Stephen Hawking Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/stephen-hawking/ un blog di approfondimento culturale Mon, 21 Dec 2015 13:13:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Stephen Hawking Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/stephen-hawking/ 32 32 L’essere vivente più vicino a Dio. “Laika” di Celestini è uno spettacolo che parla coi fantasmi: i nostri https://minimaetmoralia.it/teatro/lessere-vivente-piu-vicino-a-dio-laika-di-celestini-e-uno-spettacolo-che-parla-coi-fantasmi-i-nostri/ https://minimaetmoralia.it/teatro/lessere-vivente-piu-vicino-a-dio-laika-di-celestini-e-uno-spettacolo-che-parla-coi-fantasmi-i-nostri/#comments Mon, 21 Dec 2015 15:30:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29452 (fonte immagine)

C’è chi lo conosce come volto della tv e chi come uno tra i massimi esponenti della narrazione a teatro, chi ha letto i suoi libri e chi lo ha seguito nel suo cinema poco ortodosso. Ma Ascanio Celestini è molto di più di un artista eclettico. Quando è comparso sulla scena teatrale, oltre quindici anni fa, ha fatto piazza pulita delle vecchie forme di racconto teatrale, tanto è che perfino improprio accostarlo a quel genere lì. Ascanio è un affabulatore, un tessitore di storie che come nessun altro riesce a tenere assieme la critica sociale e il fantastico, l’ambizione di riscatto e l’iperbole comica, animando con la nuda parola un teatro che in realtà è densamente popolato di voci e personaggi.

L'articolo L’essere vivente più vicino a Dio. “Laika” di Celestini è uno spettacolo che parla coi fantasmi: i nostri proviene da Minima et Moralia.

]]>
celestini-1024x708-620x330

(fonte immagine)

C’è chi lo conosce come volto della tv e chi come uno tra i massimi esponenti della narrazione a teatro, chi ha letto i suoi libri e chi lo ha seguito nel suo cinema poco ortodosso. Ma Ascanio Celestini è molto di più di un artista eclettico. Quando è comparso sulla scena teatrale, oltre quindici anni fa, ha fatto piazza pulita delle vecchie forme di racconto teatrale, tanto è che perfino improprio accostarlo a quel genere lì. Ascanio è un affabulatore, un tessitore di storie che come nessun altro riesce a tenere assieme la critica sociale e il fantastico, l’ambizione di riscatto e l’iperbole comica, animando con la nuda parola un teatro che in realtà è densamente popolato di voci e personaggi.

“In fondo quello che faccio è mettere a libro paga i miei fantasmi”, ha detto una volta in conversazione pubblica che abbiamo fatto al Teatro Quarticciolo di Roma, ed è proprio quella la forza del suo teatro: dare voce a quei fantasmi che la voce non ce l’hanno più. O la cui voce non sappiamo più ascoltare.

Come quelle di tanta gente che vive nelle nostre periferie, storie di marginalità a cui non riusciamo più a dare una collocazione. Celestini, che è nato a Morena, alle porte di Roma, quelle storie le conosce bene. Le ritroviamo nel suo ultimo lavoro, «Laika», dove sbuca perfino un Gesù tornato sulla terra per capire cosa è diventata oggi l’umanità. E per farlo si apposta davanti a un parcheggio di un supermercato di periferia, uno di quei posti dove trovi facchini e lavoratori che si ammazzano di lavoro, gente arrivata in Italia dall’Africa centrale e che cerca di costruirsi un futuro migliore.

Ma il Gesù di Ascanio è un Gesù cieco, un Gesù che forse non è nemmeno tanto sicuro di essere davvero il messia e ha bisogno di qualcuno che gli racconti cosa succede. Quel qualcuno è Pietro, l’apostolo più “inconsapevole” – così lo definisce Celestini – quello più semplice, che nello spettacolo ha la voce bambina di Alba Rohrwacher (registrata). E se l’affresco che Pietro disegna è quello di un’umanità tutt’altro che redenta, un’umanità dolente che ancora oggi non trova una forma di riscatto, quale potrà essere la reazione di Gesù? Forse immolarsi ancora una volta, magari per un barbone africano, l’ultimo degli ultimi, a cui non è riuscito nemmeno quel piccolo riscatto di un lavoro prossimo alla schiavitù.

