Stefano Tamburini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/stefano-tamburini/ un blog di approfondimento culturale Thu, 22 Dec 2016 14:16:13 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Stefano Tamburini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/stefano-tamburini/ 32 32 Tamburo https://minimaetmoralia.it/cultura/tamburo/ Tue, 19 Apr 2016 07:36:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30614 Altri lo faranno meglio di me, con più competenza. Soprattutto chi l’ha conosciuto. Era solo per ricordare anche in questa sede Stefano Tamburini. Se ne andò trent’anni fa, in un imprecisato giorno di aprile del 1986. Spero di fare cosa gradita segnalando qualche link. Il primo – da Radio Radicale – è l’audio della trasmissione televisiva andata […]

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Altri lo faranno meglio di me, con più competenza. Soprattutto chi l’ha conosciuto. Era solo per ricordare anche in questa sede Stefano Tamburini. Se ne andò trent’anni fa, in un imprecisato giorno di aprile del 1986.

Spero di fare cosa gradita segnalando qualche link.

Il primo – da Radio Radicale – è l’audio della trasmissione televisiva andata in onda su Teleroma 56 il 29 aprile del 1986, a cura di Carlo Romeo, con Vincenzo Sparagna, Andrea Pazienza, Filippo Scozzari a commentare vita e opere di Tamburini.

Il secondo è un pezzo di Valerio Mattioli uscito l’anno scorso su Vice.

Poi un pezzo in cui Igort ricorda Stefano Tamburini su Fumettologica.

Sempre su Fumettologica, un pezzo a firma Evil Monkey uscito in questi giorni.

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“Osservo, sogno e disegno”: intervista a Milo Manara https://minimaetmoralia.it/interviste/milo-manara-il-maestro/ https://minimaetmoralia.it/interviste/milo-manara-il-maestro/#respond Wed, 24 Feb 2016 06:30:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30077 Questa intervista è uscita sul Foglio: ringraziamo l'autore e la testata.

di Salvatore Merlo

"Quando gli amici di mio nipote, che ha diciassette anni, cominciano a guardarmi con una faccia strana, devo ammettere che a volte mi capita di pensare: ‘Ma non è che, forse, stanno leggendo i miei lavori?’”. E quando sorride, quest’uomo di settant’anni, colto e raffinato, composto nel tono e nei modi, si trasforma come il cielo nuvoloso in un giorno di vento, e il suo volto, delicato e misteriosamente ironico, improvvisamente assomiglia a quello di un monello.

Uno sguardo che nasconde, sotto un innocente pagliaio, un sottilissimo ago di spiritosa malizia. “Una volta Michele Serra mi ha detto: ‘Milo, sei l’unico uomo che riesce ad eccitarmi’”. Ed è a questo punto, trovandosi davanti al maestro dell’erotismo a fumetti, che si pone un problema non facile, quello cioè di travestire di abili perifrasi la domanda ormai improrogabile: ma lei lo sa che i ragazzini si masturbano sui suoi disegni?

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Questa intervista è uscita sul Foglio: ringraziamo l’autore e la testata.

di Salvatore Merlo

“Quando gli amici di mio nipote, che ha diciassette anni, cominciano a guardarmi con una faccia strana, devo ammettere che a volte mi capita di pensare: ‘Ma non è che, forse, stanno leggendo i miei lavori?’”. E quando sorride, quest’uomo di settant’anni, colto e raffinato, composto nel tono e nei modi, si trasforma come il cielo nuvoloso in un giorno di vento, e il suo volto, delicato e misteriosamente ironico, improvvisamente assomiglia a quello di un monello.

Uno sguardo che nasconde, sotto un innocente pagliaio, un sottilissimo ago di spiritosa malizia. “Una volta Michele Serra mi ha detto: ‘Milo, sei l’unico uomo che riesce ad eccitarmi’”. Ed è a questo punto, trovandosi davanti al maestro dell’erotismo a fumetti, che si pone un problema non facile, quello cioè di travestire di abili perifrasi la domanda ormai improrogabile: ma lei lo sa che i ragazzini si masturbano sui suoi disegni?

Allora lui lascia arrivare alle labbra la punta di un sorriso, con birichina innocenza. Non s’increspa neanche un po’, e d’altra parte, sembra dire con gli occhi, come irritarsi per questa domanda, fatta senza la minima frivolezza, senza nessun intento allusivo? “So di avere un certo seguito nelle carceri. Un tempo lo avevo nelle caserme”, dice, con ironica modestia, visto che, premiatissimo, amatissimo, adorato in Francia non meno che in Italia, lui è uno dei più grandi disegnatori europei viventi. “Un tempo si parlava di libri che si leggono ‘con una mano sola’”, sussurra. “So che i miei lavori hanno uno scopo di evasione erotica”, aggiunge, con la consapevolezza di chi sa bene che dalla lettura dei suoi fumetti, attraverso quelle donne dagli occhi di diamante cui lui dona fascino e vita, è arrivato per molti ragazzi quell’orgasmo dello spirito che è il sogno: non il corrompersi dell’ingenuità infantile ma quasi una premonizione o addirittura un’iniziazione alla voluttà come mistero.

“Ma a dire il vero a tutte queste cose non ci penso mai”, dice Milo Manara. “Io osservo, sogno e disegno. Le mie donne sono la trasposizione accademica delle ragazze che incontro per strada”.

E qui a Verona ci sono le sventole che disegna lei? Mi dica dove, la prego. “Ci sono giornate più fruttuose, altre meno. Il momento migliore è la primavera, quando tutto fiorisce. Per me le donne sono la sintesi della meraviglia dell’universo. Di fronte a certe donne io balbetto, rimango annichilito. La mia è un’ammirazione instancabile. Certo, col tempo, quando si diventa anziani come me, le cose cambiano…”. E a questo punto il maestro viene colpito da una sottile ombra associativa. Segue un mutismo praticamente telepatico, carico di ironia inesplosa, sottintesa. “Con l’età l’interesse si fa più contemplativo che finalizzato al possesso, ovviamente. Ma la mia ammirazione per il sesso femminile è ancora fortissima”, aggiunge. “Chi pensa che a una certa età si raggiunga la pace dei sensi si sbaglia di grosso”.

E i suoi figli, quando erano piccoli, che pensavano dei suoi disegni? “Nessuno si è mai interessato, come dire… morbosamente ai miei disegni. Credo. Le assicuro che i miei figli sono cresciuti senza tare”. Piccola pausa, ancora un sorriso malizioso. “O almeno senza traumi evidenti”. Esistono dei limiti nell’arte? “Credo di no. Direi proprio di no. Ciascuno segue la sua ispirazione, le sue inclinazioni, e deve poterlo fare con libertà”. E cos’è il buon gusto? “Un punto di vista soggettivo”.

E Milo Manara vive in un bell’appartamento compatto, nel sontuoso centro di Verona, un ultimo piano d’una eleganza calda e di gusto blasé: il grande e antico tappeto persiano, le moderne lampade di design che spezzano la vetrinetta forse déco, e poi in un angolo, quasi con ritrosia, ecco un suo disegno, una ragazza dai capelli neri a caschetto cui sembra che un colpo di vento stia sollevando appena la gonna. Solo cercando con lo sguardo, faticosamente, se ne riconoscono altri, di disegni. Uno è seminascosto dietro la porta d’ingresso. E sono sorprese tanto più liete quanto è costata la fatica di scovarle. La signora Luisa, sul cui bel volto gli anni acquistano una magica fluorescenza, lo custodisce come un cristallo prezioso questo suo marito di cui fu allieva, molti anni fa, all’istituto d’arte.

Dunque è lei che risponde alle sue email, è lei che prende le sue telefonate, fissa gli appuntamenti, che cucina mentre Milo chiacchiera con il giornalista: “Dice mio marito che lei può venire quando vuole. Purché dopo le 12. Lui si sveglia tardi, lavora solo di notte”. Lavora al suo tavolo da disegno, largo e di metallo grigio, affiancato dal cavalletto su cui poggia le tele, in un’ampia, elegante e luminosissima stanza dall’alto soffitto e dal pavimento di mogano, un ambiente arioso che chiamare mansarda sarebbe un insulto: le finestre si spalancano allegre sui tetti colorati di Verona, e da un angolo spunta la sommità vertiginosa della Torre dei Lamberti.

Ed è qui che, sul tavolo di lavoro ingombro, spicca una copia di Charlie Hebdo, “sono stato a Parigi, e l’ho comprato”. È il numero dell’anniversario della strage. In copertina c’è Dio, in sandali, che corre con un kalashnikov appeso alla schiena. “La satira non può avere limiti”, dice il maestro, “la satira deve insultare, deve offendere. Altrimenti non serve a nulla. Qui a Verona facevamo un giornaletto satirico, si chiamava Verona infedele, faceva il verso al giornale della curia, che invece si chiama Verona fedele. Ma un giorno ci accorgemmo che le persone oggetto della nostra satira, invece di incazzarsi, incorniciavano le copertine della nostra rivista e se le appendevano in casa. Così capimmo di non essere efficaci e lasciammo perdere. Bisogna essere contundenti, quando si fa satira. Charlie lo era”.

E Milo Manara è stato pubblicato diverse volte su Charlie. Conosceva bene la redazione, in particolare Georges Wolinski, “un disegnatore erotomane e pessimista”, come lo definì Le Monde. Un grande amico. Da una vita. “Appena seppi dell’attentato, provai a chiamarlo. Non rispose. Era già morto”. Così quel 7 gennaio Milo Manara lo ha salutato, con un disegno che ritrae il suo amico al tavolo di lavoro: la matita, il quaderno, e una conturbante donna fasciata nei paramenti tradizionali islamici, ma col sensuale volto scoperto, che si china alle spalle di Wolinski e gli bacia la testa diradata e canuta.

