Stefano Salis Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/stefano-salis/ un blog di approfondimento culturale Thu, 18 Aug 2016 09:19:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Stefano Salis Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/stefano-salis/ 32 32 Un necrologio impossibile per Umberto Eco https://minimaetmoralia.it/ritratti/un-necrologio-impossibile-per-umberto-eco/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/un-necrologio-impossibile-per-umberto-eco/#comments Thu, 18 Aug 2016 05:17:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30047 Dal nostro archivio, un intervento di Christian Raimo.

È veramente difficile fare un necrologio di Umberto Eco. Probabilmente nella glossa di qualche suo saggio, in qualcuno delle migliaia di articoli che ha sparso in più di sessant'anni di pantagruelica attività intellettuale, ci sarà un piccolo breviario su come scrivere un necrologio, un'analisi della retorica che sottostà ai discorsi che componiamo congedandoci dalle persone che ci sono state care.

Essere orfani di Eco vuol dire anche questo: rendersi conto che in un qualche modo siamo stati non solo formati dalla sua intelligenza, ma che siamo stati e siamo ancora parlati da lui. Molte delle categorie che usiamo (vedi: apocalittici e integrati), dei concetti che ci sono familiari (lo stesso termine fenomenologia è stato da lui sdoganato, a partire dal famoso saggio su Mike Bongiorno), e anche delle abitudini che abbiamo nell'approcciarci a un testo come lettori o come scrittori (che poi, grazie a lui, abbiamo capito sono due cose molto simili) sono state definite dalla sua capacità d'investigare quel mondo in cui viviamo, che altro non è che, lo ammetterà ormai chiunque abbia uno smartphone in mano, una foresta di segni.

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Dal nostro archivio, un intervento di Christian Raimo.

È veramente difficile fare un necrologio di Umberto Eco. Probabilmente nella glossa di qualche suo saggio, in qualcuno delle migliaia di articoli che ha sparso in più di sessant’anni di pantagruelica attività intellettuale, ci sarà un piccolo breviario su come scrivere un necrologio, un’analisi della retorica che sottostà ai discorsi che componiamo congedandoci dalle persone che ci sono state care.

Essere orfani di Eco vuol dire anche questo: rendersi conto che in un qualche modo siamo stati non solo formati dalla sua intelligenza, ma che siamo stati e siamo ancora parlati da lui. Molte delle categorie che usiamo (vedi: apocalittici e integrati), dei concetti che ci sono familiari (lo stesso termine fenomenologia è stato da lui sdoganato, a partire dal famoso saggio su Mike Bongiorno), e anche delle abitudini che abbiamo nell’approcciarci a un testo come lettori o come scrittori (che poi, grazie a lui, abbiamo capito sono due cose molto simili) sono state definite dalla sua capacità d’investigare quel mondo in cui viviamo, che altro non è che, lo ammetterà ormai chiunque abbia uno smartphone in mano, una foresta di segni.

Come si scrive un buon necrologio? È la tipica domanda che Eco avrebbe insegnato a farci porre. Perché – come diceva Ludwig Wittgenstein – la filosofia non serve a dare risposte ma a chiarire, a riformulare meglio, le domande. Umberto Eco ha fatto questo, e meravigliosamente, per più sessant’anni: ha riformulato, articolato, sezionato migliaia di questioni in ogni disciplina del sapere, in ogni aspetto del dibattito pubblico, e l’ha fatto con una chiarezza paradigmatica.

Cosa accade quando leggiamo? Cosa ci convince e cosa no di un certo messaggio pubblicitario? Cosa ha fatto infatuare gli italiani di personaggi come Mussolini o Berlusconi? A cosa servono gli elenchi? In cosa consiste la traduzione di un testo? Quale è il valore del gioco? Come funziona il meccanismo della comicità? sono il genere di domande abbiamo imparato a rivolgere a noi stessi, provando a fare un po’ nostra la sua prospettiva.