Ma cosa c’entra, in tutta questa storia, la cagnetta Laika che i sovietici spedirono nello spazio nel ’57 e che, in quel freddo mattino di novembre, fu per poche ore “l’essere vivente più vicino a dio”? Cosa c’entra Stephen Hawking che cerca di dimostrare l’inesistenza di Dio (e Dio lo punisce mettendolo sulla sedia a rotelle, scherza cinico Celestini) con un Cristo che torna sulla terra scegliendo come punto di osservazione la periferia di una città? Ascanio ce lo racconta in uno spettacolo in grado di tenere assieme opposti lontanissimi e inconciliabili, così come le contraddizioni irrisolte della nostra contemporaneità.

Ed è un accostamento felice. Perché la galleria dolente e umanissima di «Laika» – dalla donna “con la testa impicciata” alla prostituta, fino al bevitore di sambuca che tanto ci ricorda il suo ultimo film «Viva la sposa» – si materializza sulla scena con una grande forza poetica. La sola presenza di Celestini e del suo racconto, accompagnato dalle fisarmonica di Gianluca Casadei, basta e avanza ad evocare sulla scena tutti questi fantasmi. Che sono il rimosso di una società impaurita, non più in grado di dare a sé stessa una narrazione che la rassicuri sulle incertezze del futuro, e che per questo i miserabili e i reietti preferisce occultarli, non parlarne. Dimenticandoli.

Laika è una delle migliori prove teatrali del Celestini degli ultimi anni: denso, poetico, allucinato, sa essere politico senza cedere alla tentazione del moralismo. E soprattutto non fa sconti: perché se è vero che il finale sembra invocare la fine dell’indifferenza ed evocare un embrione di rivolta (con i “reietti” che si immolano per difendere l’ultimo di loro, uno di quei “negri” che, non essendo affogati in mare nel tentativo di raggiungere l’Europa, vengono a morire sui marciapiedi delle nostre città dopo essere stati sfruttati per pochi euro l’ora) è anche vero che ciò che ci raggiunge di questa immagine è la sua carica poetica. Se redenzione c’è, essa è solo letteraria: è una redenzione che non consola, perché l’assenza di un Dio – leggi, di un senso, di una giustizia, di un’etica – continua ad aleggiare sulla vicenda senza possibilità di autoassoluzione.

La “ricomposizione dell’infranto” (cara a Walter Benjamin nelle sue tesi di filosofia della storia) può essere forse ancora invocata da un rito laico come è il teatro – e Celestini, che snocciola le storie dei suoi personaggi di fronte a un piccolo e molto posticcio sipario rosso, ne cita espressamente la funzione. Ma bisogna guardarsi dal cedere alla tentazione di pensare che quel rito basti a collocarci d’ufficio, solo perché vi abbiamo preso parte, dalla “parte giusta”. Anche perché l’Angelo della Storia di Benjamin era spinto in avanti dall’inarrestabile vento del progresso; oggi il vento sarà forse tuttora inarrestabile, ma che ci spinga verso “magnifiche sorti e progressive” non sembra davvero più così scontato.

Per levità e intensità «Laika» ricorda “La leggenda del santo bevitore” di Joseph Roth. D’altronde Andreas Kartak, come i personaggi di Celestini, non ha altra redenzione che il miracolo. E il miracolo, si sa, non è certo il segno morale di questo mondo.

“Oggi l’umanità non vuole cambiare il mondo, se lo vive e basta”, afferma Celestini. E proprio per questo l’artista romano sceglie raccontare l’invisibile delle periferie, dove i fantasmi sono tali non perché non abbiano un corpo, ma perché non hanno più una voce. D’altronde il teatro, si sa, è il luogo privilegiato per dialogare con i fantasmi e con le rimozioni, e Celestini lo fa tendendo assieme il comico col tragico, come nella migliore tradizione del teatro, dove la poesia è l’anticamera della speranza pur essendo allo stesso tempo l’unico paio di occhiali con cui riusciamo a sostenere lo sguardo sull’abisso.

