Steve Jobs Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/steve-jobs/ un blog di approfondimento culturale Tue, 16 Feb 2016 09:28:31 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Steve Jobs Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/steve-jobs/ 32 32 Il sentiero della felicità: la vita di Yogananda arriva al cinema https://minimaetmoralia.it/cinema/il-sentiero-della-felicita-la-vita-di-yogananda/ https://minimaetmoralia.it/cinema/il-sentiero-della-felicita-la-vita-di-yogananda/#respond Tue, 16 Feb 2016 09:28:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29977 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Nel 1920, quando seppe di dovere andare in America a diffondere pratiche e insegnamenti dello yoga, Yogananda non ci voleva andare. Amava l'India, la gente con cui lavorava, l'oriente. Parlò con il suo maestro, capì che se nessuno avesse illuminato l'occidente non ci sarebbe stato più nessun oriente, e partì. Paramahansa Yogananda è lo yogi e guru che negli anni venti ha introdotto in America gran parte degli insegnamenti del kriya yoga (una forma di yoga che insegna l'unione con Dio attraverso la meditazione) fondando a Los Angeles la Self-Realization Fellowship.

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George_Harrison

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Nel 1920, quando seppe di dovere andare in America a diffondere pratiche e insegnamenti dello yoga, Yogananda non ci voleva andare. Amava l’India, la gente con cui lavorava, l’oriente. Parlò con il suo maestro, capì che se nessuno avesse illuminato l’occidente non ci sarebbe stato più nessun oriente, e partì. Paramahansa Yogananda è lo yogi e guru che negli anni venti ha introdotto in America gran parte degli insegnamenti del kriya yoga (una forma di yoga che insegna l’unione con Dio attraverso la meditazione) fondando a Los Angeles la Self-Realization Fellowship.

Tornato temporaneamente in India negli anni trenta, è stato maestro di meditazione del Mahatma Gandhi. Poi nel 1946 in California ha pubblicato l’illuminante libro Autobiografia di uno Yogi (Astrolabio Ubaldini, pagg. 472, 17 euro) diventato presto un best-seller e il libro di riferimento di tanti, inclusi George Harrison e Steve Jobs.

La vita di Yogananda viene raccontata oggi nel bel film scritto e diretto da Paola Di Florio e Lisa Leeman Il sentiero della felicità – Awake: The Life of Yogananda (dal 16 febbraio nelle sale italiane distribuito da Cineama). Il documentario alterna la storia del guru a immagini di repertorio in grado di restituire atmosfere e scenari in cui sbarcò Yogananda al suo arrivo in America: gli anni sfrenati e irriverenti del charleston e del proibizionismo, la Hollywood degli scandali insabbiati e poi magnificamente rivelati dal regista Kenneth Anger nel suo libro capolavoro Hollywood Babilonia, il Ku Klux Klan contro la black America (Yogananda logicamente si schierò con la seconda, controcorrente per quell’epoca nella sua scelta di trasmettere gli insegnamenti e le pratiche dello yoga agli afroamericani che vivevano lontani dal lusso e dalle scintillanti coste).

A tutti Yogananda spiegò come lo yoga fosse una pratica che usava il corpo ma riguardava soprattutto la mente, come non fosse una questione di credo religioso e che qualunque fosse la divinità in cui credevi ti indicava il cammino per connetterti a lei, come più che alla morte di Dio bisognava pensare a riconcettualizzare il divino.

Ad arricchire il film ci sono poi le interviste, ad allievi, eredi (spirituali), testimoni della grandezza dei suoi insegnamenti. Tra gli ultimi ci sono i citati, oggi scomparsi, Jobs e Harrison. Il primo, Steve Jobs, amava talmente il libro e il suo autore da fare in modo che al proprio funerale (organizzato in vita nei minimi dettagli) ne venissero distribuite ottocento copie tra i partecipanti. Il secondo, George Harrison, che già sapeva bene chi fosse Yogananda ai tempi dei Beatles (è sulla copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club, terza fila in fondo a destra, tra lo scrittore George Herbert Wells e Sigmund Freud), racconta di avere ricevuto l’Autobiografia di uno Yogi da Ravi Shankar quando andò a trovarlo in India.

“Se non l’avessi letto probabilmente non avrei avuto una vita”, dice Harrison intervistato, e più avanti aggiunge come negli anni abbia regalato una copia del libro agli amici in crisi che passavano da lui. Tra gli insegnamenti di Yogananda da mandare a memoria c’è che “ogni uomo sulla terra ha i superpoteri, ma è inutile averceli se non sai come usarli”.

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Indagare il nostro tempo: i documentari di Alex Gibney https://minimaetmoralia.it/cinema/indagare-il-nostro-tempo-i-documentari-di-alex-gibney/ https://minimaetmoralia.it/cinema/indagare-il-nostro-tempo-i-documentari-di-alex-gibney/#respond Thu, 28 Jan 2016 15:00:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29797 Questo pezzo è uscito sul Venerdì (nella foto, Frank Sinatra: fonte immagine).

Dagli anni ottanta a oggi Alex Gibney ha diretto più di trenta documentari, raccontando personaggi (da Hunter S. Thompson a Eliot Spitzer, Lance Armstrong e Steve Jobs) e fenomeni (il più recente è Scientology in Going Clear: Scientology e la prigione della fede, tratto dall'ottimo reportage di Lawrence Wright, pubblicato in Italia da Adelphi, La prigione della fede) che del contemporaneo hanno il luccichio di superficie e il profondo lato oscuro.

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frank

Questo pezzo è uscito sul Venerdì (nella foto, Frank Sinatra: fonte immagine).

Dagli anni ottanta a oggi Alex Gibney ha diretto più di trenta documentari, raccontando personaggi (da Hunter S. Thompson a Eliot Spitzer, Lance Armstrong e Steve Jobs) e fenomeni (il più recente è Scientology in Going Clear: Scientology e la prigione della fede, tratto dall’ottimo reportage di Lawrence Wright, pubblicato in Italia da Adelphi, La prigione della fede) che del contemporaneo hanno il luccichio di superficie e il profondo lato oscuro.

“Ho iniziato come montatore di film di altri”, racconta il regista, a Roma per presentare nel centenario del cantante il suo film su Frank Sinatra, Sinatra: All or Nothing At All (in primavera su Netflix Italia). “Ma alla fine era frustrante. Se il girato che hai non è bello, non riuscirai mai a cavarci fuori niente di buono. Così mi sono messo a girare i miei film. Ho cominciato con i documentari perché era molto più facile trovare i soldi per farli”.

Poi spiega come uno dei valori aggiunti del fare documentari sia la possibilità che danno di studiare e imparare. “Se decidi di raccontare una storia è perché sai già tutto di quella storia”, dice, “oppure è perché vuoi saperne di più. Nel caso di Sinatra non sono mai stato un suo fan, e non sapevo molto né della sua vita né della sua musica. Poi mi sono messo a fare ricerche e ho scoperto almeno un paio di cose interessanti. La prima è che è stato una specie di Grande Gatsby, e che la sua storia è la storia dell’America del secolo scorso. Sinatra è un uomo che parte dal nulla e si fa da sé. Lungo la strada ovviamente deve scendere a compromessi con personaggi ambigui e loschi, ma nel frattempo si batte per i diritti civili, e ha questa incredibile storia d’amore (con Ava Gardner, ndr) che definisce la sua vita. La seconda cosa che ho scoperto è la ragione per cui viene considerato un cantante così straordinario: ha imparato a controllare la voce osservando la sezione fiati delle orchestre con cui suonava. E la cosa gli ha permesso di enfatizzare le strofe nei momenti in cui avrebbe dovuto fermarsi a prendere fiato. Sinatra non si limita a cantare canzoni, ma racconta storie. È diventato un narratore di storie, e ognuno delle sue canzoni è come un film di tre minuti. Scoprirlo è stata una rivelazione”.

Gibney ha costruito il suo film (lunghissimo, quasi quattro ore, ma mai didascalico e sempre ispirato e pieno di sentimento) usando come scheletro della narrazione undici canzoni di Sinatra, così da lasciargli la possibilità (postuma ma incredibilmente viva sullo schermo) di raccontare se stesso, le sue storie, la sua vita attraverso i testi delle canzoni e il modo e il momento in cui le ha cantate.

A fare il paio con il film su Sinatra e sempre diretto da Gibney, è stato appena presentato in anteprima italiana al Festival dei Popoli Mr. Dynamite: The Rise of James Brown. Ancora Gibney su James Brown: “Ho girato Mr. Dynamite perché sono sempre stato un fan di James Brown. E più che sulla sua vita è un film sulla sua musica. L’ho chiamato The Rise, l’ascesa, e non sono andato oltre il momento in cui di colpo ha smesso di influenzare gli altri musicisti. Quello che è successo dopo, la sua caduta, non era interessante”.

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Noi orfani di Steve Jobs, ovvero Il meraviglioso mondo degli aspiranti startupper https://minimaetmoralia.it/reportage/noi-orfani-di-steve-jobs/ https://minimaetmoralia.it/reportage/noi-orfani-di-steve-jobs/#comments Wed, 20 Aug 2014 09:39:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22906 Questo reportage fa parte di un numero speciale che Sbilanciamoci ha curato per il Manifesto di agosto. di Costanza Galanti Sono le quattro di notte nell’ex base Nato al limitare della faggeta di Allumiere sui monti della Tolfa, e nella sala attrezzata per il proiettore siamo seduti su comode poltroncine con le Red Bull, una […]

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Questo reportage fa parte di un numero speciale che Sbilanciamoci ha curato per il Manifesto di agosto.

