Šostakovič Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sostakovic/ un blog di approfondimento culturale Sat, 12 Nov 2016 14:00:21 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Šostakovič Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sostakovic/ 32 32 In ascolto del cinema muto: Quo vadis? https://minimaetmoralia.it/altro/in-ascolto-del-cinema-muto-quo-vadis/ https://minimaetmoralia.it/altro/in-ascolto-del-cinema-muto-quo-vadis/#respond Sat, 12 Nov 2016 13:30:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32694 In occasione del centenario della morte di Henry Sienkiewickz, domenica 13 Novembre presso l'Istituto Polacco di Roma si terrà la mostra "Quo vadis" la prima opera transmediale. Da caso letterario a fenomeno della cultura di massa con ospite il fumettista Rodolfo Torti.  A seguire verrà proiettato la versione cinematografica muta del romanzo realizzata nel 1913 da Enrico Guazzoni. Michele Sganga, apprezzato autore di recital e colonne sonore e ospite fisso dal 2013 della Milanesiana, eseguirà per l'occasione al piano alcune sue composizioni originali, creando una suggestiva colonna sonora dal vivo. Ospitiamo un suo testo introduttivo.

di Michele Sganga

Ho immaginato una macchina del tempo capricciosa, che mi scaraventasse dal 2016 indietro cent’anni nel passato, davanti al malconcio pianoforte di un’affollata sala cinematografica: come non pensare a quanto disse Šostakovič dell’esperienza di pianista accompagnatore per il cinema muto, vissuta nei primi anni Venti del secolo scorso, e ricordata come “un lavoro spossante, anche se non del tutto inutile, in cui bisognava improvvisare molto in conformità degli avvenimenti che scorrevano sullo schermo”?

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In occasione del centenario della morte di Henry Sienkiewickz, domenica 13 Novembre presso l’Istituto Polacco di Roma si terrà la mostra “Quo vadis” la prima opera transmediale. Da caso letterario a fenomeno della cultura di massa con ospite il fumettista Rodolfo Torti.  A seguire verrà proiettato la versione cinematografica muta del romanzo realizzata nel 1913 da Enrico Guazzoni. Michele Sganga, apprezzato autore di recital e colonne sonore e ospite fisso dal 2013 della Milanesiana, eseguirà per l’occasione al piano alcune sue composizioni originali, creando una suggestiva colonna sonora dal vivo. Ospitiamo un suo testo introduttivo.

di Michele Sganga

Ho immaginato una macchina del tempo capricciosa, che mi scaraventasse dal 2016 indietro cent’anni nel passato, davanti al malconcio pianoforte di un’affollata sala cinematografica: come non pensare a quanto disse Šostakovič dell’esperienza di pianista accompagnatore per il cinema muto, vissuta nei primi anni Venti del secolo scorso, e ricordata come “un lavoro spossante, anche se non del tutto inutile, in cui bisognava improvvisare molto in conformità degli avvenimenti che scorrevano sullo schermo”?

È così anche il mio tour de force compositivo per “CiakPolska 2016”, volto ad accompagnare ex novo dal vivo (8 e 13 novembre) la proiezione in versione restaurata di uno dei primi kolossal della storia, basato sul celebre romanzo di Henryk Sienkiewicz (Nobel per la letteratura 1905), e adattato per il cinema da Enrico Guazzoni nel 1913. Tuttavia ho da subito sentito la necessità di prendere la strada di un “contrasto”, a tratti quasi un disturbo, alla visione del film. E la decisione iniziale implica quella di opporre all’idea di intrattenimento di massa, funzione ancora oggi predominante e “vincente” per l’industria cinematografica, un “discorso” contrario, di approfondimento, da delegarsi al fatto sonoro.