L'articolo L’essere vivente più vicino a Dio. “Laika” di Celestini è uno spettacolo che parla coi fantasmi: i nostri proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/teatro/lessere-vivente-piu-vicino-a-dio-laika-di-celestini-e-uno-spettacolo-che-parla-coi-fantasmi-i-nostri/feed/ 2
Foxcatcher, un film che sarebbe piaciuto a Raymond Carver https://minimaetmoralia.it/cinema/foxcatcher-un-film-che-sarebbe-piaciuto-a-raymond-carver/ https://minimaetmoralia.it/cinema/foxcatcher-un-film-che-sarebbe-piaciuto-a-raymond-carver/#comments Fri, 30 Jan 2015 15:18:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25068 Foxcatcher è il quarto lungometraggio di Bennett Miller, già acclamato per Capote (2005) e Moneyball (2011). Come i precedenti lavori del regista e come molti altri film nelle sale in questo momento (American sniper di Clint Eastwood, The imitation game sulla vita di Alan Turing, The theory of everything su Stephen Hawking, Big eyes di Tim Burton) è un film biografico: il che ci dice già qualcosa sul bisogno di un certo storytelling contemporaneo di radicarsi saldamente alla realtà, memore forse del grande discorso che attraversa le arti sul realismo e la non-fiction (e dico di certo storytelling perché vale anche il contrario, se è vero che i film più attesi del 2015 sono quasi tutti di fantascienza).

L'articolo Foxcatcher, un film che sarebbe piaciuto a Raymond Carver proviene da Minima et Moralia.

]]>
gallery25

Foxcatcher è il quarto lungometraggio di Bennett Miller, già acclamato per Capote (2005) e Moneyball (2011). Come i precedenti lavori del regista e come molti altri film nelle sale in questo momento (American sniper di Clint Eastwood, The imitation game sulla vita di Alan Turing, The theory of everything su Stephen Hawking, Big eyes di Tim Burton) è un film biografico: il che ci dice già qualcosa sul bisogno di un certo storytelling contemporaneo di radicarsi saldamente alla realtà, memore forse del grande discorso che attraversa le arti sul realismo e la non-fiction (e dico di certo storytelling perché vale anche il contrario, se è vero che i film più attesi del 2015 sono quasi tutti di fantascienza).

Tratto dal memoir Foxcatcher: the true story of my brother’s murder (2014), il film di Miller racconta la storia dei fratelli Dave e Mark Schultz, campioni olimpici di lotta libera a Los Angeles nel 1984, e del milionario e filantropo John du Pont che decise di finanziarne gli allenamenti nella sua tenuta di Foxcatcher in Pennsylvania tra il 1986 e il 1996. Il 26 gennaio di quell’anno, dopo aver marginalizzato Mark reo di non aver bissato l’oro olimpico a Seoul 1988, du Pont uccise a colpi di pistola Dave per ragioni che all’epoca risultarono oscure. Fu condannato a trent’anni di prigione, dove morì nel dicembre del 2010.

Il film, incentrato sula relazione tra John, Mark e Dave (rispettivamente Steve Carell, Channing Tatun e Mark Ruffalo, tutti al meglio delle loro capacità di recitazione) si snoda lungo due binari che corrono paralleli ed efficacemente interconnessi. Il primo, psicologico, affronta il problema delle relazioni familiari in due contesti molto diversi eppure speculari: la vita dei fratelli Schultz, semi-orfani fin dall’infanzia, fatta di palestre vuote, vecchie case in mattoni, noodles in busta, si specchia in quella di du Pont, appartenente a una potente dinastia con i suoi cavalli di razza, il birdwatching e la sala dei trofei: Mark non riesce a emanciparsi dall’ombra del fratello maggiore Dave e si affeziona a John quando questi gli promette individuazione e realizzazione personale, ma lo stesso John è succube di una madre elitaria (Vanessa Redgrave) che non gli permette di uscire dall’infanzia e ne disprezza l’amore per la lotta («wrestling is a low sport», dice a un certo punto, «and I like not being low»).

In un film parlato solo l’essenziale, queste relazioni familiari oppressive sono soprattutto una questione di corpi: gli abbracci tra Mark e Dave, la lotta pseudo-sessuale tra John e Mark nella galleria buia, oppure l’incredibile scena in cui John si esibisce davanti alla madre nel suo posticcio ruolo di coach della squadra, al contempo esaltandosi ai suoi occhi («I teach… I give a dream») e umiliandosi di fronte a lei strisciando a terra nella metafora più corporale possibile del «being low». Da questi sistemi familiari nessuno ha la forza e la capacità di salvarsi.

