielo? Ci rovini la più bella serata della nostra vita!”

Con lo scrittore andai alla radice della questione. “Noi siamo cattolici e non luterani” gli spiegai. “Per il peccatore ci sarà comunque la punizione, ma morirà ridendo perché sa che la sua mentalità borghese, infinitamente più forte della religione di qualsiasi credo, non morirà mai”. Il discorso non gli piacque molto, ma il risultato finale, pur lontanissimo da lui, lo persuase. Tra l’altro Sordi somigliava a Berlusconi e ne anticipava i temi in modo impressionante. Certe battute sembrano scritte da lui.

Per conquistare la simpatia dell’interlocutore con una battuta, Berlusconi si sarebbe fatto uccidere.

In Io la conoscevo bene Turi Ferro interroga la Sandrelli. Lei giustifica un amico ladro lodandone la simpatia e lui le rivela una verità assoluta: “Le galere sono piene di gente simpatica”. I mariuoli dell’epoca erano più allegri. Adesso neanche quello. Tutta gentaglia.

La furbizia è considerata una dote.

Il berlusconismo ha dato la stura a questo tipo di personaggi e sicuramente anche Bruno Cortona, il Gassman de Il Sorpasso era simpatico e quindi dannoso, forse anche più degli altri. Ma nel dolo aveva una carica umana che oggi è totalmente scomparsa.

Nel film Gassman sopravvive e Trintignant muore. C’era una premonizione sul destino che sarebbe toccato in sorte a probi e mascalzoni?

C’era anche quello, certo. Ma noi eravamo curiosi di vedere l’evoluzione e lo sviluppo delle nostre maschere Sapere come se la cavavano. Non partivamo con la condanna aprioristica nella tasca. 50 anni dopo film come Il Sorpasso, il grande cruccio di registi e sceneggiatori rimane lo stesso di allora. Continuano a farmi domande a cui non so rispondere.

A Berlusconi, categoria storica più solida dell’ultimo ventennio, riconosce un talento?

Anche un progetto eversivo come il suo avrebbe avuto bisogno di genialità. È stato sfrontato, presuntoso e a tratti anche gagliardo. Ma si è limitato a compiacersi. Per fortuna non ha avuto il lampo hitleriano del caudillo violento o del mascalzone spietato. È rimasto piccolo. E anche la sua fine, con quella condanna risibile che suona come un umiliante contrappasso letterario o come un conticino inevaso, è piccola assai.

C’è chi giura che Renzi gli somigli.

Forse nella prossemica un po’ di contagio c’è. Sono due italiani e si somigliano di più di quanto non accada a un bavarese e ad un napoletano. Renzi ha qualche difetto. Prima di tutto è toscano e noi romani, anche d’adozione, con i toscani abbiamo sempre avuto qualche diatriba esistenziale. Poi non è straordinariamente simpatico ed è un po’ sbruffoncello. Detto questo, nell’ultimo mese mi sembra molto migliorato e con gli 80 euro ha colto nel segno. Si è fatto seguire in un nodo cruciale. Dicono: “Son temi elettorali, non frega niente a nessuno”. Niente di più falso. Dovreste vedere le discussioni ideologiche che ascolto quando vado a fare fisioterapia. Tra chi è dentro la forbice e chi rimane fuori, tra entusiasti e detrattori, a volte sembra di essere in una vecchia sezione del Pci. (Arriva una telefonata, dall’altro capo del filo c’è un amico. Scola: “Giovanni, ma che ci chiediamo davvero come stiamo? Lasciamo perde dai” nda)

Lei in sezione non va più. Che sentimenti le provoca la sinistra del 2014?

Sono tra l’allegro, il deluso e lo speranzoso che è come dire tutto e il contrario di tutto.

La sinistra è stata la sua famiglia. Quanto ha contato nella sua formazione quella d’origine?

Non moltissimo, ma neanche così poco. Era numerosa, vivevamo a Trevico, in una grande casa al centro di un piccolo borgo nell’avellinese. Non mi sono mai chiesto se ne potessi fare a meno, però so che mi è servita a osservare tic, difetti, tipi e tipetti. La famiglia è una radice, viene fuori anche quando non vuoi, solleva l’asfalto, gonfia la terra, ma se non ci fosse forse non staresti in piedi perché noi non siamo molto diversi dalle piante.

Ricorda Mastroianni alle prese con gli aforismi meccanici ne La Terrazza? “Ho lasciato la famiglia perché non sopportavo la solitudine”.

Si vabbè, d’accordo, ma voi che intenzioni avete?

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La Questione Meridionale 2.0 https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-questione-meridionale-2-0/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-questione-meridionale-2-0/#comments Sat, 08 Aug 2015 09:01:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28124 Covava sotto le braci, e il rapporto Svimez ha riacceso nei media (e scritto sull’agenda del governo) un’emergenza questione meridionale che nel paese reale era il pane quotidiano – una normalità spesso difficilissima – già da molto tempo. Vorrei provare a dare un piccolissimo quadro del dibattito in corso. Tra gli articoli usciti in questi […]

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Covava sotto le braci, e il rapporto Svimez ha riacceso nei media (e scritto sull’agenda del governo) un’emergenza questione meridionale che nel paese reale era il pane quotidiano – una normalità spesso difficilissima – già da molto tempo. Vorrei provare a dare un piccolissimo quadro del dibattito in corso. Tra gli articoli usciti in questi giorni, segnaliamo il contributo di Oscar Iarussi (che da qualche anno sotto la sigla #tunonconosciilsud sta portando avanti un gruppo di ragionamento sul Meridione dopo che molti precedenti gruppi di ragionamento hanno fatto perdere le proprie tracce), quello di Alessandro Leogrande su Internazionale, la lettera di Roberto Saviano a Matteo Renzi, il racconto degli scrittori “emigrati” (Arnaldo Greco, Nadia Terranova, Cristiano De Majo, Alcide Pierantozzi) così raggruppati in un pezzo per Rivista Studio, un lungo pezzo di Giso Amendola, Girolamo De Michele, Francesco Ferri, Francesco Festa uscito su Euro Nomade.
Io, qualche mese fa, avevo provato a spiegare le ragioni del tramonto della Primavera Pugliese in questo lungo articolo per Internazionale. E poi ho scritto questo pezzo uscito ieri su “Repubblica”.

di Nicola Lagioia

È nelle ultime pagine de Il giorno della civetta che un profetico Leonardo Sciascia introduce il tema della “linea della palma”. Il capitano Bellodi e il suo amico Brescianelli chiacchierano per le strade di Parma, in apparenza lontani dalla Sicilia mafiosa che è stata al centro del romanzo. “Bisogna andare in Sicilia per constatare quanto è incredibile l’Italia”, risponde il narratore a una battuta di Bellodi. E Brescianelli: “Forse tutta l’Italia sta diventando Sicilia […] gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno […] E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già oltre Roma”.

Nell’estate del 2015, mentre vampe di caldo africano esplodono inclementi a Milano come a Palermo, si è riaccesa la questione meridionale. Sbaglia chi la reputa altro da sé, e non il cuore della questione nazionale. Chi non capisce il Sud non capisce l’Italia. Se volete una stele di Rosetta per risolvere il mistero del geroglifico che siamo, venite a Taranto, ad Agrigento, a Napoli, a Crotone. In nessun luogo come nel Mezzogiorno ci sono gli strumenti per assemblare la bussola necessaria a non smarrirsi tra i labirinti anche del Mose o di Mafia Capitale (per non tacere dei già dimenticati scandali dell’Expo), e magari per uscirne.

Non sembri dunque strano che – a fronte di una situazione economica sempre sconcertante – il Sud rimane formidabile per produzione di immaginario. Basti pensare al cinema e alla letteratura. Anime nere di Francesco Munzi (parabola elisabettiana conficcata nella Calabria della ‘ndangheta) ha trionfato agli ultimi David di Donatello e viene esaltato da «New York Times» e «Village Voice». È il napoletano Paolo Sorrentino l’ultimo vincitore italiano di un Oscar, ed è ispirato al libro di un altro campano (Gianbattista Basile rivisitato da Matteo Garrone) uno dei nostri film che più gira il mondo in questo periodo. Gomorra è tra le poche serie televisive italiane a non sfigurare oltreconfine. Continuano a girare il mondo anche le storie di Andrea Camilleri e Elena Ferrante. Fatte le eccezioni come nel caso di Sellerio, resta però grande la distanza tra idee e loro messa a frutto: vinca il premio Strega uno scrittore di Bari o di Caserta, non lo fa con una casa editrice pugliese o campana. Se l’immaginario del Sud risulta tanto fecondo, è allora proprio perché nel Meridione esplodono con più chiarezza le contraddizioni di un intero paese.

All’Italia manca un piano industriale? Ecco che Taranto (ossia la scelta assurda tra sviluppo e salute) diventa il simbolo di un dramma che investe oggi il capitalismo globale. I diritti dei lavoratori vengono minacciati ovunque? Ecco che nelle campagne del sud si muore per trenta euro al giorno stremati dal caldo (e dal caporalato) come ai tempi di Di Vittorio. Non mancano testacoda tra disastro e progresso. Mentre in un’Italia retrograda redarguita da Strasburgo (derisa da Barcellona a Amsterdam) l’omosessualità resta un tabù, per il popolo di Puglia e Sicilia non è stato un ostacolo quando si è trattato di eleggere il Presidente di regione.

Insomma, così come la Grecia ha rappresentato quest’estate l’osservatorio da cui capire a che punto è la notte in tutta Europa (se volete indagare lo spirito di Wolfgang Schäuble, cercatelo tra le strade di Atene), la stessa cosa si può dire del Mezzogiorno per l’Italia. Il che vale anche rispetto agli umori del Palazzo. Negli ultimi anni sono arrivate più lamentazioni da nord che da sud. Mi è anzi sembrato incredibile il modo in cui il tessuto sociale ha retto in Meridione nonostante i numeri devastanti su economia e lavoro. Ecco perché non capisco le accuse di piagnisteo del Presidente del Consiglio. O meglio, riesco a decifrarle avendo come cartina di tornasole un operaio dell’Ilva tarantina o un bracciante di Rosarno. Renzi non solo vorrebbe che non si lamentassero, ma che stessero sereni. A ulteriore conferma che l’Italia si rispecchia da opposte sponde, potremmo dirla con le strofe di un Gran Lombardo: “e sempre allegri bisogna stare, ché il nostro piangere fa male al re”.
Se ne esce insieme, o non se ne uscirà per niente.

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Caligari, due film bellissimi in trent’anni. E il terzo? https://minimaetmoralia.it/cinema/intervista-a-claudio-caligari/ https://minimaetmoralia.it/cinema/intervista-a-claudio-caligari/#respond Tue, 18 Nov 2014 06:00:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24380 Questa intervista è uscita su Internazionale. (Nella foto: una scena del film Amore tossico)

Ho cominciato ad amare Claudio Caligari quando non avevo nemmeno diciott’anni. Come molti post-adolescenti romani, avevo trovato in Amore tossico un film di culto da citare con gli amici. “Frena i freni”, “dammi il pezzo”. Romanzo criminale vent’anni prima di Romanzo criminale. Dal 1984, anno dell’uscita e del successo clamoroso di Amore tossico, Caligari ha realizzato solo un altro film, L’odore della notte nel 1998. Anni rapaci, che qualcuno su internet dà come girato, si è in realtà fermato in fase di pre-produzione nel 2002.

In questi mesi, anzi in questi giorni, sta cercando di cominciare a girarne un altro. Valerio Mastandrea ha lanciato un appello a Martin Scorsese per raccogliere attenzione e soldi intorno a questo progetto. Scorsese non si è dato molto da fare, in compenso qualche produttore si è sentito in dovere di ricordarsi di uno dei più importanti registi italiani. Mentre arrivo a via dell’Acqua Bullicante, dove mi ha dato appuntamento, passo davanti al cinema Impero, chiuso da più di trent’anni. E faccio mentalmente una foto che mi terrò in testa per tutto il tempo.

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Questa intervista è uscita su Internazionale. (Nella foto: una scena del film Amore tossico)

Ho cominciato ad amare Claudio Caligari quando non avevo nemmeno diciott’anni. Come molti post-adolescenti romani, avevo trovato in Amore tossico un film di culto da citare con gli amici. “Frena i freni”, “dammi il pezzo”. Romanzo criminale vent’anni prima di Romanzo criminale. Dal 1984, anno dell’uscita e del successo clamoroso di Amore tossico, Caligari ha realizzato solo un altro film, L’odore della notte nel 1998. Anni rapaci, che qualcuno su internet dà come girato, si è in realtà fermato in fase di pre-produzione nel 2002.

In questi mesi, anzi in questi giorni, sta cercando di cominciare a girarne un altro. Valerio Mastandrea ha lanciato un appello a Martin Scorsese per raccogliere attenzione e soldi intorno a questo progetto. Scorsese non si è dato molto da fare, in compenso qualche produttore si è sentito in dovere di ricordarsi di uno dei più importanti registi italiani. Mentre arrivo a via dell’Acqua Bullicante, dove mi ha dato appuntamento, passo davanti al cinema Impero, chiuso da più di trent’anni. E faccio mentalmente una foto che mi terrò in testa per tutto il tempo.

Mi parli del tuo nuovo film, sia da un punto di vista poetico che produttivo?

Dai tempi di Amore tossico, ossia trent’anni fa, ho sempre mantenuto delle relazioni personali da cui mi arriva materiale di prima mano da cui far crescere le storie. Mi raccontano quello che succede, cosa cambia… A un certo punto mi è venuto il riflesso condizionato di un nuovo film che fotografasse la situazione della realtà sociale oggi.

Ma non mi sono fermato lì, perché ho intercettato con altri materiali, che mi hanno fatto capire che quello che avevo intorno a me non era l’evoluzione, ma la fine di un mondo che fu pasoliniano. E ho cominciato a cercare altro materiale, altre storie.

Per esempio una mia fonte inesauribile è Emanuel Bevilacqua, il coprotagonista dell’Odore della notte. L’avevo conosciuto a suo tempo a piazza Gasparri, a ridosso dell’Idroscalo. Lui è figlio di uno degli interpreti di Accattone, di uno dei “napoletani” di Accattone. Aveva in mano del materiale narrativo dirompente. Solo allora ho deciso di fare il film, che non era solo un aggiornamento – quelli erano gli anni ottanta, questo è il 2000 -, non era semplicemente una nuova fotografia. Era la descrizione della fine di un mondo.

Qualche tempo fa avevo scritto un articolo in cui mettevo a confronto due scene finali, quella di Caro diario e quella di Amore tossico. Sono un paio di scene cinematografiche che sono girate nello stesso luogo. Moretti che con la Vespa va a omaggiare, con un’invadente colonna sonora di Keith Jarrett, il monumento funebre a Pasolini (”Chissà perché non ero mai andato a vedere il luogo dove Pasolini è stato ammazzato”), mentre i due bucatini di Amore tossico non si accorgono, non sanno nemmeno che quello che si intravede dietro di loro è il monumento a Pasolini. L’omaggio che tu fai al regista di Accattone è totalmente implicito: dalla parte dei miserabili, degli irredenti, dei non riqualificabili. La morte per overdose di Michela per me vale cento piani sequenza con Keith Jarrett sotto.

Questa è un’analisi interessante. Molti hanno fatto finta di non vedere il diverso, se non opposto approccio, rispetto a Moretti. Le cose che vengono scritte su Amore tossico sono sempre le stesse. Spesso apologetiche. Ogni tanto, per qualche anno, non leggo le cose che mi riguardano, e quando ricomincio spesso trovo analisi sempre uguali. Altre volte invece il punto di vista è intrigante o divertente nel mettere in relazione il film con il vissuto di chi scrive, non necessariamente tossico, anzi quasi mai tossico. È anche così che il film è diventato un cult.

In quella scena di Amore tossico fai un movimento di macchina con cui lo spettatore scopre all’improvviso quel monumento proprio subito dopo che si sono fatti. È un movimento sobrio, quasi innavertito, come se si svegliassero.

Quando decisi di girare lì pensai che i personaggi non dovevano sapere che quello era il monumento a Pasolini. Ma prima che un ragionamento, fu una questione d’istinto.