di Costanza Galanti

Sono le quattro di notte nell’ex base Nato al limitare della faggeta di Allumiere sui monti della Tolfa, e nella sala attrezzata per il proiettore siamo seduti su comode poltroncine con le Red Bull, una teiera e dei biscotti. Vicino a noi il nostro graphic designer al computer cura gli ultimi dettagli della presentazione che domani proietteremo davanti ad una giuria di esperti di startup e finanziatori. Le immagini accompagneranno il discorso del mio compagno di team che si cimenterà in quello che viene chiamato il «pitch»: un discorso di quattro o sette minuti che mira ad attirare l’attenzione degli investitori sul tuo prodotto. In particolare, nel caso delle startup, imprese nuove che introducono una soluzione di forte originalità e che quindi a fronte di un alto rischio di fallimento hanno le potenzialità di crescere vertiginosamente, l’attenzione degli investitori è concentrata sulla «scalabilità del modello di business» – appunto, la prospettiva di una crescita che permetta dopo una manciata d’anni di vendere le azioni con ampi margini di guadagno.
«Ma come, non hai mai visto il pitch di Steve Jobs per il primo iPhone?!». Le ore della notte si sfilacciano, e dentro le smagliature crescono le visualizzazioni dei video su YouTube. E siccome siamo ad un campo pensato per promuovere la cultura imprenditoriale tra i giovani, un campo dove Apple e Facebook vengono nominati più di quanto Dio venga invocato nei ritiri di un gruppo parrocchiale, i video di Steve Jobs sono il genere di video che si riguarda insieme – o, nel mio caso, si vede per la prima volta. «A widescreen iPod with touch controls, a revolutionary mobile phone, a breakthrough Internet communication device», dice Jobs presentando l’iPhone al mondo, e poi ripete questa descrizione tre volte, che si moltiplicano come un’eco nella nostra stanza dai soffitti alti con travi di legno, perché gli altri ragazzi lo sanno a memoria, e lo ripetono anche loro.
Prigionieri del successo Il pubblico di Jobs applaude e fischia per l’entusiasmo. «Non siete in imbarazzo per loro? Non vi sembra umiliante strillare davanti a qualcuno che vi vuole vendere un prodotto?», chiedo io. No, macché. Forse non ho capito la portata rivoluzionaria di quello che sta succedendo su quel palco, insistono.
Che io non capisca molte delle cose che ho intorno è ormai, dopo quattro giorni di campo, piuttosto chiaro anche a me: ho un Mac e un iPhone e non ho mai preso sul serio la leggenda del cui fascino subisco l’onda lunga; rabbrividisco al racconto dei loro genitori che strisciano il codice a barre di ogni singolo detersivo e vasetto di yogurt estratti dalla busta della spesa con lo smartphone, in un baratto di informazioni sulla propria dispensa in cambio di premi, ma lascio i miei dati leggera ad ogni connessione wifi gratis mi capiti di incontrare. In questo senso, sono forse la più sprovveduta dei venti fra ragazze e ragazzi, dai diciannove ai trentuno anni, selezionati per partecipare all’InnovAction Camp, la cui formula prevede un’alternanza di lezioni frontali su economia, innovazione e mercato delle startup ed intenso lavoro di gruppo. Il campo, della durata di cinque giorni, è organizzato da InnovAction Lab, associazione non profit che si propone di mettere in contatto gli studenti con il mondo degli investimenti privati, e si svolge in una struttura dell’università Roma Tre; tutto è finanziato, con tanto di vitto e alloggio, dai supporter JP Morgan Chase Foundation, Microsoft e Fondazione Cariplo insieme con il programma «Startup Revolutionary Road», e World Wide Rome. Dal campo e della sua versione lunga, il laboratorio di tre mesi, sono uscite, a partire dalla fondazione nel 2011, trentaquattro startup, che hanno ricevuto in totale circa quattro milioni di euro di investimenti privati.
Le istruzioni che abbiamo ricevuto per la formazione dei gruppi che lavoreranno ognuno su un’idea di startup recitano: almeno una ragazza, almeno un ingegnere informatico, non più di due economisti, per un totale di quattro membri. La sera del primo giorno, dopo un pomeriggio di esercizi preparatori al rugby propedeutici al team building , uno di noi ha collegato il proprio computer al proiettore e in un file Excel ha inserito le nostre competenze che a turno gli dettavamo. Sul muro comparivano man mano «web design», «programmazione», «quantitative analysis», «social media marketing», «marketing», «stock research analysis», «grafica», «management». Alcuni hanno aggiunto: «Ho una passione per il food», «Sono appassionato di wine».
Io ho ventun anni, studio antropologia culturale e quando arriva il mio turno fingo sicurezza e dico: «Skill 1: metti… “metodo etnografico», mentre per lo skill 2: metti “scrittura”». Fra i ragazzi c’è chi si deve ancora laureare, c’è chi era arrivato a guadagnare seimila euro al mese gestendo le puntate dei giocatori di poker online, prima che il portale Venice Poker fallisse, e c’è chi ha già la propria startup e conosce bene l’ecosistema italiano a queste collegato. Fra questi ultimi, due ragazzi che si sono appena conosciuti e insieme hanno già partorito un’idea che ci propongono: creare una piattaforma dove trovare graphic designer che migliorino la veste grafica e l’organizzazione delle tue slide.
A cena avevo parlato con una ragazza che stava sviluppando una piattaforma dove geolocalizzare dal proprio smartphone tutto ciò che avrebbe interessato chi ricercava un’alta qualità della vita – cibo a chilometro zero, spazi di coworking, affitto di biciclette, luoghi dove fare sport. Le avevo proposto di metterci nello stesso gruppo e sviluppare, per i giorni del Camp, squisitamente a scopo di esercitazione, una sorta di appendice al suo progetto: qualcosa che avesse a che fare con i quartieri e meno con il turismo – una sorta di guida a uso interno degli abitanti per i luoghi di interesse, simbolici, della microstoria della zona; oppure un sistema per collegare virtualmente le librerie indipendenti, in un catalogo disponibile su un’app, comprensivo di riviste letterarie straniere, troppo costose da ordinare singolarmente dall’Italia. Le avevo parlato di «Lìberos» – l’organizzazione che in Sardegna ha messo in rete case editrici, librerie indipendenti, biblioteche, scrittrici e scrittori – e di «Port Review», l’edicola online di riviste digitali. Riflettevo anche che rendere tecnologici gli scambi di un quartiere non li rende necessariamente migliori, che in molti casi, senza adeguate discussioni e momenti di autorganizzazione e riflessione, i servizi di messa in rete dei vicini finiscono per diventare casse di risonanza per le vecchissime recriminazioni: avevo letto per esempio di persone senza fissa dimora prese di mira tramite sofisticati algoritmi di vicinato 2.0. La ragazza era stata molto gentile, ed io piuttosto insistente, ma era ovvio che ciò che le proponevo non le interessava: «io non faccio questa cosa ideologicamente », si era affrettata a puntualizzare. Aveva anche avuto l’eleganza di non farmi notare che nei miei progetti velleitari non c’era sicuramente l’ombra di un business plan scalabile.
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Avevo pensato allora che confondere cose che sentivo vicine con modelli di business che sentivo lontani mi avrebbe creato confusione – che sarebbe stato più chiaro a questo punto lavorare sulla piattaforma per ritoccare le slide proposta dai due ragazzi, piuttosto che finire per progettare a tavolino una gentrificazione.
Sono tre giorni e mezzo quindi che io, Filippo, Francesco e Massimo lavoriamo sul progetto della startup delle slide, e prepariamo il pitch secondo lo «schema standard» che ci viene illustrato con una lezione apposita.
Filippo, che lavora con le stampanti 3D, ha studiato grafica al politecnico di Torino, e ci mette in contatto con altri grafici per capire le tariffe alle quali sarebbero disposti a lavorare. Massimo e Francesco cercano i potenziali competitori, per esempio siti che disegnano i loghi per le aziende, e li studiano per farsi un’idea del modello di business di ciascuno di loro. Poi considerano le opzioni per il nostro modello, discutono sull’entità dell’investimento iniziale di cui avremmo bisogno e buttano giù una tabella stimando i tempi di lavoro da qui a un anno. Cercano di coinvolgermi in tutto questo, ma hanno troppa esperienza perché io possa dare un contributo significativo.
Massimo, infatti, sta per lanciare un portale sui cui sarà possibile recarsi per comprare online oggetti per le ong; la sua startup, che ha progettato il portale, guadagnerebbe prendendo una percentuale sugli acquisti agli store online ai quali reindirizza. Ha frequentato un master presso HFarm, un acceleratore di startup a Roncade in provincia di Treviso, grazie al quale è entrato in contatto con persone importanti per lo sviluppo della sua idea come il cofondatore di Banca Etica. Francesco invece è di Catania, dove Telecom ha una delle sedi di «Working Capital», il programma di accelerazione di startup di Telecom Italia che mette a disposizione dei ragazzi una rete di esperti e degli spazi fisici accoglienti e tecnologici dove lavorare in gruppo alle proprie idee. È qui che Francesco ha conosciuto i ragazzi con cui ha fondato «Ganiza», l’app che gestisce il sistema di votazioni con cui i gruppi di amici numerosi scelgono l’attività con cui trascorrere la serata (la startup guadagna chiedendo una fee a ristoranti e locali ogniqualvolta questi vengano presi in considerazione durante la votazione). Quando è arrivato il primo finanziamento di venticinquemila euro aveva da poco deciso, contro il parere dei suoi genitori, di rinunciare al master in Business in Svizzera per il quale aveva passato le selezioni.
Tornando alla piattaforma delle slide, dunque, io mi limito a dire che se fossi un cliente mi piacerebbe vedere bene chi è il designer a cui affido il lavoro, che mi piacerebbe vederne il nome e il sito internet, e magari anche i suoi social network. Ma questa opzione, mi fanno notare i compagni, farebbe sorgere numerose controindicazioni, tra cui l’aumento del rischio di «cheating», cioè che cliente e grafico si incontrino al di fuori della piattaforma, sottraendosi così dalla fee del 10% che tratteniamo sul pagamento del grafico. Si decide quindi di optare per il meccanismo del «contest»: il cliente carica le sue slide, i grafici che vogliono candidarsi per il lavoro ne modificheranno una, e da queste prove il cliente potrà scegliere a chi affidare e quindi retribuire il lavoro completo.
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Allora, siccome ho detto loro che scrivo, pensano che almeno io sia brava a scegliere il nome dell’impresa: mi applico un po’, ma mi escono solo giochi di parole un po’ indiretti e qualcun altro esce fuori con il nome definitivo: «ReSlide.it». Infine, stabiliamo che sarà Massimo a parlare durante il pitch.
Steve Jobs riusciva a non sembrare ridicolo durante i suoi pitch: aveva trasferito l’umiliazione di chi ha bisogno sul suo pubblico di consumatori desideranti. I nostri pitch però trattengono ancora l’umiliazione su noi che vendiamo – anzi, più propriamente, che ci vendiamo , presentandoci come un team su cui vale la pena investire. Infatti, nei pitch cosiddetti «di investimento», a differenza di quanto accade nei pitch di vendita in cui ci si concentra sul prodotto da acquistare, a guadagnarsi la fiducia deve essere prima di tutto il team. Come esempio ci vengono citati a lezione dei ragazzi che poco tempo fa hanno progettato un social network per camionisti. A nessuno importa di investire sui social network dei camionisti, ma i ragazzi sono stati contattati dalla Sony, interessata alla tecnologia che avevano sviluppato per usare i social network senza toccare il telefono mentre si sta guidando.
Durante il campo tutti e cinque i team ripetono il loro pitch due volte per ricevere i feedback degli altri ragazzi ma soprattutto degli organizzatori, e poi una terza volta, l’ultimo giorno, davanti ad esperti invitati da fuori, alcuni dei quali possibili investitori.
Ecco come si apre il nostro pitch: «ReSlide.it è la prima piattaforma di crowdsourcing che mette in contatto i designer con chi ha la necessità di rendere le proprie presentazione memorabili. Ogni giorno liberi professionisti e aziende usano presentazioni per vendere i propri prodotti e le proprie idee, o in momenti cruciali per l’organizzazione interna dei propri dipendenti. Ci riescono? Microsoft stima che il 90% delle presentazioni annoia la sua audience… Qua entriamo in gioco noi: Reslide.it è la piattaforma web che in 72 ore e 129 euro riorganizza testi e immagini delle tue slide – i tuoi contenuti, finalmente veicolati con l’incisività e l’efficacia che meritano». Ecco gli altri team: uno vuole «cancellare la paura di tutti i bambini» vendendo agli ospedali degli astucci che coprano con dei disegni le siringhe dei vaccini; un altro ha capito che «si può vendere il cielo» e ha progettato un portale per il turismo astronomico; «ti sarà capitato di essere un turista insoddisfatto!» intima un altro ancora, che vuole sviluppare un’app per farti vivere le mete delle tue vacanze «come uno del luogo»; «tutti possono essere social media reporter!» gioisce infine il team che offre a pagamento copertura sui social media a certi eventi.
Le prime domande che ci si rivolge per incominciare a dare i feedback dopo ciascun pitch sono: «Qualcuno non ha capito cosa stanno facendo?», «Chi ci investirebbe?». A volte si alzano le mani. Poi altre mani alzate per chi vuole chiedere la parola e dare suggerimenti al team, al quale invece è imposta la regola di non poter rispondere alle critiche, di dover solo ascoltare e prendere appunti.
Carla, fra noi ragazzi, è quella che muove le critiche più puntuali: sembra allo stesso tempo un’editor e una regista che parla con i suoi attori. A noi dice cose come: «nella presentazione avrei voluto vederti più freddo, distaccato», «come fai a inglobare i designer nella piattaforma? Questa è una cosa che avrei voluto sentirti dire» e «secondo me il tempo è un driver sufficiente, mentre la voce “qualità delle slide” non mi piace». Le faccio i complimenti, e lei mi risponde che le piacerebbe ricevere feedback con lo stesso rigore che mette lei a formularli. Rimango zitta.
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I feedback degli organizzatori vogliono essere spietati, comunicati con degli interventi in cui la volgarità viene percepita da tutti come franchezza. I ragazzi in realtà ne sono esaltati e finiscono per cercare feedback sempre più duri: vogliono veramente capire come fare, nutrono fiducia negli organizzatori e riconoscono loro più autorità di quanta io abbia mai visto riconoscere ad uno dei miei professori all’università.
Immaginiamo un continuum dei discorsi in pubblico: ad un estremo i pitch, totalmente rivolti verso l’ascoltatore – chiari, omogenei, semplificati, pensati per non farti pensare, ogni minuto che ha alle spalle un’ora di preparazione – e dall’altro le lezioni dei miei professori di Lettere e Filosofia – in ritardo senza fornire scuse, con lezioni spesso improvvisate e sbrodolate, con interi segmenti uguali, cristallizzati in automatismi da una lezione all’altra, ma a volte complesse, come un regalo bellissimo ma molto difficile da scartare. Quasi in mezzo, ma più dalla parte dei pitch, possiamo collocare i seminari che seguiamo qui al campo.
Le lezioni sono una dimostrazione di fiducia illimitata nei procedimenti induttivi: ci vengono presentati continuamente degli esempi, e «Noi non vi diamo soluzioni, vi diamo problemi da risolvere», è uno degli slogan più ripetuti. Poi, liste di sette elementi «perché è stato calcolato come il massimo di elementi che il nostro cervello riesce a ricordare in un elenco». Infine, apertura incredibile sulla propria esperienza: «Allora: io ho fatto startup di successo. I nostri investitori hanno fatto una caterva di soldi che voi ve li sognate», ma subito: «abbiamo anche fallito, bruciato soldi degli investitori».
Il designer del mio team rimane affascinato in particolare da due storie, che tirerà fuori spesso mentre lavoriamo o parliamo del più e del meno per spronarci ad essere ambiziosi e creativi. Una è una sorta di parabola dei talenti ambientata a Stanford: una professoressa dà a ciascun gruppo cinque dollari, chiedendo di farli fruttare il più possibile. C’è chi compra una pompa per le bici, offre controlli gratis e poi fa pagare un dollaro il servizio a chi si scopre avere le ruote sgonfie; così raccolgono velocemente cinquanta dollari, finché stabiliscono che la donazione sarà libera, e allora quadruplicano i ricavi e ne fanno duecento. Poi, c’è a chi viene in mente di vendere il quarto d’ora che spetterebbe al proprio gruppo per parlare davanti alla classe ad un’azienda: ne trova una disposta a pagare seicentocinquanta dollari per quindici minuti con degli studenti di Stanford.
La seconda storia è un mito di fondazione dell’ormai celebre «Airbnb», portale per l’affitto di case vacanza. I ragazzi della startup, ai primi passi, non riescono a trovare investitori disposti a conceder loro fiducia. Decidono allora di comprare pacchi di cereali, su cui stampano le facce di Obama e di McCain; siamo in campagna elettorale, e fuori dai comizi riescono a vendere queste scatole a cinquecento dollari, garantendo agli acquirenti che ne avrebbero devoluto la metà al candidato. «Non sappiamo con certezza come andrà la nostra startup, ma sappiamo vendere una scatola di cereali a cinquecento dollari», sembra abbiano detto poi ai loro investitori: non potevano dimostrare che il prodotto avrebbe funzionato, ma erano riusciti a dimostrare che loro erano le persone giuste.
I docenti sono sempre a disposizione, anche alle tre di notte. Rispondono gentilmente anche a me, che di solito esprimo perplessità. Ma se in risposta ai miei dubbi mi chiedono di sfilarmi gli occhiali, e avendo letto «Bulgari» mi raccontano l’edificante storia di Del Vecchio, da orfano a secondo uomo più ricco d’Italia, è solo perché ormai son capitata loro davanti al tavolo della cena; non sono poi particolarmente attaccati alla favola della meritocrazia, che come qualsiasi narrazione legata a dei valori non viene mai affrontata esplicitamente e sistematicamente in questi giorni.
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L’ultima notte, quella in cui abbiamo visto il video di Steve Jobs, andiamo a dormire alle cinque e ci diamo appuntamento alle nove. Il ragazzo che deve fare il discorso del nostro pitch si sveglia tardi, ci raggiunge e incomincia a provare nervosamente il discorso. Ha fame e gli porto un piatto di biscotti che tengo con la mano perché lui possa pescarne mentre ripete. Intanto gli altri due membri del team lo ascoltano e lo correggono, ma a lui continuano a sfuggire le parole. Lascio il piatto e vado a raccogliere dei denti di leone, che lego insieme con un filo di paglia. Infilo il mazzetto nel taschino della camicia Ralph Lauren del ragazzo che all’ultimo sostituirà quello designato per fare il pitch; lui però lo tira fuori subito perplesso, e io me lo riprendo.
Le mie parole per loro non sono efficaci, non suonano precise, solo ridondanti e pretenziose: «ok, ma ora non dobbiamo scrivere un libro», mi dicono quando propongo delle modifiche. E se non hanno effetto, non serve a niente che io le abbia scelte con cura, che a me suonino perfette. Vige un altro codice qui, il mio non vale, e d’un tratto mi prende una nostalgia fortissima, che non so se è nostalgia come quella che mi è presa in questi giorni di sentire musica dal vivo, o è solo nostalgia del potere che esercitavo su persone e cose quando le nominavo e queste mi rispondevano.