Uno sguardo che non univa semplicemente un’invidiabile intelligenza diagnostica, una determinazione da vero liberale nello schierarsi nel dibattito politico (fino alla recente questione Mondazzoli che toccava le sorti dell’editoria e della sua casa editrice, la Bompiani, di cui era stato condirettore editoriale), un insuperabile nitore argomentativo (rileggete, per esempio, questo articolo del 2013 in cui riassume il proprio percorso filosofico dalla tesi sull’estetica di San Tommaso fino alle recenti polemiche filosofiche, domandandosi di cosa parliamo quando parliamo di realismo) e un’ammirabile inventiva poetica (prendete, oltre i suoi romanzi, la sua versione ad esempio degli Esercizi di stile di Raymond Queneau), ma che costituiva un modello etico di conoscenza: a cavallo di una lunga fase tra novecento e nuovo secolo che ha visto la crisi e la morte delle ideologie e la riviviscenza dei fondamentalismi, la sua radicale laicità ha aspirato sempre a una democrazia che fosse il luogo del conflitto delle interpretazioni e delle identità in trasformazione.

In un articolo di qualche anno fa Stefano Salis provava a farne un ritratto a partire da alcune appellativi: Eco era mandrogno – ossia possedeva quella caratteristica che si attribuisce agli abitanti di Alessandria, sua città natale, per indicare un’astuzia popolare che mischia alla vivacità di ingegno. Ma Eco era anche Dedalus, il soprannome joyciano che si era scelto per firmare i suoi primi interventi politici (qui la sua reazione al famoso articolo di Pier Pasolini sull’aborto) e quelli ludici. E seguendo un libro di Michele Cogo, Fenomenologia di Umberto Eco, Salis trovava in “brillante” un aggettivo che da metà degli anni cinquanta diventò di uso comune per indicare qualcosa di veramente inedito: era “brillante” l’acqua Recoaro nella pubblicità, ma era davvero brillante Umberto Eco nel plasmare un esempio di intellettuale che potesse essere al contempo un modello di didattica e uno scrittore da best-seller planetari.

Si può leggere interamente on line Fenomenologia di Umberto Eco, ed è allora divertente farlo non solo per ricostruire l’evoluzione di quell’infinita mappatura che è stata la sua carriera di studioso, ma anche sua presenza nell’immaginario contemporaneo. Da quando Newsweek gli dedicò una copertina sulla scia del successo del Nome della rosa, battezzandolo “The code breaker” alle storie di Topolino ispirate ai suoi romanzi alle caricature di Tullio Pericoli: i suoi grandi occhiali, la sua barba, la sua pipa, la sua mise giacca cravatta e gilet, la sua aria meditabonda hanno costruito essi stessi un’icona dell’umanità riflessiva, l’immagine di cosa oggi ci aspettiamo dalla figura di un intellettuale.

E se dobbiamo – come ci ha insegnato lui – leggere Eco come un testo, è interessante trovare nel libretto di Cogo le occorrenze degli attributi che già nei primi anni delle sue attività gli erano associati: erudito, enciclopedico, fuori dagli schemi, analitico, spiritoso, frizzante, rigoroso, provocatore, rivoluzionario, apripista, divulgativo. O provare a definire i confini dei suoi interessi a partire dagli argomenti dei convegni ai quali era invitato: architettura, arti visive, storia dell’arte medievale, arte contemporanea, semiotica dell’arte, didattica, bibliofilia, biblioteconomia, cinema, critica letteraria, narratologia, cultura di massa, design, editoria, editoria di settore, estetica medievale, filosofia, fotografia, fumetto, internet, informatica, scuola, univesità, lettetatura, mass-media, politica, psicologia, museologia, religione, studi biblici, storia dei gesuiti, unione europea, mondo islamico, relazioni internazionali, pubblicità, ambiente, etica aziendale, marketing, illuminazione, la donna nella vità pubblica, moda, libertà, musica jazz, paranormale, progettazione del paesaggio, profumi, qualità della vita, storia della medicina, storia di Milano, tossicopendenza, terzo mondo, e anche – per finire – la sua vita privata.

Già, in questa vertigine della lista che è il catalogo degli interessi di Umberto Eco, alla fine manca proprio quel che ora ci servirebbe per compensare la mancanza enorme della sua plenitudo: che cosa vuol dire morire? è la domanda che vorremmo ci ritraducesse, un’altra delle infinite domande che gli si vorrebbe poter continuare a girare.