Una specie di testimone che raccogli da Pasolini.

Quando Accattone arrivò in televisione, Pasolini era ancora vivo. Mi ricordo un suo articolo sul Corriere della Sera, dove fa il discorso sull’omologazione. Qualche mese prima con l’intermediazione di Francesco Leonetti avevo cercato di fare il suo aiuto per il film che doveva girare su San Paolo e che invece risultò essere Salò. Ma lì il set era chiuso. Leonetti disse: farai il suo prossimo film. Che non c’è mai stato.

Cosa ti piaceva in Pasolini?

Io scopro Pasolini con il Vangelo secondo Matteo e Uccellacci e uccellini. Poi recuperai tutto. Andavo molto al cinema, a Arona, dove sono nato, sulla sponda piemontese del lago Maggiore. E vedendo quei film trovai per la prima volta un linguaggio diverso, evidentemente rivoluzionario. Ancora oggi lo penso: Pasolini faceva il cinema in un modo in cui non lo faceva nessuno. C’è una sua poesia dei primi anni sessanta che dice:

Una coltre di primule. Pecore
controluce (metta, metta, Tonino,
il cinquanta, non abbia paura
che la luce sfondi – facciamo
questo carrello contro natura!).

Tonino era il direttore della fotografia, Tonino Delli Colli e quello di Pasolini era un cinema davvero contro natura, contro la natura del cinema imperante.

Ti piaceva sia da un punto di vista formale o ti ritrovavi anche nelle tematiche, nell’ideologia pasoliniana?

In questa cosa degli ultimi che dicevi prima, in quest’interesse per gli irrecuperabili. Io sono del profondo Nord, sono nato vicino alla Svizzera. E quando lessi Ragazzi di vita e Una vita violenta, trovai un mondo. Qui all’Acqua Bullicante fino a poco fa potevi trovare ancora gente che lo aveva conosciuto, che era amica di Citti, di Davoli.

Quando hai capito che volevi fare il regista? I tuoi primi lavori, dei documentari, sono della fine degli anni settanta.

Tardi, alla fine degli anni settanta, avevo quasi trent’anni. A Milano tentai di fare l’aiuto di Marco Ferreri.

Ma non avevi fatto una scuola di cinema?

Le scuole di cinema a Milano erano una presa in giro. Cercavo di lavorare sul set. Cercai Bellocchio, che allora era amico di Silvano Agosti, di Stefano Rulli e Sandro Petraglia, che avevano scritto la loro prima cosa, Nel più alto dei cieli di Silvano Agosti, un film bunueliano.

E quando hai capito che volevi fare il regista, perché hai raccontato la droga?

Quegli sono gli anni del movimento del ‘77. Erano gli anni delle autoriduzioni nei cinema di prima visione, dell’assalto alla Scala. Io frequentavo i Circoli proletari giovanili. In uno di questi vidi per la prima volta l’eroina di massa. All’interno di questi circoli un gran numero di ragazzi si bucava. C’era gente buttata per terra, mi ricordo, nella stanza una marea di gente fatta. Anni dopo vidi una scena di Spike Lee col crack che me l’ha ricordata.

È in Jungle fever.

Sì. E poi è finito tutto. Con l’assalto alla Scala. Era il periodo della contestazione ai concerti. Per esempio filmo la contestazione a Antonello Venditti, che è rimasto inedito. Monto invece un film underground sui Circoli in parte di finzione che si chiama La parte bassa. Lo proiettarono al Filmstudio. Il primo spettatore si aspettava un porno.

Il 1977 dici che è un anno finale.

Nel maggio del 1977 ero a girare alla manifestazione in cui ammazzarono Giorgiana Masi qui a Roma. Era già un disastro. C’erano gruppi di poliziotti infiltrati tra i manifestanti. C’era Autonomia che voleva controllare il materiale girato. Quello che aveva girato l’attacco a Lama all’università lo massacrarono. Prima avevo fatto anche un film sulla psicanalisi, La follia della rivoluzione, parlato in diverse lingue e passato all’epoca in una sezione marginale del festival di Berlino, ma avevo capito che era finito il tempo del cinema militante. Ci sarebbe stato solo il cinema industriale. Da quel giorno di Giorgiana Masi ad Amore tossico passano quasi cinque anni di tentativi.

Cos’era il disastro, cos’era crollato?

La politica, la possibilità di fare politica alternativa. C’era solo l’eroina. Tieni conto che il 1968 in Italia dura dieci anni, quanto in nessun paese del mondo. In Francia il maggio francese dura due mesi. Rudi Dutschke in Germania pochi anni. Pasolini l’aveva intuito, non ha fatto in tempo a raccontarlo.

Pasolini aveva intuito che la politica sarebbe precipitata nel consumo di droga di massa?

Tu non hai idea di quale immagine i mezzi d’informazione davano del fenomeno della droga. La televisione ne parlava solo in termini di pentitismo. Quando con il sociologo Guido Blumir cominciammo a lavorare al materiale per Amore tossico, il drogato era raccontato come tossico lamentoso, triste, vittima. Io dicevo a Guido: non si capisce perché la gente si droga se fa così schifo. Una notte, proprio qui sotto, gli faccio: giriamo un film comico sull’eroina. Volevo mostrare il lato piacevole, divertente del consumo che era censurato. Per me era fondamentale.

Quando hai visto Trainspotting che hai pensato?

Mi sono incazzato. Lo sguardo era uguale. Ma era declinato secondo i codici imperanti nel cinema commerciale, spesso secondo i codici pubblicitari. E declinato con quei codici quello sguardo moriva. L’arte prima che contenuto è forma.

A me Amore tossico fa ancora più ridere di Trainspotting. Ci vedo un’influenza incredibile della commedia all’italiana. Che altro dovrei trovarci?

Beh, Scorsese, spero. Dopo la proiezione a Venezia uscì un articolo su Libération e poi ne uscì un altro sui Cahiers du Cinéma, firmato da Serge Toubiana, che scrisse subito: l’incrocio tra Pasolini e Scorsese. Il lato ”comico” e “trucicomico” del film, le scene ”divertenti” pur nella drammaticità della narrazione, non vengono dalla commedia all’italiana, ma dagli stessi fatti raccontati. Sono interni alla storia, non sovrapposti. Poi se vogliamo dire con una battuta che un po’ mi fa incazzare: siamo tutti figli di Monicelli, può anche darsi che in parte sia vero.

Come passi dal materiale che raccogli alla sceneggiatura?

Parti senza sicurezze. Vai sulla strada. Però hai studiato. Noi quando abbiamo cominciato a raccogliere storie sapevamo tutto del fenomeno dell’eroina. Ma facevamo finta di non sapere nulla. Per esempio, a un certo punto cominciammo a discutere dove ambientarlo. Pensavamo a Verona, dove la situazione era gravissima. O a Milano, a Quarto Oggiaro, che conoscevo bene. E poi mi venne in mente un’idea – c’è un’ambientazione che è già nella storia del cinema, le borgate romane nei primi film di Pasolini! – che fu giudicata l’idea migliore.

Ci mettemmo tre mesi. Trovammo un muro. Non avevamo nessun mediatore. Se parlavano con te era una dichiarazione di reato, in pratica. La domanda che facevano più spesso era: “Non è che sei un giornalista?”.

La volta in cui capii che potevamo fare il film erano le tre di notte. Da qualche giorno avevamo già trovato Cesare, il protagonista. Dormivamo a casa di alcuni di loro. Li seguivamo dappertutto, con il rischio che potevamo essere arrestati anche noi da un momento all’altro. Per fortuna quella notte la polizia non si fece viva. Andammo in un bar alle tre di notte, ricordo che pioveva. Roberto Stani (Ciopper) a un certo punto mi fa: “Ieri sera abbiamo fatto una chiusura… Sono entrato… ho tirato fuori il pezzo”. Era una dichiarazione di reato, lì capii che ormai si fidavano. Non ci fu più bisogno di chiedere, i materiali arrivarono spontaneamente.

Come hai lavorato sul linguaggio che si parla in Amore tossico? Credo di aver letto almeno tre, quattro saggi di sociolinguistica sul tuo film.

Quando non ho più sentito usare nuovi vocaboli del gergo tossico malavitoso ho detto: adesso possiamo scrivere i dialoghi. Abbiamo fatto il film con innocenza e incoscienza. Un po’ di naïveté pasoliniana. Anche la scena in cui i ragazzi si picchiano è molto pasoliniana. Ma è vero che poi avevamo una presa sulla realtà, se pensi che per esempio la parola “tossico” è entrata nel vocabolario da lì in poi.

Perché tu non sei diventato un militante duro e puro, oppure un tossico?

Non sono entrato nelle Brigate Rosse. Era così facile contattare Curcio o Franceschini… Credo mi abbia salvato il cinema. La cosa che anche allora pensavo era: fai la guerriglia in un paese col capitalismo avanzato, è chiaro che perdi!

Il film fu un successo.

Quando esce, Amore tossico si prende cinque prime pagine. Repubblica, Corriere, Stampa… Anche perché lo stesso giorno arrestarono la protagonista, Michela Mioni. Un vicequestore, che era nelle liste della P2, fece quest’arresto a orologeria per ottenere la prima pagina grazie alla pubblicità che gli faceva il film.

A rivederlo anche oggi non sembra un datato se lo metto a confronto con tanti dei film d’intervento di quegli anni.

Era un film troppo avanti. Lo riconobbe anche Nanni Moretti. In quegli anni mentre noi stavamo preparando At

Amore tossico: tu lo chiami At?

Sì, perché sono gli stessi anni di Et… In quegli anni lì tutti volevano fare un film sulla droga. Perfino Sanguineti, Moretti lo voleva fare, Giuseppe Bertolucci… Quando i miei attori seppero del progetto di Bertolucci, mi dissero: Claudio, noi andiamo là da lui e gli spezziamo le gambe.

Non ci sono molti film che capaci di raccontare l’eroina di quegli anni, tutti film che nessuno ricorderebbe: Roma drogataLa via della drogaOrfeo numero cinque, La luna, forse, di Bernardo Bertolucci. Anche se c’è il bellissimo L’imperatore di Roma di Nico D’Alessadria…

C’è Non contate su di noi di Sergio Nuti del 1978. C’è Bambulè di Marco Modugno del 1979. Poi c’è la Musica nelle vene di Pasquale Squitieri. Tutti film passati come acqua. C’è anche un film del 1980 di Massimo Pirri che s’intitola Tunnel-Eroina con Helmut Berger e Corinne Clery. La Clery dichiarò: “Abbiamo provato a fare un film sull’eroina, poi arrivò Amore tossico e fu la fine”.

Perché da un film di successo non è cominciata una carriera fulminante?

Perché l’establishment era contro. Quando esce un film e va bene non possono dire: sei un cretino, non vali niente. Con tutte le critiche, o quasi, positive. Ma quando vai da produttori a cercare i soldi, è lì che ti fermano. Anche De Sica e Rossellini li fermarono così, tagliandogli i finanziamenti.

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La grande narrazione del calcio https://minimaetmoralia.it/libri/francesca-serafini-di-calcio-non-si-parla/ https://minimaetmoralia.it/libri/francesca-serafini-di-calcio-non-si-parla/#comments Tue, 03 Jun 2014 17:00:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21115 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

Di lei si sapeva che fosse una preziosa linguista, una editor e una sceneggiatrice. Ora sarà noto a tutti che Francesca Serafini è anche una grande tifosa e appassionata. Di calcio. Il suo nuovo libro – Di calcio non si parla, pubblicato da Bompiani – dichiara quella passione e un amore. Amore non soltanto per il suo attuale oggetto di scrittura – il calcio – ma anche e anzi prima ancora (chissà se pure in senso cronologico) per la scrittura in sé, per le parole e la loro intima necessità di stare in relazione, ovvero farsi sintassi, incanto e seduzione: ciò che le vere narrazioni sanno produrre.

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

Di lei si sapeva che fosse una preziosa linguista, una editor e una sceneggiatrice. Ora sarà noto a tutti che Francesca Serafini è anche una grande tifosa e appassionata. Di calcio. Il suo nuovo libro – Di calcio non si parla, pubblicato da Bompiani – dichiara quella passione e un amore. Amore non soltanto per il suo attuale oggetto di scrittura – il calcio – ma anche e anzi prima ancora (chissà se pure in senso cronologico) per la scrittura in sé, per le parole e la loro intima necessità di stare in relazione, ovvero farsi sintassi, incanto e seduzione: ciò che le vere narrazioni sanno produrre.

La stessa cosa accadeva con Questo è il punto (Laterza 2012) nonostante fosse, almeno sulla carta, un prontuario di punteggiatura. Anche quest’ultimo libro, “almeno sulla carta”, dovrebbe parlare di un tema tecnico e specialistico, eppure qui il calcio si rivela, più che un oggetto di riflessione, e con più libertà di quanto permettesse la punteggiatura, un generatore di narrazioni, attinte indifferentemente alle cronache storico-sportive e ai ricordi d’infanzia, secondo la sola legge della fascinazione. Ma non solo. Il libro può benissimo essere preso come un saggio filosofico – non è un’esagerazione – breve e multistrato: sul calcio, sulla funzione sociale del calcio («è lo spettacolo che ha sostituito il teatro» dichiara l’autrice citando Pasolini), sul mito italico del calcio, sul tifo, sul linguaggio del calcio e sul calcio…

Serafini ammette di aver usato «il campo di calcio come un palinsesto» (nel senso etimologico del termine). Così: un palinsesto. Non un pretesto. Il pallone è sempre protagonista, anche se si presta a una gran varietà di digressioni: sull’uso in politica delle metafore calcistiche, dunque dirette soprattutto agli uomini; sulla politica che, letta attraverso il calcio, appare spaventosamente e di colpo più comprensibile; sul cinema (tanto Sorrentino); sulla tv; sulle serie, capaci di far incontrare, rinnovandoli, il cinema e la tv; sulla letteratura; sulla linguistica ecc.

C’è un giocoso isomorfismo tra la sintassi di Serafini e la struttura del suo libro, tra l’uso inarrestabile degli incisi (non raramente anche di incisi a grappolo) e l’abbondanza di digressioni, da cui la «promiscuità programmatica» della sua prosa (capace di far stare sulla stessa pagina Erodoto e Qui Quo Qua). A sua volta la prosa – perspicua, fiera, calma e insieme guizzante – riflette la postura dell’autrice, il suo atteggiamento, che è morale: non moralistico (ad esempio parlando di doping e corruzione); e il suo tono, che semmai è nostalgico, ma mai nostalgistico.

Per chiudere, l’idea. O, più che l’idea, la proposta del libro. Bisognerebbe – leggiamo – inserire il calcio tra «le forme della grande narrazione di tutti i tempi». Ora, se il calcio sia o no una vera narrazione, lo deciderà il lettore; ma una cosa va senz’altro detta: Francesca Serafini è una vera narratrice, capace di gettare subito in situazione il lettore con le prime quattro pagine, di tifare sempre AS Roma senza mai dare la sensazione di star leggendo un discorso per soli romanisti, e di dedicare al padre un libro senza trasformarlo in una questione privata, ma anzi ariosa, magica, condivisibile

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Le cose vanno fatte bene. L’intervista ad Altan https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-ad-altan/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-ad-altan/#comments Tue, 03 Jun 2014 12:59:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21180 Pubblichiamo un'intervista Malcom Pagani a Francesco Tullio Altan apparsa sul Fatto quotidiano. Ringraziamo l'autore e la testata.

di Malcom Pagani

Altan fuma il sigaro, beve caffè amaro e come certi personaggi delle sue storie non crede in dio e non professa culti che osino superare la Gibilterra della scommessa quotidiana: “Sono ateo”, “Io no, credo nel Superenalotto”. Altan cova opinioni che non condivide: “Non sono convinto di aver molto da dire”. Altan è uno scaffale di tesori che per pudore chiama “vignette”. Sono più di  7.000: “Le ha contate mia sorella” e sul tema, di più non gli si cava: “Sono timido, lo sono sempre stato, ma con il tempo la situazione è migliorata”. Altan ha la barba di Mosè, ma non sente di detenere alcun segreto. Così minimizza, riduce, ride di se stesso e quando gli pare di esagerare, precede i ragionamenti sibilando un “abbastanza”.