Soprattutto però Foxcatcher è un film sull’America della fine degli anni Ottanta e della corsa al riarmo. Prima ancora che un filantropo e un appassionato di lotta libera infatti John du Pont è un patriota, erede di quella che un celebrativo videotape definisce «America’s wealthiest family», possessore di un terreno che ha visto il sangue dei soldati nella Guerra di Secessione («I like to come here to remember what really matters») e che fornisce alla polizia gli spazi per il poligono di tiro: un rappresentate del complesso militar-industriale che colleziona carri armati dell’esercito e tratta i soldati come se fossero suoi dipendenti. Quando contatta Mark perché vada ad allenare il suo team a Foxcatcher ciò che viene messo in gioco è una ragnatela di aspettative incrociate e doppiamente contraddittorie: Mark, cresciuto senza genitori all’ombra del fratello maggiore, cerca un padre e qualcuno che lo emancipi, non comprendendo di non avere la forza per camminare con le proprie gambe; John vede nel giovane lottatore i valori di un’America decaduta, impoverita e indebolita nello scacchiere della Guerra Fredda, e non capisce che è lui stesso con i lussi, il parassitismo, la cocaina e i jet privati l’esempio più lampante della corruzione di quei valori (incarnati invece paradossalmente dalla madre odiata e amata, con la sua sobria eleganza e i cavalli di razza). Ognuno cerca nell’altro il sogno di una redenzione personale e collettiva impossibile.

Per questo motivo (perché sono essenzialmente vittime di sé stessi e del proprio mondo) quando l’ingranaggio relazionale scatta e riporta inevitabilmente gli equilibri allo status quo ante ne rimangono tutti schiacciati: è John a portare Mark sulla strada della droga e del lassismo, ma poi lo accusa di non essere all’altezza e lo rimpiazza con il fratello Dave; Mark fallisce il proprio percorso di emancipazione perché questo avviene sotto l’ala protettrice di un’altra figura paterna, ma paradossalmente (e logicamente, seppure in una maniera perversa) John lo vendica di anni di torti proprio uccidendo Dave, che nella sua logica però è colpevole tanto quanto Mark di non essere riuscito a vincere e dunque di non aver riportato l’America al ruolo che le compete: livello politico e psicologico, collettivo e personale si fondono in un meccanismo micidiale dal quale (come viene enfatizzato dalle inquadrature sempre racchiuse in cornici a sottolineare il senso di oppressione) è impossibile scappare.

Il personaggio interpretato da Steve Carell in questo senso è davvero eccezionale: quasi immobile nel corpo, decadente nel lusso, è un essere morto capace solo di trasmettere morte, una negazione vivente dei valori di benessere, salute e ottimismo che vorrebbe trasmettere con il suo lavoro fasullo di coach della nazione. È un personaggio profondamente posticcio (da qui l’insistenza sulle telecamere che lo riprendono, il trionfalismo delle sue dichiarazioni, gli uccelli impagliati alle pareti – lui che è birdwatcher preferisce osservare gli uccelli morti -, la scena insistita in cui Dave è costretto a ripetere davanti all’obiettivo «John is like a mentor to me»), e dunque profondamente rappresentativo di quell’epoca della storia americana che ha fatto di un attore il proprio presidente più amato e più odiato, che ha vinto la Guerra Fredda ponendo al contempo le basi per la propria autodistruzione.

Perché di questo parla in fondo Foxcatcher: dell’America di Reagan e della sua violenza sotterranea, e per questo è un film che sarebbe piaciuto a Raymond Carver, anzi un film addirittura più carveriano di Carver stesso (un Carver senza la necessità e anche il peso della coerenza al minimalismo). Di questo mondo crepuscolare tutto è riprodotto con maniacale fedeltà, dai font sugli opuscoli delle università all’abbigliamento alle tecniche filmiche negli spot di Foxcatcher, e proprio per questo risulta più finto e anche più lugubre.

Al di là della riuscita cinematografica (Foxcatcher è uno di quei film che funzionano alla perfezione, con i limiti all’immaginazione posti dalle opere d’arte che funzionano con troppa efficacia, senza sbavature e punti di fuga) ha senso fare un film del genere oggi? Miller vuole dirci qualcosa del presente ho sta facendo soltanto un’opera di ottimo manierismo storico? Domanda complicata. Da un lato si percepisce molto forte nel film il piacere di rappresentare un mondo, di costruire uno scenario e di abitarlo – in altre parole di creare fiction allo stato puro. Dall’altro la scena finale apre ad altre interpretazioni: un Mark rasato e con lo sguardo incattivito si esibisce in una violenta dimostrazione di steel cage wrestling: ci sono fumo ed effetti speciali, il pubblico sugli spalti incita al sangue.

