spread Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/spread/ un blog di approfondimento culturale Mon, 18 Mar 2013 16:20:16 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg spread Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/spread/ 32 32 Sede Vagante – I media e il Vaticano/1 https://minimaetmoralia.it/giornalismo/media-vaticano/ https://minimaetmoralia.it/giornalismo/media-vaticano/#comments Mon, 18 Mar 2013 16:18:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13629 (Fonte immagine: Peter Macdiarmid/Getty Images.)

Quando guardiamo distrattamente un'edizione di un telegiornale e ci si presenta uno di quei servizi fatti di immagini di titoli di prime pagine, riprese generiche di traffico e passanti in centro città, difficilmente ci chiediamo da dove vengano, e come siano state realizzate. Come l'incedere delle colonne sonore di molti film, sono lì per non essere registrate, un sottofondo che serve soltanto a ambientare le parole pronunciate dal giornalista che firma il servizio, a dargli sostegno. Charlie Brooker, di cui si parla molto in questo periodo per la sua serie TV Black Mirror, in cui ogni episodio immagina un modo diverso in cui la vita umana prossimo-futura possa venire stravolta dall'uso della tecnologia, nel 2009 aveva dedicato un intero programma di due stagioni a decodificare come vengono create e diffuse le news, chiamato Newswipe.

Un segmento di un episodio, dal titolo How to Report the News e confezionato come il classico servizio costume & società, apriva con scene dalla city di Londra, seguite da Brooker in veste di corrispondente che parla in strada e poi dalle famigerate riprese dei passanti, il tutto accompagnato dalla sua voce che diceva: "Comincia qui, con una sciatta immagine di apertura di un qualche luogo significativo. Poi un preambolo enunciato dall'autore camminando verso l'obiettivo, ribadendo ogni cosa detta con un gesto della mano e ignorando tutti gli idioti che ciondolano attorno a lui, come se fluttuasse dentro Matrix, prima di fermarsi e fare una domanda: 'E adesso?' ".

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(Fonte immagine: Peter Macdiarmid/Getty Images.)

Quando guardiamo distrattamente un’edizione di un telegiornale e ci si presenta uno di quei servizi fatti di immagini di titoli di prime pagine, riprese generiche di traffico e passanti in centro città, difficilmente ci chiediamo da dove vengano, e come siano state realizzate. Come l’incedere delle colonne sonore di molti film, sono lì per non essere registrate, un sottofondo che serve soltanto a ambientare le parole pronunciate dal giornalista che firma il servizio, a dargli sostegno. Charlie Brooker, di cui si parla molto in questo periodo per la sua serie TV Black Mirror, in cui ogni episodio immagina un modo diverso in cui la vita umana prossimo-futura possa venire stravolta dall’uso della tecnologia, nel 2009 aveva dedicato un intero programma di due stagioni a decodificare come vengono create e diffuse le news, chiamato Newswipe.

Un segmento di un episodio, dal titolo How to Report the News e confezionato come il classico servizio costume & società, apriva con scene dalla city di Londra, seguite da Brooker in veste di corrispondente che parla in strada e poi dalle famigerate riprese dei passanti, il tutto accompagnato dalla sua voce che diceva: “Comincia qui, con una sciatta immagine di apertura di un qualche luogo significativo. Poi un preambolo enunciato dall’autore camminando verso l’obiettivo, ribadendo ogni cosa detta con un gesto della mano e ignorando tutti gli idioti che ciondolano attorno a lui, come se fluttuasse dentro Matrix, prima di fermarsi e fare una domanda: ‘E adesso?’ “.

Tutti quei servizi descritti da Brooker come inutili sono regolarmente prodotti, ogni giorno in tutto il mondo, da network e agenzie che devono coprire storie ininterrottamente, a prescindere se queste offrano immagini o meno. Un esempio è stata la crisi finanziaria degli ultimi anni, che a parte tutti quei giorni in cui manifestazioni e proteste la rendevano visibile materialmente, si presentava come un mantra quotidiano di indici di borsa e tassi che salivano e scendevano. Ma l’obbligo di coprire rimaneva comunque, e allora di fronte al difficile compito di raccontare l’andamento quotidiano dello spread, ecco un fiorire di riprese di prime pagine di giornali, schermi di computer, interviste lampo con il primo analista finanziario disponibile.

