Stefano Ciavatta Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/stefano-ciavatta/ un blog di approfondimento culturale Thu, 11 Jul 2019 10:25:03 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Stefano Ciavatta Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/stefano-ciavatta/ 32 32 L’Italia razzista. La persecuzione contro gli ebrei https://minimaetmoralia.it/libri/litalia-razzista-la-persecuzione-gli-ebrei/ https://minimaetmoralia.it/libri/litalia-razzista-la-persecuzione-gli-ebrei/#comments Thu, 11 Jul 2019 05:30:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40729 “Roma di travertino rifatta di cartone aspetta l’imbianchino, suo prossimo padrone”, scriveva Trilussa a proposito della visita di Adolf Hitler a Roma nel 1938, e non si dica che i poeti a Roma siano soltanto avatar della cartolina della Città Eterna. L’ex vedutista di cose viennesi riconvertito in Führer  e “primo soldato del Reich” (le tre allucinazioni, come le ha chiamate lo storico militare inglese John Keegan ne “La maschera del comando” pubblicato dal Saggiatore) arrivò in treno a Roma alle 20,30 del 3 maggio.

L’imponente rappresentanza sbarcò a stazione Ostiense, all’epoca una stazione fantasma, a mala pena uno scalo di binari, e quindi inventata per l’occasione: la logistica della propaganda trovò utile l’ubicazione di quel binario perché da lì, appena al di fuori delle millenarie mura aureliane, si poteva risalire in parata trionfale fino al Quirinale passando per i gioielli classici di Roma.

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hitler roma 1938

“Roma di travertino rifatta di cartone aspetta l’imbianchino, suo prossimo padrone”, scriveva Trilussa a proposito della visita di Adolf Hitler a Roma nel 1938, e non si dica che i poeti a Roma siano soltanto avatar della cartolina della Città Eterna. L’ex vedutista di cose viennesi riconvertito in Führer  e “primo soldato del Reich” (le tre allucinazioni, come le ha chiamate lo storico militare inglese John Keegan ne “La maschera del comando” pubblicato dal Saggiatore) arrivò in treno a Roma alle 20,30 del 3 maggio.

L’imponente rappresentanza sbarcò a stazione Ostiense, all’epoca una stazione fantasma, a mala pena uno scalo di binari, e quindi inventata per l’occasione: la logistica della propaganda trovò utile l’ubicazione di quel binario perché da lì, appena al di fuori delle millenarie mura aureliane, si poteva risalire in parata trionfale fino al Quirinale passando per i gioielli classici di Roma.

In un mese e mezzo venne creato un padiglione basso, con forme quadrate, in linea col monumentalismo ufficiale, una struttura provvisoria con la facciata in travertino e una selva di tubi innocenti ricoperti di legno e stucco per dare l’effetto del marmo. La cosa funzionò e piacque, venne allora rifatta sempre dallo stesso progettista Narducci nel 1940 in vista della mai aperta esposizione universale del ‘42. La fiction fu aiutata dal buio della sera, l’arrivo di Hitler finì avvolto e inquadrato da luci e riflessi spettacolari.

L’invenzione della nuova porta d’ingresso a Roma faceva il paio con i cartelloni pubblicitari disseminati lungo le tratte ferroviarie per nascondere all’imbianchino le baraccopoli di una Roma non all’altezza dell’Impero. Il bluff cialtrone della stazione Ostiense assomiglia a quei canali youtube come Primitive Tool o Jungle Survival: ingegnose e rapide costruzioni temporanee di case e piscine con materiali basici in mezzo alla foresta, sperando che non si metta a piovere e sciogliere l’impasto di argilla, rovinando tutto.

A maggio il primo trancio dell’estate che verrà è seducente, alla sera il caldo blu del cielo diventa un fondale intimo, non più respingente. Poi subentra giugno e l’estate si manifesta con una luce ottusa, sparpagliata, spiazzante. C’è qualcosa di aggressivo anche se non succede nulla. Ufficialmente la visita di Hitler non comporta firme, trattati, convenzioni. Ma è pur sempre lo scellerato Adolf Hitler in pompa magna, mica Gregory Peck in vespa.

Ed è nel riparo da questa luce spietata, nei corridoi e nelle stanze di redazioni e ministeri romani, che si stanno preparando in segreto le leggi razziali, portando a compimento un percorso burocratico già random e accelerato con la creazione delle nuove colonie africane. Il sole che il mattino dopo sbatte sull’enorme spiazzo polveroso della nuova stazione illumina le grandi bandiere con le svastiche messe a cordone del viale d’ingresso, nelle foto ufficiali non c’è vento, le figurine che si vedono camminano in qualcosa più grande di loro, non hanno addosso l’euforia dei pretini di Mario Giacomelli. Ma non importa, Mussolini sta provvedendo ad aggiornare l’Italia sul fuso di Berlino.

E così il 15 luglio esce anonimo il “Manifesto della Razza” sul “Giornale d’Italia” con il titolo “il fascismo e i problemi della razza”, scritto dal Duce, anzi dettato al 25enne Guido Landra, poco dopo sottoscritto da dieci scienziati italiani (Lino Businco, Lidio Cipriani, Arturo Donaggio, Leone Franzi, lo stesso Landra, Nicola Pende, Marcello Ricci, Franco Savorgnan, Sabato Visco ed Edoardo Zavattari), programma che fissa i punti fondamentali del fascismo nei confronti della razza, concetti strampalati che sosterranno l’insieme di decreti, leggi e circolari con l’obiettivo di cancellare la comunità ebraica in Italia, in quanto “gli ebrei non appartengono alla razza italiana“.

Poi viene l’agosto che tutto brucia: il 5 esce in 75mila copie l’orrido e violento quindicinale “La difesa della razza” diretto da Telesio Interlandi a cui Mughini ha dedicato un libro che di recente è stato ristampato da Marsilio, “A via della Mercede c’era un razzista”, alludendo alla sede del quotidiano Tevere, che si distinse nella campagna antisemita e che aveva sede nel budello della via del centro. Annunciato nelle circolari addirittura con un codice segreto, parte dal 22 agosto il nuovo censimento degli ebrei, la schedatura per il punto di non ritorno che segnerà il debutto legislativo il 5 settembre con l’esclusione delle persone ebree dalle scuole, e continuerà a lungo. Nota: tra i primi provvedimenti del Minculpop c’è il divieto di traduzione di libri ebrei, di adozione di libri scritti da ebrei, comprese le cartine geografiche.

Soltanto un anno prima, Giuseppe Bottai, “tra i più zelanti sostenitori della crociata antiebraica” come sentenzia la Treccani, di censimento ne faceva un’altro: quello delle osterie romane, a margine di un libro di culto della romanistica di cui Bottai volle scrivere assolutamente la prefazione, “una scorribanda nei sentieri della vita popolaresca romana tra rumorose alzate di bicchieri”. Aggiungi un posto a tavola, anzi no. A proposito di Roma popolare: nei rivoli delle mille cose interdette c’è la raccolta di rottami, l’esercizio da ambulanti, l’essere stracciaroli. Per chi volesse una foto simbolo di questi provvedimenti basta dire che metà dell’iconografia della Roma moderna a cavallo della breccia di Porta Pia finisce idealmente all’indice.

Di tutto ciò che nella realtà delle cose sancirà la visita di Hitler, di quale Italia segretamente già predisposta accolga il dittatore alla stazione e quale Italia inebriata dallo sguardo del potente alleato rompa definitivamente gli indugi sulla questione della razza; della “preparazione terrificante nella metodicità dell’odio razziale, anche prima che tutto sia travasato in norme giuridiche”; delle leggi razziali, “di cui ufficialmente e con tanta decisione si escludeva ogni possibile introduzione”; delle progressive disposizioni limitative e vessatorie, “320 provvedimenti dal 1938  fino al 1943 e un’altro centinaio dopo”; della “discriminazione, spoliazione, e persecuzione dell’antisemitismo burocratico”: di tutto questo e oltre ha scritto un grande libro di ricerca e divulgazione il giornalista Fabio Isman, autore di molti libri inchiesta sui beni culturali.

Per assemblare le oltre 250 pagine de “1938, l’Italia razzista, i documenti della persecuzione contro gli ebrei” pubblicato da Il Mulino con prefazione di Liliana Segre (si spera venga adottato nelle scuole), Isman ha consultato 231 volumi: contando le ore passate negli archivi grazie alle note d’ingresso e uscita ha raggiunto 32 giorni di studio tra gli scaffali di istituzioni e amministrazioni, come quello dell’Archivio centrale di Stato e Banca intesa di Milano.

Ha la copertina grigia, il tono spento, colore della burocrazia. È un libro che non era stato ancora scritto sui “conti italiani della Shoah prima della Shoah” come è stato detto in una delle tante presentazioni, una indagine sull’acquisizione dei beni dei cittadini ebrei da parte di organismi pubblici e privati a partire dall’isolamento serissimo e feroce delle leggi del ‘38, ovvero quanto è stato portato via, anche di nascosto, e quanto recuperato con gran fatica. I lavori della Commissione Anselmi, istituita nel 1998 e conclusa nel 2001 (Commissione per la ricostruzione delle vicende che hanno caratterizzato in Italia le attività di acquisizione dei beni dei cittadini ebrei da parte di organismi pubblici e privati), hanno stilato un elenco di 8mila confische.  Ed è anche un testo sui legami giuridici della legislazione antisemita italiana ancora in piedi in anni recenti. Tanto fu convincente il bluff della stazione Ostiense quanto radicate furono le disposizioni. Nel 2008 un decreto legge abroga 3.300 atti, tra cui la legge 22 dicembre 1939, n. 2194, che vietava agli ebrei di allevare e usare i colombi viaggiatori. Fino alla legge Bersani del 1997 gli ebrei professionisti non potevano riunirsi ufficialmente: era illegale per gli architetti ebrei consorziarsi per fare uno studio. L’Egeli, l’Ente gestione e liquidazione beni ebraici che nasce nel 1939, venne abolito nel 1997 grazie al ministro del Tesoro Azeglio Ciampi.

Tra le cose mai restituite, e di cui si è occupata una commissione del Governo senza risultati, c’è la storica biblioteca della antichissima comunità ebraica romana, razziata nell’ottobre 1943 prima del rastrellamento e sparita chissà dove. Nella ricerca di Isman si legge che “era la più importante biblioteca in Italia, e tra le maggiori in Europa. Nel censimento del 1934 risultano 8mila volumi, 28 incunaboli, 183 cinquecentine, anche quelle stampate a Venezia da Bomberg (tra cui una prima edizione del Talmud, 8 tomi), Bragadin e Giustiniani. Testi del ‘500 da Costantinopoli, Salonicco, Cracovia e Lublino, e del ’700/800 da Venezia e Livorno. Secondo uno studioso degli anni 30, conteneva un quarto dei libri editi dai famosi Soncino (stampatori, tipografi, editori ebrei aschenaziti), con trattati di Avicenna, commenti ad Averroè del Trecento, e libri introvabili altrove”.

Altrove si legge che nel 1961 la ditta romana di trasporti Otto & Rosoni usata come facchinaggio dai tedeschi rispondeva per lettera all’allora presidente della comunità Fausto Pitigliani: “Nessun documento ferroviario risulta emesso da noi, per cui non possiamo precisare la destinazione di detti vagoni. Il trasporto per ferrovia venne curato direttamente dall’amministrazione militare tedesca”.

Nei decenni la biblioteca non è mai saltata fuori neanche a pezzi, smembrata magari tramite l’acquisto parziale da parte di privati, il che fa pensare gli addetti ai lavori che sia nascosta in toto. Dove sia sono solo voci, resta aperta l’indagine dei carabinieri del Patrimonio culturale. Colui che si prese l’incarico di provare a riportare a Roma la memoria della comunità, sprezzantemente razziata non casualmente ma dentro un programma rivolto a tutta Europa, il cacciatore di libri Dario Tedeschi, è morto a Roma a fine 2018.

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Prendersi Roma https://minimaetmoralia.it/societa/prendersi-roma/ https://minimaetmoralia.it/societa/prendersi-roma/#comments Mon, 16 Feb 2015 09:45:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25464 Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Immagine: The Sack of Rome, Johannes Lingelbach)

“Conquisteremo la vostra Roma, spezzeremo le croci e faremo schiave le vostre donne”, questa la minaccia dell'Isis. Non bastavano la "Grande bellezza" e il "Sacro Gra" a farla sentire sotto i riflettori dell'immaginario, anche se fuori fuoco e con uno sguardo stanco, – ecco che Roma si riscopre nel mirino della sicurezza, ecco che puntuale arriva l'ironia romanesca, ormai unico gergo nazionalpopolare. Dagospia raccoglie una lista di commenti degli abitanti. Sono tutte risposte ispirate a un giorno di ordinaria convivenza, dalla suocera al traffico a Equitalia, una ironia che vuole smontare l'impalcatura serissima della minaccia stendendo sui feroci proclami dell'Isis la protettiva e indulgente nebulosa di malesseri, affanni e pesi made in Rome, chiamando a protezione il cerchio gastrosessuale di battute che compone il primato comico di una città Roma che vorrebbe seppellire il mondo con una risata apparentemente leggiadra ma che rivendica come anticorpo contro i mali del pianeta una infastidita autarchia. “Pjamose Roma” diceva il Libanese di Romanzo Criminale, “prima però pensateci bene” è la sintesi della risposte all'Isis. Insomma la globalizzazione a Roma deve chiedere il permesso per entrare e casomai mettersi in fila. Ma non è sempre andata così, anzi.

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Sack_of_Rome_of_1527_by_Johannes_Lingelbach_17th_century

Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Immagine: The Sack of Rome, Johannes Lingelbach)

“Conquisteremo la vostra Roma, spezzeremo le croci e faremo schiave le vostre donne”, questa la minaccia dell’Isis. Non bastavano la “Grande bellezza” e il “Sacro Gra” a farla sentire sotto i riflettori dell’immaginario, anche se fuori fuoco e con uno sguardo stanco, – ecco che Roma si riscopre nel mirino della sicurezza, ecco che puntuale arriva l’ironia romanesca, ormai unico gergo nazionalpopolare. Dagospia raccoglie una lista di commenti degli abitanti. Sono tutte risposte ispirate a un giorno di ordinaria convivenza, dalla suocera al traffico a Equitalia, una ironia che vuole smontare l’impalcatura serissima della minaccia stendendo sui feroci proclami dell’Isis la protettiva e indulgente nebulosa di malesseri, affanni e pesi made in Rome, chiamando a protezione il cerchio gastrosessuale di battute che compone il primato comico di una città Roma che vorrebbe seppellire il mondo con una risata apparentemente leggiadra ma che rivendica come anticorpo contro i mali del pianeta una infastidita autarchia. “Pjamose Roma” diceva il Libanese di Romanzo Criminale, “prima però pensateci bene” è la sintesi della risposte all’Isis. Insomma la globalizzazione a Roma deve chiedere il permesso per entrare e casomai mettersi in fila. Ma non è sempre andata così, anzi.