Questa, sembra dirci Miller, è l’America degli anni Novanta, il prodotto di quel mondo mai redento e impossibile da redimere di cui John du Pont era il riluttante modello e l’inconsapevole fomentatore. Cosa sarà dunque l’America del Terzo Millennio se queste sono le premesse? Coerentemente con il proprio linguaggio interno il film non risponde. Con il senno di poi (dopo l’11 settembre e i mutui subprime e Obama e la nuova ripresa dell’economia) noi siamo autorizzati a vederlo come un discorso sui lati oscuri dell’ex stato più potente del mondo, forse meno visibili oggi nel suo declino di quanto lo fossero in passato ma sicuramente non espiati nel tempo di una generazione.

L'articolo Foxcatcher, un film che sarebbe piaciuto a Raymond Carver proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cinema/foxcatcher-un-film-che-sarebbe-piaciuto-a-raymond-carver/feed/ 1
Come raccontare il “mistero” degli atomi https://minimaetmoralia.it/libri/come-raccontare-il-mistero-degli-atomi/ https://minimaetmoralia.it/libri/come-raccontare-il-mistero-degli-atomi/#comments Mon, 26 May 2014 15:40:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20998 Questo pezzo è uscito su Europa.

La fisica atomica è, tra i tanti argomenti esoterici della scienza contemporanea, quello che più di tutti sembra richiedere uno sforzo d’immaginazione e, poiché tratta di una dimensione enormemente distante da quella della nostra esistenza quotidiana, promette un distacco affascinante e sublime dalle faccende terrene. Così, mentre dai giornali apprendi che in un acceleratore di particelle lungo 27 kilometri è stata individuata «la particella di Dio», tendi ad accettare che un libro di divulgazione scritto da autorevoli scienziati descriva così la grande rivoluzione della fisica quantistica avvenuta circa un secolo fa: «Era come se il capitano Kirk e la sua Enterprise fossero atterrati su un pianeta simile a quello trovato da Alice dopo la sua caduta nella tana del coniglio. Era una realtà diversa, che seguiva logiche da mondo dei sogni».

L'articolo Come raccontare il “mistero” degli atomi proviene da Minima et Moralia.

]]>
fisica1

Questo pezzo è uscito su Europa.

La fisica atomica è, tra i tanti argomenti esoterici della scienza contemporanea, quello che più di tutti sembra richiedere uno sforzo d’immaginazione e, poiché tratta di una dimensione enormemente distante da quella della nostra esistenza quotidiana, promette un distacco affascinante e sublime dalle faccende terrene. Così, mentre dai giornali apprendi che in un acceleratore di particelle lungo 27 kilometri è stata individuata «la particella di Dio», tendi ad accettare che un libro di divulgazione scritto da autorevoli scienziati descriva così la grande rivoluzione della fisica quantistica avvenuta circa un secolo fa: «Era come se il capitano Kirk e la sua Enterprise fossero atterrati su un pianeta simile a quello trovato da Alice dopo la sua caduta nella tana del coniglio. Era una realtà diversa, che seguiva logiche da mondo dei sogni».

La frase si trova in Fisica quantistica per poeti (Boringhieri 2013, €24), una breve storia delle teorie fisiche fondamentali scritta dal premio Nobel per la fisica Leon Ledermann (già autore di La particella di Dio) e da Christopher Hill. Ma simili formulazioni si possono trovare nei libri che hanno scandito la storia (e l’esplosione) della divulgazione scientifica degli ultimi venticinque anni, dal best seller Dal Big Bang ai buchi neri di Stephen Hawking (1988) a L’Universo elegante di Brian Greene (2003). Anche noi non-fisici, quando un mattino abbiamo deciso che volevamo saperne di più sull’origine dell’Universo, ci siamo rivolti a libri come questi, che contengono sempre l’immagine di una grande esplosione da cui ha origine un cono, che più si allarga più contiene grumi di galassie e infine l’insignificante Terra, oltre a garanzie certe sui viaggi nel tempo. È qui che abbiamo cercato la parola dei grandi scienziati che, come una casta sacerdotale, ormai di norma interrompono la scrittura dei propri articoli scientifici, destinati a un centinaio di lettori molto scettici, per scrivere una di queste storie di scoperta a beneficio del grande pubblico. Ma c’è un problema: le storie raccontate in questi libri non vanno a finire tutte nello stesso modo.