Le prime pagine dei giornali: da lì può cominciare la giornata di una troupe televisiva, magari durante un fine settimana all’indomani dell’ennesimo downgrade inflitto da Fitch o Moody’s (i downgrade vengono crudelmente annunciati quasi sempre di venerdì sera). Due persone si incontrano in redazione la mattina presto, mentre la città ancora dorme, e dispongono su un tavolo un tappeto di quotidiani, scelgono le pagine da filmare, i panning da fare con la telecamera da un titolo a una foto significativi. Quella sarà la fragile base del loro servizio, che magari dovrà essere finito e trasmesso entro l’ora successiva (il downgrade è ormai notizia vecchia di mezza giornata), e che verrà integrato da una serie di scene metropolitane girate velocemente nel primo incrocio o piazza, dove ai commenti dell’analista probabilmente verranno aggiunte le impressioni dell’uomo della strada, altrimenti dette vox pop.

Il modus operandi di base appena descritto poi viene periodicamente ripensato all’interno di coperture più ampie e diversificate, a seconda di quanto la storia sia grande, quanto offra sviluppi, angoli, immagini. Recentemente Roma ad esempio è stata al centro dell’informazione mondiale per le dimissioni di Benedetto XVI e l’elezione del nuovo papa Francesco. La saga si è svolta nell’arco di circa un mese, dall’11 febbraio giorno dell’annuncio di resa di Ratzinger, fino al 13 marzo sera, quando l’ex cardinale Jorge Bergoglio è apparso timidamente al balcone per augurare buonasera al mondo intero.

I giornalisti accreditati dal Vaticano sono stati circa 5600, per la gioia della microeconomia della Capitale, e nello specifico della zona di Prati che si stringe attorno a Città del Vaticano, dove alzando il naso si potevano scorgere decine di set televisivi allestiti in cima agli edifici che affacciano sul cupolone. Non è stato poi difficile trovare affacci per tutti alla fine, considerando che annunci improvvisati di offerte di affitto terrazzi si trovavano sui tergicristalli delle macchine sin dalla metà di febbraio.

Il copione dell’evento è stato pressappoco il seguente: in seguito all’annuncio di dimissioni fatto da Benedetto XVI (in latino), le due settimane successive sono state scandite dagli ultimi appuntamenti ufficiali del pontefice, prove generali di congedo che sono culminate nel giorno 28, quando il pontefice di lì a poco emerito ha salutato i cardinali ed è volato a Castel Gandolfo. La copertura dell’evento è stata realizzata dal Centro Televisivo Vaticano (CTV): fondato nel 1983 e cresciuto a dismisura negli anni, probabilmente spronato dal pontificato viaggiatore di Giovanni Paolo II, è l’organo ufficiale deputato all’emanazione dell’immagine del pontefice. In altre parole tutto quello che i media vedono di un papa viene dal CTV. Andate in un qualsiasi archivio di redazione e confrontate i filmati girati dalla stessa televisione e quelli che detta TV ha ricevuto dal CTV: da una parte vedrete una manciata di minuti tremolanti con il papa lontano trenta metri, dall’altra montaggi multicamera con dolly e dissolvenze.

Le dimissioni papali sono state un’operazione televisiva a dir poco impressionante, uno storyboard da kolossal. Nell’ordine: larghi del cortile di San Damaso dove si radunano preti suore e staff vaticano assortito, motorcade papale che si dispone al centro del cortile, cardinali e vescovi che arrivano (il tutto con una fluida regia fatta di totali, primi piani tra la folla, riprese dall’alto), il pontefice che cammina lungo i corridoi verso l’uscita, accolto poi da uno stuolo di porporati. Salito in macchina e poi giunto alla piattaforma di decollo, alla vista di Benedetto da terra e dall’alto si sono uniti i controcampi su un palazzo di fronte, subito fuori dalle mura vaticane, dove dei fedeli lo salutavano con uno striscione, dopo di che Benedetto è salito sull’elicottero e c’è stato il decollo. Da lì in poi un tripudio di vedute aeree del velivolo che andava a incorniciarsi su ogni scorcio classico della Roma monumentale, a cominciare da un passaggio malinconico dietro il pennacchio della cupola di San Pietro e finendo con un volo d’angelo sopra il ventre vuoto del Colosseo.