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Pubblichiamo un’intervista Malcom Pagani a Francesco Tullio Altan apparsa sul Fatto quotidiano. Ringraziamo l’autore e la testata. (Fonte immagine)

di Malcom Pagani

Altan fuma il sigaro, beve caffè amaro e come certi personaggi delle sue storie non crede in dio e non professa culti che osino superare la Gibilterra della scommessa quotidiana: “Sono ateo”, “Io no, credo nel Superenalotto”. Altan cova opinioni che non condivide: “Non sono convinto di aver molto da dire”. Altan è uno scaffale di tesori che per pudore chiama “vignette”. Sono più di  7.000: “Le ha contate mia sorella” e sul tema, di più non gli si cava: “Sono timido, lo sono sempre stato, ma con il tempo la situazione è migliorata”. Altan ha la barba di Mosè, ma non sente di detenere alcun segreto. Così minimizza, riduce, ride di se stesso e quando gli pare di esagerare, precede i ragionamenti sibilando un “abbastanza”.

Al secondo piano di una casa che era stata di suo padre: “Da queste parti, con la Brigata Osoppo, fu anche partigiano”, circondato da fieno, rose e campagna, Francesco Tullio impasta il suo pane da quasi mezzo secolo con china e pennarello. Ha fatto definitivamente scalo a Grado, anche se la bici da lanciare tra le gole della Carnia è ormai un ricordo: “Il tendine è a pezzi” e i viaggi sudamericani- 4 mesi l’anno, figli di un antico patto con Mara, la moglie brasiliana – si sono trasformati in una pallida parentesi invernale: “Nel 2014 a Rio sono stato solo 20 giorni. Se non sento l’atmosfera giusta, non riesco a disegnare”. Poi mima l’aria con le dita perché è qui, alle porte di Aquileia: “Dove sono discreti e la tentazione massima, il cinema, è a 18 chilometri” che Cipputi, la Pimpa e il Cavalier Banana, fiabescamente, possono vestire in tuta blu, correre felici o agitare l’ombrello senza far piovere nevrosi.

Altan iniziò alla fine dei’60 su Playmen e già all’epoca, con piglio da Wodehouse, ritraeva mostri, satrapi, cialtroni e disgraziati. Donne travestite da sirene, impegnate a cantare con il timbro del cinismo: “Io son disposta a tutto, basta che sia alto, bianco, serio, biondo, innamorato e ariano”. Farfalle in volo allusivo: “Sul serio credevate che gli entomologi ci rincorressero per le bellezza delle nostri ali?”. Affreschi di naufraghi che ballano porcini all’immorale ritmo della perdita di sé: “Babbo, vado in tv”. “Allora non ho vissuto invano”. Se ripensa al viaggio originario intrapreso nel settembre del ’42, al mare navigato in zattera prima che Linus, Il Corriere dei Piccoli, l’Espresso, Le Monde e La Repubblica offrissero al suo talento un oblò per guardare la vita al riparo dalle onde, Altan trova piroscafi da disegnare: “Vidi una nave sulla Treccani immaginandomi progettista” e lessici familiari meno diretti degli interni che ha fotografato senza concedersi il lusso della pietà: “Papà, mi suicido”. “Non fare il moralista, spara agli altri”.

Tra le mura di San Vito al Tagliamento, la dialettica da tinello dei suoi genitori, Nora e l’antropologo Carlo Tullio, viveva di prassi consolidate: “Almeno fino a quando, nel ‘50, non si separarono. Mia madre era dolce e mio padre, severo. Con me giocava poco e aveva idee precise su quel che si dovesse o non si dovesse fare. Poi un giorno facemmo le valigie e partimmo per Bologna. Avevo annusato l’atmosfera, ma nessuno mi disse né mi spiegò niente. All’epoca l’addio tra moglie e marito si gestiva male”.

Fu traumatico?

Abbastanza. Arrivammo a fine novembre. La nebbia era nebbia e il freddo, un freddo porco. Dalle finestre si vedevano ancora i palazzi distrutti dai bombardamenti. Sembrava Guernica. Tubi, appartamenti sventrati, tetti crollati. Bologna, con il tempo, si è fatta amare molto. Ci ho vissuto fino ai 19 adorando le sue piazze, tifando per la sua squadra di calcio e sentendola sempre una seconda patria. Il ricordo casalingo di mio padre invece è fermo agli 8 anni, a una visita sporadica e a qualche vacanza estiva.

Il disegno è un riflesso della solitudine? 

A 14 anni volevo fare il pittore. Mio padre mi dissuase: “Fai il Liceo, poi deciderai”.  In verità non ho mai scelto una mia strada. Mi sono fatto guidare dalle correnti. All’inizio degli anni ’50 la tv non c’era e le alternative erano poche. Si disegnava e si leggeva creandosi la propria mappa un libro dopo l’altro.

Ha letto molto?

Esisteva il dovere di leggere ed era una fatica. Il punto di rottura fu L’uomo senza qualità di Musil. Era estenuante e mi fermai al primo volume. Cominciando a scegliere da solo, senza imposizioni, conobbi finalmente anche il piacere. Il meccanismo perfetto dei gialli di Dürrenmatt o Le Carré. L’umorismo un po’ amorale degli inglesi. Una goduria. Con il disegno è andata diversamente. Mi è sempre parso la miglior maniera di raccontarmi alcune cose liberando la fantasia. Lo fanno anche i bambini e del loro spazio, sono gelosissimi. Mia nipote si chiude in camera e assegna le parti. Se la interrompi si infuria.

Lei sembra calmo a prescindere dal contesto.

La verità è che detesto spostarmi. Ti dicono: “Ci mettiamo un’ora” e un’ora non è mai. Si perdono 3 giorni e fuori dal mio ambiente, non riesco a pensare. Non amo il telefono e non ho molti amici. Ma ne ho di buoni. Magari non ci incontriamo per un anno, ma quando accade, si riparte dallo stesso punto. Non c’è bisogno di spiegarsi con gli amici veri. La condizione che preferisco.

Battute folgoranti in enciclopedia minima: “Lei è un coglione”, “Maledizione, un’altra fuga di notizie”. “Siamo sull’orlo del baratro”, “Goditi il panorama”. “Peggio non poteva andare: sono morto e mi sono reincarnato in me stesso”. “Ho pensato delle cose orribili”, “Falle, adesso, così ti togli il peso”.

Qualcuna mi viene così, nella fase tra il sonno e la coscienza piena, nel dormiveglia.  È un Tin-tin.

Un Tin-Tin?

La battuta è un suono. Un istinto. Un lampo. Altre volte devo capire cosa mi stia davvero sullo stomaco e per elaborare ci vuole tempo. Mi piace dialogare con il lettore, portarlo dentro al paradosso, coinvolgerlo come hanno fatto i creatori di una magnifica serie tv, House of cards. Ho sempre pensato che a chi ti va a cercare sul giornale si debba restituire qualcosa. Che se si stufa lui, il patto, all’improvviso, non funzioni più.

Lavora di notte?

Non più. Una volta stavo in piedi fino alle 4 del mattino ed erano ebbrezze, non solo artistiche, e lunghe notti terribili per la salute. Non vedevo la luce, avevo la sindrome del fornaio. Ora devo dormire 8 ore, sogno molto e non faccio più incubi. Se ho un’illuminazione mentre riposo, la lascio fuggire. L’attività onirica inganna e io non voglio deludermi come quel regista francese che lascia il letto, corre al tavolo, scrive su un foglio un passaggio decisivo del suo film e quando si alza, il giorno dopo, trova soltanto 5 parole: “Un uomo ama una donna”.

Lei ha conosciuto sua moglie in Brasile.

Con lo sceneggiatore  di Prima della rivoluzione, Gianni Amico, partii nel ’67 su un Jet della Varig per il Brasile. Gianni avrebbe girato un film sulla locale musica popolare e il produttore, Barcelloni, mi propose di unirmi alla troupe. Studiavo Architettura a Venezia. Ero a due terzi del percorso. Lasciai l’Università e sui libri non tornai più. Stordito, con un giubbotto di Renna, attraversai Rio tra un caldissimo pranzo a Copacabana e un ufficio all’ultimo piano da raggiungere senza ascensore. Mara la incontrai 3 anni dopo. Faceva la costumista. La assunsi per Tatu bola. Le riprese cominciarono nell’ottobre del ’70. A novembre del’71 nacque nostra figlia. Del cinema non sapevo nulla. Facevo di tutto. Autore, fonico, scenografo. Il primo incarico, atroce, fu da sdoganatore delle attrezzature che arrivavano dall’Italia. Andavo all’aeroporto con un funzionario del Consolato, il dottor Palla, e le tasche piene di banconote. La corruzione era sistematica. Palla sapeva come muoversi senza disagio.

Il dottor Palla sembra una sua invenzione letteraria.

Le due o tre volte che non poté scortarmi, vidi l’inferno. Mi trovavo al cospetto di mostruosi ceffi in divisa e dell’enorme rotolo di denaro tra le dita, non sapevo cosa fare. Se darglieli, non darglieli e come darglieli, ‘sti soldi.

Altra tappa, Roma.

Un periodo di passaggio tra i viaggi sudamericani. Vivevo in Via del Pellegrino. Era considerata la strada dei ladri e naturalmente era tra gli angoli più sicuri di Roma. Il caos mi piaceva, ma quando tornai un decennio dopo, il disgusto per la confusione prese il sopravvento sullo stupore. Lavoravo sulla Salaria e spesso, nonostante la distanza, nell’impossibilità di trovare un taxi, andavo a piedi. Ho visto La grande bellezza di Sorrentino e ho ritrovato immutati alcuni tratti cittadini.

Le è piaciuto?

Sorrentino è un autore che ammiro. Nei suoi lavori, anche da scrittore, emana una sorta di disperazione controllatissima, un’atmosfera sconfortante, il quadro di un’umanità che in sé ha gli anticorpi per non abbandonarsi al dolore. This Must be the Place, per esempio, è un’opera straordinaria: sembra che divaghi, che si perda e invece mantiene inalterato il nucleo narrativo.

Sorrentino sostiene che la digressione sia una delle cose per cui vale la pena vivere.

È una bella suggestione. Mi chiamavano dottor Divago e, anche se mia moglie divagava molto più di me, so di cosa parlo. Nei fumetti lunghi mi distraevo parecchio, perdevo il filo, andavo dove volevo. Alla setta dei divagatori aderisco senza indugi.

Lei è stato anche sceneggiatore.

La scrittura delle sceneggiature è un esercizio orrendo. Bisogna supporre cose che non succederanno mai: “Lui entra da qui e dice questo”, mentre sai già che entrerà da un’altra parte e dirà un’altra cosa. C’è un certa frustrazione nel mettere fantasia e budget nello stesso cerchio. Io ho partecipato solo alla stesura di qualche discutibile canovaccio, ma i copioni letterari, Bergman per intenderci, li avevo letti. In Cuori Pazzi, ambientandolo in Svezia, avevo tentato di riprendere quel filo.

Cuori pazzi si presentava così: “Storia di sesso e di speranza miste alla ricerca di dio attraverso il lurido labirinto che è la vita”.

Quando mi guardo indietro sto attento a non rimpiangere niente. Il passato è stato sempre più complicato di come ce lo ricordiamo e di come, soprattutto, ce lo raccontiamo. Forse ho nostalgia degli anni bolognesi, ma più probabilmente è nostalgia per i miei 16 anni. È non è vero che il tempo degli anziani valga di più. È tutto uguale il tempo. L’impresa eccezionale è organizzarlo, dargli un ordine. Prenda la Pimpa, compie  40 anni tra qualche mese. La concorrenza di Peppa Pig è feroce, ma io so che i bambini e la mia edicolante la aspettano ancora. Non posso fermarmi. (Ride)

Come nacque?

Giocando con mia figlia. Feci questo cagnolino con i puntini rossi, inventai una storiella di supporto e Marcelo Ravoni, il mio primo mentore, l’uomo che portò Quino e Mafalda in Italia, la consigliò al Corriere dei Piccoli. La Pimpa del ‘75 era molto brutta, sgangherata, eversiva rispetto ai canoni formali. In linea con quel che mi appassionava all’epoca, con il tratto dei disegnatori americani e dei francesi di Hara-Kiri. Infatuazioni momentanee. Ieri usavo i pantaloni a zampa d’elefante, oggi credo li lascerei nell’armadio.

E Cipputi, il suo operaio? È rimasto nell’armadio della memoria anche lui?

Gli voglio bene e ogni tanto lo richiamo in servizio, ma Cipputi è preistoria. Non riesco più a immaginarlo. In quel senso è cambiata ogni cosa.

I giornali vendevano più di oggi.

I giornali hanno le loro colpe. Ultimamente ho l’impressione di leggere cose che ho già sentito e se si guarda una prima pagina di un anno fa non la si distingue da quella dell’anno successivo. Ma alla dittatura del quotidiano sul web non mi arrendo. Ho bisogno del caffè, della carta stampata stesa sul tavolo, delle liturgie mattutine, delle mie operazioni a stretto contatto con l’abitudine.

Le Monde le propose di inventare una vignetta tutti i santi giorni.

E io dopo qualche settimana, dissi grazie e declinai. Anche Eugenio Scalfari, nell’unica telefonata che mi fece nell’82, mi fece una richiesta simile. Forattini aveva appena lasciato Repubblica. Di fronte al diniego, per farmi cambiare idea, Scalfari mi informò che avevano inventato il Fax.

È cambiata anche la politica.

I nostri politici sono di una pigrizia mentale che sfiora il fantastico. Da un secolo sono abituati a fare le cose in un certo modo e degli strumenti della modernità non sanno cosa farsene. Come singoli individui non sono neanche pessimi, ma come organizzazione mostrano una sconfortante incapacità. La violenza verbale, poi, è arrivata a un livello incredibile. Non c’è più limite e mi pare accompagnata da un totale disinteresse per i fatti concreti. Un dato pericolosissimo. Del Pd non si può sempre parlar bene, ma la controparte rimane peggiore.

Per un certo periodo Pd e destra governeranno insieme. 

Di queste ipotesi, quando ero giovane, ridevamo. Ma quando non si hanno soluzioni per nessuno, l’impotenza è uguale per tutti. Ricorda Primo Levi e il suo discorso sulla chiave a stella? Le cose vanno fatte bene, siano piccole, grandi o insignificanti. In politica non vedo cose fatte bene. Solo chiacchiere, discorsi vuoti, vanità.

C’è chi sostiene che Renzi sia l’erede di Berlusconi.

Non mi pare. Forse le tecniche affabulatorie si somigliano, ma nei suoi occhi non vedo la stessa cupidigia. Alle primarie non l’ho votato, ma una possibilità, da elettore, devo dargliela. Il suo avvento è la cosa più vicina a smuovere le acque che abbiamo visto negli ultimi decenni. Poi è tutto discutibile, ma mandare sempre la palla altrove non è saggio. Cerchiamo di mettere le mani nella pasta che abbiamo davanti a noi, per una volta.

Deduco che Grillo non l’abbia mai convinta.

L’ha visto da Vespa? Lindo e così tranquillo da apparire svuotato, fuori contesto, sconfitto. Grillo sudato sul palco sarebbe anche bravo, ma mi pare che in assoluto non ci sia sostanza e che se togli le urla non rimanga nulla. Non apprezzo l’oratoria che indulge allo strillo per lo strillo.

Su Berlusconi ci teniamo ombrelli, banane e vignette ormai storicizzate? 

Sono veramente stanco di quest’uomo. Non se ne va mai. L’ombrello non si chiude.

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Non voglio andare a vivere in campagna https://minimaetmoralia.it/cinema/le-meraviglie-alice-rohrwacher/ https://minimaetmoralia.it/cinema/le-meraviglie-alice-rohrwacher/#respond Thu, 22 May 2014 15:26:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20865 Questo pezzo è uscito su Studio.

