Stefano Modeo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/stefano-modeo/ un blog di approfondimento culturale Tue, 17 Sep 2024 08:03:31 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Stefano Modeo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/stefano-modeo/ 32 32 I cordoni della poesia n.13: Siamo linguaggio https://minimaetmoralia.it/poesia/i-cordoni-della-poesia-n-13-siamo-linguaggio/ https://minimaetmoralia.it/poesia/i-cordoni-della-poesia-n-13-siamo-linguaggio/#respond Tue, 17 Sep 2024 08:03:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=54195 Leggendo una poesia di Roberto Bolaño, per il canale streaming di «Decamerette», ho involontariamente sostituito in piedi ci sono solo i cordoni / della polizia con in piedi ci sono solo i cordoni / della poesia, mi è parso da subito uno dei più bei refusi di sempre. L’idea di una nuova rubrica è nata […]

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Leggendo una poesia di Roberto Bolaño, per il canale streaming di «Decamerette», ho involontariamente sostituito in piedi ci sono solo i cordoni / della polizia con in piedi ci sono solo i cordoni / della poesia, mi è parso da subito uno dei più bei refusi di sempre. L’idea di una nuova rubrica è nata quel giorno, un appuntamento che facesse l’esatto contrario di ciò che fanno i cordoni della polizia: avvicinare. Accorciare le distanze. Per ogni numero si parlerà di una, due o più poesie, di vari poeti, cercando un filo comune, facendo sì che versi lontani si tengano per mano.

*

Diciamo delle storie, diciamocene i contesti, sveliamone i gesti. Assecondiamole, lasciamole uscire. Partiamo da un punto, che a volte è una lettera, a volte è un porto, altre ancora una fabbrica, un punto che a volte è un corpo, altre ancora è una memoria. Diciamo di un linguaggio, di come nasce, di come si trasforma, di come insegna, di quanto dimentica e ricorda, di come assopisce, dimora, di come e cosa smuova. Diciamo nostalgia, diciamo figli, diciamo industria, diciamo morte, diciamo luoghi, diciamoli astratti, diciamoli concreti. Diciamo cose come casa, come culla, come mare, come Taranto, come Romania. Diciamo il tempo e le molte modalità in cui si agita la poesia, anzi si scuote, nei casi migliori, ci scuote. Tre libri, tre poeti, tre modalità di spostare l’orizzonte in avanti, l’unica strada possibile.

Tre varchi tra le parole e le persone, tra le persone e la visione, tra ieri e il futuro. Qualcuno nato da poco, qualcuno che morto, qualcuno che balla intorno a un tavolo, qualcuno che guarda a est, qualcuno che dal mare osserva le ciminiere. Versi lunghi, versi corti, tensione verso la prosa, disegni immagini, poesie di un verso solo, poesie che non finiscono che non possono finire. Non devono. Quando leggerai sarai futura apre una poesia di Francesca Gironi, e quando leggeremo lo saremo anche noi. Non lo siamo sempre quando mettiamo gli occhi sopra le parole scritte da altri? Non è meno lunga la strada / per tornare, con le sue curve, scrive in una poesia Stefano Modeo, e anche questo a suo modo è un invito, prima di tutto. Quando leggiamo è su una strada che ci mettiamo, e lo sappiamo, non può essere che lunga, non è mai un rettilineo. Lo sappiamo, quando leggiamo una bella poesia, noi torniamo, anche in luoghi dove non siamo stati. Cercavo non so perché, e non so cosa, scrive Riccardo Frolloni, in un verso abbastanza corto tra i suoi versi molto lunghi. Prendiamo una poesia, la leggiamo, non lo sappiamo ancora ma stiamo cercando e davvero non sappiamo il perché, e non sappiamo mai cosa, non lo sappiamo nemmeno dopo aver trovato.

*

«La prima consonante
un’occlusiva bilabiale sorda
poi una sillaba.

La bambina ha quattro denti
un addestramento ai dolori esistenti
di febbre in febbre,
con un gesto ampio della mano
guarda verso il lampadario e dice beo.

È il 4 febbraio
ascolti Ciajkovskij
il passo a quattro dei cignetti,
le racconti
com’è fatto un teatro
Il mondo beo
apre il sipario.

Se canta la cinciallegra
guariremo tutti».