Piuttosto vorrei, suonando, far quasi lo sgambetto a queste scene di un cinema-che-fu, tanto capaci – ancora oggi! – d’incantare, ipnotizzare il pubblico; quello dell’epoca, almeno, fu senza dubbio rapito dalla potenza del moderno mezzo espressivo e narrativo, fu soggiogato da quel nuovo tipo di “realismo”, in grado di far trasalire e rabbrividire gli animi come nemmeno il teatro d’opera o la musica – appunto – erano mai riusciti a fare…

Porsi in contrasto col concetto familiare di Visione (cinematografica), non significa volerlo sbeffeggiare, o disconoscerne il valore, bensì avere l’ambizione di riattivare, “restaurare”, assieme alla pellicola, lo sguardo che presuppone, a vantaggio di una rivalutazione della funzione parimenti importante dell’Ascolto (tout court), liberando la musica dal ruolo di ancilla imaginis, cui troppo spesso nel cinema d’oggi è relegata.

Nel caso allora di questa mia colonna sonora ex post, il suono tradirà l’immagine, l’Ascolto “disturberà”, al massimo perturbandola, la Visione, così come il cinema, squalo affamato, balena gigantesca e quanto mai vorace, inglobando tutte le forme d’arte che l’avevano preceduto, e soprattutto fondendole in un unico mastodontico “mostruoso” prodotto riproducibile in serie, è riuscito a “tradire” una volta per tutte il concetto stesso di Arte, mutandone per sempre percezione, fruizione, funzione e uso nella società contemporanea.

Forse, a oltre un secolo di distanza, è lecito chiedersi dove (quo) ci abbia condotti questo sentiero non più utopico e visionario, bensì iper-realista e iper-visivo. È innegabile infatti come ormai anche il “libro” (book) debba preliminarmente ammantarsi di “immagini”, “pose” o “facciate” vive e colorate (face), per ambire a vendere qualche copia; come anche il racconto e la scrittura (le cui origini e finalità – lo ricordo di sfuggita – sarebbero del tutto orali, e quindi sonore…) debbano farsi “story-telling” o fumetto, per (r)esistere sul mercato, e magari un giorno diventare sceneggiatura per un film.

Proviamo invece con l’occasione a chiudere gli occhi e ad aprire le orecchie, tornando soltanto in un passo successivo alla nostra pellicola muta: al suo montaggio ritmicamente insostenibile, alle fissità impacciate di quasi tutte le inquadrature, al “posare” assurdo in costumi improbabili degli attori – che ancora per un bel pezzo resteranno inconsapevoli della forza pervasiva del nuovo mezzo mediatico che contribuivano a sviluppare. Certo si sa, per il pubblico dell’epoca fu un totale shock l’incontro con questa nuova “magia”: poter percepire come vero, sotto i propri stessi occhi, un movimento finto ad arte, ma credibile! Ora ogni storia (o la Storia che dir si voglia), pur agìta scenicamente in un passato mitico e leggendario, grazie al trionfo di una tecnologia venuta d’Oltralpe pochi decenni addietro, poteva andare addirittura oltre se stessa, apparendo “documentata”, piuttosto che semplicemente  “narrata”.

Nasce così, con la “settima arte”, anche un nuovo modo di nascondere e (con)fondere il vero col falso; di (in)scrivere direttamente col linguaggio delle emozioni provate dall’animo umano – come un calco metallico impresso a caldo nella carne viva – il ricordo di qualcosa. Qualsiasi cosa di lì in poi andrà vista, prima che letta; vista, prima ancora che documentata da tracce certe; vista, piuttosto che vissuta in prima persona o nel racconto di un testimone da ascoltare.

A mio avviso, quasi un secolo di musica per immagini, o immagini con musica, ha consolidato in noi la credenza che in fin dei conti il mondo (o meglio, lo stare al mondo) possa essere considerato un mezzo per soddisfare i propri desideri, così come il cinema d’evasione diventa spesso solo un sistema con cui illudersi di aver realizzato i propri sogni. Sia ben inteso, di per sé non c’è nulla di male nei due termini della similitudine. Come potrebbe essere altrimenti, per uno come me, cresciuto a pane e kolossal praticamente dalle fasce, al suono del Williams di Guerre stellari, ovvero fra iniezioni quotidiane di tardivo e post-moderno wagnerismo a effetto ritmico-sonoro protratto e  continuato…?

