Stefano Sgambati Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/stefano-sgambati/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 19:18:15 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Stefano Sgambati Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/stefano-sgambati/ 32 32 La vita sobria https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-vita-sobria/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-vita-sobria/#comments Sun, 14 Dec 2014 09:36:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24753 Questo racconto di Claudia Durastanti fa parte dell’antologia La vita sobria. Racconti ubriachi (Neo Edizioni), a cura di Graziano Dell’Anna. Racconti di Claudia Durastanti, Gianni Solla, Fabio Viola, Alessandro Turati, Francesco Pacifico, Olivia Corio, Dario Falconi, Paolo Zardi, Stefano Sgambati, Filippo Tuena. Ringraziamo il curatore e la casa editrice. E invitiamo a leggere gli altri racconti dell’antologia. Jet […]

L'articolo La vita sobria proviene da Minima et Moralia.

]]>
Questo racconto di Claudia Durastanti fa parte dell’antologia La vita sobria. Racconti ubriachi (Neo Edizioni), a cura di Graziano Dell’Anna. Racconti di Claudia Durastanti, Gianni Solla, Fabio Viola, Alessandro Turati, Francesco Pacifico, Olivia Corio, Dario Falconi, Paolo Zardi, Stefano Sgambati, Filippo Tuena. Ringraziamo il curatore e la casa editrice. E invitiamo a leggere gli altri racconti dell’antologia.

Jet Lag

di Claudia Durastanti

La prima volta che mi hanno messa su un aereo avevo quattro mesi; si dice che io non abbia pianto per tutto il viaggio. I miei genitori avevano deciso di vivere da una parte e l’altra dell’oceano, e mia madre aveva finalmente deciso di portarmi a Roma per presentarmi mio padre.

Mia madre mi racconta di questi pomeriggi con le serrande semiabbassate nel salotto dell’uomo che non aveva voluto sposarla; lui seduto su una poltrona di pelle marrone lucida ai bordi. La tappezzeria a cerchi gialli e arancioni che avrei imparato a conoscere come tipica di quei luoghi e di quegli anni, qualche pianta finta. Mia madre mi racconta di questi pomeriggi in cui mio padre le fumava in faccia senza offrirle una sigaretta, di quando si accampavano agli estremi opposti di una stanza, lei mi allattava e lui le diceva di togliersi la camicetta del tutto. Dopo una settimana di stallo, le ha pagato il biglietto di ritorno.

Non le ho mai chiesto se mi avesse presa in braccio in quei giorni: non sono quel tipo di persona. Durante il ritorno, le hostess e i vicini di posto non avevano fatto che complimentarsi per la mia disciplina. Mia madre aveva allungato il latte col bourbon, la mia riluttanza al pianto era chimicamente indotta. Ci scherziamo sopra ogni tanto, quando esco da una clinica. Non è che avessi molta scelta, dice mia madre: la mia infelicità è stata chimicamente indotta.

Quando avevo dieci anni, abbiamo subito il primo sfratto e ci siamo trasferite a casa di un amico che disinfestava piscine. Mia madre ci dormiva insieme ma non facevano sesso: lui era impotente, lei svogliata. L’estate lo accompagnavo a pulire i filtri delle vasche e sciogliere sacchetti di cloro in piscine appena battezzate. È stato durante una di quelle gite che ho incontrato quella che sarebbe diventata la mia migliore amica: era sdraiata sul fondo di una vasca a forma di fagiolo e suo padre la schizzava con un annaffiatoio minacciando di annegarla. Quando ci aveva visto, il padre aveva riposto la canna dell’acqua mimando un sorriso imbarazzato. Lei era uscita dalla piscina strizzandosi la maglietta e si era stretta addosso a lui. È così che si toccano padri e figlie, devo aver pensato.

L’amico di mia madre non mi sfiorava neanche per sbaglio. E poi, non era mio padre.

La mia migliore amica era snodata, e non ha mai avuto problemi a fare sesso in macchina.

Io mi sono sempre riempita di lividi. «È per via della tua pessima circolazione» mi diceva. «La tua pelle si ammacca in fretta». I medici dicono che non ci sono presupposti scientifici dietro la mia tendenza a illividirmi. «Non c’è una singola componente del tuo corpo che giustifichi queste macchie». E poi, non ho mai avuto una pessima circolazione.

Era solo il suo modo di ferirmi: tra le due, era lei quella snodata.

La mia migliore amica voleva mettere su una band, ma solo se poteva essere lei la cantante. Dopo una conversazione molto franca e molto nervosa sul suo letto, ha acconsentito a mettersi alla batteria. Io ho iniziato a scrivere dei testi e a mimare la fama davanti allo specchio.

A ventidue anni sono finita nella Top 100 di Billboard. A trent’anni, ero tra i primi della lista.

La mia migliore amica è morta di cancro al fegato. L’avevo vista grigia per tre mesi, finché grigia non è stata più.

Il giorno del mio quarantesimo compleanno partiamo alla volta di una città scimmiesca e millenaria del subcontinente indiano, il volo è turbolento. Dopo avermi artigliato il polso la ragazza nuova del reparto comunicazioni mi chiede come faccio a essere imperturbabile. Le spiego la storia di quando avevo quattro mesi, lei annuisce con aria grave. «Certe persone imparano a volare presto» conclude.

È una frase da ufficio stampa; il motivo per cui l’hanno assunta.

L’albergo in cui ci hanno sistemato è fatto solo di tende. Dopo cena, gli altri mi raggiungono in camera per una partita a carte. La guardia del corpo ride, poggia le carte sul tavolo e mima il gesto di tagliarsi la gola. Il fonico ride, la parrucchiera ride, il tecnico delle luci ride. Io rido. Ho perso trecento dollari ieri, stasera ne ho persi altri cento. Ogni volta che vado in tour la curva del mio conto in banca inizia a flettere verso il basso. Al telefono il commercialista dice: «Pensavo che eliminato il problema i tuoi conti avrebbero iniziato a prosperare».

Ma non è proprio da me, sostituire un fallimento con un altro? «Scrivici un pezzo» dice il commercialista. «Scrivici un pezzo», per tante persone che mi sono vicine, e per tanto tempo, è stata una risposta a tutto.

A sedici anni sono andata a Roma a trovare mio padre. È venuto a prendermi all’aeroporto con un cartello, io mi sono sporta in avanti per abbracciarlo, credevo di doverglielo, e lui invece ha teso la mano. Mi ha portato nell’appartamento che avevo visto in foto, la tappezzeria era uguale, e mi ha presentato alle sue amiche. Non ne ha mai sposata nessuna.

Una sera si è macchiato la camicia di vino e mi ha chiesto se gliela lavavo. Io l’ho sciacquata nel lavandino con del sapone per i piatti verde radioattivo e lui ha riso. Mi ha detto che mia madre non mi aveva insegnato le “cose”. Credo di aver ereditato da lui questa magnifica capacità di astrazione: il nostro vocabolario è barbaro e contratto e il mondo è solo un posto fatto di “cose”: cose d’amore, cose di soldi, cose di salute, cose di spirito.

Provate a leggere le mie interviste: non so cosa siano i sinonimi.

Sono tornata a Roma altre due volte, lui è venuto a sentirmi, e il giorno dopo mi ha pagato la colazione. Mi ha chiesto cosa pensassi della città; io gli ho detto che la trovavo violenta e che aveva piovuto tutte le volte che ci ero stata. «È un posto pieno di morti ammazzati» ho aggiunto. È vero: è l’unica città in cui abbia assistito ad accoltellamenti a cielo aperto, davanti alle stazioni. Non mi piace calpestare una pozza di fluidi in cui riversa uno sconosciuto; non ho alcun diritto al suo sangue.

Mi sono innamorata di un uomo che non beveva, una volta. Camminava perpetuamente in linea retta, e davanti a lui la mia dipendenza si era contratta per vergogna. Credeva che guidare quaranta ore a settimana facesse di lui una persona spirituale, e che l’ecoterrorismo non fosse penalmente perseguibile. Aveva militato in una band punk hardcore da ragazzo; gli erano rimasti dei tatuaggi gravidi di rose. Per un po’, grazie a lui,  ho avuto la pelle liscia e lo stomaco piatto, un carattere migliore. Non sono una di quelle donne che perdono carisma quando sono sobrie; l’alcol non mi ha mai restituito niente che non avessi già. Almeno questo era quello che mi diceva. Suonava romantico, questo glielo riconosco.

L’ho lasciato il giorno in cui mi ha chiesto di farci delle foto per salvare le foche; ci parliamo ancora di tanto in tanto.

Quando sono in albergo e non dormo, faccio zapping tra i canali erotici a pagamento ma raramente do il consenso per l’acquisto: mi piacciono i titoli. Chiamo la mia guardia del corpo e glieli recito, lui mi chiede se voglio andare in uno strip-club. Ordino una Coca Cola al bancone, la ragazza mi guarda come se fossi ottusa. Aspetta che io tiri fuori un portapillole dalla borsa, io mi limito a tirare su con il naso per non farla stare in pensiero. La mia guardia del corpo mi presta cento dollari in biglietti da venti, io li finisco dopo mezz’ora. Mi spiega la differenza tra una tetta finta e una tetta vera, lo ascolto per educazione. La consistenza del silicone lo commuove, così iniziamo a parlare di materassi ad acqua, gatte che mangiano la placenta dopo aver partorito e piani per la pensione (il suo è più corazzato del mio). Quando ci salutiamo nell’atrio mi dice che «Gangbangs of New York» era il migliore.

A metà tour, quando siamo in Giappone, veniamo raggiunti da un cantante più giovane da svezzare; la casa discografica ha messo una clausola al riguardo nel mio contratto. Entra in scena per un paio di pezzi; non trovo che la sua presenza giovi particolarmente allo spettacolo ma sono a quel punto della mia carriera in cui non capisco chi sta facendo un favore a chi.

Una volta, dopo una partita a carte in camera mia in cui lo derubiamo di tutti i contanti, mi chiede di restare. La mattina dopo mi accorgo di avergli fatto un graffio sulla guancia, glielo pulisco con un Kleenex che ho cura di buttare nel cestino (nessuno ha diritto a questo sangue). Il ragazzo mi fa domande sulle sue prestazioni mentre sono sotto la doccia – per lui graffio non è sinonimo di orgasmo – a cui rispondo con entusiasmo. Nelle settimane successive mi dice «voglio scoparti fino a consumarti le ossa» e «vorrei non averti mai incontrata per avere il piacere di violentarti» e io dico che è ora di prendere la strada del ritorno.

L’Asia che ci lasciamo alle spalle è meno al neon di quando l’ho vista la prima volta.

Prima, ogni volta che prendevo un aereo, c’erano determinati tipi di signori a ricevermi all’atterraggio. Uomini felici, senza calli, che dispensavano strette di mano leggere e gentili, non alzavano la voce. Sorridevano. Annuivano, poi sparivano. Le macchine che possedevano non erano mai troppo vistose o volgari, tutti quelli che conoscevo avevano un gusto eccellente. Per loro non ero una cliente, solo una a cui veniva fatta della beneficenza. Se mi comportavo bene potevo sorbirmi un quarto d’ora di memoriali e moniti da padreterno.

Quei poveretti credevano che il dialogo innalzasse il livello complessivo del servizio.

Io volevo solo sapere come miscelare “cosa” con “cosa”.

La mia guardia del corpo è infatuata della parrucchiera, che a sua volta è infatuata del fonico. Sono persone che porto in viaggio con me da quindici anni. Conosco i nomi di battesimo dei loro figli, di che malattia sono morte le loro madri, conosco la virulenza dei loro attacchi gastrointestinali. Da quando la mia migliore amica è morta, non ho più avuto migliori amiche, e la parrucchiera è quel che mi resta. «Hai un odore migliore» mi dice ultimamente. Quel che vuole dire è: «Non importa se sei ingrassata». Da quando ho intrapreso un percorso terapeutico sono molliccia e bianchiccia, posso scopare solo a luci spente.

Ne parliamo spesso alle riunioni: di questo grasso che ci fa orrore.

Un altro uomo che ho amato invece beveva molto, con dedizione metodica. Ci siamo trasferiti in una casetta nei boschi per sei mesi, il ragazzo delle consegne passava una volta a settimana a consegnarci casse di liquori barricati. Non stavamo vivendo la buona vita, checché ne pensassero i fotografi. Recentemente ha scritto un romanzo in cui morivo, mi ha chiesto se volevo correggere qualche dettaglio. Gli ho detto che rispetto a quei personaggi eravamo meno molesti e che non ci eravamo mai denudati in pubblico declamando la nostra miseria in versi. Però avevo l’abitudine di infilargli due dita in bocca per farmele succhiare, e quando le tiravo fuori era come se fossi stata a mollo nella vasca per mezz’ora. Poteva andare?

Il libro non ha venduto quanto si aspettava. L’ho portato a cena per consolarlo, ha cercato di appiccicarmi al parabrezza. Gli ho detto «Sono pulita» e lui mi ha chiesto chi aveva mai pensato il contrario.

Da quando è finito il tour l’interno delle mie braccia si sta gradualmente coprendo di efflorescenze color carminio. Sembra una malattia da scimmie, oppure mi sto trasformando in una spugna. La casa discografica mi dà l’indirizzo di un ambulatorio privato e il giorno prescelto il medico mi tasta le costole, mentre sento la mia voce dalla radio sulla scrivania della segretaria. Lui sorride, poi mi pizzica la pelle per vedere quanto ci mette a diventare rossa. Mi chiede se sono sensibile, per qualche secondo non capisco la domanda.  Dopo una settimana mi chiede di tornare, questa volta sono di spalle e lui e i suoi colleghi formano una fila ordinata dietro di me. Mi toccano le vertebre con dita ricoperte di lattice, sussurrano tra loro, e per un attimo temo di essere diventata una santa. Ne esco con un verdetto di malattia autoimmune. Quando vado a pranzo a casa di mia madre per raccontarglielo lei scuote la testa; dice che autoimmune è sinonimo di tutto quello che i medici non capiscono.

Una ragazzina viene alle riunioni nel centro dietro il mio appartamento anche se vive a due ore da qui. Lo fa perché ci sono io. «Come lo hai scoperto?» le chiedo. Mi informa di un sito internet specializzato nelle dipendenze di personaggi famosi, con tanto di mappe e avvistamenti. C’è un elenco dettagliato di centri AA ed NA in cui possono stanarci. L’ingresso è gratuito, la miseria democratica, non posso rimproverare la ragazzina perché crede che abbiamo un problema in comune. Abbiamo un problema in comune. Le chiedo il significato dei suoi tatuaggi. «Sono versi delle tue canzoni» dice. Non ho mai avuto la grazia di arrossire. Non c’è una singola componente del nostro corpo che giustifichi queste macchie.

L’uomo che ho amato più di tutti non prendeva mai aerei per viaggiare, così per vederlo dovevo noleggiare macchine, pagare autisti, prenotare autobus e treni. Lui si trasferiva in abitazioni sempre più remote; io avanzavo con i fari accesi e lui retrocedeva finché non diventava solo una sagoma di cartone, di quelle su cui ti eserciti a sparare. Ogni volta che gli telefonavo mi sembrava di entrare in un poligono; se restava in silenzio capivo di aver mancato il bersaglio.

Mi aveva intervistato per l’uscita del mio disco più brutto, una circostanza che ancora oggi mi riempie di vergogna. Era arrivato per ultimo, e mi aveva rivolto domande paternaliste che non richiedevano commenti. Era molto più grande di me, e lo è stato per tutto il tempo che abbiamo trascorso insieme. Ha abitato nel deserto, nella valle e persino su una piattaforma, ma non ha mai avuto case con piscina. Mi faceva sempre delle manovre di Heimlich per scherzo; gli piaceva dire che mi aveva salvata.