Nel suo “Diario Notturno” Flaiano scriveva che “Roma è una città eterna non per le sue glorie, ma per la capacità di subire le barbarie dei suoi invasori, di cancellarle col tempo, di farne rovine”. Le rovine sono arrivate col passare dei secoli, non certo con l’ironia. L’eternità è stata guadagnata pagando un tributo enorme con il suo rovescio, ovvero una precarietà scandita dai cosiddetti sacchi di Roma. Il nemico alle porte, le mura violate, il panico, l’esercito in rotta, la fuga delle vestali, la città a ferro e fuoco, le basiliche depredate, l’umiliazione del riscatto, l’incubo del ritorno, il mito infranto dell’invulnerabilità, la resa della capitale dell’Impero e della Cristianità, e ancora le leggende sui salvatori, il presagio, la paranoia, l’angoscia latente per la devastazione, le sepolture nascoste, i palazzi imperiali danneggiati e abbandonati, ma maestosità rinnegata, la città museo di se stessa costretta a non specchiarsi più intatta. Insomma anche Roma ha avuto il suo 11 settembre. Ma quale? Più di uno.

Nell’estate del 386 a.C. i Galli entrano nella Roma repubblicana tra la Salaria e la Nomentana, se ne andranno sei mesi dopo carichi di bottino e con un clamoroso riscatto in denaro. Poco si è riuscito a ricostruire storicamente, di certo è il primo dei ripetuti colpi all’equilibrio mentale della città: è un disatro, un incubo, un big bang della paura. Nel 410 d.C. fu la volta dei Goti di Alarico alle prese con la Roma imperiale. Per il professore di Storia Romana presso l’Università Europea di Roma Umberto Roberto che li ha raccontati tutti nel libro “Roma Capta” (Laterza) fu il sacco con l’impatto emotivo più forte: “durò solo tre giorni, la città opulenta viveva della sua memoria, era indifesa, l’imperatore era a Ravenna e infatti politicamente non ebbe il valore terribile che invece fu nell’immaginario. Alarico diede retta alla parte più oltranzista del suo popolo per dare una lezione a Roma”. Nel 455 e nel 472 è la volta dei Vandali, i mori di Genserico entrano da Portuense e deportano le donne a Cartagine. “Durò due settimane, fu il sacco peggiore perché i Vandali arrivando dall’Africa interruppero il flusso economico a cui era legata l’aristocrazia senatoriale, Roma era una città parassita, viveva di sussidi e così non ci furono più risorse per rimetterla in piedi”.

I tre sacchi del quinto secolo secolo cambiano la mentalità dei romani e la loro concezione dello spazio urbano, sono traumi che si inseriscono nella memoria storica, c’è la consapevolezza – in una città così grande e spaziosa – che qualcuno possa portare via tutta la ricchezza che a Roma è arrivata da fuori. Anche la mappa della città cambia. “Nel 410 i miliardari dell’epoca, le grandi famiglie e la Chiesa, si erano impegnate per restituire Roma alla memoria dell’età dell’oro, alcune grandi basiliche vengono costruite su terreni saccheggiati, come Santa Maria Maggiore e il Celio, dopo il 455 invece molte zone vennero abbandonate a se stesse, la città si concentra tra Campo Marzio e Trastevere”.

Evariste-Vital_Luminais_-_Gaulois_en_vue_de_Rome

Altri cinque assedi avvenuti tra il 535 e il 552, con i Goti che entrano da sud a Porta San Paolo. Non sono nomi da soap opera quelli che i romani sono costretti a imparare – Brenno, Alarico, Totila, Genserico- eppure non erano barbari rozzi estranei alla società romani. Però l’immaginario dei Galli spina nel fianco è servito, anche a distanza di secoli. “L’avvicinamento dei Galli a Roma”, il dipinto ottocentesco del francese Evariste-Vital Luminais, potrebbe essere la copertina di “Meridiano di Sangue” di Cormac McCarthy: chiome fulve, enormi cavalli minacciosi, l’agro romano che risuona del trotto, nell’aria una lingua straniera contro cui – diceva Sallustio rammaricato- “ci si batteva sempre non per la gloria ma per la vita”. Idem per la cavalcata fragorosa e apocalittica tra i Fori illustrata dallo spagnolo Ulpiano Checa y Sanz.

I sacchi non si fermano e Roma riduce notevolmente la sua popolazione scendendo a poche migliaia di abitanti. Nell’alto medioevo c’è il sacco dell’846 da parte di diecimila Saraceni che risalgono il Tevere e bivaccano a San Pietro indisturbati. Nel 1084 c’è il sacco dei Normanni in soccorso del Papa che mutilò di nuovo la città rendendo marginali l’Esquilino e il Laterano. Infine il sacco imperiale dei protestanti Lanzichenecchi per tutto l’anno 1527 contro una Roma-Babilonia, sede della chiesa trionfante quattro-cinquecentesca e insieme della raffinata corte rinascimentale di Raffaello, Bramante e Michelangelo, di nuovo urbe Caput Mundi grazie a uomini che guardavano al mondo classico come modello da seguire e superare. Ma “il sacco arriva a riproporre dopo l’antico splendore rinnovato anche la decadenza e l’angoscia dei sacchi del quinto secolo. Erasmo disse che Roma se l’era meritato. L’evento segnò la marginalità dell’Italia”. La razzia sanguinaria dell’orda incontrollabile di soldati affamati, quella che una per tutte conia il termine Sacco, porterà a Clemente VII a commissionare il Giudizio Universale.

Dopo la punizione divina del 1527 solo nel 1870 verranno assediate di nuovo le mura di Roma, ma non ci sarà nessun sacco con la Breccia di Porta Pia, anzi Roma è da proteggere ed esaltare a gloria nazionale. Alla modesta capitale del Papa, tutta entro le mura, si aggiunge la nuova capitale del regno. Cambierà di nuovo la mappa, poi con Mussolini Roma raggiunge il milione di abitanti ma arriveranno pure i bombardamenti e i rastrellamenti, un antico vulnus riaperto, e finalmente la liberazione con i carri americani. La città dal dopoguerra a oggi è ridiventata enorme e popolatissima, con quartieri che si ignorano e urne disertate da un milione e mezzo di persone. Unico argine alla minaccia una risata, Carlo Verdone incalza: “questa è la grandezza dei romani”. Un esorcismo un po’ misero.

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Il nostro bisogno di polizia https://minimaetmoralia.it/calcio/il-nostro-bisogno-di-polizia/ https://minimaetmoralia.it/calcio/il-nostro-bisogno-di-polizia/#comments Wed, 07 May 2014 19:23:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20592 di Christian Raimo Non c’è nemmeno bisogno di citare René Girard e la sua psicologia delle folle (i suoi capri espiatori, la sua violenza mimetica…) per provare a commentare la narrazione tossica che ha avuto il suo incipit sabato 3 maggio con le notizie degli scontri vicino l’Olimpico ed è proseguita con la telecronaca Rai […]

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di Christian Raimo

Non c’è nemmeno bisogno di citare René Girard e la sua psicologia delle folle (i suoi capri espiatori, la sua violenza mimetica…) per provare a commentare la narrazione tossica che ha avuto il suo incipit sabato 3 maggio con le notizie degli scontri vicino l’Olimpico ed è proseguita con la telecronaca Rai della contrattazione tifosi-giocatori-polizia dentro lo stadio e poi ha ingrossato la fiumana di indignazione nazionale contro gli ultras e l’incarnazione iconica espressa da Genny A’ Carogna. Il risultato, una settimana dopo, mentre la notizia è ancora in prima pagina col suo corredo di dichiarazioni di Alfano, è – di fatto – uno solo. Una garanzia di arbitrio ancora maggiore per l’operato della polizia.
In tutto questo la vicenda legata a Genny ‘A Carogna è davvero emblematica. L’altroieri gli è stato notificato un Daspo – un divieto di accesso agli stadi – per cinque anni. Cos’è stato GAC in questi giorni? Molte cose: è stato l’uomo tatuato, l’uomo che ha permesso di giocare il derby, l’uomo con la maglietta con la scritta “Speziale libero”, il figlio di un camorrista, colui che ha soccorso per primo i feriti, e – in nome di tutto questo – un meme su internet.
Il motivo per cui GAC è stato condannato pare o l’aver indossato quella maglietta o, addirittura, l’aver scavalcato le barriere. Non pochi (per esempio qui) hanno sottolineato che forse è illegittima una condanna al Daspo perché uno si è presentato con una maglietta con una scritta, altri hanno correttamente evidenziato come forse Antonino Speziale, allora 17enne, è stato accusato e condannato ingiustamente; del resto è di febbraio scorso la notizia della riapertura del processo per una decisione della Cassazione, mettiamo che questo processo mostrasse l’innocenza di Speziale? Per cosa è stato condannato dunque: perché indossava una maglietta con su scritto che deve stare fuori dalle carceri un presunto innocente?
La colpa di Genny ‘A Carogna in definitiva sembra quella di essere onomasticamente ‘A Carogna (il suo cognome, De Tommaso, gli è stato tolto completamente nelle cronache). Uno stigma che ricordava la canzone di Elio e le storie tese, Jimmy il pedofilo

Nella canzone, Jimmy viene pestato a sangue, ma il suo destino è segnato

“Aspettate, questo è un equivoco!”
ci provò Jimmy a discolparsi,
ma gli tapparono la bocca, e sangue,
poi bastonate, sputi, pugni e calci.
Giustizia è fatta, pensò la gente,
ma in verità non era stato giusto,
perché OK, sì, Jimmy il pedofilo,
ma Ilpedofilo era il cognome.

Ma l’occhio di bue non è solo per ‘A Carogna. La questione ultras è l’ultima in ordine di tempo che attribuisce all’ordine pubblico l’intero carico di una riflessione sociale e politica sui conflitti. Nel calderone delle leggi speciali negli ultimi anni sono finiti le manifestazioni di piazza, l’immigrazione, le questioni di genere, le tossicodipendenze, le occupazioni: quando la politica attonita – i colori dei governi non contano – si trova di fronte a una questione sociale che invoca discussione, riflessione, interventi educativi, ecco che si sbriga a risolvere tutto subito con il tappo di una legge speciale, con una reazione di fermezza, facendosi scudo delle fiammate d’indignazione. Quello che resta, appena passata la buriana, è qualche provvedimento esemplare, il fumo di quello che sembrava tanto tanto sdegno, qualche leggina in più e soprattutto una polizia con più potere d’arbitrio.
Quello che non avviene, mai, è una maggiore conoscenza del fenomeno. In questo caso, chi sono gli ultras? come funziona il tifo organizzato in Italia? Qualcuno dei commentatori sportivi che ogni giorno ci ammaniscono con luoghi comuni strafatti di cattiva retorica si è mai letto gli studi di Alessandro Dal Lago o di Valerio Marchi? Un paio di post in questi giorni in rete ponevano lo stesso problema di prospettiva: il primo, sulla Privata Repubblica, ricordava il valore imprescindibile del lavoro di Marchi e soprattutto metteva in luce come in queste narrazioni tossiche finisca per essere opacizzato un dato centrale: la matrice neofascista della violenza. Un bellissimo pezzo di Stefano Ciavatta di un annetto fa su Rivista Studio raccontava, da tifoso storico, come il legame fascismo-tifo va al di là di alcune semplificazioni da frange estreme.
Un altro pezzo su Commonware esplicitava indicava qual è forse la ragione dell’esplosione randomica di violenza che ha a che fare con il calcio: le misure di cieca repressione che oggi ancora si continuano stupidamente a invocare.

“Stadi trasformati in bunker, tornelli, metal detector, telecamere a circuito chiuso, trasferte vietate, obblighi di firma per decine di migliaia di persone, arresti in differita, striscioni e fumogeni vietati, superpoteri ai questori, biglietti nominativi, tessere del tifoso, pestaggi e cariche, gas intossicanti. A nessuno viene il sospetto che tutto ciò non solo non sia servito, ma abbia contribuito a inasprire la violenza intorno agli stadi, disgregando i gruppi storici, separando le nuove generazioni dalle vecchie, trasformando molte curve in centri commerciali e milizie?”

Ripensavo a tutte questa mancanza di riflessione politica, e mi veniva in mente come i fattacci dell’Olimpico abbiano seguito di appena una settimana la vicenda di Dani Alves e la campagna virale #siamotuttiscimmie. Dani Alves raccoglie la banana, la mangia, il video fa il giro del mondo, e tutti si fanno dei selfie con la banana, poi si scopre che in realtà l’idea della strategia virale era della società di comunicazione che cura l’immagine di Neymar, compagno al Barcellona di Dani Alves, il quale a sua volta forse non ha fatto un beau geste spontaneo ma si è semplicemente prestato a interpretare una parte scritta, a fare da testimonial pubblicitario. Ci ripensavo perché mi rendevo conto che quello che sembrava l’emersione di una questione politica (il razzismo negli stadi) era invece una trovata pubblicitaria, e mi veniva da pensare come questo fosse possibile perché il calcio è sempre più uno spettacolo visto in tv, una merce e uno strumento di marketing, spesso politico (Berlusconi docet, il Renzi e il suo Derby del Cuore discit). Allo stesso tempo gli stadi negli ultimi anni si stanno svuotando, al ritmo di un 4% all’anno, portando così allo strano paradosso che il calcio diventi da una parte uno spettacolo molto pubblicitario da vedere su qualche schermo (e dello spettacolo in fondo fanno parte ugualmente le mossette furbe di Dani Alves come i petardi lanciati dalle curve, le trattative di Hamsik e le smorfie di Genny ‘A Carogna), dall’altra una pratica violenta e insensata, una sorta di ghetto di illegalità consentita solo perché ipercontrollata.