Nessun animale è stato maltrattato per produrre questo film; molti umani invece sì. Ne Le meraviglie, il film di Alice Rohrwacher che ha preso molti applausi a Cannes, da oggi nelle sale, infanzie tremende in una urfida campagna italiana; e capovolgimenti di stereotipi anche cinematografici classici: casali non ristrutturati, niente travi a vista né mobili decapati, niente file di cipressi né scene corali a tavola con tate secolari, nessuna douceur de vivre; nessuno Speriamo che sia femmina, il film di Mario Monicelli (1986) che preparava mitologie campagnole italiane negli anni Novanta, poi rese glamour con Io ballo da sola (1996) con famiglie nobiliari in decadenze eleganti tra avvento del berlusconismo e rubriche del cuore; e allegre porcellate e imperi dei sensi tra casali ristrutturati benissimo, e scrittori moribondi o anche solo dolenti vestiti Giorgio Armani. Qui, nelle Meraviglie, invece, un simmetrico di cattiveria e psicosi in purezza, e depressioni tra acquitrini e pozzanghere e tettoie di eternit e reti di materassi in cortile, tipo degrado o tipoRomafaschifo.

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Questo pezzo è uscito su Studio.

Nessun animale è stato maltrattato per produrre questo film; molti umani invece sì. Ne Le meraviglie, il film di Alice Rohrwacher che ha preso molti applausi a Cannes, da oggi nelle sale, infanzie tremende in una urfida campagna italiana; e capovolgimenti di stereotipi anche cinematografici classici: casali non ristrutturati, niente travi a vista né mobili decapati, niente file di cipressi né scene corali a tavola con tate secolari, nessuna douceur de vivre; nessuno Speriamo che sia femmina, il film di Mario Monicelli (1986) che preparava mitologie campagnole italiane negli anni Novanta, poi rese glamour con Io ballo da sola (1996) con famiglie nobiliari in decadenze eleganti tra avvento del berlusconismo e rubriche del cuore; e allegre porcellate e imperi dei sensi tra casali ristrutturati benissimo, e scrittori moribondi o anche solo dolenti vestiti Giorgio Armani. Qui, nelle Meraviglie, invece, un simmetrico di cattiveria e psicosi in purezza, e depressioni tra acquitrini e pozzanghere e tettoie di eternit e reti di materassi in cortile, tipo degrado o tipoRomafaschifo.

Un papà tremendo tedesco tiene in ostaggio famigliola post-hippy, sfornando in continuazione figlie femmine e non riservando loro alcuna cura o affetto, riversandoli entrambi invece sulla campagna piatta circostante, e compiendo smargiassate anche sui vicini non biologici che giustamente puntano sui diserbanti chimici e tossicissimi per incrementare un po’ i fatturati. Non Speriamo che sia femmina dunque, ma speriamo che sia maschio: ma il maschio non arriva mai, perché la natura si vendica, e arrivano tante ragazzine, che come nelle  vituperate campagne cinesi sono considerate una disgrazia perché manovalanza non abbastanza nerboruta.

Però qui adorano tutte il loro papà squilibrato che le vessa facendo loro trasportare tini di mieli appiccicosi sotto bufere e tormente e alveari con api moribonde causa vicini non biologici che appestano i campi: e i mieli poi da vendere in mercatini deprimenti del sabato e della domenica, con la protagonista pubescente che vorrebbe un po’ truccarsi e divertirsi, e invece deve star lì a badare al miele, mentre nell’aria c’è la modernità, e c’è la televisione, e ci sono gli anni Novanta con Ambra che canta T’appartengo, tipo canto di liberazione o gospel dell’alveare. (C’è un momento Sorrentino, ma molto piccolo, con cammello al posto di fenicottero, però non in post-produzione; e un momento Mignon è partita(1988) quando arriva un piccolo tedesco dropout immigrato e pregiudicato, e scattano amori e tremori.

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I pranzi della domenica – la vera storia di un networking culturale. Intervista a Antonio Monda https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-antonio-monda/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-antonio-monda/#comments Mon, 14 Apr 2014 16:19:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19797 Questa intervista è uscita su IL a giugno 2013.

Insegna cinema a New York, scrive su Repubblica, produce documentari, organizza festival letterari e di cinema sia in Italia che a Manhattan, ha pubblicato saggi e romanzi. È famoso in Italia per dei famosi pranzi della domenica a casa sua, frequentatati da giganti americani come Philip Roth, Martin Scorsese, Meryl Streep, e gli italiani di passaggio. È tramite Monda che, per esempio, Sorrentino conosce David Byrne e lo fa recitare nel suo film americano – in cui Monda fa un cameo seduto su una panchina di Central Park. Compare anche all’inizio di Le avventure acquatiche di Steve Zissou di Wes Anderson, dove ospita Bill Murray-Zissou a un festival. È il campione italiano del networking culturale: un tipo di eccellenza poco apprezzata dalla classe intellettuale italiana. Lo intervisto nel suo studio a New York University, su Broadway tra Village e East Village. Il corridoio è pieno di poster di film, sembra più una casa di produzione che un dipartimento universitario. La stanza è piccola, c’è una targa con una frase di Churchill: “Never Never Never Quit”. Cinquantenne ragazzino, un’educazione nelle scuole cattoliche maschili e in una storica famiglia democristiana, Monda ha ancora l’aria da studente: porta pantaloni a coste lisi, il lembo destro del colletto della camicia gli cade sempre sotto il collo del maglioncino a rombi. Con candore mi racconta le regole del networking e la storia un po’ Sergio Leone un po’ Visconti con cui ha realizzato il sogno americano.

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Questa intervista è uscita su IL a giugno 2013. (Fonte immagine)

Insegna cinema a New York, scrive su Repubblica, produce documentari, organizza festival letterari e di cinema sia in Italia che a Manhattan, ha pubblicato saggi e romanzi. È famoso in Italia per dei famosi pranzi della domenica a casa sua, frequentatati da giganti americani come Philip Roth, Martin Scorsese, Meryl Streep, e gli italiani di passaggio. È tramite Monda che, per esempio, Sorrentino conosce David Byrne e lo fa recitare nel suo film americano – in cui Monda fa un cameo seduto su una panchina di Central Park. Compare anche all’inizio di Le avventure acquatiche di Steve Zissou di Wes Anderson, dove ospita Bill Murray-Zissou a un festival. È il campione italiano del networking culturale: un tipo di eccellenza poco apprezzata dalla classe intellettuale italiana. Lo intervisto nel suo studio a New York University, su Broadway tra Village e East Village. Il corridoio è pieno di poster di film, sembra più una casa di produzione che un dipartimento universitario. La stanza è piccola, c’è una targa con una frase di Churchill: “Never Never Never Quit”. Cinquantenne ragazzino, un’educazione nelle scuole cattoliche maschili e in una storica famiglia democristiana, Monda ha ancora l’aria da studente: porta pantaloni a coste lisi, il lembo destro del colletto della camicia gli cade sempre sotto il collo del maglioncino a rombi. Con candore mi racconta le regole del networking e la storia un po’ Sergio Leone un po’ Visconti con cui ha realizzato il sogno americano.

Antonio Monda: Frequento gli Stati Uniti dal ‘79, anno in cui mia madre mi regalò un viaggio dopo la maturità. C’era il presidente Carter. Ho passato due mesi: un mese e venticinque giorni in California, che non apprezzai affatto, e gli ultimi cinque giorni a New York, che mi hanno folgorato. Sono arrivato qui in un albergo che non c’è più che ora è diventato il Peninsula, un pomeriggio nei primi di ottobre, il tempo perfetto, al tramonto ma erano già accesi i grattacieli quindi c’era quella combinazione che qui chiamano magic hours, e io rimasi incantato e un tassista che mi portava dall’aeroporto all’albergo capì la mia emozione e mi disse: “Benvenuto nel cuore del mondo”. Poi sono tornato l’anno successivo, già ero studente universitario, con due miei amici, e passammo altri due mesi. Studiavo legge. Io sono laureato in legge, perché io sono figlio di un avvocato. Ho perso mio padre quando avevo quindici anni e l’unica promessa che mi fece fare mia madre era di prendere una laurea possibilmente in quella direzione lì. Mi sono laureato abbastanza mediocremente, 100 su 110, già lavoravo come assistente alla regia nel cinema e mi ricordo che di notte giravo un film come assistente e di giorno andai a laurearmi.

Mentre studiavo ritornai per due mesi, un altro viaggio, non più regalo ma sempre finanziato da mia madre. Dopo due settimane finii tutti i soldi e cominciai a fare dei lavoretti, e questa è stata una caratteristica che mi son portato tanto nella vita, improvvisare lavori. Ho fatto l’imbianchino, per esempio. L’imbianchino è stato il più catastroficamente comico perché mi hanno licenziato dopo tre giorni, non ero capace, però questo mi ha insegnato che in America si possono trovare lavori. Andavo strada per strada, negozio per negozio e chiedevo “Avete un lavoro per me”. E un signore francese che aveva una boutique su Madison Avenue, che non esiste più, disse “Io devo dipingere tutto il mio basement”. Mi ha detto “prendi e fai”. Io ho mentito, ovviamente: mi hanno detto “Sai farlo?”, e io “Certo che lo so fare”. Poi dopo un po’ mi hanno detto “Se ne vada”, mi hanno pagato… Poi ho trovato lavoro in un negozio di scarpe che era due volte più avanti rispetto a questi, io andavo sempre in zone buone, Madison Avenue…

Di chi eri ospite?

La questione dove abitavo è legata a un capitolo importante che ti voglio raccontare. Trovai un lavoro come stock boy – ovvero quel ragazzino che nei negozi di scarpe o in questo tipo di negozi prende la mercanzia dallo scantinato e la porta al superiore di grado che è quello che mette le scarpe al cliente – e io dovevo fare decine di volte al giorno dal piano di sotto al piano di sopra a portare delle scarpe, siccome ero negato anche in questo, nonostante non fosse un lavoro altamente intellettuale, il padrone del negozio, che si chiamava Baku ed era un indiano, quando sentiva che io nelle scale facevo cadere diciotto scatole, diceva, io lo sentivo dal piano di sotto, “povero povero Baku”, di se stesso che aveva assunto questo sciagurato che faceva quel disastro… E lì ho avuto un piccolo glimpse, come si dice qua… Già ero innamorato di New York, ci volevo restare, ma una volta ebbi un glimpse delle star, del glamour, perché in quel negozio entrarono Ingrid Bergman e David Bowie a comprare delle scarpe…

Insieme, spero.

No no, in momenti successivi. David Bowie credo per la moglie, una bellissima donna; Ingrid Bergman invece per sé: io andai tutto emozionato a portarle queste scarpe. Mi hai chiesto dove alloggiavo. Un amico carissimo, che era un collega di mio padre, nello studio legale di mio padre, un importante avvocato di Roma, era proprietario di un palazzo che aveva degli appartamenti vuoti e lui mi fece abitare lì. Ci ho vissuto per due anni. Poi io dal ’79-80 fino al novantaquattro, anno in cui mi trasferisco a vivere a New York, sono venuto quasi ogni anno perché innamorato della città. Nell’ottantacinque conosco quella che è diventata mia moglie, la mamma di tre figli, girando documentari… Ogni volta m’inventavo lavori da fare…

E quanto stavi ogni anno?

Dall’uno ai tre mesi. In questo periodo quella casa non era più nella mia vita perché andavo dove capitava, da amici eccetera, però poi nel novantaquattro, quando ormai ero sposato con le prime due figlie, e mi trasferisco a New York perché non mi piaceva più stare in Italia, perché era un momento difficilissimo, non molto diverso da quello che stiamo vivendo adesso, con gli attentati mafiosi, tangentopoli, anni terribili, io me ne vado anche perché avevo l’opportunità di avere la Green Card.

Come ce l’avevi l’opportunità?

Perché avevo sposato un’americana… Jacquie è giamaicana però ha il passaporto americano, quindi quando ci siamo sposati ho fatto il passaporto americano. Non avevo una lira. Io nel novanta faccio un film che si chiama Dicembre, il film viene presentato a Venezia alla settimana della critica, ottiene delle buone, a volte anche delle ottime recensioni e un pessimo risultato al box office, incassa poche decine di milioni, un disastro, nonostante un buon riconoscimento. Io cerco a quel punto di fare un altro film.

Il tuo sogno a quel punto era di fare cinema?

Era proprio il mio progetto, quello che credevo sarebbe diventata la mia vita. Io sono da sempre stato innamorato della cultura ebraica, tant’è che nell’ottantacinque, ottantasette, è in quell’occasione che conosco Jacquie, faccio un documentario sulla cultura ebraica per Rai Tre. Oltre New York. Viaggio nella cultura ebraica americana. Intervisto tante persone che negli anni mi sono diventate amiche o conoscenti: Philip Roth, che rifiuta l’intervista però lo conosco quella volta, Saul Bellow mi dà l’intervista, Arthur Miller, di tutti questi quello di cui sono diventato forse – amico è un po’ troppo, ma veniva a cena… Li conosco tutti in questa occasione e tra questi intervisto Isaac Singer, forse il più grande di tutti questi, gigante vero, io mi innamoro di un suo racconto che opziono, trovo un produttore, che oggi è diventato presidente di Cinecittà, Roberto Ciccutto, e cerco di convincerlo a fare il film in America. Vengo qui per fare sto film, già con due figlie di un anno, io e Jacquie non avevamo un lavoro, non avevamo una lira, Jacquie si impiega all’Italian Trade Commission, l’Istituto del Commercio Estero, io cerco lavoro all’università, dove mi vedi in questo momento… Vengo a fare un’interview qui alla NY University e mi prendono come Adjunct Assistant, l’ultima ruota del carro…

Sulla base di cosa?

Avevo girato un film, avevo fatto vedere molte pubblicazioni, mi hanno detto: “Li faresti dei corsi?” Questo è come funziona l’America. Ovviamente devi saperti molto presentare, devi far vedere la tua mercanzia: io ho fatto vedere tutte le recensioni, ho detto quanto potevo portare di buono… Bisogna fare lobbying a favore di se stessi. Comunque ci credono e mi danno questa opportunità e io l’ho presa.

Quindi da allora stai qui?

Dal novantaquattro. Che cosa succede? Non avevamo una lira perché il mio primo contratto qui era 600 o 700 dollari al mese, il contratto di Jacquie era meno di 2000, 1600-1700, insomma in due avevamo 2500 ed eravamo in quattro, anzi avevamo pure la donna di servizio di mia madre che era venuta da noi a fare la nanny pagata dall’Italia da lei perché non ce la potevamo permettere, quindi così vivevamo… al che cosa abbiamo fatto?

Oddio, questo miscuglio di borghesia e lastrico…

Sì, totale, ah ah… Allora io mi ricordo della famosa casa di quattordici anni prima: richiamo questo signore il quale si rivela ancora l’amico straordinario che era stato, mi dice “Antonio, io ti do una casa e puoi stare lì fin quando ne hai bisogno”. Dopo due mesi però la casa era molto… la casa era in un posto bellissimo… sessantatré tra Madison e Park, il cuore della città, East Side, però era anche piccolissima: un salotto con un bagnetto e un angolo cucina e noi vivevamo in cinque…

In Italia dove vivevate?

Ai Parioli, da mia madre. Da sposati avevamo una casa in affitto in Via del Boschetto, ma vengo da quel mondo lì, dai Parioli. Succede che gli ultimi mesi prima di trasferirci in America viviamo quasi un anno da mia madre e poi siamo venuti qua. Dopo pochi mesi io non riesco a sopravvivere in queste condizioni, a vivere tutti in una stanza, al che io vado dal mio amico e gli faccio questa proposta, gli dico “Senti mi dai un secondo di appartamento? In cambio io lavoro, ti faccio da super”, che è una via di mezzo tra il portiere e il factotum. Perché lui era proprietario del palazzo ed era andato via. Era un palazzo piccolo di dieci appartamenti più uno studio medico, quindi avevo dieci persone da gestire, anzi nove perché poi mi ha dato due appartamenti. Qual era la cosa buffa? Che io avevo l’appartamento che mi aveva dato all’inizio che avevo trasformato nella zona living, e un altro appartamento due piani più sopra, quindi non collegato, dove andavamo a dormire. Quindi la zona living dove vivevamo di giorno e facevamo le cene…

Visto che siamo arrivati alle prime cene: come avevi conosciuto gli artisti e scrittori che invitavi? A questo punto avevi già una rete?