Ma se lo script della sequenza avrebbe anche potuto concludersi in volo sopra le meraviglie dell’antichità, la realtà imponeva un altro finale, ed ecco allora le telecamere posizionate a Castel Gandolfo che ci mostrano l’elicottero che atterra, il pontefice che sale in macchina, l’arrivo alla residenza, la folla che attende nella piazza, poi stacco dentro il palazzo, con Benedetto che attraversa stanze e saloni per arrivare al balcone, mentre lo vediamo sia da dentro che da fuori il palazzo che impartisce l’ultima benedizione prima della conclusione della sua vita pubblica. Un epilogo serale poi sigillerà la fine con la diretta della chiusura del portone della residenza papale, con telecamere al di qua e al di là dei bastioni vaticani che ci mostrano la chiusura del pontificato, con il passaggio di consegne tra le Guardie Svizzere e l’ordinaria gendarmeria vaticana.

Il bello di questa coreografata copertura televisiva è che quando il portone si chiude e le Guardie Svizzere rompono le righe, a sancire la sospensione delle loro mansioni causa assenza pontefice, noi siamo dentro, al di qua dei bastioni, stiamo osservando i primi secondi di Sede Vacante, e la sontuosa alta definizione delle immagini suggestiona al punto che mentre le banali divise da questurini della gendarmeria vaticana sostituiscono le fattezze da uccelli esotici delle guardie papali, sembra quasi di respirare un cambiamento d’aria, un calo di temperatura, un senso di mortalità sceso all’improvviso su quel luogo così immune al tempo che passa, indifferente alle intemperie della storia.

In fondo così vanno le cose, quando le storie sono ben scritte.

A questo punto si apre un nuovo capitolo della vicenda, nel senso che tutta la questione di passare da un papa all’altro da un punto di vista mediatico presenta un’alternanza di fasi: c’è un inizio dove la notizia esplode (l’inossidabile breaking news anglofono) e i media si affannano a reagire, non hanno immagini fresche e pronte a disposizione e devono realizzare dei servizi al più presto. Poi quando la storia prende corpo arrivano momenti come quello appena descritto, dove il papa si congeda e la TV ufficiale vaticana fornisce il piatto principale, attorno a cui le emittenti e agenzie aggiungono qualche contorno o condimento con interviste, scene generiche, side stories, etc.

Dopo di che inizia il cammino verso il conclave, dove gli operatori del’informazione televisiva vengono di nuovo lasciati soli e comincia la caccia a tutte le microstorie che gravitano attorno alle grandi manovre: si pedinano i cardinali, i pellegrini, i venditori di souvenir, i bookmaker inglesi in visita a Roma, i gruppi di protesta contro i crimini sessuali dei preti, i vaticanisti, si racconta l’arrivo dei vestiti papali, la preparazione della Cappella Sistina, gli alloggi dei cardinali, le operazioni di polizia. La storia più bella che ho sentito è probabilmente quella che hanno girato in Austria su un conducente di treno che si chiama Josef Ratzinger, e che ogni giorno al lavoro passa davanti a una cittadina che si chiama Marktl, proprio come quella dove è nato in Germania il papa omonimo (quasi, lui si chiama Joseph).

Magia dei nessi, nel news non se ne potrebbe mai fare a meno.

Lasciati soli senza un papa attorno a cui far girare il tutto, i network adesso vivono la loro propria Sede Vacante televisiva, dove al trono vuoto e alle congregazioni cardinalizie corrisponde una deflagrazione della storia in tutte le direzioni possibili (o disponibili), pericolosamente simile all’antico motto ‘non importa come se ne parli, purché se ne parli’.

(Fine prima parte)

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L’amore in tempo di guerra. I mass media e la crisi del 2012 https://minimaetmoralia.it/societa/mass-media-e-crisi-2012/ https://minimaetmoralia.it/societa/mass-media-e-crisi-2012/#comments Tue, 26 Feb 2013 10:40:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13226 Questo pezzo è uscito su Link. Idee per la televisione N12 – Insert coin/Game over. Puoi scaricare gratuitamente Link 12 per iPad qui. 

di Violetta Bellocchio

Accendere la tv, sfogliare una rivista, navigare in rete. Tutte azioni che ci consentono di sfuggire, almeno per un po’, alla lugubre atmosfera che ci circonda. Ma che in fondo ci riportano alla crisi, che sia per informarci sui suoi sviluppi o per farci ridere – amaramente – di essa. Tra frasi a effetto svuotate di senso e Sara Tommasi, la paura fa notizia.

Fatto: la realtà è contraddittoria, difficile da raccontare in 90’’.