Non si dimentichi però, ed è questo il messaggio che vorrei dare con la mia musica, che la partita dei desideri e dei sogni si gioca su molti altri terreni. Luoghi dello spirito, dove Ascolto e Visione possono assumere significati assai profondi, arcaici perché radicati nella notte dei tempi, agli albori della coscienza. Ma esistono “immagini” di questi luoghi? Certamente! La Nona di Beethoven è una di queste, ad esempio. E al contrario, non è forse la sequenza di un film di Tarkovskij, o di  Kieślowski (solo due rimandi, fra i mille possibili),  il “suono” di questa nostra origine/destinazione comune – che poi coincide con ciò che siamo?

Esiste, eccome, tanto “altro” cinema che scandaglia in maniera sublime questi percorsi, a caccia di un modo sempre nuovo e rinnovato di vedere, nel recupero di un modo antico e del tutto originario di ascoltare.

Concludendo sulle musiche di questo concerto/proiezione, preciso che sono di mia composizione, ma con delle significative eccezioni. Ho deciso infatti a priori d’inserire alcune citazioni dal repertorio pianistico classico: essendo la musica quel luogo spirituale in fondo imprescindibile per tutti e per ciascuno di noi, va da sé che esso sarà crocevia e punto d’incontro – o di scontro straniante e provocatorio – anche di una congerie di stili e ispirazioni le più svariate.

È appunto lì, in quel “luogo” sonoro, che vorrei riuscire a condurre lo spettatore/ascoltatore di questa mia “maratona” visivo/acustica, dovuta ancora, dopo oltre cent’anni, al genio letterario di Sienkiewicz da una parte, e dall’altra al talento pionieristico di un autentico maestro del cinema-che-fu.

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I discorsi di Paolo Nori https://minimaetmoralia.it/libri/discorsi-di-paolo-nori/ https://minimaetmoralia.it/libri/discorsi-di-paolo-nori/#comments Wed, 22 Jan 2014 13:19:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17794 «… a un certo momento a me mi è sembrato che la mia vita fosse quasi tutta quella roba lì, fare delle cose che non son capace di fare, parlare di argomenti dei quali non so niente, raccontare il niente che so, o che non so, chissà come si dice, e anche quest’anno, quando mi han chiesto di venire ad Auschwitz a parlare […], se fosse successo cinque anni fa io gli avrei risposto “Chiamate magari un altro, che io non ne so niente […]”, invece quando mi hanno chiamato quest’anno gli ho detto di sì».

Lo ha scritto e pronunciato Paolo Nori nel secondo dei tre discorsi riuniti in Si sente?, il suo nuovo libro, che Marcos y Marcos fa uscire domani nelle librerie. Il passaggio prosegue così: «… non si parla di Auschwitz […], si parla di vendetta, non so niente neanche di Auschwitz, ma di vendetta ne so un po’ meno riesco a parlarne meglio». Eppure, in questo libro si parla proprio di Auschwitz, e in modo più utile ed efficace e intelligente che in tanti altri libri e discorsi. Quello che volevo dire però, per iniziare, è un’altra cosa, è che lo scrivere, così legato al parlare, così legato al pensare (presumo) di Paolo Nori riceve una verità generale da quel passaggio, che è un passaggio chiaramente socratico. Mi pare. Poi provo a spiegare in che senso. Prima, però, le presentazioni.

