Stamina Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/stamina/ un blog di approfondimento culturale Tue, 11 Feb 2014 13:55:39 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Stamina Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/stamina/ 32 32 La ragazza con l’orecchino di perla: marketing o conoscenza? https://minimaetmoralia.it/arte/la-ragazza-con-lorecchino-di-perla-marketing-o-conoscenza/ https://minimaetmoralia.it/arte/la-ragazza-con-lorecchino-di-perla-marketing-o-conoscenza/#comments Tue, 11 Feb 2014 13:22:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18345 Pubblichiamo un intervento di Tomaso Montanari, che tornerà a fine marzo in libreria con Istruzioni per l'uso del futuro, uscito sul blog del Fatto Quotidiano.

Una galleria d’arte contemporanea di Bologna – la Spazio Testoni – ha appena inaugurato una mostra di interpretazioni contemporanee della Ragazza con l’orecchino di Perla, il capolavoro di Vermeer trionfalmente esibito poco lontano, a Palazzo Fava. Uno degli artisti invitati a partecipare, Giovanni de Gara, mi ha chiesto di spiegargli perché fossi contrario a questa clamorosa operazione di marketing: e ha deciso di incorniciare ed esporre in quella mostra proprio la mail con la quale gli ho risposto (vedi foto).

Così facendo, Giovanni ha interpretato il proprio ruolo di artista come quello del bambino che dice “il re è nudo”. È questa, infatti, la più antica e misteriosa funzione degli artisti: dire la verità.

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Pubblichiamo un intervento di Tomaso Montanari, che tornerà a fine marzo in libreria con Istruzioni per l’uso del futuro, uscito sul blog del Fatto Quotidiano.

 

Una galleria d’arte contemporanea di Bologna – la Spazio Testoni – ha appena inaugurato una mostra di interpretazioni contemporanee della Ragazza con l’orecchino di Perla, il capolavoro di Vermeer trionfalmente esibito poco lontano, a Palazzo Fava. Uno degli artisti invitati a partecipare, Giovanni de Gara, mi ha chiesto di spiegargli perché fossi contrario a questa clamorosa operazione di marketing: e ha deciso di incorniciare ed esporre in quella mostra proprio la mail con la quale gli ho risposto (vedi foto).

Così facendo, Giovanni ha interpretato il proprio ruolo di artista come quello del bambino che dice “il re è nudo”. È questa, infatti, la più antica e misteriosa funzione degli artisti: dire la verità.

E la verità – ha scritto Tony Judt – «la verità spiacevole, nella maggior parte dei casi, è di solito che ti stanno mentendo».

In questo caso, la menzogna è che l’esibizione del dipinto di Vermeer abbia qualcosa a che fare con la cultura. In effetti, non c’è nulla di culturale in tutto questo: si tratta solo dello spostamento materiale di un’opera unito a una abilissima operazione commerciale. Senza una ricerca, un progetto scientifico, un senso intellettuale: un qualunque valore aggiunto di conoscenza.

Come ogni altra opera d’arte del passato, la Ragazza con l’orecchino di perla può giocare un ruolo davvero positivo nella nostra esperienza culturale in due casi: se la conosciamo nel contesto del suo museo (la Mauritshuis), della sua città (l’Aja), del suo paese (l’Olanda); oppure se la conosciamo in una mostra che ne ricostruisca il contesto artistico, e ne aumenti dunque la comprensione scientifica, rendendocela accessibile senza tradire né le ragioni della scienza né quelle della comunicazione.

L’aspetto più perverso di questa operazione, invece, è proprio l’isolamento del ‘capolavoro’, la sua ‘assolutizzazione’, e cioè, letteralmente, lo scioglimento di ogni suo legame (artistico, storico, culturale in senso lato). Con il quadro di Vermeer sono esposte a Bologna altre opere provenienti dallo stesso museo: ma tutta la comunicazione punta su quell’unico dipinto, che anche grazie alla sua fortuna letteraria e cinematografica viene trasformato in una specie di seconda Monna Lisa, un’icona senza tempo e senza senso.