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Moravia, Roma e la Grande Indifferenza https://minimaetmoralia.it/letteratura/moravia-roma/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/moravia-roma/#comments Tue, 03 Sep 2013 13:05:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15349 Questo pezzo è uscito su Europa.

Non era il Touring Club ma Giacomo Debenedetti che nel 1937 riconosceva che “i luoghi di Moravia hanno una fisionomia e una certezza irrefutabile: dopo D’Annunzio Moravia è stato il primo a ricostruire una topografia romanzata di Roma”. Moravia però in là con gli anni aveva provato a smentire il suo primato: “Roma è un fondale, non è un altro per me, i miei problemi non sono quelli di Roma, negli Indifferenti Roma non è neanche nominata. Tutti i Racconti romani sono sbagliati topograficamente apposta, non c’è una strada che corrisponda”. Eppure questo mezzo marchigiano e mezzo veneto era diventato comunque lo scrittore di Roma per antonomasia. Oggi la sua lunga stagione, fatta di letteratura, viaggi e presenzialismo, di vitalità in eccesso e noia insopportabile, sembra preistoria. Bastano dei graffiti sulle pareti di interni romani per trovare ancora traccia di Moravia? Moravia è ancora una lettura obbligata per scrivere su Roma? Il continente Moravia si affaccia ancora sulla capitale?

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albertomoravia

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Non era il Touring Club ma Giacomo Debenedetti che nel 1937 riconosceva che “i luoghi di Moravia hanno una fisionomia e una certezza irrefutabile: dopo D’Annunzio Moravia è stato il primo a ricostruire una topografia romanzata di Roma”. Moravia però in là con gli anni aveva provato a smentire il suo primato: “Roma è un fondale, non è un altro per me, i miei problemi non sono quelli di Roma, negli Indifferenti Roma non è neanche nominata. Tutti i Racconti romani sono sbagliati topograficamente apposta, non c’è una strada che corrisponda”. Eppure questo mezzo marchigiano e mezzo veneto era diventato comunque lo scrittore di Roma per antonomasia. Oggi la sua lunga stagione, fatta di letteratura, viaggi e presenzialismo, di vitalità in eccesso e noia insopportabile, sembra preistoria. Bastano dei graffiti sulle pareti di interni romani per trovare ancora traccia di Moravia? Moravia è ancora una lettura obbligata per scrivere su Roma? Il continente Moravia si affaccia ancora sulla capitale?

Al Futura Festival di Civitanova Marche dal pubblico hanno chiesto a Paolo Sorrentino se “nella Grande Bellezza ci sia di più la noia blasé di Moravia o il vitalismo disperato di Pasolini”. Il regista ha risposto con un po’ di piccata diplomazia: “Le dico che non mi piace la domanda, per niente. Però se devo dire, insomma, ci stanno dentro tutti e due”. Nell’anno del centenario della nascita di Moravia (2007) Toni Servillo è stato scelto da Bombiani per il cofanetto audiolibro celebrativo de “gli Indifferenti”. Chissà se quell’esordio fulminante e così radicale era sullo scaffale di Jep Gambardella. L’atteggiamento di disillusione così ostentato nelle terrazze romane è autentico o da qualche parte si aspetta sul display, messianicamente, una chiamata salvifica di arruolamento?

#ombre

Tre anni fa “Il Foglio del Lunedì” diretto da Giorgio Dell’Arti uscì con un numero dedicato interamente a Moravia per i vent’anni dalla scomparsa. Si intitolava in maniera decisa “Abbiamo nostalgia di Moravia”. Varrebbe anche oggi? “Lo rifarei senz’altro, se ce ne fosse occasione- racconta Dell’Arti- quel numero era composto da uno zibaldone di piccoli episodi della vita, aneddoti, storie, commenti, chiamando amici e conoscenti, e raccogliendo oltre 80 pagine di materiale e poi dandogli un ordine cronologico. Lo usammo la prima volta per la rivista ‘Wimbledon’ nel 1990, Moravia morì il mese dopo. Venne ripreso anche da ‘Sette’ ma non divenne mai un libretto”.

Messa da parte la nostalgia, il continente Moravia si affaccia ancora su Roma? “Non credo esista una Roma moraviana oggi. Roma, l’italia e gli italiani sono molto diversi. Così come non ci sono più quei turbamenti intellettuali, erotici, mitici di Moravia. E’ tutto finito, ci si incazza in società ma non ci si turba. Quella Roma fatta di case, di salotti, di corridoi – Moravia è uno scrittore di corridoi- come negli Indifferenti, quella Roma di interni è stata persino distrutta dagli architetti, via le piastrelle largo agli open space. Della poetica borghese di Moravia è rimasto poco, l’omologazione di Pasolini ha avuto il suo compimento. Certamente le varie liberazioni hanno avuto il loro grande merito ma hanno finito per ripulire le zone d’ombra, illuminando tutto, finendo per sterilizzare qualsiasi cosa. Moravia e Pasolini vivevano in quei pomeriggi, in quei coni d’ombra”.

Perché Roma è un termine così difficile da rappresentare? “Roma è un assoluto difficile da infilzare e restituire con integrità. Tra via Paisiello ai Parioli e via dei Glicini a Centocelle non c’è neanche più un rapporto conflittuale. Poi Roma non è mai stata industriale, anzi è la prima città agraria d’italia per terreni coltivati. Ognuno qui si è ritagliato una vita, un quartiere, un’atmosfera. Roma permea di sé chiunque, gli scrittori si trovano a raccontarla da sé. Oggi non è più obbligatorio passare da Moravia e Pasolini. Però non mi strapperei i capelli se in giro non ci sono nuovi Manzoni o Faulkner. Di per sè la stragrande maggioranza dei libri e anche molti film sono votati al fallimento.

Ci è riuscita la “Grande Bellezza”? “È certamente un bel film, ha la sua forza e le sue pecche ma non faccio il dispetto di mettere Fellini accanto a Sorrentino. Sarei ingiusto. Considero Fellini come Omero e ‘la Dolce Vita’ un’Odissea. Tra le tante citazioni importanti di quel film per me la frase chiave resta quando Marcello entra nella fontana di Trevi esclamando “ha ragione lei, sto sbagliando tutto, stiamo sbagliando tutti”. Marcello è uno che gira per Roma, un Leopold Bloom che cerca il senso della vita. Il suo è un wandering romano, mentre Servillo va alle feste perché è invitato”.

#fondali

Roma era davvero soltanto un fondale per Moravia? Lo si chiede a Renzo Paris, uno dei pochi amici intimi di Moravia, critico militante e scrittore, che a settembre per Castelvecchi ripubblica “Una vita controvoglia”, biografia dedicata a Moravia. Sullo scrittore romano Paris ha pubblicato già la raccolta di saggi e interventi “L’impegno controvoglia” (Bompiani) e quella di conversazioni private “Ritratto dell’artista da vecchio” (minimum fax). “Sì certo, Moravia aveva risposto così- spiega Paris- ma poi a un convengo pieno di nomi importanti disse perentorio ‘io sono uno scrittore romano’, lo faceva per snobismo. La Roma di Prati la si riconosce nella ‘Noia’ e nei ‘Racconti romani’. Quando vedeva il contadino lo chiamava ‘il buon villico’, non sopportava la campagna, si annoiava a morte. Era urbano, un cittadino, a differenza di Ignazio Silone di caratura internazionale come Moravia ma ancora profondamente marsicano”.

Fondale inadeguato per la capitale, perfetto però per un Paese teatrale come l’Italia?: “Infatti, fu proprio Moravia a proporre a Bompiani nel 1975 ‘Contro Roma’, un’antologia di interventi a partire dal suo durissimo ‘Delusione di Roma’, chiamando altri intellettuali. Moravia sosteneva che Roma è un garage, non una vera capitale istituzionale e sociale. Diceva che ‘è davvero la città eterna, appunto perché nulla vi cambia, la città si ingrandisce sempre di più ma riproduce continuamente i difetti di quando era ancora piccola, raccolta dentro le mura’.

La sbornia del personaggio Moravia quanto pesa sulla sua eredità? “Umberto Eco disse al suo funerale: ‘adesso non parlatene più’. C’è è stato un momento che il personaggio è cresciuto sopra le opere, Sergio Saviane scrisse persino un libro contro di lui, ‘Moravia Desnudo’ (Sugarco), sgradevole e inattendibile. Ogni volta che andavo a trovarlo c’erano tv di tutto il mondo. Quindi dopo la morte ha scontato anni di debacle. Di recente sono andato in una scuola in provincia davanti a 300 studenti, nessuno sapeva chi fosse Moravia. A noi ci sembrano vivi ma per l’ultima generazione sono come dei bisnonni, come Carducci e D’Annunzio.

Eppure Moravia e Pasolini dovrebbero essere delle forche caudine ma non ce li ficca nessuno. Pasolini viene citato ogni cinque secondi, più raramente Moravia e Calvino, però trovo che alla fine i libri di Pasolini non influenzano molto, tranne la sua morte di cui si parla molto. Quelli sono i maestri, anche la Morante e Sandro Penna non li puoi saltare, anche perché saltandoli finisci in America. E non mi sembra poi che l’eccessiva produzione di Wallace sia come quella di Henry Miller”.

Ci sono ancora autori moraviani? “Perché, qualcuno si sente ‘calviniano’? Forse si dicono così per prendere qualche premio. La mancanza di maestri è tipico della generazione TQ e adesso la scontano. Molti giovani oggi amano l’immersione ma non riescono a tirare fuori la testa dall’acqua, e raccontano così Roma mentre Moravia aveva la distanza dell’autore dal personaggio, ragionava sui sentimenti, soprattutto sulla gelosia.

Saviane polemicamente accusava il Moravia capace di intervenire su tutto, “polluzioni, Settembre nero, nucleare”. Il presenzialismo moraviano può essere un lascito? “La completezza per Moravia era importante ma oggi non c’è il direttore di giornale che dia quel peso in prima pagina. Sia chiaro, Moravia poteva essere ovunque perché aveva scritto ‘la Noia’, invece oggi c’è gente che sta dappertutto ma non ha scritto niente. Il lavoro intellettuale solitario non viene apprezzato, c’è sempre molto traffico letterario. La famosa corte moraviana? Un’accusa che non sta in piedi. Io per esempio non ho mai preso nessun premio. Moravia aveva un potere vero, quello dell’autorevolezza che si era costruita”.

#centro

Anche il continente Moravia ha la sua mappa. La vita romana del giovane borghese antiborghese si muove per il centro tra le case di via Sgambati al quartiere Pinciano, via dell’Oca a Ripetta e quella ultima sul Lungotevere della Vittoria. È un perimetro che tra i tanti altri si ritrova nell’ultimo grande amarcord di tre decenni di vita culturale a Roma, lo ha scritto la giornalista e scrittrice Sandra Petrignani, s’intitola “Addio a Roma” (Neri Pozza, 2012). Moravia è uno dei protagonisti assoluti.

“Moravia era Roma – racconta la Petrignani – era un pezzo della città, oggi l’unico che ti fa pensare a questo è Nanni Moretti e anche lì c’è una personalità particolare con un tragitto fuori dagli scemi. Roma non si può ereditare, la devi conquistare. ‘Senza verso’ (Laterza) di Trevi, il mio ‘E in mezzo il fiume’ (Laterza) e altri piccoli libri su Roma usciti di recente sono significativi ma per una sola parte della città, nessuno lo è totalmente. Essere una icona di Roma è diverso, significa aver fatto un monumento attraverso la tua opera alla città”.

E la Roma moraviana? “Roma è diventata un’altra città, semmai il desiderio ora è evadere, essere uno scrittore internazionale. Ammaniti, per esempio, che conti può fare con la Roma odierna? Non dico per la Roma letteraria che non esiste più, intendo la città. Noi siamo i privilegiati del centro storico, la giriamo in bicicletta. Vivendo a Trastevere puoi continuare ad avere un rapporto piccolo con la Roma di sempre. Se però vai nelle enormi periferie, ti accorgi del tradimento continuo di Roma. Sono come i gironi, ognuna di esse ti allontana dal cuore della città e con Roma finisce per non avere più nessun rapporto, anche perché nel frattempo nessuno si è preoccupato di crearlo.

La Roma a cui alludiamo in questa telefonata è la Roma del centro, dei Parioli, è sempre una Roma nobile, ma quella del degrado, che vomita al centro una gioventù che non sa rispettare il centro, è un ‘altra cosa. Gli fanno trovare il baraccume sull’Isola Tiberina, è lì come potrebbe essere altrove, sono dei richiami senza anima. Non stabiliscono un’idea per apprezzare Roma”.

E quindi Moravia e Pasolini che fine fanno? “Temo che oggi si possa evitare tutto. C’è una generazione di scrittori che è figlia di nessuno. Gli esordienti negli anni 80 non potevano non fare riferimento ai padri come Calvino, Moravia, il Pasolini polemista, Morante, Ginzburg. Noi non potevamo prescindere da loro, l’incontravamo fisicamente. Ora è diverso, chissà se darà risultati. Se li leggono, lo fanno solo per una forma di dovere”.

Il prestigio di Moravia è replicabile? “C’era una coerenza in Moravia, poteva anche parlare della bomba atomica, se l’era meritato sul campo. Noi stiamo sempre a firmare tutto, dalla vivisezione ai fori imperiali. Una volta la firma era legata anche a tanti altri gesti, ma oggi è tutto facile. C’è la moltiplicazione delle voci ma non sono prestigiosi gli scrittori. Il prestigio glielo dà l’editore, mentre in passato l’editore prendeva quell’autore x perché gli dava prestigio. Si pubblica per Mondadori e si sputa sull’editore, si contesta ferocemente lo Strega ma si vuole vincerlo, ci si scaglia contro la società letteraria ma si venderebbe pure la zia per il Campiello. Oggi quando fai delle scelte diverse non se ne accorge nessuno, vince il sistema, se non sei dentro non ti vedono. Michela Murgia invece si è veramente creata da sola, con le sue forze, dalla rete. Non a caso vuole fare la politica, ha una grande coerenza di idee”.

#isole

Teresa Ciabatti, sceneggiatrice di serie tv, scrittrice, vive a Roma in un elegante palazzo vicino al Pantheon. Nel suo nuovo romanzo “Il mio paradiso è deserto” (Rizzoli, 2013) ha deciso di allontanarsi dal centro di Roma per spingersi fino alla maxi-discarica di Malagrotta e raccontare l’impero miliardario di Manlio Cerroni, fondato sulla mondezza.