Cronaca: alla realtà viene sovrapposto un frame narrativo, che nasconde le difficoltà, trasforma le contraddizioni in “normali” punti di svolta all’interno di una struttura a tre atti, e in generale si assume il compito di spiegare l’inspiegabile.

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di Violetta Bellocchio

Accendere la tv, sfogliare una rivista, navigare in rete. Tutte azioni che ci consentono di sfuggire, almeno per un po’, alla lugubre atmosfera che ci circonda. Ma che in fondo ci riportano alla crisi, che sia per informarci sui suoi sviluppi o per farci ridere – amaramente – di essa. Tra frasi a effetto svuotate di senso e Sara Tommasi, la paura fa notizia.

Fatto: la realtà è contraddittoria, difficile da raccontare in 90’’.

Cronaca: alla realtà viene sovrapposto un frame narrativo, che nasconde le difficoltà, trasforma le contraddizioni in “normali” punti di svolta all’interno di una struttura a tre atti, e in generale si assume il compito di spiegare l’inspiegabile.

Se ci mettiamo davanti a tv, quotidiani e testate web per come le conosciamo oggi, una delle tecniche usate più spesso è la personalizzazione della tragedia; un disastro di finzione si racconta tramite eroi a cui affezionarsi – cani, bambini malati, secchioni di buon cuore, Morgan Freeman –, in una cronaca si tende a premiare lo human interest story, la “storia di interesse umano”. Un riempitivo a lieto fine. Il terremoto in Giappone del 2011 aveva avuto Sumi e Jin Abe, nonna e nipote rimasti intrappolati sotto le macerie della loro casa ma sopravvissuti nove giorni, fino all’arrivo dei soccorritori. Servivano a uno scopo preciso, loro due. Permettevano di tirare il fiato in uno scenario terribile. Tra maggio e settembre 2012, i media italiani stabiliscono l’angoscia come unica chiave narrativa adatta al momento.

Qualcuno potrebbe vedere in noi l’esempio estremo della cultura della paura: la combinazione tra scarsa informazione (“siamo in crisi, nessuno sa perché!”) e allarmi sempre più generali (“siamo tutti condannati!”) rientra in una strategia dell’ansia da manuale, volta a non contenere il panico, anzi, ma seminarlo anche dove non ci sarebbe. (In breve: “Noi siamo i prossimi. Tu sei il prossimo”). Ma potrebbe essere tutto molto più semplice: non ci sono i soldi per raccontare meglio questo orrore.

Il timecode del baratro

Tra giugno e luglio 2012 il varietà The Daily Show manda in onda The Correspondents Explain, una serie di video dedicati all’economia con protagonisti alcuni volti noti del programma, sulla scia di un progetto simile in cui gli stessi volti “spiegavano” il bipartitismo. In uno di questi video, Recession & Depression, datato 10 giugno, Wyatt Cenac riassume così la differenza tra i due stati: “non importa che termine usate, vuol dire niente soldi. Probabile che non ne avrete per un bel po’”. (Seguono immagini di conigli in pentola, mentre Samantha Bee chiosa: “dovrete mangiare gli animali domestici dei vostri figli”). D’estate il Daily Show capitalizza il proprio successo; sa di poter contare su un pubblico fedele, che segue con affetto il programma. Però nessuno degli autori è convinto di stare sganciando scomode verità sugli spettatori ingenui, e nessuno cerca di cavarsela con qualche battutina; la nostra impreparazione è solo messa in evidenza dalla superficialità con cui i finti esperti sparano giudizi apocalittici.

Intanto, all’interno di uno show ancora più comico, Stephen Colbert intervista il premio Nobel per l’economia Paul Krugman, e gli chiede: “ovviamente l’America esce da una grande depressione quando scoppia la guerra in Europa… noi ne otterremo una?”. Il Daily Show e il Colbert Report non staccano mai. Le trasmissioni continuano, pioggia o sole; al massimo si salta qualche giorno. L’attualità resta in primissimo piano.

La satira italiana, durante l’estate 2012, è in vacanza. (Oppure osserva l’orizzonte degli eventi da dietro una tapparella, tenendosi in serbo le pallottole per i mesi di maggiore rilevanza). La sensazione di chiuso per aver finito i soldi aleggia ovunque. La tv va avanti a repliche, fondi di magazzino; si sfrutta quello che già c’è, e ovunque ti giri trovi filmini-blob di vecchi varietà, vecchie scenette, numeri musicali di star del passato. Tutto bellissimo, però che in un momento simile, alle otto e mezza di sera, come unico stacco dai tg venga proposto il geghegé non fa molto per mettere in quarantena lo spaesamento del cittadino medio.