Sarebbe interessante chiedersi perché la Mauritshuis assecondi un’operazione così marcatamente trash. E una risposta è che quel museo, dal 1995, non è più dello stato olandese: è stato privatizzato. E quando un’istituzione come un museo smette di essere al servizio esclusivo di una comunità e inizia a inseguire anche scopi di mercato, come il profitto, la produzione di conoscenza cessa di essere l’unica bussola.

Anche se ogni incontro diretto con un’opera d’arte è un’occasione preziosa, dovremmo quindi guardare a questa operazione con lo stesso scetticismo con cui ci difendiamo dal martellamento pubblicitario che subiamo ogni giorno. Tutti i giornali, tuttavia, dicono esattamente il contrario, ed esaltano l’evento senza manifestare alcun dubbio: forse anche a causa dell’enorme quantità di pubblicità che gli organizzatori hanno acquistato dagli stessi giornali.

Questo è il punto più delicato: e non solo per la storia dell’arte, come dimostra per esempio il caso Stamina. Il conformismo mediatico ci abitua a giudicare la qualità in base al consenso, e ad acquisire il consenso tramite una qualche forma di marketing fondata su elementi irrazionali ed emotivi che hanno a che fare con i meccanismi del desiderio. È per questo che una diffusa retorica oppone le «emozioni» alla conoscenza, che viene guardata con sospetto e screditata con ogni mezzo.

Esibire la Ragazza con l’orecchino di perla (ma anche la Gioconda, o il David di Michelangelo) come una reliquia magica, isolata ed irrelata, non ha nulla a che fare con la conoscenza. E anche se ci sono in fila centinaia di migliaia di persone tutto questo ha anche poco a che fare con un’emozione autentica, spontanea, non indotta.

Possiamo non vedere il problema, sul momento: tutto, anzi, congiura perché non lo vediamo. Ma, sul medio e poi sul lungo periodo, gli alberi si riconosceranno dai frutti: il marketing produce clienti, inconsapevoli e tendenzialmente infantili, mentre la conoscenza aiuta a formare cittadini consapevoli, disposti a lavorare alla propria maturazione.

Le chiese di Bologna rigurgitano di opere d’arte non meno emozionanti, e che si possono vedere gratuitamente. E l’Aja è molto vicina: la Ragazza con l’orecchino di perla non scappa. Dunque, non ingrossiamo le lunghe file degli accalappiati: non andiamo a vedere la mostra bolognese.

Proviamo invece a ribaltare il paradigma: visitiamo luoghi culturali gratuiti, e possibilmente a chilometro zero, cioè presenti sui nostri itinerari quotidiani. Una simile scelta equivale ad aprire gli occhi: ad accendere la luce nella casa in cui abitiamo da anni al buio perché non abbiamo mai avuto il desiderio di vederla. Ed equivale anche a essere cittadini, e non clienti; visitatori e non consumatori; educatori di noi stessi e non contenitori da riempire. Si risparmiano tredici euro: ma si guadagna molto di più.

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Il metodo Stamina non è un metodo. Punto. https://minimaetmoralia.it/interventi/il-metodo-stamina-non-e-un-metodo/ https://minimaetmoralia.it/interventi/il-metodo-stamina-non-e-un-metodo/#comments Fri, 06 Dec 2013 17:26:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16909 Oggi pomeriggio su Rai Uno andava in onda un ignobile approfondimento sul cosiddetto Metodo Stamina. In studio una serie di famiglie di piccoli malati, e in collegamento da Capo Verde il cosiddetto professor Vannoni. Il tutto è proseguito per un’ora senza nessun tipo di contradditorio. Ripubblichiamo qui un intervento di Elena Cattaneo e Gilberto Corbellini […]

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Oggi pomeriggio su Rai Uno andava in onda un ignobile approfondimento sul cosiddetto Metodo Stamina. In studio una serie di famiglie di piccoli malati, e in collegamento da Capo Verde il cosiddetto professor Vannoni. Il tutto è proseguito per un’ora senza nessun tipo di contradditorio. Ripubblichiamo qui un intervento di Elena Cattaneo e Gilberto Corbellini uscito sul Sole 24ore, e rimandiamo, per una buona ricostruzione, al dossier di Wired e all’intervento recente di Matteo Bordone.