Nel 2009 Eco scrisse un articolo sulla vicenda di Eluana Englaro. Con la solita limpidezza, enumerava i valori le contraddizioni nelle dichiarazioni di chi con più o meno cautela discettava del destino della ragazza in coma. Ma alla fine compiva un passo laterale, segnando un limite a se stesso, al coraggio davvero instancabile della sua ragione, e scriveva:

Ecco perché, turbato a manifestare la sia pur minima idea sulla morte di Eluana (non sono, maledizione, fatti miei, ma dei genitori che l’hanno amata più di quanto l’abbia amata Berlusconi, che ha sinistramente fantasmato sulle sue mestruazioni) non ho esitazioni a pronunciare la mia opinione circa la mia morte. E all’amore che una morte può incarnare. “Laudato s’ mi Signore, per sora nostra Morte corporale, – da la quale nullu homo vivente po’ skappare: – guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; – beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati, – ka la morte secunda no ‘l farrà male”.

Oltre che un’infinita ammirazione, che quest’amore non ti manchi.

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I blog letterari e i soldi, un post piuttosto autoreferenziale https://minimaetmoralia.it/interventi/i-blog-letterari-e-i-soldi-un-post-piuttosto-autoreferenziale/ https://minimaetmoralia.it/interventi/i-blog-letterari-e-i-soldi-un-post-piuttosto-autoreferenziale/#comments Sat, 23 Nov 2013 20:11:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16582 di Christian Raimo Oggi sono andato a Milano a parlare di quello che state leggendo, ossia di minimaetmoralia. Ero stato invitato in un panel che comprendeva eFFe, autore di un libro molto efficace sui bookblog, Marco Liberatore di Doppiozero, Stefano Salis del Sole 24ore e Alessandro De Felice di Rivista Studio. Tutte persone – e […]

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di Christian Raimo

Oggi sono andato a Milano a parlare di quello che state leggendo, ossia di minimaetmoralia. Ero stato invitato in un panel che comprendeva eFFe, autore di un libro molto efficace sui bookblog, Marco Liberatore di Doppiozero, Stefano Salis del Sole 24ore e Alessandro De Felice di Rivista Studio. Tutte persone – e progetti – che stimo molto.

Ho preso questi appunti disordinati:

1) Dopo una breve introduzione di eFFe, si è andati a parare abbastanza subito sulla questione sostenibilità, ossia si è parlato di soldi.

2) La sensazione che avevo è che i blog letterari e i blog in generale hanno oggi raggiunto un peso nel dibattito culturale per cui parlare di soldi è sempre più pertinente. Questa sensazione mi si è palesata in maniera palmare quando ho visto la pubblicità che ho messo come immagine di apertuna a questo post.

3) La questione dei soldi si può declinare in tanti modi, per esempio si può parlare di valore, ossia di reputazione, fiducia e sostenibilità. Esempi: se metto della pubblicità su un sito come minimaetmoralia, ho la stessa autorevolezza? Se metto delle pubblicità di minimum fax? Se metto le pubblicità di altre case editrici? Se metto la pubblicità di una pizzeria? Se metto la pubblicità della Nike?
Comprereste un libro con della pubblicità in copertina o dentro?

4) Alessandro De Felice, publisher di Rivista Studio sosteneva che il problema del rapporto tra media culturali e pubblicità/aziende è una questione datata, superata. I media culturali, diceva, che parlano di letteratura o fanno critica culturale in Italia sono arretrati; accadrà, dovrebbe accadere, diceva, quello che accade virtuosamente per esempio nel mondo della moda, o quello che accade tra Prada e il mondo dell’arte.

5) Io sostenevo invece che la questione del rapporto tra critica culturale e aziende, tra media culturali e pubblicità, non è per niente datata. E poi sostenevo bene o male la seguente tesi: che i blog letterari hanno avuto e hanno una funzione di supplenza rispetto al vuoto di trasmissione del sapere che si è creato in Italia con la crisi delle università e della ricerca in generale. Su questo si era abbastanza d’accordo. Ma io sostenevo che, se siamo abbastanza d’accordo, bisognerebbe impegnarsi in delle battaglie politiche per finanziare meglio e con soldi pubblici le università. Che questa dovrebbe essere una priorità per chi fa del lavoro culturale. Che in questo modo troveremmo lettori, fruitori, il pubblico che potrebbe nel lungo periodo sostenere riviste, editoria e quant’altro.