L’origine del problema è ripetuta in tutti i libri del genere scritti da decenni a questa parte: le due teorie fondamentali della fisica contemporanea, la teoria della relatività generale (che si occupa di spazio, tempo e gravitazione) e la meccanica quantistica (che si occupa delle particelle atomiche) non vanno d’accordo. L’indagine degli scienziati che tentano di capire come si possa rimediare al problema, e ottenere una Teoria unificata, coinvolge l’interpretazione di stadi dell’Universo di poco successivi al Big Bang, la divisione di particelle atomiche, lo studio di fenomeni remoti come i Buchi neri, il tutto attraverso la formulazione di teorie ancora congetturali e – diciamo subito – ancora prive di riscontro empirico. Queste teorie sono talmente complicate che anche tra i fisici sono soltanto ristrette comunità di specialisti a saperle padroneggiarle; si chiamano“gravità quantistica” e “teoria delle stringhe”, e raggiungono l’unificazione della fisica a condizione di modificare la nostra immagine del mondo fisico introducendo (rispettivamente) uno spazio frammentato in un reticolo di celle di dimensioni dell’ordine dei 10-15 cm, molto inferiori alle particelle elementari, e nuove entità fondamentali che esistono in 10 dimensioni… ma eccoci allo stadio-Enterprise!

Siamo «dove nessuno è mai giunto», e le parole diventano per tutti noi significanti alla deriva – eccettuato forse il fisico in t-shirt che sta coprendo la lavagna di segni indecifrabili. Così abbiamo il nuovo compito di orientarci in una situazione scientifica che, al presente, è al tempo stesso complicatissima e irrisolta. Il fisico in t-shirt, che nel frattempo è impegnato a seguire i suoi calcoli indecifrabili e a chiedere finanziamenti per la sua ricerca su teorie non pienamente accreditate, ha poco tempo libero per fare una scelta: che cosa raccontare di tutto questo? È una scelta difficile, che avviene dietro il muro quasi insormontabile del tecnicismo, nel momento in cui lo scienziato deve costruire la narrazione della fisica. Si tratta a mio parere di trovare una strettoia tra due scogli che, mentre la scienza tenta di passare al pubblico, rischiano di distruggerne la vocazione più autentica: li chiamerò fondamentalismo e relativismo.

Il fondamentalismo è l’atteggiamento di chi pretenda di aver colto la verità sul Libro della natura e di ritrovarla in un testo (questo sarà di solito un libro divulgativo, che a differenza degli articoli specialistici contiene una Narrazione esaustiva della scienza). In realtà, forse nessuno scienziato è veramente fondamentalista, ma la scelta retorica di nascondere i limiti della sua ricerca può avere come effetto quello di trasmettere il fondamentalismo al lettore medio. È una scelta che di solito dipende dal fatto che lo scienziato in questione crede nella teoria su cui lavora, e vuole raccontarne le promesse, lasciando a margine i dubbi: vuole invitare il lettore a immaginare che la teoria sia vera – come fa lui, perché è fondamentale crederci, alle stringhe 10-dimensionali, per affrontare la tempesta matematica dei calcoli. Il lettore è del resto disarmato: come sappiamo fin dai tempi di Galilei, la lingua della fisica è matematica e capire questa matematica, oggi, richiede almeno un dottorato. Per evitare qualsiasi equivoco, dunque, bisognerebbe semplicemente evitare di divulgare.

Questo ragionamento portò già Newton a chiudere nel cassetto il manoscritto del suo Sistema del mondo, scritto in forma «popolare», ingabbiando la sua teoria della gravitazione universale (che pure possedeva una forte base empirica) nell’edificio quasi impenetrabile dei Principi matematici della filosofia naturale: «per sottrarre la cosa a ogni disputa» basata su pregiudizi, cioè: “se non potete capire nulla, è meglio che lasciate stare, invece di convincervi di aver capito”Ma almeno dai tempi dell’Illuminismo è considerato un diritto del pubblico (e anche dell’autore, che dispone della propria scienza come di una proprietà) rompere questa cerchia di esclusività. Dato che la verità letterale resta indecifrabile, si tenta di narrarla con il linguaggio comune, che però è pur sempre inadeguato: il risultato è che il fisico deve necessariamente abusare di termini tecnici che suonano soltanto metaforici, e dare per scontata l’esistenza di entità o proprietà puramente ipotetiche, spiegando a lettore che, se non capisce, forse è perché non ha la preparazione (e il coraggio intellettuale) di credere l’inimmaginabile.