Allo stesso modo, negli spazi dedicati all’informazione trionfa una vecchia tecnica: la ripetizione ossessiva di una singola parola che non spiega nulla. Stavolta di cose se ne ripetono due: la parola spread, e la frase “oggi è un giorno decisivo per le sorti dell’euro”. È un meccanismo paragonabile alla soap-operizzazione della politica, per cui di base non deve mai succedere niente, e si deve andare avanti a chiacchiere, finte conversazioni dove si resta sempre al punto di prima. Quando anche i talk show staccano la spina, ci resta solo uno spazio vuoto, un feedback loop di nulla che peggiora ogni minuto. Spread. Oggi è un giorno decisivo per le sorti dell’euro.

Un singolo aspetto della crisi, però, è ritenuto degno di contributi filmati ex novo. Il crollo dei consumi. I servizi sui saldi dell’estate 2012 – ovviamente anticipati e ferocissimi, pur di limitare le pile dei resi – sembrano una passeggiata in un lebbrosario. La gente non compra più. Gli italiani sono poveri. Si eseguono carrellate su negozi vuoti e scaffali pieni, si passano microfoni a esercenti distrutti. Viene occasionalmente data la colpa ai cinesi. Si ripete un punto fermo: gli italiani, un giorno della passata primavera, si sono svegliati poveri. Oppure, gli italiani riscoprono la povertà. Là dove forse sarebbe cascato meglio “gli italiani danno nuove forme alla loro vecchia povertà”. Spread.

In primavera, davanti a un evento reale, la crisi della Grecia, veniva raccontato tutto quanto con la stessa frenesia delle ultime ore di papa Giovanni Paolo II (“fermi tutti, non è ancora morto!”) e con un messaggio esplicito: noi siamo i prossimi, Atene è insalvabile. Però esisteva l’azione; esisteva qualche novità da riportare, per giustificare il crescendo di tensione. Ecco la lettera del pensionato suicida Dimitris Christoulas, ecco il passaggio censurato: “vista la mia età avanzata, non ho modo di reagire in modo attivo – ma se un mio concittadino greco afferrasse un kalashnikov, sarei pronto a stare al suo fianco”. Ecco il Partenone sotto assalto, ed ecco la domanda: siamo noi i prossimi, oppure volesse Iddio tocca prima alla Spagna? 

Dopo tre mesi di nulla infilzato sui giorni decisivi per le sorti dell’Euro, la risposta sarebbe scendere in strada a bruciare macchine a caso. Non lo fa nessuno. O quasi.

La cronaca nera

I primi mesi del 2012 sono occupati dal boom dei suicidi. Un’epidemia che colpirebbe quasi soltanto uomini – pensionati come Christoulas o più giovani padri di famiglia – e che, secondo alcune indagini, andrebbe ridimensionata; secondo altri, si tratterebbe proprio di una “tendenza” creata ad arte, sulla base di pochi dati interpretati molto male. Un boom fatto nascere, non raccontato. Più consistenza avrebbero i gesti dimostrativi, dove gli uomini si asserragliano in banche e istituti di credito, minacciando di darsi fuoco, di tagliarsi le vene, di fare del male a se stessi e agli altri. (Frasi chiave: Non ho più credito; non ho più niente. Devo parlare. Fatemi parlare con qualcuno.) E i media italiani danno enorme spazio a questi incidenti – quando accadono in altri paesi, e finiscono col sangue; la storia dell’impiegato assassino Jeffrey Johnson, a New York, è per i tg nazionali una delle notizie del giorno, proprio come la strage di Denver.

Guardiamo all’estero perché da noi questioni simili si risolvono con l’intervento delle forze dell’ordine, prima che il responsabile di un potenziale gesto insano arrivi a togliersi la vita. Allora le notizie restano lanci, trafiletti. Da “Crisi: ha problemi con banca, uomo si suicida nel bolognese” si passa ad “Avellino, minaccia di darsi fuoco in banca”. Tutto a posto.