“Ho letto e amato Moravia – racconta la Ciabatti – ma non lo ho mai utilizzato, mi è più utile lo sguardo di Tom Wolfe e Truman Capote. Roma è andata sulla strada del degrado, ha perso in austerità, Moravia era anche sentimentale, faceva i conti con meno corruzione e soprattutto meno interferenze come oggi la televisione e le serie tv, anche se lui già descriveva una certa Roma dei salotti. Bisogna ripartire e aggiornarsi. La terrazza non sta più in alto, non è più un luogo di privilegio, ma è aperta a tutti, si nutre di materia umana mista, è un eterno vernissage”.

Alla domanda di un giornalista “E adesso, dove ci si incontra?” Enzo Siciliano rispondeva molti anni fa: “Da nessuna parte, i superstiti si aggrappano al telefono”. Che fine ha fatto la Roma letteraria di Moravia? “Non c’è più. Anche la capacità di rappresentare Roma per intero si è persa. Il mio tentativo è di cogliere dei punti, Manlio Cerroni e Malagrotta, la discarica e la borgata Massimina, e raccontare la città attraverso nuovi simboli. L’arcipelago Roma è impossibile da agguantare, la città la si racconta per isole, è difficile farlo per tutti. Per questo Roma va trattata come Los Angeles, non come le altre città d’Italia. Riuscire a capire la forza che muove la città è difficilissimo. Piperno e Siti sono riusciti nel raccontare Roma staccandosi completamente dall’ambiente letterario. Anche Melania Mazzucco con ‘Un giorno perfetto’ (Rizzoli) ha scritto di una città aggiornata. Molti questo nuovo accesso non ce l’hanno.

Quindi anche il centro storico esplode? “Non vale più, esiste un concetto mentale di centro. Pariolini sono anche quelli che abitano in fondo sulla Cassia oppure all’Eur. A corrispondere è l’estetica più che la geografia. Idem per la periferia. Piazza Vittorio è il nuovo centro degli intellettuali, come Monti. Ma i confini sono fatti dalle persone: se il regista famoso va a piazza Vittorio anche quel posto viene inglobato nel centro storico. Ci sono quartieri trasversali, anche esteticamente trasversali: Roberto Liorni è un architetto che fa tutte le case di sinistra e le riconosci, dal centro a via Po al Pigneto. Usa molto il bianco, è minimale, bravissimo, un genio. C’è anche un suo collega che fa le case di destra in tutt’altra maniera. Raccontare tutto questo vuol dire vivere trasversalmente Roma, mentre noi ci chiudiamo dentro i nostri ambienti chiusi come davanti a uno specchio”.

Che cos’è che oggi vale un racconto su Roma? “Cafonal è un racconto esteticamente molto coerente ed è già immaginario comune. Marta Marzotto te la ritrae mentre mangia, e non quando entra a casa e vede all’ingresso le foto di famiglia con le nipoti. Cafonal è un racconto potentissimo, e non c’è ancora un corrispettivo letterario. L’intellettuale ha il dovere di vedere tutte queste cose popolari perché quelle foto sono oggetto del desiderio e di imitazione, come il salotto di Maria Angiolillo. Immagini che hanno una forza incredibile, a noi scrittori non ci si fila nessuno. Il racconto che fa Dagospia è molto più grande di quello che sembra, perché si muove sul desiderio. Il principe Giovannelli è un personaggio televisivo e si sa chi è grazie a questo racconto. Chi vuole stare a cena con noi? Nessuno. Invece c’era la fila per incontrare Moravia”.

#classici

Può infine una nostalgia perduta, come quella per Moravia e Pasolini, trasformarsi in classico e rinnovare le proprie armi? La pensa così un romanziere esordiente, Giordano Tedoldi, 42enne schivo, pariolino, collaboratore delle pagine culturali di “Libero”, e autore de “I segnalati” (Fazi, 2013) che ha sorpreso molti.

“Moravia e Pasolini sono due classici, non c’è verso di metterli in discussione. E sono due esteti: il primo sedotto da Freud e dalla filosofia del linguaggio di Wittgenstein, il secondo da Marx e dai Vangeli. Ma di quelle influenze ricavarono sopratutto visioni, profezie: storiche, politiche, erotiche, antropologiche. Moravia, a fianco di Pasolini, può sembrare un minore e credo abbia un’influenza più debole sugli scrittori contemporanei. Ma Moravia era un nevrotico di genio che, se anche non viene letto più molto, è passato nel cinema, anche indirettamente, e è così è entrato nella nostra vita. L’esistenzialismo all’italiana (Pietrangeli, Zurlini,etc) deve tantissimo a Moravia, così come il miglior cinema erotico di Tinto Brass, un eroico tentativo di far capire alla testa dura e oscurantista dell’italiano statistico che il sesso è umano. L’esistenzialismo non è un modo di narrare, queste barbe sulla ‘narrazione’ verranno molto dopo, a fini commerciali. L’esistenzialismo è un atteggiamento, uno sguardo, e non è Antonioni, perché è anche alla portata degli stupidi, dei mediocri, dei semplici, degli adolescenti”.

Quando è raccontabile ex novo questa Roma che ha fagocitato le periferie pasoliniane e il centro moraviano? La si può ancora afferrare per intero? “Non c’è nulla nella Roma contemporanea che la renda meno raccontabile di quella del passato, anche del recente passato. Le trasformazioni urbanistiche dovrebbe forse intimidire? Il punto di vista dello scrittore è forzatamente parziale, forse che Caravaggio dipingeva scene ‘romane’ in senso integrale? E che vorrebbe mai dire, dire tutto di Roma? ‘Accattone’ è un film su Roma intesa in tutta la sua pienezza o come vorrebbero i gestori del bar Necci, un film sul loro locale? E ‘Roma’ di Fellini, che era nostalgico e superato, dal punto di vista dell’attualità, già alla sua uscita? Con Roma non ti puoi legare, piuttosto entri in una simbiosi, diventi lei, ma lei, al tempo stesso, ti lascia essere te stesso. Quando Roma ti abbraccia più profondamente, tu sei più autentico e puoi anche dimenticarla. Posso criticare Roma ‘oggi’, ma Roma non è mai ‘oggi’”.

È dura per uno scrittore scansare tutti i luoghi comuni di questi due forti immaginari? “Attenzione alla battaglia sui luoghi comuni: voglio mettere in guardia, perché ogni battaglia contro il pittoresco, il folcloristico, il paesaggistico, ha dato luogo a altre espressioni pittoresche, folcloristiche, paesaggistiche. Non voglio uccidere il chiaro di luna per ritrovarmi con i cretini fosforescenti. L’arte sa come evitare i tranelli, non c’è bisogno di indicare prescrittivamente: questo è un luogo comune, questo no”.

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Mai una diva https://minimaetmoralia.it/cinema/mariangela-melato/ https://minimaetmoralia.it/cinema/mariangela-melato/#respond Wed, 30 Jan 2013 09:12:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12749 Questo pezzo è uscito su Studio. (Immagine: Mariangela Melato in una scena di Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto di Lina Wertmüller.)

“Signora del teatro” era una definizione che le andava stretta: «Mi fa arrabbiare, sono stupita di quante cose ho fatto nella vita». Aveva ragione, perché Mariangela Melato è stata una delle signore di tutto lo spettacolo italiano, programmaticamente anti-diva, attrice indipendente, sempre in fuga: «È l’ordinazione veloce che fa una signora», le disse una volta l’amica Franca Valeri. È morta a 71 anni all’alba a Roma, avrebbe dovuto essere in piena attività con la tournée de Il dolore di Marguerite Duras che doveva partire a ottobre da Genova, dove era di casa allo Stabile dal 1992, ma era stata cancellata per l’aggravarsi della malattia. «In questi momenti le frasi sembrano di circostanza, ma con lei no, non è così», ha detto il mattatore Gigi Proietti. «La sua morte, per il nostro ambiente, è senza dubbio una delle notizie più tristi che ho ricevuto. Lo dico davvero».

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Questo pezzo è uscito su Studio. (Immagine: Mariangela Melato in una scena di Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto di Lina Wertmüller.)

“Signora del teatro” era una definizione che le andava stretta: «Mi fa arrabbiare, sono stupita di quante cose ho fatto nella vita». Aveva ragione, perché Mariangela Melato è stata una delle signore di tutto lo spettacolo italiano, programmaticamente anti-diva, attrice indipendente, sempre in fuga: «È l’ordinazione veloce che fa una signora», le disse una volta l’amica Franca Valeri. È morta a 71 anni all’alba a Roma, avrebbe dovuto essere in piena attività con la tournée de Il dolore di Marguerite Duras che doveva partire a ottobre da Genova, dove era di casa allo Stabile dal 1992, ma era stata cancellata per l’aggravarsi della malattia. «In questi momenti le frasi sembrano di circostanza, ma con lei no, non è così», ha detto il mattatore Gigi Proietti. «La sua morte, per il nostro ambiente, è senza dubbio una delle notizie più tristi che ho ricevuto. Lo dico davvero».

Non si era mai sposata: «Zitella sicuro, felice non saprei; una giornata interamente felice non esiste, esistono piccoli momenti di gioia. Se avessi rinunciato al lavoro, se con un fidanzato fossi andata alla Maldive ogni anno, per esempio, invece di stare su un palcoscenico, non avrei fatto di certo una vita migliore. Certo mi sono abituata alla solitudine sentimentale, a vivere senza uomini. È come se gli uomini fossero spariti: cercano donne molto diverse da me, donne deboli, donne geishe e condiscendenti. Ma io non ho mai fatto Come tu mi vuoi: non l’ ho fatto a teatro, figuriamoci nella vita». Non aveva figli: «Non l’ho mai sentita questa mancanza, neanche durante i miei grandi amori. come se le donne avessero paura di non lasciare il segno del loro passaggio sulla terra…» In fondo a una lunga intervista a Laura Laurenzi, aveva confidato di sapere il motivo per cui piaceva alle donne: «Un po’ per i ruoli che faccio, un po’ per la mia voce, per la mia fisicità, per non vedermi mai fotografata mano nella mano con il fidanzatino di turno».

Non era figlia d’arte. Era nata a Milano da una sarta e un vigile che si chiamava Adolf Hoening, che aveva «radici ad Hannover, cognome italianizzato in Melato sotto il fascismo e che era stato internato a Dachau». Aveva studiato pittura all’Accademia di Brera e, per pagarsi i corsi di recitazione di Esperia Sperani, aveva iniziato a lavorare alla Rinascente come commessa e vetrinista. Poi i primi passi in teatro, trovarobe e suggeritrice, piccole parti a Bolzano. Si definiva una ex povera, «ho da sempre una vocazione a immolarmi», il suo stakanovismo era fatto di passione e fatica, «avendo conosciuto la sofferenza, non potrei mai essere prepotente». Era spaventata dagli eccessi: «Il mio sogno sarebbe riuscire a buttare via tutto il superfluo, avere solo due vestiti, avere una casa spoglia, con dentro quasi niente. Da Renzo Arbore (suo grande amore che aveva ritrovato negli anni, ndr), con tutti quei soprammobili, quell’horror vacui, mi mettevo le mani nei capelli».

Riuscì a imporsi e a lavorare in teatro prima con Dario Fo (Settimo non rubare, 1963), poi con Luchino Visconti (La monaca di Monza, 1967), infine con Luca Ronconi (Orlando furioso, 1968). Del provino con il “conte rosso” raccontò: «Dal fondo della sala, dopo un attimo di silenzio, sentii la sua voce che mi diceva: “Pari una rana, ma che coglioni che hai! Sei disposta a tagliarti i capelli?” Io risposi al volo: “Anche i piedi, signor conte!”»

Vent’anni dopo quel provino Ugo Volli la spiò durante le prove di un nuovo spettacolo di Ronconi: «A vederla provare le scene in cui, pian piano, vien fuori il suo segreto, fa già molta impressione: glaciale e furiosa, seduttiva e annoiata, ansiosa e indifferente, come un animale mezzo pitone e mezzo leopardo, ma sempre assolutamente femminile». Sul palco era una perfezionista: «Sento tutto, anche i brusii in ultima fila. La mia sarta mi dice sempre che io sono quella che sente l’erba crescere. Una volta c’era un signore in prima fila che a un certo punto ha guardato l’orologio. Volevo sbranarlo. Da quel momento ho recitato solo per lui».

Dopo gli applausi a teatro vennero quelli al cinema. Ma volarono gli schiaffi: arrivò il gran melò di Lina Wertmüller che impose la “spigliata biondaccia alla Jean Harlow” mentre la produzione avrebbe preferito la Sandrelli. All’epoca in Italia la Wertmüller era l’unica regista donna insieme alla Cavani. Con Giancarlo Giannini e la Melato formò un trio vincente per tre film, eccessivi a cominciare dai titoli, sguaiati, istrionici, sempre sopra le righe, per molti “qualunquistici” ma di grande successo popolare: Mimì metallurgico ferito nell’onore (1972), Film d’amore e d’anarchia – ovvero stamattina alle 10 invia dei fiori nella nota casa di tolleranza… (1973) e Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto (1974). Più la replica anni ’80 con Notte d’estate con profilo greco, occhi a mandorla e odore di basilico.

Per sopportare l’impeto virile, rabbioso e manesco di Giannini, fatto di passione e ideologia, c’era bisogno di «quel blend che poche attrici hanno: arroganza, avvenenza, vis comica», come disse Tullio Kezich. Anche dalle scene di nudo la Melato usciva con autorevolezza, da bisbetica indomata. Ecco perché oggi i fotogrammi di Gennarino Carunchio e Raffaella Pavone Lanzetti furenti e avvinghiati non ci appaiono violenti ma cult. L’unico schiaffo non previsto nella sua carriera fu una torta in faccia che le tirò Aldo Busi a Venezia, durante un pranzo ufficiale del Festival nel 1989 (così raccontava Beniamino Placido senza spiegare però il perché). Nuda, invece, aveva posato giovanissima per Piero Manzoni, per le sue sculture viventi, firmate dall’artista. Bellezza spigolosa, pelle diafana e capelli biondo platino: Sofia Loren la chiamava la Picassa. Non fece mai plastiche: «La bellezza sta proprio nella diversità, nel coraggio di essere diverse. Io le mie rughe me le tengo: e poi la collana di Venere l’ho sempre avuta».