“Fu lui a pubblicare il mio primo disegno in Francia. Comprò per Charlie mensuel una mia storia, ‘Lo scimmiotto”. Continua a leggerlo, Charlie? “E’ un po’ cambiato. C’è uno sbandamento nella struttura del giornale. Ma era inevitabile… Sono morti. Li hanno ammazzati tutti. Charbonnier, il direttore, aveva un carattere dolce, era un uomo d’intelligenza acuta. Sapeva tenere insieme vignettisti e intellettuali molto diversi tra loro, armonizzava, smussava, osava”.

Non aveva limiti, Charlie. “Io certe vignette su Maometto forse non le avrei disegnate. Di sicuro limiti non possono essercene. C’è la legge, questa sì. E in Francia non esiste per fortuna nessun vilipendio di religione, né un reato di blasfemia”. Lei talvolta ha disegnato delle suore. Ricordo un disegno in cui una giovane religiosa lecca il crocifisso, o un altro che rappresenta una donna stupenda, una monaca che si masturba distesa sul letto mentre legge lettere d’amore al lume di una candela. “Il volto del vizio deve essere ingenuo, o puro”.

E qui Manara ritrova il suo sorriso monello: “Trovo che l’idea del peccato sia blandamente erotica”, dice in un soffio. E lei crede in Dio? “Provengo da una famiglia cattolica, come tutti. Ma no, io non ci credo. Credo invece nello stato laico, credo nella libertà, anche religiosa, e credo che solo lo stato laico la possa garantire. In alcune società la religione è entrata nel subcosciente e di lì scatena le sue tempeste contro coloro che la comprimono con la sensualità, la libertà o il materialismo”. Com’è successo ai disegnatori di Charlie.

A Teheran non circolano i fumetti di Milo Manara. “All’inizio degli anni Ottanta, una buona parte di un mio fumetto, ‘Il gioco’, lo disegnai in Pakistan. Usciva a puntate su Play Men, ed ero lì in vacanza, dunque spedivo da lì. Ci sono rimasto cinque mesi, giravo in camper, poi ogni tanto mi fermavo in un albergo a cinque stelle, entravo e mi facevo servire una colazione, scroccavo una doccia. Senza pagare”, dice con un ridere degli occhi. “Poi andavo all’ufficio postale e spedivo i disegni. Guardi, ero seriamente terrorizzato dall’idea che in qualche controllo di polizia aprissero quei pacchi che spedivo in Italia. Se la religione si fa stato, opprime. E talvolta opprime anche quando non si fa stato. Il film di Bertolucci, ‘Ultimo tango a Parigi’, venne sostanzialmente condannato al rogo dalla chiesa. E secondo me non per il sesso, ma perché esprimeva un’idea rivoluzionaria per quei tempi: esiste, ed è pure bello, il sesso senza l’amore, senza tutto il contorno di costruzioni sociali e religiose che circondano l’idea del rapporto tra uomo e donna”.

Chi sono i suoi amici, oggi? “Dalla morte di Hugo Pratt, il mio migliore amico è Tanino Liberatore”, il Michelangelo del fumetto, il fratello eterozigote di Andrea Pazienza, “ma davvero frequento pochissime persone. Qualche volta vado in giro per festival, e ci vado soprattutto per rivedere i vecchi amici”. E di loro Manara parla con un’espressione dolce e bassa. Attraverso le ciglia brilla come un lampo uno sguardo diverso, penetrante, acuto. “Hugo Pratt coltivava la sua libertà interiore a un livello così alto da esserne persino danneggiato”, dice. “Fu un padre assente, ha lasciato dei vuoti. Ma mi insegnò a essere libero nel lavoro”. E lo ricorda con un calore di vita umana e d’affetti che impregna ogni parola. “A quei tempi frequentavo la redazione del Corriere dei ragazzi, ero amico di Aldo Di Gennaro e di Mario Uggeri, che erano disegnatori interni. Pratt invece non c’era. Non voleva entrare in redazione. Non volle mai essere un impiegato, la sua posizione nei confronti dell’editore era di assoluta indipendenza. Viveva da precario. E poiché con i fumetti non si guadagnano cifre astronomiche, rifiutare un impiego sicuro era una scelta coraggiosa. Anche io sono stato precario tutta la vita. Per scelta”. E le è andata bene. “Ma per vivere devo continuare a disegnare”.

Pratt era molto più grande di lei. “Aveva diciott’anni più di me. Un fratello maggiore, ma più spesso un fratello minore”. E di quel tempo Manara esprime un senso vivace e quasi carnale. “Pratt era scapestrato, disordinato, irregolare. Non aveva la patente, e lo guidavo in macchina per mezza Europa lungo i sentieri dei festival del fumetto. Quelli con lui erano viaggi lenti, ci fermavamo continuamente. Pratt conosceva tutti i ristoranti, dovunque. Abbiamo visitato città, paesini, meraviglie storiche e artistiche di questo nostro continente. E poi mangiare, bere…”. E le ragazze? “… sono felicemente sposato”. E nella sua risposta, il labbro arricciato in un sorrisetto sornione, chissà, si rivelano intimi propositi di doppio gioco. Ma anche no.

“Guardi, io ho avuto la fortuna incredibile di incrociare la traiettoria di persone che ammiravo: Moebius, Fellini, Andrea Pazienza, Stefano Tamburini… Il vertice di queste amicizie era Fellini, cosa che non avrei mai sospettato quando da ragazzo vedevo incantato ‘8 e 1/2’. Avevo forse sedici anni quando feci l’autostop fino a Roma per visitare la città. E ogni giorno mi fermavo in Via Veneto, pensando stupidamente, chissà poi perché, che Fellini passasse sempre da lì”.

Poi lo conobbe, diventaste amici, collaboraste a lungo. “Era il 1985, e Fellini compiva sessant’anni. Vincenzo Mollica aveva chiesto dei disegni per salutare il compleanno di questo grande regista, ma io, pieno di entusiasmo, disegnai invece una storiella completa, una storia su Fellini disegnatore. Era una specie di sogno. Per me Fellini non aveva entità fisica”, dice, come sorridendo a un ricordo lontano, eppure vivo. “Invece esisteva. Vide i miei disegni, e mi telefonò. La prima volta che chiamò, non ero a casa. E quando mi riferirono della sua chiamata persa ero distrutto. Ma poi richiamò, e mi invitò a Cinecittà. Quale emozione! Stava girando ‘Ginger e Fred’. Mi fece un pass firmato da lui, potevo entrare e uscire quando volevo. Lo seguivo dovunque, mi portava in giro per Roma, ai Castelli, lo ascoltavo affascinato, era una miniera di aneddoti, freddure, fantastici imbonimenti, guizzi di fantasia. Stare con lui era una ginnastica d’intelligenza. Un giorno mi chiese di fare il manifesto per un suo film, ‘Intervista’. Diventammo amici da quel momento in poi, finché è vissuto. Ricordo con vividezza quanto fosse arrabbiato con Silvio Berlusconi che metteva la pubblicità in mezzo ai film in televisione. Fortunatamente Fellini morì prima di vedere quel referendum con il quale gli italiani preferirono avere le interruzioni pubblicitarie. Lui aveva una certa, spiccata avversione nei confronti di Berlusconi”.

E lei? “A me nemmeno è mai piaciuto. Non mi piaceva già prima che entrasse in politica. Ho sempre trovato insopportabile l’ambiguità erotica della sua televisione, quelle ballerine sculettanti. Guardi, dia retta a me che  di queste cose me ne intendo: la gonna scorciata, il petto semiesposto, non servono a conferire un aspetto peccaminoso e nemmeno a rendere più seducenti. Quelle donne erano inespressive per eccesso di smorfie. Erotismo a freddo, da quattro soldi. Una marea di ragazze che hanno corpi e non visi, indistinguibili l’una dall’altra, carne al mercato. Con il paradosso, poi, che mentre spogliavano le donne, i canali Fininvest manifestavano una certa pruderie censoria nei confronti del cinema e dei film”. E di Renzi lei che ne pensa? “Devo dire che i personaggi politici non mi incuriosiscono. Mi annoiano. Quando trovo un talk-show politico, dopo cinque minuti cambio canale. C’è una contabilità delle chiacchiere che trovo per metà soporifera e per metà indisponente”.

E al cinema ci va? “Vedo moltissimi film, ma a casa”. Ha visto “La grande bellezza” di Sorrentino? È felliniano, dicono. “Guardo volentieri Matteo Garrone, tra i giovani ormai emersi. E’ bravissimo. Certo, Sorrentino ha riportato l’estetica nel nostro cinema, il valore dell’immagine, trascurata da un’industria monopolizzata dalla commedia. L’Italia ha avuto grandi direttori della fotografia, Storaro e Peppino Rotunno. Gabriele Salvatores e Giuseppe Tornatore hanno un gusto per le immagini, ma i nostri registi più giovani no. Nel cinema vedo una malinconica povertà d’invenzioni, e d’immagini. Per questo riconosco un grande pregio alla ‘Grande bellezza’, malgrado sia un film calligrafico, lo ammetto. Quella scena dei fenicotteri a Roma…”.