L’ultima volta che sono stata a cena con il mio fratellastro prima che lo ricoverassero per gli ultimi fuochi del suo sarcoma ho fatto caso alle sue dita che scrollavano cenere in un bicchiere pieno di birra; erano tappezzate di croste lattiginose. Mi ha spiegato che all’inizio se le grattava sempre ma il sangue non smetteva di fluire; non era come i tagli che ci facevamo da ragazzi quando cadevamo dai muretti o dagli alberi.

La mia migliore amica era brava a scalare superfici verticali e in ragione delle sue membra allungate era particolarmente aggraziata quando penzolava a testa in giù dai rami. Una volta lo abbiamo fatto anche se non avevamo il reggiseno e il suo ragazzo ci ha scattato una Polaroid che conservo tuttora nel portafoglio, anche se abbiamo le teste mozzate.

La tiravo sempre fuori quando ero sbronza; non rendo giustizia alle nostre tette da tempo immemorabile.

Quando accompagno i bambini della parrucchiera alle giostre, e giriamo in tondo in quella specie di ciambella con un timone in mezzo, loro gridano «basta» ridacchiando ma so che in realtà mi stanno chiedendo di andare più veloce, e io mi fermo giusto in tempo prima che ci venga il mal di stomaco. Qualche volta, non sempre, penso che quel che voleva la mia migliore amica dalla band era solo girare in tondo, un po’ più in fretta, con il cielo che le collassava negli occhi e la possibilità di ordinare a qualcuno di fermare la giostra in tempo.

«Tu non hai bisogno di copiloti». Questo era il succo della sua telefonata in cui mi ha detto che avrebbe mollato. Aveva ragione.

Io e l’uomo che ho amato più di tutti ci incontriamo al funerale del mio fratellastro. C’era stato dell’affetto tra loro, e io ho apprezzato la sua presenza. Dopo la cerimonia ricordiamo le sue braccia con i peli quasi ingrigiti, i capelli chiari e disidratati riassunti in strane ciocche sulla fronte e gli occhi pieni di nervetti rossi, sedati da una stanchezza senza origini. Riusciamo a ricordarlo così bene perché negli ultimi anni della sua vita il mio fratellastro ha partecipato a un progetto fotografico su persone candidate a morire.

Informata dell’infelice occorrenza, l’addetta stampa ha detto: «Nessuno schiatta più per questa malattia» e anche se è il genere di frase per cui l’hanno assunta, ho dovuto rimproverarla lo stesso. Il mio fratellastro è entrato nella mia vita senza un inizio, senza una storia. È nato insieme alla sua dipendenza e non mi ha mai raccontato com’era prima. Portava dei lividi, so che lo picchiavano e presumo che gli piacesse, che in qualche ora della sua adolescenza si fosse convinto che il suo orientamento non era adeguato e le macchie scure fossero una pena commisurata alla colpa. Ho deciso di non scriverci una canzone sopra anche se è quello che tutti si aspettano. Quando l’ho spiegato all’uomo che ho amato più di tutti lui mi ha abbracciata con rispetto.

Io e il cantante più giovane siamo diventati amici da quando ha smesso di necro-corteggiarmi. Guardiamo del porno insieme, lui fa le sue cose e io faccio le mie.  Una sera, durante la tappa europea del tour alla fine dell’estate, lui e la guardia del corpo mi buttano in una fontana e io so che le mie cosce fanno più schizzi di quando ero ragazza, ma non mi importa. Mio padre mi chiama sul cellulare di produzione, è l’unico numero a cui può avere accesso. Ha visto le mie foto nella fontana, dice che sono diventata una donna decente. Le uniche che riusciva a ricordare erano quelle in cui avevo conche viola ai lati del naso. Mia madre, dopo quel soggiorno a Roma, ha deciso di non prendere più aerei: posso portarla in vacanza solo su rotaie, lo facciamo almeno una volta all’anno. Ci divertiamo, la maggior parte delle volte.

La prima volta che sono stata in volo avevo quattro mesi e non ho pianto: la mia tranquillità era stata chimicamente indotta. La mia migliore amica non si è mai ammaccata ed è scomparsa lo stesso. Se avessi chiesto a mia madre se papà mi aveva tenuta in braccio, in quei giorni, lei avrebbe riso. Come me, non è mai stata quel tipo di persona.

Non bevo da un anno e cinque mesi, fatto salvo per una serata di cui non ho voluto parlare in riunione. Ho collezionato una decina di medagliette di sobrietà, le ho regalate al mio staff e ai figli della parrucchiera che ci hanno abbigliato il cane o li usano come portachiavi.

Non c’è una singola componente del mio corpo che giustifichi questa infelicità.

L'articolo La vita sobria proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-vita-sobria/feed/ 17
La cena degli scrittori https://minimaetmoralia.it/fiction/la-cena-degli-scrittori/ https://minimaetmoralia.it/fiction/la-cena-degli-scrittori/#comments Sat, 05 Jul 2014 05:00:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21952 Questo racconto è stato scritto nell’ambito della terza edizione del Festival Letterario “Gita al Faro” di Ventotene, dove Stefano Sgambati è stato “confinato” per cinque giorni insieme a Daria Bignardi, Giovanni Cocco, Marcello Fois, Antonella Lattanzi, Michele Mari, Elisabetta Rasy, Elisa Ruotolo e Mariolina Venezia proprio per produrre un testo ambientato nell’isola e che si ispirasse all’esperienza vissuta in loco e che è stato poi letto in una serata conclusiva davanti al pubblico. Tutti i racconti saranno raccolti in un’antologia dal titolo “L’isola delle storie” che sarà presentata a “Più libri, più liberi”, prossima fiera del libro di Roma in programma a dicembre.

La cena degli scrittori l’aspettavano tutti.

La piazza sembrava un pandoro: avete presente quelli più filologici del 24 dicembre, i pandori che hanno senso, senso davvero, tutti sbatacchiati nella busta di plastica, che da quel colorito marrone diventano bianchi, innevati di zucchero a velo, gnam gnam, ecco come sembrava la piazza, almeno agli occhi degli scrittori, che possedevano le metafore, le metafore e altre figure retoriche, ad esempio lo zeugma - lo zeugma era tra i più gettonati - e queste metafore e figure retoriche circolavano nel loro sangue, il sangue degli scrittori, come eritrociti e recavano ossigeno, perciò succedeva che all’improvviso una piazza poteva sembrare un pandoro o altre cose spiazzanti e molto entusiasmanti da un punto di vista del tropo, però, ecco, non è che tutti fossero dotati dello stesso sguardo e infatti i comuni mortali al posto dello zucchero a velo più che altro notavano i volantini e le cartacce e i nastrini e i cotillons e tutto quel traffico di auto a noleggio che una volta all’anno, da tre anni, arrivava a distoglierli dalla loro piccola normalità, perciò aspettavano con entusiasmo la cena, l’ultimo appuntamento del festival letterario dell’Isola di Ventotene.

L'articolo La cena degli scrittori proviene da Minima et Moralia.

]]>
babette-savarin

Questo racconto è stato scritto nell’ambito della terza edizione del Festival Letterario “Gita al Faro” di Ventotene, dove Stefano Sgambati è stato “confinato” per cinque giorni insieme a Daria Bignardi, Giovanni Cocco, Marcello Fois, Antonella Lattanzi, Michele Mari, Elisabetta Rasy, Elisa Ruotolo e Mariolina Venezia proprio per produrre un testo ambientato nell’isola e che si ispirasse all’esperienza vissuta in loco e che è stato poi letto in una serata conclusiva davanti al pubblico. Tutti i racconti saranno raccolti in un’antologia dal titolo “L’isola delle storie” che sarà presentata a “Più libri, più liberi”, prossima fiera del libro di Roma in programma a dicembre. (Nella foto: una scena del film “Il pranzo di Babette”.)

La cena degli scrittori l’aspettavano tutti.

La piazza sembrava un pandoro: avete presente quelli più filologici del 24 dicembre, i pandori che hanno senso, senso davvero, tutti sbatacchiati nella busta di plastica, che da quel colorito marrone diventano bianchi, innevati di zucchero a velo, gnam gnam, ecco come sembrava la piazza, almeno agli occhi degli scrittori, che possedevano le metafore, le metafore e altre figure retoriche, ad esempio lo zeugma – lo zeugma era tra i più gettonati – e queste metafore e figure retoriche circolavano nel loro sangue, il sangue degli scrittori, come eritrociti e recavano ossigeno, perciò succedeva che all’improvviso una piazza poteva sembrare un pandoro o altre cose spiazzanti e molto entusiasmanti da un punto di vista del tropo, però, ecco, non è che tutti fossero dotati dello stesso sguardo e infatti i comuni mortali al posto dello zucchero a velo più che altro notavano i volantini e le cartacce e i nastrini e i cotillons e tutto quel traffico di auto a noleggio che una volta all’anno, da tre anni, arrivava a distoglierli dalla loro piccola normalità, perciò aspettavano con entusiasmo la cena, l’ultimo appuntamento del festival letterario dell’Isola di Ventotene.

Mangia con gli scrittori!”, recitava l’enorme banner orizzontale che dalla statua del santo patrono arrivava al balconcino del campanile proiettando un’ombra spaventosa a forma di drago: circa dieci metri di complicati concetti persuasivi sotto cui gli scrittori si erano soffermati più volte durante quella settimana di eventi e incontri sfidandosi a individuare il più alto numero di refusi o comunque di ineleganze lessicali o fonetiche, o anche semplicemente di forma: Michele Monti e Marcello Gras erano quasi venuti alle mani per una questione di “d” eufoniche, per esempio. La tensione vibrava come corna di cervo in corsa e questo aiutava i giornalisti presenti a confezionare i loro pezzi di cultura e costume: il famoso chef de cuisine e sex symbol nazionale Carlo Bracco era sbarcato sull’isola e – anche se gli scrittori non lo avrebbero ammesso mai e anzi già si era sviluppata un’atroce messa in scena di ignoranza reciproca, un balletto grottesco fatto di cambi di direzione improvvisi e/o struggenti mimiche facciali caricate a salve per cui “oh caspita, devo essermi dimenticato la borsa in hotel!” con grandi schiaffi sulla fronte e rovesciamenti d’occhi per non guardare o addirittura repentine modifiche di itinerario avendolo visto spuntare dall’altro lato della strada – era lui il più fotografato e inseguito e toccato dell’intera kermesse. L’invidia era enorme, apocalittica, una specie di lugubre nave spaziale fluttuante nel cielo: Giovanni Palamita e Camilla Brasile si erano rinchiusi in stanza per un incontro carbonaro cercando di stabilire con grafici cartesiani e stima della tendenza, secondo complessi parametri statistici, chi fosse realmente più famoso tra “loro” e “lui”, ma dovendo purtroppo convenire, alla fine, che i valori risultanti non andavano nella direzione auspicata.

Alle sei del pomeriggio dell’ultimo giorno di festival gli addetti dell’organizzazione stavano ancora imbandendo la tavola agli ordini dello chef Carlo Bracco: c’era un po’ di ritardo ma tutti erano ottimisti. Nessuno poteva vedere che cosa stava succedendo poiché una grande tensostruttura copriva l’area centrale della piazza dove sarebbe stato allestito il banchetto: sui quattro lati dell’edificio improvvisato c’erano i volti dei sei scrittori invitati, ognuno immortalato nella sua posa classica, Michele Monti con le dita sotto al mento, Marcello Gras con l’asta degli occhiali tra le labbra, Giovanni Palamita col suo cappello di paglia indossato di sbieco, Camilla Brasile con la mano destra davanti al viso e il pollice e l’indice nel gesto della pistola puntata, Lorenzo Di Lorenzo seduto con le mani intrecciate dietro alla nuca e Fabio Atterraggio ironicamente ritratto con le braccia aperte a mo’ di aeroplano.

In hotel, intanto, era l’ora della consueta merenda, la fase del pomeriggio più lenta: «Ho sognato che vendevo soltanto diciottomila copie», disse Michele Monti. Aveva in mano una brioche fritta da cui sgorgava una palata di panna.

Gli altri avevano finito e si sentiva un grande spostare di tavoli alle loro spalle.

«Che cosa volgare! Stai scherzando, spero!», gli rispose Marcello Gras spalmando una michetta con del burro citronato.

«Purtroppo no. Terribile. Un incubo terribile».

«Ti prego, dimmi cos’hai preso ieri a cena così eviterò di mangiarlo per sempre».

«Del fegato, mi pare. Qualcosa di grasso, comunque. Forse del lardo…».

«Qui è tutto grasso».

«Ma perché ci fanno mangiare in questo modo? Io non ne posso più».

«Guarda che pancia mi è venuta», si sovrappose Marcello mostrando una gravidanza al sesto mese.

Emisero un rutto digestivo quasi in sincrono: fu comico.

«Si può sapere che cosa stanno…»

Marcello Gras si voltò a guardare gli altri colleghi che spostavano cose, poi tornò a spazzolare il piatto con il rebbio esterno della forchetta, con fare annoiato: «La solita gara di velocità su tastiera…».

Michele Monti ingollò un bicchiere intero di Coca Cola, poi si alzò con le mani sui fianchi: «Che noia…», disse un po’ stiracchiandosi e un po’ ruttando ancora: anche lui mostrò forme da ritratto boteriano.

Un “tic-tic-tac” lisergico invase lo spazio, in un modo che non era solo sonoro ma anche spaziale: Michele e Marcello si spostarono con espressioni simili di disappunto. Qualcuno, forse Fabio Atterraggio, che era di sicuro il più competitivo, urlò: «Finito!», seguìto da una ridda di “vaffanculo” e “testa di cazzo” e “hai barato” e rutti, altri rutti, tantissimi rutti digestivi ovunque.

I due grandi scrittori distolsero gli occhi e l’uno accese una sigaretta all’altro: «Ma anche la tua stanza è piena di refusi?», domandò Michele Monti al collega.

«Uh, non me ne parlare…»

«Sono dappertutto. Forse dovremmo protestare in reception…»

«Domani sarà finita, chissenefrega»

«Stanotte vorrei dormire, però…»

«Non ti fanno dormire?»

«No! A te sì? Io ci provo a ignorarli ma proprio mentre sto per prendere sonno, tac!, ecco tornarmi in mente quel “La stanza và liberata entro le undici” sul cartello informativo appeso alla porta. Ho provato a staccarlo, a nasconderlo, a chiuderlo in un cassetto, ma niente da fare»

«Scusa, correggilo»

«Non posso continuare ad alzarmi, non ce la faccio più. Ieri alle cinque del mattino ho tolto un apostrofo incomprensibile dalle istruzioni della cassaforte»

«Terribile…», sospiro Marcello Gras.

Infine scossero entrambi la testa, prima di iniziare una discussione sul participio passato di “struggere”.

Alle ventuno tutta Ventotene era in piazza, anche se i posti disponibili per la Cena degli Scrittori erano soltanto quindici.

Il discorso introduttivo fu affidato al libraio dell’isola, Fabio Mai, una personalità del luogo, carismatico, gentile, che si rivelò perfettamente adatto alla cosa, infilando nella sua arringa ironia e un bel po’ di sarcasmo, parlando di “gusto della letteratura” e “sapore delle parole”, strappando infine un applauso gonfio quando si congedò presentando Carlo Bracco.

«Gli scrittori spesso si riempiono la bocca di parole», disse lo chef nella sua divisa di ordinanza bianca con le iniziali cucite sul petto: «Adesso tocca a noi riempirci di scrittori la bocca!».

Il boato trasformò la piccola piazza in uno stadio da concerto rock: l’addetto al mixer ruotò due manopole e l’ambiente si riempì della “Cavalcata delle Valchirie”: si abbassarono due riflettori che incrociarono i coni di luce sulla tensostruttura centrale che esattamente quando il tema musicale giunse al suo climax si afflosciò con una minuscola detonazione rivelando finalmente la tavola imbandita. Gli applausi salirono fino alla luna, strafottente nel cielo di Ventotene, e poi ridiscesero rapidi, come il perlage di un vino francese. Quindi fu il silenzio, chiamato dal gesto tipico che aveva reso famoso Carlo Bracco nelle sue trasmissioni televisive: «Bon appetit», disse semplicemente dopo aver caricato l’aria di attesa con le mani in avanti a mo’ di direttore d’orchestra.