Quello che aumenta, sui media, sono i reati contro il patrimonio. E quello che arriva, di nuovo, sono le rapine ai videopoker. L’Italia è al sesto posto mondiale per volume del gioco d’azzardo – un settore che, in totale contro-tendenza, non presenta segni di crisi, e che non viene ostacolato in alcun modo. Il grosso di questo gioco si svolge in pubblico, a viso aperto; il denaro arriva dai videopoker sistemati in ogni bar, edicola, tabaccheria del paese. E ogni esercizio che ospita un videopoker ha bisogno di un cambiamonete, a volte incassato nelle pareti del locale, a volte no.

A luglio cominciano gli assalti ai cambiamonete. Furti con scasso, realizzati in piena notte, questi sì molto ripresi dalla stampa, soprattutto locale. Anche se manca il morto. I responsabili, mai arrestati né identificati, puntano a esercizi commerciali più o meno isolati, ma sempre dopo l’orario di chiusura; si lasciano dietro vetri rotti, serrande scassate, muri abbattuti e sbarre divelte dagli ingressi sul retro (belle foto, molto d’impatto), ma rispetto ad altri mini-boom del passato recente, come le rapine in villa effettuate da bande di rumeni, non si possono registrare feriti, stupri, ostaggi. I danni materiali toccano alle imprese che gestiscono i videopoker, e ai padroni dei singoli locali, che però trattengono solo una parte minima del ricavato – intorno al 5%, di solito. Sono danni, sì, ma non certo impressionanti come il fallout di una rapina in banca.

Cosa succede? È il gesto stesso a essere degno di monitoraggio, da parte di una cronaca che nell’estate 2012 decide di mettere questi furti in prima pagina, in tutto il paese, in una quasi assoluta mancanza di giudizio morale. Nessuno viene invitato a giocare meno, ma nessun criminale viene spacciato per Robin Hood. Spaccare pareti e sfondare vetri è una cosa che si fa, e basta. Gotham può essere serenamente ridotta in cenere. E ora, passiamo alla pornografia.

Lo sdegno

Tipico di ogni crisi è il piacere di vedere trascinato in rovina chi “non si merita” il proprio privilegio, il benessere esistenziale e materiale raggiunto: un nemico frequente, in Italia, sono i parlamentari, bersagli di proposte referendarie non troppo elaborate quando non di iniziative politico-virali destinate a non uscire mai dalle catene di Sant’Antonio. Lo stesso. L’importante è che il ricco perda tutto, riceva una punizione esemplare. Non perché tu possa così trionfare su di lui, ma perché tu possa vederlo rotolarsi nella stessa polvere, a pochi metri da te. Negli Stati Uniti era cominciata nel 2009, quando la crisi dei mutui, oltre a gettare famiglie medie sul lastrico, aveva tagliato il bilancio ai figli dei ricchi, costretti a lasciare gli stage non pagati e le zone boho chic delle grandi città perché i genitori non potevano più mantenerli a quel tenore di vita. Nessuno piangeva per loro, molti dicevano “ben gli sta, finalmente un po’ di giustizia”.

In Italia, nel 2012, c’è Sara Tommasi. Per parlare di lei nella realtà servirebbero tempo e fatica. (Un tentativo di riassunto? “Ex modella e personaggio televisivo la cui fortuna, secondo alcuni, si sarebbe compromessa nel 2011, con la pubblicazione sul Corriere del Mezzogiorno degli sms che lei aveva spedito a Silvio Berlusconi, e che oscillavano da “mi hai fatto ammalare… paga i conti dello psicologo” a “ti amo ancora”). Alla cronaca basta una frase: ragazza ricca, caduta in basso.

La caduta, qui, è preparata da una serie di iniziative personali, tutte ben documentate. C’è l’adesione al movimento di Scilipoti contro il signoraggio bancario, ci sono i video dove lei si toglie i vestiti, commentando “lo faccio solo perché si parli di questo grave problema”; poi ci sono gli striptease integrali per le strade di Roma, e le foto di lei che si struscia contro un Bancomat. Una scena che Robocop, con il suo “lo compro per un dollaro!”, se la sognava di notte.