Ora che «Nature» ha smascherato quella che sembra essere una frode ai danni dello stato, ma soprattutto dei pazienti, organizzata da Vannoni & Co., ci si aspetta che i tribunali facciano quello che avrebbero dovuto fare da tempo; cioè perseguire questi ciarlatani, invece di prescrivere d’ufficio il falso trattamento. E in un paese più civile i giudici che hanno abusato della loro funzione sarebbero anche sanzionati per i danni che hanno concorso a causare, insieme a tutti coloro che hanno promosso l’immagine di un “metodo” e di “cure” mai dimostrate. Attraverso pubblicità spesso ingannevoli, e sfruttando ignominiosamente la credulità popolare, oltre che la debolezza di chi spera. Tutti hanno visto e possono ora giudicare le trasmissioni televisive in cui Le Iene hanno disinformato l’opinione pubblica

 Era chiaro all’intera comunità scientifica che il “metodo Stamina” non esiste. L’ha detto in modo chiaro anche l’Accademia dei Lincei, mentre è rimasto inspiegabilmente in silenzio la Federazione Nazionale dell’Ordine dei Medici, se non per un comunicato tardivo e minimale. Ora ci sono le prove che Vannoni & Co. hanno trafugato immagini da articoli pubblicati anni fa da scienziati russi, che descrivono procedure diverse dal metodo per il quale i nostri hanno chiesto la protezione brevettuale. Al Parlamento e nelle audizioni alla Camera quel “metodo” Stamina era stato presentato come unico, migliore rispetto a qualsiasi altro, una strategia rivoluzionaria, «con tante raffinatezze» come dichiaravano i nostri, descritto in quell’unico testo grossolano a cui Stamina ha sempre fatto riferimento. Una richiesta brevettuale che non ha mai avuto fortuna. «Sta tutto lì dentro», dicevano. Infatti, ci stanno anche gli imbrogli “scientifici”, ora sappiamo da «Nature», che confermano che il “metodo” non esiste. Ci si aspetta una dura reazione del ministro della Salute, e ci si chiede perchè la governance universitaria (Rettore dell’Università di Udine, Presidente del Consiglio Universitario Nazionale e Ministro dell’Università e Ricerca), alla quale spetta la responsabilità civile dell’educazione al rispetto dei fatti e delle prove, in particolare dei futuri medici e professionisti del settore sanitario, non abbiano mai censurato il comportamento pubblico del professor Davide Vannoni (associato di psicologia della comunicazione a Udine, quindi nè medico nè biologo) il quale nei mezzi di informazione ha offeso e minacciato i colleghi che, legittimamente, e prove alla mano, l’hanno criticato.

Rimangono aperte alcune domande sui modi e sul merito di quel che è accaduto. Cominciamo dai modi. Quale reazione susciterebbe in un cittadino di media intelligenza e cultura il fatto che un parlamento votasse per fare un esperimento che dovrebbe stabilire se hanno ragione alcuni fanatici, i quali sostengono che gli astronomi si stanno sbagliando e non è la Terra che gira intorno al Sole, ma viceversa? Noi pensiamo che questo immaginario cittadino sarebbe scandalizzato. Penserebbe di essere di fronte a un imbroglio colossale perpetrato da manipolatori, ai danni di una classe politica poco preparata in materia. Ebbene la vicenda “Stamina” è più o meno equivalente. E dimostra che la politica non deve occuparsi di stabilire se una teoria scientifica o una tecnica sono valide. Deve solo garantire la libertà di ricerca e il confronto e la competizione per le idee migliori (che poi ricadranno positivamente sulla società) oltre a tutelare la sicurezza dei cittadini. Perché il valore conoscitivo di un’ipotesi scientifica o l’utilità di un’innovazione non può essere messa ai voti. Quando la politica si impicciava o si impiccia accadevano i casi Galileo e Lysenko, si facevano e si sono fatte le leggi eugeniche razziste e naziste, sono accaduti i casi Di Bella, eccetera. Cioè si son fatti e si fanno danni: soldi buttati, pazienti esposti a rischi inutili, morti, eccetera.