Letteratura? “Gli ultimi libri che ho letto sono di Aldo Busi e di Massimiliano Parente. Ho scoperto con molto gusto Pamuk. Anche se i miei fumetti sono ispirati da Henry Miller e da Kerouac. La letteratura ha sempre avuto un grande effetto su di me, talvolta è stata quasi come un veleno. Quando lessi Delitto e castigo, a quattordici anni, pensavo di essere Raskolnikov. Leggevo nella collana Bur, su quei piccoli libretti grigi. Dostoevskij mi ha sconvolto. Mentre ho amato Nabokov e Bulgakov, forse soprattutto la dimensione onirica di Bulgakov. Invece non ho mai letto Solgenitsin, credo per stupido pregiudizio ideologico”.

E non è difficile immaginarselo negli anni Settanta, spettinato, squattrinato e garibaldino, come i ragazzi nei film di Marco Bellocchio. “Contestavamo la Biennale di Venezia, perché rappresentava l’arte dei padroni. Quante sciocchezze. Contestavamo la borghesia come classe egemone, ma in realtà gli unici sostenitori delle arti figurative erano proprio i borghesi. Erano gli unici che compravano i quadri. Facevamo le mostre per strada, criticavamo chi vendeva ai ricchi… Adesso penso a quegli anni con tenerezza. Anche se sono convinto di una cosa: il Sessantotto ha svecchiato la società italiana, e ha fatto entrare i giovani nel mercato, pur tra mille eccessi ideologici. Eravamo manichei, ‘tutto e subito’, ‘la fantasia al potere’…”. E in Milo Manara  ci sono ancora tracce di turbamenti spirituali, il Sessantotto, la contestazione, una certa idea del mondo e dei rapporti sociali… “ho paura di un mondo dove tutto è finanza”, dice. Ma lei è ancora di sinistra? “Penso di sì. Se essere di sinistra significa ritenere che la distribuzione della ricchezza dovrebbe essere un po’ più equa, allora sono di sinistra”.

Intanto dal piano inferiore di questo suo appartamento veronese (“passo qui solo l’inverno, poi vivo in campagna, in Valpolicella”) cominciano ad arrivare sfrigolii e odori di cibo, la signora Luisa è in cucina, e forse si è fatta l’ora di liberare suo marito. Ma l’occhio mi cade ancora su uno dei suoi disegni: il seno tornito, le poderose cosce divaricate, le mutandine appena violate, gli occhi grandi e tagliati. Alcune donne di Milo Manara assomigliano ad Angelina Jolie, “perché lei è una caricatura della bellezza”, dice lui, “è tutta occhi e tutta bocca”. E qual è l’attrice più bella? “Michelle Pfeiffer, così delicata da essere quasi impossibile da ritrarre. E’ androgina, come le mie donne. Atletica, pronta sul piano fisico, per niente mamma, indipendente”. Ci salutiamo. Ed è sulla soglia di casa che il grande fumettista si raccomanda. “Non mi faccia apparire saccente, la prego”. Ma lei non è saccente. “Lo so”. E lo dice con uno scatto d’infantile allegria, di nuovo con quel suo sorriso discolo, che subito scompare.

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Dalla provincia al punk. Anubi, l’intervista bidimensionale https://minimaetmoralia.it/interviste/dalla-provincia-al-punk-anubi-lintervista-bidimensionale/ https://minimaetmoralia.it/interviste/dalla-provincia-al-punk-anubi-lintervista-bidimensionale/#comments Thu, 04 Feb 2016 06:30:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29837 Pubblicato sul finire del 2015, Anubi (Grrrz Comic Art Book, disponibile da lunedì in una nuova edizione con 14 tavole in più) è finito in cima a quasi tutte le classifiche di fine anno, in molte delle quali si è aggiudicato addirittura il primo posto. Con merito, sì. Tanto che possiamo già considerare questo libro — sceneggiato da Marco Taddei e disegnato da Simone Angelini — un classico dell'arte sequenziale italiana. Un romanzo a fumetti che è come una canzone punk da un minuto e mezzo: veloce, sporca, assordante, asciutta, sincera e ruvida che sputa in faccia alla gente tutto il marcio e il disagio della vita con una melodia che non si toglie più dalle orecchie.

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Pubblicato sul finire del 2015, Anubi (Grrrz Comic Art Book, disponibile da lunedì in una nuova edizione con 14 tavole in più) è finito in cima a quasi tutte le classifiche di fine anno, in molte delle quali si è aggiudicato addirittura il primo posto. Con merito, sì. Tanto che possiamo già considerare questo libro — sceneggiato da Marco Taddei e disegnato da Simone Angelini — un classico dell’arte sequenziale italiana. Un romanzo a fumetti che è come una canzone punk da un minuto e mezzo: veloce, sporca, assordante, asciutta, sincera e ruvida che sputa in faccia alla gente tutto il marcio e il disagio della vita con una melodia che non si toglie più dalle orecchie.

Anubi racconta tutto un mondo che è sempre lì, quello che forse più di tutti rispecchia un Paese alla deriva, fin troppo tralasciato dai grandi mezzi di comunicazione oggi. Non descrive gli stenti “ipocriti e plasticosi” di una generazione in crisi, con il mac, la partita iva, la smart, la precarietà professionale delle agenzie pubblicitarie… no. Il contesto nel quale si muove è fatto di tossicodipendenza, disoccupazione, disperazione, condendo il tutto con massicce dosi di dissacrante ironia.

In 300 tavole, caratterizzate da un fortissimo e allo stesso tempo piatto bianco e nero, vengono narrate le vicende del nullafacente perdigiorno tossico Anubi, la divinità egizia trasferitasi in Italia presso un paesino generico sull’Adriatico (un ibrido tra Pescara e Vasto, le città dei due autori). Il protagonista è dunque una testa di cane, ops sciacallo, nera, su una t-shirt bianca e quattro arti stilizzati. Punto. Ma è quello che rappresenta a essere complesso e in qualche modo emblematico della nostra contemporaneità. Anubi esplica la dicotomia uomo-divinità — gli autori si divertono a ribaltarne i significati svuotandoli entrambi — raccontando una storia comune di provincia: il bar, i personaggi borderline, le perversioni, la droga, la solitudine, il campari, il mare, la voglia di essere altrove ma soprattutto le contraddizioni e le difficoltà della vita nel suo dipanarsi quotidiano.

Pensate a una versione a fumetti di Amore tossico di Caligari con il trasporto narrativo di Pier Vittorio Tondelli (Altri libertini). Come è impossibile non cogliere echi dell’immenso e indimenticato Andrea Pazienza, del suo Zanardi ma soprattutto del suo tragico Pompeo. Ma mentre le tavole del fumettista di San Severo erano piene di splendida poesia, caratterizzate da disegni pittorici e profondi, i due autori abruzzesi agiscono per sottrazione: Taddei è asciutto fino all’osso, Angelini incisivamente bidimensionale. Ed è proprio in questo loro dono della sintesi che risiede l’originalità di Anubi, non tralasciando però anche la loro capacità di aver saputo creare intorno al protagonista tutta un’architettura di personaggi caratterizzati alla perfezione e in grado di aprire le porte a eventuali storie da sviluppare.

Anubi sembra essere proprio quel cane che impregnava di cattivo odore il panno dei sedili della macchina di Pompeo (il riferimento è alla tavola nove de Gli ultimi giorni di Pompeo di Andrea Pazienza, qui sotto) e che una volta trovatosi solo abbia scelto quel paesino sull’Adriatico per continuare a (soprav)vivere imparando a camminare eretto con la sua t-shirt bianca, bazzicare il bar, bere campari, mettersi nei guai e guardando tutto e tutti con quel suo sguardo a forma di stella indolente e disilluso credendosi un dio egizio. E proprio come il suo padrone anche questo Anubi finirà per fare i conti con la vita.

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Ditemi la verità: in fase di lavorazione vi siete resi conto che stavate portando a compimento un’opera così importante?

M: Non direi. Facevamo solo quello che ci sentivamo di fare. Anubi è un fumetto a cui abbiamo lavorato molto e le prospettive di realizzazione si sono dilatate parecchio nel tempo, avviati sulla nostra strada però l’abbiamo seguita caparbiamente. Direi che la storia che abbiamo scritto si dimenava un po’ come un gatto dentro un sacco in fondo ad un fiume. E noi abbiamo pescato il sacco e fatto uscire il gatto.

S: Esatto, in fase di lavorazione eravamo contenti di poter raccontare una storia originale a modo nostro, in totale libertà sia nei contenuti sia nella forma. Ora vedere che Anubi viene percepito come un nuovo “personaggio” del fumetto italiano non può che farci piacere… Missione compiuta!

In Anubi riemerge tutto un certo immaginario degli anni ’80 ma avete avuto il merito di rivoluzionarlo svuotandolo di ogni deriva retorica, poetica e intellettuale e rendendolo dissacrante, cinico, veloce e piatto. È come se Anubi fosse già un classico del fumetto italiano, perché riesce a raccontare il mondo come da tanto non capitava di leggere in maniera così diretta e onesta. Quanto avete lavorato su questi aspetti?

M:  Abbiamo adeguato la storia allo spirito aspro che volevamo venisse fuori. Un formidabile balocco per spingere al suicidio tutti i nostri migliori amici. L’ispirazione fondamentale di questo fumetto sono le cose che banalmente si trascinano davanti ai nostri occhi con cadenza quotidiana. Forse è per questo motivo che Anubi è privo di fronzoli retorici e intellettuali, caratteristiche che magari lo hanno aiutato ad adattarsi ai trascorsi di così tanti lettori.

L’asciuttezza di Anubi non è però un prodotto farmaceutico preparato a tavolino, è per così dire il prodotto di una forgiatura, proviene da un bagno di magma ad una temperatura superpotente. Roba da sciogliere le ossa dentro la carne. Forse è il tono dimesso e routinario con cui trattiamo il “dolore” è il minimo comun denominatore che ci avvicina ai lavori di Pazienza, Tondelli & co.