Il germe del fondamentalismo è quasi inestirpabile dalle frasi con cui si provano a illustrare le teorie contemporanee. Per esempio, Ledermann e Hill (pur senza sottoscrivere la validità della teoria) scrivono che in gravità quantistica «lo spazio e il tempo comunemente intesi diventano una “schiuma” quantistica, un caos ribollente».

Il fascino engagé del fisico teorico, che come un filosofo detta l’agenda per il senso comune del futuro, è ormai inseparabile da formulazioni come queste. Ma il punto non sta nell’uso di simili frasi ottime per un romanzo di fantascienza anni ’50 – che è forse inevitabile – quanto nella scelta di non accompagnarle da adeguate considerazioni di cautela, raccontando al pubblico come stanno le cose dietro la scena. Oltre al fatto che le posizioni sulla Teoria futura sono divise, bisogna segnalare che una delle teorie fondamentali che questa Teoria dovrà includere, la meccanica quantistica, è essa stessa oggetto di controversie ancora in corso. Si tratta di una teoria che permette soltanto di prevedere la probabilità di trovare le particelle in determinati luoghi, senza dire nulla del loro stato prima all’osservazione, e questo fatto, che per molti va accolto come strano tratto di un mondo «come quello di Alice», pieno di particelle che appaiono e scompaiono tenendosi in contatto telepatico, non ha mai convinto tutti gli scienziati (il primo dei dissidenti fu Einstein). Le proposte alternative, però, sono molteplici. Il risultato è che, come scrive un osservatore, i convegni di fondamenti assomigliano a «Città sante sconvolte dalle dispute tra predicatori di diverse religioni».

Ora, se il fondamentalismo è un eccesso, anche descrivere le cose in questi termini lo è, e porta la scienza a infrangersi contro il secondo scoglio, il relativismo. Questo atteggiamento non è tipico degli scienziati, ma di scrittori che approfittano della confusione per aggirare ogni cautela scientifica, lanciandosi in affermazioni fantascientifiche che il pubblico, di nuovo, non avrà modo di controllare. In questo modo si mira a legittimarsi facendo saltare in aria la cittadella degli scienziati, alcuni dei quali del resto (diffondendo l’atteggiamento fondamentalista) hanno lasciato socchiuso il portone. Nel 1996 il fisico Alan Sokal, in Imposture intellettuali, mostrò che l’immagine della fisica tra gli umanisti era talmente sfocata che un articolo sull’«ermeneutica della gravità quantistica» pieno di affermazioni insensate poteva essere accettato da una rivista di cultural studies postmodernista.

Più di recente ha fatto discutere (si veda qui) il caso del gioielliere newyorkese David Birnbaum che ha stampato in proprio un libro di fisica Definitiva, finanziando a sue spese una giornata di studi presso un Dipartimento universitario americano, con tanto di call for papers per gli studiosi che desiderassero intervenire. Birnbaum è un esempio di scrittore che, senza avere formazione scientifica, costruisce la fisica manipolando fantasiosamente i libri di divulgazione e così conferisce nuova linfa al termine science fiction. Dato che in fisica si parla (in molti sensi specifici) di potenziale, e che manca una sintesi, Birnbaum approfitta del potenziale semantico del termine Potenziale, scrivendolo con la maiuscola, e dichiara al mondo di aver risolto tutti i problemi, con frasi così: «la traiettoria cosmica va dal VUOTO senza fondo allo STRAORDINARIO illimitato».