6) Io sostenevo anche che c’è una parte del lavoro culturale che facciamo che è gratuito perché è militanza, ed è per me fondamentale. Che questa parte del nostro tempo che, da intellettuali, spendiamo per formarci, formare, confrontarci, discutere, lottare, è di fatto lavoro, ma è di fatto anche militanza, ed è il modo in cui fa politica un intellettuale in genere.

7) Sostenevo anche, citando Sergio Bologna, che la gente lavora per 3 euro a pezzo e magari fa il cameriere per campare, perché ci tiene a qualcosa di più prezioso del denaro, ossia lo status. In una società priva di riconoscimenti, con una coscienza di classe sfarinata, essere qualcosa – un autore, un critico, uno scrittore, un intellettuale… – ci fa sentire meglio.

8) Stefano Salis sosteneva che il lavoro va sempre pagato e che bisogna rivendicare il diritto a farsi pagare i pezzi. Io ero molto d’accordo, ma con due importanti precisazioni.

9) La prima precisazione è che non posso far finta che non esista una zona grigia di dibattito informale, volontariato, informazione politica, fandom, autopromozione… per cui è un po’ difficile distinguere nettamente tra quello che è lavoro e quello che non lo è.

10) Anche a me ovviamente piacerebbe moltissimo che il lavoro fosse sempre pagato e in modo equo, ma spesso, molto spesso non è così e per ottenere questo occorrerebbe una maggiore sindacalizzazione dei giornalisti culturali. In Italia esiste un ordine dei giornalisti che protegge sostanzialmente i giornalisti già tutelati, e una Federazione nazionale della stampa che si occupa quasi soltanto di questioni deontologiche e non lavoristiche.

11) La seconda precisazione è che la rete mette al lavoro qualunque cosa. Per cui, per fare l’esempio più semplice, anche i commenti che sono in fondo ai post di minimaetmoralia creano valore. La qualità del dibattito di questo sito è data anche da chi lo alimenta non solo nei post. Se per caso un mecenate decidesse di investire 100.000 euro in minimaetmoralia dovrei redistribuire parte di questi soldi anche ai commentatori? Non è una domanda retorica.

12) Quando spiego il marxismo a scuola, faccio sempre il solito esempio: Facebook vale in borsa – mettiamo – 50 miliardi di dollari, Facebook ha – mettiamo – 500 milioni di utenti; allora vuol dire, ragazzi, che ognuno di voi vale 100 dollari. Le vostre chiacchiere, le vostre foto, le vostre emozioni, vengono messe al lavoro, e costituiscono il plusvalore che fa volare Facebook in borsa.

13) La rete sfuma le differenza tra autore e fruitore. Gli utenti di anobii, di ibs, di Amazon, di Goodreads, che fanno le recensioni sono un enorme valore aggiunto. Non a caso Amazon si è comprato Goodreads.

14) La rete sfuma la differenza tra contenuto libero e contenuto pubblicitario. Oggi in rete in Italia si parla molto di native advertising, può essere un modello di sostenibilità che mantiene inalterata l’autorevolezza? Luca Sofri ne parlava in modo scettico qualche giorno fa. Io sono ancora più scettico.

15) Quando su minimaetmoralia mettiamo un incipit del “Commesso” di Malamud è pubblicità o è un contenuto autoriale, tra l’altro straordinario, offerto gratuitamente? Quando su minimaetmoralia, chessò, recensisco in modo molto severo il libro di Julian Barnes Il senso della fine è pubblicità contro Einaudi o pubblicità pro Einaudi? Minimaetmoralia si è conquistata una reputazione sufficiente perché un dibattito acceso come sul libro di Julian Barnes non sia intaccato minimamente dalla iattura di questo genere di perplessità?