Il celebre turpiloquio di “sciacquetta, brutta bottana industriale e socialdemocratica” e il canovaccio di “ricca signora milanese si accoppia a indigeno sudista”, complice il successo americano, avevano sedotto anche Henry Miller, che nelle lettere a Brenda pubblicate da Feltrinelli scrisse, esaltato dalla visione di Travolti da un insolito destino: «Humour and fucking! Cara Brenda, Hollywood, con tutti i suoi divi, non sa darci questo». Quello che era riuscito alla Melato non si ripeté nel 2002 con Madonna protagonista e diretta da Guy Ritchie:  il remake del film costato dieci milioni di dollari fece un tonfo memorabile.

Inevitabilmente la Melato finì nel grande catalogo di facce e sagome di Fellini: per il regista era una via di mezzo tra una divinità egizia e un extraterrestre. Per Alberto Moravia invece era «intensa ma non troppo seducente». Beniamino Placido usò il maiuscolo per dire che «NOI AMIAMO ANCORA di più quell’attrice giovane e bella, matura e inquietante che è Mariangela Melato». In una delle tante “lucherinate” promozionali, il suo press agent Enrico Lucherini, che l’adorava, la fece incendiare: «Vennero dei pompieri finti a salvarla» – ovviamente non era vero – «Non ho mai capito se i direttori lo sanno che sono balle o ci credono davvero».

Eclettica, padrona di sé, diceva di essersi scelta un mestiere «dove piango, rido, m’angoscio ma comunque fingo», e che le permetteva di essere «bambina, vecchia, figlia, madre». In questo senso il complimento più bello glielo fece proprio il press agent: «Ha un insolito coraggio. Da noi una volta arrivati al successo si fa di tutto per mantenerlo, a costo anche di ridursi a uno stampino. Mariangela invece è una che dopo Mimì metallurgico parte per Matera per girare con uno spagnolo poco conosciuto, Fernando Arrabal, e accetta la parte da protagonista di Oggetti smartitidi Giuseppe Bertolucci, un film destinato a incassi mediocri, senza nessuna concessione alla platea. O partecipa ad Aiutami a sognare di Pupi Avati, solo per cantare e ballare. Oppure fa teatro per sei mesi. Così molti baroni del cinema italiano la considerano un po’ matta. Invece si tratta di un tipo di carriera diversa, come quelle di Vanessa Redgrave e Glenda Jackson».

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Un ritratto di Paul Gascoigne https://minimaetmoralia.it/ritratti/ritratto-paul-gascoigne/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/ritratto-paul-gascoigne/#comments Tue, 04 Dec 2012 16:30:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11830 Questo pezzo è uscito su Studio.

A vent'anni dal suo esordio in serie A Paul Gascoigne, uno dei maggiori talenti del calcio inglese, è tornato sotto la curva dei tifosi della Lazio con cui giocò per tre stagioni negli anni Novanta. Qui “Channel4” lo riprese festante “schiena arcata e braccia alzate” dopo il gol del pareggio nel derby. Fu proprio il passaggio di Gascoigne a Roma la molla che convinse nel 1992 il canale inglese a portare il calcio italiano in diretta tv in Inghilterra (venne prodotto anche un documentario "Gazza, Italian Job"). Quarantasette presenze e sei gol in tre anni travagliati sono assai pochi ma l'alta fedeltà dei tifosi per il mito Gascoigne si spiega con una frase: “immagina Balotelli e Robin Williams fusi insieme, era così in campo.” Inevitabile quindi il revival intorno al giocatore ma anche al suo dramma, perché da troppo tempo tra i tifosi c'è il timore di ricevere prima o poi una notizia fatale.

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A vent’anni dal suo esordio in serie A Paul Gascoigne, uno dei maggiori talenti del calcio inglese, è tornato sotto la curva dei tifosi della Lazio con cui giocò per tre stagioni negli anni Novanta. Qui “Channel4” lo riprese festante “schiena arcata e braccia alzate” dopo il gol del pareggio nel derby. Fu proprio il passaggio di Gascoigne a Roma la molla che convinse nel 1992 il canale inglese a portare il calcio italiano in diretta tv in Inghilterra (venne prodotto anche un documentario “Gazza, Italian Job”). Quarantasette presenze e sei gol in tre anni travagliati sono assai pochi ma l’alta fedeltà dei tifosi per il mito Gascoigne si spiega con una frase: “immagina Balotelli e Robin Williams fusi insieme, era così in campo.” Inevitabile quindi il revival intorno al giocatore ma anche al suo dramma, perché da troppo tempo tra i tifosi c’è il timore di ricevere prima o poi una notizia fatale.

Delle foto del Daily Mail che celebra oggi l’eroe Gascoigne non stupisce l’aspetto diverso dall’immagine di venti anni fa, dimagrito, sciupato, il viso scavato, i capelli quasi a zero. Piuttosto meraviglia il sorriso ritrovato, la gioia. Perché dal momento del suo mesto ritiro dal calcio (2004), il giocatore autoproclamatosi buffone alla corte del pallone ha lasciato definitivamente il posto all’ubriaco con disturbi tipici della sindrome di Tourette. “Sun”, “Daily Star” e “Mirror” vanno a nozze con il continuo rehab. Da allora Gascoigne vive di promesse infrante e di tregue sotto osservazione. La più lunga di queste ultime gli ha dato in premio una serata romana.

Da ragazzino aveva talento ma non era un prodigio, “la falcata sbilenca, la corsa un po’ sporca”. Middlesbrough, Ipswich e Southampton lo scartarono anche per via del fisico. Al Newcastle, dove esordì in Premier a 18 anni, tutta quella ciccia non andava bene. Dimagrì, ma sul fisico robusto gli rimase quel volto per cui Agnelli lo definì “un soldato di ventura con la faccia da bambino”. Allegro, caciarone, in campo giocava sempre due volte, una per la squadra, l’altra per sé. Gli scherzi che combinava erano comiche da Mister Bean o Paperissima: abbracciava la bambola gonfiabile di un tifoso, nascondeva la palla sotto la maglia, ammoniva un arbitro, faceva la linguaccia durante l’inno, gavettoni e maschere, torte in faccia e siparietti. Come quando Vinnie Jones, lui sì davvero rissoso e senza gloria, gli strizzò gli attributi per reazione. Nonostante l’infanzia povera e difficile, Gascoigne non era il bullo delle cassanate. Non aveva la scorza dura del coatto, era un clown.

La generosità in campo e l’estrosità del personaggio mantengono ancora un credito verso il pubblico. Nel 1993 la rivista letteraria “Granta” gli dedicò la copertina e gran parte del numero di novembre, “un viaggio poco letterario e molto emotivo”, scrisse Cesare Fiumi sul “Corriere della Sera”. Bill Buford e Ian Hamilton orchestrarono il ritratto di “un Sansone irrequieto, sfacciato e fuoriclasse, un eroe di quelli che se non partecipa a una vittoria, la vittoria vale meno”, un personaggio fatto di oscenità e birra, vicino a Ken Loach e Shakespeare, affetto da una sindrome che lo rende capace di “lacrime nervose e interminabili in mondovisione che sotterrano un’ora di allegre boccacce” e “di ricevere come un bimbo dall’arbitro durante Lazio-Genoa un chewing gum in premio per aver smesso di protestare”. Quelli di “Granta” lo rivolevano indietro, al sicuro sui campi inglesi, la sola unica nursery capace di contenerlo.

Ma non è stato solo un clown. I vizi a cui ha ceduto si attribuiscono ai fantasisti belli e irrisolti. Fantasista Gascoigne non era, vestiva la maglia numero otto, non era un dieci indolente come i sudamericani. Era un centrocampista possente e veloce (ecco la sassata su punizione nella semifinale di Coppa di Lega del 1991, che piega le mani al vecchio leone Seaman), a cui piaceva segnare (25 reti col Newcastle, dieci nella Nazionale, 33 con gli Spurs), busto dritto e agile, ovviamente a modo suo: gomiti alti per sopravvivere alla seconda divisione inglese, dove a fine partita poteva mancare qualche dente al suo sorriso. A differenza dei suoi eccessi grossolani, Gazza è stato un giocatore molto tecnico, quasi classico. L’archivio fotografico di Getty Images racconta bene questa fisicità. Talento, potenza, eccessi e stranezze da “Cretinetti”: questa la dote che Gazza portava in Italia. Elton John lo sconsigliò: “Attento, vai nella tana del lupo”.

L’affetto verso Gascoigne è legato anche alla carriera infranta su due gravi infortuni alla gamba destra: i legamenti del ginocchio nel 1991 a Wembley (aveva già firmato con la Lazio ma non si risparmiò nella finale di coppa di Lega, entrò da difensore con un tackle su Gary Charles e crac), poi la tibia e il perone nel 1994 in allenamento a Roma per un contrasto con il giovane Nesta. Nello sconforto del 1991 sorge la domanda: e adesso chi la racconta più la storia del clown che piange?

La stampa sportiva italiana è stata spesso più vicina a Scrooge che a Oliver Twist, raccontando quasi con sadico piacere i fallimenti dei giocatori che non hanno reso come potevano, e allo stesso tempo gettando alle ortiche i dettagli che pure hanno fatto la differenza tra le storie interrotte. Dal “what if” al fallimento il passo è breve, la via più veloce per rinverdire pigramente una nostalgia e richiuderla dopo poche righe. Sono in molti gli ex grandi giocatori ad aver avuto bisogno più di un onesto biografo che di un avvocato in preda al fatalismo.

Non fece eccezione Gazza: già il suo esplosivo talento era per Mario Sconcerti “un rischio” che però “vale la pena” correre. Poi da infortunato per Gianni Mura era senza remore “una sòla di mercato, un giocatore da bar” (nonostante l’endorsement di Maradona). All’arrivo a Roma il “Corriere dello sport” regalò un poster con Gascoigne vestito da pagliaccio e sopra un “benvenuto” cubitale. Era il prezzo da pagare per il sottotitolo: “una conquista per la Lazio, un vanto per il campionato”.

Per un rutto in diretta a un microfono Rai viene difeso da Aldo Grasso, che parla del diritto all’“esecrabile flatulenza del figlio d’Albione” (tanto più che, da squalificato, Gascoigne non poteva comunque parlare): “Una volta i cronisti di Samarcanda, un’altra i redattori sportivi, un’altra ancora i corpi speciali della notizia; tutti a molestare vecchiette, tormentare clienti al ristorante, gettarsi sul neodisgraziato per la fatidica richiesta: Ha qualcosa da dirci? A volte qualcuno non ci sta, e si libera dai flati”. Sempre meglio che niente ma nulla a paragone con Karl Miller, il fondatore della “London Review of Books”, che dopo un gol al Cagliari nel 1994 trova le parole per descrivere così l’esultanza di Gascoigne paragonandolo a una statua dello Stadio dei Marmi: “Impetuoso e comico, formidabile e vulnerabile, trovatello e monello insieme, un testone e un petto muscoloso inversamente proporzionali all’aspetto fragile delle gambe, dello sguardo, del volto roseo, un corpo teso e dritto, un monolite fallico sotto il sole del Mediterraneo”.

In Nazionale non possono farne a meno da quando con Gascoigne a dirigere il traffico l’Inghilterra arriva quarta a Italia ’90, miglior piazzamento dal 1966: nella semifinale contro la Germania persa ai rigori, Gascoigne, diffidato, finirà in lacrime  dovendo saltare la finalina con l’Italia. Ma in patria quelle lacrime gli valsero il rispetto di una nazione. Nel 1996 agli europei del “football is coming home”, Gascoigne, capelli platinati alla Sick Boy di Trainspotting, fa impazzire Wembley contro la Scozia, poi guida l’Inghilterra verso una storica rivincita contro l’Olanda.

Nel 1997 a Roma l’Italia di Zola viene ridimensionata, un Gascoigne senza fronzoli detta legge: gli inglesi si qualificano per Francia ’98, l’Italia va allo spareggio. Il giocatore “pazzo come una spazzola” (definizione dell’ex ct Bobby Robson) non convince quello nuovo, Hoddle, che lo taglia dai 22.  Scelta tecnica (che non pagherà) o punizione per notte brava (ma non era solo), l’esclusione toglie a Gazza da sotto i piedi la terra per arginare i suoi eccessi. Distrugge la camera d’albergo in ritiro e dà di matto. Inizia così il suo declino psichico. Soltanto un anno prima aveva condotto i Rangers di Glasgow al nono titolo consecutivo, l’ultima grande annata prima di naufragare nelle serie minori e in inutili ingaggi tra Cina e Dubai.

Paradossalmente per la Lazio  nel 1992 doveva essere l’acquisto della solidità: la serie B oramai alle spalle, niente più debiti,  i conti in regola di Calleri e l’imminente passaggio a Cragnotti, la faccia seria di Zoff come allenatore, il burbero e severo uomo di sport che viene sedotto da Gazza fin dal ritiro. “Gascoigne non si faceva trovare, lo feci chiamare, lui arrivò a tavola nudo. Non nudo con gli slip e i calzini: proprio nudo! Dicendo: ‘Mister so che mi voleva parlare, non ho fatto in tempo a vestirmi’. Fece breccia anche nella maschera di cera di Zeman, lo voleva anche Ferguson che conosceva bene i debiti del Tottenham, e pare pure il Napoli per il dopo Maradona.

Nei 16 mesi di riabilitazione dopo il primo infortunio succede di tutto: in una rissa a Londra Gazza si rompe una rotula, fa fuggire il suo tutore, beve in continuazione. La Lazio vacilla più volte, vuole rassicurazioni, i tifosi aspettano. Viene a Roma due volte osannato da convalescente, impotenza & speranza. Alla fine Gascoigne debutta ma non è ancora al 100%. Gioca dieci partite senza segnare. Il 29 novembre al derby (di fronte a 73,504 spettatori) viene accolto rudemente e con sarcasmo dalla curva Sud, con striscioni che lo raffigurano in carrozzella e zoppo. Ha generosamente promesso un gol per farsi perdonare l’affetto ricevuto nell’attesa, ma sembra non arrivare arriva. Poi allo scadere raccoglie di testa in area una punizione di Signori e pareggia il gol di Giannini. Non scalcia le bandierine né mostra i muscoli né le  mani sulle orecchie: semplicemente si commuove. È una delle poche promesse mantenute da Gazza in Italia insieme alle gemme contro il Milan, il Torino e lo slalom vincente di Pescara, il gol che fa impazzire gli inglesi che lo seguono su Channel4. Nick Hornby was here.