Evidentemente un principio così elementare, come quello che il confronto tra ideologie e interessi deve star fuori dall’accertamento delle verità di fatto in materia di scienza e tecnologie, perché porta facilmente a manipolazioni strumentali, non fa ancora parte della cultura politica di questo paese. Ma i tecnici queste cose dovrebbero saperle. E il guaio, nel caso Stamina, è stato fatto dal ministro tecnico Balduzzi. Perché non abbiamo mai capito come abbia potuto emettere un decreto che autorizzava una pratica illegale per giunta bloccata dall’Aifa, oltre che priva di alcuna consistenza medico-scientifica. E come abbia potuto il Senato peggiorare quel decreto approvando modifiche che avrebbero prodotto disastri epocali per lo Stato e i malati, se la Camera dei deputati non avesse preso tempo per capire meglio e licenziare un testo di legge un po’ più basato sui fatti.

Per rispondere a questi interrogativi, bisogna entrare nel merito. Da alcuni anni lo staminologo italiano Paolo Bianco lancia l’allarme in merito al rischio che la cosiddetta medicina rigenerativa, e in generale le terapie che somministrano con intenti terapeutici cellule e preparati cellulari, stia favorendo l’emergere di una pressione politica ed economica per accelerare il trasferimento alla clinica di esperienze di laboratorio. Per quest’approccio è stato anche inventato un nome: si chiama “medicina traslazionale” e cerca di far fronte a, e sfruttare, spesso prescindendo da ogni razionale scientifico e da ogni prova di efficacia, la domanda di trattamenti per malattie rare e gravi.

Ebbene ci sono prove che è in atto un’operazione scientificamente calcolata per indurre le agenzie regolatorie internazionali, quindi per spingere i parlamenti e i governi che decidono la politica di queste agenzie, ad abbassare i criteri richiesti per l’approvazione dei trattamenti terapeutici avanzati, in modo particolare l’uso di cellule staminali. Quali sarebbero gli argomenti per chiedere meno controlli? Si dice che dovrebbe bastare la prova dell’innocuità dei trattamenti per dare l’autorizzazione. Una volta provato che questi trattamenti non sono dannosi, per quanto riguarda l’efficacia si dovrebbe lasciare a una valutazione che viene dall’uso che se ne farà. A chi obietta sull’eticità di proporre trattamenti di non provata efficacia, si risponde che in fondo spetta al paziente in autonomia decidere se vuole sottoporvisi.

L’argomento si potrebbe anche prendere in considerazione se tutto questo fosse fatto con investimenti privati e una rigida sorveglianza da parte di agenzie indipendenti. In realtà, lo si vuol fare, come sta accadendo per Stamina, a spese del sistema sanitario nazionale e riducendo indiscriminatamente i controlli relativi all’efficacia e alle conseguenze avverse. Il caso Stamina dimostra, se ce ne fosse stato bisogno, dato quel che è sempre successo in passato, quali rischi si corrono a eliminare regole che sono state introdotte proprio per prevenire questo genere di abusi. Regole che possono anche essere riviste – qualora e se le promesse di efficacia delle strategie a base di staminali si faranno più solide – ma non per favorire gli interessi di uomini d’affari anche se questi sono stati o sono medici o scienziati. Bensì per tutelare meglio i pazienti e allo stesso tempo favorire davvero una maggiore produttività nell’ambito dell’innovazione terapeutica per malattie che oggi non lasciano speranza, ma sulle quale scienziati e medici sono in campo ogni giorno.

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