A si intitola il nuovo libro di Francesca Gironi. A, semplicemente, ma anche A come contenitore di complessità, sguardi, speranze, attese, disattese, timori, occhi puntati sul mondo a venire. Il libro è edito da Prufrock ed è molto bello, luminoso. Gironi costruisce una storia di linguaggio e ce la mostra, facendo avanti e indietro tra ciò che insegniamo e ciò che impariamo. A, è la prima lettera dell’alfabeto, l’incipit delle altre, da lì parti per insegnare a una figlia, e cosa insegni se non quello che sai misto a quello che non sai? Insegni l’ignoto. A magnetica, muta, viene dal silenzio, da un altro tempo, forse da un altro spazio. La tua prima lettera è questa, seguine il filo, scioglilo. Apri il sipario così come il mondo lo apre su di te. La poesia qui sopra chiude con una bellissima ipotesi (ma quanto sono belle le ipotesi, le frasi ipotetiche, ci pensate?): il canto guarisce: della cinciallegra, della bambina, di una musica che si insinua dietro i vetri. Guariremo tutti, scrive Gironi. La sua ipotesi ci convince, e allora insegniamo la prima lettera, impariamo il canto.

L’addestramento ai dolori esistenti e poi lo sguardo al lampadario, alla luce e al mondo. La poesia di Gironi, da sempre, ha a che fare con il movimento, con il corpo, con la danza, così che le parole si muovono e con loro i significati. Mentre insegniamo un linguaggio ne impariamo un altro. Perché il soggetto che scrive parla con la bambina, poi con una macchina, con una chatbot, con un’assistente vocale, con un robot umanoide. Tutte le parole verso questi soggetti astratti e concreti permeano un desiderio, quello che generererà una persona utopica. Chi parla però viene anche attraversato dalle parole di ritorno, belle o brutte che siano, e sono notifiche, e sono discorsi retorici, sono notizie di disastri, di cronaca. Tutto, ogni giorno è catastrofe, tutto, ogni giorno è nascita. Ecco che la bambina è le nostre giornate, il luogo dove proviamo a salvarci. Se vuoi parlare ancora / sottoscrivi un abbonamento illimitato, scrive Francesca Gironi. Sottoscriviamo.

*

«Portineria D

Persi tra le cime degli ulivi
gli uomini alle portinerie
a polmoni pieni, per tutto
quello che poteva venire,
dovevano restare muti
dentro un’idea pura,
una vita dietro l’altra.
Pensavano di sentire
dentro la notte il mare
mugghiare nei magazzini
il nero mare limpido
sognato dai ragazzini».

Partire da qui, si intitola così il nuovo libro di Stefano Modeo, edito da Interno Poesia, ed è un libro che fornisce un indirizzo di partenza e suggerisce un movimento dal luogo, verso quello che verrà, alla ricerca di un tempo in cui costruirsi, dove portarsi le memorie, dove guardarsi oltre la schiena e capirsi, guarirsi. Taranto è la partenza per Modeo, ma non è soltanto un posto – non lo sono mai – sono le persone, le storie, il complesso industriale. La complessità della fabbrica a sud, al mare. Il suo essere portatore di speranze e di innovazione che è diventato chiusura, che s’è fatto morte. Taranto e il suo odore i bambini (e il bambino che Modeo è stato), il mare che al sud diciamo salvezza, sapendo di dirne solo una parte. Il sud che non abbiamo capito: né chi ci è nato, né chi se ne è andato, né chi osa metterci piede, né chi ci torna. Modeo misura indagine e nostalgia, sogno e materia, dolore e preghiera, guizzi e sconfitte, e – ovviamente – nascita e morte. Quello che poteva venire, scrive e poi dentro un’idea pura / una vita dietro l’altra; una serie di versi molto riuscita che cuce all’indietro e apre, in qualche modo, al futuro. Si parte, scrive Modeo, ma non si abbandona mai niente per davvero, lui lo sa, però si cerca e cercando si impara meglio quello che si è lasciato tra le pietre dove ci hanno insegnato a camminare, a giocare, a ridere, a piangere.

Stefano Modeo è molto bravo, le sue poesie sono equilibrate, si avverte la pazienza e si sente la sua capacità di osservare il sud e la storia e la poesia del sud (è anche un bravissimo saggista). Scrivere per costruirsi un’identità? Forse, ma soprattutto per capirla, per trovare tra un verso e l’altro quel bagliore, lo spiraglio che tagli i fumi dell’Ilva e riporti tutto a casa, tutto in vita. Bisogna sognare, partire, eppure qualcosa ci lega, ci tiene fermi, vengono in mente i versi di una poeta marchigiana (come Gironi) molto brava, Barbara Coacci, che scriveva: «vedi come lo slancio si arrampica / fino allo strappo, al crampo / ma non si stacca mai niente da terra». Modeo lo sa, ma anche che raccontando con i versi qualcosa si stacca, forse mai definitivamente, ma come un elastico tra il mare di Taranto e le città a venire.