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Norman Mailer: uno sguardo adulto su Alì e Marilyn https://minimaetmoralia.it/libri/norman-mailer-uno-sguardo-adulto-su-ali-e-marilyn/ https://minimaetmoralia.it/libri/norman-mailer-uno-sguardo-adulto-su-ali-e-marilyn/#comments Tue, 18 Sep 2012 13:30:37 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9474 Pubblichiamo un articolo di Stefano Ciavatta, uscito su «Alias», su Norman Mailer.

di Stefano Ciavatta

C'è stato un tempo, a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, in cui scrittori e giornalisti si confrontavano senza timore reverenziale con le icone della cultura occidentale, ritrovandosi, spesso su commissione, a raccontare i personaggi in presa diretta e non per amarcord nostalgici o ritratti già pacificati dai successi e dalla distanza della fama ormai acquisita. Accadeva così di seguire tutta la preparazione del ritorno di Muhammad Alì alla corona dei pesi massimi quando l'incontro del 1975 con Foreman nello Zaire di Mobutu era visto come un match azzardato e non ancora come l'impresa immortalata nel documentario premio Oscar “Quando eravamo re” (2002) di Leon Gast. Oppure si poteva partire da una prefazione a un volume di foto (Avedon, Beaton, Davidson, Stern) su Marilyn Monroe e ritrovarsi a scrivere la biografia romanzata della donna “che rappresenta la relazione amorosa di ogni d'uomo con l'America”, un'opera così dettagliata da diventare pericolosa, tanto che l'Fbi tentò di bloccare il libro in uscita perché l'autore (spiato da Hoover dal 1962) “sosteneva che elementi dell'Fbi e della Cia avevano forti ragioni di uccidere la Monroe per mettere in imbarazzo i Kennedy”.

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Pubblichiamo un articolo di Stefano Ciavatta, uscito su «Alias», su Norman Mailer.

C’è stato un tempo, a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, in cui scrittori e giornalisti si confrontavano senza timore reverenziale con le icone della cultura occidentale, ritrovandosi, spesso su commissione, a raccontare i personaggi in presa diretta e non per amarcord nostalgici o ritratti già pacificati dai successi e dalla distanza della fama ormai acquisita. Accadeva così di seguire tutta la preparazione del ritorno di Muhammad Alì alla corona dei pesi massimi quando l’incontro del 1974 con Foreman nello Zaire di Mobutu era visto come un match azzardato e non ancora come l’impresa immortalata nel documentario premio Oscar “Quando eravamo re” (1996) di Leon Gast. Oppure si poteva partire da una prefazione a un volume di foto (Avedon, Beaton, Davidson, Stern) su Marilyn Monroe e ritrovarsi a scrivere la biografia romanzata della donna “che rappresenta la relazione amorosa di ogni d’uomo con l’America”, un’opera così dettagliata da diventare pericolosa, tanto che l’Fbi tentò di bloccare il libro in uscita perché l’autore (spiato da Hoover dal 1962) “sosteneva che elementi dell’Fbi e della Cia avevano forti ragioni di uccidere la Monroe per mettere in imbarazzo i Kennedy”.

A firmare “La sfida” (Einaudi stile libero, pp. 260, euro 14) e “Marilyn” (Dalai editore, pp. 310, euro 18,50) è lo scrittore americano Norman Mailer. Entrambi i libri erano stati tradotti subito da Mondadori, ma “Marilyn” (1974) era fuori catalogo dal 1982, e “La sfida” (1975) era stato riproposto solo nel 2000. Nonostante l’impegno di Einaudi, Dalai e Taschen che ne stanno riproponendo i testi (manca ancora “Il canto del boia”), Mailer è un autore che oggi fatica a trovare lettori. Finora non c’è stato ricambio di pubblico per questo scrittore civile e virile, iconoclasta e spregiudicato.

Eppure questi sono testi molto importanti, un corpo a corpo con la realtà laddove il romanzo aveva perso di forza, è puro new journalism arricchito dalla presenza forte, adulta di Mailer. Siamo oltre il dietro le quinte folkloristico, o l’aneddoto da intervista nei camerini, non c’è nessun intellettuale a disagio con il mondo. Correre all’alba con Alì vuol dire per Mailer entrare dentro un rito fatto di concentrazione e paura. Lo charme di Alì – “l’unico boxeur della storia cui la gente faceva domande come se fosse un senatore” – i suoi show, fanno i conti con la dura disciplina degli allenamenti, forse gli ultimi della sua carriera. Prima del ring i corpi fanno di tutto per rimanere intatti. Anche Foreman ha il suo rito: nessuno lo può toccare, ha le mani sempre in tasca per non rompere il cerchio magico. Tutto il contrario della “Marilyn” di Mailer, lontana dalla calligrafia dello scialbo film di Simon Curtis. Qui l’autore americano restituisce la fame dell’arrampicatrice sociale e della dominatrice che ha spaccato cuori e rovinato molti uomini. Quello di Mailer è lo sguardo di chi conosceva il sesso di Marilyn e la sua esplicita disponibilità: “Sembrava un nuovo amore pronto e disponibile fra le lenzuola”. Chi riuscirebbe oggi a scrivere libri del genere? Esistono ancora personaggi adatti per lo sguardo di Mailer?

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Del perché Zeman non è l’allenatore del movimento del calcio a cinque stelle https://minimaetmoralia.it/sport/del-perche-zeman-non-e-lallenatore-del-movimento-del-calcio-a-cinque-stelle/ https://minimaetmoralia.it/sport/del-perche-zeman-non-e-lallenatore-del-movimento-del-calcio-a-cinque-stelle/#comments Mon, 04 Jun 2012 09:14:09 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8244 Pubblichiamo un articolo di Stefano Ciavatta, uscito su Linkiesta, su Zeman.

di Stefano Ciavatta

L'ossessione Zeman non finisce mai: mentre è in procinto di tornare alla Roma dove lo aspettano come un salvatore della patria, la sua casa in Abruzzo viene svaligiata dai ladri. La festa a Pescara è finita? E perché tutto questo delirio di attenzioni? Per molti tifosi sulla barricata calcistica degli anni Novanta c'è stato solo Zeman, quello di cui l'Avvocato Agnelli disse perentorio “no, non lo prenderei, non mi piace come allena la squadra”. Il suo calcio sembra essere l'unico degno di stupore e idolatria. Nessuno infatti ha mai raccontato il Cagliari di Bruno Giorgi che arrivò a sorpresa alla semifinale di Coppa Uefa (1994) schierando a centrocampo Allegri. Neanche il Vicenza di Guidolin è stato mai celebrato eppure vinse la coppa Italia (1997) e venne sconfitto in semifinale di coppa delle Coppe dal Chelsea di Zola e Vialli.

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Pubblichiamo un articolo di Stefano Ciavatta, uscito su Linkiesta, su Zeman.

L’ossessione Zeman non finisce mai: mentre è in procinto di tornare alla Roma dove lo aspettano come un salvatore della patria, la sua casa in Abruzzo viene svaligiata dai ladri. La festa a Pescara è finita? E perché tutto questo delirio di attenzioni? Per molti tifosi sulla barricata calcistica degli anni Novanta c’è stato solo Zeman, quello di cui l’Avvocato Agnelli disse perentorio “no, non lo prenderei, non mi piace come allena la squadra”. Il suo calcio sembra essere l’unico degno di stupore e idolatria. Nessuno infatti ha mai raccontato il Cagliari di Bruno Giorgi che arrivò a sorpresa alla semifinale di Coppa Uefa (1994) schierando a centrocampo Allegri. Neanche il Vicenza di Guidolin è stato mai celebrato eppure vinse la coppa Italia (1997) e venne sconfitto in semifinale di coppa delle Coppe dal Chelsea di Zola e Vialli.

Rimosso anche il Parma di Nevio Scala vincitore della coppa delle Coppe (1993) e di quella Uefa (1995). Il carisma dell’allenatore boemo senza successi resiste invece al passare del tempo come un brand vintage, nonostante anni di esilio, fallimenti sparsi e quell’Italia juventina che non gli ha ancora perdonato le allusioni alle farmacie e ai muscoli di Vialli e Del Piero nell’intervista a “l’Espresso” nel 1998. Una battaglia che gli è costata la carriera ma che lo ha eletto a simbolo anti-Palazzo.

Con la risalita del Pescara in serie A, il partito trasversale di Zeman è tornato alla carica portando in dote molto più di un campionato cadetto appena vinto. Già pronta la definizione: “Zeman è il leader del movimento cinque stelle del calcio” (Ivan Zazzaroni, GQ). È davvero così? Nonostante il successo locale di Parma, lo scetticismo verso le capacità di Grillo come politico nazionale è ancora forte. È lo stesso elastico che accompagna Zeman dagli esordi. A differenza di Grillo però, che dopo Stalingrado ha dichiarato di sognare Berlino, Zeman ha già avuto l’esperienza della grande piazza dove le potenzialità si sono scontrate con pressioni ed esigenze molto forti. È accaduto a Roma, capitale che lo ha esaltato sulle panchine di Lazio e Roma ma poi lo ha consumato, divorato, infine cacciato. E che ora dopo più di dieci anni lo rivuole, sponda giallorossa, con lui che ammette: “è vero, la Roma mi fa vacillare”.

Eppure in barba agli anni di Roma è ancora Zemanlandia (1989-1994) il suo salvacondotto sportivo, la grande stagione di Foggia che è stata celebrata anche dal mondo della cultura con il doppio dvd pubblicato da minimum fax a cura di Giuseppe Sansonna, da una ospitata da Fazio a “Che tempo che fa” per mostrare il lato “dolce e tenero” al pubblico femminile, e infine dall’omaggio della copertina di “Alias”, il supplemento culturale del manifesto con una doppia pagina interna tutta dedicata al boemo. Si preferisce insomma ricordare l’immagine di uno Zeman riverito e osannato a Foggia, dove la vita del profeta in patria fu piuttosto facile – fatta di poche aspettative e tanto entusiasmo -, piuttosto che guardare con realismo a Roma dove l’allenatore ha mostrato le corde del suo credo. Peccato, perché oltre l’eterna promessa di gioco si scoprirebbe che i fallimenti non sono serviti a Zeman per correggere il tiro, semmai lo hanno convinto ad andare ancora più a fondo, per la sua strada. Anche questo fa parte del marchio Zeman, più filosofo che scienziato. Chissà come si sarebbe comportato Grillo al posto del boemo.

Alla Lazio lo volle Cragnotti nel 1994, primo torneo con i tre punti, un posto solo per la Champions. Zeman ritrova Signori, da due anni capocannoniere con 49 gol. Tutta la dote laziale è di livello: quarto posto, Zoff allenatore, 35mila abbonati. Gascoigne è ancora infortunato ma Casiraghi, Signori e Marchegiani sono vicecampioni del mondo. In azzurro finiscono anche Fuser, Rambaudi, Di Matteo, Negro, Favalli e Nesta (questi ultimi tre con Eriksson vinceranno scudetto e coppe). Boksic, Winter e Chamot sono nazionali titolari. Con Zeman Signori vince il terzo titolo di cannoniere, la Lazio segna 69 reti ed è record per il campionato. Otto gol alla Fiorentina, sette al suo Foggia, 5 a Padova e Napoli, tre a zero esterno alla Juve dopo 31 anni. Zeman stecca il derby d’andata per la felicità di Mazzone che esulta sotto la Sud, ma si riprende quello di ritorno. Alla fine ottiene un secondo posto ma a dieci punti dai bianconeri che hanno già ipotecato la vittoria da tempo. In Europa il Borussia lo ferma ai quarti. La Primavera che ha appena vinto lo scudetto gli darà Nesta titolare e Di Vaio in panchina.

L’anno dopo arriva terzo a 14 punti dal Milan, il 4 a zero con la Juve di Lippi all’ottava giornata inganna. Nelle coppe esce presto, non si scompone e continua a fumare davanti alle telecamere. L’infortunio di Marchegiani pesa molto, qualche dirigente vorrebbe Scala ma Zeman recupera nel finale e ha la meglio. Vince un derby grazie a Signori e per il quarto anno consecutivo la Lazio arriva sopra la Roma. Il monte ingaggi sale, Boksic (che accuserà Zeman per i carichi di preparazione) e Winter vogliono più soldi e vanno via. Arriva Nedved, Cragnotti fa annusare al boemo l’ipotesi Ronaldo. Zeman non batte ciglio, “Davanti siamo coperti…”, e continua a cavalcare la sua utopia.

È a fine ottobre del 1996 che si consuma lo strappo. La Little Big Horn di Zeman è Tenerife, ritorno di Coppa Uefa. Signori suggerisce di difendere lo zero a uno dell’andata e Zeman risponde: “Se Signori pensa questo è preoccupante”. Finisce che la Lazio ne fa tre ma il Tenerife cinque e passa il turno. Qualcuno parla di “immortale vulnerabilità” della Lazio zemaniana. Signori confessa: “Realizzati tre gol in trasferta, nessuna formazione al mondo si sarebbe fatta sbattere fuori”. Anche Fuser sbrotta: “Stavolta le colpe non sono dei giocatori, vanno cercate altrove. Pazzesco. E per quanto riguarda l’atteggiamento tattico, chiedete all’allenatore. Inutile alludere ad atleti svogliati, che non lo seguono negli allenamenti. Gli svogliati restano a casa, non si portano a Tenerife”.

Il 26 gennaio 1997 dopo una sconfitta interna contro il Bologna Zeman viene esonerato. “Senza Lazio sono un uomo distrutto, non sono mai stato peggio di così. Sono deluso, ma non da me stesso: alla Lazio ho dato sempre tutto quello che potevo dare. Avrò pure fatto qualche sbaglio: il principale è quello di non essere stato abbastanza convincente”. La Lazio in mano a Zoff risale dal dodicesimo al quarto posto, perdendo due partite in sedici incontri. Signori arriva a 105 gol. Ancora sopra la Roma. Ma la Lazio di Zeman è finita.