Subito dopo i quindici fortunati sorteggiati tra coloro che avevano scritto il “tweet” più spiritoso furono fatti accomodare al grande tavolo da camerieri in guanti bianchi e cominciò il servizio.

«Non hanno lasciat’ niente eh…».

Ormai era notte fonda e le figure umane sul gommone erano in ombra, indistinguibili. A prua, ben legati, due sacchi della spazzatura di grandi dimensioni.

«E si vede che tenevano appetito…»

«Ma tu hai assaggiato qualche cosa?»

«Poca roba… Quel fegato là, a forma di pallini: non mi ricordo com’era fatto però era abbastanza buono…»

«Le pepite di fegato grasso di Michele Monti? Abbastanza buono!? Quello era una prelibatezza, il pezzo forte della serata! L’hai sentito il gruè di cacao sopra?»

«Il?»

«Maronn’ ma dove ti hanno pescato a te?»

«Sei tu che a forza di stare appresso a tutti questi scrittori ti sei messo a parlare complicato!»

«E la rotula? La rotula l’hai assaggiata?»

«Qual era?»

«Quella in guazzetto di provola affumicata»

«Ah era provola?»

«Uno spettacolo eh?»

«La tiella coi polipi: quella è uno spettacolo…»

«Ma tu stai pazziando! E l’emincé tiepido di Camilla Brasile l’hai assaggiato almeno?»

«Emiche?»

«Emincé! La fettina di polpaccio!»

«E parla facile, mammamia! L’agg’ assaggiato, ma a me questa carne tenera di femmina del sud non mi dice niente. Preferisco quella più fibrosa e grassa dello scrittore sardo, come si chiama lui…»

«Eh, ma quello era servito con la vinaigrette di carciofi e fave e io sono allergico: non ho potuto provare»

«E ti sei perso molto… Mo’ però stat’ zitt’ e accelera, ché tengo sonno e il lavoro da fare qua è ancora molto»

L’imbarcazione, vista dall’alto, aveva la forma di una gomma per cancellare ma il mare era un disegno indelebile e a parte un breve squarcio spumoso e bianco che il motore si lasciava alle spalle, altro non concedeva alla rottura dell’immaginazione che doveva accontentarsi di quell’intonso manto nero, globulare, come se milioni di pugni increspassero l’acqua dal fondo, per uscire, per spaccare la superficie e dire: noi ci siamo. Ma noi chi?

L’isola di Santo Stefano si avvicinava così con la lentezza di certi parroci salmodianti: un calcolo renale espulso dalla balena di Ventotene poco distante, sulla cui sommità si intravedeva con un certo sforzo di diottrie la corona massiccia e inquietante del carcere.

Tre lampi di luce, intervallati da cinque secondi esatti, furono il segnale che da terra li avevano individuati e avevano aperto il cancello.

«Facimm’ ampress’ jà, ché Gigi sta già pronto»

«Quello è romano, figurati che gliene fotte: domani se ne torna nella grande città: invece noi qua restiamo. E comunque questo coso più di tanto non va. Il prossimo anno dobbiamo farci dare un gommone un poco migliore»

A terra, riuscirono a fare un solo viaggio fino al cimitero: questo fu bene. Le volte precedenti erano serviti tre viaggi, il che significava tre salite, tre discese, tre salite e tre discese: i sacchi, perfino, sembravano leggeri, nonostante la via scoscesa e il buio e le piante affilate che tagliavano i polpacci passando; tutto sommato fu una passeggiata.

«Il sacco più pesante però a me l’hai dato eh?!»

«Ma se sono quasi vuoti tutti e due! Lo chef Bracco è stato un mago!»

«Ma perché non li buttiamo a mare? Tutte le volte ‘sto scorticamento…»

«Ma perché invece non ti stai zitto? Devi per forza dire qualcosa?! Non puoi stare in silenzio!?»

«Ma quale silenzio e silenzio! Scusa, quello, come si chiama, lo scrittore l’altro giorno ha detto ai bambini  che lo intervistavano che quando non si sa più bene come andare avanti bisogna infilarci un dialogo! Che i dialoghi stanno sparendo!»

«Ma stava parlando di romanzi, di letteratura, mica di vita reale! Cretino, tu qua devi solo fare il lavoro tuo e stare zitto! Questo si pensa di essere diventato un personaggio letterario: stiamo apposto…».

Il lavoro, allora, fu svolto in silenzio, perché il silenzio fecondava la terra e la faceva morbida, affrontabile. Le pale calavano a tratti in sincrono e il rumore diventava uno soltanto, altre volte invece alla rinfusa e allora era un concerto di schiocchi, come piccole deglutizioni ferrose, perché in effetti era questo che stavano facendo, nutrivano a forza il terreno, spingevano nella glottide l’indigeribile: tre scheletri che sotterravano altri scheletri nella notte.

Quando ebbero finito pisciarono tutti e tre, attenti a non esporsi controvento, e rifiatarono. L’alba non doveva più strillare per farsi notare: era lì, a ritinteggiare tutte le cose che lo meritavano.

«E pure ‘sto Festival se lo semo tolto dai coglioni»,  sentenziò Gigi, ancora con l’uccello in mano. Era una frase fatta, che non avrebbe aggiunto o tolto nulla, ma almeno era vero. Tutti gli anni a un certo punto avevano finito, e ogni anno era vero e questo era un dato di fatto, un punto fermo microscopico ma fermo in un mondo che atterriva e spaventava chiunque già sulla terra ferma, figurarsi su quella concrezione ridicola a mollo piena di silenzio e misteri.

«Marò: tutta questa fatica per mangiare e mo’ tengo un’altra volta fame punto e da capo»

«Ma state sempre a pensa’ a magnà voi due?»

«Gigi bello, questo è perché tu sei vegetariano e non hai idea di che cos’era quel risotto olio d’oliva e grana padano con le verdure e Giovanni Palamita in pinzimonio. Solo parti nobili eh!»

«Non so’ vegetariano, ma la carne voglio sape’ da dove arriva. Voglio esse’ sicuro di quello che magno».

Si fece scrocchiare le dita.

«Alla faccia, ma tu lo sai che Palamita è pubblicato dalla casa editrice Pomodori, no? Quelli trattano gli scrittori coi guanti bianchi, puoi stare sicuro di quello che ti metti sotto ai denti»

«No… nun me fido più. L’anno scorso ti ricordi Walter Luoghi? Dicevano che era er mejo, er più grande scrittore mai stato sull’Isola e poi? Per du’ giorni tutti a diarrea so’ stati»

«Ma non c’entrava niente la carne: è che Walter Luoghi lo servirono crudo, una tartarre, e ti ricordi che si era rotto l’abbattitore? Quest’anno stava tutto apposto, non ti dovevi fare pensieri…»

Il vento si alzò all’improvviso.

Una scarica forte, una soltanto, rumorosa come una finestra che all’improvviso andava in frantumi.

Gli uomini si guardarono per capire se davvero avessero finito o se c’era ancora qualcosa da dire o da fare: si assomigliavano. Forse erano fratelli o forse era la stanchezza.

«Ma poi ci mettemmo lui nella tomba dell’anarchico Bresci?»

«Chi?»

«Walter Luoghi! Ci mettemmo lui là dentro?»

«Non mi ricordo. Tu Gigi te lo ricordi chi ci mettemmo?»

Gigi scosse la testa mentre cercava di accendere una sigaretta girata a mano.

«Tanto ai turisti se pò di’ quarsiasi cosa. Quelli so’ contenti: basta che c’hanno da fotografa’…»

«Vabbuò ma era per curiosità».

In quel momento un gabbiano passò gridando. Il suo volo apparentemente casuale tracciò una perfetta diagonale bianca nel cielo mattutino, che forse era blu, blu elettrico o blu cobalto, blu fiordaliso, magari indaco o lavanda, o blu polvere, blu Tiffany; e se fosse stato semplicemente celeste? O carta da zucchero? Chissà.

Nessuno di loro tre avrebbe saputo deciderlo con certezza, perché, be’, non erano scrittori.

L'articolo La cena degli scrittori proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/fiction/la-cena-degli-scrittori/feed/ 1
Jackson Pollock https://minimaetmoralia.it/fiction/jackson-pollock/ https://minimaetmoralia.it/fiction/jackson-pollock/#comments Sat, 10 May 2014 08:29:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20522 Pubblichiamo un racconto di Stefano Sgambati tratto dall'antologia ESC. Quando tutto finisce (Hacca) curata da Rossano Astremo e Mauro Maraschi. Stefano Sgambati oggi alle 21 sarà al Caffè letterario del Salone del Libro di Torino per presentare Gli eroi imperfetti durante l'incontro Emergenti.

«Non ho un amico tanto intimo da sopportare il tormento di una telefonata».

Gli occhi di lei sulla tempia destra di lui.

«Un’altra citazione?»

«Sì, un libro».

«Quale?»

Lui si voltò verso il finestrino: non voleva guardarla, non si ricordava nemmeno com’era fatta.

«Non l’hai letto».

«Contento tu».

Sorrise. Il buio dell’abitacolo gli divorò i contorni delle labbra e il bianco, quell’inutile bianco dei suoi denti curati.

L'articolo Jackson Pollock proviene da Minima et Moralia.

]]>
jackson_pollock01

Pubblichiamo un racconto di Stefano Sgambati tratto dall’antologia ESC. Quando tutto finisce (Hacca) curata da Rossano Astremo e Mauro Maraschi. Stefano Sgambati oggi alle 21 sarà al Caffè letterario del Salone del Libro di Torino per presentare Gli eroi imperfetti durante l’incontro Emergenti.

 

Nessuno procede dun centimetro. Centinaia di veicoli ammassati,
centinaia di teste diverse: lo stesso rintocco di tragedia.
È così che noi saremo al termine dei giorni,
lapocalisse non già consistendo in fuochi e montagne e onde immani
che rovinano sullumanità, bensì nellesatta collocazione di ciascuno di noi
nel punto di una fila, senza mai più speranza di avanzare o retrocedere,
col motore acceso e la frizione premuta.

Francesco Fagioli, Un certo senso

«Perché siamo qui?»

«Non ho un amico tanto intimo da sopportare il tormento di una telefonata».

Gli occhi di lei sulla tempia destra di lui.

«Un’altra citazione?»
«Sì, un libro».
«Quale?»

Lui si voltò verso il finestrino: non voleva guardarla, non si ricordava nemmeno com’era fatta.

«Non l’hai letto».
«Contento tu».

Sorrise. Il buio dell’abitacolo gli divorò i contorni delle labbra e il bianco, quell’inutile bianco dei suoi denti curati.

«Comunque è pazzesco. Qui dentro si potrebbe camminare!»
«E fare tante altre cose, volendo…»

Provò a risucchiare dentro quelle parole scontate, di ruolo. La donna era tornata a sedergli accanto, il vestito le era risalito oltre ogni soglia del lecito. Lei dovette avvertire il suo sguardo, perché strofinò le cosce tra loro, producendo un rumore tenue, di cosa morbida che rivendicava la propria consistenza. Chissà quante altre volte l’aveva già fatto. Ingranaggi di un automatismo industriale.

Smise di osservare quella carne di femmina. Il mondo esterno non gli appariva nitido, perché sul vetro c’erano i riverberi del mobile bar – etichette di bottiglie costose, distillati pregiati e champagne selezionati – ma quelle dovevano essere le Terme di Caracalla. Il naso gli formicolava e quando si passò sulle narici il dorso della mano la donna lo imitò, come uno sbadiglio che ne tira fuori un altro.

«Sei bionda?»
Lei si toccò i capelli.
«Cosa?»
«Sei bionda?»
«Mi chiamo Teresa».

La guardò interrogativo, ma invece di barattare il suo nome le strizzò un ginocchio con forza. Venti minuti più tardi bussò tre volte, con decisione, sul divisorio scorrevole, ansimando.

«Perché cazzo ci siamo fermati?»
«È tutto bloccato, signore».

***

Osservi Lungotevere Aventino dall’alto: di notte l’Isola Tiberina ha la forma di un grosso fegato adagiato sul letto di un fiume un tempo biondo, oggi marrone. Su Ponte Garibaldi scorgi piccole sagome, ne distingui almeno tre, uomini in costume da bagno che a turno prendono fiato e si lanciano con un grido, sprofondano in quella melma e poi tornano su e chi è rimasto a guardare emette strilli di giubilo e quand’è il suo turno si lancia nel vuoto e urla anche lui, fino a che non incontra l’acqua, o quel che è, e infine riemerge, con uno sbuffo, dice “vittoria” coi pugni, e via così.

Una lunga striscia di traffico nasconde l’asfalto e la segnaletica, imbruttisce le chiome degli alberi e impuzza l’aria. Alcune macchine danno l’idea di essere state abbandonate lì, di traverso sulla carreggiata, come spine di pesce incastrate in gola. Ma forse è l’impressione, forse hai gli occhi stanchi. Hai passato tutto il giorno al computer a rileggere le tue cose, a spulciare i vecchi file, perfino a buttare giù due righe nuove, cosa che si merita un brindisi con questa bottiglia, e che bottiglia: un Glenlivet Cellar Collection del 1964. La conservavi da una decina d’anni, una bottiglia di Glenlivet Cellar Collection del 1964, solo ottocento esemplari al mondo: a che cazzo pensavi che ti dovesse servire? Ma adesso sei contento di brindare a whisky (a Whisky) alla tua ultima notte: tutti in giro come i matti e tu a casa, da solo, con il tuo Glenlivet Cellar Collection del 1964.

Chi sei tu? Uno scrittore? No, non lo sei mai stato, non lo sarai mai, anche perché non ne avresti il tempo: sei un costruttore di bestseller, questo sì, bestseller con la data di scadenza, soprattutto l’ultimo, che nemmeno è uscito e già ne volevano fare un film: sarebbe stato il quinto estratto dalla tua bibliografia del cazzo.

Ti sembra di aver perso gli anni migliori della tua vita? Guardati intorno, non è così: hai presente dove vivi? Tutte quelle stronzate per ragazzini repressi non avranno migliorato la letteratura, ma guarda che casa, cazzo, guarda che casa. Brinda a te, brinda alle scelte che hai fatto: sei solo, hai scelto di essere solo e oggi ti godi i frutti. Nessuna lacrima, nessuno da salutare, nemmeno un’ultima puttana triste con cui spartire il silenzio. Sei l’uomo più fortunato della terra.

Puoi passeggiare per le stanze, frugare nei cassetti e negli armadi: calzini, pantaloni, completi di alta sartoria, certo, ma nessun ricordo, nessuna trappola, niente da stringere forte nei pugni. C’è il tuo computer acceso, ecco, è vero: anche tu hai un piccolo fantasma nell’armadio, ma in fondo sei umano, sei fatto di carne, altrimenti non dovresti morire: qualche vizio di forma ti è concesso. Il tuo nuovo romanzo, mai cominciato ma tutto in testa: che bravo, proprio oggi hai deciso di buttarlo giù e quanto hai scritto finora? Due righe. Hai in mente una storia discreta, forse un po’ ombelicale, derivativa, con una pretesa di originalità che fa a cazzotti con il tema che vuoi affrontare, la morte. Parlare di morte è un cazzo e tutt’uno, perché per quanta fantasia puoi vantare, la morte è qualcosa che non conosci. Perciò hai aspettato l’ultimo istante, o almeno così ti ripeti: hai aspettato di essere il più vicino possibile a qualcosa di cui tutti gli scrittori hanno scritto ma che nessuno ha mai raccontato davvero. Hai atteso di essere immerso in un liquido fino al collo prima di dire agli altri (quali altri?) l’effetto che fa. Forse è una scusa, ma almeno è una buona scusa, bravo: come scrittore è un esercizio interessante. Se non fosse che anziché scrivere ti stai ubriacando in terrazzo: questo come lo spieghi? Forse non c’è niente di così originale da dire a proposito della morte? Forse sta in questo il tuo romanzo più ambizioso? In questo non-dire? Be’, almeno è avanguardia. Forse.