S: Ci siamo divertiti, abbiamo giocato ma anche ragionato. Un punto fermo è stato quello di svestire sia a livello testuale che grafico il racconto in modo da arrivarne all’osso, un bianco e terribile osso da buttare in pasto ai lettori.

Perché, nel 2015, avete scelto di raccontare una storia provinciale di disagio, di dipendenza e disperazione? Il rischio che correvate era di restare intrappolati in una morsa derivativa.

M: Come accennato, abbiamo fatto Anubi seguendo un fragore interiore, in un certo senso senza padrini o ispirazioni di sorta, nei limiti del possibile ovviamente. Pazienza non c’è passato nemmeno per l’anticamera del cervello ma questo non vuol dire che non abbiamo attinto alle sue storie. È più probabile che abbia agito inconsciamente. Essendo saturi dei suoi lavori e della sua epica salmastra ed esiziale, qualcosa del modo di fare fumetti pazienziano è trapelato ed è giunto fin dentro il ventre caldo del nostro piccolo volume.

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S: Viviamo in provincia, il disagio, la dipendenza e la disperazione sono all’ordine del giorno anche nel 2015. Abbiamo cercato in tutti i modi di raccontare questi aspetti senza cadere nel derivativo. Graficamente ogni volta che ho intravisto che inconsciamente disegnavo un qualcosa di minimamente riconducibile ad un vissuto non diretto ma “idealizzato” attraverso film, racconti o altre cose non mie, ho cercato di tornarci su e rielaborarlo in maniera personale. A Berlino (riferimento a una scena del libro, Ndr) ci son stato una volta, e me la ricordo fatta così.

Torniamo su Pazienza: quanto ha influito su di voi? È evidente che Anubi si avvicina al suo universo.

M: Siamo dannatamente lusingati da questo paragone. Ricordo che durante i primissimi anni dell’Università presi la tessera della biblioteca e mi portai a casa i volumoni monografici Zanardi-Pentothal-Pompeo. Me li tenni circa 6 mesi sperando che quelli della biblioteca si dimenticassero di me. Mi sorprendeva aver trovato una voce che dicesse così chiaramente quello che passava per la testa a me, ai miei amici, ai miei coinquilini, a tutte le persone che conoscevo. Detto questo però potrei citare almeno altri cento autori che in quel periodo mi avevano fatto lo stesso effetto. Insomma ero la tipica spugna e tutto diventava un ingrediente dentro il tremendo zuppone vorticoso che ero io e che sono diventato adesso.

S: Per Pazienza nutro un sentimento di odio e ammirazione. Personalmente ho sempre ammirato il suo modo di fare fumetto, è un innovatore. Ho letto i suoi lavori più conosciuti, Zanardi, Pompeo, Pertini, Pentothal, etc. ma non posso dirti che è un mio riferimento quanto lo sono Tamburini e Scòzzari, che trovo più affini. I sentimenti negativi verso Pazienza non sono legati né alla sua opera, né alla sua persona. Sono piuttosto il frutto di uno snervante e ripetitivo modo provinciale di infilare Paz in qualsiasi discorso sul fumetto nella città di Pescara. Nella mia città tutti lo conoscevano, tutti hanno l’episodio da raccontare di Andrea al liceo artistico o nella galleria Convergenze, oppure hanno il bozzetto originale in cantina. L’80% di questi racconti sono inventati di sana pianta solo per darsi un tono. Purtroppo non c’è lo stesso interesse verso autori di fumetto contemporanei, soprattutto abruzzesi, per dire due nomi Liberatore e Ratigher. Su questo ho sbattuto diverse volte il muso prendendomi la briga di organizzare iniziative come ad esempio il PICS, il Pescara Intergalactic Comics Show. Finora ho trovato l’appoggio solo di poche persone “illuminate” in questo anubesco anfratto costiero.

Dal punto di vista narrativo, quanto avete investito sulle storie: di Anubi in primis, ma anche di quelle dei personaggi che gli ruotano intorno? Avete creato tutto un mondo brulicante di personaggi riuscitissimi in un paesino sull’adriatico come fosse una metafora dell’universo (dato che ci rientrano pure le divinità).

M: È  stata la parte più stimolante della sequenza creativa. Anubi è un fumetto che si chiama con il nome del suo protagonista, tipo Topolino per intenderci. Volevamo che questo personaggio prendesse il suo spazio e, cavolo, se l’è preso! Basta notare che in copertina appare proprio lui, sotto il suo nome, inequivocabile, nero su bianco, come una notizia di cronaca. Per lui ho creato una storia bizzarra di esilio e di etilismo di quartiere, e dopo il suo personaggio è venuto fuori facilmente tutto il corteo di carogne che lo avrebbe circondato. Horus, Enrico, le Suore e tutti gli altri caratteri sono saltati fuori con naturalezza, come sfogliando un catalogo (non a caso usiamo questo espediente per presentarli all’interno del fumetto). L’habitat medio adriatico l’ho recuperato con facilità, mi è bastato affacciarmi alla finestra. Su queste immagini ho dovuto solo innestare tutto il vortice di idee feroci e bislacche che mi venivano a bussare alla porta con cadenza misteriosa.

S: Li ho contati ora. Sono 75 personaggi, escluse le creaturine. Abbiamo cercato di “plasmare” ognuno di loro sia attraverso i dialoghi che per mezzo di posture, abbigliamento o delle fisime particolari. In questo modo ci siamo lasciati la porta aperta per 75 potenziali spin-off del racconto…

Veniamo ai disegni: il tratto di Angelini è pura sintesi stilistica, la più adatta a raccontare questo tipo di storia. Quanto ci hai lavorato e quali sono stati i fumettisti che più ti hanno influenzato?

S: Ti ringrazio. Mi piace pensare ogni progetto, sia personale che in collaborazione con Marco, come a una occasione dove sperimentare in maniera differente creandomi dei piccoli rompicapo. Inizio mettendo dei paletti. In Anubi ad esempio ho deciso che oltre il bianco e nero ci sarebbe stato solo un grigio, sempre lo stesso. Questa limitazione mi ha permesso di spingere oltre la ricerca grafica, cercando soluzioni di sintesi legate soprattutto al gioco tra pieni, vuoti, luci e ombre.

Stesso discorso per il tratto. È nato scegliendo di usare sempre e solo lo stesso pennello a china evitando righe o squadrette. È un tratto che è venuto da se in fase di inchiostrazione, rivedendo ora il lavoro finito mi rendo conto che pochissimo è stato premeditato nello spessore delle linee, nelle modulazioni, nella pressione applicata al pennello. Csikszentmihalyi la definirebbe “trance agonistica”.

Da li poi mi son divertito a creare qualche piccola anomalia grafica, qualcuna perché l’ho ritenuta necessaria ai fini della fruizione del racconto, altre per puro divertimento.

Traggo ispirazione da tantissime cose che spaziano dalla grafica alla fotografia, dal cinema alla storia dell’arte, dal design all’architettura, ma se vogliamo limitarci al fumetto seguo principalmente l’underground americano,  giapponese, sudamericano e ovviamente italiano. Ultimamente ho avuto contatti anche con il fumetto umoristico indiano, fenomenale. Per tenermi aggiornato, tempo permettendo, cerco di tenermi aggiornato sul mainstream americano e nipponico.

anubi5Quanto c’è di punk in Anubi e in voi?

M: Io sono troppo giovane per essere stato un punk genuino ma il punk mi sta a cuore, è vero. Proprio stasera vedevo un documentario in cui Massimo Zamboni parla come un vecchio matusa dei suoi trascorsi, usando un termine buffo per definirli. Usava al posto di punk, “punkettone” e così li teneva a distanza quei trascorsi, il punk lo metteva al guinzaglio, e se lo piazzava sotto i piedi, trionfante come San Michele che schiaccia la capoccia del drago. Anubi è un dio, ed un dio, per quanto venerato e adulato dalla ciurma dei suoi fedeli, è una macchina insensibile che tratta gli esseri umani come pezzi di DAS. Quando dio deve rovesciare la sua ira su tutto il creato o il peso del suo destino su di una singola creatura, è diretto, ruvido e veloce. In questo senso dio è punk. Quindi forzatamente dio vuole bene alla genuinità di un punk, perché sennò ne sarebbe invidioso. E Dio che invidia un punk è una cosa che non sta né in cielo né in terra anche se riavvicinerebbe alla fede tantissime persone che conosco. Ho risposto alla domanda?

S: Come accennavo in precedenza, in Anubi c’è anche una parte punk legata al tratto, al voler raccontare graficamente una storia nella maniera più diretta, viscerale e rozza possibile, per arrivare un po’ a tutti, come una canzone ruvida ma orecchiabile. Con Anubi abbiamo gettato una voce nel mare del fumetto per tentare di dimostrare che i fumetti si possono fare anche in Italia in questo modo e soprattutto si possono raccontare delle storie senza nascondersi dietro il paravento del “bel” fumetto.

Non mi sono mai agghindato con giubbotto di pelle, anfibi e cresta. Ne son stato mai un grande ascoltare di musica punk. Ma son sempre stato affascinato dall’attitudine creativa che ruota intorno a quel mondo, al voler dire le cose senza mezzi termini, al contare sulle proprie forze, allo spogliare le cose di tutti gli orpelli. Scusa, mi sono esaltato, vado ad urlare in giardino.

