Stefano Cucchi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/stefano-cucchi/ un blog di approfondimento culturale Sat, 26 Mar 2022 15:38:40 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Stefano Cucchi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/stefano-cucchi/ 32 32 Il teatro come atto politico: la compagnia Eco di Fondo in un racconto da Antigone a Stefano Cucchi con “A buon diritto” https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-teatro-come-atto-politico-la-compagnia-eco-di-fondo-in-un-racconto-da-antigone-a-stefano-cucchi-con-a-buon-diritto/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-teatro-come-atto-politico-la-compagnia-eco-di-fondo-in-un-racconto-da-antigone-a-stefano-cucchi-con-a-buon-diritto/#respond Thu, 24 Mar 2022 13:00:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50201 A Buon Diritto, la Onlus per i diritti umani fondata da Luigi Manconi e diretta da Valentina Calderone, compie vent’anni: per ricordare le cause sostenute nel corso di questi decenni e rilanciare l’impegno dell’associazione, il 26 marzo si terrà Venti di diritti, a partire dalle 17:30 presso il MAXXI – Museo nazionale delle arti del […]

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A Buon Diritto, la Onlus per i diritti umani fondata da Luigi Manconi e diretta da Valentina Calderone, compie vent’anni: per ricordare le cause sostenute nel corso di questi decenni e rilanciare l’impegno dell’associazione, il 26 marzo si terrà Venti di diritti, a partire dalle 17:30 presso il MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo –, evento che vedrà la partecipazione di artisti e personalità del mondo della cultura, attivisti e rappresentanti delle istituzioni: il Presidente Mattarella e la Senatrice Liliana Segre; Valerio Mastandrea e Valentina Carnelutti; e poi Jorit, Cinzia Leone, Gipi, Ascanio Celestini e tanti altri.

A partire dalle ore 17:30 gli ospiti animeranno la serata con interventi, monologhi e performance teatrali. La serata proseguirà con la mostra (ad ingresso libero), a partire dalle ore 21:00 fino alla mezzanotte, delle opere di dodici disegnatori che hanno interpretato alcuni dei casi più significativi di questi anni di attività di A Buon Diritto.

 Nel corso della serata Giacomo Ferraù e Giulia Viana della compagnia Eco di fondo si esibiranno in una performance dedicata alla storia di Stefano Cucchi. La compagnia si occupa di teatro di prosa e di teatro ragazzi. Selezionati per due anni consecutivi a NEXT, laboratorio per delle idee, hanno vinto diversi premi, tra cui: Premio Riccardo Pradella, Selezione Inbox, finalista Premo Scenario Infanzia, Premio Fantasio Piccoli, Premio ANPI Cultura.

di Giacomo Ferrù e Giulia Viana

Circa una decina di anni fa abbiamo intrapreso un percorso di ricerca sulla riscrittura di miti e fiabe accostate a temi di attualità. Ci siamo subito accorti che questo approccio ci permetteva di comunicare in maniera immediata col pubblico. La fiaba e il mito, attraverso le proprie “funzioni” ed  archetipi, permettono allo spettatore di spostare il piano d’attenzione dalla contingenza, a volte stretta, dell’oggi, a un altrove fantastico, una sorta di lente d’ingrandimento per interrogarsi sulle stesse tematiche ma da un punto di vista nuovo.
Ad esempio abbiamo provato a rileggere il viaggio de Il Mago di Oz come metafora dell’emigrazione, laddove Oz rappresenta una qualsiasi Lampedusa dei nostri giorni; abbiamo riletto la famosissima fiaba di Andersen, La Sirenetta, accostandola al tema della identità sessuale e del valore della propria “coda”; Pollicino per parlare di terza età; Dedalo ed Icaro per raccontare l’autismo; Narciso per parlare della dipendenza da virtuale.
Con il tempo l’accostamento a miti o fiabe è un procedimento entrato a fare parte del nostro vocabolario, del nostro sentire scenico. Per noi quello tra arte e temi sociali è un rapporto che può dimostrarsi veramente fecondo.

Tanto che crediamo che il teatro possa essere un atto politico, nel momento in cui riesce ad offrire l’occasione di un dibattito reale e concreto con il pubblico, nel momento in cui riesce a nutrire il senso critico nello spirito degli spettatori e fa riemergere l’Umano.

È politico quando affronta tematiche scomode e ne solleva le ambiguità, ma al tempo stesso è politico quando si affaccia a temi che appartengono al quotidiano e riesce comunque a portare alla luce l’invisibile che muove le masse, che si insinua prepotentemente nel nostro presente. Per quella che è stata la nostra esperienza, serve sempre moltissimo studio per approfondire i temi, con le loro derivazioni e in tutte le loro specifiche. Per farlo abbiamo spesso incontrato persone che fossero state colpite da quel determinato problema, o abbiamo letto svariati libri sul tema, e soprattutto sono sempre state fondamentali per noi le relazioni con le associazioni che difendono i diritti delle varie “fragilità” di cui ci siamo curati. Per esempio, quella con Amnesty International Italia, che ha concesso il patrocinio a O.z, storia di un’emigrazione, La Sirenetta, La notte di Antigone; con La notte di Antigone abbiamo creato collaborazioni anche con L’associazione A buon Diritto e l’Associazione Antigone; con Dedalo e Icaro abbiamo stretto rapporti con ANGSA di Novara, con Orfeo ed Euridice con l’Associazione Luca Coscioni e La consulta di Bioetica 

Questo ci ha permesso di lavorare a fondo e in sinergia, creando per gli spettatori occasioni di vero dibattito prima o dopo lo spettacolo, come momento in cui creare agorà, in cui continuare a restare in ascolto o portare direttamente in condivisione le proprie domande o perplessità.