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Paolo-Nori-foto-di-Manuela-Bersotti

(Foto di Manuela Bersotti)

«… a un certo momento a me mi è sembrato che la mia vita fosse quasi tutta quella roba lì, fare delle cose che non son capace di fare, parlare di argomenti dei quali non so niente, raccontare il niente che so, o che non so, chissà come si dice, e anche quest’anno, quando mi han chiesto di venire ad Auschwitz a parlare […], se fosse successo cinque anni fa io gli avrei risposto “Chiamate magari un altro, che io non ne so niente […]”, invece quando mi hanno chiamato quest’anno gli ho detto di sì».

Lo ha scritto e pronunciato Paolo Nori nel secondo dei tre discorsi riuniti in Si sente?, il suo nuovo libro, che Marcos y Marcos fa uscire domani nelle librerie. Il passaggio prosegue così: «… non si parla di Auschwitz […], si parla di vendetta, non so niente neanche di Auschwitz, ma di vendetta ne so un po’ meno riesco a parlarne meglio». Eppure, in questo libro si parla proprio di Auschwitz, e in modo più utile ed efficace e intelligente che in tanti altri libri e discorsi. Quello che volevo dire però, per iniziare, è un’altra cosa, è che lo scrivere, così legato al parlare, così legato al pensare (presumo) di Paolo Nori riceve una verità generale da quel passaggio, che è un passaggio chiaramente socratico. Mi pare. Poi provo a spiegare in che senso. Prima, però, le presentazioni.

Si tratta di tre discorsi pronunciati a Cracovia tra il 2009 e il 2013 nell’ambito della manifestazione «Un treno per Auschwitz», che ogni anno la Fondazione Fossoli organizza e che consiste in un viaggio da Carpi ad Auschwitz di alcune centinaia di studenti delle scuole superiori della provincia di Modena con un gruppo di storici, musicisti, registi, scrittori e testimoni.

Il primo discorso è dedicato alla razza, si intitola «Esattamente il contrario». Il secondo alla vendetta, appunto; si intitola «Noi la farem vendetta?» e si conclude riproducendo un altro discorso ancora, pronunciato il 7 luglio del 2010 a Reggio Emilia e dedicato ai fatti di piazza dei Teatri del 7 luglio 1960 (a quei fatti, Nori, nel 2006 ha dedicato un romanzo il cui titolo è «Noi la farem vendetta», senza punto di domanda). Il terzo discorso è dedicato a Birkenau, ma non parla solo di Birkenau. Parla anche dello straniamento come tecnica di comprensione, e di come far «funzionare quella macchina dello stupore che avete, tutti, dentro la pancia», e del diritto dei bambini (ma anche degli adulti) di piangere, e di tante altre cose. Vale pure per gli altri due discorsi. Ho provato a fare un elenco delle tante – altre – cose di cui parla nella sua interezza questo libro, denso di corrispondenze interne e con l’intera opera dell’autore, un libro che è solo formalmente un’antologia e gode di un’organicità sorprendente. Alcune di quelle cose sono: la difficoltà di iniziare qualcosa, il piacere di far qualcosa che si è scelto, il non saper perché si fa quel che si è scelto di fare, il perché si scrive, i formalisti russi, la difficoltà di memorizzare i nomi dei personaggi nei romanzi russi, il piacere di prendere un interregionale, l’innamorarsi su un treno, magari un interregionale (ma di interregionali non ce ne sono più), il rischio di trasformarsi in vanghe, la storia che può raccontare un bottone, la recita del pensare.

Non è una notazione particolarmente intelligente né una novità che intorno all’argomento dichiarato di un’opera, sia un saggio un romanzo o un discorso, si sviluppi una molteplicità di altri argomenti. Quegli argomenti possono essere direttamente funzionali al tema (in questo caso i cinque operai ammazzati dalla polizia il 7 luglio 1960 a Reggio Emilia, come i perseguitati dal nazionalsocialismo, sono vittime della violenza di Stato) o rimandare a quello indirettamente, essere digressioni o pure divagazioni.