*

«La guardavano male. Nessuno lì portava sciarpe, o almeno, negli anni
del dopo dittatura Ceausescu le donne avevano solo colbacchi, collo alto e pelliccia.

All’aeroporto sbagliato di Bucarest, Bucuresti in rumeno, mia madre aspettava
una macchina che non la stava aspettando, e ha avuto paura.

Era necessariamente l’anno più gelido degli ultimi ricordi, lo sarebbe stato comunque
per chi come noi non ha mai ascoltato storie di sangue gelato, e non poteva

uscire e poi rientrare, non poteva chiedere aiuto, non sa la lingua e poi
cosa chiedere, forse sono proprio le facce che incutono mutismo, dipingono fuggiaschi,

traditori, ladri – la provincia sempre presente, il diverso come mostro, il sospetto e di nuovo
la paura, la paura ti salva la vita, stai attenta – cercava un cenno, un sorriso, il nome Alina

nei lineamenti, nome comune, un numero di telefono fisso, di casa sua, forse, cerca
una cabina telefonica, ma prima: il cambio valuta, mille lei, cartaccia che non vale niente,

aveva appena venticinque anni, e la fuga e la vita era un tutt’uno».

Un fatto. Questa poesia che leggete qui sopra commuove profondamente chi scrive questo pezzo, e questo aspetto, ovvero il turbamento provocato da un testo di cui si conosce ancora poco, dice tanto di quello che dovrebbe fare la poesia, di quello che ci aspettiamo (inconsapevoli) quando leggiamo. Cerchiamo un altrove, il posto di cui avevamo bisogno. Questa poesia è tra le prime di Amigdala di Riccardo Frolloni, pubblicato da Aragno, ed è una vera e propria storia in versi e poi, andando avanti nel libro è anche cornice per le altre poesie, per molte delle pagine successive, di questo libro davvero molto bello. Una poesia che è bordo, misura, quadro, contenuto.

Per Amigdala si intende la parte del cervello che contiene la memoria emotiva, e trattandosi di memoria ed emozioni, potremmo dire che quella parte (senza fondamenta scientifiche ma poetiche) è un territorio vasto e sconosciuto, mobile. Frolloni estende il campo, quella parte del cervello diventa spazio familiare, la memoria emotiva pare farsi collettiva e si espande alle esperienze dei genitori, anche qui: all’indietro, insieme alle proprie e ad altre che si sono spostate dai luoghi agli anni, agli altri tempi.

Cose come orologi, altri oggetti, vecchie auto, città dell’est, viaggi verso l’ignoto, parole come comunismo che hanno significato tutto e poi niente, e dopo ancora chissà. […] mia madre aspettava / una macchina che non la stava aspettando, e ha avuto paura; un passaggio che è un’inquadratura sembra la fotografia di un film, e come in un film, noi vediamo la donna, ne immaginiamo i contorni, il paesaggio circostante, la sua postura, il suo sgomento. La vediamo e poi la vedremo in tutto il libro, con il padre, con gli altri personaggi, veri o falsi, che Frolloni mette in scena. Anche le storie vere sono inventate, anche il ricordo vero necessita di finzione. Due linguaggi, quello dell’est che è misurato, circostanziato e quello futuro ancora da immaginare, da inseguire. […] e la fuga e la vita era tutt’uno, così chiude questa poesia e così è da sempre. E due forme, quella della poesia tradizionale e quella della prosa che si incrociano e completano. La vita molto spesso, per tanti, in circostanze e periodi storici diversi, ha avuto a che fare con la fuga, come sappiamo.

Fuga da un regime, dalla povertà, da un paese, da posti e storie che non lasciavano scampo al sogno. Sì, qui ci sono alcune vicende che riguardano la famiglia del poeta, ma c’è una parte significativa del Novecento: la televisione che mostrava il sogno a portata di mano, le città fatte di illusioni svanite appena varcati i confini, e il comunismo, come detto, sintetizzato in tutta la sua concreta evanescenza, in questo verso: «Il comunismo, pensa mia madre, o non pensa a niente». Ma i sogni (così come le delusioni) non finiscono mai con la parola niente, anche quelli che non si realizzano sono stati qualcosa, una minima spinta. La Romania post dittatura comunista e la provincia Maceratese degli anni Novanta finisce che si somigliano, che vadano a braccetto, di frammento in frammento scritto da Frolloni, immagine dopo immagine che saltano fuori dai versi e ci vengono a cercare, a volte a parole, a volte con vere e proprie fotografie che accompagnano le poesie / prose, e a volte centrano un punto, altre per fortuna lo sfumano.