Proprio in virtù di questo rapporto tra arte e finzione da una parte e mondo politico e sociale dall’altra, abbiamo scelto di dedicare degli spettacoli a storie vere. In particolare alle vicende di Stefano Cucchi ed Eluana Englaro. In questi casi, è necessaria una riflessione particolare. Anche se l’approccio per cominciare la ricerca di ogni spettacolo è differente e peculiare, c’è una regola aurea che ormai seguiamo sempre. Quando gli spettacoli sono ispirati anche solo collateralmente a fatti di cronaca vera, partiamo dal presupposto di non usare i nomi propri o i cognomi delle persone coinvolte nel fatto reale. È una questione in primo luogo di rispetto, dato che le storie in teatro possono evocare dei fatti reali, ma senza mai senza poter pretendere di raccontare “la verità”. In secondo luogo per accompagnare lo spettatore in un luogo di riflessione “altra”. Anche questa per noi è stata una indispensabile scoperta lungo il percorso: sulla crudezza e sui numeri della cronaca, in teatro vincono sempre poesia e metafora. Qualche volta anche nella vita, e sono quei momenti per cui vale la pena di viverla appieno. Orfeo ed Euridice è ispirato alla storia di Beppino Englaro: per chi ha letto i suoi struggenti libri è un dato evidente, ma  per la maggior parte degli spettatori sul palco ci sono un ragazzo ed una ragazza (che si chiamano Giacomo e Giulia come noi attori) la cui storia d’amore viene improvvisamente trasformata da un incidente. La notte di Antigone invece prende spunto dalle nostre riflessioni sul caso Cucchi, sull’eroicità della figura di Ilaria, ma in scena i personaggi non hanno nome, solo funzioni: fratello, sorella, madre, padre, Antigone, Tiresia, Creonte. La nostra urgenza era raccontare la storia di eroi contemporanei. Persone che hanno lottato per la verità, per la giustizia, per i diritti di chi veniva dopo di loro. Persone esattamente come noi, a che davanti ad una disgrazia o ad una ingiustizia si sono fatti carico di lottare. Tutti insomma possiamo essere Giacomo e Giulia, ma pochi come Beppino Englaro possono lottare senza requie per diciassette anni al fine di ottenere il riconoscimento di un diritto. Tutti potrebbero essere sorella o fratello di un Polinice vittima di un’ingiustizia, ma pochissimi riuscirebbero a fare quello che ha fatto Ilaria Cucchi; Antigone Infatti non ci si nasce, ma si scopre di esserlo combattendo.

Nel raccontare queste storie, inoltre, oltre al riferimento alla vicenda reale c’è anche il richiamo al teatro classico, in una relazione tra narrazioni che abbiamo costruito a partire da una nostra personale urgenza: raccontare di un caso di sopruso dello Stato nei confronti di un cittadino e della grave difficoltà dei famigliari di arrivare alla giustizia. In particolare sapevamo che avremmo voluto ispirarci al caso Cucchi. Seguendo il percorso di compagnia è arrivato quasi immediato l’accostamento ad Antigone ma con alcune differenze dalla tragedia originale sofoclea.

In questo ci sentiamo davvero molto fortunati perché i temi che di volta in volta affrontiamo diventano per noi occasioni per aprire la porta verso un luogo della nostra esistenza che ancora non avevamo immaginato. Permettono a noi per primi di indagare e mettere in discussione prima di tutto con noi stessi le difficoltà dei nostri protagonisti per poi trovare una sintesi teatrale da raccontare al pubblico. 

Dell’esperienza con Antigone – e lo è per tutti i nostri spettacoli – lo spettacolo è l’ultima tappa di un lungo percorso dominato da lunghi momenti di approfondimento e studio e indagine su come la scena possa reagire a quei temi.

In questa Notte di Antigone per esempio abbiamo attraversato le traduzioni per noi più significative del mito sofocleo, ma anche tante versioni della tragedia, una fra tutte quella di Anouilh, che qualche spettatore può percepire nell’eco di alcuni scambi tra i personaggi; sono poi stati fondamentali per noi libri come – ne citiamo solo alcuni – Quando hannno aperto la cella di Luigi Manconi e Valentina Calderone; Una sola stella nel firmamento, libro di Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, ragazzo ucciso a Ferrara nel 2005 per un controllo di polizia; Pino. Vita accidentale di un anarchico di Licia Pinelli ed ancora dai vari libri di Ilaria Cucchi che ci hanno permesso di portare il nostro sguardo lì dove era difficile immaginare di arrivare.

Il pubblico entra con noi tra le pareti della cameretta di un fratello e una sorella che proprio lì dentro hanno condiviso la loro infanzia, e si alternano così momenti differenti che portano in sé l’eco di tante di tutte le storie, di tutte le Antigoni che si sono trovate a diventarlo per scelta o per senso del dovere. La cameretta sprofonda fisicamente dentro di sé lasciando emergere le radici nel teatro classico così come le abbraccia le testimonianze e il turbamento di una vita all’interno del sistema Famiglia, che interseca quella del sistema Stato. Il parallelismo vince quando alla fine ci si rende conto che questa situazione che potrebbe accadere a chiunque e noi civilmente non dobbiamo più permettere che accada.

Per questo, per noi è importante dialogare orizzontalmente con il pubblico raccontando “l’umano”. Perché l’umano permette di connettersi ad un livello invisibile. A volte lo chiamiamo “universale”, intendendo ciò che è immediatamente comprensibile, esperibile a qualunque osservatore. Apriamo al pubblico le stesse domande in cui inciampiamo in sala prove. Diventano il fulcro dello spettacolo. Spesso a guidarci sono proprio il mito e la fiaba di riferimento, non soltanto i punti di vicinanza ma soprattutto i punti divergenti!  Ad esempio ci è risultato evidente sin dal principio che Antigone condividesse una parte del suo sentire con una figura come Ilaria Cucchi, ma nella tragedia Sofoclea i fratelli sono due.
Inizialmente questa discrepanza ci aveva messi in crisi; continuando a cercare, abbiamo scoperto che Eteocle, l’onorato cittadino, e Polinice, il reietto da mettere alla gogna, raccontavano semplicemente due volti della stessa persona. Anzi, ci permettevano di raccontare in maniera più approfondita la complessità del fratello. Analogamente, in Sofocle, Creonte emana un editto affinché un corpo e rimanga esposto, mentre Antigone lo copre. Un’altra differenza sostanziale. Nella nostra rilettura infatti avviene l’esatto contrario, poiché Lo Stato Creonte cerca di nascondere, di insabbiare, mentre Antigone si trova costretta ad esporre il corpo del fratello. Ed infine c’è quello che chiamerei effetto “eco”. Lo spettacolo si contamina nel tempo della reazione del pubblico, quasi fosse un attore in scena. Chiedo anticipatamente perdono ai fisici poiché di fisica ne capisco davvero nulla, ma c’è una cosa nella meccanica quantistica che trovo sempre sorprendente quando provo ad approcciarmici: la realtà (quantica) cambia in base al suo osservatore.  Ecco credo che lo spettacolo sia questo. Un ecosistema complesso e raffinato che cresce nel confronto vivo con lo spettatore.