Te lo racconto, ma ti faccio una piccola chiusura sulla storia dell’appartamento: io questo lavoro da super l’ho fatto per quasi cinque anni, dal ‘94 al ’99, dai trentatré ai trentotto anni. Ho lavato le scale, pulito le caldaie, riscosso gli affitti. La cosa più noiosa era la riscossione degli affitti con tutti quelli che prendono tempo e devi fare a volte il muso duro. E pulire le scale è la parte più umiliante.

Ma era moquette?

C’era la moquette sulle scale. Le caldaie… lì ero terrorizzato di far esplodere mezzo quartiere, allora che cosa facevo: la cameriera di mia madre, diventata babysitter delle nostre figlie, si era innamorata del super della porta accanto – era giovane, è morta molto giovane di un tumore che l’ha stroncata in pochi mesi. Questo qui era il mio sotto-super: io gli davo mance, faceva il super su cose che per me erano impossibili, come la caldaia guasta.

Dalla caldaia guasta come arriviamo al network?

Allora, mi chiedi dei rapporti. In parte me li sono costruiti quando ho fatto i documentari: quello sulla cultura ebraica ma anche un altro sulle minoranze etniche a New York, sempre per Rai Tre. Io intervistavo questa gente, e poi tenevo i rapporti. Per esempio, la prima persona che mi ha accolto con simpatia e della quale sono ancora amico è Gay Talese, un’amicizia dall’80 a oggi. Siccome mi prendevano in simpatia – l’italiano quando è un minimo presentabile e ha un minimo di cultura è considerato immediatamente per default qui dicono charming – lui mi ha molto inserito, mi ha invitato una volta a cena da lui, ho conosciuto Charlie Rose, mi ha presentato Nick Pileggi, quello che ha scritto Goodfellas e Casino, Nick Pileggi e Talese sono cugini. Conosco Scorsese… È tutto così, insomma, se uno si sa presentare, ha delle idee e soprattutto non chiede e dà l’impressione di essere lì non per interesse ma per sincera curiosità e ha qualcosina da dire è molto più facile. Apprezzano molto le persone che hanno delle idee che vogliono essere realizzate, quindi l’ambizione…

Questo network nasce così. Insomma comincio a costruirmi una carriera che nel 2003 diventa una cattedra. Dopo otto anni puoi fare il concorso. Il concorso non è come quello italiano. Prima devi rispettare dei criteri minimi: non fare cazzate, fare tutte le lezioni bene… devi avere un setaccio iniziale in cui hai avuto voti sempre molto buoni nelle evaluation degli studenti. Poi però devi dimostrare di essere qualcosa di più perché l’università ti prende a vita: la tenure è l’unico esempio nella cultura americana di contratto a vita. È una difesa della tua libertà intellettuale. Io ho presentato le pubblicazioni dei miei libri, nel 2003 avevo già cominciato a scrivere i miei articoli… le cose che avevo girato… Poi devi fare una serie di interview, ti interrogano, vengono a vedere in classe come insegni e poi chiedono delle evaluation esterne che sollecitano loro e delle evaluation che puoi sollecitare tu, devi portare delle lettere a garanzia. Io le ho chieste a chi conoscevo: alla Sontag, a Ermanno Olmi, Gillo Pontecorvo e Martin Scorsese.

Nel frattempo cominciavo a fare il lavoro dell’organizzatore culturale, mi sono inventato dei festival…

Quando è iniziato?

Nel novantasei, novantasette. Sono andato con molta faccia tosta, con il biglietto da visita con cancellato Adjunct Professor, al MoMa dicendo che ero un professore e che volevo organizzare delle mostre. E lì ha aiutato molto Gillo Pontecorvo che non solo ha scritto la lettera per me, perché all’epoca era presidente di Cinecittà e lui mi diede carta bianca per organizzare delle mostre sul cinema italiano per valorizzare il cinema italiano. Non avevo un contratto, mi davano dei compensi forfettari ogni volta che c’era una mostra. La mia idea è mettere insieme il passato e il presente, cioè facciamo una retrospettiva, dico per dire, di Visconti, però cerchiamo di vedere chi sono oggi i nuovi Visconti se ci sono. Ne ho fatte decine. La mia strategia da sempre, anche nei libri che faccio, quando faccio i libri con le interviste ai “grandi”, è partire sempre dal più forte. Quando ho fatto il dialogo sulla fede [Tu credi?, Fazi 2006] sono partito da Saul Bellow, per un motivo molto banale: avevo il privilegio di conoscerlo e ho pensato: “Se c’è Saul Bellow gli altri mi diranno tutti sì”. Stavolta con le interviste per il libro appena uscito [Il paradiso dei lettori innamorati, Mondadori 2013] sono partito da Roth.

Io andavo dal MoMa e gli dicevo: “Gillo Pontecorvo mi dà le copie quindi state tranquilli che le copie ce le avete, io voglio curarlo”. E dico: “Io a parlare di Visconti vi porto Micheal Cimino, che è un grande appassionato di Visconti…” A NYU poi dicevo “Io domani c’ho la mostra al Lincoln Center, venite”. È tutto collegato: quando dici network… questo è l’elemento nobile del network. Cosa faccio: io conosco i fratelli Cohen e li ho invitati qui a lezione a parlare con gli studenti e ovviamente gli studenti sono tutti felici, poi li ho invitati a Roma al Festival del Cinema di Roma.

Allora qual è il meccanismo? Prima devi farti conoscere e devi saper conquistare il tuo interlocutore e lo conquisti con la sincerità: ho capito che in America ti perdonano tutto ma non la menzogna, devi essere sincero e devi essere affidabile, tu dici una cosa e la mantieni, la professionalità quindi, e poi costruire con delle idee. Io ho costruito grandi retrospettive. Ho fatto la prima retrospettiva di Fellini al Guggenheim al decennale della sua morte nel 2003; Anna Magnani; molto cinema italiano… Insieme a Richard Peña, che per venticinque anni ha diretto il New York Film Festival, abbiamo fatto la più importante rassegna di cinema italiano che c’è in America, Open Roads New Italian Cinema. Un anno è venuto Scorsese a dare il benvenuto, un anno è venuto Jonathan Demme, un anno Arthur Penn; alle volte degli attori, John Turturro, Marisa Tomei.

Sentendo tutta la storia si vede la tua voglia fortissima di un posto al sole, o forse pure un posto al vento, un posto dove passano tante cose, persone, si possono prendere cose…

Questa è una cosa che ho fortemente voluto, ho voluto cercare un posto dove l’alito vitale mi facesse crescere. Io dico sempre che innanzitutto l’emigrazione è un’esperienza di dolore, non è un’esperienza facile anche quando uno ha successo (metti molte virgolette se no sembra che…). Comunque è un’esperienza dolorosa perché si tronca con un momento della propria vita. Dico però che l’esperienza di ognuno, tanto più se è un emigrante, è simile a quella della pianta. La pianta può e deve muoversi cercando l’acqua o il sole che gli dà la vita, ma guai se perde le radici perché muore subito.

Ho voluto esser qui perché New York è sempre quella che mi ha raccontato quel tassista che mi ha detto “benvenuto nel cuore del mondo”. Io da diciannove anni ci vivo e non c’è un giorno in cui non senta, anche nei momenti di stanchezza, nei momenti di depressione che ovviamente ci sono e anche i momenti di dolore, che non senta di stare al centro di una cosa. E sai perché siamo al centro di una cosa? Perché questo è il paese che ha nel porto la Statua della Libertà, e questa è una cosa che senti, è una città di mare, una città aperta a tutti, una città in cui c’è la religione della libertà e in più siamo in un paese dove nella dichiarazione di indipendenza c’è the pursuit of happiness, che è una follia che ci sia nella dichiarazione di indipendenza la ricerca della felicità…

Io mi sentivo, nella mia amatissima Italia che mi manca – mi sentivo di non poter fiorire. Onestamente pensi che se io fossi andato in una qualunque università mandando i curriculum avrei ottenuto qualcosa? E poi dopo otto anni, regolare concorso, mi hanno esaminato… Mi ricordo quando ho vinto la tenure eravamo due candidati, ce ne era un altro nel dipartimento di animazione, qui abbiamo un grande dipartimento di animazione, hanno vinto l’Oscar insomma. L’altro, che era bravo, non ce l’ha fatta. Mi sono sempre chiesto perché: non aveva lettere così forti, il suo curriculum, non lo so. Però ricordo l’orrore del suo volto quando gli hanno detto “non ce l’hai fatta”, lo sai come funziona qui.

Ma puoi riprovare?

No! Ti licenziano!

Passiamo ai tuoi pranzi della domenica. Quando hai iniziato a invitare a casa? È stata una cosa naturale? Una cosa che nella tua famiglia si è sempre fatta?

Ho iniziato quasi subito, sì sì, è proprio una tradizione familiare. Mio padre, mio zio [Riccardo Misasi, politico DC], mia madre… Quando è morto mio padre, mia madre mi ha incoraggiato a ricevere a casa… un po’ per proteggermi, aveva paura che da ragazzino, che potessi sbandare, è anche normale, una madre giovane che vede i suoi quattro figli adolescenti, non riusciva a controllarci totalmente, quindi diceva “io vi metto a disposizione la casa sia a Roma sia a Maratea”, noi abbiamo una casa a Maratea, al mare, bella grande, dove ci siamo riuniti dal settanta… “Fai quello che vuoi ma fallo da noi, invita invita”. Io facevo sempre queste tavolate da quindici venti persone… A New York, all’inizio l’ho fatta in quella casa, anche quando facevo il super, magari io finivo di lavare, mi vergognavo con i miei ospiti che non sapevano che facevo il super, e ora mi vergogno di essermene vergognato… Però ricevevo, una volta mi ricordo che venne Giovanna Melandri, non so se era ministro ma comunque aveva un ruolo molto importante, e io ero pure ragazzino avevo trentaquattro trentacinque anni ed ero un po’ emozionato e avevo finito di lavare e pensavo “magari arriva e mi trova ancora per le scale che sto così”…

Mi ricordo che mi capitava di ricevere personaggi importanti ma non mi potevo permettere di fare niente e lo facevo lo stesso: magari facevamo i debiti però dovevamo rispettare l’etichetta. Jacquie è bravissima in cucina, fa delle ricerche, ogni domenica sperimenta una cosa nuova, lei ha proprio il culto e la passione e il talento della cucina… Comunque sia in quel periodo che poi quando nel novantanove siamo andati in una casa più nobile, più ricca, più grossa, una bella casa signorile a Central Park West… La tradizione della domenica nasceva quasi solo per gli italiani perché era un modo, vivendo in un’altra città, di fare un po’ l’Italia la domenica… È durato poco perché mi annoiavo e non perché mi annoiano gli italiani, per carità, ma perché poi si finiva a parlare della politica italiana, dello sport… Quindi prima li ho ibridati, cominciando a invitare anche ospiti stranieri, e poi adesso quasi il contrario, cioè la norma sono il novanta percento stranieri e poi c’è qualche amico italiano, tutta questa cosa si è un po’ ingigantita, c’è gente che dice “Sono a NY” e si aspetta di essere chiamato, anche capire chi ci può trovare, che è un po’ ridicolo se ci pensi…

Io ci trovai Dante Ferretti e Wes Anderson… E quando hai affittato questa casa in che situazione economica eravate? Migliorata, immagino.

Sì sì, la mia situazione economica si sblocca nel novantasei perché divento full time Professor, che è il gradino per diventare Tenure, e l’attività curatoriale, Repubblica, i primi libri… Ho trovato una casa molto bella ma che mi posso permettere perché ho l’affitto bloccato, se no dovrei andarmene dopodomani…

Bloccato per quanto tempo?

Adesso per altri due anni però io mi tengo molto buono il mio padrone di casa ah ah perché mo’ non voglio entrare nella cifra ma pago circa la metà di quello che vale, se no non potrei mai permettermelo… Secondo piano, all’italiana. È un affare pazzesco. Però il palazzo non è tenuto come altri palazzi…

Ah, quindi c’è ancora questo elemento quasi da cinema: non dico vendersi di più per quello che si è, ma dico mettersi nella luce giusta…

No no, ma questo per me è fondamentale. Non è uno status symbol, però facendo dell’incontro, dello scambio, una parte centrale di quello che faccio, io devo poter ricevere in un posto dignitoso o addirittura bello, dove poi noi diamo il calore eccetera eccetera. Noi l’abbiamo fatto anche quando il posto non era bello, però… Poi ci piace avere tanta gente quindi ci serve un posto caldo.

Lì a Central Park West le finestre fanno tutto…

Sì sì è sul parco, per di più hai notato che ha i soffitti alti, è calda la casa, sembra un po’ europea. Nel 2006 insieme a Davide Azzolini creiamo il festival di Capri [Le Conversazioni] e questa cosa nasce da casa nostra. Davide, che mi era venuto a trovare due, tre anni prima per fare delle cose che poi abbiamo fatto insieme in America, viene una sera a cena da me e non ricordo bene chi c’era, sicuramente c’era Paul Auster e Richard Ford, ma c’era anche qualche altro scrittore importante, questi due li do per certi, con relative signore… Alla fine si stava tra amici a cena, solo che erano anche famosi e bravi scrittori… Davide mi dice “Senti ma ci hai mai pensato di farle in pubblico ste cose? Fare una cosa di conversazione…” Gli ho detto “Lo faccio a condizione che sia nel più bel posto del mondo”. Allora abbiamo individuato Capri.

Capri è bella, gli scrittori sanno che vengono a fare una cosa di qualità. Quest’anno abbiamo un Nobel, cinque premi Pulitzer.

Volevo chiederti: tu ricevi la domenica, di base, a pranzo. A proposito di Never never never quit: ricevere a pranzo tutte le domeniche è complesso, come si gestisce?

No, innanzitutto un tempo era veramente religiosa ogni domenica, adesso un po’ di meno, un po’ perché è economicamente impegnativo e un po’ perché sai crescendo uno tende a vedere solo le persone che uno vuole vedere, perché c’è stato un momento in cui arrivavano telefonate dall’Italia… Perché poi qual è la mentalità: “Vado lì perché incontro…” E questo noi non lo amiamo più di tanto. Se funziona questa cosa e non è un salotto nel senso peggiore del termine è perché è fatto con piacere… Se vuoi ti dico un po’ di rituali: sono io che vado a fare la spesa sempre, scelgo tutto. C’è una differenza di compiti totale, ovviamente la regina è Jacquie, non solo ai fornelli ma nell’organizzazione della bellezza della casa; però io faccio la manovalanza, io vado a fare la spesa un po’ perché mi diverte, mi distrae…

Quindi sai cucinare?

Mi dà lei la lista e poi io telefono e chiedo “Ma che significa questa… Corn Starch…? Oppure zucchine le vuoi così o così, i pomodori vuoi quelli gialli…?” Io ogni sabato mattina vado alle nove nove e mezza da Fairway oppure Citarella per il pesce o la carne… Settantaquattro West Side e Broadway… Passo un’ora e mezza del sabato mattina, è una cosa che mi piace moltissimo. E poi faccio io la tavola.

Decidi chi si siede e dove?

Questo lo negoziamo io e Jacquie, però la preparo io.

Ma ti rilassa o è perché sei ansioso?

È un rito.

E per combinare gli ospiti come fai?

Questo è un divertimento. Cerco sempre di evitare le cose più scontate… stupire, far trovare la superstar no, deve essere sempre cercare la naturalezza. Ovviamente eviti le idiosincrasie, le rivalità: ci sono amici che tra di loro non si amano, questa è una regola che chiunque riceve sa. Mi è successo un paio di volte non sapendo di mettere delle persone vicine e non è stato piacevole… Oppure se succede lo faccio solo quando abbiamo una grande festa: su ottanta persone ci possono essere pure due che non si amano, insomma.

E hai un numero più o meno ideale di invitati a pranzo?

Dodici. Siamo sempre dodici.

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La metamorfosi delle periferie https://minimaetmoralia.it/arte/la-metamorfosi-delle-periferie/ https://minimaetmoralia.it/arte/la-metamorfosi-delle-periferie/#comments Tue, 18 Mar 2014 14:17:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19386 Pubblichiamo un intervento di Tomaso Montanari, che sta per tornare in libreria con Istruzioni per l'uso del futuro, uscito sul Fatto quotidiano.