Arriviamo alla parte che amo di più di Anubi: Enrico e Le scimmie. Penso sia uno dei picchi narrativi più alti del racconto, nel quale proprio il fumetto come mezzo di comunicazione è sfruttato al massimo delle sue infinite capacità espressive: semplicemente raffigurando la dipendenza come una donna-scimmia. È la sola parte di Anubi dove il lato dissacrante e cinico si annienta e lascia invece spazio totale al dolore e alla disperazione più cupi.

M: L’intuizione ci è venuta per sottrazione, come molte cose all’interno del mondo di Anubi. Quando si parla di droga mi appare in testa tutta una retorica legata alle siringhe, alle vene butterate, ai cucchiaini sfrigolanti. Anubi doveva misurarsi con questa retorica che era però troppo abusata. Mi infastidiva inoltre trattare così sterilmente una questione spinosa e tutt’ora aperta. Mi è venuto in aiuto il caro vecchio Burroughs che di droga ne ha sempre saputa una più del diavolo. Mi è bastato dare uno sguardo al titolo di un suo romanzo, La Scimmia sulla Schiena, e tutto è diventato chiaro. Forse il vero cinismo viene fuori quando definiamo la dipendenza da droga come  rapporto amoroso, intransigente, fatto di vendette, soprusi e sfruttamenti reciproci. Sadico e masochista, ma sicuro. Un vero e proprio bene rifugio.

S: Si, la parte con le scimmie è stata senza dubbio un bel banco di prova, volevamo fortemente non cadere nei luoghi comuni da “Noi, ragazzi dello zoo di Berlino” o rappresentare le sostanze e il modo di farsi in maniera didattica.

E crescere in provincia quanto vi ha segnato?

M: Sembra strano, ma chi cresce in provincia di solito non se ne accorge. Quando quel qualcuno mette il naso fuori dalla provincia si accorge che c’è un mondo fuori, più o meno, a sua disposizione. È allora che la provincia diventa improvvisamente stretta. Una volta cresciuto, quando entri in una fase di stallo reciproco, quello è il punto più difficile da superare in provincia. Devi arrivare ai fatti, ispezionarli e l’ispezione è la parte più splatter perché equivale a rigirarsi un mestolo nelle budella. La provincia può fare bene, può fare male, bisogna scenderci a patti. A sessant’anni sono quasi sicuro che non troverò posto più bello che il paese in cui sono cresciuto per arenarmi e asciugarmi al sole come un ossobuco. Anubi però ha origine dal sudore freddo, dalle notti insonni, dal sospetto che i cambiamenti nella mia vita si fanno sempre più rari e difficili nel paese in cui mi trovo adesso.

S: Dio benedica la Provincia! Senza l’isolamento, le incomprensioni, il sentirsi sbagliati, la morale, e tutti gli ingredienti che la compongono, non avremmo avuto il 90% dei capolavori che ci sono in giro. Solo chi vive in Provincia, avendo la privazione da molte cose, può capire, assimilare, rielaborare e trasformare il tutto nella benzina per fare la differenza.

Come mai avete deciso di creare questa dicotomia uomo-divinità? Insomma, c’è dietro una riflessione sulla religione oppure è solo un escamotage narrativo per dare più rilevanza alla resa alla vita di Anubi?

M: In massimo grado la seconda che hai detto. Una riflessione c’è, ma chiamarla religiosa è limitante, Io direi più una riflessione primitiva, primordiale. Dove finisce l’uomo comincia dio e dove dio inizia finisce l’uomo. Sono due costoni, due fronti continentali in pressione brutale, dalle scintille che sprizzano da questa frizione nascono un sacco di cose interessanti: filosofia, poesia, matematica, arte, ideologia, politica, occulto, scienze esatte e scienze inesatte. Di tutto insomma. Come non attingere a questo scintillame per riempire i calici e brindare alla salute di un dannato cagnaccio con i denti a stella?

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Nelle stanze del Weekend Postmoderno https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nelle-stanze-del-weekend-postmoderno/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nelle-stanze-del-weekend-postmoderno/#respond Tue, 25 Aug 2015 14:09:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28253 Questo pezzo, in parte rivisto, è uscito sul Mucchio.

Nel 1990 Pier Vittorio Tondelli pubblica dunque Un weekend postmoderno, in cui tutta la materia da lui osservata (e vissuta in prima persona, come scrittore e come uomo) converge: motivi letterari, incontri, passioni musicali. Gli anni Ottanta si erano chiusi da pochi mesi, ma trovarono subito la loro più autentica narrazione: un racconto quasi-live.

Occhi che osservano Dyane o Vespe che sfrecciano nelle città emiliane cariche di ragazze e ragazzi, occhi che contemplano il colore dei tetti di Modena dal finestrino di un aereo. In viaggio per l’Europa, da Amsterdam a Vienna a Barcellona e Berlino. La ricognizione della fauna artistica in Italia. Il microcosmo strapaesano, cartoline da Correggio e Carpi. La letteratura americana, quella di Jack Kerouac e William Burroughs e John Fante, e così via.

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tondelli

Questo pezzo, in parte rivisto, è uscito sul Mucchio.

Nel 1990 Pier Vittorio Tondelli pubblica dunque Un weekend postmoderno, in cui tutta la materia da lui osservata (e vissuta in prima persona, come scrittore e come uomo) converge: motivi letterari, incontri, passioni musicali. Gli anni Ottanta si erano chiusi da pochi mesi, ma trovarono subito la loro più autentica narrazione: un racconto quasi-live.

Occhi che osservano Dyane o Vespe che sfrecciano nelle città emiliane cariche di ragazze e ragazzi, occhi che contemplano il colore dei tetti di Modena dal finestrino di un aereo. In viaggio per l’Europa, da Amsterdam a Vienna a Barcellona e Berlino. La ricognizione della fauna artistica in Italia. Il microcosmo strapaesano, cartoline da Correggio e Carpi. La letteratura americana, quella di Jack Kerouac e William Burroughs e John Fante, e così via.

Il lavoro culturale, ora come critico e ora come insegnante di scrittura (si veda il rapporto “epistolare” con i ragazzi coinvolti nel progetto Under 25, “Non abbiate paura di buttar via. Riscrivete ogni pagina, finché siete soddisfatti… Vi accorgerete che ogni parola può essere sostituita da un’altra. Allora, scegliendo, lavorando, riscrivendo, tagliando sarete già in pieno romanzo”). Gli Smiths e Zucchero e Vasco Rossi. Ecco Un weekend postmoderno, lo zibaldone ideale degli anni Ottanta, una porta aperta da Pier Vittorio Tondelli sulle possibilità di una nuova forma di lettura della realtà contemporanea – strada in realtà sorprendentemente poco battuta negli anni seguenti.

Dieci anni di pezzi giornalistici, reportage, racconti, interviste e recensioni per comporre il ritratto composito (e inevitabilmente incompiuto, o meglio: aperto) dell’Italia del tempo, inseguendo itinerari geografici e letterari, mode e fenomeni di costume – i videogame, l’estate a Ibiza, la videoarte. “La complessità del libro sta nella sua architettura: la struttura a scenari, che si aprono su specifiche realtà e che incontrano, di volta in volta, cori diversi di protagonisti che esibiscono se stessi, il loro apparire, il guizzo del loro apporto creativo, permettendo di attraversare il complesso panorama del decennio e di decifrarne situazioni, occasioni, fenomeni”, scrive Fulvio Panzeri nella sua nota alla fine del volume.

Ecco, se l’architettura complessiva del Weekend postmoderno regge ancora – così come valide restano diverse intuizioni che lo compongono – è proprio per via del pensiero strutturalmente moderno del suo autore: un pensiero che ha vissuto in pieno la propria contemporaneità.

Immaginiamo adesso il Weekend come la pianta di un palazzo; esploriamo alcune delle stanze invecchiate nel tempo. Riscopriremo fotografie ingiallite, icone ancora in servizio, eroi sbiaditi, frammenti culturali in dissoluzione.

Provincia italiana

C’era una volta “il viaggio nella provincia italiana”. A suo modo si tratta di un genere. Capita ancora adesso che qualche direttore di giornale, magari di un grande giornale, chessò con il profilarsi dell’estate o di una stagione politicamente vuota, chiami una “grande firma” e gli dica di farsi un giro lì fuori, fuori da Roma e da Milano, per vedere che succede. L’inviato parlerà con il sindaco, il vescovo e qualche notabile del luogo; ben che vada, si fermerà nel caffè centrale, dopodiché scriverà il suo bel pezzullo, pronto per essere successivamente raccolto in un bel volume unico.

Tondelli, che in provincia ci era nato, non si stancò mai di cercare una scintilla che potesse legare metropoli e periferia; di volta in volta la ritrova a Firenze (con le sfilate che “rendono l’atmosfera della città assolutamente metropolitana ed entusiasmante”), Modena (“i giovani di Modena, i ragazzi d’Emilia, in questo senso hanno mantenuto una loro identità, un codice di comportamento che, pur, sviluppandosi da radici contadine, conserva le immagini della cultura dei padri innestandole nel panorama della contemporaneità”), fino a Lecce (“ogni notte, tutta la notte, ci si sposta in macchina, seguendo le strade o le superstrade che solcano la penisola salentina”).

È nelle pagine che dedica alla fauna di provincia che Tondelli dispiega appieno il suo talento di osservatore fondato sull’empatia e su un orecchio fuori dal comune (elemento che esplode nella lingua utilizzata nei romanzi e nei racconti). Una provincia non isolata, ma fitta di orizzonti, come in uno dei passi più belli di Altri libertini, quando immagina di percorrere in un solo giorno l’autobahn da Carpi fino all’Olanda, ad Amsterdam, al mare del Nord.