Come tutti gli spettacoli che costruiamo speriamo che lo spettatore possa mettersi nei panni di persone in situazioni complesse, con lo stesso procedimento con cui abbiamo provato a farlo noi. Ci auguriamo che possa essere stimolante da un punto di vista umano, che lo spettatore possa guardare con occhi diversi le persone più fragili (fragilità che a volte portano anche a dipendenza); che possano aver attraversato i diversi stati anche contrapposti che può aver provato la nostra protagonista, lasciandosi portare dal flusso di pensieri e dagli appuntamenti con i suoi ricordi, le sue paure, l’origine del suo senso di colpa; che possano riflettere sul concetto di “muro” che tanto chiediamo alla nostra società più o meno consapevolmente. “Mi chiedete di alzare dei muri, e questi muri agiscono sulla vostra coscienza, vi attirano, ma al tempo stesso vi inquietano perché il muro non è una cosa che fa male, il muro è un’idea che fa male.” Così risponde il nostro Creonte alla sorella, una delle tante sorelle che finirà per diventare Antigone, rende con le parole il concetto del “non voler vedere” che noi stessi cittadini a volte chiediamo che venga restituito dallo stato, sfindandola per esempio gli nomina per esempio gli hospice, le case di riposo, le comunità, i campi di accoglienza. E allora noi spettatori, come ci poniamo? Emergono delle grandi contraddizioni del nostro secolo che solo se toccati personalmente a volte andiamo ad incontrare. Ecco allora che il teatro prova a mettersi nei panni dell’una e dell’altra parte, senza giudizio, senza tirare il pubblico in una direzione o in un’altra ma solo lasciando spazio alle varie voci. 

“Ne ho viste di Antigoni, ed il tuo è un cammino solitario” prosegue Creonte, allora saremo noi pubblico disposti a metterci, come gli attori, nei panni della nostra protagonista? Cosa avremmo fatto al suo posto?

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Ascanio Celestini e il Coisp: perché il cinema non può raccontare il caso di Giuseppe Uva? https://minimaetmoralia.it/cinema/ascanio-celestini-e-il-coisp-perche-il-cinema-non-puo-raccontare-il-caso-di-giuseppe-uva/ https://minimaetmoralia.it/cinema/ascanio-celestini-e-il-coisp-perche-il-cinema-non-puo-raccontare-il-caso-di-giuseppe-uva/#comments Thu, 03 Sep 2015 09:17:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28302 (Fonte immagine)

Alcuni giorni fa è stato diffuso il testo di una lettera che Franco Maccari, segretario generale del COISP (sindacato indipendente di Polizia), ha pubblicamente indirizzato ad Ascanio Celestini. Si tratta di una lettera dai toni accesi, dovuti al fatto che nel suo ultimo film, «Viva la sposa» che verrà presentato alla Mostra del cinema di Venezia, Celestini affronta la vicenda di Giuseppe Uva, morto il 14 giugno 2008 dopo un fermo di polizia e successivo Tso, il trattamento sanitario obbligatorio. Ecco uno stralcio della lettera:

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(Fonte immagine)

Alcuni giorni fa è stato diffuso il testo di una lettera che Franco Maccari, segretario generale del COISP (sindacato indipendente di Polizia), ha pubblicamente indirizzato ad Ascanio Celestini. Si tratta di una lettera dai toni accesi, dovuti al fatto che nel suo ultimo film, «Viva la sposa» che verrà presentato alla Mostra del cinema di Venezia, Celestini affronta la vicenda di Giuseppe Uva, morto il 14 giugno 2008 dopo un fermo di polizia e successivo Tso, il trattamento sanitario obbligatorio. Ecco uno stralcio della lettera:

«Ci risparmi le manfrine su “tutti coloro che sono morti nelle mani dello Stato” perché ne sono pieni i titoli dei giornali, i polmoni di Manconi e soprattutto di chi si dimostra tanto solerte e definitivo nel giudicare qualcosa che non sa nemmeno come funziona.

Nel modo in cui, con altrettanta “competenza” possiamo affermare che il suo film fa schifo, signor Celestini, glielo diciamo senza averlo visto, senza mai aver fatto gli attori, senza mai aver fatto un minuto di regia o di teatro. Il suo film è orrendamente dozzinale e gli attori che lo interpretano non sanno recitare. Eppure noi non siamo attori.

Non ne sappiamo nulla, eppure noi diciamo che la sua opera, scusi il termine un po’ forte, fa cagare. Affermiamo anche, senza avere alcuna competenza in merito, che lei recita come un cane e che dietro la macchina da presa fa ancora più pena.

Stiamo solo esprimendo un’opinione, disinformata, completamente avulsa da una conoscenza reale ed anche piena di pregiudizi: quindi, secondo i canoni correnti, perfettamente legittima e legittimata a diventare autorevole, basta che faccia comodo». (il testo integrale potete leggerlo qui)

Al di là degli insulti (nemmeno troppo velati dal dispositivo retorico della lettera, che li vorrebbe parte di un’iperbole), la cosa che lascia sconcertati è il ragionamento sottostante: non siete competenti in materia di fermi di polizia e quindi non potete parlarne.

Come se, in una democrazia normale, discutere pubblicamente di persone morte mentre erano affidate allo Stato (come Aldo Bianzino, Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Riccardo Rasman o il recente caso di Andrea Soldi) non fosse non soltanto un diritto dei cittadini e un obbligo delle istituzioni, ma anche e soprattutto un dovere morale.

Sono certo che Ascanio Celestini non si sia perso d’animo; e di fatti sulla pagina Facebook a lui dedicata “il film che fa cagare le guardie” è diventato un rovesciamento ironico che suona come un possibile slogan. D’altronde le accuse della lettera di Maccari sono così grossolane che si smontano da sole e anzi finiscono per fare da cassa di risonanza per il film che sarà presentato a Venezia il 7 settembre.

Tuttavia la lettera del Coisp non è da liquidare con una scrollata di spalle. Perché tira in ballo un “sapere tecnico” da cui la cittadinanza – giornalisti, artisti, gente comune – è per forza di cose esclusa. Vale a dire che chi è “avulso da una conoscenza reale” dei fatti non può che esprimere “opinioni piene di pregiudizi”.

Ridurre a una “tecnicalità” il dramma delle morti di chi è sotto custodia dello Stato accosta di colpo questo tema ad altri comparti della vita pubblica che sembrano sempre di più affetti da determinismo, come la burocrazia o le decisioni in materia economica. Non si può scegliere una politica economica autonoma perché ci sono degli obblighi che “vanno rispettati per forza”. Conosciamo tutti un vasto campionario di storie kafkiane tra adempimenti amministrativi e disposizioni fiscali ma “la legge deve comunque fare il suo corso”.

La tecnicalità è così. Ti dice: è andata com’è andata perché non poteva andare diversamente. Chi non lo capisce semplicemente non dispone delle informazioni necessarie.

Per questo nel leggere la lettera del segretario generale del Coisp mi è tornata in mente una lettura di qualche anno fa. Si tratta di “Nella rete tecnologia”, un saggio di Alain Gras, che insegna sociologia e antropologia delle tecniche alla Sorbona. Di quella lettura mi sono rimaste impresse due cose: la prima è l’idea di fondo che la tecnica non sia qualcosa di “autonomo”, ma sia piuttosto un fatto profondamente sociale. La seconda è una concezione della catastrofe come “altra faccia della medaglia” dei sistemi complessi affidati alla sapienza tecnica.