È vero: non sei mai stato molto bravo neanche con la vita, ecco perché oggi sei un privilegiato. Tutta Roma ti invidia questo terrazzo e tu non ci hai mai organizzato nemmeno una grigliata. Le piante sono scheletri. E il tavolino arrugginito? Vogliamo parlarne? Te lo eri fatto portare da Cuba, nemmeno il salnitro dei Caraibi era riuscito a ridurlo come ha fatto la tua incuria: trenta o quarant’anni a Plaza de la Catedral senza un graffio e guardalo ora. Quanto avevi pagato per il trasporto? Ma tanto adesso non ha più importanza.

Sei un privilegiato e questo momento sta qui a dimostrarlo. La tua serenità, questa assoluta mancanza di condivisione: la solitudine. Non c’è nessuno meglio di te.

Il tuo problema adesso è uno soltanto, sempre lo stesso: davanti agli occhi lo spettacolo del Tevere, l’Isola Tiberina, Via dei Genovesi, Via della Renella, potresti soffermarti sulla bellezza del mosaico della Basilica di Santa Maria in Trastevere, e invece non riesci a staccare gli occhi dal solito traffico.

La gente. Le persone.

L’hai sempre pensato e oggi finalmente ti dai ragione: per un verso, almeno, domani sarà migliore.

***

Cascasse il mondo, io l’ultimo giorno della mia vita non lo voglio passare chiuso dentro a una Golf scassata. Il contentino del “mal comune mezzo gaudio” non mi basta: sono troppo scomodi questi sedili sformati dal culo di mio padre. Va bene, ci siamo scampati malattie e dolori, solitudini e rimpianti, perché una morte del genere prende tutti insieme e in un colpo solo, ma non mi piace lo stesso. Anzi, non mi piace proprio per questo: io non sono “tutti gli altri”.

Dove sarebbe la consolazione?

Davvero non si può fare meglio di così, soprattutto arrivati alla fine?

Ecco perché ho deciso di dare l’esempio, ecco perché da cinque minuti sto camminando. Sono uscito dall’auto, l’ho abbandonata, non senza un piacere liberatorio, ho lasciato la portiera aperta, e adesso sto camminando.

A me piace lasciare indietro la gente.

Lungotevere, Isola Tiberina, direzione Flaminio: non mi dispiacerebbe un panino, magari primosale, crema di olive e speck, il mio preferito. Nello zaino ho tutto il necessario tranne un panino come dico io. I panini come dico io li fanno a Piazza del Risorgimento: quante cose andranno perdute, se uno si mette a pensare. Pazienza: non si può ottenere tutto da questo brandello di vita che resta.

Comunque nello zaino ho tutto il necessario.

D’altra parte se non si cammina verso una destinazione, che si cammina a fare?

***

«E tu perché sei qui?»

La sagra delle domande inutili.

Sperò che Teresa sparisse, che non rispondesse, che non fosse mai nata, cercò di ricordarsi dove si fossero incontrati e perché fosse venuta via con lui, ma tutto quello che gli tornava in mente era il ristorante in zona Prati da cui era scappato, lasciando una tavolata immensa a guardarlo da dietro bottiglie magnum di Moët & Chandon. Come si chiamava il ristorante? Come si chiamava la via? Dove erano tutti adesso? Perché non riusciva a ricordarsi nemmeno un discorso? Teresa al suo fianco era una questione vaga, sfumata: odiava ritrovarsi a guardarle le gambe ogni volta che si voltava verso di lei, rimanere ancorato alle pretese medie dell’uomo. Avrebbe preferito restare da solo.

Teresa si toccò i capelli, perdendo interesse per le colonne di auto che si stavano accumulando sul Lungotevere. Si avvitò una ciocca intorno all’indice e tornò a guardarlo prima di rispondere.

Ora sorriderà con un solo lato della bocca, pensò lui un secondo prima che lei sorridesse con un solo lato della bocca.

«Sono stata l’unica a seguirti, quando sei fuggito da lì».
«Dove eravamo?»
«Cosa?»
«Dove eravamo? In che ristorante?»
«Ai Cavalieri dell’Hilton. Cos’hai, un’amnesia?»

Insisteva a essere seduttiva, ma non c’era bisogno di quell’esercizio retorico fatto di ghirigori sensuali, di tutti quei gesti barocchi di corteggiamento: il sesso c’era già stato.

La odiò.

«Allora, me lo dici come ti chiami?»

Fece segno di no con la testa, stringendosi le narici con pollice e indice. Voleva tenere per sé quell’ultima informazione: già si era pentito di esserle entrato dentro, di aver ceduto a quella coreografia di rito, già avrebbe voluto rimangiarsi quell’idiota ostentazione di sé che aveva messo in scena da quando le aveva aperto lo sportello, da quando l’aveva invitata a entrare – ora si ricordava – sottraendo la più bella del gruppo al resto della tavolata, mosso non tanto dal desiderio, quanto dal pensiero che proprio lei fosse la più desiderata: ciò che si era scopato, in quel loft su ruote, era l’ammirazione che gli altri dovevano aver provato, mentre affrontavano il lento lavorìo della masticazione, infierendo su aragoste e caviale, molluschi e tonno rosso, sushi e scampi cotti sottozero, tartare di ricciola, piramidi di olive taggiasche, prodotti di una qualità suprema per cui avevano pagato cifre irragionevoli e già un anno prima, perché se neppure Heinz Beck poteva scampare alla morte, anche lui aveva voluto godersi il presente che gli rimaneva.

Gli faceva male la testa. Si sentiva trascinato in una trama e non riusciva a svincolarsi.

«Quanto costa affittare una di queste?»
Stava sfiorando con le dita gli interni in pelle Frau.
«Non l’ho noleggiata. È mia».
«In che senso?»
«È mia».

***

Non sento clacson, non sento proteste: tutte le destinazioni hanno perso importanza e se qualcuno rimane in giro non è per andare o per tornare, ma solo per esserci. Un affollamento da concerto rock, un rito di partecipazione, l’adesione a un culto. Non sento clacson, ma gli sguardi degli altri sì, e sono tutti addosso a me, le teste negli abitacoli girate verso di me, mentre passo come un Cristo senza croce, perché la mia è già stata piantata; gli occhi puntati su di me, piccoli e bianchi come perle, negli specchietti retrovisori: mi osservano avvicinarmi senza saper dire perché.

Quanto amo essere una novità.

Quanto amo non essere loro.

Mi fermo per togliermi scarpe e calzini. La terra è ghiacciata come la pelle quando incontra la paura. Non sembra la fine di una festa, sembra l’inizio: sono tutti in ghingheri. Camicie, completi, gilet: tante minigonne, calze e tacchi altissimi. È un bel vedere, almeno questo. Ho addirittura superato una limousine.

È vero, sono abituato ad avere un pubblico, ma a tanto non ero ancora arrivato: non solo gli sguardi, adesso mi sto lasciando dietro anche uno stuolo di portiere che si aprono e che non si richiudono. È un rumore che fa paura, una sequenza di scatti che sa di responsabilità. Assomiglia all’applauso di un pubblico di plastica, come ogni pubblico.

Mi impongo di non pensare a quante persone mi stanno seguendo e proseguo: le piante dei piedi, nere, mi dicono che ho fatto già molta strada. L’orizzonte ha assunto contorni più chiari, vedo la sagoma di un ponte, quello laggiù è un semaforo. Forse ci siamo, forse non manca molto. Ogni volta che mi fermo per dare una scrollata allo zaino tutti si fermano con me, non mi volto a verificare, ma so che è così, me lo dice il silenzio.

Mi imitano perché io sono l’Artista e perché sarò il primo.

***

«Aspetta…»

Trattenne con rabbia un’eiaculazione che poteva anche essere l’ultima ma che non voleva sprecare con lei. Teresa aveva gli occhi chiusi e mostrava le palpebre dipinte di nero: per l’occasione si era truccata con cura, chissà quante ore c’aveva perso, ma d’altronde l’aveva fatto chiunque, tutti al loro meglio: non indossava forse, anche lui, un completo Hugo Boss e il suo miglior paio di Mont Blanc?

Si ritrasse, mettendole una mano sulla testa, sperando che non fosse tardi: il cazzo le scappò dalla bocca con uno schiocco ridicolo. Gli ci vollero alcuni secondi di contrazione addominale per trattenere l’orgasmo, ma alla fine ci riuscì. Teresa provò un paio di volte a riabboccare ma lui glielo impedì:

«Aspetta, ti prego…»

La guardò passarsi il dorso della mano sulle labbra, un gesto così cheap, così ancorato all’estetica porno che di nuovo gli venne voglia di uscire dalla macchina, di scappare via, di non farsi mai più trovare, tanto sarebbe stata una latitanza breve. Invece la guardò negli occhi, stavolta dischiusi:

«Mi chiamo Guido».
«Non hai l’aria di uno che si chiama Guido».
«Magari non mi chiamo così».
«Perché la stai facendo tanto lunga con questo fatto del nome?»
«Chiedimi invece perché sono così ricco».
«Dovrei?»
«Di sicuro vorresti. Ma prima rifletti: ti rendi conto che non lo potrai raccontare a nessuno?»

Teresa si allungò la gonna, che corta com’era non si allungò granché: lui fu contento di sentirla a disagio. Il suo cazzo si era rannicchiato nei pantaloni, ma in compenso l’eccitazione stava montando altrove. Continuò:

«Dimmi la verità, ti prego, almeno tu, almeno oggi. Ci avevi pensato?»
«A che cosa?»
«Al fatto che nessuno saprà di questa tua notte brava col miliardario famoso. Né i tuoi amici né soprattutto i tuoi nemici. Cosa te ne farai di questa esperienza? Perché è per questo che sei venuta, no? Non parli? Almeno guardami, cazzo! Ti sembro ancora così appetibile? Hai ancora voglia di scoparmi?»

Teresa incrociò le braccia e accavallò le gambe, ma per la prima volta da quando erano in quell’auto a lui non sembrò di scorgerci alcunché di provocatorio, di artefatto.

«Vuoi sapere che lavoro faccio? Vuoi sapere perché sono tanto ricco? Vuoi capire perché hai scelto me anziché qualsiasi altro?»
«Non me ne frega niente».
«Certo che non te ne frega niente! Non te ne frega niente perché non avrai nessuno a cui dirlo».
«Stai delirando…»
«Sono stato ospite a “Le Invasioni Barbariche”, l’anno scorso. Mi hai visto?»

Fece segno di no con la testa, ma troppo presto, anticipando il gesto con un rumore di deglutizione.

«Peccato. Mi hanno fatto un trucco e parrucco pazzeschi e avevo un completo Ermenegildo Zegna che mi hanno fatto i complimenti perfino i costumisti. Dice che gli ospiti li devono sempre rivestire da capo a piedi e che invece io andavo benissimo così».

Seguì un silenzio rotto a stento dai lievi rumori dei corpi.

«Teresa?»

Teresa lo guardò con occhi secchi e fermi. Avevano scopato, si erano interrotti, poi lei gli aveva fatto un pompino, lui aveva interrotto pure quello, sedevano in quella macchina da almeno quattro ore e si erano fatti un grammo a testa, eppure lei sembrava appena uscita da un’ora di massaggio thai. Perfetta, decorosa: un totem.

«Anche Daria Bignardi ce l’ha rasata, sai?»
«Smettila, cazzo…»
«Te lo giuro. Flirtava con me già durante l’intervista. Vatti a vedere il filmato su Youtube, è palese. Ah, già… Be’, dovrai fidarti. Abbiamo scopato nel suo camerino. Mi ha fatto venire a chiamare da un collaboratore, magari era l’addetto alle sue fregole: mi ha accompagnato fino alla porta ed è andato via. Ho bussato, mi sembrava tutto talmente ovvio. La Bignardi ha dei piedi meravigliosi, glieli ho leccati tutti, mentre lei si masturbava seduta sulla scrivania. Urlava, nemmeno si preoccupava di farsi sentire. Quando siamo usciti da lì l’autista incaricato dalla Rete se n’era andato, perciò mi ha pagato il taxi. Lei. Capito? Si è fatta scopare in camerino e poi mi ha pagato il taxi. È stato bellissimo, ma ammetto che non sarebbe stato tanto bello se non avessi potuto raccontarlo in giro. Ormai lo sanno tutti, penso anche suo marito. Vedi, lo sto raccontando pure a te e anche se fai finta di niente so che stai impazzendo dalla voglia di sapere altro, di sapere chi sono, di sapere perché ero lì ospite in trasmissione. Teresa, dimmi la verità. Perché non dici la verità? È la tua ultima occasione per essere veramente chi sei, qualunque cosa tu sia».
«Non me ne frega un cazzo di sapere chi sei».
Lui rise. Batté le mani.
«Né di sapere chi sei tu, a quanto pare».
«Non me ne frega un cazzo di niente».
«Perché sei qui?»
«Perché sei un figo, perché ti sei alzato da quel tavolo che tutto il ristorante ti guardava. Perché c’era una limousine che ti aspettava e perché mi hai fissato tutta la sera».
«Not too bad…»

Entrambi si voltarono verso la fila di finestrini alle loro spalle. Un uomo aveva appoggiato la mano sul tetto della limo: lo osservarono compiere dei piccoli gesti familiari.

«Che cosa sta…?»
«Si sta togliendo le scarpe».

***

“L’ultimo giorno” ha titolato «la Repubblica»: non lo leggerai, ma lo compri comunque, sorridendo insieme all’edicolante dello scarso senso che quelle due monete hanno prodotto passando da una mano all’altra. La consuetudine dei gesti, le abitudini, creature che non si possono uccidere, figuriamoci dimenticare, arginare.

A domani dotto.

“L’ultimo giorno”, e un ultimo numero di oltre centocinquanta pagine, con una tiratura di trenta milioni di copie pro bono; la più approfondita serie di gallery fotografiche mai organizzata, tutte riportate anche online. Peccato che oggi Internet sia fuori servizio, troppa densità di traffico a quanto pare, soprattutto di mail, la gente si manda le mail quando sta per crepare; Facebook è saltato alle tre di pomeriggio e da ore c’è una pagina bianca con un logo che si scusa per il disservizio: davvero un tecnico dall’altra parte del mondo si prenderà la briga di fare qualcosa?

Tutte le meraviglie dell’umanità, i capolavori, tutto quello che è stato fatto nel mondo, e che è rimasto e che non rimarrà, una gallery infinita, quasi mille foto sul cartaceo e oltre undicimila online – specie di animali, grandi attori, morti e morituri, canzoni, frasi storiche, monumenti, citazioni, il fondo di Scalfari sul paradosso della morte globale senza funerale, senza sepoltura o ricordo: la morte della morte.

Una volta un tuo fan su Facebook aveva commentato una foto notando che non esisteva uno scatto che ti ritraesse in compagnia. Gli avevi risposto che c’era un album intero di foto tue coi fan, ma il tipo aveva replicato che non era quello che intendeva dire, al che gli avevi messo un “mi piace” senza aggiungere altro.

L’amore è una truffa e se non lo sai tu che ci hai fatto i milioni. Non invidi chi in questo momento sta facendo l’amore, baciando o abbracciando qualcuno, né chi semplicemente sta parlando: già l’idea che non potrai mai più bere un whisky del genere ti rende la dipartita fastidiosissima, figuriamoci il resto.

Tu sì che sei un uomo fortunato: vatti a staccare dallo sguardo di qualcuno che ami per l’ultima volta, vallo a fare, se hai il coraggio! Alla maggior parte di quelli lì fuori non riesce di farlo alla stazione: tentennano perfino salutandosi al telefono e si dicono “chiudi tu”, “no prima tu”, figuriamoci adesso, quando non c’è mai stata una creatura mitologica tanto paurosa, in giro, un ibrido metà “per sempre” e metà “mai”, che si nutre del tempo residuo.