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Editoria, mercato e dibattito culturale: intervista a Paolo Repetti https://minimaetmoralia.it/editoria/intervista-a-paolo-repetti/ https://minimaetmoralia.it/editoria/intervista-a-paolo-repetti/#comments Mon, 23 Jun 2014 07:07:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21636 Quale sarà il futuro del libro e del dibattito culturale? Pubblichiamo un'intervista di Francesco Pacifico a Paolo Repetti, ideatore con Severino Cesari della collana Stile libero di Einaudi. L'intervista è uscita su Orwell, inserto culturale di Pubblico, il quotidiano di Luca Telese chiuso a dicembre 2012. 

Cosa pensi di «Orwell»? 

Mi piace molto la scelta di «Orwell» di fare un supplemento culturale non di recensioni o di pararecensioni, ma di commenti che potevano stare da «Aut aut» a una fanzine, con un gruppo di scrittori e intellettuali giovani e una discussione culturale che, per quanto a volte sia ironica e paradossale, non è frutto di un atteggiamento fintamente antagonistico come quello de «Il fatto quotidiano». Ovvero andare a vedere il complotto, svelare gli arcani segreti, cosa c'è dietro, cosa fanno gli editori. Ma appunto c'era un attacco di discussione culturale.

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Quale sarà il futuro del libro e del dibattito culturale? Pubblichiamo un’intervista di Francesco Pacifico a Paolo Repetti, ideatore con Severino Cesari della collana Stile libero di Einaudi. L’intervista è uscita su Orwell, inserto culturale di Pubblico, il quotidiano di Luca Telese chiuso a dicembre 2012. (Fonte immagine)

Cosa pensi di «Orwell»? 

Mi piace molto la scelta di «Orwell» di fare un supplemento culturale non di recensioni o di pararecensioni, ma di commenti che potevano stare da «Aut aut» a una fanzine, con un gruppo di scrittori e intellettuali giovani e una discussione culturale che, per quanto a volte sia ironica e paradossale, non è frutto di un atteggiamento fintamente antagonistico come quello de «Il fatto quotidiano». Ovvero andare a vedere il complotto, svelare gli arcani segreti, cosa c’è dietro, cosa fanno gli editori. Ma appunto c’era un attacco di discussione culturale.

Mi piace molto questo «attacco» perché si sarebbe potuto dire che da un’esperienza che nasceva da TQ poteva venire invece proprio quel tipo di atteggiamento.

Invece per fortuna non l’ho trovato. I pezzi potevano anche essere di critica culturale, però non con quell’atteggiamento fintamente minoritario da «vi diciamo noi la verità perché siamo fuori». Quindi c’era la sensazione, dal punto di vista di uno che sta dentro una casa editrice grossa e si confronta col mercato in modo piuttosto violento, di poter colloquiare.

Quindi non uno spazio che produce recensioni.

Partiamo da una sensazione abbastanza ovvia. Tre o quattro anni fa «il manifesto» fece una serie di interventi contro l’industria culturale, il mercato, le pagine dei giornali. Avevo trovato che quelle cose fossero espresse con un tono insopportabilmente minoritario e nostalgico, come se tutta la critica e la cultura derivate dalla Scuola di Francoforte si fossero ridotte oggi a un rimpianto per la perdita dell’aura. Mettendo da parte Benjamin – perché quello è un discorso tecnico molto giusto – la sensazione è che si guardino il presente e il futuro sempre solo in termini di perdita di qualcosa che prima c’era e adesso non c’è più: le librerie non sono più quelle di una volta dove c’era il libraio che ti consigliava il libro, i giornali non danno più spazio, gli editori fanno soltanto libri per il mercato. Cioè la perdita dell’aura come unica chiave di lettura dell’antagonismo e questa cosa mi fa venir voglia di dire: «Ragazzi, antagonismo culturale significa togliere spazio al mercato, non lamentarsi perché il mercato esiste». Perché il mercato esiste.

Ho quest’idea del mercato come entità acefala, senza altra ideologia che non sia semplicemente quella della conquista di spazi. Il mercato, dovunque trova un ostacolo, cerca di abbatterlo per creare degli spazi. Questa è la sua logica ed è inutile lamentarsi che sia fatto in questo modo perché alternativa al mercato non c’è. A meno che non ci si inventi una pianificazione di tipo sovietico, l’antagonismo culturale significa conquistare spazi dentro il mercato e opporsi cercando di togliere spazi a quella logica che tende semplicemente a crescere, a ingrandirsi e a espandersi.

In un certo senso quello che abbiamo cercato di fare con Orwell è stato togliere lo spazio del «che giornale leggi il sabato mattina? quello che ti fa la recensione preconfezionata o quello che ti spara l’entusiastico volo pindarico su un certo argomento?» 

Ma infatti in una situazione in cui il mercato, come sappiamo, è obiettivamente in crisi, è meglio non simulare un finto «esser fuori» oppure giocarsi la logica nostalgica della lamentela, perché non ci sono più gli spazi di una volta, e accettare di poter discutere semplicemente.

Siamo anche autori che pubblicano con editori come Einaudi, Mondadori, Rizzoli.

Il problema di quella che può essere chiamata appunto controcultura o tentativo di andare contro una logica puramente espansiva di mercato non appartiene soltanto a chi sta «fuori». È un problema che ci poniamo anche noi che stiamo all’interno di grandi gruppi editoriali. Attraversa tutto il mondo editoriale.

E come, nel tuo caso, con l’esperienza prima di Theoria e poi di Stile Libero?

Intanto ho la sensazione che siamo in un momento in cui quello che sta vincendo è la logica di un grande mainstream dell’intrattenimento globale. All’interno di questa logica ci sono i romanzi più complessi e le schifezze create dai libroidi. Però tutto quanto è nel segno dell’intrattenimento. Lo si nota molto negli Stati Uniti che sono ancora oggi il modello vincente nell’intrattenimento, dove non è più vero che esistono le grandi major multinazionali e poi gli indipendenti. Ormai le grandi major usano milioni di etichette indipendenti per portare la creatività dentro questo mainstream globale.

È anche un modello economico che funziona di più perché il rischio lo si dà agli indipendenti. Nel cinema è andata così negli ultimi vent’anni. 

Soprattutto nel cinema, ci sono decine e decine di piccole aziende di grande creatività – nel senso buono del termine – che vengono messe in relazione e in rete dentro questa logica dell’intrattenimento. Per cui anche la cultura alternativa diventa mainstream e intrattenimento.

È difficile allora trovare spazi alternativi dove le cose non siano considerate solo intrattenimento. 

Sì. Noi adesso usiamo categorie un po’ vecchiotte, legate all’avanguardia, qualcosa che rompe il linguaggio, che rompe gli schemi letterari, gli schemi di percezione di un oggetto culturale. Non voglio fare l’elogio dell’antagonismo tout court né un discorso nostalgico, però se penso alla formazione che potevamo avere noi da ragazzi, sui testi della grande saggistica di Roland Barthes, Foucault…

Che è quella su cui ci si forma anche adesso… 

Sì, però vedo che oggi gli ideologi del nostro tempo sono vissuti, passivamente ma in pieno, e i loro nomi sono Bezos, Zuckerberg e Steve Jobs. L’ideologia materiale non è fatta dalla controcultura ma da dei guru che hanno deciso, attraverso la tecnologia e non solo, i modi in cui noi stabiliamo le relazioni, la cornice dentro cui ci muoviamo.

Quindi l’intrattenimento collegato al problema della velocità? Vince questa idea perché è veloce. 

Non è soltanto veloce. Se il linguaggio che tu usi nei social network, utilizzando un’applicazione, o andando a comprare un libro, è creato da questi tre grandi gruppi, è ovvio che questi sono determinanti a livello ideologico. Ad esempio Steve Jobs ha creato un’estetica della nostra possibilità di accedere alla musica, ai video, ma non è soltanto un’estetica perché diventa un modello molto imperialistico di fruizione. Nel caso dei social network, Zuckerberg ha creato una dimensione di condivisione sociale che non esisteva e ha imposto un modo. Per noi editori, Bezos sta determinando la fine del modello di industria culturale come eravamo abituati a pensarlo. Quella fine è ormai nei fatti, ma da qui a subire passivamente l’idea che qualcuno metta i libri a un prezzo assolutamente inferiore a quello che gli editori possono fare e ha una capacità di distribuzione di una rapidità immediata…

Cioè rischia di diventare l’unico editore?

Per gli editori c’è uno spazio enorme all’interno di questa crisi, però è ovvio che, se lo si lascia fare, più che l’unico editore, Bezos diventa lui stesso editore e distributore di libri. A partire dalla nascita di Amazon, le conseguenze sono state tante, tra cui la chiusura di un’enorme catena di librerie. Sono tutti processi che hanno a che vedere con la tecnologia. Ma non con la tecnologia di per sé, quanto con il modo in cui è utilizzata e manipolata. Non dico che non bisogna comprare i libri da Amazon perché sono rapidissimi ad arrivare, costano poco e c’è un’offerta enorme. Però questo meccanismo in atto non può non innescare una riflessione per chi fa questo lavoro. Fino a poco tempo fa l’editore poteva controllare tutto il processo della catena del libro, dal manoscritto alla possibilità di colloquiare con l’autore, dalla stampa alla pubblicazione e all’accesso in libreria. Amazon, con il virtuale (l’ebook) e, in misura minore, con la carta, ci sta dimostrando che possiamo andare verso un mondo dove l’editoria, come Bezos stesso ha detto, è ininfluente. È il concetto di smaterializzazione del libro, per cui non esiste più l’oggetto con le rese, i magazzini, le librerie come posto dove si va fruire.