A sorpresa il 6 maggio del ’97 Franco Sensi convoca Zeman, dopo il no di Trapattoni. Il grande tradimento segue la grande delusione, il passaggio è un peccato di narcisismo: “Come dovrei sentirmi? Io non cambio, sono fatto sempre allo stesso modo. Credo nel lavoro. Credo nelle mie idee”. Promesse ai tifosi? “Nessuna”. Quando gli chiedono se in caso di scudetto smetterebbe di fumare, la risposta è “no”. Dopo gli anni di Mazzone e il fallimento Carlos Bianchi, a salvare la Roma dalla bassa classifica era stato richiamato addirittura Nils Liedholm. Poi la scelta del boemo. Anche tra i giallorossi ci sono otto futuri vincitori dello scudetto del 2001: Aldair, Cafu, Candela, Tommasi, Di Francesco, Totti, Delvecchio e Balbo.

Nonostante i 67 gol fatti, a Trigoria soffia aria di contestazione. È l’anno dello slogan “Franco Sensi bla bla bla”. La Roma è fuori dalle coppe ma arriva quarta, sopra la Lazio che vince la coppa Italia. Zeman riesce a perdere quattro derby in un anno, compresi quelli di coppa. Il primo della serie a novembre: Favalli espulso già dopo sette minuti ma Zeman non ne approfitta. Anche con la Roma in superiorità per più di un’ora finisce 3-1 per la Lazio. Al raddoppio di Casiraghi la curva Nord si ricorda di lui e lo sbeffeggia: “Facci un saluto, boemo, facci un saluto”. Al derby, al solito, dà poca importanza: “Non credo che questa sconfitta, per quanto pesante, azzeri tutto il lavoro svolto finora. Il problema, invece, è che molti la penseranno in questo modo”. Il “Pupone” Totti ha finalmente spazio e riceve la prima convocazione nella nazionale di Zoff. Più tardi rivelerà: “All’inizio tutti mi parlavano male di lui. Poi le cose cambiarono”.

Nel 1998 la contestazione va avanti, si accusa Sensi di non voler spendere. Alti e bassi, Zeman si difende: “Fate pure, parlate pure. Tanto ho capito una cosa. Quando la Roma vince, si dice che Zeman è cambiato; quando perde, Zeman è sempre lo stesso… Manca equilibrio, anche quando si valutano i giocatori di questa Roma: dopo una sconfitta sono delle schiappe, dopo una bella vittoria sono tutti Pelè”. A marzo contro il Bari cartellino rosso al portiere Konsel e Zeman toglie Balbo, migliore in campo, che lo insulta: “Sei un laziale figlio di puttana”. Anche il clan brasiliano è contro l’allenatore. Totti, Di Biagio e Tommasi restano fedeli. In tribuna si accusa Zeman di non saper gestire le gare. Riemergono i vizi delle tre stagioni laziali. In coppa Uefa arriva solo ai quarti. In estate arriva lo sconosciuto argentino Bartelt per 13 miliardi, sfuma Trezeguet. In precedenza, soffiato Stankovic dalla Lazio, era arrivato Tomic, “più lento di un cespuglio” secondo la curva Sud.

Poi Zeman fa esplodere la bomba doping: a luglio qualche accenno sul Messaggero, ad agosto vuota il sacco al’Espresso. Una vicenda che si trascinerà dietro per un anno intero e che per Zeman condizionerà tutto il resto della carriera con gli esoneri di Napoli, Salernitana e Lecce, e i mancati ingaggi con Bologna e Palermo. Secondo Zeman è tutta colpa di Moggi. La Roma arriva sesta, ma che fatica. Sensi protesta per due rigori contro a Udine, è guerra contro il Palazzo. Il capo degli arbitri Gonella assicura che anche secondo la moglie il rigore c’era. Zeman incalza: “Per mia moglie invece non c’era”. L’incubo di Tenerife ritorna in casa contro l’Inter allenata da Roy Hodgson, quarto allenatore in un anno dopo gli esoneri di Simoni, Lucescu e Castellini. Prima della gara Zeman confessa: “Perdiamo. Anziché allenarsi, in questa settimana, i miei giocatori pensavano solo ad andare in sede per parlare del loro futuro”. La Roma va sotto di due gol, chiude il primo tempo 3-1. Poi pareggia 3-3 e riacciuffa anche il quarto gol dell’Inter. Ma Simeone all’ultimo fissa il punteggio sul 4-5. Zeman si sfoga: “Mi hanno dato del coglione. Alla fine di una partita con otto gol, gli altri erano tutti fenomeni. Da ridere”.

A ridere a fine stagione non è Zeman. Sensi se ne sbarazza in malo modo, arriva Capello e il presidente della Roma rinnega l’indipendenza del boemo: “Il nuovo mister ha la personalità vincente e riceve più rispetto da parte del Palazzo. Noi crediamo molto nei benefici determinati dal suo avvento”. Franco Melli, cronista laziale innamorato del boemo, commenta sconsolato sul Corriere della Sera: “Sensi, Liedholm e gli altri dirigenti tradiscono improvvise emozioni. Si brinda a champagne. Dell’utopia passata, non resta traccia”. Il Corriere dello Sport saluta Zeman con una pagina intera pagata dai giornalisti. È finita un’epoca.

A ottobre ’99 Zeman racconterà così l’esonero in un’intervista: “Quando sono stato esonerato dalla Lazio c’era una ragione. Un allenatore che non vince si cambia. Con la Roma no. I risultati mi davano ragione. Sensi in estate, prima di salutarci, mi aveva detto di lasciar perdere con l’Italia, un paese in cui non potevo allenare per un po’. Ma poi in Italia non mi aveva contattato nessuno. Avevo rifiutato anche il Barcellona per restare alla Roma. Ma non ho rimpianti”. Alla domanda se sia davvero un allenatore tanto scomodo Zeman risponde: “Bisogna vedere per chi. A tanti ho fatto comodo”. A molti tifosi pure, compresi quelli che lo reclamano oggi a Roma.

È dunque ancora febbre Zeman, usata per esorcizzare parecchi vuoti (il progetto Luis Enrique fallito, la prima stagione fuori dalle coppe dopo 15 anni, la società costretta a un aumento di capitale di 50 milioni di euro, la supremazia cittadina a sfavore dal 2011) e riempirli con un personaggio feticcio, la cui unica garanzia rimane però la fedeltà a se stesso e non ai tifosi. Una dote che nelle stagioni anonime seguite alla cacciata da Roma, ha fatto diventare definitivamente Zeman un mito, proprio perché sconfitto e allontanato dal calcio che conta. Un mito che si è alimentato episodicamente con l’amarcord di Zemanlandia e più in generale con l’elezione a spartano antidoto all’industria del pallone. Quindi, complice l’ultimo campionato a Pescara, non a caso lontano dalle grandi piazze, la filosofia di Zeman è diventata per estensione un principio quasi politico, ovviamente anti-casta, da riportare in serie A.

C’è chi aggiunge infatti che Zeman è “l’allenatore del popolo incazzato”, l’uomo giusto “per un mondo del calcio senza soldi e con gli stadi vuoti”. Però è anche vero che si allena una squadra per volta. E fuori da Pescara come da Foggia, ancora una volta i tifosi chiederanno a Zeman di andare oltre l’essere il silenzioso outsider di un mondo cialtrone e corrotto. Gli chiederanno di vincere. Un po’ come se Grillo si candidasse a Milano, o a Palazzo Chigi. Non basterebbe più convincere gli aficionados del blog. Per ora da Pescara Zeman ha già avvisato tutti: “Io qui sto bene. Ma se qualcuno vuole farsi del male…”

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https://minimaetmoralia.it/sport/del-perche-zeman-non-e-lallenatore-del-movimento-del-calcio-a-cinque-stelle/feed/ 5 Un libro sull’Italia o parla di mafia o non ha successo https://minimaetmoralia.it/interviste/un-libro-sull%e2%80%99italia-o-parla-di-mafia-o-non-ha-successo/ https://minimaetmoralia.it/interviste/un-libro-sull%e2%80%99italia-o-parla-di-mafia-o-non-ha-successo/#respond Fri, 17 Jun 2011 09:03:15 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4565 Gay Talese, 79 anni, pioniere del new journalism con Mailer e Capote, è stato ospite qualche settimana fa al Festival di Massenzio e in quella occasione Stefano Ciavatta lo ha intervistato per Linkiesta. Noi vi riproponiamo la sua intervista.

Gay Talese, l’ex fattorino del New York Times figlio di immigrati dalla provincia di Catanzaro, pioniere del new journalism insieme a Norman Mailer, Truman Capote e Tom Wolfe, giornalista per il NYT, Times, New Yorker, Haper’s Magazine, Esquire, sta girando l’Europa per un ciclo di incontri e lezioni.

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Gay Talese, 79 anni, pioniere del new journalism con Mailer e Capote, è stato ospite qualche settimana fa al Festival di Massenzio e in quella occasione Stefano Ciavatta lo ha intervistato per Linkiesta. Noi vi riproponiamo la sua intervista.

Gay Talese, l’ex fattorino del New York Times figlio di immigrati dalla provincia di Catanzaro, pioniere del new journalism insieme a Norman Mailer, Truman Capote e Tom Wolfe, giornalista per il NYT, Times, New Yorker, Haper’s Magazine, Esquire, sta girando l’Europa per un ciclo di incontri e lezioni. Leggerà un pezzo inedito a Massenzio per il Festival delle letterature.

«Al festival – dice – leggerò un testo sulla riluttanza a mettere in piazza la biografia di mio padre. Per ogni americano di origine italiane, io vengo dalla Calabria, la storia a cui apparteniamo è già di per sé una storia di frammentazione. Ho sempre vissuto la condizione di incertezza se essere italiano o americano. Ma c’è di più. I figli di immigrati italiani hanno avuto sempre grandi difficoltà a parlare delle loro origini, eravamo come i musulmani di oggi. All’epoca l’Italia era rappresentata da Mussolini e dalla mafia. Una intera generazione di scrittori è stata silenziata perché per dire tutta la verità rischiavi di mettere in imbarazzo qualcuno».
Intanto Rizzoli ristampa il libro “Onora il padre” (1971), monumentale saga della famiglia Bonanno e del suo boss Joe Bonanno detto Bananas, un reportage sulla mafia italiana in America negli anni 60. E Talese commenta: «Per avere successo commerciale come scrittore devi e sottolineo devi scrivere di mafia, gli unici libri di autori italo-americani che vendono, sempre che ci metti la firma. È accaduto anche al cinema, con attori come De Niro e registi come Scorsese e Coppola. Continua ad accadere con le serie tv dei Soprano e di Jersey Shore. Se non togli glamour agli italiani non puoi piacere e acquistare popolarità. Devi sempre dire che sono mafiosi e criminali».
I suoi 79 anni Gay Talese se li porta benissimo. Cravatta, fazzoletto in tasca e completo. Non a caso di recente a Barcellona, di fronte a una platea di studenti, si è divertito a dare consigli di look: «L’aspetto è importante. Un giornalista è uno straniero che vuole incontrare le persone e imparare cose da loro. Se vi vestite correttamente e con le buone maniere, almeno non vi chiuderanno la porta in faccia. Toglietevi i jeans e bruciateli, essere giornalisti è come se si dovesse mettere su un matrimonio, o andare a un appuntamento con una ragazza che ti piace o un funerale, perché quello che facciamo è una cosa che assomiglia a una cerimonia. Ogni giorno nel giornalismo, è un occasione speciale. Quello che fai è vendere la verità, così ben vestito. Sei vestito per la storia!».

Dopo Sinatra, a cui ha dedicato uno dei suoi reportage più celebri per Esquire, e Joe DiMaggio chi sarebbe oggi l’italo-americano da intervistare?
«Sicuramente Madonna e Lady Gaga, le più importanti cantanti pop. E le intervisterei pure se mi fosse permesso. Comunque Sinatra per me è stato il più grande, nessuno come lui. Secondo me è ancora vivo, nonostante siano già passati molti anni dalla sua morte. Tempo fa ero in un ristorante, stavo aspettando il taxi, ho visto questa cameriera che ballava sul pavimento bagnato mentre la musica del locale trasmetteva un pezzo di Sinatra».

In Italia molti scrittori noir si vedono come i nuovi giornalisti d’inchiesta. Che ne pensa?
«Fiction contro non fiction? Il giornalismo può anche essere creativo senza incorrere in una falsificazione. Quando ero giovane adoravo la narrativa ma non la storia né il giornalismo. Poi però ho cominciato a raccontare storie reali, verificabili anche dal lettore, senza un grammo di bugia. Questa è la sfida della non fiction: avvalersi delle tecniche da romanziere ma continuare a raccontare storie vere».

In una recente intervista ha dichiarato che i giornalisti oggi hanno poco coraggio. Perché?
«Il poco coraggio era riferito ai giornalisti americani. Semmai vi è stato un fallimento del giornalismo americano è stato quello politico, che ruota intorno a Washington, dei giornalisti che scrivono del potere. Per me ha altrettante colpe del governo, e per colpe intendo la scelta del nemico sbagliato dopo l’11/9, l’invasione precedente in Iraq. Nessun politico mediorientale, nessun Gheddafi sarebbe da mettere alla sbarra in realtà, prima dovrebbero prendere quei comodi personaggi che si stanno godendo un posto al sole, come Cheney e Bush. La stampa si è fatta scandire le parole dai tempi del potere. Quella stampa ci ha riempito di balle, mancando di freddezza e cinismo, le vere qualità del giornalismo. Anche la stampa americana ci ha regalato la guerra».

Che ne pensa del fenomeno Gomorra?
«Gomorra non mi sembra un film che rende glamour la mafia. Penso a Pileggi, lo sceneggiatore di Scorsese, Puzo, al sottoscritto, noi abbiamo messo del glam nella mafia, noi abbiamo raccontato il fiume di soldi a Las Vegas, la ricchezza vera. Sia nel libro che nel film tutto questo non appare: in Gomorra le vite sono vuote, hanno soldi che non stringono mai niente. E allora di queste persone pensi: ma chi te lo fa fare? La gente vive in povertà. Anche i killer sono poco cosa. Da noi la mafia è in declino. Ha avuto il momento di massimo fulgore negli 30 col proibizionismo, l’affermazione dei Lucky Luciano, dei Joe Bonanno. Però erano famiglie siciliane per la maggior parte, con dei codici rigidi di disciplina, omertà compresa. I loro nipoti invece non sanno come fare. Quest’anno un membro di un certo calibro dei Bonanno ha testimoniato contro la sua stessa famiglia. Una volta non sarebbe stato possibile. Questo genere di cose sarà la fine della mafia».