Sei il più fortunato degli uomini.

Goditi la presenza esclusiva del tuo sguardo che glassa questo terrazzo meraviglioso: se domani non fosse il giorno che è, potresti schioccare le dita e ritrovarti tutte le stanze piene di gente. Sai che è così e proprio perché così è hai scelto la solitudine.

Il gorgoglio del liquido ambrato nella gola: oltre la ringhiera Roma, il Tevere. Ti ricordi quando sono venuti quelli di “Architectural Digest”? Gli americani in persona in casa tua a fare le foto: c’era anche l’interprete. Hai appeso la rivista alla parete, sta ancora lì: in bella vista le cose belle diventano più belle. Ma per la vista di chi? Godere di qualcosa per il solo fatto che è tua: non hai mai sentito il bisogno di condividere niente. A differenza di tanti tuoi colleghi non ti è mai servita la claque per goderti i successi.

Forse perché avevi previsto tutto?

Te lo potevi giocare alla Snai, allora; oppure infilarlo in un libro, tanto per variare un po’ il refrain.

E invece.

La verità è che in questo preciso istante non senti alcun bisogno, meno che mai. Stai per tornare di là a scrivere il tuo romanzo di morte, ma una delle tue chaise longue di Le Corbusier ti distrae: hai dimenticato il motivo per cui le hai comprate. Non ricordi se sono comode e quanto. Non ricordi nulla, a parte il fatto che non sono mai state occupate tutte e due contemporaneamente.

Ti sei goduto tutti i guadagni, ma hai sempre odiato questo tuo galleggiare tra ricchezza e impotenza, perciò per molti anni hai speso a caso: in cucina hai un set di coltelli da ottomila euro, ma a che serve essere il più ricco di tutti i tuoi coetanei se non potrai comunque permetterti un Jackson Pollock originale?

Tiri un sospiro profondo perché questo sì che è un argomento tabù.

Crepare osservando un autentico No. 5.

Altro che amore.

***

Sono Rocky che corre per allenarsi e tutti gli vanno dietro e gli urlano dài campione, forza Rocky, spaccagli il culo ad Apollo. Solo che qui nessuno dice niente, tutto avviene a livello inconscio, nessuno osa superarmi, se mi fermo si fermano, vedo i nostri riflessi nella teca dell’Ara Pacis mi ricordo che qui sono stato felice, qui all’Ara Pacis, qui ho avuto modo di sentirmi arrivato, almeno per un momento, e poi capisco che una scena così non si vedeva dai tempi di Cesare e che tutti mi stanno seguendo solo perché sono stato il primo e solo perché si illudono che io ne sappia più di loro, che sappia dove portarli: insomma, mi seguono per egoismo, mica per altro. Il problema è che non sono Rocky, non sono niente, ma come glielo dico? Come faccio a girarmi e a disperderli? Soprattutto, lo voglio? Toglierei il sapore di una speranza a mille e il gusto del controllo assoluto a uno soltanto, cioè il sottoscritto? Non ho gli strumenti per fare così male a nessuno, né il coraggio per farlo a me. Già mi sembra troppo sentire i loro suoni corporei, avvertirne l’odore, sapere che siamo tutti ancora pesantemente vivi, fare due conti e ricordare a me stesso che durante un dicembre di tre anni fa io qui sono stato felice. Qui all’Ara Pacis.

Dove mi sono sentito arrivato e dove adesso sono arrivato di nuovo.

Anche allora avevo paura, anche allora ero guardato da tutti, ma in quel caso gli sguardi si erano presto spostati da me ai miei dipinti, e perciò era stato più facile. Oggi è diverso. L’autore di un’opera, per quanto grosso possa essere il suo ego, è sempre subordinato all’opera stessa e io non faccio eccezione: forse se tirassi fuori un mio quadro, da questo zaino, anziché la corda con cui tra poco mi impiccherò, qualcuno mi riconoscerebbe. Il fatto che la mia figura umana passi inosservata significa che sono un bravo pittore: l’opera d’arte si deve bastare da sola, il suo autore è un’appendice necessaria e al contempo sacrificabile.

Qui sono stato felice: il più giovane artista italiano con una personale al Museo dell’Ara Pacis. Qui sono stato fermo, saziato. È durato pochissimo ma è stato.

“Il Jackson Pollock italiano”, aveva titolato il «Corsera Magazine», col richiamo all’intervista di Giancarlo Dotto. Se la gente sapesse quanto mi sono vergognato di quell’appellativo: io non c’entro niente con l’indisciplina di Pollock, coi suoi tormenti. Il mio agente ha anche chiamato la redazione per avere chiarimenti, ma ci hanno detto che l’informazione oggi è solo così che arriva, con dei paragoni, con dei confronti. La gente ha bisogno di sapere a chi assomigli, non chi sei.

A qualcosa assomiglierò anche adesso, mentre sulla cima di questo muretto, vicino al posto dove sono stato più felice, sto legando una corda al ramo perfetto; forse non a qualcuno, ma di sicuro a qualcosa assomiglio, forse a una statua, a un dipinto (non uno dei miei, va bene, “un’accozzaglia variopinta di insostenibile casualità”, per citare uno dei miei detrattori più accesi, che così si pronunciò su «l’Espresso»), a una pianta, a un atteggiamento, a un cibo, a un piatto, devono pur pensare a qualcosa i miei spettatori mentre mi guardano, senza nemmeno fingere di volermi fermare, devono per forza avere in mente un pensiero, anche miserrimo, che gli dia conforto, che gli dia una spiegazione, o forse davvero credono che io sia una specie di Cristo che non tra tre giorni, perché non c’è tempo, ma tra due ore risorgerà per iniziarli ancora a un nuovo percorso?

***

«La vita è una stronzata».
«Facile dirlo adesso…»
«Se dire le cose adesso è facile, confessami tu qualcosa».
«Che cosa ti dovrei confessare?»
Le prese il mento con due dita. La guardò negli occhi ma non aleggiava un bacio, né niente, nell’atmosfera, nell’imminenza delle cose. Non più. Era uno sguardo definitivo, che non presupponeva altro.
«Confessami qualcosa».
«Ma che senso ha?»
«Scoprire quanto siamo banali. Spararci addosso i nostri luoghi comuni…»
«Non ho nulla da…»
«Sono quindici anni che non pago le tasse».
«Capirai…»
«Perfino lui è in nero».
Indicò il divisorio davanti a loro.
«Sei un uomo d’affari?»
«Perché un uomo d’affari dovrebbe andare dalla Bignardi?»
«Hai inventato qualcosa di pazzesco?»
«Niente che possa salvarci».
«E allora?»
«E allora che importa?»
«Non lo so. Sei tu che sembri tutto preso dalla voglia di dirmelo».
«Siamo fermi nel traffico. Facciamo finta che sia un traffico normale. Un traffico di tutti i giorni. Di cosa parleremmo?»
«Peggio del traffico c’è solo ritrovarsi in macchina in compagnia di qualcuno con cui non sai cosa dire».
«Bella massima… E tu di cosa ti occupi?»
«Pubblicità».
«Pubblicità? Cioè lavori nel marketing o qualcosa del genere?»
«Poso per le pubblicità. Cartelloni, riviste, un po’ di tutto».
«Ecco dove ti avevo già visto».
«Forse».
«Cosa hai fatto ultimamente?»
«La Conad, Banca Generali e Ikea».
«Roba grossa».
«Pagavano bene».
«Capisco».
«E tu, invece? Sei un politico?»
«Acqua».
«Uno scrittore?»
«Mai scritto una parola in vita mia».
«Parli tanto di confessarci questo e quello e poi fai il misterioso».
«Va bene, senti…»
«Cosa?»
«Ho qualcosa nel bagagliaio che dovresti vedere».

***

Non è proprio delusione: i gesti estetici totali non puoi mai dire come saranno accettati e se lo saranno. Però pensavo che almeno uno mi avrebbe fermato, vedendo la corda: in fondo sono stato io a portarli tutti quanti qui. Come la volta scorsa, solo che stavolta è gratis. Mai un po’ di gratitudine.

Doveste passare qui sopra, dall’alto, non so, caso mai foste uccelli: vedreste quest’uomo, che sono io, arrampicato su un muro, che lega un cappio a un ramo, che si lancerebbe di sotto già adesso, sul selciato della Passeggiata di Ripetta, se quest’altezza esigua non implicasse il rischio di sopravvivere. Vedreste nella mia mano destra una bottiglia di vodka che serve a darmi coraggio: è stata la seconda cosa che ho tirato fuori dallo zaino, subito dopo la corda.

Loro? Tutti fermi. La tribù dei piedi scalzi a naso in su verso il loro padrone cannibale. Silenziosi, sì, quasi tutti, e comunque chi parla non lo fa per commentare o per organizzare una spedizione di salvataggio. Mai visto tanta gente immobile in vita mia. Mai visto tanta gente inutile. Vedreste anche questo, caso mai passaste a volo d’angelo su questa scena: seguireste la scia lunghissima di auto abbandonate con le portiere aperte; percorrereste con lo sguardo le curve del Tevere fino a noi, osservereste i miei gesti sicuri fino a un attimo fa, adesso l’alcol è entrato in circolo e in qualche modo balbetto, pur senza parlare; mi riconoscereste, magari, forse eravate anche voi a quella mostra. Ne parlarono in tanti, anche se per la maggior parte furono critiche.

Dicevano che non avevo sostanza, qualcuno mi aveva definito il “Giovanni Allevi dell’espressionismo astratto”, non so se vi dice qualcosa. A me comunque importava farmi conoscere: chissà dove pensavo di andare? Al MoMA, alla Tate. C’ha esposto Yoko Ono al MoMA, perché lei sì e io no? Chissà se riconoscereste anche il famoso nodo dell’impiccato: io mi ci sono impratichito per forza di cose nelle ultime settimane. Resiste allo strappo, ha enormi doti di scorrevolezza ed è esteticamente meraviglioso con quelle spire perfette (il mio ne ha nove).

Se doveste passare, caso mai foste uccelli, fermatevi sopra alle chiome, non considerate tanto se questo è un uomo ma se lo siamo tutti, il sottoscritto col mento già appoggiato alla corda (pizzica), mille occhi più in basso che mi guardano e cinquecento bocche aperte. Godete anche voi di questo spettacolo patibolare, il secondo che offro da queste parti, forse migliore del primo, perché stavolta gli spettatori non sono compresi: ecco cosa scoprireste con me, se passaste qui sopra, scoprireste che nessuno contempla, nessuno fruisce di niente, che è attesa questa fissità, che ognuno sta solo aspettando il proprio turno.

Formano file ordinate, sembrano opliti, al massimo qualcuno spinge per guadagnare una posizione, come succede davanti ai musei. Non mi guardano, né hanno mai voluto fermarmi: anzi, se potessero mi spingerebbero, hanno capito che siamo arrivati e che la miglior risposta alla morte è la morte, cioè la volontà, ultima e irrevocabile.

Personalissima.

Così è l ’arte.

Si crea qualcosa – va bene anche la morte – e da lì il manierismo. Si daranno tutti un giro di corda, a questo ramo o a un altro. Le loro braccia mi cingeranno le gambe, adageranno il mio corpo per terra, invidiosi perché io avrò già dato, mi sarò tolto il pensiero, e altri cumuli saranno fatti dopo di me: si coordineranno e lavoreranno insieme per organizzare una fossa comune a cui daranno il mio nome.

Soltanto uno resterà appeso a dondolare da solo finché non sarà finita per tutti e mentre mi lancio nel vuoto sento che sono felice di non essere io.

***

«Me lo dici cos’hai lì dentro? Un cadavere?»
«Come no. Aldo Moro… No, niente di umano, qualcosa di molto più bello».
«Tanto non mi dirai mai cos’è».
«Giuro».
«Scommetto che è una roba costosa».
«Una cifra che non sapresti nemmeno scrivere».
«Quanto?»
«Tantissimo. La casa più grande e costosa del mondo non vale tanto».
«Mi prendi per il culo».
«Non oggi».
«Perché è nel tuo bagagliaio?»
«Ironia della sorte».
«Cioè?»
«Be’, diciamo che si tratta di un oggetto che una volta comprato non è così facile da ottenere».
«Ma se lo hai comprato… è tuo, no?»
«Sì, in linea di massima sì. Ma tra il comprare e l’avere c’è di mezzo un po’ di burocrazia».
«Perciò mi stai dicendo che tu l’hai acquistato tanto tempo fa ma che ti è arrivato solo oggi».
«Non l’ho proprio comprato. L’ho vinto».
«Vinto? Quindi non l’hai pagato».
«Fino all’ultimo centesimo».
«E allora come… ?»
«L’ho preso a un’asta».
«A un’asta».
«Sì».
«E adesso sta dentro al tuo bagagliaio».
«Sono andato a ritirarlo questa mattina».
«È un’arma?»
«No».
«È legale?»
«Legalissimo».
«Può fare male a qualcuno?»
«Si porta dietro il suo carico di morte, questo sì».
«Senti, mi arrendo. Non è aria».
«Se vuoi te lo faccio vedere».
«Tanto ormai…»
«Vieni fuori».
«Aspetta!»
«Sei pronta?»
«È un gioco che hai iniziato tu…»
«Lo sai chi è Jackson Pollock?»

***

E così hai finito il whisky, bravo. Una bottiglia intera di whisky non l’avevi mai bevuta, forse nella tua vita precedente quando eri una rockstar dell’Illinois, ma adesso?

Com’è casa tua? Non l’hai mai guardata tanto come stanotte. Ti sembra perfetta, ma non hai voglia di viverla nemmeno un secondo di più: va bene così, hai reso tutto facilissimo. Questo andare che ti aspetta tra poco, più che altro ti sembra un ritorno. Senti come se qualcuno fosse “là ” ad aspettarti e potessi finalmente raccontargli le cose, cos’hai fatto in tutti questi anni, cos’hai scoperto.

La chiamano “fine del mondo”, ma se fosse un inizio?

In terrazzo va meglio: l’aria è meravigliosa. Forse è l’aria la cosa che più ti dispiace lasciare, dovessi fare una lista. Di certo non è una persona.

Devi pisciare, ma non è facile dirigersi al cesso, perché ogni secondo che perdi adesso nel fare qualsiasi altra cosa è un secondo sprecato.

Osservi il gomito disegnato dal Tevere: finirete insieme, questo è sicuro, ma per il resto non vedi bene. Stringi gli occhi, hai dimenticato gli occhiali sulla scrivania, vicino al computer, dove il tuo romanzo aspetta di essere cominciato: ti sembra di individuare qualcosa, a mollo nell’acqua, ma forse è soltanto l’ennesimo fesso che nuota. Un grosso topo, un pezzo di legno, una frasca, semplicemente immondizia. Ti stai per girare, hai quasi deciso di dare retta all’uretra, ma è impossibile scegliere le priorità. Potresti andare a prendere gli occhiali, ma non vuoi perdere di vista l’oggetto che galleggia sul pelo dell’acqua. Ti sembra importante. Qualcosa ti dice che devi restare, che questo è un momento che aspettavi da tanto, ma forse è soltanto la solita melma che scorre: in fondo oggi è una specie di ultimo dell’anno, chissà a quanti sarà venuto in mente di liberarsi di oggetti lanciandoli altrove. Può darsi che pensino di salvarli, di liberarli, come ostaggi che hanno perduto il loro valore di scambio.

Vuoi rientrare in casa, ma lasciarti quella cosa alle spalle è difficile: galleggia a stento, è indecisa se affondare o resistere. Come tutti. Per un momento la luna ti viene in soccorso disegnandoci sopra un reticolato di luce che ti fa sporgere più del dovuto dalla ringhiera, come se sottrarre quei pochi centimetri alla distanza possa servire a qualcosa.

Non sapresti dire perché, ma sorridi e hai gli occhi pieni di lacrime.