Hai detto che c’è un grande spazio per l’editoria. Quale sarebbe? 

Penso che la ricchezza dell’editore sarà sempre di più negli autori che ha e nella capacità di far sentire agli autori che la mediazione del marchio editoriale è un elemento non traducibile. Si può fare a meno della distribuzione in libreria probabilmente, ma non del filtro editoriale, dell’appartenenza a una certa comunità. Si ripropone il tema della cultura: se hai un progetto culturale – e ovviamente per progetto culturale intendo anche la capacità di un editore di far sentire che un autore è importante dentro quel progetto – il suo libro dentro quel marchio ha una sua visibilità e una diversa possibilità di essere recepito.

La messa in un contesto è fondamentale. È la prima cosa che fanno anche le riviste, a un livello più microscopico. Stile Libero ha avuto sempre questa caratteristica di cercare uno spazio in cui si potessero fare delle cose commerciali, delle cose strambe e degli autori solidi, che non fossero completamente scollegati da stramberie. 

Stile Libero, in questo suo dialogo continuo col mercato – perché è evidente che ce l’abbiamo e con «dialogo» intendo l’importanza che noi diamo al fatto di stare dentro al mercato – nasce da un’idea di Giulio Einaudi. Quando noi proponemmo Stile Libero come una specie di «scoperta di nuove scritture giovanili», «scoperta dei generi» o, come si diceva all’epoca, di «commistione» fra diverse cose pensavamo a una collana autonoma. Invece lui disse: ve la faccio fare ma i libri di Stile Libero usciranno dentro ai Tascabili Einaudi. Infatti trovavi nella stessa numerazione Primo Levi, McEwan e il libro delle camerette dei giovani, che è il primo che abbiamo pubblicato. E questo ci obbligava a tirature molto più alte, al confronto con un mercato molto più intenso perché eravamo in una collana a 13.000 lire. Lui ci ha buttati direttamente nell’acqua fredda. Einaudi era un editore che ha sempre fatto la distinzione tra l’editoria sì e l’editoria no. L’editoria di catalogo e quella dei cosiddetti bestseller, del libro usa e getta, creato dal marketing. In realtà questo è vero ma la sua attenzione al pubblico era enorme, se pensi all’operazione che fece con La storia della Morante, mettendo a 2000 lire un libro di 500 pagine. È qualcosa che oggi chiameremmo una grande operazione di marketing. Stile Libero nasce con questa caratteristica fin dall’inizio. Ci siamo sempre mossi tra ricerca di nuovi stili, di nuovi talenti, di nuove possibilità espressive. E anche di cercare di ribaltare quella rigidità tra la letteratura di serie A e la letteratura di serie B che c’era quando siamo entrati, imponendo autori considerati all’epoca «di genere». Per esempio Carlo Lucarelli poteva essere considerato all’inizio un autore non da Einaudi. Stiamo parlando di vent’anni fa.

Parlando di dieci anni fa, Elmore Leonard era un autore che prima non era stato considerato. 

Sicuramente.

Potrà fare l’editore un catalogo in cui c’è sia editoria no che editoria sì insieme. O il bestseller diventerà una prerogativa non dell’editore? 

In astratto nessuno sa cosa diventa editoria di catalogo e cosa no. I «libroidi» di cui parlava Gian Arturo Ferrari nascono già all’inizio con il marchio dell’editoria dei celebrity books. Poi nei celebrity books puoi trovare una chicca come Open di Agassi. Però adesso è sempre più difficile fare una distinzione netta. Noi possiamo pubblicare buoni libri, continuare a fare ricerca di autori, in un catalogo in cui convivono Mariapia Veladiano e Antonella Lattanzi con Jo Nesbø e Joe Lansdale. Ciò non toglie che quando questi libri entrano nella grande discussione letteraria e nel mercato, sono comunque vissuti come prodotti. In questo momento non si avverte più quella sensazione che io avevo fino a dieci, quindici anni fa in cui l’editoria di cultura aveva un suo linguaggio e dei paratesti che lo accompagnavano.

Dei suoi tempi anche. 

Quando io sono entrato a lavorare in questo mondo una cosa era evidente. Se avevi un critico letterario dell’autorevolezza di Calvino o di Pasolini, che pubblicava una recensione in quello che oggi è considerato lo spazio più sfigato di tutti i giornali, l’elzeviro, e che all’epoca era considerato uno spazio privilegiato dove scrivevano appunto Moravia, Calvino e Pasolini, avevi fatto il marketing del libro.

E poi il libro come si trovava, dove si trovava? 

Il libro si trovava in libreria con facilità. Ovviamente era inferiore il livello di rotazione, però era diverso soprattutto il sistema di diffusione, di amplificazione del libro che era molto più lento.

Paradossalmente oggi l’ebook risolve questo problema perché mantiene il libro in una situazione di molto maggiore reperibilità. Quello era un momento storico in cui esisteva una sorta di gerarchia verticale dell’uno, il grande critico, che parlava ai molti, che ascoltavano e decidevano. Adesso questa cosa si è completamente polverizzata. Non c’è l’uno che parla ai molti, ma una chiacchiera globale cha va dalle riviste ai blog, alle persone che scrivono sui social network.

Quali sono i modi in cui vi rendete conto che un libro non sta morendo? 

I modi purtroppo sono legati al fatto che lo si vede vivo all’interno delle vendite, però il discorso è un po’ più ampio. Nel momento in cui viene distrutta quella gerarchia verticale del critico che parla a un gruppo sociale che gli riconosce una autorevolezza e c’è questa sorta di dispersione nella chiacchiera globale, è ovvio che i valori letterari che si fondavano su una pedagogia – perché questo era, il riconoscimento di una pedagogia nel senso migliore del termine – non esistono più. Trionfa la logica del più forte, la capacità di imporre un libro attraverso eventi, che non sono più la singola recensione. Nel momento in cui il critico non ha più autorevolezza la recensione diventa come le asole delle giacche quando non servivano più i bottoni, ci sono ma non hanno più una autentica e reale funzione di guida.

Quali sono questi eventi adesso? 

La prima cosa che ci si chiede è: come ottenere lo spazio massimo? Il che significa anticipazioni, interviste, pezzi sui settimanali. La pura e semplice funzione critica che una volta decideva del destino di un libro – ricordo che si leggeva Geno Pampaloni sul «Giornale» e si decideva cosa leggere, cosa funzionava e cosa no – oggi manca. Non per questo si può dire che è finita la letteratura, perché la letteratura non è finita affatto. Semplicemente i modi in cui i libri guadagnano il loro terreno appartengono a una finta critica. Sono modi di amplificazione che puntano su quella che chiamo critica da showman, critici che danno 10 o 0 in pagella.

Come se il critico stesso dovesse imporsi in maniera spettacolare e il libro-intrattenimento imponesse un critico-intrattenitore? 

Sì. D’altra parte, non più di sei anni fa, Lavagetto scrisse un libro che si chiamava Eutanasia della critica contro la critica. Quello che uno si aspetterebbe dagli intellettuali e dai nuovi critici letterari non è una lamentela sul fatto che i giornali non danno più gli stessi spazi e non dedicano più la stessa attenzione al discorso critico, ma inventarsi nuove forme di autorevolezza come fece il Gruppo 63 nei confronti della letteratura precedente. Loro non si limitarono a criticare le Liale del loro tempo, ma conquistarono spazi critici, di ascolto e visibilità dentro le case editrici, dentro la televisione, dentro i giornali. È un discorso che anche i TQ hanno cercato di fare, con una logica un po’ troppo nostalgico-lamentosa.

Sempre più nostalgica via via che si perfezionava. 

Lavoro nell’editoria dall’86 e ho come riferimento autobiografico tre momenti in cui mi è sembrato di aver incrociato qualcosa che si è imposto non solo per la vendita di copie ma sul piano culturale. La prima volta è stata la generazione di quelli che noi abbiamo pubblicato da Theoria (Marco Lodoli, Sandro Veronesi, Sandro Onofri ecc).

Quando ancora c’erano pochi esordienti.

Quando le cose hanno una loro visibilità e si impongono come una necessità anche perché esiste un pubblico che ha interesse a scoprire nuovi autori. Si era creato il concetto del «giovane scrittore», un’entità che oscillava tra i 18 anni e i 45 di Tabucchi, che all’epoca era ancora considerato un giovane scrittore. Il «giovane scrittore» veniva messo in tutti pezzi ed era diventato una categoria estetica.

Questo dipendeva da Tondelli o era cambiato qualcosa socialmente?

Dipendeva dal fatto che è stata la prima generazione di scrittori che sono tornati senza nessun tipo di senso di colpa alla narrazione e alla narrativa dopo la neoavanguardia.

Erano giovani più nello stile che nell’età? 

In quel periodo giovani lo erano davvero. Marco e Sandro avevano sui 28-29 anni. Erano scrittori che avevano un’enciclopedia di riferimento del tutto interna alla letteratura italiana novecentesca. Pur esprimendo una novità, erano dentro una tradizione letteraria.

Un secondo momento in cui ho sentito la percezione di un fenomeno che emergeva è stato con l’antologia Gioventù cannibale e tutto il discorso sui Cannibali, che fu ferocemente accolto da una certa critica e poi invece entusiasticamente appoggiato da una certa altra critica. Ho la sensazione che lì invece ci fosse una rottura antropologica del modello di scrittore, un taglio netto rispetto alla generazione precedente. Per quanto diversi tra loro – Niccolò Ammaniti e Aldo Nove sono completamente diversi – in quel momento c’era una sorta di «corrispondenza di amorosi sensi» tra loro che consisteva in una critica feroce all’universo delle merci, in Aldo Nove in modo particolare. E quindi il ricorso a un linguaggio che attingeva alla commedia demenziale oppure, nel caso di Aldo Nove, a personaggi un po’ decerebralizzati. Il discorso della violenza, tipico dei Cannibali, mi sembrava fosse un contenuto del tutto ininfluente rispetto al discorso dell’estetica della merce.

I romanzi della merce americani che non abbiamo recepito.

Un terzo momento è stato quello della scoperta di un gruppo di scrittori definiti – io non amo questa definizione – scrittori noir (Lucarelli, De Cataldo, Carlotto) che io definirei autori di romanzi sociali neri. Si è fatto un gran parlare del noir italiano, ma gli autori che sono veramente emersi sono questi. Invece di scimmiottare un certo tipo di romanzo thriller americano, hanno cominciato a mettere le mani, anche con ricerche di carattere storico, dentro al mistero italiano, che rispetto al mistero americano ha la caratteristica di non essere mai risolto. Hanno saputo rinnovare un patto di fiducia con i lettori. Il lettore ha capito che dentro queste commedie sociali nere c’era un pezzo di racconto del paese che sarebbe andato perduto senza la loro letteratura. Come tutti i fenomeni – come è successo agli stessi Cannibali – è diventato anche questo un genere stereotipato, di autori che, più che utilizzare gli stereotipi, venivano utilizzati dallo stereotipo senza rendersene conto. E lì nasce una sorta di manierismo del noir che è un elemento che conosciamo tutti.

Mi interessava il rinnovamento nel modo di guardare gli italiani. Il secondo e il terzo fenomeno possono sembrare di importazione. 

Io invece lo escludo. Nel racconto Vivere e morire al Prenestino Ammaniti utilizzava degli stilemi presi dalla commedia americana, ma dentro una realtà linguistica e un’antropologia assolutamente caratteristiche dell’Italia. Li riconosco come scrittori autentici. Erano postmoderni nel vero senso della parola, si servivano della tradizione come uno che entra in un supermercato e sceglie delle merci per poterle utilizzare poi a cena. C’era un’abolizione della tradizione diacronica della letteratura.

D’altra parte la scelta era tra quello e l’essere seppelliti dalla tradizione. 

Infatti io riconosco in loro una capacità progressiva ed evolutiva.

Problema della lingua. Differenza tra inglese e italiano.

Mi viene in mente un’immagine. Lo scrittore che scrive nella lingua in cui hanno scritto Jane Austen, Dickens, Kipling nell’Ottocento e i romanzieri novecenteschi che conosciamo ha a disposizione uno strumento che è come una chitarra appoggiata su un divano. Più o meno la si riesce a suonare, anche se non benissimo. Mentre invece l’italiano è più simile a un clavicembalo, manda suoni che richiamano la tradizione del melodramma, dell’ermetismo e della lirica. E quindi è un’operazione molto più difficile.  Voi scrittori state tentando uno svecchiamento della lingua, con l’uso del parlato, la paratassi ecc. La difficoltà di aderire al parlato che ha un italiano è maggiore.