Tre libri, questi di Francesca Gironi, Stefano Modeo e Riccardo Frolloni, molto belli e diversi l’uno dall’altra ma che hanno una radice comune che è data dall’esperienza, che sempre è la somma del dove (e da chi, da cosa) si viene e dal dove si andrà.

 

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2001: Odissea di un conflitto https://minimaetmoralia.it/societa/2001-odissea-di-un-conflitto/ https://minimaetmoralia.it/societa/2001-odissea-di-un-conflitto/#comments Tue, 20 Jul 2021 12:22:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49081 Una retrospettiva della protesta da Genova alla GenZ di Alessandro Mantovani e Stefano Modeo Vent’anni sono un periodo di tempo sufficientemente lungo per iniziare a tirare le somme sulle eredità e le responsabilità di un fatto storico, senza nutrire intenti di museificazione o inutili celebrazioni. Il G8 di Genova è stato uno spartiacque concreto nella […]

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Una retrospettiva della protesta da Genova alla GenZ

di Alessandro Mantovani e Stefano Modeo

Vent’anni sono un periodo di tempo sufficientemente lungo per iniziare a tirare le somme sulle eredità e le responsabilità di un fatto storico, senza nutrire intenti di museificazione o inutili celebrazioni. Il G8 di Genova è stato uno spartiacque concreto nella storia della protesta a livello italiano, europeo e mondiale; tre ordini di grandezza certo difficilmente esauribili in una singola riflessione, ma attraverso i quali abbiamo tentato di muoverci per delineare linee di continuità, affratellamenti, legami, di fronte a ciò che apparentemente, tra generazioni, ci pare discontinuo, non comunicante e che invece è figlio dello stesso desiderio. Un filo rosso che si dipana in tutti gli anni di questo nuovo millennio, da portare alla luce per tracciare una prospettiva storica sulle ramificazioni ed evoluzioni della protesta che, come cellule di un organismo, sono nate e morte, hanno attraversato luoghi e tempi per mutare, dividersi, funzionalizzarsi.

Oggi, mentre la letteratura inizia a fare i conti con i traumi di quei giorni cominciando a produrre esperienze di riflessione artistica – come l’antologia di racconti Circospetti ci muoviamo edita da Effequ – , questa vuole invece essere una retrospettiva dal carattere puramente storico; una storia per riflettere sul percorso svolto, per agganciare e ricordare tra loro tasselli smarriti o isolati; una storia che comincia l’estate di vent’anni fa.

Una storia sbagliata

È il 20 luglio 2001 e il sole è altissimo su Genova. Da via Tolemaide i manifestanti, assediati da cariche dei carabinieri non previste dalla centrale operativa, si riversano nelle vie laterali. Dopo ore di scontri, in piazza Alimonda alle 17.27 Carlo Giuliani è a terra, morto.

È dalle foto e dai video del cadavere di Giuliani, dei massacrati della Diaz che bisogna tornare per inquadrare i fatti del G8 in una direttrice storica che, tesa fino ad oggi, rilevi come quei giorni siano un nodo essenziale per l’involuzione della lotta anticapitalista contemporanea; un collo di bottiglia in cui sono confluite e strozzate le aspirazioni e i desideri di fine secolo e le proiezioni sul futuro che il nuovo millennio sembrava promettere.

Sono le vicende di Genova, infatti, a mettere in luce ed esacerbare uno scontro che andava preparandosi da anni tra le forze dell’establishment e quelle ‘’no-global’’.

Liberate dal torpore degli anni ’80 e alla ricerca febbrile di uno scenario da ricomporre dopo il crollo dell’Unione Sovietica, le giovani generazioni che approdano al G8 del 2001 si muovono attraverso gli anni ’90 fiduciose di poter organizzare e proporre un modello di resistenza al capitale rinnovato rispetto ai comunismi tradizionali, il cui crollo s’è portato a fondo anche i maggiori partiti socialdemocratici, sbandati e attestati su posizioni sempre più moderate, maggiormente intenti a raddrizzare le storture del mondo vigente che a immaginarne un’alternativa. Così, mentre i vincitori della guerra fredda osservano e colonizzano famelici i vuoti lasciati dal collasso del blocco comunista, il mondo è percorso da nuove agitazioni, guerre, rivolte, manifestazioni popolari spontanee che segnalano un’inquietudine pervasiva nelle società di fine millennio; è il decennio di Tienanmen, di Los Angeles, degli zapatisti in Chiapas, della Corea del Sud e del Kosovo.