***

«Allora, ti piace?»
«Non so, sì, mi piace. È bello, ma non ho…»
«Sì, immagino, non hai elementi per…»
«Comunque è bello. Tutti questi colori… È… allegro».
«Allegro? Allegro Pollock? Pollock è disperazione, tragedia. È morto guidando ubriaco, dipingeva con tutto il corpo, probabilmente tra questi schizzi ci sono tracce della sua merda e della sua urina, vallo a sapere. C’è la morte qui dentro e secondo te è allegro?»
«Per me è allegro, sì. Ho il tuo permesso?»
«“Ogni buon artista dipinge solo ciò che è”, l’ha detto lui».
«Stai sempre a citare qualcun altro…»
«Lo vuoi? Te lo regalo, è tuo».
«Utile».
«Non lo vuoi?»
«E che me ne faccio?»
«Sapere di avere posseduto il No. 5 di Pollock ti farà morire meglio, credimi».
«Ah ecco…»
«Ci hai pensato bene?»
«A cosa?»
«A questa possibilità? A morire meglio».
«Credi davvero in questa roba?»
«In Pollock?»
«Non lo so, in… tutto questo!»
«Credo in un sacco di cose, credo che dovremmo essere altrove, con altre persone, sia tu che io. Credo che morirò senza aver imparato dove mettere la mano quando qualcuno mi prende sottobraccio e che non ho mai avuto – dico mai!, con tutti i miei lussi – un bar sotto casa. Credo di aver sempre invidiato tutti, il che è assurdo detto da uno che tiene un Pollock nel bagagliaio, ma mi piace invidiare, mi piace la sensazione che mi dà, mi suggerisce che non è vero che ho tutto, che c’è sempre qualcosa di meglio da desiderare: per esempio io ho sempre invidiato le donne degli altri, anche se brutte. Quando le vedo baciate per strada mi viene voglia di afferrare per il gomito lui e di scansarlo e di prendere il suo posto, anche se in quello stesso momento sono anche io in compagnia di una donna, magari più bella. L’invidia è vita, sei morto se non invidi e infatti tra poco…»
«Perché mi stai dicendo queste cose?»
«Guardati intorno. Non c’è più nessuno nelle auto. Sono tutti andati avanti, da qualche parte, tranne noi».
«E allora?»
«Non lo so. Come si fa… voglio dire, come si fa a venire fuori da una cosa del genere? C’è un modo, secondo te? A me viene in mente solo di parlare. Parlare e parlare».
«Anche io ho qualcosa nel bagagliaio».
«Cioè?»
«O meglio, lo avevo».
«Ti avverto: io non giocherò agli indovinelli».
«Ho abortito un figlio di cinque mesi».
L’autista era venuto fuori dalla limo pure lui e se ne stava appoggiato al cofano a fumare, fermo.
«Quando?»
«Cinquanta giorni fa».
«Perché l ’hai fatto?»
«Me lo chiedi?»
«Be’, sarebbe… cioè, in un certo senso avresti dovuto abortire in ogni caso».
«Non…»
«Hai voluto essere tu a decidere…»
«Non è questo…»
«Se stai cercando consolazione da me…»
«Volevi una confessione? Te l ’ho data».
«Non mi sembra questa gran…»
«Volevo entrare nel vestito di stasera».
«Che cosa?»
«Volevo entrare in quest’abito. Intendo… senza pancia. Per questo ho abortito. Contento?»
«Be’, almeno è una motivazione».
«Credi?»
«Richiedimelo domani».
Sorrise solo lui.
«E il padre?»
«Il padre».
«Sì, avrà avuto un padre questo… bambino».
«Davvero tu hai usato preservativi negli ultimi mesi? Davvero hai amato qualcuno? Senza futuro a me è venuto a mancare tutto l’amore».

Vieni, le disse, e raggiunsero il marciapiede opposto, lui con il Pollock in mano, lei col vestito arrotolato sulle cosce, con il perizoma rosa in evidenza.

Tanta fatica per non indossarlo.

Intorno a loro era rimasto solo l’autista. Fumava, immobile, senza espressione, vecchio abbastanza da non avere rimpianti. L’ultimo pacchetto di sigarette della sua vita.

Lui prese Teresa per i fianchi e la aiutò a sedersi sul muretto: dieci metri più in basso c’era il Tevere. Quel gesto che pareva romantico si ruppe contro un opposto fatto del vuoto che il quadro di Pollock trovò subito dopo: zavorrata dalla cornice, la tela non volteggiò, ma planò sul pelo dell’acqua delicatamente e i suoi colori “allegri”, accesi dai barlumi di luna, produssero in effetti, sul verdastro del fiume, una fantasia contenta.

Guardàti dall’alto, senza un commento da parte dei due esseri umani, gli oggetti sembravano cose solide a contatto, il peso del dipinto non gravava sul liquido e questo si limitava a trasportarlo secondo una semplice logica di gravità e corrente.

«Ora siamo pari».

Teresa lo guardò, guardò lo sconosciuto che forse si chiamava Guido, e sentì una distanza incolmabile, abissale. Sentì anche dell’altro, il sapore rancido del suo cazzo, i capelli disordinati, le ciocche sconvolte dal sesso frugale. Si accorse di essere scalza. Anche lui lo era, ma aveva i calzini.

Sentì che quello era tutto. Che niente si poteva correggere.

Avrebbe voluto dirgli la verità, che aveva deciso di entrare nella macchina del più bello e ricco del locale non per vanteria ma per dare una motivazione a quel bambino mai nato, una conseguenza a quel gesto. Avrebbe voluto confessargli, visto che insisteva tanto, che scopare con quello che era il miglior uomo possibile in quel dato momento avrebbe riempito di significato un assassinio, quello di suo figlio, già grande abbastanza da avere palpebre e dita. Aveva scelto di essere magra e bella e appetibile per quella serata definitiva e non poteva permettere che un simile compromesso cadesse nel vuoto. Perciò l’aveva scelto. Perciò era andata con lui. Per rispetto del sacrificio di suo figlio.

In fondo era stato un gesto da madre.

Non le venne mai da piangere, nemmeno più tardi, ma non poté più resistere alla visione di quel cimitero di macchine. Quando si voltò nuovamente verso il Tevere Pollock si era già arreso al fiume.

***

Tornando in terrazzo non ti eri dimenticato gli occhiali: ce li hai sul naso. Non hai nemmeno tolto lo screen saver, una sequenza dei tuoi quadri preferiti, quasi nessuno figurativo: anche sulle tele, per quanto possibile, hai sempre preferito non scorgere sembianze umane.

La sbronza è calata e il fiume è tornato deserto. Potresti ricominciare ma non hai un altro whisky all’altezza e vuoi tenerti caro ciò che hai pensato di vedere per un momento: bere ancora potrebbe cancellare il ricordo già vago. Torni al computer: davvero vuoi riprovare a scrivere? Con la mano sul mouse osservi passare Kandinskij, Mondrian, Malevic, Delaunay, Kupka, il tuo Pollock e di nuovo non hai il coraggio di sconfiggere quella rassegna, non hai il coraggio di paragonarla al bianco della tua pagina. Assomiglia tanto alla parete dietro al divano, quel bianco, la parete che aspettava il quadro assoluto che non ti sei mai potuto permettere: provi a fissarne il vuoto, cercando di tracciarvi un centro geometrico, ma i fallimenti non si fanno inquadrare.

Non sai dire quanto altro tempo trascorra, ma quando senti un suono potente, assurdo, che ti squarcia le orecchie e ti cuce i polmoni, pensi ecco, è la Fine. La Fine è fatta così.

Invece sono io che sto suonando alla porta.

L'articolo Jackson Pollock proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/fiction/jackson-pollock/feed/ 1
Tre porte https://minimaetmoralia.it/fiction/tre-porte/ https://minimaetmoralia.it/fiction/tre-porte/#respond Wed, 16 Apr 2014 14:00:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19953 Pubblichiamo un racconto di Stefano Sgambati uscito a febbraio 2013 sulla rivista Opere. Domani alle 19.30 Stefano Sgambati sarà alla libreria Giufà di Roma per presentare Gli eroi imperfetti con Rossano Astremo e Lorenzo Pavolini.

«Tommaso apri! Tommaso! Tommaso apri alla mamma, apri!».

Accarezzare suo figlio le è sempre parso un atto masturbatorio: non ha mai imparato a elargirgli tenerezze senza provare l’imbarazzo di chi viene sorpreso a toccare la propria stessa carne.

Contro la porta della sua cameretta Lucia non si accorge di pensarlo ma sta pensando che non è mai stata addossata a Tommaso come a quel legno: vorrebbe girarsi verso il marito e domandargli perché gli hanno dato il permesso di chiudersi a chiave di notte, dirgli che non avrebbero dovuto farlo, ma il marito non c’è, Paolo è a Chicago e se adesso dove sta è ancora giorno può darsi che tra poco i primi lanci di agenzia lo informeranno.

L'articolo Tre porte proviene da Minima et Moralia.

]]>
L'Aquila_eathquake_prefettura

Pubblichiamo un racconto di Stefano Sgambati uscito a febbraio 2013 sulla rivista Opere. Domani, giovedì 17 aprile, alle 19.30 Stefano Sgambati sarà alla libreria Giufà di Roma per presentare Gli eroi imperfetti con Rossano Astremo e Lorenzo Pavolini. (Fonte immagine)

«Tommaso apri! Tommaso! Tommaso apri alla mamma, apri!».

Accarezzare suo figlio le è sempre parso un atto masturbatorio: non ha mai imparato a elargirgli tenerezze senza provare l’imbarazzo di chi viene sorpreso a toccare la propria stessa carne.

Contro la porta della sua cameretta Lucia non si accorge di pensarlo ma sta pensando che non è mai stata addossata a Tommaso come a quel legno: vorrebbe girarsi verso il marito e domandargli perché gli hanno dato il permesso di chiudersi a chiave di notte, dirgli che non avrebbero dovuto farlo, ma il marito non c’è, Paolo è a Chicago e se adesso dove sta è ancora giorno può darsi che tra poco i primi lanci di agenzia lo informeranno.

Sbatte le mani sul legno: «Apri! Tommaso apri!».

Orecchio alla porta, prova a sentire: tutto il suo regno per una voce, per un respiro, per sentirlo russare. Da quant’è che non sente suo figlio respirare nel sonno? Da quant’è che non lo sveglia toccandolo? In salone qualcosa precipita sul pavimento: i bicchieri e le posate nei mobili fanno tutto il rumore che dovrebbero fare, mentre Tommaso non ne vuole sapere.

C’è polvere.

«Apri! Apri!».

E via col rosario delle inadempienze: tutta quella reticenza al contatto fisico, tutta quella pudicizia. Tutta quella distanza. I palmi le bruciano contro la durevole porta di noce: adesso le sembra di avere a che farecon dei portaspilli.

«Tommaso, rispondi!».

***

Mamma non è forte abbastanza, dice a Cristina un attimo prima che il motorino cominci a tremare e mentre si abbracciano, subito dopo, riconsidera tutto: non vuole che quella sia l’ultima cosa che ha pensato di sua madre prima di morire, perciò si mette di impegno per cercarne subito un’altra, ma non gli viene in mente niente di utile, anche perché la sua testa è affollata da un’altra preoccupazione, più ingombrante del terremoto: non dovrebbe trovarsi lì adesso, per strada alle tre di notte, col freddo, ma a casa, a letto, chiuso a chiave nella sua stanza.

Un disastro naturale fa coi segreti ciò che una bomba esplosa in un lago fa con le carcasse dei pesci.

Tutti e due si tengono stretti in piedi osservando il parabrezza dello Scarabeo annuire come per un’ovvietà: solo trenta secondi prima si stavano baciando, emanando una pretesa di sesso manierista, presa in prestito dall’unica estetica che possano conoscere bene, quella cinematografica, Spiderman, la saga di Twilight.

C’è un gorgoglio profondo che arriva dall’utero della terra e che per quanto sia neonato già sta impartendo la sua severa lezione alle cose degli uomini, sgretolandole, sollevandole, facendo riaccendere per un momento tutte le luci nelle abitazioni, prima di tagliare la corrente nello stesso istante a circa cinquantamila persone. Da quel buio improvviso arrivano i primi urli e i primi urli generano i secondi e quella è la spirale definitiva che divelle anche l’abbraccio di Tommaso e Cristina per sempre.

«Oddio!».

Prima erano tutto l’uno per l’altra, anche se goffamente, ingenuamente: adesso si guardano negli occhi senza riconoscersi e nessuno dei due saprebbe dire perché ha messo a repentaglio il proprio quieto vivere famigliare per sgattaiolare di nascosto in quell’abbraccio senza permesso.

***

Paolo si spazzola i denti senza espressione davanti alla tv a Led del bagno. È attaccata a un perno di alluminio, ci sono i sanitari sospesi, una doccia rettangolare di otto metri quadrati e uno specchio periscopico che ha usato pochi minuti prima per passare il filo interdentale. Sono le sette di sera, la riunione è andata bene, fuori c’è ancora luce, il suo petto nudo comincia a cadere ma c’è dignità in quell’inevitabile precipitare gravitazionale: l’unica parte del corpo coperta sono i piedi, avvolti in un paio di pantofole spugnose con la griffe dell’albergo. Ha compagnia: al di là della porta bianca chiusa a chiave c’è una donna dell’apparente età di ventidue anni, ma forse sono diciotto o quaranta. Qualcosa sull’anagrafe è stato l’unico preambolo di conversazione che si sono concessi durante i veri preliminari, quelli peggiori, quelli retorici della prima conoscenza. Fingere che non ci sia stato un esborso economico è il passo di normalizzazione di un processo a cui Paolo non è abituato, o non più.

Sfiora la maniglia della porta del bagno. Non sa dare un nome a quel metallo ma è freddo. Anche le sue mani sono fredde. Poco più in basso vorrebbe avvertire un’erezione, invece niente. L’unica cosa che gli viene da fare è accostare un orecchio al legno: si concentra ma gli arrivano solo i suoi stessi rumori corporei riverberati dai complicati meccanismi fisici e chimici del solido contro cui sta aderendo. Il fatto è che è passato troppo tempo: non soltanto da quando è entrato in quel cesso, scusandosi “a second”, ma proprio dall’ultima volta, dall’ultimo atto di tenerezza autentica e quindi di sesso. La notte, con Lucia, è una frazione di riposo soltanto necessaria: i corpi supini divisi come da un altro che non si può scavalcare, un terzo incomodo generato da loro. Non è sicuro di ricordarsi come si fa a sovrastare fisicamente qualcun altro, a non ignorarlo. Mano fredda su maniglia fredda: l’orecchio sinistro sul legno che non sente nulla di utile. Pericondrio immobile: qualcosa si muove, nel bassoventre, pulsa reagendo a una fantasia involontaria fatta del ricordo delle calze nere intraviste poc’anzi. Non passano che pochi secondi e il pene aumentato raggiunge anch’esso la porta. La puntella: un ariete di carne.

Il contatto improvviso prima lo sorprende, poi gli piace. Non aveva sentito l’eccitazione arrivare, ma adesso che c’è la culla e corteggia. Il legno gli sembra più morbido e se col bacino bascula avanti e indietro qualcosa di bello si irradia fino alla cervicale.

Non vorrebbe pensare proprio adesso a Lucia, né al perché da un anno ha sconfitto il terrore dell’aereo e accetta tutte le trasferte che gli propongono, ma la giornalista di RaiNews24 alle sue spalle lo afferra svuotandogli il cazzo e riempiendo il condotto uditivo dell’orecchio inutilizzato con il nome della sua città e un valore altissimo della scala Mercalli.

***

La chiave a un centimetro dalla toppa è rimasta l’unica cosa a tremare.