Per esempio il romanzo americano è possibile perché c’è stato Whitman. Ha fatto qualcosa di così sensuale, immateriale, che era già rock’n’roll. 

In fondo in inglese si utilizza una lingua che non è molto diversa se si tratta di Shakespeare o di hip hop. Da noi invece c’è una stratificazione legata al fatto che siamo stati fino a poco tempo fa una letteratura elitaria, sostanzialmente poetica e la cui massima espressione del Novecento è stata non il romanzo ma il melodramma. Questo inconsciamente determina che tu vieni usato da quella lingua se non la controlli bene. Da qui deriva la difficoltà di trovare un parlato italiano che non suoni manieristico, stereotipato o di imitazione delle traduzioni americane. Però mi pare che negli ultimi trent’anni siano stati fatti dei passi da gigante.

Noi, rispetto a inglesi e americani, non abbiamo quella specie di conformismo virtuoso. Bisognerebbe fare una specie di laboratorio su cos’è l’italiano. Abbiamo accettato che lo si usi più tranquillamente, ma questo non vuol dire che l’italiano sia cambiato nei problemi che pone. Non avendo una borghesia rigorosa come nel Nord Europa o negli Stati Uniti, noi abbiamo sempre una lingua complessata che quando diventa borghese si vergogna e fa un passo indietro. 

È il problema della lingua innamorata di se stessa, dell’autocompiacimento di una certa letteratura italiana che si spaccia per letterarietà quando invece non è detto che le due cose siano nello stesso percorso.

Dipende sempre dalla paura di non avere delle «buone maniere» nella scrittura. I grandi modelli italiani offrono molto meno un canone dei grandi modelli americani.

Se ci pensi la questione della lingua è stata totalmente messa fuori dal dibattito culturale.

Da una parte c’è chi l’ha elevata a divinità assoluta (Cortellessa) al punto che è quasi inutilizzabile e dall’altra parte il nulla, cioè le recensioni spettacolari. 

Lo spazio che l’intellettuale ha oggi per aggredire questa materia è legato alla possibilità di parlarne senza questa distinzione manichea.

Una delle caratteristiche del mercato di quest’ultimo anno e mezzo è il crollo dei tascabili, che sono una specie di bancomat dell’editoria. Il motivo per cui l’editoria soffre in termini di identità e di fatturato è stato che tutte le collane tascabili sono diminuite. È un paradosso. In un momento di crisi economica ci si aspetta che il lettore si orienti di più verso il libro che costa meno invece che verso il libro che costa di più. Invece no. Sono state date tante spiegazioni: l’avvento dell’ebook, il modello Newton Compton con la tascabilizzazione delle novità.

L’altro giorno ho letto un pezzo di Gilles Lipovetsky. Lui dice: «Nulla arresterà la smodata inclinazione dei consumatori per le novità e questo perché si tratta di una tendenza che affonda le radici in fenomeni strutturali di detradizionalizzazione della cultura e l’avvento di una economia fondata sull’innovazione perpetua». La novità è un elemento attrattivo e ha fascino di per sé. Viviamo in culture che non hanno più memoria storica, ma vivono in un eterno presente. Questo ha influito anche sulla percezione della novità come l’unico elemento che ha un mana attrattivo per il lettore.

L’unico elemento che vince è la novità che un attimo dopo non esiste più. 

È esattamente quello che dice, la novità è novità in quanto in perpetuo cambiamento rispetto al resto. Se esce un nuovo romanzo di McEwan ho un gruppo di lettori che vogliono avere quella novità. Non hanno più voglia di spendere 13-14 euro per un libro che è uscito da venti, trenta, quarant’anni. Secondo me è una spiegazione più forte dell’ipotesi della tascabilizzazione delle novità e dell’abbassamento del prezzo di copertina. Il discorso che gli ebook abbiano potuto erodere spazio a questo tipo di editoria in Italia ancora non può essere vero perché il mercato degli ebook è esattamente l’1 per cento.

Sarebbe bello immaginare una possibilità per i giornali, e non solo, di raccontare i libri con una autorevolezza di gusto, visto che manca quella critica. Una delle cose vincenti dei 50 libri di Baricco è stata questa: non aver utilizzato una categoria estetica che non fosse quella dei libri che aveva in libreria.

Sui giornali si parla invece molto dei nuovi comportamenti legati all’universo tecnologico dell’essere connessi.

Un libro non è più un libro, ma un contenuto dentro un’applicazione. Tutto questo è vero e sta modificando dalle fondamenta il nostro mestiere. Non mi pare vero invece che tutto questo stia già influenzando o finirà per influenzare l’atto creativo degli scrittori. Non ho ancora sentito nessuno scrittore dire: mi è venuta in mente un’idea perché…

A parte i racconti su twitter.

Mi sembrano fenomeni assolutamente residuali. Le categorie creative ed estetiche con cui gli autori continuano a scrivere sono quelle del libro, dal Cinquecento a oggi: saggistica, narrativa, romanzo, poesia. Le forme espressive non sono state modificate. Per ora mi pare che l’atto creativo non sia stato minimamente intaccato da questo punto di vista.

Forse ci vorrà più tempo? 

Sì, ma allo stato attuale si legge secondo categorie che sono quelle del libro.

Una cosa che comincia ad avere influenza è l’idea che la lettura sia in un percorso di contiguità e continuità dentro un’attività che può essere mandare una mail, guardare lo smartphone, leggere le notizie, commentare un libro mentre lo leggi.

Non è davvero in continuità, quanto piuttosto un’alternativa. 

Il rischio è che non diventi alternativa e che sia dentro un percorso di contiguità e continuità, implica per le nuove generazioni una minore capacità di assorbimento e di attenzione a delle gerarchie di complessità. L’essere connessi è una droga e credo che attivi dei neuroni per cui ogni volta che digiti qualcosa hai una scarica di adrenalina positiva, molto diversa dalla scarica di adrenalina positiva che è più lenta nel tempo e consiste nella capacità di appropriarsi di una grammatica esistenziale, quella propria del libro.

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Scritture primarie https://minimaetmoralia.it/libri/cuperlo-renzi-civati/ https://minimaetmoralia.it/libri/cuperlo-renzi-civati/#comments Sat, 07 Dec 2013 15:00:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16924 Pubblichiamo un articolo di Giuseppe Antonelli uscito sull'Indice dei libri del mese.

di Giuseppe Antonelli

Nel Pd scrivono in tanti. Alcuni, come Veltroni (che le primarie le vinse nel 2007) o Franceschini (che le perse nel 2009) anche racconti e romanzi che l’Indice ha puntualmente recensito. Ma quali libri hanno scritto i tre principali candidati alle prossime primarie per il segretario nazionale? Come li hanno scritti? E soprattutto: cosa si può dedurre dalla loro scrittura rispetto al loro profilo politico (che non sempre sarà necessariamente il sinistro)? Quello che segue è un esperimento di recensione comparata di alcuni libri di Giuseppe Civati, Gianni Cuperlo e Matteo Renzi pubblicati a partire dal 2009, l’anno in cui Bersani fu eletto segretario.

Bello e impossibile

L’ultima riga del libro più vecchio, Basta zercar di Cuperlo (2009), recita così: “Primavera 2013 (o forse prima): il centrosinistra italiano vincerà le elezioni politiche”. Le prime righe dei libri più nuovi, Oltre la rottamazione di Renzi e Non mi adeguo di Civati (entrambi 2013), elaborano il lutto per la vittoria mutilata: “la sinistra realizza la straordinaria impresa di perdere elezioni politiche che sembravano già vinte” (Renzi); “gli elettori si erano espressi contro la grande alleanza che aveva sostenuto Monti, e se la sono ritrovata” (Civati).

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Pubblichiamo un articolo di Giuseppe Antonelli uscito sull’Indice dei libri del mese.

di Giuseppe Antonelli

Nel Pd scrivono in tanti. Alcuni, come Veltroni (che le primarie le vinse nel 2007) o Franceschini (che le perse nel 2009) anche racconti e romanzi che l’Indice ha puntualmente recensito. Ma quali libri hanno scritto i tre principali candidati alle prossime primarie per il segretario nazionale? Come li hanno scritti? E soprattutto: cosa si può dedurre dalla loro scrittura rispetto al loro profilo politico (che non sempre sarà necessariamente il sinistro)? Quello che segue è un esperimento di recensione comparata di alcuni libri di Giuseppe Civati, Gianni Cuperlo e Matteo Renzi pubblicati a partire dal 2009, l’anno in cui Bersani fu eletto segretario.

Bello e impossibile

L’ultima riga del libro più vecchio, Basta zercar di Cuperlo (2009), recita così: “Primavera 2013 (o forse prima): il centrosinistra italiano vincerà le elezioni politiche”. Le prime righe dei libri più nuovi, Oltre la rottamazione di Renzi e Non mi adeguo di Civati (entrambi 2013), elaborano il lutto per la vittoria mutilata: “la sinistra realizza la straordinaria impresa di perdere elezioni politiche che sembravano già vinte” (Renzi); “gli elettori si erano espressi contro la grande alleanza che aveva sostenuto Monti, e se la sono ritrovata” (Civati).

Il libro di Cuperlo, d’altronde, è il più vecchio non solo perché è uscito quattro anni prima, perché parte dal remoto 1921, perché è stato scritto dal più vecchio fra i tre candidati (Cuperlo ha 14 anni più di Renzi e Civati). È il più vecchio perché Cuperlo scrive senza guizzi, mettendo in fila capitoli troppo lunghi per spiegare efficacemente e troppo piatti per raccontare appassionatamente. E anche perché ha un opacissimo titolo dialettale (Cuperlo è di Trieste), che oltretutto rimanda alla fiducia riposta da alcuni vecchi militanti nello statuto del Pci: “xe inutile far polemica col partito… gavemo un Statuto no? E te sa perché el se ciama Statuto? Perché dentro sta-tuto. Basta zercar!”. Come dire: il nome è cambiato, ma il partito è sempre quello (dall’88 al ’90 Cuperlo è stato segretario nazionale della Fgci, la Federazione dei Giovani Comunisti Italiani). Inutile cercare tanto in giro: fidatevi del partito e tutto si risolverà. Non sarà un caso che nei titoli dei capitoli ci si riferisca spesso a un noi che è da identificare proprio col Pd: “La crisi e Noi”, “Il Nord, la Destra e Noi”, “La Sicurezza, la Destra e Noi”.

Ancora oggi, d’altra parte, Cuperlo è l’unico dei tre ad aver inserito il nome del partito nel proprio slogan: “Bello e democratico. Il tuo Pd per il paese di tutti”. (Paese, tra l’altro, è definizione dalemiana: Un paese normale, s’intitolava il libro pubblicato da Mondadori – già di proprietà berlusconiana – nel 1995. E soprattutto lo slogan ricorda un tormentone canoro di qualche tempo fa: la sovrapposizione fra democratico impossibile va considerata un lapsus?). Per i due candidati ‘giovani’, invece, il noi è sempre riferito a qualcosa di più ristretto – il gruppo di lavoro, i collaboratori, la cerchia dei sodali – o a qualcosa di molto più largo: la generazione a cui si appartiene, le persone stufe di come vanno le cose; nel caso del sindaco Renzi anche al noi municipale di Firenze.

De bello democratico

Civati e Renzi parlano soprattutto in prima persona. Entrambi amano citare un pantheon pop fatto di cantanti, registi, attori (Civati un po’ di meno); entrambi amano la frase a effetto, il gioco di parole (Renzi un po’ di più): tutte conseguenze del comune imprinting generazionale. Ma le differenze non sono soltanto di misura.

In Civati il gioco di parole è quasi sempre allusivo, basato sul ricalco di quella che si suppone un’enciclopedia in comune col lettore (o elettore). Dal marxiano – marxista sarebbe davvero troppo – Uno spettro (non) si aggira per l’Italia che apre Il manifesto del partito dei giovani (2011) al cinematografico Giovani, carini e soprattutto disoccupati, dal latineggiante De rottamatione fino ai vari L’abbiamo fatta Grosse Senza Sel e senza ma. Nei suoi testi, didascalicamente scanditi da brevi paragrafi, Civati nomina Ugolino e Anchise, parla di crowdsourcing e del Compagno Excel, cita ironicamente Cicerone (Quo usque tandem?), con l’idea di raggiungere un pubblico che condivide la sua stessa cultura: laureati, insegnanti, il nuovo precariato intellettuale. Per questo può permettersi di riportare molti dati statistici, di chiamare in causa scrittori coetanei come Lagioia, Raimo, Parrella; può parlare, senza dilungarsi in spiegazioni, di Erasmus o di startup.