A giugno Sara Tommasi interpreta un film pornografico. Sara contro tutti, poi rettificato in La mia prima volta. Resterà la notizia dell’estate. Non perché si tratti di un porno ben realizzato, o perché la modella sia la prima personalità pubblica ad accostarsi al genere. No. Quello che fa centro è la punizione della celebrità. Anche chi non visiona il film al completo non può non vedere gli screenshot degli occhi sbarrati della Tommasi, che per mesi vengono ripresi da stampa e tv nazionali; anche chi è disposto a lasciarsi trasportare non può ignorare che nel prodotto finito Tommasi scandisce “sono una zoccola” con l’aria di chi vorrebbe essere in qualsiasi altro posto. Con l’aria di non essere stata preparata affatto, da nessuno, alla prestazione lavorativa che sta svolgendo davanti alla videocamera. Lei si sta abbassando per questioni di sopravvivenza, non per desiderio di apparire o ambizioni più alte.

Sara Tommasi realizza quindi il finale di Requiem for a Dream a beneficio di chiunque abbia dimestichezza con le edicole, una buona connessione o un abbonamento a Sky.

Di fronte all’angoscia trasmessa dal film, alcuni parlano di circonvenzione di incapace, attribuiscono alla protagonista dolori segreti che spaziano dall’abuso di cocaina al disagio psichiatrico. Diversa luce, mediaticamente, hanno altre delle sue disavventure. Ecco Sara Tommasi che spazza il pavimento in un ristorante di Riccione, su richiesta di un utente YouTube; ecco Sara Tommasi che afferma “ho avuto un contatto con entità aliene, mi hanno impiantato un microchip nel cervello”, eccola in discoteca mentre i presenti intonano “sono tutte puttane”, ed eccola pellegrina a Medjugorje insieme alla madre. Se chiudi qui, hai anche il lieto fine. Una specie.

La punizione della celebrità, in Italia, è quello che passa per una storia di interesse umano. La ragazza ricca compie ogni attività considerata “degradante”, dalla doppia penetrazione alle pulizie. Diventa solo un’altra stagista impacciata, in una realtà-azienda che continuerà a esistere per molti anni, quando lei se ne sarà andata.

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Obama, message in a bottle https://minimaetmoralia.it/politica/obama/ https://minimaetmoralia.it/politica/obama/#comments Thu, 17 Jan 2013 14:32:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12459 (Fonte immagine)

Inizia un nuovo anno, e non è detto che debba essere così catastrofico come gli ultimi trascorsi, o come molte previsioni economiche e politiche annunciano. A volte, seppure in mezzo a mille difficoltà, un po’ di ottimismo non guasta; e a ben vedere, un minimo potrebbe anche essere giustificato.

Nello scacchiere internazionale il 2013 si è aperto con la battaglia vinta da Obama in sede parlamentare per quanto riguarda, in scarna sintesi, l’aumento della tassazione del ceto medio-alto statunitense, nel tentativo di evitare il materializzarsi del “fiscal cliff”, lo spettro americano del baratro fiscale che molto somiglia in casa nostra al marchio “spread”, altro termine sconosciuto sino a pochi mesi fa, improvvisamente popolare dopo l’avvento di Mario Monti alla presidenza del Consiglio; il quale, pronunciandosi sul successo politico dell’amico Barack (pare si diano del tu chiamandosi per nome), cinguettava un “finalmente” riferendosi al dimezzamento dello spread causato dalle notizie provenienti dalla Casa Bianca sull’accordo raggiunto. Un dimezzamento che era tra gli obiettivi principali del suo operato al governo nel corso del 2012, arrivato come manna dal cielo per il neocandidato, e dunque immediatamente trasformato in notizia di bassa cucina da propaganda elettorale: è la comunicazione globale, bellezza. Basta un tweet.

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Inizia un nuovo anno, e non è detto che debba essere così catastrofico come gli ultimi trascorsi, o come molte previsioni economiche e politiche annunciano. A volte, seppure in mezzo a mille difficoltà, un po’ di ottimismo non guasta; e a ben vedere, un minimo potrebbe anche essere giustificato.

Nello scacchiere internazionale il 2013 si è aperto con la battaglia vinta da Obama in sede parlamentare per quanto riguarda, in scarna sintesi, l’aumento della tassazione del ceto medio-alto statunitense, nel tentativo di evitare il materializzarsi del “fiscal cliff”, lo spettro americano del baratro fiscale che molto somiglia in casa nostra al marchio “spread”, altro termine sconosciuto sino a pochi mesi fa, improvvisamente popolare dopo l’avvento di Mario Monti alla presidenza del Consiglio; il quale, pronunciandosi sul successo politico dell’amico Barack (pare si diano del tu chiamandosi per nome), cinguettava un “finalmente” riferendosi al dimezzamento dello spread causato dalle notizie provenienti dalla Casa Bianca sull’accordo raggiunto. Un dimezzamento che era tra gli obiettivi principali del suo operato al governo nel corso del 2012, arrivato come manna dal cielo per il neocandidato, e dunque immediatamente trasformato in notizia di bassa cucina da propaganda elettorale: è la comunicazione globale, bellezza. Basta un tweet.