Uno dei tanti motivi per cui è istruttivo mettere a confronto la Grande bellezza (2013) con la Dolce vita (1960) è che si può così toccare con mano quanto sia avanzata la rimozione delle periferie dall'immaginario collettivo dell'Italia di oggi. In Fellini, Roma è presente in tutta la sua scalatura urbanistica e sociale, in Sorrentino la città si identifica con il suo centro, e con un centro liftatissimo, senza nemmeno un segno di degrado (a parte quello morale di chi lo abita). Il discorso sulle periferie sembra riservato ai tecnici, ai sociologi o agli urbanisti: e quando approda al grande pubblico lo fa semmai con un documentario (vedi il caso di Sacro Gra). Ci sono, ovviamente, molte eccezioni, e proprio una di esse (l'indimenticabile Gomorra di Matteo Garrone, 2008), ha permesso agli italiani di ricordarsi che c'è un nesso strettissimo tra la malattia delle nostre città (le periferie) e la malattia della nostra comunità (in questo caso, la bestialità della camorra).

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Pubblichiamo un intervento di Tomaso Montanari, che sta per tornare in libreria con Istruzioni per l’uso del futuro, uscito sul Fatto quotidiano.

Uno dei tanti motivi per cui è istruttivo mettere a confronto la Grande bellezza (2013) con la Dolce vita (1960) è che si può così toccare con mano quanto sia avanzata la rimozione delle periferie dall’immaginario collettivo dell’Italia di oggi. In Fellini, Roma è presente in tutta la sua scalatura urbanistica e sociale, in Sorrentino la città si identifica con il suo centro, e con un centro liftatissimo, senza nemmeno un segno di degrado (a parte quello morale di chi lo abita). Il discorso sulle periferie sembra riservato ai tecnici, ai sociologi o agli urbanisti: e quando approda al grande pubblico lo fa semmai con un documentario (vedi il caso di Sacro Gra). Ci sono, ovviamente, molte eccezioni, e proprio una di esse (l’indimenticabile Gomorra di Matteo Garrone, 2008), ha permesso agli italiani di ricordarsi che c’è un nesso strettissimo tra la malattia delle nostre città (le periferie) e la malattia della nostra comunità (in questo caso, la bestialità della camorra).

Ma se oggi fatichiamo a parlare di periferie, è perché gli schemi di lettura elaborati nella seconda metà del Novecento sembrano inadeguati a rendere conto della loro estrema evoluzione (o piuttosto involuzione). L’immagine classica della periferia è legata al tragico fallimento di progetti nati con intenzioni opposte ai risultati che poi si verificarono. Il Corviale di Roma (progettato nel 1972, ultimato nel 1982) nasce come una reazione ‘ordinata’ e pianificata al disastro dei palazzinari; lo Zen (Zona Espansione Nord) di Palermo è un’opera pensatissima di Vittorio Gregotti; le Vele di Scampia, progettate negli anni Sessanta, da Franz Di Salvo avevano l’ambizione di fare Le Corbusier a Napoli; le Piagge di Firenze, nacquero, negli stessi anni, come un quartiere modello.

Eppure tutti questi quartieri sono stati clamorosi fallimenti, diventati simbolo di una convivenza ridotta a macelleria reciproca, anti-città per eccellenza: e questo è avvenuto un po’ per problemi intrinseci alla progettazione, ma moltissimo per l’incapacità della politica di governare e assistere il cambiamento sociale che questi quartieri imponevano. Periferia è, letteralmente, ciò che sta intorno: e tutti questi luoghi sono stati pensati, ma non sono mai diventati, parti di un tutto orbitante intorno ad un centro.

Ma oggi è quasi impossibile parlare di periferie in questo senso classico. Oggi non siamo di fronte a progetti falliti, ma all’assenza di un qualsiasi progetto, cioè alla proliferazione cancerosa di quello che gli urbanisti chiamano «sprawl» (letteralmente: disordine): un’urbanizzazione selvaggia che consuma il suolo intorno alle città senza alcuna pianificazione. Un italiano su quattro vive o lavora in queste aree: come ha scritto l’architetto e antropologo Franco La Cecla, «la forma urbis è scoppiata. La sua espansione indefinita ne vanifica non solo i confini, ma anche il centro. Nel nuovo paesaggio di suburbi, lo spazio restante tra gli agglomerati perde il carattere di filtro e assume quello di terra di nessuno».

È quello che è accaduto al Veneto (esemplare il caso di Negrar, a Verona), ma anche in Emilia o vicino a Pescara, tra Firenze e Pistoia o tra Roma e Napoli, due metropoli che si avviano ad essere «una sola disordinata conurbazione che cresce per una sorta di propagazione spontanea» (S. Settis). E questo è lo scenario di un nuovo scontro: non il conflitto di classi delle vecchie periferie, ma la «guerra civile molecolare», cioè la guerriglia degli individui isolati, di cui parla lo scrittore tedesco Hans Magnus Enzensberger.

Contemporaneamente, anche i centri storici si trasformano in scenari dello stesso conflitto. Lo storico e sociologo americano Cristopher Lasch ha notato che fra le ragioni del deterioramento della democrazia va annoverata la «decadenza delle istituzioni civiche, dai partiti politici ai parchi pubblici, ai luoghi d’incontro informali… su di loro, oggi, incombe la minaccia dell’estinzione, man mano che i ritrovi di quartiere cedono il passo agli shopping malls, alle catene di fast food, ai take away. … Gli shopping malls sono abitati da corporazioni di transeunti, non da una comunità… Quando il mercato esercita il diritto di prelazione su qualsiasi spazio pubblico e la socializzazione deve ‘ritirarsi’ nei club privati, la gente corre il rischio di perdere la capacità di autogovernarsi».

Tuttavia, i sindaci delle nostre città preferiscono commissionare un logo, costruire un brand, commissionare l’ennesimo lifting ai monumenti-simbolo piuttosto che porsi il problema di questi imbarazzanti cimiteri verticali per vivi che ci ostiniamo a chiamare periferie, anche se crescono ormai intorno al nulla.

Come sempre in Italia, l’unica reazione è la rimozione.

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Il potere del Glamour https://minimaetmoralia.it/societa/il-potere-del-glamour/ https://minimaetmoralia.it/societa/il-potere-del-glamour/#comments Tue, 25 Feb 2014 10:25:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18884 Questo pezzo è uscito sull'ultimo numero di IL, il magazine del Sole 24 Ore.

La posizione giusta sul glamour è che è sbagliato. Sono costretto a dirlo: appartengo a due categorie sociali e di mercato che escono dalla fabbrica con "Impostazioni – Glamour: sbagliato". 1) Sono un intellettuale borghese italiano; 2) sono stato adolescente negli anni Novanta.

La seconda categoria ha per principali significanti i capelli sporchi di Kurt Cobain, l'acuto tamarro di Chris Cornell e la musica priva di fascino ma ricca di rabbia e moralità dei Pearl Jam. Il grunge portò, secondo il mercato e il mondo di MTV/Videomusic da cui la mia generazione è stata educata, il ritorno del rock no-nonsense sulla scena musicale e nel costume. L'aristocratica intensa sporcizia chitarristica di Sonic Youth, Pixies, Dinosaur Jr., che aveva tenuto in vita la controcultura americana negli anni Ottanta di tastiere, giacche argentate e sassofoni, arrivava nel mainstream grazie ai Nirvana.

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Questo pezzo è uscito sull’ultimo numero di IL, il magazine del Sole 24 Ore. (Immagine: una scena della Grande bellezza di Paolo Sorrentino.)

La posizione giusta sul glamour è che è sbagliato. Sono costretto a dirlo: appartengo a due categorie sociali e di mercato che escono dalla fabbrica con “Impostazioni – Glamour: sbagliato”. 1) Sono un intellettuale borghese italiano; 2) sono stato adolescente negli anni Novanta.

La seconda categoria ha per principali significanti i capelli sporchi di Kurt Cobain, l’acuto tamarro di Chris Cornell e la musica priva di fascino ma ricca di rabbia e moralità dei Pearl Jam. Il grunge portò, secondo il mercato e il mondo di MTV/Videomusic da cui la mia generazione è stata educata, il ritorno del rock no-nonsense sulla scena musicale e nel costume. L’aristocratica intensa sporcizia chitarristica di Sonic Youth, Pixies, Dinosaur Jr., che aveva tenuto in vita la controcultura americana negli anni Ottanta di tastiere, giacche argentate e sassofoni, arrivava nel mainstream grazie ai Nirvana.

Era una musica tutta sostanza: bisognava rifiutare le apparenze. (Da grandi poi, leggendo le storie orali del punk e della new wave e della no wave avremmo scoperto che gli antenati rumorosi del grunge erano in realtà devotissimi all’estetica, alla scena, al glamour, alla superficie. Kim Gordon dei Sonic Youth fa la stilista e suona musica sperimentale alle sfilate di moda altrui. Ma la storia venne raccontata così: gli anni Novanta avevano sostanza perché ereditavano tutto il buono e il sostanziale della controcultura occidentale. Se ti ispiravi ai Clash non era perché erano stati dei gagà perfettamente vestiti e con una collezione di dischi raffinata, ma solo perché erano stati Giusti: Joe Strummer era un Che, ma Paul Simonon era l’uomo più elegante d’Inghilterra).

L’altra categoria cui appartengo, quella dell’intellettuale borghese italiano, ha tra i suoi principi l’idea che l’immagine è sovrastruttura e fumo negli occhi: l’intellettuale guarda attraverso la patina della società dello spettacolo, ne decostruisce a dovere i meccanismi, fa l’analisi e demistifica. Una dimostrazione recente è la reazione compatta di quasi tutti gli intellettuali che conosco contro La grande bellezza di Sorrentino: cosa sta cercando di fare, Sorrentino? Di crearsi una mistica? La grande bellezza è un film falso (io sono talmente pronto ad accettare questo punto di vista che ho preferito non vedere il film per evitare le dissonanze cognitive e rimanere fedele al mio demographic), che non racconta la vera Roma, che usa Servillo come passepartout, come la mozzarella nei piatti estivi; il film è confezionato per i turisti, può piacere solo a loro, è una cartolina, non contiene immagini forti.

Sorrentino, al di là del merito, è un regista italiano conosciuto all’estero. L’intellettuale borghese italiano vorrebbe essere sicuro al cento per cento che Sorrentino non sia un autore sbagliato prima di affidarlo alle sensibilità di altri Paesi europei o degli americani. Noi non ci dormiamo la notte all’idea che i nostri amici inglesi o americani escano emozionati da un film che in realtà… in realtà… non so neanche come spiegartelo, my friend, Sorrentino lavora di menzogna a un livello così profondo che… sai, The Great Beauty, ok, ma don’t trust Sorrentino, vi supplico non fatelo diventare un mito.

L’intellettuale borghese italiano come me crede che parlando di Sorrentino stia parlando di film, di opere, ma non è così: la cosa che l’int. bor. it. non accetta è che esista un autore che affascina pubblici stranieri a cui non possiamo andare a dire: «Non fidatevi di lui, è un bignamino del cinema, non c’è un’idea…».

Continua a leggere sul sito del Sole 24 Ore

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Roma. Quattro modi di morire in prosa: Alfonso Berardinelli https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/roma-quattro-modi-di-morire-in-prosa/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/roma-quattro-modi-di-morire-in-prosa/#comments Mon, 17 Feb 2014 11:40:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18564 "Roma Capitale / Sei ripugnante / Non ti sopporto più", canta Pierpaolo Capovilla nell'ultimo album del Teatro degli Orrori. Più Roma fa orrore, più appare interessante. Più è disprezzata, più il suo magnetismo trionfa su chi volta lo sguardo dall'altra parte. Una sponda al Parlamento, l'altra al Vaticano. E poi il cinema, la Rai, le periferie, i tassisti, l'editoria indipendente, i giornalisti, i palazzinari, il Seicento e il Novecento, e più lontano i pascoli tagliati da immaginarie linee della metropolitana. Un pezzo al giorno, proviamo a raccontare Roma in quattro atti. Ce ne vorrebbero molti di più e l'esercizio di comprensione sarebbe comunque inutile. Per questo è interessante. Magari diventa un appuntamento fisso di questo blog. Esito incerto, come il passaggio di certi autobus.

Iniziamo con un pezzo di Alfonso Berardinelli uscito sul Foglio. (Immagine: La grande bellezza di Paolo Sorrentino)

Odio Roma e la Dolce Vita

di Alfonso Berardinelli

Che cos’è Roma? Ci sono nato, da genitori nati a Roma, e sono cresciuto a Testaccio. Ma non ho mai capito cos’era questa città. Non mi è mai piaciuta, l’ho sempre rifiutata, da bambino mi sembrava che avesse un odore di sacrestia e di latrina. Ho studiato dai Salesiani fino a tredici anni, la vita personale dei preti mi incuriosiva, mi chiedevo in che cosa credevano loro, in che cosa dovevamo credere noi, se nella messa del mattino o nei film western e nei tornei di calcio con cui ci tenevano occupati di pomeriggio. Perfino con un gigante letterario come Gioachino Belli ho difficoltà. Mi piace leggerlo a voce alta a qualcuno, ma dopo la lettura mi sento letterariamente euforico e moralmente abbattuto. Posso essere fiero del fatto che Roma abbia prodotto un attore come Ettore Petrolini, ma sento che la sua comicità, la sua nausea di sé, è una scorante malattia che nessuno ha mai eliminato dall’aria di Roma. Perciò sopporto male i fanatici della bellezza di Roma, soprattutto se non sono romani. Li considero esteti e guardoni, ciechi alla tristezza, alla metafisica barbarie, al “delirio d’immobilità” che la città trasmette a chi ci nasce. Roma è un mito e un problema? O è semplicemente un luogo meraviglioso e irresistibile?

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grandebellezza “Roma Capitale / Sei ripugnante / Non ti sopporto più”, canta Pierpaolo Capovilla nell’ultimo album del Teatro degli Orrori. Più Roma fa orrore, più appare interessante. Più è disprezzata, più il suo magnetismo trionfa su chi volta lo sguardo dall’altra parte. Una sponda al Parlamento, l’altra al Vaticano. E poi il cinema, la Rai, le periferie, i tassisti, l’editoria indipendente, i giornalisti, i palazzinari, il Seicento e il Novecento, e più lontano i pascoli tagliati da immaginarie linee della metropolitana. Un pezzo al giorno, proviamo a raccontare Roma in quattro atti. Ce ne vorrebbero molti di più e l’esercizio di comprensione sarebbe comunque inutile. Per questo è interessante. Magari diventa un appuntamento fisso di questo blog. Esito incerto, come il passaggio di certi autobus.

Iniziamo con un pezzo di Alfonso Berardinelli uscito sul Foglio. (Immagine: La grande bellezza di Paolo Sorrentino)

Odio Roma e la Dolce Vita

di Alfonso Berardinelli

Che cos’è Roma? Ci sono nato, da genitori nati a Roma, e sono cresciuto a Testaccio. Ma non ho mai capito cos’era questa città. Non mi è mai piaciuta, l’ho sempre rifiutata, da bambino mi sembrava che avesse un odore di sacrestia e di latrina. Ho studiato dai Salesiani fino a tredici anni, la vita personale dei preti mi incuriosiva, mi chiedevo in che cosa credevano loro, in che cosa dovevamo credere noi, se nella messa del mattino o nei film western e nei tornei di calcio con cui ci tenevano occupati di pomeriggio. Perfino con un gigante letterario come Gioachino Belli ho difficoltà. Mi piace leggerlo a voce alta a qualcuno, ma dopo la lettura mi sento letterariamente euforico e moralmente abbattuto. Posso essere fiero del fatto che Roma abbia prodotto un attore come Ettore Petrolini, ma sento che la sua comicità, la sua nausea di sé, è una scorante malattia che nessuno ha mai eliminato dall’aria di Roma. Perciò sopporto male i fanatici della bellezza di Roma, soprattutto se non sono romani. Li considero esteti e guardoni, ciechi alla tristezza, alla metafisica barbarie, al “delirio d’immobilità” che la città trasmette a chi ci nasce. Roma è un mito e un problema? O è semplicemente un luogo meraviglioso e irresistibile?