Renzi invece non si limita, come Civati, a citare Vecchioni o Gino Paoli. Fa sua l’intuizione di Tiziano Scarpa per cui ormai “è la cultura pop che fonda la nostra identità nazionale”, e (senza probabilmente averla mai letta) la trasforma in una modalità di scrittura totalizzante: in quell’immaginario ambienta tutta la sua narrazione. Le auctoritates evocate nelle epigrafi di Fuori! (2011) sono Clint Eastwood, Jose Mourinho, Steve Jobs, Pierluigi Collina; tanto che, quando si vedono spuntare Baden Powell e Calamandrei, viene in mente la jovanottiana “grande chiesa che parte da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa” (non è lui, d’altronde, il più grande politico dopo il big bang?). In altri suoi libri s’incontrano Balotelli e Guardiola, “il derby di personalismi”, “il catenaccio di una sinistra rassegnata”, come a ribadire che Renzi – più che con la Fgci – ha una certa dimestichezza con la Figc (la Federazione Italiana Giuoco Calcio).

La banale bellezza

Rispetto a Civati, Renzi non spiega: racconta. Per questo allunga i capitoli e accorcia le frasi; e non si limita a un tono affabile, ma satura la sua scrittura di segnali discorsivi: marche di (finto) parlato che diventano, tramite l’iterazione, una specie di marchio di fabbrica: “Ok, lo so: la maggioranza dei miei colleghi politici dice che tutto va male”; “Intendiamoci, bisogna anche saper sorriderci sopra”, “Fortunatamente o sfortunamente, sia chiaro”. I suoi aggettivi preferiti sono semplice banale, perché la sua sfida (altra parola chiave) è “la rivoluzione del buon senso”, che deve riuscire a convincere anche gente come suo nonno e sua zia (entrambi protagonisti di aneddoti). Infatti i suoi giochi di parole non richiedono un particolare sostrato culturale: “contro tromboni e trombati”, “sa di fuffa e forse perfino di muffa», «volevo prendere il voto dei delusi di Berlusconi, arrivo a prendere il veto” (“c’è un problema di vocali”, commenta lo stesso Renzi: come quelle che si compravano alla Ruota della fortuna?).

Il fatto è che la rivoluzione di Renzi (Stil novo. La rivoluzione della bellezza tra Dante e Twitter, 2012) consiste soprattutto in questa banalizzazione (“Dante era un ganzo … Detta male: gli garbava di vivere”), in questa semplificazione sempre attenta a “non buttarla in politica”. Il suo stil novo più che uno stile è una elasticissima postura. Riflette la sua immagine fluida, cangiante: dal giubbotto alla Fonzie con cui si presentò dalla De Filippi alla tenuta da maratoneta della domenica, dalle maniche arrotolate alla fascia tricolore. Immagine ben diversa da quello di Pippo Civati, che Paolo Virzì descrive come “lo studente che primeggia a scuola e che però passa volentieri i compiti ai compagni più somari … metà Bob Kennedy, metà Stefano Accorsi”.

Renzi non cerca, come Civati, la geometria numerica delle 10 cose buone per l’Italia che la sinistra deve fare subito (2012) o dei 101 punti per cambiare (la cifra vuole alludere ai franchi tiratori contro Prodi, ma finisce col ricordare la carica dei piccoli dalmata). Al “futuro interiore” di Civati, Renzi preferisce il presente assoluto di Adesso!; all’introspezione centripeta per cui “il Pd deve aprire le porte e le finestre, senza temere infiltrati”, l’estroversa vocazione del Fuori!; alla negazione che – come insegnano i cognitivisti – rischia sempre di affermare (Non mi adeguo! vorrebbe richiamare l’Indignatevi! di Hessel, ma evoca pericolosamente il “non capisco, ma mi adeguo” di Quelli della notte), Renzi risponde con la rimozione: Oltre la rottamazione (titolo che peraltro conferma l’ispirazione di Adesso!: l’album di Claudio Baglioni che seguì La vita è adesso s’intitolava proprio Oltre).

Entrambi, Renzi e Civati, hanno scelto d’inserire nel loro slogan il cambiamento. Ma Civati rimane prigioniero del paradosso tautologico (“Le cose cambiano, cambiandole”) e di un logicismo un po’ logorroico: la mozione congressuale che porta questo titolo è lunga ben 70 pagine. Mentre Renzi sceglie un “L’Italia cambia verso”, declinato in un documento di sole 18 pagine. Slogan forse poco felice in sé (“vien subito in mente un’Italia che prima magari grugniva, e adesso che fa? squittisce?”, ha commentato Annamaria Testa), che però acquista forza grazie alla soluzione grafica di contrapporre specularmente una parola negativa e una positiva, scrivendo la prima da destra verso sinistra: “paura / coraggio”, “burocrazia / semplicità”, “il cavaliere / gli italiani” (dunque il primo va a sinistra, gli altri a destra).

Appare così evidente, una volta per tutte, il passaggio di Renzi dall’ideologia (“sarebbe vile non riconoscerlo, sarebbe ideologico negarlo”) all’ideografia. Nel vestiario, nel vocabolario, nella scelta dei testimonial, tutta la sua comunicazione procede accostando simboli diversi, secondo una logica prettamente narrativa, cioè (come ci ha insegnato Matte Blanco) onirica: in cui si può tranquillamente violare il principio d’identità e non contraddizione. Molto meglio e molto più di qualunque discorso argomentativo, questa comunicazione iconica riesce nell’intento di trasmettere emozioni a un pubblico il più vasto possibile. E poi, se rivoluzione vuol dire etimologicamente capovolgimento, cosa c’è di più rivoluzionario che scrivere i contrari al contrario? Basta col “perdere bene”: ora l’imperativo (l’infinito, a dire il vero) è “vincere”.

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Psychedelic party https://minimaetmoralia.it/societa/psychedelic-party/ https://minimaetmoralia.it/societa/psychedelic-party/#comments Sun, 13 Jan 2013 10:09:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12282 Qualche giorno fa, passando da Roma Termini, ho colto con la coda dell’occhio qualcosa che ha richiesto attenzione immediata: una scritta “PSYCHEDELIC PARTY”, col tipico sfondo bianco-nero “optical” della vecchia scuola free tekno, occupava un enorme cartello appeso al soffitto della stazione. Purtroppo, ho scoperto qualche secondo dopo, mentre la osservavo a bocca aperta e notavo che in mezzo c'era la foto di una signorina che non aveva troppo l'aria della raver, era soltanto la réclame di una linea di cosmetici. La cosa, tuttavia, dà da pensare: quando avviene una simile appropriazione di immaginario da parte della pubblicità, vuol dire che tale immaginario è stato ritenuto fertile: che qualcosa di sotterraneo ha acquisito – o riacquisito – un significato mainstream. Siamo forse prossimi al ritorno sulla scena culturale e scientifica degli psichedelici? Le premesse ci sono.

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Qualche giorno fa, passando da Roma Termini, ho colto con la coda dell’occhio qualcosa che ha richiesto attenzione immediata: una scritta “PSYCHEDELIC PARTY”, col tipico sfondo bianco-nero “optical” della vecchia scuola free tekno, occupava un enorme cartello appeso al soffitto della stazione. Purtroppo, ho scoperto qualche secondo dopo, mentre la osservavo a bocca aperta e notavo che in mezzo c’era la foto di una signorina che non aveva troppo l’aria della raver, era soltanto la réclame di una linea di cosmetici. La cosa, tuttavia, dà da pensare: quando avviene una simile appropriazione di immaginario da parte della pubblicità, vuol dire che tale immaginario è stato ritenuto fertile: che qualcosa di sotterraneo ha acquisito – o riacquisito – un significato mainstream. Siamo forse prossimi al ritorno sulla scena culturale e scientifica degli psichedelici? Le premesse ci sono. Per cominciare, c’è un dibattito sulla canapa fattosi affatto diverso: già dalla battaglia per la Proposition 19 californiana qualcosa era cambiato nel modo di parlare di tale sostanza, e adesso, con la legalizzazione in Washington e Colorado – certo, ci sono stati anche l’Uruguay e le depenalizzazioni di Portogallo, Croazia e Repubblica Ceca, ma sono ancora soltanto gli slittamenti culturali americani ad avere la forza di farsi globali in breve tempo – anche gli abituali megafoni del potere non sembrano più avere la forza di parlarne con la stessa sicumera di un tempo; che il proibizionismo, poi, sia stato un fallimento, è ormai un dato acquisito, al punto che lo fanno proprio anche Wall Street Journal e Economist. È dunque solo naturale se, sollevandosi il velo di esagerazioni sulla canapa, la cosa si espande alle sostanze che più con essa hanno in comune una quantità di cattiva stampa spropositata rispetto ai fatti. Inoltre, dopo quarantacinque anni di propaganda ostile, non solo girano nel circuito dei festival film “favorevoli” alla psichedelia come DMT: the Spirit Molecule di Mitch Shultz (2010), Dirty Pictures di Étienne Sauret (2010), Magic Trip, Ken Kesey’s Search for a Kool Place di Alex Gibney & Alison Ellwood (2011) e The Substance: Albert Hofmann’s LSD di Martin Witz (2011), ma tornano anche a presentarsi al grandissimo pubblico rappresentazioni di utilizzo di psichedelici non terroristiche. Ecco che nella quinta stagione di Mad Men, il buon Roger Sterling assume LSD a una serata casalinga (presente Timothy Leary, il ricercatore di Harvard divenuto profeta lisergico) e se la cava con qualche ora di buffi svarioni e un momento di confronto col suo “Don Draper interiore”; ecco Ashton Kutcher che svagella in un campo di grano, nei panni di uno Steve Jobs allegramente gonfio di acido, in una scena del film jOBS, che verrà presentato il prossimo 27 gennaio al Sundance; ecco Oliver Sacks, il neurologo più famoso tra i non neurologi, che lo scorso 12 novembre racconta al Telegraph le proprie esperienze psichedeliche e il ruolo che hanno avuto nei suoi studi; ecco il Guardian che fa propria una linea editoriale del tutto pro-psichedelici, sia sul piano culturale che su quello medico, con innumerevoli pezzi (alcuni esempi: 1. 2. 3. 4. 5.); ecco che il crescente turismo psichedelico nei luoghi dell’ayahuasca – la bevanda amazzonica a base di DMT, già cercata da Burroughs e Ginsberg – viene trattato da NYT e Washington Post in modo non problematico; ecco addirittura Oprah Winfrey che dedica un articolo del proprio magazine alla sperimentazione di MDMA nella cura del Disturbo post-traumatico da stress.
Le vere ragioni di questo cambiamento sono però diverse da quella necessità di contestazione radicale – al punto di cercare un punto di vista diverso su tutto – che portò alla prima rivoluzione psichedelica; sono più prosaiche e assieme più sottili: la chiave della faccenda – anche più del ritorno di interesse per le sostanze di sintesi originato, tra la metà degli anni ’90 e i primi anni zero, dal contemporaneo sviluppo, e successiva commistione, di club culture e rave culture – sta in Internet. Se già un sito come Erowid ha cambiato da solo – e nel modo più semplice: con la forza dei dati, non mediati da letture isteriche o moralistiche – il modo di fare informazione intorno alle sostanze psicoattive, oggi anche il più sprovveduto dei ragazzotti può ricavare dalla mera lettura di Wikipedia, pur con tutti i suoi limiti, più dati sugli psichedelici e la loro storia di quanti ne potessimo cavar fuori noi, da adolescenti, in mille scavi tra mercatini freak e librerie dell’usato: fino a qualche anno fa, infatti, chi avesse voluto trovare informazioni sul tema, al di fuori dell’isteria dei canali informativi tradizionali, doveva ricorrere a oscure pubblicazioni controculturali (che in Italia si riducevano, oltre alla rivista ALTROVE, ai due “millelire” editi da Stampa Alternativa, Viaggi acidi, dove Pino Corrias intervistava l’inventore dell’acido lisergico Albert Hofmann, e I miei incontri con Leary, Jünger, Vogt, Huxley, nel quale lo stesso Hofmann raccontava il suo rapporto con questi quattro appassionati della sua molecola, suggerendo a noi, ragazzini affamati di mitologie, che dietro la storia dell’LSD non ci fosse soltanto una manica di capelloni spostati). Qualcuno dirà: bene, brava la Rete, ma l’Italia di oggi è comunque peggiore e più arretrata di quella di quindici anni fa. E qui volevo arrivare: il bello di vivere in un paese culturalmente bloccato è che la libreria continua a essere il luogo dove si possono trovare i segni della contemporaneità: se, fatto salvo qualche slide dal Burning Man nella colonnina destra di Repubblica – spazio che assegna l’etichetta “ludico”, quando va bene, a ogni cosa ivi collocata – il piccolo rinascimento psichedelico in atto a livello globale sta passando per lo più inosservato sui nostri media, in libreria è diverso: ecco che proprio nell’anno appena trascorso, Fandango decide di aprire la propria collana “Vite”, dedicata alle biografie, con quella di Leary firmata da Robert Greenfield: una scelta forte, certo non ovvia per il pubblico italiano (ma il direttore di collana Edoardo Nesi non è insensibile all’argomento: aveva già avuto il merito di ricordare le origini psichedeliche del movimento di contestazione americano anni ’60 in un articolo del 4 settembre scorso, che aveva tuttavia il demerito di parlar bene del libro di Veltroni); ecco che i protagonisti di Nessuno è indispensabile, romanzo di Peppe Fiore da poco uscito per Einaudi e senz’altro tra i più significativi del 2012, trovano soltanto nella trascendenza acida la possibilità di una, pur grottesca, redenzione; ecco riaffacciarsi tra gli scaffali Matteo Guarnaccia, già autore del valido Psichedelica (Shake 2010), con l’assai lisergico almanacco Il Barbarossa, firmato assieme a Giancarlo “Elfo” Ascari, e appena uscito per Rizzoli: e gli almanacchi, si sa, prima di essere diari, sono sempre raccolte di presagi.