Negli ultimi anni sono stati diversi i tentativi di accreditare teorie di questo genere, che sono indubbiamente affascinanti, dal punto di vista estetico: è la fisica degli “outsider”, raccontata in un libro molto interessante di Margaret Werheim, Physics on the Fringe (2011), che ci chiama in causa con una domanda disarmante: «Che cosa succede in una società in cui la cosmologia ufficiale, l’immagine del mondo ufficiale, è letteralmente incomprensibile per il 99.9% delle persone?». Come mostra il caso di Birnbaum, in questi casi l’assalto alla scienza non si concentra soltanto sulla fragilità delle teorie ancora congetturali, ma anche sull’autorevolezza che l’outsider può attribuirsi approfittando degli spazi aperti del mercato editoriale e della tentazione che, come finanziatore privato, può esercitare su un Dipartimento universitario. Il problema, però, è come impedire che il pubblico non si accorga della differenza tra queste costruzioni immaginarie e le autentiche ipotesi scientifiche. Il relativismo è il risultato desolante che si ottiene quando questa differenza scompare, e il mondo diventa popolato indistintamente di fisici in t-shirt, elettroni, circloni, stringhe, zuppe di quark, e anelli di fumo. La distopia cognitiva corrispondente sarebbe un mondo in cui ottengano una patente di realtà le entità più finanziate.

In questa situazione, un libro come Fisica quantistica per poeti ha diversi pregi. Presenta un itinerario completo attraverso la fisica dell’ultimo secolo, accettando la sfida di raccontarne i problemi e i risultati senza usare un singolo segno matematico. È scritto da fisici sperimentali, che non sono direttamente coinvolti nella difesa di una teoria contemporanea, e forse per questo non prende posizioni nette, e ha un linguaggio mediamente sobrio (l’inserto di poesie, che interrompono ogni tanto la narrazione, non ha nessun vero collegamento con il discorso, ma proprio per questo non minaccia seriamente la comprensibilità).

Il libro però oscilla tra una visione bilanciata e laconica della situazione («purtroppo bisogna ammettere che la teoria delle stringhe non ha ancora nessuna base sperimentale»), e un altro atteggiamento dogmatico, che tra i fisici è molto diffuso, lo strumentalismo. Si tratta dell’atteggiamento secondo cui provare a capire il mondo (e quindi a spiegarlo) non è il compito delle teorie scientifiche, che devono «funzionare» in pratica, poiché ciò basta allo sviluppo tecnologico. Nel caso della fisica quantistica, gli autori ricordano diversi sondaggi da cui emerge che i fisici stessi hanno idee molto diverse sul significato della teoria, ma proprio per questo raccomandano di non dare troppo credito ai “ribelli” che si intestardiscono a trovare un senso nella teoria, seminando lo scompiglio. Dimenticano però che gli stessi Bohr, Heisenberg e Born erano percepiti ai loro tempi – come scrivono gli stessi Ledermann e Hill – come dei «ribelli». Se questo atteggiamento fosse stato pienamente diffuso le principali rivoluzioni scientifiche non avrebbero avuto luogo: non pare che la fisica possa liberarsi dal demone della teoria.

Come diceva Einstein «pensare fisicamente» senza usare pure idee è come «respirare senz’aria». In questa situazione, un libro di divulgazione può fare la sua parte sottolineando valori scientifici evidentemente antinarrativi: il cammino lento e spesso tortuoso della giustificazione empirica; il fatto che ogni conoscenza presente sia relativa a uno stato perfettibile della teoria; il ruolo fondamentale delle idee per il concepimento di verità possibili, ma anche l’incertezza costitutiva che caratterizza la fisica rispetto alla conoscenza dell’Universo nella sua totalità. Far passare queste nozioniè complesso, ma ne va della vera fedeltà alla nostra cultura scientifica.

Una delle sue caratteristiche generali, che Galilei, Newton e Einstein ereditarono da un interrogatore compulsivo come Socrate, è infatti quella di comprendere i limiti del nostro sapere. Rilanciare questo aspetto della scienza è ancora più difficile in un momento storico in cui la scienza non gode più del credito culturale di cinquant’anni fa, mentre sono popolari forme di retorica e di narrazione che la scienza non può imitare, se non autodistruggendosi. Proviamo a dimenticare Star Trek: «I fisici indicavano un cammino in un deserto smisurato. Il loro metodo per orientarsi, e correggere i propri errori, era superiore a qualsiasi altro, ma ci dissero che sinceramente non avevano idea di dove e quando saremmo arrivati. Noialtri andavamo con loro, discutendo alla luce di una fiaccola». Ecco lo spunto per un romanzo in stile “Urania” intitolato Esodo nell’infinito­ – o per una nuova narrazione divulgativa.

L'articolo Come raccontare il “mistero” degli atomi proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/come-raccontare-il-mistero-degli-atomi/feed/ 6