In un lungo editoriale sull’ultimo numero della Lettura, Sandro Veronesi affronta e attualizza l’argomento con le migliori intenzioni, mettendoci dentro anche la non-romanità politica esibita da Matteo Renzi. Per smontare i pregiudizi (“a Roma non si lavora”, “Roma prima o poi corrompe tutti”) Veronesi esorta a mettere insieme le due facce della città eterna e capitale d’Italia: lo scenario storico-estetico e l’energia delle periferie. Non smetto di rimuginare sugli innumerevoli perché del mio non-amore (non ho amato, ahimè, neppure mia madre: troppo pathos materno) ma resto anche incapace di affrontare l’ingarbugliata vastità del tema. Approfitto perciò di chiunque dica la sua su Roma per poterlo approvare, contraddire e commentare. È la ragione per cui ho recensito su questo giornale sia “Habemus papam” di Moretti che “La grande bellezza” di Sorrentino, due film opposti e forse complementari, ispirati dal desiderio di “far vedere” qualcosa che di solito non si vede: San Pietro, il Vaticano, i cardinali in conclave (Moretti), le ville, le fontane, le terrazze, i Lungotevere, la dolce vita (Sorrentino).

Due visioni molto selettive, parziali e deformanti, che tuttavia mettono in primo piano, in forma visionaria, qualcosa che c’è, o aleggia, o dorme nell’inconscio dei romani e dei non romani approdati a Roma. La proposta di Veronesi, fra letteratura e cinema, è sensata, ma solo in apparenza. Il suo invito conclusivo (“vediamola, questa città”) sembra indicare la soluzione, invece indica il problema. Vedere Roma come unità è impossibile. Quell’unità o totalità c’è e non c’è. Nessuno l’ha mai pensata. Rimane comunque una pluralità che non trova un ordine e sfugge alla coscienza. Chiunque passi non distrattamente da una zona all’altra di Roma, sente che si smarrisce, per un attimo “perde i sensi” e si ritrova in luoghi reciprocamente incompatibili, come un sonnambulo. La compresenza dei due massimi precedenti storici, la Roma imperiale e il papato, allude simbolicamente e fisicamente a dimensioni trascendenti contraddittorie: Cesare e Dio, la spada e la croce, il potere politico e l’autorità religiosa, la terra e il cielo (il cielo di Roma è una liberazione: libera da Roma chi lo guarda).

Il popolo di Roma, di cui si ritrovano al presente poche tracce, non crede, non ha creduto a nessuna delle due trascendenze. Non è un popolo religioso e neppure civile. Il potere imperiale è morto da due millenni e da allora sembra che per i romani non sia successo niente. Le teste di pietra degli imperatori, a guardarle bene, somigliano ancora oggi a quelle dei macellai e dei proprietari di ristoranti. Il potere dello stato nazionale e dei ministeri (“voi non sapete che cos’è un ministero. Nessuno lo sa”, avvertiva Carlo Levi nel 1950) è un potere kafkiano, proprio così: Orson Welles usò il vecchio Palazzo di giustizia, chiamato “Palazzaccio” dai romani, nel suo film sul “Processo” con Tony Perkins.

Il cristianesimo ha trovato a Roma il suo habitat politico, ma lo spirito sembra volato via, lo si ritrova nel silenzio di qualche piccola chiesa nascosta. La cupola di Bramante e Michelangelo o il colonnato di Bernini glorificano la chiesa, non aiutano molto a pensare a vita e morte del profeta di Nazaret. Roma si sottrae alle definizioni che procedono per luoghi comuni, eppure tutti i luoghi comuni su Roma aiutano a capire qualcosa di vero, se portati alle loro più lontane deduzioni senza dimenticare che c’è anche altro, c’è sempre altro. I romani indubbiamente lavorano, ma impiegano troppo tempo per arrivare sul posto di lavoro, e la città, in genere, non incoraggia a pensare che il lavoro che si fa giunga a buon fine e sia apprezzato.

“Chi ha visto Roma non potrà più essere infelice”, ha scritto Goethe. Ma solo qualche decennio dopo un altro poeta, Leopardi, a Roma non trovò che disagi, delusioni e infelicità. Rileggo qualche riga famosa del suo epistolario: “La letteratura romana è così misera, vile, stolta, nulla, ch’io mi pento d’averla veduta e vederla, perché questi miserabili letterati mi disgustano della letteratura…”. E quattro giorni dopo: “Pare che questi fottuti Romani che si son fatti e palazzi e strade e chiese e piazze sulla misura delle abitazioni de’ giganti, vogliono anche farsi i divertimenti a proporzione, cioè giganteschi, quasi che la natura umana, per coglionesca che sia, possa reggere…”. Due settimane più tardi conclude: “Venerdì 15 febbraio 1823 fui a visitare il sepolcro del Tasso e ci piansi. Questo è il primo e l’unico piacere che ho provato in Roma”.

Per chi non ne avesse abbastanza, aggiungo quello che scrisse Giuseppe Prezzolini facendo nel 1970 un bilancio di Roma capitale: “Cento anni d’incompetenza, di trascuranza, di cupidigia, d’affarismo (…) promesse non mantenute, spese rovinose, costruzioni assurde e fatiscenti, distruzioni ignobili, bilanci truccati, corruzione permanente (…). Con rassegnazione dobbiamo abituarci a considerarla come un errore di gioventù”. Scriverò mai un libro o un saggio su Roma? Vorrei, ma non ci credo. Anche in questo sono un fottuto romano, due volte fottuto perché non è neppure riuscito a godersi né vita dolce né grande bellezza. Nego che Roma sia bella? No, ma certo (come dice Patrizia Cavalli) è brutta ad altezza uomo, quando ci si cammina dentro e non la si guarda dall’alto. Bella o no, se Roma fosse una donna direi che non è il mio tipo. Le cose più belle di Roma sono nella luce delle grandi ville, o nascoste nel semibuio delle pinacoteche e delle chiese. Poi c’è il cielo, divino in tutti i sensi, monoteista e politeista, a piacere. Solo che non è davvero il suo cielo. Roma non lo merita.

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Torino Film Festival, Italia https://minimaetmoralia.it/cinema/torino-film-festival/ https://minimaetmoralia.it/cinema/torino-film-festival/#comments Mon, 16 Dec 2013 14:57:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17079 Alzando gli occhi e guardando il Sole, in realtà, vediamo soltanto un ricordo, la proiezione del Sole com'era otto minuti fa. Lo stesso discorso vale per le stelle – la luce di alcune, addirittura, ci arriva quando sono già morte, esplose nello spazio infinito. Questi, all'incirca, erano i pensieri con cui lottavo durante l'ultimo TFF, svoltosi dal 22 al 30 novembre, con Paolo Virzì all'esordio nella carica di direttore artistico. Si è letto e proclamato ovunque: è stato un successo, un'affluenza al di sopra delle aspettative e una mole di incassi in aumento del 31%, perlomeno rispetto al 2012. Perché, allora, pensavo al Sole e alle supernove?

Un po', lo ammetto, perché i trionfi hanno un lato inquietante, sepolto nel timore che tutto possa finire da un momento all'altro. Giravo per Torino, guardavo bei film, evitavo gli appostamenti Rai per non finire nel programma di Marzullo. Facevo questo ed altro, mentre le code fuori dai cinema dimostravano che il pubblico era presente, disposto a far parte dell'ingranaggio e a ridare speranza ai produttori e agli addetti ai lavori. Eppure, non so, continuavo ad avere una sensazione ambigua – da un lato ero felice, dall'altro paragonavo l'atmosfera festosa a quella dei funerali gipsy, dove si mangia e si beve per giorni e così ci si congeda dal morto.

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Alzando gli occhi e guardando il Sole, in realtà, vediamo soltanto un ricordo, la proiezione del Sole com’era otto minuti fa. Lo stesso discorso vale per le stelle – la luce di alcune, addirittura, ci arriva quando sono già morte, esplose nello spazio infinito. Questi, all’incirca, erano i pensieri con cui lottavo durante l’ultimo TFF, svoltosi dal 22 al 30 novembre, con Paolo Virzì all’esordio nella carica di direttore artistico. Si è letto e proclamato ovunque: è stato un successo, un’affluenza al di sopra delle aspettative e una mole di incassi in aumento del 31%, perlomeno rispetto al 2012. Perché, allora, pensavo al Sole e alle supernove?

Un po’, lo ammetto, perché i trionfi hanno un lato inquietante, sepolto nel timore che tutto possa finire da un momento all’altro. Giravo per Torino, guardavo bei film, evitavo gli appostamenti Rai per non finire nel programma di Marzullo. Facevo questo ed altro, mentre le code fuori dai cinema dimostravano che il pubblico era presente, disposto a far parte dell’ingranaggio e a ridare speranza ai produttori e agli addetti ai lavori. Eppure, non so, continuavo ad avere una sensazione ambigua – da un lato ero felice, dall’altro paragonavo l’atmosfera festosa a quella dei funerali gipsy, dove si mangia e si beve per giorni e così ci si congeda dal morto.

Gli incassi, come ho già accennato, sono passati dai 205.000.000 euro del 2012, l’ultima edizione diretta da Gianni Amelio, ai 265.000.000 euro del 2013. Scegliendo Virzì, dopo gli anni di Moretti e del citato Amelio, si è continuato a puntare su figure professionali, di una certa presa, che potessero agire a più livelli. Ad esempio, quando il regista livornese entrava in sala per presentare un film, lo faceva in compagnia di una banda musicale, un quartetto imbardato da sagra del paese. La banda marciava e suonava il trombone, commentando così il suo ingresso.

Mentre origliavo i discorsi altrui, ho sentito qualcuno dire: “Siamo passati da Gianni Amelio, che sembrava un prete, all’allegria e ai tromboni di Virzì”. Il pubblico apprezzava, i film erano belli. C’era un’atmosfera di festa, l’ho detto, e per un attimo si scordava la situazione del cinema in Italia, la fatica di produrre e girare un’opera nel paese dove i cinepanettoni “sono film di interesse culturale”.

Tuttavia, sempre allo stesso festival, ho sentito dire al produttore di Salvo (una pellicola italiana che sta girando il mondo ed è semisconosciuta in Italia) che la gestazione del film ha avuto infiniti passaggi, altrettanti problemi, ed è durata quasi una decina d’anni. Com’è possibile?, mi chiedevo, mentre pensavo alle sale deserte in cui mi imbatto d’inverno, d’estate, in tutte le stagioni, quando vado a vedere i film cosiddetti d’autore – a meno che gli autori non siano Woody Allen o Sorrentino, perché in quel caso le sale si riempiono. Non so, non riuscivo a capire. Dieci anni sono tantissimi. D’altro canto, per qualcuno è difficilissimo, per altri molto più facile. Pif ha dichiarato che, dopo il successo de Il testimone, un produttore l’ha chiamato e gli ha chiesto di girare un lungometraggio. Se non aveva idee, addirittura, gliene avrebbero date loro. Il risultato, buono peraltro, è stato La mafia uccide solo d’estate. Eppure, pensavo, lo squilibrio è troppo: dieci anni contro una semplice telefonata.

Un altro dato: all’ultimo TFF, le sale erano piene di giovani. No, non c’erano solo gli anziani, con l’abbonamento e le bottiglie d’acqua minerale e un sacco di tempo da spendere. C’erano anche i giovani, tanti, e non si trattava di un live di Emis Killa o del nuovo The Avengers, ma di un festival cinematografico internazionale – uno di quelli veri, coi film polacchi e indiani e venezuelani. Apro questa  parentesi, per sfatare un eventuale mito in cui talvolta ho creduto anch’io: è vero, si è perso il trait d’union che ha collegato la generazione dei maestri (Fellini, De Sica, eccetera) a quella di Moretti, eppure c’è ancora un pubblico e questo pubblico si è rinnovato, tenendo fede al cambiamento. Il cinema italiano, rispetto al passato, si è disperso in realtà più marginali, forse meno “vistose” o propense ai grandi numeri, tuttavia mantiene un seguito e un’identità precisa e resta il sogno di molti giovani. Ne ho visti tanti, alla fine delle proiezioni, andare dai registi in sala a stringergli la mano e dirgli: “Sai, anch’io vorrei fare il regista. Spero di farcela, prima o poi”. Ve l’assicuro: erano troppo emozionati, troppo commossi per essere degli impostori.

Ma il Sole, le supernove. Scrivendo l’articolo, avrei potuto cambiare approccio, e fare un resoconto dei film migliori e accanirmi contro quelli brutti, per poi lodare il lavoro del direttore. Invece, ho pensato che recensire film, riassumerli in due righe e incollare una scheda, non fosse così importante. Forse, è più importante capire se il successo di questo festival, la sua luce abbagliante, è in realtà il riflesso di un passato magnifico, l’ultimo respiro di un panorama asfittico e pronto a morire. Oppure, se è la scintilla che dà vita a un’era, il Big Bang in cui credere per i prossimi cinquant’anni, augurandosi un futuro più roseo. Non so, non l’ho ancora capito, ma voglio sperare nella seconda ipotesi. Guardavo le lunghe file e i manifesti e pensavo: mi trovo a un funerale oppure  a un battesimo?

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“Sacro Gra” e la non fiction https://minimaetmoralia.it/cinema/recensione-sacro-gra-gianfranco-rosi/ https://minimaetmoralia.it/cinema/recensione-sacro-gra-gianfranco-rosi/#comments Tue, 22 Oct 2013 14:30:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15956 Sono nato a Roma. La casa in cui sono cresciuto è in un quartiere molto verde appena a ridosso delle mura aureliane, abitato in grande maggioranza da liberi professionisti e dai loro vecchi genitori – sorprendentemente quasi tutti ancora vivi – che invece lavoravano per lo stato o per gli enti.

Me ne sono andato di casa relativamente presto e, per le stesse ragioni economiche di molti miei coetanei trentenni, l’allontanamento dalla famiglia ha significato la cacciata dall’Eden in cui ero vissuto e avrei voluto continuare a vivere: grosso modo Roma compresa tra il fiume e la tangenziale est.

Dove vivo adesso, tra la Prenestina e la Casilina, più vicino al raccordo che al centro, gli immigrati comprano gli appartamenti dalle famiglie che vivono della pensione minima degli anziani. Anche gli italiani sembrano stranieri e non c’è una libreria o un cinema raggiungibili a piedi.

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(Immagine: una scena di Sacro Gra di Gianfranco Rosi.)

Sono nato a Roma. La casa in cui sono cresciuto è in un quartiere molto verde appena a ridosso delle mura aureliane, abitato in grande maggioranza da liberi professionisti e dai loro vecchi genitori – sorprendentemente quasi tutti ancora vivi – che invece lavoravano per lo stato o per gli enti.

Me ne sono andato di casa relativamente presto e, per le stesse ragioni economiche di molti miei coetanei trentenni, l’allontanamento dalla famiglia ha significato la cacciata dall’Eden in cui ero vissuto e avrei voluto continuare a vivere: grosso modo Roma compresa tra il fiume e la tangenziale est.

Dove vivo adesso, tra la Prenestina e la Casilina, più vicino al raccordo che al centro, gli immigrati comprano gli appartamenti dalle famiglie che vivono della pensione minima degli anziani. Anche gli italiani sembrano stranieri e non c’è una libreria o un cinema raggiungibili a piedi.

Il mio balcone è rivolto a ovest e guarda da una bella altezza i tramonti sul paradiso perduto

Non riesco neppure a immaginare come deve essere sul GRA, tra i casinò.

Questi pochi riferimenti autobiografici per farvi capire con che animo sono andato a vedere Sacro Gra, il documentario di Gianfranco Rosi che ha vinto il Leone d’oro a Venezia, quali grandi speranze avessi riposto nella possibilità che un film del genere potesse dare un senso nuovo e migliore alla spinta centrifuga impressa dalla crisi economica alla mia vita e riuscisse veramente a farmi voltare lo sguardo verso gli esseri umani a cui mi ostino a dare le spalle.