Rimini

Tondelli dedicò a quella che negli anni Sessanta/Ottanta era una delle capitali indiscusse del divertimento europeo un romanzo, Rimini. (Qualche giorno fa un pezzo di Mario Andreose sul domenicale del Sole 24 ore ha rievocato l’esplosiva presentazione del libro). Una sezione del Weekend Postmoderno s’intitola significativamente Rimini come Hollywood… ma la città torna continuamente nel libro e nel mondo di Tondelli, con il movimento di un’onda.

Il fascino che la riviera romagnola esercitava su di lui (“La fauna che si osserva lungo viale Ceccarini, per esempio, o lungo qualsiasi lungomare nelle cittadine dai nomi così splendidamente turistici come Bellaria, Bellariva, Miramare, Rivazzurra, Marebello”) aveva il valore di una visione poetica che partiva dall’entroterra emiliano per finire nel “punto terminale ed estremo di quella stessa grande strada, di quella stessa abbagliante cittadina della notte: Rimini”.

Luci che se non si sono spente del tutto di sicuro non abbagliano da tempo: le cronache dalla riviera scrivono di locali che chiudono e qualche volta riaprono, discoteche lontane dai fasti d’un tempo (“Ci sono disco per ragazzi e per schettinatori, per dark e per paninari, per gay e per tardone, per ricchi e poveracci” scriveva Tondelli, osservando il carnevale perpetuo di quei mesi estivi negli anni Ottanta, i punkettari e i machi a caccia, slumanti e occhieggianti sulle spiagge e sulla pista da ballo; ma anche le “tardone, le belle quarantenni d’assalto”, una formula evidentemente più tenera dell’attuale milf); ai turisti tedeschi si sono spesso sostituiti russi, ucraini.

In un pezzo tra i più belli del Weekend, Fuori stagione, descriveva il momento in cui “la scia di luci e di bagliori accesa ininterrottamente per i tre mesi della stagione si smorza”; luci che nella città di Federico Fellini fanno fatica a riaccendersi come un tempo. Quelle delle videocamere si sono ripresentate in massa al principio d’agosto, per riprendere la morte di un ragazzo e riempire il chiacchiericcio estivo sull’opportunità o meno di chiudere o meno una discoteca.

Narrativa americana

Jay McInerney – con cui fondò la rivista Panta, assieme a Elisabetta Sgarbi, Alain Elkann e Elisabetta Rasy – e Bret Easton Ellis, che con i loro Le mille luci di New York e Meno di zero risultarono in definitiva i portabandiera esagerati e quasi-rocker della narrativa Usa anni ‘80 (anche se, scriveva Pvt, occorre riflettere “sull’aleatorità di certe definizioni”). Ma anche David Leavitt e Raymond Carver, “il capostipite di tutta questa generazione”. Ancora, i “maestri” Jack Kerouac, William Burroughs, John Fante.

Nella sezione del Weekend dedicata alle lettere d’America, Tondelli traccia il suo pantheon ideale e una cosa più di tutte, nelle pagine di Maggie Cassidy (Kerouac) o Un uomo solo (Christopher Isherwood) sembrava attirarlo: il loro spirito profondamente libertario, un’idea di letteratura che fosse più lontana possibile dal concetto di accademia… e che trasudava anche nelle biografie degli autori. Qualcosa che Tondelli ravvisava, paradossalmente, più nei cantautori emiliani (Vasco Rossi, Claudio Lolli, Lucio Dalla) che tra i suoi colleghi. Ai ragazzi consiglia di leggere gli autori della generazione perduta prima di Proust e Dostoevskij; e quando scrive di Easton Ellis, riusciamo a intravedere il suo ghigno liberatorio dietro frasi come questa: “Ci voleva questo scazzato e per niente arrabbiato Bret Easton Ellis per spedire, finalmente, la nostra accademia letteraria a lezione da Rockstar & C., e dar così dimestichezza con signori che qui si chiamano Human League, Devo, Beach Boys, Elvis Costello…”

Anni dopo, nel 2010, l’autore di American Psycho (pubblicato proprio nell’anno della morte di Pvt) è ritornato sui luoghi di Meno di zero con Imperial bedrooms; anche McInerney ha ripreso a distanza di tempo i protagonisti dei suoi primi libri. Almeno per loro non è stato semplice uscire dagli anni Ottanta, mentre non sembra un azzardo eccessivo immaginare che tanto sarebbero piaciuti, a Tondelli, gli scrittori che hanno mostrato una nuova freschezza negli anni Novanta/Zero, da Safran Foer a Gary Shteyngart a George Saunders al primo Dave Eggers – quest’ultimo anche per il suo modo d’intendere il ruolo di intellettuale in maniera originale, omnicomprensivo, dentro scuole e riviste.

 

La naja

Dopo quello che come da tradizione italiana non può che definirsi un “intenso e lungo dibattito”, nel nostro paese il servizio militare obbligatorio è stato sostanzialmente abolito nel 2005, mentre già da tempo erano intervenuti meccanismi che rinviassero il più lontano possibile la temuta chiamata alle armi. E così per i ragazzi nati nei primi anni Ottanta, proprio mentre Pvt scriveva Pao Pao, il suo romanzo breve centrato sulle storie di naja, la leva è rimasto un racconto da padri e fratelli maggiori.

Le camerate, gli aneddoti a volte conditi con gli scherzacci e il nonnismo; i racconti di ore perdute in qualche caserma sperduta lontana da casa, a smarrire tempo prezioso per il lavoro. “Eppure, dentro i muri scalcinati della patria, anche oggi, come un tempo, viene a consumarsi quel particolarissimo rito di passaggio che è l’attraversamento della prima giovinezza e l’approdo a un’età, se non definitivamente adulta, quanto meno diversa e nuova: l’età del lavoro, della famiglia, degli obblighi sociali”, scriveva Tondelli nel Weekend.

Osservava i suoi compagni militari e i ragazzi in divisa che sciamavano nelle città nell’ora del passeggio, registrando un fenomeno sociale che diventava sempre più anacronistico e stridente con la società dello spettacolo pronta ad esplodere negli anni Ottanta. Una sorta di linea d’ombra, tuttavia: un percorso in cui qualcuno “prenderà i primi stupefacenti, qualcun altro le prime sbronze, chi avrà il primo rapporto con una donna e chi il primo con un compagno di branda”.

Di tanto in tanto partono petizioni per ripristinarla, la leva obbligatoria.

Fumetto*

“Nuovo fumetto italiano”, così Pvt definiva nel 1985 la schiera di disegnatori che in quegli anni si affacciò “alla ribalta della società dell’immagine”. Una generazione di fumettisti cresciuta nei ‘70 davanti alla televisione con il rock nelle orecchie “maneggiando i paperback e altri gradevoli frutti dell’industria culturale […] che nell’impossibilità di offrire a se stessa una ben precisa identità culturale […] ha preferito mischiare i generi, le fonti culturali, i padri putativi”, dando vita dunque a un universo creativo grondante di postmodernità.

Tra gli artisti citati, ecco Tanino Liberatore, Stefano Tamburini, Giorgio Carpinteri, Marcello Jori, Daniele Brolli, Nicola Corona, Massimo Iosa Ghini, Igort, il gruppo Valvoline, i Giovanotti Mondani Meccanici e soprattutto Andrea Pazienza. Proprio a quest’ultimo, alla sua morte, dedica uno dei brani più toccanti del Weekend, “una specie di ballata per un amico che non è più”. Ecco, forse in quegli anni era fin troppo facile individuare e non farsi sfuggire certi movimenti: oggi già la parola stessa “movimento” ma anche solo “generazione” hanno perso di senso.

Immaginate se qualcuno tirasse fuori oggi una definizione come “nuovissimo fumetto italiano”. Tutto è più complesso, gli stili cambiano e si riciclano in continuazione, il Web ha annullato i confini geografici, c’è tutto ma quasi niente in cui identificarsi. Nel recentissimo passato, uno degli esempi che forse può ricordare in qualche modo quell’epoca è il gruppo dei Superamici (Ratigher, Tuono Pettinato, Dr Pira, Micol e Mirko e LRNZ – diventati poi Fratelli del cielo), il resto è formato da bravi artisti singoli (Bianca Bagnarelli, MP5, Virginia Mori…) e un sacco di altre frammentate etichette autoprodotte che creano un grande fermento artistico, spesso promettente; eppure è molto difficile individuare un filo rosso che li unisce.

Chissà cosa ne penserebbe Tondelli. Di sicuro non si sarebbe scandalizzato del successo “mainstream” ottenuto da Zerocalcare. Anzi, gli avrebbe consigliato di spingersi ancora oltre. Dopotutto proprio quel suo paragrafo sul “nuovo fumetto italiano” si apre così, parlando proprio dei fumettisti citati sopra: “Eccoli dapprima sfilare, nel maggio del 1984, come autentici fotomodelli, sulle pagine della rivista mondan-giovanile ‘Per lui’. Indossano le prestigiose firme del made in Italy, accanto ai già conosciutissimi fratelli maggiori Milo Manara e Sergio Staino. […] Nel gennaio di quest’anno è la rivista ‘Vanity’ che se li accaparra in blocco per illustrare le collezioni di moda”.

Bei tempi.

*la sezione sul fumetto è di Andrea Provinciali.