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Italia: la violenza che viene? https://minimaetmoralia.it/societa/italia-la-violenza-che-arriva/ https://minimaetmoralia.it/societa/italia-la-violenza-che-arriva/#comments Mon, 23 Jul 2012 07:56:46 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8793 di Nicola Lagioia L’anno che verrà L’anno che comincerà il prossimo autunno potrebbe essere tra i più violenti che l’Italia abbia sperimentato dopo la fine della seconda guerra mondiale. Lo sarà dal punto di vista della violenza fisica, e allora – ammesso di non ritrovarci troppo impegnati a sopravvivere nella guerra tra poveri di cui […]

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di Nicola Lagioia

L’anno che verrà

L’anno che comincerà il prossimo autunno potrebbe essere tra i più violenti che l’Italia abbia sperimentato dopo la fine della seconda guerra mondiale. Lo sarà dal punto di vista della violenza fisica, e allora – ammesso di non ritrovarci troppo impegnati a sopravvivere nella guerra tra poveri di cui siamo la parte privilegiata, guerra che da condominiale si sarà fatta nel frattempo rionale, poi cittadina – noi miserabili di buona volontà, specie se mossi da spirito cristiano, dovremo cercare di impedire che venga ucciso Luca Cordero di Montezemolo (provando a dimenticare l’intervista in cui Cesare Romiti, parlando con Minoli, lo accusa di essersi venduto gli appuntamenti con Gianni Agnelli mentre lavorava alla Fiat), dovremo salvare la vita del piccolo Oceano Elkann, la vita di Ignazio La Russa e di suo figlio Leonardo Apache (ricordando che il padre di Ignazio, Antonino, ex segretario del Partito Nazionale Fascista di Paternò, ebbe salva la vita perché, dopo essersi fatto catturare dagli inglesi in Africa, non ricevette da questi lo stesso trattamento previsto nei campi di lavoro gestiti dalla parte politica a sé amica), di Orlandina, la moglie di Sergio Marchionne (e dei due figli Alessio Giacomo e Jonhatan Tyler), nonché impedire che Massimo D’Alema venga aggredito per strada (stesso sforzo per Giulio Tremonti e per sua moglie Fausta Beltrametti, cercando di dimenticare che quest’ultima è andata in pensione a trentanove anni, avendo ormai riscosso ben più dei contributi versati) e Walter Veltroni durante la presentazione di un suo libro, oltre a impedire che Michel Martone, attuale viceministro del Lavoro e delle politiche sociali (senza farci scalfire dal ricordo di suo padre, già giudice della sezione “lavoro” del Tribunale di Roma nonché membro del CSM) venga aggredito in piazza Montecitorio da un senzatetto che cerchi di soffocarlo col topo morto che ancora non rappresenta il pasto principale di nessuno, ma forse lo sarà, e nell’attesa prestato a fini apotropaici.

Se non l’esplosione della violenza fisica, sarà il malessere psichico a raggiungere livelli mai sperimentati. Ma a quel punto – tenendo conto di che cos’è la tensione e il clima di nuova malattia mentale che si respira in ogni angolo d’Italia – si passerà facilmente al non figurativo, e il quadro eufemisticamente tratteggiato nel precedente capoverso non illustrerà un bel niente, essendo noi entrati in territori difficili da immaginare.

È chiaro, insomma, che non alle forze dell’ordine e non a compagini politiche o governative deve essere dato merito per un conflitto sociale non ancora esploso in modo così efferato, ma a chi per adesso non ha raccolto la prima pietra.

Chiunque non si riconosca in malesseri e allucinazioni di nuovo tipo, può smettere di ragionare su queste cose. Per gli altri la domanda è: cosa è successo nel frattempo? Quand’è che una narrazione non lineare ma ancora decrittabile (ancora leggibile, proprio come una storia di Joyce, di Pynchon, di Perec o di Calvino) si è inabissata in una sorta di materiale oscuro e densissimo? La sensazione è che la Storia ci abbia solo apparentemente abbandonati, tuffandosi in un lago di bitume, scomparendo ai nostri sguardi, ma continuando a produrre ovvi effetti nelle nostre vite. In questo modo avvertiamo i cambiamenti sulla nostra pelle e nella riconfigurazione sempre più violenta delle nostre mappe interiori, ma (il Sommergibile in fondo al lago) non riusciamo mai a vedere bene che cosa li produce. Dovremmo fidarci di più delle nostre sensazioni? Cosa è successo nel frattempo, cioè da quando le comunicazioni col Sommergibile sono state interrotte fino ad ora?

Un aneddoto editoriale

Quindici anni fa (era il 1997), fresco di Laurea in giurisprudenza, frequentai a Milano un corso in tecniche editoriali. Il corso era la cenerentola di un più ampio master (cui non mi iscrissi) in giornalismo e copywriting. La sede della scuola era in via Sardegna. Tra i docenti del mio piccolo corso in tecniche editoriali c’era la caporedattrice di un’importante casa editrice milanese. Chiamerò questa donna signorina Magnifiche Sorti.

Alla seconda lezione da lei tenuta, la signorina Magnifiche Sorti ci illustrò gli scenari che, anche in campo editoriale, la rivoluzione digitale era sul punto di spalancare, specie per tutti noi in procinto di affacciarci sul mondo del lavoro.

“Ragazzi”, disse la signorina Magnifiche Sorti, “fino pochi anni fa noi in casa editrice impaginavamo secondo i sistemi tradizionali di fotocomposizione. Ma voi non saprete nemmeno cosa significa, impaginare tradizionalmente libro. Né lo saprete mai, perché i libri vengono adesso impaginati usando un programma sofisticatissimo che si chiama QuarkXPress. Noi ci eserciteremo a usare QuarkXPress fino alla fine dell’anno. È un software, praticamente. E tutto, o quasi tutto, viene oggi impaginato usando questo software. Ed è un bene. Per quanto io resti affezionata – anche romanticamente – alle vecchie tecniche di composizione, QuarkXPress, regolarmente montato su Mac, fa risparmiare un sacco di tempo. Noi, in casa editrice, abbiamo calcolato, usando QuarkXPress risparmiamo rispetto a pochi anni fa circa 30/35% del tempo. Non è tutto. Da pochi anni a questa parte si sta diffondendo la posta elettronica. Chi di voi usa già la posta elettronica? Alzi la mano! Ecco, siete almeno la metà. Bene, noi pure in casa editrice usiamo adesso la posta elettronica. Il bello è che la usa già una parte non irrilevante dei nostri autori. Immagino che questa parte sia destinata a crescere. E quando un autore che usa la posta elettronica ci manda il proprio libro via posta elettronica, allegando un documento word in posta elettronica, noi non dobbiamo più ribatterlo a mano come facevamo fino a pochi anni fa. Posta elettronica. Capito? Ebbene: così facendo, abbiamo calcolato in casa editrice, riusciamo a risparmiare circa il 35/40% del tempo”.

A questo punto, nel silenzio generale dell’aula – da cui venni colpevolmente contagiato –, un silenzio stupefatto e quasi visibile, si sollevò una mano. Era la mano di una studentessa. Una bella studentessa, come sono belle le studentesse belle e intelligenti a cui o il privilegio infonde coraggio, o brucia il culo preventivamente. In entrambi i casi queste persone, spesso incapaci di tenere la lunga distanza, regalano lampi di puro genio a buon mercato. La ragazza alzò la mano, puntando molto seria (anzi, si sarebbe detto che era proprio arrabbiata) la signorina Magnifiche Sorti.

“Posso farle una domanda?”

“Prego, dimmi pure”.

“Ma a voi in casa editrice vi pagano il 35% in più?”

“No”.

“Lavorate il 35% di meno a parità di stipendio?”

“No, anzi, c’è il caso che lavoriamo anche di…”

“Ma allora, mi scusi, il vantaggio dove cazzo sarebbe?”

La parola “cazzo” è l’unica forzatura di questa ricostruzione (“il vantaggio dove sarebbe?” la corretta dicitura), ma sono certo che negli ultimi quindici anni ognuno di noi – ognuno nel proprio campo e ambito professionale – ha avuto un suo personale “momento Magnifiche Sorti”, l’attimo rivelatore, l’epifania joyciana grazie alla quale avevamo intuito (ma mai con quella forza che solo le conseguenze materiali potrebbero infondere, cosa che avrebbero fatto in modo diluito negli anni a venire, poi sempre con maggiore frequenza) che i tempi stavano cambiando, e che tutto quello che ci avevano insegnato su Stato, lavoro, diritti, democrazia sarebbe regredito sempre più a barzelletta della buonanotte. Adesso che anche i nostri stomaci cominciano a capire, è troppo tardi. E dunque?

 Di cos’è fatta l’intelligenza di Steve Jobs

 Uno dei primi scoop di Indro Montanelli fu intervistare un attempato Henry Ford prossimo alla malattia. “Era un vecchio minuto, con una gran testa di capelli bianchi, e mi venne voglia di chiamarlo zio”. Questo il celebre attacco del pezzo.

Ai quei tempi “zio Henry”, oltre ad aver rivoluzionato il mondo dell’industria automobilistica e più in generale quello del lavoro, aveva dato alle stampe L’ebreo internazionale, una corposa opera antisemita rispetto a cui i libelli di Céline rappresentano una licenza poetica, e che (a differenza delle Bagatelle céliniane) fu infatti per Hitler motivo di ispirazione, tanto che ampi stralci dell’opera di Ford sono giustamente citati nel Mein Kampf.

A un certo punto, durante l’intervista con Montanelli, Henry Ford, da buon reazionario, inizia a lamentarsi degli ideali perduti della vecchia America. Cita a sproposito Whitman e Thoureau. Oltre che amareggiarsi per la disgregazione dei vecchi valori, gli dà fastidio il culto della velocità che sembra imporsi in tutta la nazione, lo snervano i ritmi concitati che stanno contagiando anche le oligarchie statunitensi, e odia i cartelloni pubblicitari e le autostrade che, a suo dire, starebbero deturpando i magnifici paesaggi del paese.

“Hanno distrutto la vecchia America!”, tuona Henry Ford sprezzante.

“Ma signor Ford”, ribatte Montanelli stupefatto, “è stato lei a farlo!”

E Ford, ancora più stupefatto, oltre che risentito: “non capisco proprio che cosa intende dire”.

Con l’aggravante di un’età più giovane in articulo mortis (ai tempi dell’intervista con Montanelli, Ford aveva settantadue anni) lo stesso tipo di miopia sembra aver posseduto la mente di Steve Jobs. Questo tenendo salva la buona fede. Meglio coltivare stupidità nella metà di noi stessi non preposta al genio che non provare ad arginare (innanzitutto riconoscendole pubblicamente) le conseguenze persino non volute delle nostre azioni. Albert Einstein, Henry Ford, Steve Jobs. Albert Sabin. Di cos’è fatta l’intelligenza di un uomo se in questa non è compreso un certo amore per la salute pubblica come presupposto a lungo termine della sopravvivenza in generale?

Che la rivoluzione digitale ci abbia consentito un accesso mai visto alle informazioni (e alla possibilità di comunicare) al costo di averci reso tutti un po’ più schiavi è ormai talmente chiaro che a non volerlo vedere è soprattutto la parte che si ribella all’evidenza di essersi fatta mettere nel sacco con tanta facilità. Ammettere di essere stati fottuti è dura. E poi, fottuti da chi? Che si lavori nell’ambito della medicina, della pubblicità, dell’editoria, della radio o della televisione, della fotografia, della musica, dell’architettura e in tutti gli altri campi a (cosiddetta) elevata professionalità (e spesso non ad altrettanto alto reddito) è un fatto che la rivoluzione digitale abbia rotto la barriera che separava il lavoro dal tempo libero. Con la conseguenza che non esiste più il secondo se non come tempo della disoccupazione. Si lavora – per chi lavora – potenzialmente sedici ore al giorno. E chi beneficia di questo strano e inedito tipo di sfruttamento ancora tutto da studiare? Da una parte i Grandi Mediatori (si chiamino Nokia, Apple, Microsoft, Lindekin, Facebook, Twitter e così via). Dall’altra ovviamente la produzione tradizionale e chi, rispetto a essa, si trova nel punto più alto della piramide.