La terra è immobile adesso e le urla sono state smaltite in sirene. Nonostante il frastuono, si riconosce un silenzio: il sollievo colpevole degli scampati. Tommaso tentenna: il fatto di essere vivo non significa niente se non lo può comunicare alla madre. Vorrebbe procedere invece tentenna. Perché? Tutto potrebbe essere così facile adesso. La macchia del suo peccato di figlio unico divorata da quella tragedia corale: sua madre non vorrebbe altro che abbracciarlo, che perdonarlo. Quella fuga vigliacca e insaputa, chi lo sa, potrebbe anche avergli salvato la vita. Eppure la chiave rimane a un centimetro dalla toppa a tremare: il pianerottolo è intero, hanno avuto fortuna. C’è solo un portaombrelli caduto.

Mamma non è forte abbastanza aveva detto a Cristina, Cristina chi?, ma anche lui non scherzava.

Così sente la voce: «Tommaso!».

Una voce flebilissima, ormai arresa. Esaurita.

Ma un richiamo che gli ferma finalmente la mano e la chiave e che rende trasparente la porta: all’improvviso gli è chiara l’immagine di sua madre impietrita anche lei a poca distanza da una maniglia, la vede esile e sola, col marito lontano i soliti settemila chilometri, in pigiama e ciabatte, le scorge i capelli rimasti appiattiti dalla forma del cuscino; capisce che per lei la terra non si è affatto fermata, che non si fermerà finché quel richiamo resterà senza risposta, e che quella è la forza di una madre, compresa la sua medesima, la forza di rimanere ancorata alla vita, perché un figlio non si può concepire morto fino a prova contraria.

«Mamma!», urla anche lui, ma invece di aprire la porta la prende a calci, incapace di affondare la chiave, incapace di pensare alla giusta sequenza di gesti: non gli viene in mente che la chiave che sta inutilmente cercando di usare è quella della sua stanza.

***

Con le spalle contro la porta del bagno, Paolo si pente della sua nudità e di istinto nasconde i genitali: gli occhi poco truccati della conduttrice lo imbarazzano e lo imbarazzano le prime immagini trasmesse di una città diroccata e irriconoscibile, illuminata solo dal blu intermittente dei mezzi di soccorso: la sua. Lo imbarazza giacere nudo davanti a quel disastro. Non sono immagini nuove, fanno parte di un immaginario trito, plasmato da decine di telegiornali simili trasmessi negli ultimi trenta, trentacinque anni, dall’Irpinia all’Emilia. Oggi è diverso, oggi è nudo e adesso, se la smette di tremare — perché lui non può tremare, non se lo merita di tremare, non a settemila chilometri di distanza da tutto quello — sa perfettamente che cosa deve fare, cioè uscire dal bagno, girare la maniglia e uscire subito da quel bagno, affrontare il suo ospite, vestirsi e poi affrontare il suo ospite, tanto è già stato pagato per il disturbo, non soffermarsi mai sul suo abbigliamento, per esempio sulle calze o sulle scarpe o sulla quantità di seno nudo, liberarsi del suo ospite, non indugiare in spiegazioni, chiamare l’Italia, chiamare qualcuno, preparare la valigia, anzi no, nessuna valigia, dare l’incarico al concierge di occuparsi di tutto, prendere il necessario soltanto, uno spazzolino, i documenti, il telefono, un cambio d’abito, e acquistare un biglietto di ritorno anticipato, precipitarsi a casa, sperare che il peggio sia toccato ad altri, aiutare a ricostruire, precipitarsi a casa e rimettere in piedi i cocci, letteralmente e metaforicamente, ospite, spazzolino, concierge, acquistare un biglietto anticipato, comunicare all’ufficio che non accetterà più trasferte per un po’ di tempo e sperare, ecco, solo questo, sperare che sia tutto a posto, semmai pregare, trovarsi un dio, precipitarsi a casa, fare telefonate, riunire i punti, fare ordine, ma prima di tutto spegnere il televisore perché lo ipnotizza, spegnerlo e aprire la porta, uscire dal bagno, liberarsi dell’ospite, che è solo carne a pagamento, niente a cui non possa resistere, niente che non possa rimandare, liberarsi dell’ospite e vestirsi, se possibile prima vestirsi e poi liberarsi dell’ospite, vestirsi mentre si libera dell’ospite, ecco il cervello che torna a regime, fa elenchi, mette in moto l’intelligenza, cerca di non badare ai toni allarmati del capo della protezione civile e ai terribili suoni di minaccia e all’effetto Doppler che aumenta o assottiglia le urla delle persone; gira la maniglia e apre la porta e guarda la stanza, il letto, guarda quell’ordine grandioso, i suoi vestiti piegati, le tende, le cravatte disgustosamente allineate sulla chaise longue, guarda una stasi magnifica rotta solo da un leggero russare di donna e pensa va bene, solo dieci minuti.

L'articolo Tre porte proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/fiction/tre-porte/feed/ 0
Cliché Blues (addio a Roma Nord) https://minimaetmoralia.it/fiction/addio-a-roma-nord/ https://minimaetmoralia.it/fiction/addio-a-roma-nord/#comments Wed, 02 Apr 2014 14:19:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19755 Arriva in libreria Gli eroi imperfetti, il primo romanzo di Stefano Sgambati. Lo festeggiamo domani, giovedì 3 aprile, alle 19.30 da Libri e Bar Pallotta a Roma. Pubblichiamo un racconto di Stefano Sgambati tratto dall'antologia Cronache vere (Piano B edizioni).

Andarsene da Roma Nord è una benedizione e una catastrofe: che cosa rimarrà di tutto quel traffico che ti sei dovuto sorbire? Capacità di resistenza, ferite di guerra, incubi notturni, come i reduci dal Vietnam che ancora vedono o sentono i fantasmi di Tom, Rob, Mike o del tenente Sullivan implorare aiuto prima di esalare l’ultimo respiro tra le loro braccia, “Di’ a mia moglie che l’amo”, eccetera: una coreografia violenta che si sa tacere per convenzione borghese fino a quando la conversazione stenta una sera e si è fatto ricorso già a tutti i mezzucci per tentare di rinvigorirla: allora qualcuno racconterà di quel giorno, appena prima di Natale, quando da Via Trionfale a Viale di Tor di Quinto ci volle un’ora e cinquantacinque minuti.

L'articolo Cliché Blues (addio a Roma Nord) proviene da Minima et Moralia.

]]>
20120320030158

Arriva in libreria Gli eroi imperfetti, il primo romanzo di Stefano Sgambati. Lo festeggiamo domani, giovedì 3 aprile, alle 19.30 da Libri e Bar Pallotta a Roma. Pubblichiamo un racconto di Stefano Sgambati tratto dall’antologia Cronache vere (Piano B edizioni).

Andarsene da Roma Nord è una benedizione e una catastrofe: che cosa rimarrà di tutto quel traffico che ti sei dovuto sorbire? Capacità di resistenza, ferite di guerra, incubi notturni, come i reduci dal Vietnam che ancora vedono o sentono i fantasmi di Tom, Rob, Mike o del tenente Sullivan implorare aiuto prima di esalare l’ultimo respiro tra le loro braccia, “Di’ a mia moglie che l’amo”, eccetera: una coreografia violenta che si sa tacere per convenzione borghese fino a quando la conversazione stenta una sera e si è fatto ricorso già a tutti i mezzucci per tentare di rinvigorirla: allora qualcuno racconterà di quel giorno, appena prima di Natale, quando da Via Trionfale a Viale di Tor di Quinto ci volle un’ora e cinquantacinque minuti.

D’altra parte tutto va bene quando l’effetto euforizzante della cocaina rende perfino commestibili le tartine del catering offerto dal Maxxi: questo è salmone o formaggio? La gente annuisce e sembra anche convinta – convinta davvero – mentre un giovane architetto spiega i perché e i percome della sua ispirazione. Sembra convinta che quanto sta dicendo sia esaltante e mentalmente prende un minimo sindacale di appunti perché più tardi a cena sappia come riempire le pause pubblicitarie del telegiornale. Non è uno qualunque: ha progettato il grattacielo “Peugeot” a Buenos Aires e anche qualcosa di molto più grande a Osaka, ma non ne sei così sicuro, perché la hostess in rosso ti ha distratto sul più bello con una retorica di Loubotin. Tiri su un paio di volte con le narici, te ne chiudi una alla volta con un gesto distratto della nocca dell’indice destro senza farti notare: “Raffreddore di stagione”, sei abituato a spiegare.

Al quarto giro di Cosmopolitan sei Alessandro Magno, anche perché hai parcheggiato di fronte al portone. “Ma che davero?”, chiedono e tu non puoi fare altro che annuire: a Vigna Clara da ragazzino ci arrivavi in autobus, il 446 da casa tua, e per tanti anni hai visto quelli che cercavano parcheggio, archeologi dell’impossibile, geni visionari che vedevano spazi vuoti per i loro Suv là dove non sarebbe entrato un telecomando. Li hai ammirati, li hai invidiati, poi sei diventato uno di loro e allora hai capito che tanta gloria era in realtà una maledizione: serate fresche d’estate, cominciate bene con un coito veloce sotto la doccia, si sono trasformate in guerre puniche al dodicesimo giro concentrico, lungo via di Vigna Stelluti e poi Corso Francia (e ogni volta, puntuale, la tentazione di lasciarla ferma lì, la macchina, nello spiazzo del benzinaio e vaffanculo): accuse reciproche, lei te l’aveva detto – ma detto cosa? – te l’aveva detto che era tardi, che dovevate andare in taxi, che non ci dovevate andare proprio, ma anche tu l’avevi detto, che quel parcheggio lontano seicento metri era buono e degno di essere amato sopra ogni cosa, che la tracotanza viene sempre punita, o andando ancora più indietro, che non sareste mai dovuti venire ad abitare in questa zona, in questa città, in questo paese, che il matrimonio è stata una stronzata, che nascere è stato un inconveniente, che siate maledette tu e tua madre.

(Forse è stato anche per questo che hai smesso di avere relazioni stabili. Per colpa del traffico)

Come gliela spiegherai via Cassia all’area manager di Corso Sempione? Non ci riuscirai mai: Testaccio lo spieghi, Trastevere glielo dici al gestore di una ricevitoria sul Naviglio Grande, dire di San Pietro che ci vuole?, perfino di certa periferia è tutto un gran parlare: al Pigneto, se non altro, ci stanno i tossici, a Torpignattara si sparano in faccia i cinesi, a San Lorenzo c’è la merda seduta per terra che suona i bonghi a quarant’anni, alla Magliana ci ha pensato la banda omonima, al Quadraro hanno fatto i rastrellamenti e, se proprio stai alle strette, puoi citare i libri di storia e le dicerie popolari, quelle che per sfuggire ai tedeschi o vai al Vaticano o vai al Quadraro: così la serata la risolvi, o come minimo arrivi al limoncello senza troppi silenzi da riempire. Ma Via Cassia come la spieghi a uno del nord che usa di merda la locuzione “sticazzi”? Sì, i trans di Marrazzo, ma poi? Via Gradoli e tutte quelle cose, ma la vera Via Cassia, cioè quella lingua di inutile asfalto che a un certo punto incrocia la Tomba di Nerone, prima di aggrovigliarsi nel Raccordo Anulare, chi la potrà mai raccontare a qualcuno?

Condomìni da ventimila euro al metro quadro immersi in una bruma di smog da traffico sempiterno, clacson e farmacie h24: per carità, almeno è una scusa, quando finalmente arrivi a suonare il campanello, con le mani tremanti e il Valdobbiadene diventato caldo, è una scusa, certo, puoi allargare le braccia, mostrare orgoglioso la chiazza di sudore sulla schiena, come orgogliosi i padroni di casa mostreranno le loro chaise longue di Le Corbusier, e dire: “C’era il delirio”. Funziona sempre, se gli invitati alla gran soirée sono tutti del quartiere: (e chi vuoi che venga, di Roma Sud, a una festa a Roma Nord?) vedrai, te lo giuro, una ridda di facce annuenti come se tu non fossi un coglione qualsiasi altoborghese con gli occhi spenti, ma Lazzaro appena risorto; ti faranno concessioni con le espressioni facciali e ti faranno notare che non sei mica l’ultimo arrivato, guarda, non c’è ancora nessuno a riempire le poltrone Frau.

Vaglielo a spiegare all’area manager di Corso Como che l’effetto Doppler a Roma Nord fallisce, che le sirene delle ambulanze non si allontanano e non si avvicinano dal punto d’ascolto, ma stanno e basta: ferme, come tutti, impossibilitate pure loro a sgattaiolare tra le lamiere. Dei carri funebri anticipati, se per caso è grave.

Andarsene da Roma Nord, andarsene da tutto questo. Andarsene dal viadotto di Corso Francia: la prima volta che l’hai visto – che l’hai visto veramente – era un’alba di domenica di fine anni Novanta. Le nuvole rade si stagliavano su questo cielo piatto delle sei del mattino d’estate e tu hai semplicemente lasciato andare la macchina col freno motore, te lo ricordi?, finché non si è quasi fermata in mezzo alla carreggiata, per fortuna che non passava nessuno, tanta era stata la meraviglia di quel perfetto monumento di cemento fascista. Ti ricordi di aver pensato: “Questo è il posto più bello che esiste”, ma era solo l’alcol, solo la sbronza che stava stemperando nel solito nulla esistenziale, era solo il fatto che ti eri ritrovato improvvisamente ventenne nella città più famosa del mondo e che in qualche modo dovevi rispondere coi fatti a quella responsabilità: l’avevi riaccompagnata a casa, in una traversa di Viale Bruno Buozzi: dalla finestra della sua camera, che non hai mai visto, si scorgeva la facciata dell’Hotel Polo dove tu e quelli come te vi davate appuntamento con gli Honda SH fino a qualche anno prima.

Questo oggi non lo puoi raccontare ai vernissage perché non fa il tuo gioco: in fondo ti eri venuto nei jeans mentre vi strofinavate sui sedili posteriori e per altri trentacinque minuti lunghissimi avevi finto un godimento inesistente: Ginevra, si chiamava, che nome del cazzo, che nome da Roma Nord, che nome borghese, un nome che sa di anfetamine già alla “n” e che decade verso l’abisso della dipendenza da antidepressivi poco prima della “a”. Ginevra: forse il primo appuntamento della tua vita? Non lo puoi dire con certezza: di sicuro la prima sborrata senza la Mano Amica. Jeans o non jeans, almeno era stato un passo avanti. Se solo avessi saputo quanto altro tempo avresti dovuto aspettare prima di poterti scopare qualcuno senza pagare, ti saresti rinchiuso dentro al portabagagli come Aldo Moro, l’Aldo Moro più confuso e spaventato della storia della Repubblica.

Ginevra, la tua prima sborrata anticipata: eccoti all’alba, con una macchia di umidità nelle mutande che si allarga e la macchina che perde giri motore sul viadotto di Corso Francia per colpa del tuo incanto, porco dio che bello, “porco dio”, le prime bestemmie avevano il sapore ferroso di una rapina in banca, nemmeno Dio stesse guidando una volante della Municipale alle tue calcagna. Era solo la sbronza, è vero: ma oggi che sei sobrio e sono le sette di sera, ed è martedì e vai per i quaranta, e per un aperitivo a Ponte Milvio hai speso venti euro, non ti passa forse per la testa che l’eiaculazione precoce era meglio di tutta questa libertà?

Tiri il freno a mano con una ferocia da Mastro Titta: ecco da cosa te ne stai andando, ancora prima che da te stesso: te ne stai andando dai cinquantini su quattro ruote parcheggiati ad minchiam per tutto il Lungotevere. Hai sempre odiato arrivare agli appuntamenti con tanto ritardo, e infatti anche stavolta ti hanno conservato il posto peggiore, quello lontano da quei pochi che conoscevi e vicino a gente mai vista di cui non ti riuscirebbe a fregare di meno anche se la frequentassi da vent’anni. La bionda è carina, ma ovviamente ha un anello al dito: forse l’hai già incontrata a una festa, non ti ricordi, ne hai fatte tante, troppe, forse l’hai incontrata a quella in maschera, quella di cui parlarono tutti i giornali per un mese e di cui parli sempre anche tu, ma non lo puoi dire e non ti puoi sputtanare. Certe feste sono come il “Fight Club”: la prima regola è che non se ne parla (be’, quasi). Comunque non hai bisogno di approfondire troppo per sapere che è stupida e insulsa, e che il suo fidanzato è anche peggio, e che in due non hanno mai formulato un pensiero degno di questo nome, e che tutta quella mediocrità contribuirà a devastare il mondo dei tuoi figli molto più di quanto tu non potrai fare pur mettendoci impegno, e per tutta la sera ti ostini a non guardarla e a non ridere mai alle stronzate che dice e a non parlarle mai, mai e poi mai, tuttavia hai visto abbastanza per capire che te la scoperesti seduta stante, sul cofano di quel Cayenne parcheggiato per tre quarti sul marciapiede, se solo lei facesse un segno e questo perché sei anche tu figlio di questo ambiente e la tua estetica risponde a dei desideri precisi.