Gras fa l’esempio del trasporto aereo. Per quanto tecnologia e procedure tengano sotto controllo ogni particolare, e di norma ci riescono senza problemi, questo sistema di trasporto deve convivere comunque con l’idea sia pure remota di catastrofe.

Che c’entra tutto questo col nostro discorso? Due cose.

La prima è che non si può ridurre il dibattito sulle vicende come quella di Giuseppe Uva a un semplice tema di procedure. Se la tecnica e le modalità con cui viene messa in pratica sono un fatto sociale, è bene che si discuta pubblicamente dei suoi risvolti aberranti ed è bene che lo facciano giornalisti, artisti, politici, semplici cittadini e ovviamente chi con le procedure ha a che fare.

Il secondo punto parte dalla considerazione che la morte di una persona affidata allo Stato non è prevista in alcun regolamento. Non può esserlo, perché è la negazione dei principi su cui lo Stato stesso si basa. Quando avviene siamo perciò già nella dimensione della catastrofe. Ovvero siamo al momento in cui il sistema è collassato.

A quel punto qual è la cosa più sensata da fare? Giustificare il collasso o fermarsi a capire cosa ha provocato la catastrofe per fare in modo che non avvenga più?

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L’educazione aristocratica di Zerocalcare a Rebibbia https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-zerocalcare/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-zerocalcare/#comments Sat, 08 Nov 2014 06:00:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24259 Pubblichiamo un'intervista di Marco Cubeddu a Zerocalcare apparsa su Pagina 99. Ringraziamo l'autore e la testata.

Oggi, sabato 8 novembre, alle 18 a piazza Indipendenza a Roma c'è Mille candele per Stefano Cucchi, una fiaccolata promossa da ACAD - Associazione Contro gli Abusi in Divisa Onlus. In fondo all'articolo, l'illustrazione di Zerocalcare.

di Marco Cubeddu

«Pensa che in 15 anni sono stato solo una volta fuori da Rebibbia per più di 4 notti. A Gaza. 9 giorni. Un incubo. L’idea di fare un viaggio non è che mi fa schifo eh, ma io proprio non ce la faccio. Fino a qualche anno fa mi venivano le bolle rosse quando dormivo fuori. Anche le presentazioni, per dire, ne ho 18 già programmate per Dimentica il mio nome, e anche se ne ho diverse vicine io vado, dormo fuori una notte, torno a Rebibbia, magari per un giorno, e poi riparto. Ormai ho imparato a conoscermi. Massimo 4 notti posso resistere».
«Ma che ne so, non ti attira l’idea di andare in Cina, in Australia, in America?»
«Sì. Per 4 notti».

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Pubblichiamo un’intervista di Marco Cubeddu a Zerocalcare apparsa su Pagina 99. Ringraziamo l’autore e la testata.

Oggi, sabato 8 novembre, alle 18 a piazza Indipendenza a Roma c’è Mille candele per Stefano Cucchi, una fiaccolata promossa da ACAD – Associazione Contro gli Abusi in Divisa Onlus. In fondo all’articolo, l’illustrazione di Zerocalcare.

di Marco Cubeddu

«Pensa che in 15 anni sono stato solo una volta fuori da Rebibbia per più di 4 notti. A Gaza. 9 giorni. Un incubo. L’idea di fare un viaggio non è che mi fa schifo eh, ma io proprio non ce la faccio. Fino a qualche anno fa mi venivano le bolle rosse quando dormivo fuori. Anche le presentazioni, per dire, ne ho 18 già programmate per Dimentica il mio nome, e anche se ne ho diverse vicine io vado, dormo fuori una notte, torno a Rebibbia, magari per un giorno, e poi riparto. Ormai ho imparato a conoscermi. Massimo 4 notti posso resistere».
«Ma che ne so, non ti attira l’idea di andare in Cina, in Australia, in America?»
«Sì. Per 4 notti».

Ecco, per raccontare Zerocalcare, che a differenza di quanto credevo non soffre a sentirsi chiamare con lo pseudonimo, anzi, maledice il giorno in cui Makkox in buona fede ha fatto il suo vero nome in una prefazione, bisogna partire da Rebibbia, il suo “Pisolone”, un sacco a pelo che lo tiene al sicuro. Dove anche il suo ultimo libro, Dimentica il mio nome (in uscita per Bao Publishing, 240 pagine, euro 18), è ambientato, e dove tutta la sua famiglia abita ancora («Stamo tutti a Rebibbia, mi madre, mi nonna, mi padre, io avrò cambiato 4 case da quando sono andato a vivere da solo. Tutte a Rebibbia»).

E infatti è a Rebibbia che ci incontriamo. Da neoromano, mi perdo per raggiungere la linea B. Siccome sono in ritardo, gli scrivo: «Ciao Michele io sto per prendere la metro da Tiburtina spero di non arrivare in ritardo». «Azzz no mi sa che arrivi prima di me anzi, tra 15 min stai qua! (se arrivo alle 17.45 mi uccidi?)»

Avevamo appuntamento alle 18.00. Altri elementi necessari per inquadrare Zerocalcare: la premura. La gentilezza. Effettivamente arrivo prima di lui, per uno di quei miracolosi incastri che rendono la viabilità romana imperscrutabile. Impossibile essere puntuali: o in largo anticipo o in drammatico ritardo. Lo aspetto appollaiato su un muretto di mattoni davanti alla stazione. Intorno, famiglie di carcerati al rientro dalle visite. Arriva e si scusa di essere uscito «praticamente in pigiama». Eppure, un’altra sua caratteristica è l’eleganza intrinseca, nonostante l’accento da borgata e il look da redskin a riposo. Siccome nel nuovo libro le componenti autobiografiche, alterate da parti fantastiche, lasciano pensare a un’educazione aristocratica della nonna materna, viene spontaneo ricondurlo ai personaggi di Dickens, cui la vita di strada non ha intaccato il sangue blu che scorre nelle loro vene.

«Ma no, mi nonna è stata educata da dei nobili russi, ma mica era nata nobile, e poi è finito tutto da giovane, ha avuto una vita pazzesca, rocambolesca, tanto che è finita a Rebibbia. Ma tu dove stai qui a Roma?».
«Pigneto purtroppo, un covo di radical chic, sto cercando di scappare».
«Eh, quello è l’inferno. Ma zona isola?».
«No, per fortuna, sulla Casilina, verso Torpignattara, coi cinesi che tengono lontani gli hipster».
«Ah, due giorni fa avevamo occupato un posto da quelle parti, per farci una scuola sociale di fumetto».
Già, eleganza e squotteraggio in lui si conciliano benissimo. Andiamo a bere qualcosa al bar Al vecchio casello («Qua è abbastanza di passaggio, no, sai, farmi vedere che mi fanno un’intervista, da ste parti, poi tutti ci guardano storto, e ch’hanno pure raggione»).