La prosa di Nori ha in sé una natura divagatoria, la ha nel suo stile, nella sua lingua, «una lingua concreta» ha detto lui in un’intervista alla Rai, influenzata da quella degli scrittori (Celati, Cornia, Benati ecc.) di Il semplice, rivista modenese uscita tra 1995 e 1997, che era una lingua «anche macchiata da quei regionalismi che io [allora] cercavo di nascondere, perché credevo fossero il segno di una scarsa cultura, […] la lingua che io sentivo intorno a casa mia, nei bar, nelle strade […] che prima non poteva entrare nei libri, che erano i libri di chi aveva studiato».

Lo stile di Nori, come lo stile di un qualsiasi altro scrittore, non coinvolge il lettore soltanto sul piano estetico. Lo stile di uno scrittore, ed è la cosa più interessante, rivela la sua visione del mondo, il suo modo di leggere gli eventi, già tutta una teoria della conoscenza. Quando Nori nel terzo discorso di questo libro (ma già, ad esempio, in Grandi ustionati) parla dello straniamento, citando Viktor Šklovksij, come di quello stile, quella «attenzione», quella capacità «da deficienti» di vedere sempre le cose come se le si vedesse per la prima volta, parla anche di sé, della sua postura, la quale si riflette in una prosa che è un po’ un campo dove si svolge un esercizio filosofico, una pratica di apertura non giudicante nei confronti dei fenomeni, un esercizio di vita svolto a partire da una epoché.

E cosa accade quando una prosa del genere prova a raccontare la Shoah? Quando prova cioè a raccontare un evento che di norma sguscia via dalle parole? Nori riesce a descrivere quell’evento – a questa prova invita la poesia di Anna Achmatova in esergo – e a reinserirlo nel mondo. Lo fa divagando, con un moto centripeto dove tutto, ogni divagazione, torna sul tema, ma insieme racconta già, in qualche modo, come una monade, tutto intero e tutto da capo il tema, risuonando insieme al tema, a partire da una situazione che apparentemente non lo riguarda per nulla. L’esempio più efficace è il racconto di Annalisa, una redattrice della Feltrinelli con cui Nori ha lavorato a diversi libri, morta per un tumore alla bocca: «Era come se, con l’accanirsi della malattia, si accanisse anche lei, sempre di più, nella sua resistenza, e mi aveva fatto venire in mente […] quando nella Leningrado assediata dai nazisti c’era stata, il 5 marzo del 1942, la prima della settima sinfonia di Šostakovič. Come per dire: “Voi ci assediate? Voi pensate di ridurci alla fame? E noi ci mettiamo i nostri vestiti migliori, e andiamo nel nostro migliore teatro a sentire eseguire dai nostri migliori musicisti l’ultima sinfonia del nostro migliore compositore”».

C’è una frase, verso la conclusione del libro, decisiva: «secondo me il valore di questo viaggio è che ci son settecento persone che quando tornano in Italia hanno più strumenti per capire quel che succede in Italia adesso». Nori non invita gli studenti, e i lettori, a dirottare la comprensione di quell’evento in una memoria da archiviare, dunque sterile; l’invito è a fruire di quella comprensione, ad abbandonare la paura di affrontare l’orrore arrivando persino a “sporcare la materia” se necessario, a contaminarla, a permettere che diventi insegnamento e azione qui e ora, a trasformare il timore reverenziale per l’evento-Shoah, nei confronti del quale si reagisce spesso voltandosi dall’altra parte, in rispetto, il rispetto che deriva dalla conoscenza, a rifuggire dunque da una morale inerziale e a diffidare dai buoni sentimenti senza consapevolezza, a imboccare, infine, quell’«unica via d’uscita, l’unica strada che si può percorrere, […] preclusa dalla nostra educazione. Perché, nonostante sia chiaro, da qualsiasi analisi storica, […] che il male derivato dall’obbedienza all’autorità è stato molto superiore rispetto a quello derivato dalla disobbedienza all’autorità, diffidare dell’autorità, ribellarsi all’autorità è esattamente il contrario di quel che ci insegnano fin da quando siam piccoli».

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