16) Qualche anno fa, una decina direi, ero agli esordi sulle pagine musicali del Manifesto. Non ne sapevo un granché di musica, lo posso ammettere oggi, ma per compensare in dieci giorni lavorai tantissimo e scrissi un articolo-fiume sullo stato dell’arte della critica musicale, da Lester Bangs a Mojo fino alla rete. Citavo decine di riviste, recensivo antologie con il meglio della critica musicale, riportavo i dibattiti che esistevano tra i critici. La questione dirimente per molti era: come essere liberi quando sempre più spesso sono le case discografiche che oltre a mandarti decine di dischi, ti ospitano e ti pagano l’albergo se devi fare un’intervista al cantante X o al gruppo Y? Il direttore di Ultrasuoni di allora mi fece i complimenti per il pezzo. E come premio la settimana dopo mi disse se volevo andare a intervistare gli Air a Parigi: completamente spesato dalla Virgin.

17) Alla fine della discussione Alessandro De Felice mi ha regalato una copia di Rivista Studio. Ero contento. È una rivista che mi leggo quasi tutta, e questo numero è pieno di cose interessanti, una critica dal vivo a Sacro Gra, un reportage dal New York Time Magazine, i videogame con i mafiosi, etc… C’è anche un servizio dedicato a una giovanissima e bellissima artista che lavora a stretto contatto con la moda; Flaminia Veronesi, classe 1986. Mentre lo sfogliavo non capivo se si trattasse di un servizio promozionale o meno. C’è scritto come al solito nei servizi di moda: abito Valentino, chemisier Cristaseya. In una foto di questo servizio poi Flaminia Veronesi è accasciata sul letto e ci dà le spalle, ma stringe tra le mani una copia dei Diari di Virginia Woolf. L’edizione è quella dei Classics di minimum fax. Mi potrei chiedere: ci sta facendo pubblicità gratuita? Oppure: dovrebbe esserci scritto a lato Libro minimum fax? Oppure: è un product placement?

18) Tutti quanti stamattina concordavamo che in questa selva di contraddizioni, un valore imprescindibile è quello della trasparenza, trasparenza delle scelte, trasparenza nel codice etico, trasparenza con il lettore. È questo e soltanto questo che crea un rapporto di fiducia.
Io? In questo post un po’ scombinato sono stato abbastanza trasparente?

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Christian Raimo e Nicola Lagioia al Festival del Giornalismo Culturale di Urbino https://minimaetmoralia.it/cultura/festival-giornalismo-culturale-urbino/ https://minimaetmoralia.it/cultura/festival-giornalismo-culturale-urbino/#respond Fri, 03 May 2013 05:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14193 Oggi e domani (3 e 4 maggio), a cura di Lella Mazzoli e Giorgio Zanchini, si tiene a Urbino la prima edizione del Festival del Giornalismo Culturale. Due giorni di lezioni, dibattiti e confronti in cui giornalisti, scrittori e accademici saranno chiamati a discutere di informazione e cultura.
Si parlerà del rapporto tra l’informazione mainstream e web, del giornalismo culturale italiano e di quello internazionale, dell’importanza degli inserti culturali.

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Oggi e domani (3 e 4 maggio), a cura di Lella Mazzoli e Giorgio Zanchini, si tiene a Urbino la prima edizione del Festival del Giornalismo Culturale. Due giorni di lezioni, dibattiti e confronti in cui giornalisti, scrittori e accademici saranno chiamati a discutere di informazione e cultura.
Si parlerà del rapporto tra l’informazione mainstream e web, del giornalismo culturale italiano e di quello internazionale, dell’importanza degli inserti culturali.
Ci saranno editori (Giuseppe Laterza), giornalisti culturali (Corrado Augias, Cocita De Gregorio, Massimiliano Panarari, Edoardo Camurri, Alessandro Zaccuri), responsabili di inserti culturali (Armando Massarenti, Luca Mastrantonio, Stefano Salis), responsabili delle pagine culturali dei giornali esteri (El Pais, Le Monde, El Mundo), il direttore di Radio3 Marino Sinibaldi, accademici (Roberto Danese, Giuseppe Roma) e anche individui come Christian Raimo e Nicola Lagioia che – chiamati in qualità di scrittori – lo sono in realtà anche quali animatori di questo spazio culturale on line. Magari in questo caso l’incontro potrà essere utile a molti giornalisti tradizionali interessati a sapere in quale modo precisamente la conclamata crisi dei quotidiani (comprese terze pagine) veda crescere sull’altro piatto un’informazione culturale che non rinunci al suo aggettivo.