La politica europea sembra invece rispondere in maniera più inerte che altrove a questi richiami e in Italia nemmeno gli scandali di Tangentopoli riescono a intaccare la forza imprenditoriale di una figura come quella di Berlusconi, che alle elezioni del ’94 con una coalizione che va dalla Lega nord, Alleanza Nazionale, Movimento sociale italiano sino al Centro Cristiano Democratico, conquista larga parte dei collegi uninominali del nord, del centro-sud e delle isole, attestando Forza Italia come primo partito in termini di consensi.

Così, il territorio di riorganizzazione degli antagonismi incomincia a costituirsi largamente al di fuori del parlamento, attraverso esperienze che danno vita a nuove occasioni e movimenti di aggregazione: fiorisce infatti la cultura underground e quella elettronica; il computer si fa manufatto identitario che, dai rave al web, offre una nuova architettura culturale, al pari di un accesso illimitato e gratuito alla conoscenza e una comunicazione libera e proliferante. Internet si costruisce come spazio orizzontale, ancora fuori dal controllo di una possibile legislazione e governato dal meccanismo anarchico dell’hyperlink, un salto di liana in liana nella giungla di uno spazio virtuale in espansione dove fioriscono blog politici, idee, reti, un luogo astratto che riesce però a mettere in contatto – coordinandoli – movimenti che valicano i confini nazionali, costruendo così la faccia anticapitalista della globalizzazione.

Ad animare questi spazi digitali e non, sono i ragazzi nati alla fine degli anni ’70 che, ventiquattro anni dopo il ’77, cominciano a confrontarsi con un mondo del lavoro in radicale mutamento. È in questi anni infatti che al fordismo così com’era conosciuto viene aggiunto il prefisso post-, sancendo una progressiva e inesorabile terziarizzazione del lavoro, di pari passo con la marginalizzazione dell’operaio massa. Tra i protagonisti di Genova ci sono infatti le tute bianche, i lavoratori cognitivi e precari che imperversano nelle strade, intervenendo sui temi del lavoro postindustriale e le nuove pratiche di sfruttamento; le loro lotte vertono sul salario garantito, sul reddito di cittadinanza, su come occuparsi di quanto è comune di fronte alla crisi del welfare. Queste e altre rivendicazioni animano quindi i giovani che, alle soglie del G8, guardano al nuovo millennio, come a un momento di svolta ideale, di rivincita e – se possibile – di rinascita. Erano proprio i ragazzi della Diaz quei ventenni, erano Giuliani, classe 1978.

Ma l’anno 2001 non è tristemente noto solamente per il G8. Solo un paio di mesi dopo, gli attentati alle Torri Gemelle inaugurano una nuova stagione politica che a livello mondiale si inserisce fortuitamente e perfettamente nelle necessità di quel capitalismo in lotta per la sopravvivenza che a Genova aveva palesato le proprie armi e i propri interessi davanti agli occhi del mondo, calpestando i diritti umani in nome della propria disfunzionale sopravvivenza. L’11 Settembre e la guerra in Iraq aprono un periodo di ulteriori passi indietro: la società scopre di essere minacciata ‘’dall’esterno’’, con violenza, e così, meccanismi tradizionali quali l’identificazione del diverso come nemico e la lotta in difesa ‘’della propria civiltà’’ danno luogo a una polarizzazione che giustifica la revanche dei nazionalismi e allo stesso tempo getta acqua sul fuoco della protesta anticapitalista, sviando l’attenzione e drenandone le forze.

Il bisogno di sicurezza e la retorica di un nuovo bipolarismo mondiale, che vede questa volta nel Medioriente i fantasmi di un’opposizione culturale, spingono infatti il Capitale alla propria imposizione come entità protettiva (paterna) e insieme minacciata in quanto superiore – il giardino recintato patriarcale e razzista dei privilegiati. Un’affermazione di sé che procede in realtà a strada spianata visto che diversamente da prima il “nemico”, non proponendo alcuna ideologia, non esiste in qualità di “alternativa a” ma solo come “distruzione di”. La conquista dunque è totale, al punto che nemmeno la crisi del 2008 potrà invertirne la tendenza, scoperchiando ancora una volta le contraddizioni dell’economia capitalista messe in luce dalla lettura marxista, ma avendo l’effetto di rendere ancora più impotente un corpo sociale già indebolito e, ora, impoverito.