Di Rosi avevo già visto El sicarioRoom 164: nella stanza di un motel di Ciudad Juarez un narcotrafficante incappucciato raccontava il sistema criminale aiutandosi con un pennarello e un quadernone poggiato sulle ginocchia. Il risultato era un cortocircuito stupefacente di incanto e di simboli, come nei cartoni animati Disney in cui il libro sospeso in aria si scrive da solo in caratteri gotici sotto dettatura della voce che narra, solo questa volta di tortura e omicidi.

Ho guardato invece Sacro Gra con fatica crescente ma ne sono uscito arido e rassicurato come dopo aver visto la televisione, e per tutta la strada in macchina e poi a casa mi sono chiesto il perché.

Sacro Gra è un montaggio circolare di girato che segue alcune tra le vite ineluttabilmente incistate nel raccordo anulare. Quasi totalmente privo di colonna sonora, possiede una sobrietà anche bella e non si concede alcuna gratuità.

Nei titoli di testa passa una scritta bianca su sfondo nero che dice che il Grande Raccordo Anulare circonda Roma come un anello di Saturno. Avendo letto dell’impostazione del lavoro di Rosi – i due anni passati sul campo a contatto quotidiano con i protagonisti –  immaginavo che la sua intenzione fosse rimpicciolire l’anello o allargare il pianeta per quelli come me con la fissazione del centro; mostrare una nuova poetica dell’emarginazione intesa non più come scandalo ma come alternativa armonizzabile all’attuale stile di vita di quello che è rimasto della borghesia.

Eppure dopo la visione del documentario questo anello l’ho visto propagarsi all’infinito e farsi sempre più lontano e irraggiungibile.

Nonostante Rosi abbia dichiarato: “La mia è un po’ La grande bellezza di Sorrentino al contrario: va verso fuori, non si cura del centro di Roma”, ho avuto l’impressione che il centro fosse al contrario la premessa stessa dell’intero lavoro, una sorta di canone fantasma attraverso il quale misurare ogni volta il grado di emarginazione e di rigetto dei personaggi attraverso i parametri televisivi del grottesco e del dolore e in definitiva il luogo dove era sistemato il cavalletto: il fatto che la lente della cinepresa combaciasse perfettamente con quelle dei miei occhiali era il motivo della faticosa sensazione di distanza siderale che provavo.

Qual è più in profondità il senso dell’aver scelto di posare lo sguardo su persone simili a matrioske di miseria, persone con le stimmate del ridicolo e del deforme, persone ormai familiari da quando in televisione sono sacrificate sull’altare dell’espiazione collettiva?

Ci sono due prostitute vecchissime che vivono in roulotte; due ballerine di lapdance che nella pause mangiano un brutto panino nel retro di un bar squallidissimo; un operatore del 118 che pranza di fronte a due sconosciute su Skype e ha la madre con la demenza senile; un palmologo che abita in una casupola e cucina con il fornelletto da campeggio; un vecchio e laido attore di fotoromanzi che elargisce ambigui consigli professionali a una diciottenne a inizio carriera; un cavaliere di Malta che vive in un castello talmente kitsch da essere davvero doloroso; un vecchio anguillaro sdentato con la compagna russa sovrappeso che quasi non parla italiano; dei fedeli pronti a bruciarsi la retina pur di vedere la Madonna nel sole. C’è un condominio di cubicoli di venti metri quadri in cui vivono: un nobile decaduto con la figlia, lui è magro come uno spettro, ha la barba da pazzo e parla una lingua che non esiste più, la figlia è una normalissima ragazza ventenne che studia mentre il padre si spoglia per andare a dormire; una donna obesa che si addormenta con la televisione accesa; una famiglia di latinos con il figlio maschio che mette i dischi in una delle più tristi reunion salsere su una spianata sopra un parcheggio interrato.

In sala la gente ha riso tutto il tempo. Ho percepito una grande leggerezza intorno a me, la stessa che avevo dentro nonostante la fatica.

Come mai?

La mia risposta è che la telecamera aveva arricchito delle varie idiosincrasie borghesi la vita di quelle persone sullo schermo assegnando a ognuna di loro, a volte con una vera e propria sceneggiatura sotterranea, una piccola vergogna da dentro le mura: la casa arredata senza gusto, la moglie brutta, l’essere poco amati, vecchi, magri, sovrappeso, malati, poveri, pazzi, troppo soli. La telecamera aveva scelto deliberatamente di fare affiorare una loro supposta miseria che è in realtà la nostra proiezione della miseria, mettendo continuamente alla prova la loro dignità.

Credo che Sacro Gra in questo senso sia un film cattolico, un atto di contrizione da recitare in sala per i peccati borghesi di volta in volta espiati dai protagonisti del film come tanti olocausti; da qui tutte le risate dionisiache e i piccoli e grandi sollievi.

Forse è ingiusto ed esagerato ma mi è sembrato di aver visto un film reazionario, nel senso di disinteressato a ingaggiare chi lo guarda, a mobilitarne la capacità di attivazione emotiva ma anche politica, a scardinarne i meccanismi di rimozione, in poche parole un film che non lascia intravedere alcuna alternativa.

Quando sono arrivato alla macchina non ho pensato di guidare fino al raccordo, da cui mi separavano pochissimi chilometri, per fare pace con il luogo verso cui, causa i sempre meno soldi, forse un giorno io o i miei figli saremo respinti. Al contrario ho steso il tappetino verso ovest e ho recitato una piccola preghiera verso il dio del centro. Ho sepolto gli agnelli sacrificali lontano dagli occhi, intorno alla vera città.

Ho spesso in mente la parola preghiera da quando ho letto L’avversario di Emmanuel Carrère.

L’ultima frase dice così: “Ho pensato che scrivere questa storia non poteva essere altro che un crimine o una preghiera”. Si sta riferendo alla storia di Jean-Claude Romand, un uomo che in Francia ha ucciso tutta la sua famiglia per non dover confessare diciotto anni di bugie.

La non-fiction da un po’ di tempo ha grande successo e forse la vittoria a Venezia di Sacro Gra può essere considerata una tracimazione del genere anche nel cinema.

Ho pensato: se non solo Sacro Gra o L’avversario ma l’intero concetto di non-fiction fosse reazionario? Se non fosse altro che una preghiera o un esorcismo borghese?

E ancora più ambiziosamente: se la vera tracimazione fosse invece quella della televisione nell’arte?

Provo a spiegarmi.

Jean-Claude Romand ha ucciso moglie, figli e genitori, Carrère ricostruisce tutto con un’attenzione maniacale verso i tic borghesi come si fa nei programmi di cronaca del pomeriggio: fa elenchi di automobili, di ristoranti, conti in banca, descrive le abitudini più insignificanti della famiglia. Ne fa appunto un racconto televisivo con una morale: Jean-Claude Romand non ha saputo meritarsi tutte quelle cose. L’avversario è un racconto edificante sulla via scellerata al consumo. Jean-Claude un altro agnello sacrificale.

Parlando con chi ha letto L’avversario è venuto fuori che la reazione più comune appena chiuso il libro è promettere a se stessi di terminare gli studi, di sapersi garantire con metodo i vari status della vita da benestanti, di potersi permettere quello che si ha.

Non mi è sembrato che L’avversario mi interrogasse sul male o su qualcosa in particolare al di là del senso di colpa consumistico, almeno per me è stato impossibile durante la lettura provare compassione per i familiari uccisi, mi scuoteva molto di più apprendere che Jean-Claude, completamente a corto di soldi, noleggiava ancora le BMW e invitava l’amante nei ristornanti di lusso. Quello sì che mi sembrava davvero osceno e incomprensibile.

In sostanza mi sono accorto che non ero emotivamente coinvolto nell’aprire la porta di casa Romand come lo sarei stato se avessi aperto una porta sconosciuta, o se mi fossi trovato davanti alla possibilità o non possibilità di una porta.

Un detto tedesco recita Einmal ist keinmal ovvero ciò che è successo una volta non è mai successo, si è esaurito prima ancora di avvenire, è infecondo. La realtà è una cosa complicata che gioca brutti scherzi, è una materia invisibile che appartiene al vuoto e alla morte.

Forse raccontare un omicidio realmente accaduto o riprendere con una telecamera la vita delle persone non è un atto artistico, piuttosto è una resa della volontà, un atto di superstizione, una preghiera appunto con la quale chiediamo di essere risparmiati e che si interceda tra noi e gli avvenimenti.

E forse ho capito che questo è l’aspetto più pericoloso dello sguardo borghese sul mondo e l’origine dell’infelicità di chi se ne serve: il desiderio che ciò che cambia non ci riguardi.

Penso all’inizio di Smisurata preghiera di De André: Alta sui naufragi dai belvedere delle torri. China e distante sugli elementi del disastro.

Non vi sembra una sintesi perfetta della non-fiction?

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Cannes 2013: un Festival dove hanno vinto gli sconfitti https://minimaetmoralia.it/cinema/cannes-2013/ https://minimaetmoralia.it/cinema/cannes-2013/#respond Wed, 29 May 2013 06:00:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14469 Storicamente, il mio interesse per i premi e i premiati dei grandi e piccoli festival è piuttosto basso. Mi emozionanano e appassionano i film, assai di meno i riconoscimenti che possono o non possono ricevere.

C’è da dire, però, che raramente nel corso degli ultimi anni è accaduto che una giuria abbia espresso le sue valutazioni con tale somiglianza di vedute con il giudizio critico generale come per quest’edizione del Festival di Cannes. E la cosa mi ha colpito. Alla premiazione della 66ma edizione del Festival non ho assistito in smoking seduto accanto ad un potente produttore americano nella Salle Lumière, né ne seguivo l’andamento in maglia a righe e espadrillas sorseggiando pastis assieme ad una modella nippo-islandese in un café sulla Croisette.

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Storicamente, il mio interesse per i premi e i premiati dei grandi e piccoli festival è piuttosto basso. Mi emozionanano e appassionano i film, assai di meno i riconoscimenti che possono o non possono ricevere.

C’è da dire, però, che raramente nel corso degli ultimi anni è accaduto che una giuria abbia espresso le sue valutazioni con tale somiglianza di vedute con il giudizio critico generale come per quest’edizione del Festival di Cannes. E la cosa mi ha colpito. Alla premiazione della 66ma edizione del Festival non ho assistito in smoking seduto accanto ad un potente produttore americano nella Salle Lumière, né ne seguivo l’andamento in maglia a righe e espadrillas sorseggiando pastis assieme ad una modella nippo-islandese in un café sulla Croisette.

In maniera ben più neorealista e molto meno glamour, l’ho vista in streaming preparando la cena per me e la mia famiglia, a Roma, un occhio al monitor e un altro alla cottura della pasta. E, man mano che i riconoscimenti venivano assegnati, commentavo più o meno sarcasticamente o entusiasticamente gli annunci del Presidente di Giuria Steven Spielberg.

Se sul momento sono rimasto colpito e felice dalla vittoria del film che stava un palmo sopra a tutti, La vie d’Adéle di Abdellatif Kechiche, e dal “secondo posto” dei Coen con Inside Llewyn Davis, a posteriori continuavano a ronzarmi in testa parole come vincitori, sconfitti. E rivincite, come quella dello stesso regista tunisino, premiato finalmente dopo che anni fa Ang Lee gli scippò col pessimo Lussuria un Leone d’oro che il suo Cous Cous avrebbe meritato a mani basse.

Mi ronzavano in testa non perché improvvisamente mi sentissi coinvolto o interessato più del solito dalle decisioni di una giuria, ma perché di vittoria, sconfitta e (tentativi di) rivincite parlano, in un modo o nell’altro, praticamente tutti i film del concorso cannense di quest’anno. A partire proprio dal vincitore, emozionante e vibrante spaccato delle vittorie e delle sconfitte che si susseguono nelle storie d’amore e nella vita.

Però attenzione: i film del Concorso di Cannes 2013 non si sono limitati a fotografare la situazione di crisi intimamente politica, e quindi esistenziale degli anni che stiamo vivendo. I film del Concorso di Cannes 2013, fotografando questa crisi, hanno tentato di mettere in scena le possibili strategie di riscatto, di ipotizzare modalità di reazione, teorie di ripresa. E, praticamente tutti, hanno escluso la fuga e hanno proposto la piena presa di consapevolezza di una sconfitta, che è collettiva e singolare assieme, come punto di partenza per una resilienza che nasca dal recupero del sentimento, del bello e dell’Amore dentro ognuno di noi.

Forse, tra i titoli più significativi del Festival di quest’anno, solo A Touch of Sin di Jia Zhangke si limitava al ritratto di una società dilaniata del conflitto tra neocapitalismo e tradizioni culturali millenarie e non solo comuniste, lasciando lo spettatore con un agghiacciante senso di impasse irrisolvibile.

Perché persino il Grande Sconfitto del film dei Coen, Llewyn Davis, ha dalla sua un’ironica accettazione della circolarità dell’esistenza e soprattutto la consapevolezza che la sua debacle è dovuta sì alla Storia ma anche alla sua stessa, costante inazione. Così, Llewyn avrà forse la possibilità di effettuare prima il percorso del Bruce Dern nel sopravvalutato Nebraska, quello di un uomo al termine dell’esistenza che si ostina a voler toccare con mano una sconfitta tutta simbolica, perché solo da lì potrà ricominciare grazie ad un percorso nel quale ritrova gli altri e (quindi) sé stesso.

Ecco allora che perfino Alexander Payne accenna quel che Soderbergh, Sorrentino e Jarmusch nella maniera più chiara e evidente, ma a modo loro, con sfumature più lievi, anche Farhadi, Gray, Miike, Kore-Eda, sostengono. Ovvero che se la crisi è pervasiva, il mondo fa schifo, l’amore delude, le brutture delle cose e delle persone sono ovunque, arrendersi non serve. La passività non è più un’opzione, l’abbandono o la fuga meno che mai. Alla crisi, dicono i film di Cannes 2013, si fa fronte stando nell’occhio del ciclone, liberandosi dalle incrostazioni del brutto (questo Jep Gambardella lo dice a chiare lettere) e ritrovando la bellezza, il sentimento, la passione e l’amore.

Per quanto delusa e straziata dalla fine di una storia travolgente, l’Adéle di Kechiche non smette di credere all’amore, e cammina comunque verso qualcosa, verso il futuro. E, al termine di una vita, i protagonisti di Behind the Candelabra mettono da parte l’apparenza, gli agghindi e le recriminazioni per ritrovarsi nella bellezza di un amore che è stato. E i magnifici vampiri di Only Lovers Left Alive (un titolo che dice già tutto), pur disgustati e assediati dall’orrore della mediocrità e della trascuratezza che li circonda, alla vita si aggrappano (letteralmente) con i denti.

Sono personaggi, quelli visti sugli schermi del Palais des Festival, che per quanto messi male, delusi, depressi, riempiti di mazzate emotive, rifiutano di arrendersi. Che, come i genitori del commovente Like Father, Like Son (che andrebbe mostrato a tutti i paladini della “famiglia” che affollano il Parlamento italiano), sono disposti ad ammettere gli errori (le sconfitte) di una vita e di rimettersi in gioco per l’ennesima volta. Che, come il protagonista di Le passé, capiscono che fare un passo indietro (di lato) è l’unico modo per iniziare un nuovo cammino quando ci si ritrova in un vicolo cieco, dato che ostinarsi non serve, la vita va avanti e noi non possiamo stare fermi. Che sono disposti a rinunciare a tutto, come il poliziotto di Shield of Straw, per mantenere la direzione di una bussola morale indispensabile oggi più che mai, per non perdersi nella corruzione fisica e morale, per avere una speranza per il domani.

Ecco. Io da Cannes sono tornato ancora più convinto di una cosa. Che le sconfitte e le vittorie sono spesso momentanee, e che accada quel che accada bisogna continuare a camminare, come Adéle, verso quella vita cui Tom Hiddleston e Tilda Swinton si rifiutano di rinunciare languidamente.

Perché solo chi ama, vive. E chi vive ama, come dice Kechiche in un film che è purissima vita. E amando (qualcosa, qualcuno, il bello, la vita) si possono cambiare le cose, si può recuperare una speranza che ancora esiste, pur nascosta da strati di volgarità, abbandono, corruzione, trascuratezza, brutture. Alla lunga, tornare a vincere si può. E se non si potrà, almeno si sarà provato. A Kechiche è andata bene, no?

(Fonte immagine)

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