Uno dei suoi bestseller è La donna d’altri (1975), inchiesta sulla vita sessuale americana, sul rapporto del sesso con la solitudine e col potere. Che ne pensa del caso Berlusconi e di quello di Strauss-Kahn?
«Penso che Strauss-Kahn oggi ha la sua bella difficoltà a trovare una situazione alberghiera…Ma, come vede, la realtà supera sempre la fantasia dei romanzieri. Certi fatti sembrano irreali, in realtà basta essere dei semplici reporter per raccontare quello a cui uno scrittore non crederebbe».

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Falsi d’autore: se la storia viene riscritta da wikipedia https://minimaetmoralia.it/interviste/falsi-dautore-se-la-storia-viene-riscritta-da-wikipedia/ https://minimaetmoralia.it/interviste/falsi-dautore-se-la-storia-viene-riscritta-da-wikipedia/#comments Wed, 08 Sep 2010 08:35:49 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2835 Vi proponiamo una bella e originale intervista uscita per Il Riformista a “17K”, hacker e sabotatore per passione dell’enciclopedia informatica più consultata al mondo.

di Stefano Ciavatta

«Cos’è la storia dopo tutto? La storia sono fatti che finiscono col diventare leggenda; le leggende sono bugie che finiscono col diventare storia.

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Vi proponiamo un’ intervista uscita qualche giorno fa per Il Riformista a “17K”, hacker e sabotatore per passione dell’enciclopedia informatica più consultata al mondo.

«Cos’è la storia dopo tutto? La storia sono fatti che finiscono col diventare leggenda; le leggende sono bugie che finiscono col diventare storia. E la storia la decide chi la scrive. Perché faccio l’attivista su Wikipedia? Perché è divertente. Come barare a carte. Non lo fai per necessità, non vinci nulla. In compenso riesci a piegare l’opinione della più grande enciclopedia del mondo, e farla bere a chi sta più sopra di te. Wikipedia ha dei moderatori molto rigidi e severi. Per costruirti una credibilità ai loro occhi ci metti molto tempo. Cerchi di farteli amici, anche perché non è che li incontri al bar, sei connesso virtualmente, ti scambi qualche mail. La strategia è appoggiarli nelle dure discussioni sui singoli punti delle voci controverse di Wikipedia. Le occasioni non mancano di certo. A quel punto guadagni un po’ di margine per operare sulle cose che ti interessano davvero. Ti sorvegliano meno. Quando riesci a rovesciare tutto, hai vinto».

Giorni fa in una voce della Wikipedia inglese è stato velato il finale di un celebre giallo di Agata Christie, Trappola per topi. Ma i topi su Wikipedia sono molti di più degli otto personaggi della commedia poliziesca. Ci volle un filologo come Lorenzo Valla per dimostrare che la donazione di Costantino era un falso medievale, ricordano sui forum di discussione di Wikipedia: «Ma il mondo con il web va più veloce». Si fa presto a tirare su storie false e a demolirle. A giugno Ségolène Royal è rimasta affascinata dalla storia di Léon-Robert de L’Astran, per Wikipedia un naturalista del Settecento. La sua vita e le opere sembravano perfette per commemorare la giornata nazionale contro lo schiavismo. Invece era tutto falso. Piccoli esempi di come sulla democratica enciclopedia agiscano molti sabotatori della storia umana.

“17K” è uno di questi, e racconta al Riformista come si fa a ingannare una delle fonti del sapere del web. «Iniziamo dai numeri. Wikipedia ha un grosso numero di iscritti. In Inghilterra ci sono tredici 13 milioni di utenti registrati, tra questi 2mila amministratori e 3mila revisori. Ma si può intervenire anche senza essere registrati. Nel giro di tre giorni una tua revisione è moderata. Se è verosimile resta due settimane finché qualche pignolo interviene. Cambi la temperatura piano piano senza cambiare la pressione. E in tre anni hai scritto la tua verità».

Per esempio?
Si può cambiare la storia di Harry Potter fregando la Rowling e settanta milioni di lettori. Harry potter il mezzo sangue, il penultimo libro ha già 8mila modifiche sul suo wiki. Ho studiato attentamente tutto quello che sta scritto in rete, e fatto l’esegesi come con la Bibbia, delle interviste della Rowling, usandole e rimontandole. Per me Harry Potter non è l’eletto. La Rowling ci ha preso in giro. L’eletto è lo sfigato Paciok. Sto costruendo la sua rivincita. Ho riscritto alcuni punti chiave del libro, e ho mandato in giro in rete la storia modificata. Poi ho spinto la cosa sui forum e su Wikipedia, dove opero costantemente. Cito una frase della Rowling che mi dà perfino ragione! Mancano sei mesi dal nuovo film e devo sbrigarmi. Chissà di non riuscire a far morire Harry Potter.

Quali sono i wiki più controversi e gli ambiti meno sorvegliati?
Michael Jackson ha 26mila revisioni, il global warming 28mila, Sarah Palin 27mila e sappiamo che è stata beccata per questo in campagna elettorale. G. W. Bush ne ha 44mila. Qualcuno ha seriamente ipotizzato che fosse discendente di tedeschi e quindi nazista. Ci sono discussioni enormi sulle pagine di Gesù, la Striscia di Gaza, su Adolf Hitler. La pagina della Chiesa cattolica ha tante revisioni come quella di Barack Obama, riscritta ventimila volte. Maometto, il Barcellona ed Elvis Presley hanno gli stessi numeri: come fai a notare discrepanze nel numero degli interventi e a metterti in allarme? Le aziende costruiscono pagine quasi agiografiche. La Coca Cola sembra che distilli sangue dei santi. McDonald’s fa ovunque attività sociale. Troppi i messaggi contingenti, e magari comprati. L’ambito scientifico non è attendibile: tutto viene scritto senza controllo e tutto viene censurato a scanso di equivoci. Le riviste di settore hanno i loro sistemi interni per far circolare gli articoli. Quindi c’è campo libero su Wikipedia. Di attivisti ce ne sono una marea, ma su Internet passa il valore medio delle cose. Wikipedia ha una reputazione massima su Google. Però, per sua furbizia, Google sull’argomento X non va mai a tirare fuori roba fresca da Wikipedia, sta attento alle voci controverse e delicate. Stanno lì a controllare tutto il giorno.

La Storia?
Il revisionismo è un processo lento. Ci sono ambiti dove invece è richiesta rapidità di esecuzione come la finanza. Sulla chat room di Yahoo Finanza è stato postato un articolo di Bloomberg fabbricato ex novo, dedicato alla società PairGain. Le azioni sono subito salite. Ricordi le bombe di Oklahoma City nel 1995? Qualcuno ha messo in giro dei finti spot di America Online (Aol) dove vendevano magliette che inneggiavano alle bombe. Su Wikipedia la Sony ha modificato l’articolo di Halo 3, il videogioco che però gira su Xbox. Sony ha aggiunto che «comunque sia, Halo 3 non sarà migliore di Halo 2». Lo sappiamo perché l’indirizzo IP appartiene alla Sony. Sempre in campo dell’entertainment, un dirigente della Electronic Arts ha cercato di rimuovere dal wiki un membro storico della società che aveva poi dato problemi.

Quindi Wikipedia non è autorevole?
Le principali fonti di sapere internettiano sono tre: Google, Dmoz e Wikipedia. Google si basa sulle ultime due, che non sono autorevoli. Il sistema è fallato se vogliamo cercare una verità. Io opero dentro queste tre scatole, mi sento a metà tra un archeologo, un truffatore e un santone. Spesso aggiungo cose che nemmeno vorrei, in posti dove non potrei, con contenuti che non dovrei. Le bugie non sono fini a se stesse, sono un comportamento strategico, e me le passano. Tramo su Wikipedia, modificando sottigliezze per insinuare posizioni, aggiungendo con attenzione dicerie per trasformarle pian piano in verità, con modifiche successive. Costruisco anche finte fonti da citare, riarrangiando ed estrapolando parole altrui, pubblicandole da qualche parte. E alla fine, una volta sedimentate, nessuno più le tocca, assurgendole a verità. Non sono un ipocrita, ammetto di fare quel che ogni pubblicitario fa: inventare balle. Solo che le metto in posti dove non ti aspetti, in maniera efficace.

Cosa è Dmoz?
Dmoz è una directory che categorizza a mano siti di qualità dagli albori di internet: prima dell’avvento di Google, esisteva solo la zappa e i calli alle mani per catalogare. È come una fortezza nel deserto. Entrare come editore è difficile: devi sottoporti a un piccolo test iniziale, che scarta praticamente chiunque. Il compito di dmoz in effetti è quello di catalogare più siti di qualità possibile, non di cercare verità. Di metterli nel posto giusto e magari scartare un sito vecchio se il nuovo è migliore. Nessuno, in effetti, va a controllare nel dettaglio, sarebbe un lavoro titanico. Ma Dmoz cataloga forse lo 0,2 per cento della rete, troppo poco. Wikipedia è l’esatto opposto di Dmoz.

Il limite vero di Wikipedia?
Citare le fonti. Puoi modificare tutto, anche quelle. Il moderatore non è un investigatore, né un giornalista che è costretto a metterci la firma. Io ho ricostruito pagine intere di quotidiani internazionali. Nonostante Wikipedia sia per me il sito dove puoi farti un’idea di cosa è lo scibile umano e di quanto si possa fare per il mondo lavorando insieme e gratis, so che Wikipedia non è autorevole perché prende comunque delle posizioni, anche se in divenire.

E il famoso neutral point of view, il punto di vista neutrale?
Ecco, il N.p.o.v. è dramma per un wikipediano. Perché viviamo nell’oggi, e scrivere dell’oggi fornisce sicuramente una versione parziale. Generalmente quando c’è un tema caldo, tutti si precipitano a dire la loro aggiungendo dettagli non enciclopedici. I moderatori lavorano tanto, bloccano la voce, alla fine il momento clou passa e resta un casotto che prima o poi qualcuno sistemerà.

Eppure Google dà molta importanza a Wikipedia, tanto che numerose ricerche portano prima di tutto, anche prima delle news, a un wiki.
Google è lo specchio di Internet. Tutte le pagine che Google non ha ancora visitato, quelle che risiedono sepolte dopo la millesima posizione tra i risultati, quelle che ha indicizzato male, è come se non esistessero. Wikipedia in questo senso è tutto ciò che Google desidera per colmare le sue lacune.

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Se a Mari e Scarpa gli tirano le pietre https://minimaetmoralia.it/editoria/parole-da-salvare/ https://minimaetmoralia.it/editoria/parole-da-salvare/#comments Thu, 01 Oct 2009 08:07:24 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=794 Questo articolo è apparso sul Riformista. La principale novità dello Zingarelli 2010 è la segnalazione di oltre 2800 parole da salvare: parole come fragranza, garrulo, solerte, sapido, fulgore il cui uso diviene meno frequente perché tv e giornali privilegiano i loro sinonimi più comuni (ma meno espressivi) come profumo, chiacchierone, diligente, saporito, luminosità. 2800 parole: […]

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Questo articolo è apparso sul Riformista.

La principale novità dello Zingarelli 2010 è la segnalazione di oltre 2800 parole da salvare: parole come fragranza, garrulo, solerte, sapido, fulgore il cui uso diviene meno frequente perché tv e giornali privilegiano i loro sinonimi più comuni (ma meno espressivi) come profumo, chiacchierone, diligente, saporito, luminosità.

2800 parole: un’oasi ancora utile per uno scrittore, o l’immagine di un dizionario obsoleto?
Quale la scelta per un letterato?
Al Festival della Letteratura di Mantova lo stregato e istrionico Tiziano Scarpa e l’austero e categorico Michele Mari hanno risposto all’appello di Giuseppe Antonelli, storico e linguista, portando ognuno un termine esemplare per il loro vocabolario.

mari_blogTrascorso il novecento della scolarizzazione obbligatoria e delle telecomunicazioni di massa, l’eredità letteraria sembra essere ininfluente nel linguaggio comune. Eppure l’irriducibile Michele Mari ha scelto guatare, guardare morbosamente, «una scelta forte- spiega Antonelli-, un atto di fede nei confronti della tradizione, una parola considerata già arcaica da Manzoni che nella nuova versione dei Promessi Sposi non la volle». Da sempre in Mari, c’è un’idea forte di recupero della tradizione. Del resto è l’autore dello spendido Io venia pien d’angoscia a rimirarti, un falso ottocentesco sul fratello di Leopardi.
«Il mio ideale di scrittore è defilato e provocatore, come Céline, un perseguitato di professione, non per il gusto del maledettismo in sé, ma perchè non guarda in faccia nessuno. Altri nomi direi Bufalino e Manganelli».
E tra i nuovi?
«Scrittori così ancora non li vedo o non li conosco».
E lo Strega 2009?
«Con Scarpa c’intendiamo. Abbiamo un senso alto della letteratura. Difendiamo il diritto dello scrittore di trovare le parole dove vuole, alla ricerca della vibrazione nuova. Saranno pure morte le civiltà antiche ma il meglio resta come deposito. Semmai morto è l’aspetto esteriore, mondano, chiacchiericcio. Le parole sono ancora vive».
La resa al linguaggio colloquiale è solo una tendenza?
«Spero che sia una frase transitoria, ma temo di no. C’è una corsa a linguaggi sempre più veloci e meno testuali».
Non è più tempo di sfide per gli scrittori?
«Così si toglie tempo alla pazienza di cimentarsi in imprese faticose come scrivere, ma anche all’avventura della lettura. E purtroppo molta parte della critica si sta adeguando».

scarpa_blogTiziano Scarpa invece ha scelto il termine sito:
«In qualche modo era caduto in disuso, e invece è stata rivitalizzata dall’inglese. In questa proposta -racconta Antonelli – c’è l’idea di un linguaggio che accoglie stili diversi, come nel repertorio di Scarpa con Groppi d’amore nella scuraglia».
Nessuna novità? Forse c’è paradossalmente un ritorno alla tradizione da parte dei trentenni, chiosa Antonelli.
Scarpa annuisce: «Probabilmente i trentenni hanno messo il vestito buono per essere inattaccabili, alcuni mi piacciono, in altri mi sembra di vedere del perbenismo linguistico».
Comunque vada, la proposta di Scarpa è di «adottare come inno la canzone di Antoine, “se sei buono ti tirano le pietre”, rende bene lo spirito degli italiani». Linguaggio standard o pop, i «giovani scrittori», anche diventati adulti, non hanno mai vita facile.

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