Pensi di fuggire da tutto questo andandotene da Roma Nord? Troppo tardi, bello mio: sei fuori tempo massimo. Sei stato “formattato”, inizializzato e addestrato per trovare gustose le pizzette del “Gianfornaio” a undicimila euro al chilo, pure se sanno della stessa carta che le contiene e sono glassate col sale: va tutto bene, perché abiti in una zona che è una griffe, che quando lo dici la gente capisce e annuisce anche se non si sa bene che cos’è che capisca e per cosa annuisca. Andarsene da tutto questo come sarà? Ti chiederanno, laureati in urbanistica, esegeti della toponomastica, ti domanderanno: e Bastogi, Don Gnocchi, Montespaccato, Torrevecchia, Prima Valle, Selva Candida, Selva Nera, Ottavia, Casalotti? Ti domanderanno: e perché non è forse pure quella Roma Nord? Ti daranno dello snob ma tu scrollerai le spalle, perché è vero, sei snob, e proprio quella è la riprova che vieni dalla Roma Nord “autentica”, cioè la peggiore possibile: risponderai che tanto te ne stai andando, che non è più importante, che stai partendo, ti stai spostando, chissà, forse metterai la testa a posto (e qui di sicuro tutti rideranno). Gli farai capire che non te ne importa dei cliché, che i luoghi comuni sono la punta di una piramide di verità. Gli vorresti anche dire che non è vero, che è tutta farina del sacco dei giornalisti, che è colpa di Carlo Vanzina, che Roma Nord non è soltanto questo, che è bella, anzi bellissima, e infatti è vero, solo che nessuno sa dire il perché, visto che non funziona niente, e che anche se ogni cento metri ci sono i dispenser con le buste per le cacche dei cani gratis ti sembra sempre di camminare su un tappeto di merda.

Andarsene da qui è una catastrofe e una benedizione, perché te ne vai viziato all’incontrario: il bar “sotto casa” sta anche a tre chilometri e mezzo di distanza, se si tratta di andare a fare colazione con una crostatina ricotta e cioccolata dal nuovo Tornatora a Piazza Igea, perciò quando ti trasferisci più a nord ancora, cioè a Milano, in zona Sempione, e la mattina stai varcando la soglia di un caffè dopo soltanto dodici o venti passi al massimo dal portone di casa, sei quello che per la prima settimana tutti indicano a vista e spiano da dietro ai giornali e di cui ridacchiano e che non vedono l’ora di incontrare: il mattacchione che si guarda intorno come se quello non fosse un bancone ma uno “stargate” e il tizio di fronte non un barman ma un venusiano con dodici bocche di magnesio. È che non sei abituato: ci vuole un po’. Quando torni in strada urli che ti hanno fottuto la macchina (cioè, “ciulato”: in fondo adesso sei più a nord di Roma Nord), invece no, la macchina non l’hai proprio dovuta prendere, è rimasta parcheggiata nello stesso posto di ieri, e quella cosa che senti in bocca non è biossido di carbonio ma caffeina e, sul serio, credici, sono ancora le 8.48 del mattino.

Ti mancherà, forse, il sapore della pizza con i chiodi, una specialità di alcune trattorie di Ponte Milvio che per risparmiare usano cassette di frutta o altro legno non adibito a uso cottura, mentre fuori, sui vetri delle porte d’ingresso, mantengono comunque gli adesivi delle recensioni del “Gambero Rosso” in bella vista: d’altra parte se lì ci vanno i calciatori della Roma si deve mangiare bene per forza. Ti mancherà tutto o forse niente. Di sicuro non ti mancherai tu: è da questo che te ne vai, in fondo. È da questo che se ne vanno tutti a un certo punto: dall’idea di se stessi che hanno mandato a memoria per l’abitudine. Un’immagine che non ha più segreti perde di mordente: ecco perché te ne vai da Roma Nord, soprattutto, perché vuoi tornare a stupirti di te stesso, a restare sorpreso dei tuoi atteggiamenti, ad essere qualcuno o qualcosa che non conosci. Vuoi tornare ad essere un appuntamento al buio, piuttosto che il buio a un appuntamento.

Nell’unico bar decente di Viale Cortina D’Ampezzo fai fatica a distinguere la madre dalla figlia. C’è il sole ma sei anche alla tua sesta Marlboro della domenica mattina: te ne stai andando anche da questo, te ne vai dal vizio, te ne vai dalla sensazione che questo tepore sia tutto, te ne vai dall’ossessione del “bel clima”, come se tutti i giorni dell’anno fossero un via vai casa-mare-casa e non un pellegrinaggio sempre identico in quel solito raggio di sette chilometri. Certo, ti piace: non sai cosa fartene, perché è febbraio, ma almeno ti sei appena tolto la giacca. Tiri nei polmoni il fumo, vorresti qualcosa di più forte e ben più illegale, ma la giornata è lunga. C’è Carlo Conti al bancone, marrone come uno stronzo umano, che beve un crodino. Gli chiedono l’autografo, si fanno le foto con gli smartphone in posa coi pollici verso l’alto: distogli lo sguardo perché non vuoi scoprire che quelli come lui non pagano mai il conto: lo odi perché lui resta e tu no, perché lui non sarà mai abbastanza intelligente da trovarsi noioso e si andrà bene per sempre e non avrà mai alcun bisogno di andarsene da nessun posto, figlio di puttana.

Nemmeno essere certamente più ricco di lui ti placa tutto quell’odio: lui non c’era alla festa di De Romanis al Foro Italico. Tu sì e lui no: non hai le prove, ma sei sicuro che gli sarebbe piaciuto eccome esserci, a Carlo Conti. Ti basta guardarlo per leggerglielo in faccia. Guarda come si atteggia, ma se volesse non saprebbe come farsi aprire certi portoni. Quelli come lui non contano un cazzo in quei ceti sociali: perché non servono, ecco tutto. Il pensiero ti fa sorridere: nascondi il muso nella tazza grande del cappuccino e ti accorgi che è finito. Fai un cenno alla cameriera e mentre stai per ordinarne un altro cambi idea e chiedi un prosecco. Alla fine avevi rinunciato a travestirti da maiale quella sera, nonostante il “dress code” esplicito sul cartoncino di invito, bensì da antico greco: a differenza di molti dei presenti la tua faccia non aveva nulla che non andasse e nasconderla ti era sembrato un peccato, come d’altronde ti ha sempre detto tua madre.

C’è una foto ormai passata alla storia della cronaca mondana, ripresa da tutti i quotidiani online, in cui due di quei “maiali umani” si contendono una specie di odalisca bionda con una veste bianca cortissima. Uno di loro le stringe le carni vicino alle natiche, mentre quella sorride lasciva stringendo una cornucopia, e nell’angolo basso a sinistra dello scatto si intravede una mano che si sta appropinquando vogliosa: non avevi mai notato di avere tutti quei peli sull’avambraccio, comunque quella mano è tua ed ecco il massimo contributo che ti senti di dare alla causa “quindici minuti di celebrità”. Niente che tu possa raccontare troppo in giro: è un gossip che ancora non hai ben capito come infilare nei discorsi. C’è troppo falso moralismo, almeno fino al terzo Martini: l’aneddoto più innocuo e meno compromettente che trovi sempre il modo di offrire agli assetati è il racconto del tuo orripilato stupore quando hai scoperto Marta Marzotto addormentata sulla tazza del cesso alle sei del mattino. Te ne eri rimasto sulla soglia a fissare ipnotizzato quello spettacolo grottesco, irretito dal canovaccio di rughe sul collo di quella megera e dall’esplosione inquietante di lentiggini sulle cosce scheletriche e altrimenti bianchissime. Poi avevi sentito un click dietro di te e ti eri girato di soprassalto, scambiandoti uno sguardo veloce con uno sconosciuto probabilmente convinto di aver appena scattato la foto del secolo. Te ne eri rimasto col dubbio che potesse anche essere morta finché non l’avevi rivista in televisione, con un cappello di struzzo coloratissimo, presenziare alla prima della Scala a Milano a braccetto col Principe Giovannelli.

Hai finito il prosecco, non è rimasto più neppure Carlo Conti da guardare, la colazione è diventata pranzo, o meglio “brunch”, come si deve dire per dare l’impressione di vivere una vita migliore: un tizio che non vorresti sentire si sta lamentando della crisi economica. Dice che il suo negozio (qualcosa di simile a una boutique di lusso a Collina Fleming) non vende più un cazzo perché tutte le sue clienti migliori hanno i mariti inquisiti e che lui se ne fotte della giustizia, perché gli affari sono affari. Questo giustifica la sigaretta numero nove della mattinata: non tanto per quello che ha detto, quanto per il fatto che sei d’accordo. Devi partire, partire: andartene per allontanarti dal vizio, te lo ripeti di nuovo per dare un senso a tutto. Ti avvolgi nel fumo di sigaretta, cerchi una maschera tra le tante della tua vita, ma forse quella giusta l’hai già sistemata in valigia.

Addio Roma Nord, ti azzardi a pensare, e già ti senti un traditore, un esiliato. Addio Roma Nord che mi hai cresciuto e divorato e distrutto e allattato con tette di silicone, addio a tutto, ma lo vorresti urlare, pensarlo soltanto è ridicolo, insufficiente, vorresti salutare una per una queste persone disgraziate e sole, baciarle e abbracciarle, compatirle perché in fin dei conti tutti assomigliano a tutti e rendersi conto di ciò è qualcosa che non augureresti a nessuno. Da qualche parte, forse vicino all’ennesimo filtro, pensi che questo sarebbe il momento perfetto per prendere una decisione fondamentale, quale che sia, il punto di incontro grandioso tra azione ed emozione che potresti ricordare o addirittura raccontare in una biografia, tra trent’anni, l’attimo della svolta, della conversione, ma conversione a che cosa?

E se invece ti rimarrà soltanto l’immagine di Marta Marzotto sul cesso? Se davvero il punto nodale della tua esistenza è già passato ed era quello? Oppure la voce di quel giornalista – ti ricordassi mai una volta come si chiama – quello che faceva gli stand-up ridicoli davanti ai tram nel telegiornale, la voce di quel giornalista che ti raccontava strafatto di ecstasy tutti i capitoli dolorosi della sua conversione a Dio, anzi alla Madonna, per la precisione: mai visto in vita tua occhi tanto grandi e lucidi né sentito qualcuno vomitare stronzate con così poco pudore. Ogni pasticca che si calava, un segno della croce. Se davvero fosse tutto qua ciò che sei? Ti piace che il tuo cognome spalanchi le porte, accorci le file o le annulli del tutto: ti piace che ti arrivino con puntualità quelle mail crittografate con inviti riservati a pochi: adori che ti chiamino “dottore”, anche se non ne hai i titoli. Ne godi, è un sapore magnifico: gli spettacoli a teatro sono tutta un’altra cosa dalla prima fila in Poltronissima e adesso hai paura: forse “fuori di qui” non conterà nulla sapere chi lo prende in culo in Serie A, chi si scopa chi in Parlamento o il vero motivo per cui Fabio Volo percepisce anticipi tanto robusti. La tua moneta di scambio è fatta di questa sostanza, il tuo carisma è figlio di questo “know how”: sono quasi quarant’anni che rimbalzi tra mura simili e forse è normale che per un momento ti manchi il respiro. In fondo è come cambiare lavoro, o almeno credi: non hai mai fatto un cazzo in vita tua, a parte nascere nella famiglia giusta, ma pure quello ti sei convinto sia un merito, arrivare primo nella corsa fondamentale all’ovulo. Sei un uomo pratico: se era destino che dovessi vincere solo una gara, hai scelto quella più importante. Ok, forse non ti sarai fatto molti amici, ma guarda che macchina.

Sei abituato alle crisi di panico e anche questa la stai controllando: inspira ed espira. Quest’aria di Roma ti mancherà. No, non è vero, non ti mancherà nulla. Te ne vai per cancellare i ricordi, per annullare quello che sei diventato: quando ti alzi glielo vorresti dire al tizio che si gira a guardarti e che resterà così per sempre. Invece lasci sul tavolo venti euro di mancia sperando di farti notare: vorresti nasconderti per osservare la reazione della cameriera, ma è tardi, ti aspettano per pranzo al “Met” di Ponte Milvio. Ti hanno detto che ci sarà anche Bobo Vieri e non vuoi fare brutte figure. Forse è la volta buona che racconterai la seconda parte dell’aneddoto su Marta Marzotto, per andartene come si deve e anche perché quando c’è un calciatore al tavolo le attenzioni va a finire che sono sempre solo per lui e non ti piace quando succede. Chissà se saranno abbastanza di mondo (scommetti di sì) oppure se riuscirai a rovinargli il pranzo: ti diranno no, che schifo, non ci posso credere, ma poi ci crederanno e vorranno sapere, perché fornirai particolari talmente precisi da dissipare ogni dubbio, andranno a cercarsi su “Google Immagini” la faccia di Marta Marzotto per dare connotati più precisi a quello che hai raccontato, lei talmente fossilizzata sopra a quel cesso da sembrare non solo morta, come avrai già spiegato, ma addirittura un prolungamento stesso del sanitario, per questo, dopo il passaggio di quel tizio dietro di te appassionato di fotografia, racconterai di esserti assicurato che non arrivasse nessuno e di esserti chiuso a chiave lì dentro con lei, che continuava a non muoversi, lo giurerai, anche quando ti sei piazzato davanti e ti sei alzato la tua candida veste da antico greco.

Sei già adesso abbastanza brillo e non hai dubbi che tra un’ora lo sarai il doppio, perciò stavolta andrai fino in fondo, racconterai che hai pisciato addosso a Marta Marzotto e che hai indirizzato il getto dorato come un pompiere, prima su quelle gambe esangui e poi, avvicinandoti un po’, sui capelli e sul volto, concentrandoti sulla bocca, una perfetta bocca da vecchia ricoperta da così tanto rossetto da sembrare un cuore di vacca; se li vedrai complici, ti soffermerai sul trucco che si scioglieva e che le disegnava parentesi tonde quasi perfette dall’angolo di entrambi gli occhi fino al mento. Approfitterai del silenzio che puoi immaginarti già adesso, mentre stai guidando con una mano sola cantando i Red Hot Chili Peppers, per rivelare di averla trovata anche bella, una specie di installazione pop art, e che complice anche la droga sei rimasto a guardare quel busto umano fino a che non ti è tornata la voglia di pisciare e che allora l’hai fatto di nuovo, stavolta impregnandole meglio i vestiti e mirando bene alle scarpe, gustandoti la grandiosa sensazione di stare pisciando anche addosso a te stesso. Non sai se troverai il coraggio di scavare ancora più in fondo e ammettere al solito nugolo di sconosciuti di esserti anche arrapato e di averglielo sbattuto sulle guance un paio di volte, prima di andartene da quello schifo. Non vorresti turbarli troppo e allo stesso tempo l’esperienza ti ha insegnato a lasciarti sempre qualcosa per la prossima volta.

In fondo vieni da Roma Nord e hai un’idea ben precisa di quali siano i giusti comportamenti da tenere in società.

L'articolo Cliché Blues (addio a Roma Nord) proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/fiction/addio-a-roma-nord/feed/ 15