Ecco il programma del festival: http://festivalgiornalismoculturale.it/programma/

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Questa generazione https://minimaetmoralia.it/societa/questa-generazione/ https://minimaetmoralia.it/societa/questa-generazione/#comments Sun, 08 Aug 2010 20:19:45 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2806 Il Domenicale del Sole 24 ore della scorsa settimana ha pubblicato un lungo articolo di Stefano Salis in cui veniva presentata la vitale generazione degli scrittori italiani under 40, e di seguito l’opinione di alcuni critici a cui è stato chiesto di “votare” i loro migliori. Qui diamo la parola a uno scrittore di questa […]

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Il Domenicale del Sole 24 ore della scorsa settimana ha pubblicato un lungo articolo di Stefano Salis in cui veniva presentata la vitale generazione degli scrittori italiani under 40, e di seguito l’opinione di alcuni critici a cui è stato chiesto di “votare” i loro migliori. Qui diamo la parola a uno scrittore di questa generazione di cui si parla, Nicola Lagioia, pubblicando un suo articolo apparso oggi sempre sul Domenicale.
E con questa riflessione sui nuovi contesti e le nuove voci, noi autori e redattori di minima&moralia vi salutiamo e ce ne andiamo per un po’ in vacanza.

Se c’è una cosa che accomuna i nati in Italia dopo il 1970 è l’eccezionalità del contesto, e cioè il fatto di essere cresciuti in quello che – ultimo o penultimo invitato alla tavola delle grandi potenze democratiche – è diventato neanche troppo lentamente un paese del secondo mondo.

Bene, l’ho detto: “secondo mondo”, e con questo spero di aver contribuito a rompere il tabù di chi ritiene che l’uso di eufemismi quali “difficoltà” o “arretramento” abbia un valore apotropaico, o peggio ancora di chiunque voglia convincerci che seminando il vuoto a rendere dell’euforia fine a se stessa cresca l’albero della cuccagna. Capisco che sia dura da accettare per coloro che, sospinti dall’onda del vecchio boom sullo scranno di una qualche docenza universitaria, alta dirigenza, segreteria di partito, hanno scambiato col trascorrere degli anni la propria inamovibilità per autorevolezza, e dunque la putrefazione per progresso. È per questo che proprio non me la sento di dare l’onere di chiamare le cose col proprio nome alla generazione dei Tommaso Padoa-Schioppa – l’ex ministro figlio dell’amministratore delegato delle Assicurazioni Generali a cui solo un Edipo non risolto può avere suggerito un giorno la parola: “bamboccioni”.
In questo modo è più facile che le parole “secondo mondo” le possa pronunciare senza troppe crisi isteriche chi, come me, non aveva avuto il tempo di ricavarsi un posto al sole quando il vento ha iniziato a cambiare – chi, tanto per dirne una, ha frequentato un’università che di competitivo aveva ormai solo i bidelli che facevano a gara per chiederti una mancetta di cinquantamila lire dopo averti fotografato durante la sessione di laurea.