Sotto i colpi di questi eventi, gli antagonismi vivono una percezione di messa all’angolo. Scottati ancora dai fatti del G8, i ragazzi che erano stati a Genova cercano di ricalibrare la propria azione su altri versanti: formano nuovi comitati, dando vita a un movimento pacifista che include una molteplicità di componenti al suo interno, dall’associazionismo cattolico ai Disobbedienti – che ancora tentano atti forti, bloccando le ferrovie e le autostrade su cui circolano i mezzi e le armi NATO. Ma è proprio questo pacifismo che ha come controindicazione l’espunzione del conflitto aperto e della rottura dalla lotta e dalla protesta.

A pochissimi anni da Piazza Alimonda, infatti, le immagini dei manifestanti al G8 sembrano provenire da un altro pianeta; gli scontri con la polizia o la violenza dei black block fanno da spartiacque agli occhi dell’opinione pubblica per scegliere da che parte stare, senza considerare che la causa trasversalissima della pace deve portare avanti un’azione conciliatoria e non divisiva tra chi la anima e l’unico modo per farlo è evitare atti di resistenza attiva. Grazie a questa prospettiva, le contestazioni come quelle contro l’FMI e il WTO vengono banalizzate e semplificate dai media, intenti a sostenere le magnifiche sorti del neoliberismo come latore di sviluppo, crescita e ricchezza alla portata di tutti. È così dunque che solo in seguito agli anni 2002 e il 2003 il movimento che aveva animato Genova sembra lentamente spegnersi, privo di forze e incapace di riorganizzarsi ulteriormente per uscire dalla propria condizione passiva di voce dietro le quinte di una Storia che in esso non trova più protagonisti. Una generazione espunta dalla storia, le cui forze si trovavano a mancare, minate in profondità proprio a partire dal trauma del G8, in merito al quale non si può dimenticare l’enorme portata, anche solo sul piano psicologico, che ebbero la violenza e la repressione dello Stato durante quelle giornate, azioni di cui ancora oggi molte e molti pagano le conseguenze.

Come racconta Annalisa Camilli nel suo podcast su Internazionale infatti, nessuno parla mai di Genova. Quei giorni di Luglio sono stati tanto violenti che per essi si è parlato (troppo poco) di trauma ”psicopolitico” non solo per coloro che vissero le torture alla scuola Diaz o alla caserma di Bolzaneto – nel 2015 e nel 2017 la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò lo Stato italiano evidenziando come le operazioni si svolsero in modo avverso alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, facendo riferimento alla tortura, alle condizioni e alle punizioni degradanti e inumane e all’insufficienza legislativa atta a prevenire e punire torture commesse dalle forze dell’ordine -, ma anche per chi visse le strade di quei giorni, attraversate da una violenza orizzontale capace di colpire tutti, anche simbolicamente.

Non solo, negli anni, quei traumi non sono mai stati riconosciuti e affrontati da chi ne aveva le responsabilità; si è tentato invece di rimuoverli dalla memoria collettiva, con la volontà di isolare quella generazione che ne era stata protagonista, lasciarla da sola a fare i conti con quanto accaduto.

Figli e figliastri

È in questo scenario che si affaccia, nel frattempo, una nuova generazione, quella dei Millennials. Da definizione, i Millenials o anche Generazione Y sono i nati tra il 1985 e il 1995, ragazzi che, ben che vada, nel famoso 2001 avevano non più di 16 anni. I Millennials, assenti in larga parte per motivi anagrafici agli eventi di Genova, proprio da essi, però, erediteranno il testimone, sviluppando una storia generazionale plasmata in larga parte dalle conseguenze del G8; schiacciati da un insieme di fattori storici che smorzeranno il loro desiderio di rottura e cambiamento, fiaccandolo al punto da renderlo pressoché vano.

In Italia, l’affacciarsi alla politica della YGen coincide con il trionfo dei governi Berlusconi e alla figura e alle politiche del Cavaliere è profondamente legato. Proprio a causa della riforma Gelmini, negli anni a cavallo della crisi del 2008 – evento simbolicamente fondativo per i ventenni dell’epoca – in Italia è l’istruzione a diventare il terreno di scontro che coagula il rinfocolarsi della conflittualità. La riforma strizza infatti l’occhio al nuovo mercato del lavoro che desidera la formazione di lavoratori adeguati alle esigenze del capitale finanziario (flessibili, precari, cognitivi) più che di cittadini consapevoli.