Se non dovessimo parlare d’altro parleremmo tutto il tempo di politica. Quella è la parte della sua vita che lo interessa davvero. L’unica cosa che chiede venga riportata con attenzione: «Perché a me se dovessi perdere il rispetto della mia gente, mi farebbe troppo male».
Occupazioni, cineforum, presentazioni di libri sono stati per lui molto più formativi del liceo classico. I centri sociali sono il solo ambiente in cui Zerocalcare si sente veramente a suo agio. Oltre alla sua cameretta. Per lui sono mondi distinti, quello del suo successo editoriale (oltre 200.000 copie vendute, tutti che lo vogliono sui giornali e sulle riviste, tutti che lo vorrebbero in tv) e quello delle locandine, delle copertine dei cd autoprodotti, che continua a fare. Eppure, nelle sue storie è molto autoironico sulle idiosincrasie politiche, sulle contraddizioni del suo antagonismo.

«Sì, con me stesso mi viene facile. Ma sugli ambienti che frequento non faccio mai ironia, è una parte troppo importante della mia vita, e l’ironia potrebbe venire fraintesa, strumentalizzata da chi vuole raccontare quelli dei centri sociali come stereotipi, alieni fuori dal mondo. E non mi va».
Ci sediamo a un tavolino metallico. Intorno a noi gridano due gruppi di vecchietti, parlano della sconfitta della Roma con la Juve («Ma che parlamo a fa coi laziali de carcio»). Prendo una birra. Lui prende un succo di frutta. «Astemio?».
«Sono un punk straight edge: non bevo, non fumo, non mi drogo, non assumo nessuna sostanza che alteri la coscienza o che dia dipendenza. Forse ho iniziato perché avevano delle felpe fighe. Una volta eravamo in tanti. Mo’ praticamente del mio gruppetto semo rimasti solo io e Secco, l’amico mio».
«Quello del poker on line delle tue storie?».
«Quello«.
«E lui come l’ha presa la fama?».
«Sai che non ne parliamo mai? Lo sa di essere un mio personaggio. Ma non è mai venuto a una mia presentazione. O, che so, su Facebook, non ha mai condiviso un mio link».
«Timidezza?».
«Ma no, è che a lui, ma a tutti gli amici miei, in realtà, è che non gli frega niente di ste cose. Noi parliamo di risse, di arresti, chi è stato menato da chi».
«Cioè, non è cambiata la tua vita?».
«Ma sai che no. Cioè, lavoro un botto più di prima, ma per il resto no».
«Beh, ma anche economicamente, direi che ti è cambiata per forza. Ora, ho capito che non ti trasferirai ai Parioli, però insomma, una villa a Rebibbia?».
«Ma io più che altro ero convinto, e lo sono anche adesso, che non durerà. Per me era strano fare delle storie su riviste che non chiudessero dopo due settimane. Quindi la stabilità è una cosa pazzesca. Ma sono sicuro che arriverà il giorno in cui dovrò cercarmi un lavoro. E i soldi mi serviranno per tirare a campare. Quindi niente lussi, anche se ho comprato diversi videogiochi, uno tipo quelli vecchi da bar, che era il sogno mio avercelo in casa da regazzino».

Il successo di Zerocalcare viene dal suo blog, dove ogni maledetto lunedì su due ha raccontato la sua vita.
«Io non pensavo potesse interessare a qualcuno. Quelle erano paranoie mie e basta, credevo. Poi, facendole leggere agli amici, ho capito che interessavano anche ad altri, così ho messo su il blog».
«Che nonostante gli impegni continui a portare avanti, gratis».
«Sì, anche se ho smesso di considerarlo un patto di sangue, non lo aggiorno più con la regolarità di un tempo, perché non ce la faccio proprio. Però è un mio punto d’onore continuare a fare delle cose gratis su internet, non voglio che la gente pensi che ho usato il blog come un trampolino, che poi lo è stato, ma non è solo questo, è una cosa a cui tengo davvero».
«Eppure i tuoi numeri sono impressionanti. Nessuna tentazione mondana?».
«È proprio l’informalità dei lavori creativi che non sopporto. Quando lavoravo normalmente facevo le mie ore e fine. La mia vita era fuori. Invece nei lavori creativi il lavoro è fatto di feste, di cene, di aperitivi, di socialità. Io l’ho fatto all’inizio, ma poi ho capito che non lo volevo più fare. Anche perché se cominciassi a fare quella vita lì poi non potrei più raccontare le mie storie, non mi sentirei pulito. Però è chiaro che, vendendo bene, sono nella posizione per non farlo. È un privilegio potermelo evitare. E poi mi fa veramente schifo, ti rendi conto che quest’ambiente è perfettamente in grado di assorbire tutto, dalla guardia al black block».