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Incontro con Arto Lindsay https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-arto-lindsay/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-arto-lindsay/#respond Sat, 21 Jun 2014 13:00:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21659 Pubblichiamo la versione integrale di un'intervista di Valerio Mattioli ad Arto Lindsay apparsa su la Repubblica.

di Valerio Mattioli

Arto Lindsay è tra i monumenti di una New York che non esiste più: a fine anni 70 fu fondatore dei DNA, colonne di quella no wave celebrata da Brian Eno nella raccolta No New York, praticamente uno dei quattro o cinque dischi più influenti di sempre (chiedere a Sonic Youth e relativi figliocci); abitava assieme ai vari Lydia Lunch e Jim Jarmusch nell’allora degradatissimo Lower East Side, era compagno di eccessi di tizi come Amos Poe e Jean-Michel Basquiat, e dalla sua chitarra tirava fuori un suono dissonante e ansiogeno, buono tanto per locali punk tipo il CBGB quanto per le gallerie d’arte: «noi in realtà volevamo suonare rock’n’roll», puntualizza lui; «non pretendevamo di fare musica d’avanguardia. Sì, magari era una musica un po’ più strana della media, ma tuttora mi considero prima di tutto un musicista di social music, come la chiamava Miles Davis».

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Pubblichiamo la versione integrale di un’intervista di Valerio Mattioli ad Arto Lindsay apparsa su la Repubblica. (Fonte immagine)

di Valerio Mattioli

Arto Lindsay è tra i monumenti di una New York che non esiste più: a fine anni 70 fu fondatore dei DNA, colonne di quella no wave celebrata da Brian Eno nella raccolta No New York, praticamente uno dei quattro o cinque dischi più influenti di sempre (chiedere a Sonic Youth e relativi figliocci); abitava assieme ai vari Lydia Lunch e Jim Jarmusch nell’allora degradatissimo Lower East Side, era compagno di eccessi di tizi come Amos Poe e Jean-Michel Basquiat, e dalla sua chitarra tirava fuori un suono dissonante e ansiogeno, buono tanto per locali punk tipo il CBGB quanto per le gallerie d’arte: «noi in realtà volevamo suonare rock’n’roll», puntualizza lui; «non pretendevamo di fare musica d’avanguardia. Sì, magari era una musica un po’ più strana della media, ma tuttora mi considero prima di tutto un musicista di social music, come la chiamava Miles Davis».

Questo sessantunenne occhialuto che ancora sostiene di «non saper suonare la chitarra» (e che proprio per questo è diventato uno dei chitarristi più imitati dall’universo indie rock), lo incontro in un albergo romano a due passi dalla Rai: l’occasione è la presentazione di un doppio CD antologico intitolato Encyclopedia of Arto, equamente diviso tra estratti dal suo catalogo solista e una selezione di brani dal vivo. Siamo a oltre trentacinque anni dalle prime prove dei DNA: la New York no wave è morta e sepolta, a Manhattan ci abitano solo i ricchi e persino «quartieri di Brooklyn come Williamsburg e Greenpoint sono diventati un brand».

Più che un cambio di prospettiva è un rivolgimento pressoché totale, e infatti da circa un decennio Lindsay è tornato a vivere in quella che di fatto è la sua patria elettiva: il Brasile. Che poi è il paese in cui è cresciuto, ben prima di trasferirsi nella New York delle avanguardie downtown, dei Television e di Patti Smith: «erano gli anni 60. Abitavo in una minuscola città nello stato del Pernambuco che sembrava rimasta al medioevo; i miei primi contatti con la musica del mondo “lì fuori” risalgono agli anni del liceo, quando conobbi dei ragazzi figli di diplomatici americani che mi raccontarono dei gruppi californiani e dei festival rock. Però in Brasile c’era già stato il movimento tropicalista che fu un autentico shock: musicisti come Caetano Veloso, Gilberto Gil, Gal Costa, Os Mutantes…».

In pieni anni 80, subito dopo aver sciolto i DNA, Lindsay riprenderà il bagaglio brasiliano dell’adolescenza fino a reinventarsi produttore di quelli che erano stati i suoi idoli di gioventù: a lui si deve il suono contaminato di Estrangeiro, uno degli album più celebrati di Caetano Veloso, nonché la riscoperta di un outsider come Tom Zé. Lindsay ricorda come «negli anni 60, Veloso e i tropicalisti erano vere e proprie popstar. Li vedevi alla televisione, li sentivi alla radio, erano estremamente popolari e anche coraggiosi, perché per l’epoca era una musica nuova, rivoluzionaria. Fu un momento molto bello ma anche molto breve: la dittatura militare si stava inasprendo, il clima si fece pesante, e nel 1969 Veloso e Gil vennero arrestati. Alla fine se ne scapparono a Londra».

I militari erano andati al potere nel 1964; Lindsay ricorda come «lo scorso 31 marzo ricorrevano i 50 anni dal colpo di stato, e in Brasile se ne è parlato molto, perché rimane una questione aperta: come è potuto accadere? Perché non ci fu reazione?»; sono temi «ancora molto sentiti nella società brasiliana», che a decenni di distanza dal golpe «vive di nuovo un periodo delicato». Il riferimento è alle proteste di piazza contro i mondiali di calcio e la presidente Dilma Rousseff: «manifestazioni del genere in Brasile non se ne vedevano da tantissimo tempo. In un certo senso, a pesare è anche la delusione del dopo-Lula. Il suo stesso partito è diventato come qualsiasi altro partito politico brasiliano: un luogo di potere e di corruzione. È stato coinvolto in scandali terribili, e col passare degli anni la situazione è sempre più degenerata. Anche le politiche contro la povertà di Lula, pur mosse dalle migliori intenzioni, alla fine rispondevano alla più classica politica neoliberista. E con Dilma Rousseff siamo ancora nel pieno di questo processo».

Sui mondiali di calcio l’opinione di Arto è, da perfetto brasiliano, duplice: «Sono arrabbiato per il modo in cui sono stati organizzati: FIFA e CBF [la federazione calcistica brasiliana] si sono comportate come vere e proprie organizzazioni criminali. Resto totalmente e convintamente dalla parte di chi protesta, e credo che questo sia il momento giusto per manifestare. E però sono anche un appassionato di calcio, e non smetterò mai di tifare Brasile… Quindi capisci, è come se fossi doppiamente eccitato: per le proteste, ma anche per le partite…».

Tratta Brasile-New York a parte, l’altro paese con cui Arto Lindsay intrattiene da sempre un rapporto preferenziale, è proprio l’Italia. È un legame che risale agli anni della no wave e delle scorribande con DNA e Lounge Lizards (il gruppo fake-jazz fondato da John Lurie) e a raccontarlo oggi getta una luce insolita sull’influenza  che l’avanguardia newyorchese subì da parte  del nostrano binomio arte-politica: «eravamo molto presi dall’Autonomia e dal movimento del ’77. A New York la rivista Semiotext(e) dedicò un numero speciale alla situazione italiana, e a noi – che alla rivista eravamo molto legati – piaceva un sacco  questo legame tra politica, teoria, creatività e vita di tutti i giorni. Tempo dopo, quando suonammo coi Lounge Lizards in Italia, mi trattenni a Bologna per un po’ e produssi anche un disco di una formazione locale, gli Hi-Fi Bros. Era divertente, ci esibivamo nelle situazioni più disparate: teatri d’opera, Feste dell’Unità, squat punk…».

D’altra parte, l’interesse era reciproco: la no wave e i DNA in particolare furono la colonna sonora ufficiosa di esperienze come Frigidaire, la rivista nata nel 1980 che ospitò i fumetti di Stefano Tamburini, Tanino Liberatore, Filippo Scozzari, Massimo Mattioli (nessuna parentela col sottoscritto) e ovviamente Andrea Pazienza. E l’inconfondibile volto di Arto Lindsay, questo bislacco incrocio tra un impiegato di banca e un nerd prosciugato dalle troppe anfetamine, per qualche tempo fu veramente tra le icone sotterranee delle avanguardie post-settantasettine. «Mi ricordo che i ragazzi di Frigidaire vennero anche a trovarci a New York: c’era Tamburini, l’autore di Ranxerox, e Emi Fontana, che poi divenne la compagna dell’artista Mike Kelley. Di Frigidaire conservo ancora diversi numeri. Recentemente ho anche riacquistato i volumi di Ranxerox in portoghese. Roba seria».

Ma l’episodio più curioso (o se vogliamo inquietante) è un altro: «nel 1981 le Brigate Rosse rapirono James Lee Dozier, il generale NATO. Ora, mentre lo tenevano sequestrato, i brigatisti obbligavano Dozier a indossare un paio di cuffie da cui mandavano musica a volume altissimo, presumo per impedirgli di ascoltare nomi e conversazioni che potevano compromettere l’operazione. Vuoi sapere che musica era?». È una domanda che non mi aspetto: che razza di musica possono scegliere dei militanti armati di estrema sinistra per confondere un ostaggio? Canti rivoluzionari? Gli Inti Illimani? Beethoven, come in Arancia Meccanica? La risposta di Lindsay comunque non si fa attendere: «un disco dei DNA».

L’immagine di un gruppo di brigatisti che colleziona dischi di una delle più aspre e cacofoniche formazioni dell’underground post-punk è – concedetemelo – singolare. Resta il dubbio su come faccia Lindsay a sapere certe cose: «Mah, sono voci che girano, magari è solo una leggenda…». Decido di non indagare oltre: in fondo, tante volte la no wave è stata descritta come «terrorismo in musica»… Nel frattempo lo stesso Lindsay ha in qualche modo smussato gli angoli, e specie i suoi lavori solisti sono un raffinatissimo incrocio tra pop sperimentale e recuperi brasiliani. Un riassunto lo trovate sul primo CD di Encyclopedia of Arto. Sul secondo, quello dal vivo, c’è lui da solo con la chitarra; ed è ancora l’Arto tagliente e atonale delle primissime prove, quando per spiegare che musica facevano i DNA rispondeva: «è come un tizio ciccione che cade dalle scale. O al limite un topo intrappolato in un computer».