La scuola viene così piegata alle esigenze di un’economia in crisi che si sta radicando sempre di più nel mondo online e l’apertura di una finestra storica che approfitti della crisi per portarne alla luce le contraddizioni viene soffocata dall’ingiunzione di mantenere lo status quo, presentato come unico garante effettivo di benessere e felicità, in virtù del quale abdicare ogni valore ulteriore.

La lotta per l’istruzione si tramuta in fretta in una lotta per il diritto al futuro, condotta in prima linea dai Millennials al grido di «Noi la crisi non la paghiamo». È così dunque che prende vita a partire dal 2008 il movimento dell’Onda, alimentato da studenti e universitari le cui azioni abbandonano la virata pacifista tornando a quel modello di conflitto spezzato dal G8. Tra il 2008 e il 2010 a Roma più volte studenti e ricercatori sfilano in forze, coinvolgendo anche i sindacati e costruendo un forte consenso culminato negli scontri del 2010 di Piazza del Popolo.

L’anno successivo, mentre da noi si estingue il berlusconismo, il globo pare scuotersi dall’inerzia, dando veramente l’avvio a quel nuovo millennio rimasto cristallizzato dall’undici settembre. Iniziano così a diffondersi le primavere arabe, che in Occidente ispirano il movimento di Occupy Wall Street il quale, forte del consolidamento della cultura digitale tra i giovani, promuove in tutto il mondo una lotta alle disuguaglianze sociali ed economiche prodotte dal neoliberismo. In Italia il movimento però culminerà quasi sul nascere con gli scontri del 15 ottobre in Piazza San Giovanni. Quel giorno infatti in linea generale si scontrano in piazza due tendenze diverse del movimento; da una parte un’area facente riferimento a Uniti contro la crisi la quale pensa che all’interno di quel ciclo di lotte, a sinistra, si possa rinnovare la rappresentanza influendo significativamente sulle primarie del centro sinistra; dall’altro chi invece ritiene che, poiché all’interno delle lotte esiste un’istanza di democrazia diretta, partecipativa e deliberativa, questa non possa rispecchiarsi in un rinnovamento della rappresentanza, di conseguenza l’idea che un’insorgenza globale possa essere rappresentata viene rigettata.

Per questo motivo il corteo che doveva culminare con un comizio sindacale, assume un’altra forma con lo scoppio di forti scontri di piazza; ogni fuoco si spegne e ogni aspirazione si volge in illusione e delusione. È difficile dire oggi come sarebbe andata se non si fossero espresse tali conflittualità; ciononostante dobbiamo prendere atto che quella data rappresenta certamente una frattura importante per i movimenti sociali, i quali da quel momento hanno infatti subito una lunga battuta d’arresto non riuscendo più a ricomporsi solidamente come in passato, sempre più marginalizzati anche nell’opinione pubblica.

Del resto, in Italia come nel mondo, i movimenti popolari post-crisi non ricevono alcun sostegno dalle sinistre parlamentari che, proprio in questi anni, patiscono un generale spostamento verso il centro. In molti parlamenti Occidentali, scompare ogni ala radicale della sinistra, mentre le aspettative verso un cambiamento che non arriva alimentano una rabbia irretita in fretta dai nascenti populismi – della cui stagione l’Italia del Movimento5stelle è un perfetto pioniere – i quali, presentandosi come attori post-ideologici, diventano in grado di riempire le piazze laddove l’efficacia dei movimenti iniziava a latitare, intercettando un numero di sostenitori sempre più limitato. In Italia, dal 2011 al 2013 l’annichilimento dei movimenti, drenati e rimasticati dal populismo grillino (che si fa chiamare guarda caso movimento), apre così la stagione grottesca di ciò che potremmo chiamare “antipolitica parlamentare”, che porta il M5S ad essere il primo partito alle elezioni del 2013. Il tentativo di spostare nuovamente il conflitto all’interno del parlamento, però, maschera una tendenza all’idolatria del capo e alla povertà di pratiche e riflessioni teoriche che pende sempre più pericolosamente verso destra, in un movimento storico che ricorda i nessi di causa-effetto degli anni 1919-22 e che si concretizza in una volatilità elettorale sempre più alta, realmente post-ideologica, che insegue il capo più “rottamatore”, il partito, la dialettica più eversiva, dando sintomo di un’esigenza di rottura e cambiamento oramai però imbrigliata in meccanismi autocastranti.