«E da un punto di vista creativo, sei cambiato?».
«Ho il terrore di non approcciare le cose con lo stesso spirito di quando le ho cominciate. Non voglio vivere facendo qualcosa solo perché so che ha consenso. Anche se c’è una parte di me che mi dice…».
«Tipo l’Armadillo che rappresenta la tua coscienza nelle tue storie?».
«Esatto, che mi dice daje Calcà, che te frega, però ecco, ad esempio, io questa storia la sento molto diversa dalle altre cose fatte, infatti c’ho un botto de paura, però mi sentivo che si è chiuso un ciclo con questo libro. La profezia dell’armadillo lo sento datato di tre anni, la mia visione degli affetti, delle cose, si è evoluta, era il momento di raccontare questa storia, anche se mi terrorizza a morte».
«Perché?».
«Perché ho paura che la gente dica Che palle, ma che frignone questo».
«Io l’ho trovata più adulta, con parti divertenti che funzionano e lasciano prevalere i sentimenti, raccontati in maniera sofisticata ma col pregio della banalità, in senso buono. Quelle esperienze che abbiamo vissuto tutti e che fanno sentire i tuoi lettori così dentro la storia».
«Ma l’hai letto? Ti è piaciuto? Io non ho manco visto il pdf ancora, è la prima intervista che faccio con qualcuno che l’ha letto e mi interessa capire che ne pensi perché io sono terrorizzato a morte».
«Sì, ho ricevuto il pdf. Tra l’altro, fra parentesi, mi hai fatto vivere un’esperienza surreale. Il tuo libro si chiama Dimentica il mio nome. Ma su tutte le pagine del pdf che mi hanno mandato stava scritto il mio in obliquo, che era come non poterselo scordare mai. Ho pensato che nell’ufficio stampa di Bao o fossero dei geni della metacomunicazione, o fossero pazzi: pdf criptato, nome impresso su tutte le pagine, manco fossero documenti della Cia, tipo che temono un Calcareleak».
«Ahahahaha, così se lo metti su eMule sanno che sei stato tu».
«Comunque, a parte gli scherzi, non c’è un altro modo per dirlo, è molto bello».
«Dici? Ma non è sdolcinato?».
«No. È tenero. Il rapporto con tua nonna, con tua mamma, con tuo padre…».
«Eh, quella è una mia altra paura. Da una parte il patto che ho fatto con mia mamma è che non dico a nessuno pubblicamente cosa è vero e cosa no. E dall’altra che mio padre magari se la prende, che lo faccio passare come un cojone».
«Io l’ho trovato delizioso il modo in cui racconti delle difficoltà tra padre e figlio di darsi affetto, che lo fanno con le mosse delle arti marziali praticamente. E in generale, l’inizio soprattutto, chiunque ha perso un nonno non può che immedesimarsi, quando tieni la mano a tua nonna, il modo in cui ti senti in imbarazzo in ospedale».
«Io avevo molta paura perché per la prima volta non raccontavo solo i fatti miei, ma anche quelli della mia famiglia, anche il lutto, il dolore, cose che mi mettono in imbarazzo».
«La parte sull’oscenità del dolore è stupenda».
«Mi sento in colpa ma il dolore mi fa schifo, mi ripugna, mi repelle. Proprio le fragilità del dolore scomposto, io posso venirti a prendere in macchina alle tre del mattino, pure in bici dall’altra parte del mondo, ma non ti so dare assistenza al dolore, sono impreparato».
«In generale c’è un grande pudore nelle tue storie. Penso che questo contribuisca a rendere il tuo mondo accogliente, vero, ma allo stesso tempo finto, non so, penso alle storie di Topolino, Topolinia e Paperopoli che praticamente mettono al bando cose come la morte».
«Nelle mie storie, ad esempio, il sesso non c’è perché non lo so raccontare. E perché coinvolge un’altra persona. Io sono un’orsolina, quella roba non mi va di darla in pasto ai lettori. Pensa che nella mia vita non ho mai disegnato neanche un paio di tette».

Dimentica il mio nome è un libro delicato, che affronta il tema della crescita e dell’identità con umorismo e paradossi, ma senza dimenticare la commozione, la nostalgia, i rimpianti. Un impasto generazionale che attraverso i miti degli anni ’80 e ’90, personaggi pop, nel senso di popolari, ma con una grande profondità, dei grandi valori («Prendi Ken Shiro, un modello», «Io ti confesso che da bambino stravedevo per Sauzer, il malvagio imperatore di Nanto», «Ma che infanzia c’hai avuto, ahò»), tratta sentimenti comuni a tutti con visioni originali e un’eleganza data dalla cura dei testi e dalla scelta dei colori (bianco, nero e arancione).

Prima di salutarci facciamo due passi per Rebibbia, al tramonto («Mica è il Bronx»), dietro un campetto, tra stradine minuscole, kebabbari, sovrastati dal bianco e nero dei palazzi sui cui si attarda un sole arancione dalle sfumature nucleari, parlando delle avances delle major, dell’hip hop, del punk, della bellezza delle scritte Acab, dell’autoproduzione, del rapporto coi fan («Il fatto che passo ore a fare disegnini alle presentazioni a me sembra un dovere nei confronti di chi viene a sentirmi, poi certo, ai lettori gli fa piacere comprare i miei libri anche per quello, e certi colleghi mi vedono male perché i lettori si aspettano che lo facciano anche loro») dei fan, delle critiche («cerco di leggere tutto, a volte rosico proprio, mi è pure capitato di beccarmi con qualcuno che mi insultava pesantemente e mi hanno portato via perché volevo mettergli le mani addosso»), di graffiti.

«Uno per cui c’ho una grande stima, artisticamente e politicamente, è Blu. Vorremmo fargli fare un pezzo su quella facciata… lo conosci?».
«Ho un tatuaggio tratto da un suo disegno».
«Eh, io ho due tatuaggi. Ne ho fatto uno su un braccio senza pensare che poi mi si poteva riconoscere alle manifestazioni, così ne ho fatto poi uno anche sull’altro, tanto se devo mettere la maglia a maniche lunghe per non farmi riconoscere… però ho tenuto puliti i polpacci così posso mettere i pantaloncini. Che disegno hai fatto di Blu?».
«Un nastro di Möbius fatto di carri armati e ruspe, sta su una fabbrica di Praga».
«Eh, a Praga devo andarci».
«Non è che poi ti vengono le bolle se stai troppo fuori da Rebibbia?».
«Ma no, basta che faccio tutto in quattro giorni».

zc-cucchi

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Caduto per le scale https://minimaetmoralia.it/interventi/caduto-per-le-scale/ https://minimaetmoralia.it/interventi/caduto-per-le-scale/#comments Fri, 31 Oct 2014 22:36:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24122 di Adriano Chiarelli Non è successo niente, e se è successo qualcosa non è colpa di nessuno. Se qualcosa è successo tra l’arresto e la morte di Stefano Cucchi non ci sono prove. E per questa insufficienza di prove nessuno pagherà con un solo giorno di galera. La sentenza di appello sulla morte di Stefano […]