Quello che interessa è che quanto ottenuto da Obama (al lavoro a testa bassa dal giorno dopo la sua rielezione) ci ricorda qualcosa che forse un po’ troppo e in troppi stavamo dimenticando, vale a dire la possibilità di incamminarsi verso la strada di una maggiore equità sociale, e di poterlo fare nella maniera più opportuna. Da quel furbone che è, infatti, mr. Obama ha subito commentato l’approvazione parlamentare ricordando che la sua proposta non deve essere paragonata a quella del nuovo leader francese, il socialista Hollande, che ha visto tornare al mittente l’idea di una superpatrimoniale che prevedeva il 75% di tassazione per i più ricchi (pare sia incostituzionale). La sua, piuttosto, è stata una soluzione ponderata e discussa in Senato e (strenuamente) alla Camera, sino a incassare anche il voto di buona parte dei repubblicani, cosa impensabile soltanto pochi mesi or sono, e praticamente mai verificatasi in precedenza, soprattutto quando negli States vengono tirati in ballo temi-tabù quale quello di una maggiore tassazione fiscale. Eppure si può: questo sembra il messaggio nella bottiglia che dalle fredde acque dell’oceano americano approda sino ai nostri lidi. Ma che aria tira dalle nostre parti?

Vento di elezioni, elezioni che, comunque andranno a finire, segneranno un momento nuovo della turbolenta storia italica. Mai prima era accaduto, infatti, di poter scegliere tra formazioni politiche così in fase di trasformazione, a parte il dinosauro uscito dal cilindro, che de facto non sorprende nessuno. La domanda però rimane sempre la stessa: si riusciranno a migliorare le condizioni del nostro Paese, soprattutto in termini di diritti civili ed equità sociale? Difficile dirlo oggi; il circo della campagna elettorale è appena partito, e tra comici divenuti politici, politici divenuti comici, professori mascherati da tecnici e magistrati appena sbarcati dal Guatemala, grande rimane la confusione sotto al cielo, dalle Dolomiti a Lampedusa. Eppure, anche questo, non è detto che sia un male.

Magari chissà, qualcuno si ricorderà che le persone vengono prima di programmi e alleanze, mentre qualcun altro potrebbe rivendicare, a ragione, che l’Italia non ha nulla da invidiare a nessuno, e che guardando al suo glorioso passato dovrebbe avere le capacità e la costanza di costruire un futuro comune condiviso (condivisibile), basato sui naturali principi del rispetto tra individui. E non si tratta qui della retorica “narrazione collettiva” vendoliana: mi pare che anche un certo Gesù Cristo, bene o male, la pensasse così. E a dirla tutta pure Robin Hood, seppure a modo suo. Il fatto è che in Italia tanti ricchi si nascondono (si vergognano? la vedo dura), mentre in Francia, vista la mal parata, alcuni scelgono l’espatrio dall’amico Putin, scuola KGB, che di certe cose se ne intende. Negli Usa invece tengono a precisare che, seppur in molti non d’accordo, tra i benestanti non si muove nessuno.

Intanto Obama un passo in avanti l’ha fatto, recuperando 600 dei 4.000 miliardi che il Fondo Monetario Internazionale reclama dopo il crollo economico partito proprio dall’America nel 2007, che ha poi contagiato gran parte del mondo occidentale.

Ma la temuta signora bionda, la Christine Lagarde prima donna alla guida del più importante istituto economico del mondo, il giorno dopo la grande euforia ha immediatamente chiamato l’amico Barack, per congratularsi e ricordargli che ora, in breve, brevissimo tempo, deve trovare anche gli altri soldi che mancano. Riusciranno i nostri eroi?… In fondo, a ben pensarci, poco importa.

L’importante è che una luce fioca sembra intravedersi in fondo al tunnel. Visto che i Maya ci hanno graziati, proviamo a seguirla, facendo ciascuno la propria parte. E perché no a godercela anche (chi in qualche modo può), da soli o in compagnia, senza stare sempre lì ad arrovellare mente e cuore sulle nubi minacciose che incombono.

Buon anno.

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