Tuttavia, questa volta l’inclinazione populista conquista il mondo intero, culminando nel biennio ’16-’18 con il referendum sulla Brexit, l’elezione di Trump e, da noi, prima col governo Renzi e poi con l’apoteosi del populismo gialloverde. È proprio questo populismo di destra che, dominando la storia degli anni ’10, soffoca le nuove opposizioni anticapitaliste, prosciugando quella continuità di lotte di cui abbiamo parlato e dirottandola verso una demagogia fertile per i nazionalismi che hanno così dominato lo spazio politico degli ultimi anni ’10.

In questo contesto la combattività dei Millennials è venuta meno insieme al ruolo di generazione “nuova” che, nei fatti, pare essere sparito nel nulla, storicamente schiacciata tra l’eredità del G8 – divenuto un’impasse oltre il quale la faccia della repressione ricorda l’impossibilità di una guerra ai potenti –, il realismo devastante della crisi economica e un tempo presente che pare sfuggirgli di mano, già sottrattogli da un’orda di giovanissimi mutati (mutanti?) che negli ultimi anni hanno saputo riorganizzare forme di opposizione trasversali e rinnovate rispetto alle prassi ancora troppo novecentesche dei loro fratelli maggiori.

Il mondo infatti è in un cambiamento sempre più rapido, il digitale – ormai territorio di conflitto, diviso tra la colonizzazione delle grandi aziende economiche e il ruolo bifronte dei social e dell’informazione – penetra la realtà, le dona sostanza e significato, le disuguaglianze crescono, ma nascono anche nuovi movimenti di lotta per i diritti come #MeToo o il Black Lives Matters; si affaccia sullo scenario sociale la protesta climatica condotta dai Fridays for future o dall’ancora più radicale Extinction Rebellion, rendendo sempre più chiara la caratteristica intersezionale di questi movimenti e strutturando così antagonismi vasti e poliedrici che, saldi nella loro dimensione globale, hanno iniziato a percorrere le strade del pianeta. Ad ingrossare le fila di queste realtà sono principalmente i nuovi giovanissimi, gli Zoomer, l’ultima generazione del ‘900 – calcolata indicativamente tra il ’95 e il 2010 – e la prima ad essere nata praticamente dentro l’Internet per come lo conosciamo oggi. Mentre le lotte dei Millennials sono spesso finite con l’accettare quelle condizioni di vita che speravano di ribaltare – fatte di lavorismo aziendale, precariato e di una realizzazione che passa attraverso il possesso e il consumo di beni – i giovanissimi aderiscono, informano e animano lotte a cui i più grandi possono solo accodarsi o opporsi, dando vita a una generazione politicamente dirompente e divisiva.

Così, se la maggior parte dei Millennials risulta oggi la copia più povera e infelice dei padri boomers, chi rimane si accoda con poco da trasmettere a una generazione che pare invece riaprire un’impetuosa e rinnovata stagione di dissensi. Il passaggio di testimone infatti è parziale: se realtà come il movimento transfemminista, animate in prima battuta dalle Millennials in dialogo con le lotte femministe preesistenti, sono state in grado di influenzare le nuove generazioni mettendo in crisi e problematizzando il linguaggio e l’organizzazione interna dei movimenti stessi (inserendosi all’interno dell’anticapitalismo e rivendicano la centralità del lavoro riproduttivo, del concetto di cura), è altrettanto vero che è presente una profonda distanza tra generazioni pur così contigue, soprattutto nell’approccio differente che la GenZ ha in merito al conflitto.

Oggi infatti i movimenti animati dagli Zoomer aprono nuovi spazi di dialogo, migliorando l’aspetto comunicativo e di metodo, inteso come prassi quotidiana delle loro istanze, per avere un risultato quanto più possibile trasversale.  A dare man forte a questo approccio vi sono sicuramente obiettivi globalmente condivisi e pratiche riguardanti le questioni di genere in termini transnazionali, la libertà sessuale e l’abbattimento di una cultura patriarcale, ma più in generale, ciò che esprime la nuova generazione è una disperata vitalità di fronte a un futuro che per loro non è stato assolutamente preso in considerazione come possibilità, la cui assenza precarizza il piano esistenziale e inasprisce le loro lotte.  È così dunque che la GenZ prova a mettere in atto forme di mutualismo quotidiane per far fronte alle solitudini nate anche dalla virtualità, alle forme depressive che dilagano, ai fallimenti che il sistema competitivo capitalistico impone.

Non sappiamo se abbracceranno forme di conflitto che ricordino i campi di battaglia che abbiamo ripercorso o se riusciranno a svincolarsi anche da questo aspetto del Novecento, ma certamente da qualche anno qualcosa ha cominciato ad agitarsi, nuovamente con successo.

 

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