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di Adriano Chiarelli

Non è successo niente, e se è successo qualcosa non è colpa di nessuno. Se qualcosa è successo tra l’arresto e la morte di Stefano Cucchi non ci sono prove. E per questa insufficienza di prove nessuno pagherà con un solo giorno di galera. La sentenza di appello sulla morte di Stefano Cucchi è, se possibile, persino peggiore della sentenza di primo grado. Tutti assolti, tutti non colpevoli. Se tra le mura della cella di piazzale Clodio, se nei corridoi delle caserme dei carabinieri dove il corpo esile dello “sporco pusher di Torpignattara” è transitato di milite in milite in maniera non proprio ortodossa, se sul letto del Pertini dove Stefano era detenuto in stato di inanizione i medici non se lo sono filato di striscio finché non è crepato, noi non lo sapremo mai, perché il giudice della corte d’appello di Roma così ha stabilito. Niente prove, fine della storia. Sarà la Cassazione forse a dirci se si dovrà tornare in Appello, a replicare per l’ennesima volta la madre di tutte le farse processuali di malapolizia. Quel grande vaffa, quel dito medio del secondino imputato che svettava nell’aula del processo di primo grado, l’aula bunker di Rebibbia, ha stravinto e oggi ha avuto l’avallo di una corte che non ha evidentemente ritenuto di valutare inattendibili le tante prove e i tanti indizi che suggerivano una verità diversa dalle ripetute cadute per le scale e dalle lesioni ossee risalenti al 2006. Quel dito medio è un vaffanculo di stato, al quale oggi si è unita una giuria della corte d’appello di Roma.
Stefano è morto per motivi sconosciuti, è questa la nuova verità. La grande famiglia delle vittime di malapolizia, nella quale Ilaria si è sempre contraddistinta per coraggio e determinazione, incassa forse la sconfitta più pesante, la più difficile da digerire. Ora sì, siamo tutti legittimati a pensare che c’è qualcosa di oscuro e indefinito che veicola i processi di malapolizia verso l’insoluto. Qualcosa che puntualmente torna ed esercita una forza possente e coercitiva. Chiamiamolo come vogliamo: spirito di corpo, omertà istituzionale, connivenze tra apparati. Non ha importanza. Ciò che conta è che qualsiasi cosa sia, nelle aule di tribunale dove si vivisezionano a suon di insulti le storie dei morti innocenti e si osannano religiosamente le divise dei vivi colpevoli, trova terreno fertile, piena legittimazione e spazza via la dignità di quelle famiglie che ostinate e ottuse cercano la verità.
Lucia, Claudia, Ilaria, Raimonda, Giuliana, tutte e tutti: non spendete più soldi in avvocati, non affollate le aule di tribunale, state alla larga da telecamere e giornalisti, rinunciate! Questa è una guerra persa, anche se le sporadiche battaglie vinte ci hanno fatto gridare alla vittoria. Fermatevi. Lo stato vi schiaffeggerà, vi offenderà ogni volta che potrà farlo, torturerà i vostri sonni e la vostra dignità. I giudici insozzeranno le pareti delle aule con la loro malafede. Per i vostri morti il codice penale si trasformerà in un libro di barzellette sconce. I vostri morti non contano niente, sono zero, meno di zero. Sono tossici, drogati, stalker, teppisti, barboni, feccia della feccia di questa società, difesa strenuamente da valorosi poliziotti che rischiano la vita per 1300 euro al mese.
Non riuscite ancora a coglierlo il messaggio? In questo processo è ancora più chiaro che negli altri processi: più clamore mediatico fate, più articoli scrivete, più inchieste montate su colpe di stato e più legittimazione queste ultime avranno. Più coperture. Più sentenze favorevoli. Più vaffanculo e dita medie alzate verso il cielo, a gridare con la bava alla bocca, a tutti, che la divisa non si processa. È intoccabile. E se si processa può finire in un solo modo: tutti assolti. C’è violenza e violenza, ci sono botte e botte e il rito dell’Inviolabile Divisa oggi ha trovato il massimo livello di celebrazione. La cocaina pippata dagli sbirri è meno cocaina di quella che pippa il pischello di borgata. Le mazzette intascate dai finanzieri sono più nobili delle comuni mazzette intascate dai comuni mortali. Gli stupri in divisa sono più giustificabili degli stupri comuni. Perché non dovrebbe essere diversamente per gli omicidi? Un morto di polizia ha sempre un muro di giustificazioni e prove, quelle escono puntualmente nero su bianco nei verbali, che scagionano. Lo abbiamo capito tutti: i pugni nei denti sono testate negli spigoli dei mobili; i lividi nel costato, improvvisi scivoloni sul pavimento delle caserme sempre assai incerato; le ossa rotte, si rompono per quelle maledette scale delle questure che nessuno si decide quantomeno a restaurare. Se muori in caserma, questo sarà il verbale della tua morte.
E comunque saranno tutti contenti, a partire dalle claque del super sindacato SAP per finire con quel popolo dei social network col culto del fascista in divisa che a ridosso della notizia di intitolare una strada a Stefano Cucchi nel comune di Roma, hanno dato il meglio di se con frasi sgrammaticate tipo “una volta le piazze le dedicavamo alle eroi ora ai delinquenti bravi continuiamo cosi”, “Paese di merda!si lo dico da servitore dello stato da quasi 30 anni, paese di merda!!!!”, “E li mortacci tua a te e a quella mercenaria de tu sorella che dalla tua morte se sta a fa li palazzi …”. E ci fermiamo qui per rispetto e pudore.
Registriamo soltanto una delle tante barriere, di matrice soprattutto politica e culturale, che separa l’Italia in due. Due scuole di pensiero, due modi opposti di concepire la giustizia, le garanzie minime di dignità e salvaguardia dei diritti. Due mondi inconciliabili che presto, molto presto dovranno necessariamente arrivare alla resa dei conti. Perché insultare i morti in questo modo, sentendosi forti di sentenze sempre più scandalose come quella di oggi, dovrà pure aver un prezzo da pagare. La roccaforte delle impunità dovrà crollare. Il binomio sempre più solido tra cultura fascista e oltranzismo della violenza in divisa, dovrà essere spezzato una volta e per sempre.
L’onorabilità della divisa, come urlava il pm Abate nell’interrogatorio ad Alberto Biggiogero nel processo Uva, è un concetto ormai diradato. Di onorabile è rimasto ben poco. Resta la nudità della violenza, la vera anima della repressione di strada e di piazza. Restano divise sporche di sangue e, ancora una volta, le inutili lacrime di una madre, di una sorella, di un padre. Resta l’icona lontana di Stefano Cucchi e la sua smorfia di morte della quale a quanto pare, a certi giudici non importa granché.

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Morire di stato https://minimaetmoralia.it/societa/morire-di-stato-3/ https://minimaetmoralia.it/societa/morire-di-stato-3/#comments Thu, 15 Apr 2010 08:11:52 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=2233 03. 22/10/2009 Decesso di Stefano Cucchi di Gianluca Cataldo Panopticon (confessioni di un luogo di prigionia) Sono lo specchio architettonico di quella tecnologia politica del corpo che agisce verso la marchiatura e la soggezione dell’ospite. Un torrione al centro e un anello periferico di celle forate verso l’interno e verso l’esterno. Il sole trapassa e […]

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03. 22/10/2009 Decesso di Stefano Cucchi
di Gianluca Cataldo

Panopticon
(confessioni di un luogo di prigionia)

Sono lo specchio architettonico di quella tecnologia politica del corpo che agisce verso la marchiatura e la soggezione dell’ospite.
Un torrione al centro e un anello periferico di celle forate verso l’interno e verso l’esterno. Il sole trapassa e impatta sull’ospite che proietta ombre sulla mia cella nella torre centrale. Sono tutti, ai miei occhi onnivedenti, ridotti a ombre. Si allungano e si contraggono seguendo l’ordine del tempo, un ordine ormai accartocciato, puntiforme. Ogni loro minimo movimento, ogni singolo cedimento nell’impalcatura sociale dentro cui sono destinati a recitare il ruolo imbastito sulla loro ombra, che impercettibilmente si muove, mi si presenta come spostamento di luce. È come un gioco di specchi neri che riflettono il negativo di un’immagine. Sono tutti sfocati e privi di lineamenti, ed è rassicurante avere a che vedere con una proiezione. Vedo gli ospiti privi di storia, un magma da catalogare, oggetti di un’informazione e mai soggetti di una comunicazione.