Nessuna università italiana tra le prime 100 secondo l’Academic Ranking of World Universities. Settantrateesimo posto alla voce libertà di stampa secondo il rapporto di Freedom House, dietro la repubblica presidenziale del Benin e in coabitazione con Tonga… Non continuerò con le classifiche. Troppe da elencare, troppo univoche, e perfino noiose: era solo per rendere il concetto; allo stesso modo non farò l’avvocato del diavolo che brandisce il vessillo del Pil pro-capite adeguato alla parità dei poteri d’acquisto (un dignitoso ventisettesimo posto nel 2009 secondo il Fmi, dietro Belgio, Francia, Spagna…) perché questi calcoli vivono sotto il ricatto di troppe variabili, e soprattutto perché ad esempio gli Emirati Arabi hanno un reddito pro capite che straccia il Regno Unito ma basterebbe spostarsi sul versante dei diritti umani per non definirli un paese del primo mondo.
Credo sia invece più interessante capire come mai per gli under 40 italiani di oggi un certo realismo richieda pochi sforzi e, contemporaneamente, sia anche la dura lezione appresa nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta. La definirei una questione di imprinting: difficile pensare di non vivere in uno dei paesi più corrotti dell’occidente se ti congedi dal liceo poco prima di Tangentopoli; così come è piuttosto complicato credere a uno Stato sovrano se dai il tuo primo esame all’università non quando esplode la bomba sull’autostrada Capaci-Palermo ma 57 giorni dopo, perché se il beneficio del dubbio poteva sopravvivere con molto sforzo alla morte di Falcone, la sua lapide è stata scritta in via d’Amelio. Faticoso, del resto, credere a una politica che favorisca meritocrazia e bene comune se – scontrandoti già da qualche anno col muro di gomma gerontocratico in campo lavorativo – hai assaporato l’insostenibile pesantezza della sospensione democratica in quel di Genova durante il G8 del 2001; e hai faticato a sostenere un deja-vu degno di Philip Dick quando il Ministro dell’interno di allora, costretto a dimettersi per aver definito “un rompicoglioni” una vittima delle Brigate rosse, si sia ri-dimesso non tanto per l’incredibile circostanza di non sapere chi gli aveva comprato casa ma per l’ancora più incredibile circostanza di essere stato nominato ministro un’altra volta.
Se qualcuno pensa che sto ingrossando l’otre del catastrofismo, sgombro subito il campo. Nessun catastrofismo, nessuna lamentela che vada oltre lo sforzo di tacitare qualche dolore stagionale. Il contrario, piuttosto: credo cioè che solo una generazione talmente forte da chiamare le cose col proprio nome e abbastanza coraggiosa da provare non la vergogna, ma finalmente l’orgoglio di essere sopravvissuta emotivamente agli ultimi vent’anni, possa aiutarci a ripartire.
Stringendo poi l’attenzione su quegli under 40 che cercano di raccontare il mondo attraverso le lenti deformanti della letteratura, credo che i buoni segnali sia incapace di coglierli solo chi questa letteratura non ha l’abitudine di frequentarla. Se si guarda alla recente produzione degli scrittori italiani (non solo under 40), è difficile non accorgersi di una grande vitalità; e ciò a dispetto di ritrovarsi in un paese che ha elevato il disprezzo per la cultura quasi a punto d’onore. Cessare di vivere nel primo mondo – seppure dimezzi le opportunità – non è la conditio sine qua non per scrivere libri che lascino il segno: il ventre della Grande depressione partorì i capolavori di Faulkner, dalla Colombia è venuto fuori García Marquez, e alla maschera mortifera di Pinochet si è sottratto uno come Roberto Bolaño. Per quanto insomma soffra quotidianamente come uomo e come cittadino, vivere su un territorio in grado di offrire incredibili incesti di potere, politica e criminalità quali ad esempio le recenti telefonate tra Gennaro Mokbel e l’ex senatore Nicola Di Girolamo… be’, tutto questo offre a noi scrittori un punto d’osservazione degno del miglior teatro elisabettiano aggiornato al XXI secolo. Il che pone anche un problema di forme: la nostra non è forse più terra da neorealismo o da neoavanguardia o da post-moderno; è piuttosto una sorta di incubo di Hieronymus Bosch con sottofondo di jingle pubblicitari, una dimensione in cui prima non eravamo mai stati. Ricordate il vecchio apologo di Orson Welles sulla pacifica Svizzera produttrice di orologi a cucù, contrapposta agli intrighi sanguinari dei Borgia da cui sarebbero venuti fuori Michelangelo e Leonardo?
Bene, così come prima non cercavo di essere catastrofico, adesso non voglio gloriarmi delle nostre miserie. Sto cercando piuttosto di dire che solo guardando in faccia la Medusa – il che, nel caso di uno scrittore significa riuscire a opporvi lo specchio di una lingua che la racconti senza restarne pietrificati – sarà possibile, anche fuor di letteratura, trovarsi a un certo punto dall’altra parte del guado. Amare i propri tempi difficili tanto da volerli riscattare: mi pare un ottimo vertiginoso trampolino, per i nostri secondi quarant’anni.

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