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Lunga vita alle graphic novel! https://minimaetmoralia.it/fumetto/davide-toffolo-graphic-novel-is-dead/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/davide-toffolo-graphic-novel-is-dead/#respond Wed, 05 Feb 2014 06:00:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18167 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Strano momento per la graphic novel italiana che in questa notte abbastanza buia dell’editoria, brilla di luce propria con gioia di chi il fumetto da sempre lo frequenta e a beneficio di che ne è stato appena iniziato. E se il 2013 si è chiuso con i libri di Zerocalcare in classifica e la notizia della candidatura allo Strega del bellissimo ultimo graphic novel di Gipi unastoria, ad aprire il 2014 è il fumettista e musicista Davide Toffolo con il fulgido e autobiografico Graphic Novel Is Dead (Rizzoli Lizard, pagg. 144, 16 euro).

Davide Toffolo appartiene a una generazione di gente che con il fumetto c’è cresciuta. Nato a Pordenone nel 1965, ha avuto la fortuna di attraversare quelli che per alcuni sono stati gli anni migliori del fumetto italiano (la fine dei settanta, i primi degli ottanta), quell’età dell’oro in cui esistevano riviste bellissime (CannibaleFrigidaire) scritte e disegnate da artisti come Filippo Scòzzari, Stefano Tamburini, Massimo Mattioli, Tanino Liberatore, Vincenzo Sparagna, Andrea Pazienza. Sempre in quegli anni Pazienza insegnava insieme a Magnus e Lorenzo Mattotti in una scuola di fumetto che si chiamava Zio Feninger, fondata a Bologna da Daniele Brolli e Igort. Lì studiava Toffolo, che oggi di mestiere fa il cantante e il fumettista.

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Toffolo_Pasolini

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Strano momento per la graphic novel italiana che in questa notte abbastanza buia dell’editoria, brilla di luce propria con gioia di chi il fumetto da sempre lo frequenta e a beneficio di che ne è stato appena iniziato. E se il 2013 si è chiuso con i libri di Zerocalcare in classifica e la notizia della candidatura allo Strega del bellissimo ultimo graphic novel di Gipi unastoria, ad aprire il 2014 è il fumettista e musicista Davide Toffolo con il fulgido e autobiografico Graphic Novel Is Dead (Rizzoli Lizard, pagg. 144, 16 euro).

Davide Toffolo appartiene a una generazione di gente che con il fumetto c’è cresciuta. Nato a Pordenone nel 1965, ha avuto la fortuna di attraversare quelli che per alcuni sono stati gli anni migliori del fumetto italiano (la fine dei settanta, i primi degli ottanta), quell’età dell’oro in cui esistevano riviste bellissime (CannibaleFrigidaire) scritte e disegnate da artisti come Filippo Scòzzari, Stefano Tamburini, Massimo Mattioli, Tanino Liberatore, Vincenzo Sparagna, Andrea Pazienza. Sempre in quegli anni Pazienza insegnava insieme a Magnus e Lorenzo Mattotti in una scuola di fumetto che si chiamava Zio Feninger, fondata a Bologna da Daniele Brolli e Igort. Lì studiava Toffolo, che oggi di mestiere fa il cantante e il fumettista.

Frontman del celebre gruppo punk art rock Tre Allegri Ragazzi Morti, Toffolo è autore di una decina di libri a fumetti tra cui la biografia di Pier Paolo Pasolini (Pasolini) e la serie Cinque allegri ragazzi morti, diventato ultimamente lo strepitoso Cinque allegri ragazzi morti IL MUSICAL LO-FI (diretto dalla regista Eleonora Pippo, con i bravissimi Mimosa Campironi, Maria Roveran, Libero Stelluti, Matteo Vignati e lo stesso Davide Toffolo) che ha debuttato in gennaio al Teatro Litta di Milano, è stato in scena negli spazi delle Carrozzerie n.o.t. a Roma e presto sarà di nuovo a Milano, Roma e in altre città d’Italia (per gli aggiornamenti su date e città tenete d’occhio il blog).

Nella sua biografia su Wikipedia c’è scritto: “Le due attività, fumettista e musicista, non sono separate”. Ed è esattamente di questa importantissima “non separazione” che racconta con passione, talento e molto struggimento in Graphic Novel Is Dead. La storia che racconta è la sua, cercando di ricucire la metà pubblica di cantante idolo già di più di una generazione e la metà privata di narratore e disegnatore che passa un sacco di tempo in quella solitudine visionaria e scandagliante a cui costringe il mestiere. Una doppia vita a tutti gli effetti, se vogliamo come quella dei supereroi, con tanto di costume da Yeti e maschera a forma di teschio che indossa sul palco, a cercare di prendere distanza dalla merce a cui il successo ti costringe a diventare.

“L’idea di scrivere di me è nata perché sono diventato una specie di personaggio pubblico anomalo”, dice Toffolo. “Vivo una vita pubblica che è mediata da un costume, da una maschera e da un immaginario che è quello degli Allegri ragazzi morti. Avevo voglia di provare a raccontare qualcosa che conoscevo bene usando il fumetto nella sua espressione più primitiva, più vera, mettendo dentro registri anche complessi che vanno dall’ironico al drammatico al comico al declamativo”. Ad alternarsi nella storia sono di fatto fotografie (della brava fotografa argentina Cecilia Ibañez) e disegni (colorati e supervisionati dal fumettista Alessandro Baronciani). Le foto raccontano il pubblico, i disegni il privato. Ancora una volta, non per separare il dentro dal fuori, ma a unirli in una sorta di linea d’ombra poetica e immaginaria che dell’autore/protagonista della storia restituisce un’identità piena e soprattutto autentica. Ovvero, l’identità di chi (in questo caso cantando e disegnando) diventa quello che vuole diventare.

Scrive Toffolo a un certo punto della storia: “Volevo diventare punk. Era il 1980”. Interrogato su questa “punkitude” applicata alla vita, ancora una volta a unire e mai a separare musica e fumetto, risponde che “già solo l’estetica del punk aveva qualcosa di stilizzato e fumettistico” e che “il punk ha sempre usato il fumetto come mezzo di comunicazione”. Dice: “Così ho cominciato, imparando che ci poteva essere una sorta di laboratorio personale, nel mio caso il fumetto e la musica, che dalla provincia ti dava la forza e anche l’ispirazione per raccontare cose originali. Ed essere originali per me vuol dire avere il coraggio di fare i conti con se stessi, in modo anche profondo. Nel 1992 ho provato a presentare la mia prima ipotesi di fumetto autoriale a un grande autore, che è stato anche il mio maestro ed è il mio editore, Igort. Ha visto le mie tavole, che comunque erano belle, e ha detto: secondo me e non sei nella direzione giusta, quando presenti il tuo lavoro devi sempre pensare che hai una sola possibilità di mostrare che cosa sei rispetto all’intera storia del fumetto. Una cosa da far tremare i polsi, che però si è rivelato l’atteggiamento giusto. Quando fai una cosa devi avere la coscienza precisa di quello che stai facendo, di quello che hai intorno e della tua posizione rispetto a quell’intorno”.

Nell’83 Toffolo frequentava la scuola Zio Feninger, imparando per esempio da Magnus che “una storia si può fare quando conosci la fine”. Negli anni ha insegnato anche lui fumetto, ha scritto e disegnato un albo che si chiama Lezioni di fumetto, ne ha scritto e disegnato un altro che viene da sospettare sia per molti adolescenti tutto quello che sanno su Pasolini, e che citando Uccellacci e uccellini dice: “I maestri sono fatti per essere mangiati”. Dell’inevitabile ribaltarsi dei ruoli, del diventare adulti e maestri, dice Toffolo che cerca di tenere sempre lontana l’idea di essere didattico: “Non mi interessa che quello che scrivo abbia il fine di insegnare, anche se è una cosa con cui devo fare i conti”. E così ai giovanissimi che, come lui negli anni novanta, vanno da lui a mostrare le loro tavole dice che “l’importante è leggere fumetti, innamorarsi del linguaggio, capire cosa succede intorno, avere questo tipo di sincerità che ti porta a fare tutto in modo profondo”.

Da fumettista e soprattutto da frontman di una band di successo ha un rapporto privilegiato con questi “cosiddetti giovani, che poi di fatto sono un’entità multiforme, difficile da capire”. Di loro parla benissimo, soprattutto in termini di fiducia e di talento. “Anche in una situazione complessa come quella dell’Italia degli ultimi vent’anni, la capacità che c’è nelle nuove generazioni è sempre sorprendente”. Cita musicisti della scena indipendente come Il Pan del Diavolo e Le luci della centrale elettrica, bravissimi, più giovani di lui, capaci di innamorarsi di quello che fanno, a dirla con Pasolini di “operare con pura passione”, arte e vita che sia, ancora una volta coincidenti e mai scisse.

Della nuovissima scena del fumetto italiano, orfana di riviste dove un tempo si pubblicavano storie bellissime, guarda alle infinite possibilità date alle graphic novel. “Anche solo dieci anni fa c’erano editori pronti per le graphic novel, oggi hai dei referenti editoriali per poterle fare. La graphic novel rimane un modo di fare fumetti non industriale, molto vicino a quello che era il cosiddetto modo di fare fumetti d’autore, più artigianale, affrontabile da una persona sola e non da un gruppo di lavoro complesso richiesto dai fumetti industriali”. Questo il “qui e ora” per chi si opera oggi nel fumetto, nato da quella che Toffolo chiama “una battaglia per un fumetto adulto, un fumetto libero che non sia solo narrazione di genere e possa raccontare qualsiasi tipo di storia. Con gioia”.

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