Sono un tecnico, anzi una tecnologia e il mio fine è la sperimentazione.
Le impressioni precedono l’intelligenza, ma nella tecnica l’intelligenza si pone ai vertici estremi e racchiude tutto, dapprima creando, e poi, sgretolando. Sono oltre il carcere perché in me non esiste un tempo per l’espiazione né un termine per la pena. In verità, in me non esiste pena; esistono isolamenti, deleghe, ospiti ignorati, aborti, paure, ruoli rivestiti con impegno e cortocircuiti morali. Rappresento il ribaltamento del carcere. Gli ospiti si muovono, letteralmente, alla luce del sole e permettono al mio sguardo di tenerli costantemente sotto controllo. Nessun ospite è privato della propria libertà ed escluso dalla società. Esiste un nuovo spazio da riempire. Esiste una prima frattura da colmare, ricollocandosi nel nuovomondo con fretta, solerzia e soggezione. Il mio spazio è finito ma quello degli ospiti è doppiamente delimitato, dalla grandezza di un Occidente che si allarga e da una soggettività che si restringe.
Ero la forma privilegiata di un’Istituzione totale, mentre adesso è la Società ad avere assunto la mia forma. Per via della doppia foratura e dell’impianto circolare, dalla torre mi è possibile scorgere tutto quanto sta accadendo tra gli ospiti.
Non il contrario.
Creo una situazione di potere permanente, la prosopopea del potere nella sua forma ideale, perché creo conoscenza. Induco nell’ospite uno stato cosciente di visibilità, una continua attesa della trappola, della cattura, dello smascheramento.
I miei scopi sono la catalogazione e lo sfruttamento. Sono l’architettura perfetta del potere.
Il tempo letterario dell’Io è il presente narrativo. Il mio tempo è alla seconda persona plurale.
Io siete il Panopticon.

www.innocentievasioni.net

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Morire, vivere https://minimaetmoralia.it/societa/morire-vivere/ https://minimaetmoralia.it/societa/morire-vivere/#respond Mon, 08 Feb 2010 09:10:07 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1695 Sempre a proposito di carcerati e carcerieri, eccovi una breve e sensata riflessione di Alessandro Leogrande già apparsa su Innocenti evasioni. Come in molti, in queste settimane, mi sono trovato a confrontare la morte di Stefano Cucchi con quella di Federico Aldrovandi. Non solo perché erano entrambi giovani, e in fondo a essere stata uccisa […]

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Sempre a proposito di carcerati e carcerieri, eccovi una breve e sensata riflessione di Alessandro Leogrande già apparsa su Innocenti evasioni.

Come in molti, in queste settimane, mi sono trovato a confrontare la morte di Stefano Cucchi con quella di Federico Aldrovandi. Non solo perché erano entrambi giovani, e in fondo a essere stata uccisa è stata innanzitutto la loro giovinezza. Non solo perché sono morti allo stesso modo, e al modo di Franco Serantini, pestati a sangue, massacrati, da uomini in divisa che in quel preciso momento incarnavano e rappresentavano lo Stato. Non solo perché identico è stato, in entrambi i casi, il tentativo di calunniare la vittima dopo l’omicidio, e quello speculare di erigere una coltre di nebbia intorno alla vicenda.

I due casi sono stranamente simili soprattutto per un altro particolare. Entrambe le volte, l’unico testimone che ha ammesso di aver assistito al pestaggio, l’unica persona che ha avuto il coraggio (o la profonda dignità) di dire chiaramente ciò che i suoi occhi avevano visto, non era nata in Italia. In entrambi i casi, erano immigrati. Nel caso di Aldrovandi, ucciso a Ferrara nel 2005, si tratta di Anna Marie Tsangue, una donna camerunese di 35 anni. «Anne Marie Tsague», ha scritto in uno dei suoi articoli dedicati al caso Cinzia Gubbini, «quella mattina alle sei era sul balcone del suo appartamento al primo piano di via dell’Ippodromo. Era stata svegliata da strani rumori, e dai lampeggianti delle volanti. Si è affacciata alla finestra e, sconvolta, ha assistito all’ultima parte di una strana “colluttazione” in cui un ragazzo solo viene manganellato da quattro poliziotti, che lo atterrano con facilità e continuano a prenderlo a calci anche quando ormai è completamente immobilizzato». (Su questa infame pagina della nostra storia recente è importante leggere il graphic novel Zona di silenzio di Checchino Antonini e Alessio Spataro, edito da minimum fax).
Nel caso di Cucchi, quattro anni dopo, si tratta invece di un ragazzo gambiano. Ha udito le urla e poi, dallo spioncino della sua cella, avrebbe assistito al pestaggio di Stefano negli interrati del tribunale. Ora vive sotto protezione, in luogo segreto, perché si teme fortemente che venga costretto a ritrattare. Il suo nome non è stato reso noto. Si sanno solo le iniziali: S.Y.
Entrambe le volte, dei giovani africani hanno riferito semplicemente ciò che avevano visto, al contrario del lungo rosario di omissioni, silenzi, tentennamenti, connivenze, ripensamenti messo in campo da tutti gli altri potenziali osservatori o ascoltatori. E che con ogni probabilità ci sono stati. Quanto costa dire di aver assistito a un pestaggio finito in morte? Che prezzo hanno quelle parole? E perché abbiamo infinitamente bisogno degli occhi di Alì (si potrebbe dire, parafrasando Pasolini), degli occhi di Anne Marie Tsangue, per aggrapparci a un brandello di giustizia?
Parrebbe una costruzione letteraria. In entrambi i casi – nell’Italia xenofoba del pacchetto sicurezza, nell’Italia dell’identità bianca e cristiana, nell’Italia in cui un ragazzo che muore “di sicuro se l’è andata a cercare” – a vedere e a dire sono stati due di coloro che si vorrebbe segregare, allontanare, respingere in mare, detenere a lungo nelle prigioni o – quando va bene, quando vince il buonismo – ridurre all’unico rango di forza-lavoro mansueta da spremere finché serve.
Parrebbe una costruzione letteraria, ma non lo è. È andata davvero così. Senza la dignità, l’umanità, e soprattutto l’immediata propensione a dire la verità, di un ragazzo e di una ragazza africani, diversissimi tra loro, che per motivi diversissimi si sono trovati, l’uno e l’altra, casualmente sul luogo del pestaggio, le coltri di nebbia sarebbero ancora lì a nascondere, celare, violare ogni minimo senso del diritto.

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