La signorina Magnifiche Sorti produce il 35% in più a parità di lavoro rispetto a quanto produceva prima dell’arrivo della rivoluzione digitale. Il problema è che, dopo l’arrivo della rivoluzione digitale (dopo che la fase iniziale della suddetta rivoluzione è finita, cristallizzando nelle nostre vite abitudini che fino a poco fa non erano così conclamate, tanto che ce ne accorgiamo bene solo ora, iniziando a chiamarle col loro nome) la signorina Magnifiche Sorti è anche arrivata a destinare all’attività lavorativa più tempo di prima, un buon 30% in più, sebbene frazionato (e meno produttivo rispetto alle normali otto ore lavorative). La conclusione è che la signorina Magnifiche Sorti lavora più di prima, produce circa il 40-45% in più rispetto a quanto non facesse, ma a parità di retribuzione quando va bene. Quando va male, cioè quasi sempre, con un potere d’acquisto ridotto rispetto a 15 anni fa. Chi si avvantaggia di questa situazione?

Prima di rispondere, è interessante notare due cose. Prima notazione: la rivoluzione digitale è stata sbandierata negli ultimi due anni come rivoluzione di libertà associandola alla primavera araba, senza forse riflettere troppo sull’eventualità che intanto l’intima essenza del digitale come si sta sviluppando risulta ostile a un sistema pre-democratico, in quanto il suo contesto ideale (il suo mondo sognato) rischia di essere un sistema post-democratico.

Seconda notazione: lo stato regressivo in cui la rivoluzione digitale rischia di precipitarci, cosa che continuerà a fare fino a quando non avremo imparato a usarla a nostro vantaggio (o fino a quando non riconosceremo che l’etologia è forse la vera scienza del XXI secolo). Usiamo Linkedin per cercare lavoro. Oltre una certa età, ci affidiamo a Facebook (o ai blog) come ipotetico strumento di promozione professionale  e sociale, e facciamo di Twitter l’esperimento in grado di trasformarci nella merce che vendiamo (o tentiamo pateticamente di fare). Controlliamo compulsivamente la mail in attesa di risposte su occasioni di lavoro, nuove collaborazioni, conferme di recupero crediti.

Ma riflettiamo: quanti soldi in più (e quale materiale benessere in più) stiamo ricevendo dall’uso di questi mezzi rispetto a quanto avremmo fatto vivendo in un mondo analogico? All’illusione di ricevere vantaggi materiali grazie alle interfacce digitali (riceviamo in effetti dei vantaggi, in certi casi riceviamo vere proposte di lavoro, ed effettivamente recuperiamo crediti. L’interfaccia digitale è anzi spesso l’unico sistema grazie al quale possiamo farlo; peccato però che i vantaggi non pareggino gli svantaggi. Da una parte l’interfaccia digitale è ormai in certi ambiti l’unico campo giocando nel quale possiamo guadagnare 10 euro; ma sono i 10 euro riattualizzati che un nostro omologo di 20 o 30 anni fa guadagnava in meno tempo, e con minore sofferenza mentale), a questa illusione, dicevo, si aggiunge il kindergarten in cui entriamo attraversando lo stesso schermo il cui funzionamento stiamo cercando di descrivere. Tra una sessione e l’altra su Twitter o Facebook, tra una mail scritta a un nostro committente e una di recupero crediti, per evitare che lo stress salga a livelli di Tso ci lanciamo con un semplice colpo di mouse nel magico mondo del porno on line, leggiamo le notizie continuamente aggiornate sulle homepage dei quotidiani, approfondiamo fino al bizantinismo i nostri interessi (si chiamino Juventus, James Joyce, feticismo dei piedi o barca a vela).

Il meccanismo – offrire un’illusione di svago attraverso lo strumento che, proprio malgrado o meno, contribuisce al peggioramento di molte vite avvantaggiando poche altre – era stato a ben vedere già descritto da Philip Dick in uno dei suoi migliori romanzi, Le tre stimmate di Palmer Eldritch. Che cosa accade in questo libro di fantascienza del presente? Ai coloni terrestri che vivono su Marte in condizioni orribili, vengono dati dei plastici di case terrestri con riproduzioni in miniatura di mobili ed elettrodomestici, nei quali posizionare la bambola Perky Pat (ispirata da Barbie). Così facendo, e grazie all’uso di una droga illegale ma tollerata dalle autorità, il Can-D, i coloni terrestri possono illudersi di essere di nuovo sulla Terra a vivere una vita spensierata, e così tollerare le terribili condizioni di vita e lavoro su Marte.

Allora: a chi conviene farci vivere su Marte?

Torniamo all’editoria, ma solo a scopo esemplificativo. Il discorso vale anche per gli altri settori produttivi. Chi si avvantaggia del lavoro della signorina Magnifiche Sorti? Ebbene, rispetto all’industria libraria basta fare un gioco semplice. Basta vedere, per i grossi gruppi editoriali, la busta paga di chi in Italia ha scoperto, riscoperto o importato i libri (cercando di fare una media ponderata tra prestigio e ritorno economico) di Dan Brown, Roberto Saviano, Philip Roth, J.K. Rowling, Cormac McCarthty ecc. (via via la busta paga dei redattori che se ne sono presi cura, dei traduttori, degli uffici stampa che ne hanno fatto parlare in giro etc.) e confrontarla con lo stipendio dei top manager dei grossi gruppi editoriali. La sproporzione è il segno dei tempi.

Per ciò che riguarda Mondadori, per esempio, alla voce “compensi corrisposti a direttori generali e dirigenti con responsabilità strategiche nel 2011”, in relazione al suo AD Maurizio Costa si può leggere on line: “Emolumenti per la carica (1 milione e 10mila euro), benefici non monetari (25mila e 580 euro), bonus e altri incentivi (480mila euro), altri compensi (1 milione 207mila 205 euro)”.

Stay hungry, stay foolish. Come evitare che un uomo esasperato dalle conseguenze inattese di questa massima raccolga la prima pietra, e sia imitato da tutti quanti gli altri?

La Crisi venuta dallo spazio

 Le sproporzioni sono sin troppo note, ma una bella rinfrescata non fa male. Quattro esempi sulle centinaia di migliaia a nostra disposizione.

Vittorio Valletta, AD Fiat fino al 1966, guadagnava venti volte i suoi operai. Sergio Marchionne, oggi, guadagna 435 volte lo stipendio medio di un operaio Fiat.

In una città come Roma, nel 1965, avendo come parametro lo stipendio medio di un impiegato statale e un appartamento di 65 mq a San Giovanni, per acquistare casa erano necessarie 6,8 annualità del suddetto stipendio. Oggi ne servono 19.

Diego Armando Maradona, nel 1984, venne acquistato dal Napoli per una cifra che, riattualizzata, è pari circa a 15,09 milioni di euro. Nel 2010 il Real Madrid acquistò Cristiano Ronaldo per circa 94 milioni di euro. Per gli ingaggi dei top players è accaduto nel tempo qualcosa di molto simile. Gli stipendi dei magazzinieri di Napoli e Real non hanno visto, in proporzione, un aumento del 600%.

Il debito greco (che ha distrutto vite, famiglie, e sta tenendo più di un continente col fiato sospeso, cioè sta causando gravi danni materiali a decine di milioni di persone, e via via consistenti danni per la salute mentale di qualche centinaio di milioni) è pari circa a 355 miliardi di euro. I patrimoni privati dei dodici uomini più ricchi del mondo, sommati tra di loro, danno una cifra pari a 362 miliardi di euro circa.

Queste sproporzioni offrono un’immagine molto chiara di cosa respira oltre la maschera del mondo in cui viviamo, e a cui non ribellarsi potrebbe significare a un certo punto offrire i polsi alle catene. È faticoso un mondo in cui si è costretti a ribellarsi per salvaguardare la propria dignità. Ma sventurato e molto più pericoloso è un mondo in cui dovesse rendersi necessaria la violenza per non venire ridotti in schiavitù. Allora, quale istinto batte nel cuore della grande Balena (avevamo iniziato pensando a un Sommergibile) che nuota sotto i nostri piedi e, contemporaneamente, ben nascosta nel fondo dei nostri pensieri?

Fa parte delle regole condivise – una condivisione scaturita tuttavia dallo scontro con opposte e spesso giustificate tensioni – degli ormai scalfiti regimi democratici (quelli nati o rinati a partire dalla seconda metà del Novecento) prevedere che una maggiore parte di ricchezza vada a chi (per talento, voglia, dote, eredità, istruzione, capacità creativa o organizzativa) dia un contributo percepito come più consistente rispetto ad altri giocando nel medesimo campo di riferimento. Riconosciamo in Sergio Marchionne una capacità organizzativa e strategica aziendale migliore di un metalmeccanico. Cristiano Ronaldo fa sognare i tifosi molto più di un calciatore di serie C o dell’anonimo magazziniere che pure, partecipando di un lavoro collettivo, contribuisce a tenere in piedi il Real Madrid CF. Gli esempi sono innumerevoli. Ma in un sistema di risorse limitate, fino a che punto può aprirsi il gap tra Marchionne e un suo operaio (tra Cristiano Ronaldo e il magazziniere di una squadra di serie C, tra uno sportellista della BNL e il ceo di Goldman Sachs Lloyd Blankfein ecc. ecc.) senza distruggere il principio democratico (ma prima ancora civile e religioso) di dignità umana che nessuno di questi privilegiati si sognerebbe mai di sconfessare pubblicamente pur calpestandolo ogni giorno per il semplice fatto di esistere nel contesto in cui si è?

Formalmente un limite all’accumulazione di ricchezza e alla sproporzione tra condizioni di vita non è previsto in nessuna carta democratica, ma proprio il fatto che non ci sia (e che quindi, in teoria, dati a 100r la ricchezza disponibile e a 1000x gli abitanti di un paese, un x potrebbe per assurdo – assurdo? – accaparrarsi 99r riducendo gli altri in una situazione di semischiavitù) crea in ogni sistema democratico la falla ideologica che potrebbe determinarne il crollo pur nella formale sopravvivenza, come in molti paesi sta iniziando ad accadere in forma blanda. Chiunque pensi che non sta accadendo, rifletta non sulla geopolitica ma su cosa è diventata la propria vita negli ultimi dieci anni – e anche qui, non la vita privata spacciata pubblicamente per altro da sé a fini di sopravvivenza, ma quella intima e difficilmente confessabile.

Di questo terrificante spostamento di ricchezza (cioè di valori), presi come siamo dalle nostre vite, non ci saremmo resi conto con un tale contraccolpo emotivo se a un certo punto il gioco non avesse mostrato la corda con l’esplosione della crisi. La quale ha semplicemente reso conclamato un processo in atto da alcune decine d’anni.

A proposito della vera natura di questa crisi, o almeno di certi suoi aspetti, come ha più volte ricordato un attento studioso dei processi economici come Luciano Gallino: a) “gli enti maggiormente indebitati, in America, ma anche in Europa, sono le banche. In quasi tutti i paesi il debito privato delle banche supera largamente il debito pubblico. Il massimo è toccato dalla Gran Bretagna, in cui il debito privato delle banche ammonta al 600% del pil, mentre quello pubblico è del 60%. La politica, dopo aver aperto tutti i possibili varchi alla sregolatezza della finanza, ha provveduto a salvare le banche. In totale i versamenti diretti per salvare le banche – quelle irlandesi, quelle spagnole, quelle inglesi – e le garanzie versate a vario titolo, che sono soldi che non puoi usare ad altri fini, ammontavano a più di 4mila miliardi di euro. È allora che si sono scavati enormi buchi nei bilanci pubblici”, b) “Negli Stati Uniti i salari reali al di sotto della qualifica di foreman sono fermi o leggermente regrediti dal 1973. Ma anche l’Europa ha visto crescere a dismisura le disuguaglianze di reddito e di ricchezza. Uno dei paesi più diseguali che esista in Europa, soprattutto se si guarda alla ricchezza, è la Germania. La Germania ha un coefficiente di Gini prossimo a 0,8-0,799. Se si tiene conto che il coefficiente 1 vuol dire che uno solo prende tutto, si capisce che si tratta di una disuguaglianza elevatissima”, c) “Una prima spiegazione, di ordine finanziario e tecnologico, è che i ricchi si sono arricchiti perché avevano superiori capacità professionali, più ampio accesso alla finanza, maggiori competenze tecnologiche e informatiche. Perciò hanno raggiunto un alto reddito addizionale e, alla fine, una notevole ricchezza. Quelli che avevano minori capacità professionali erano meno competitivi, hanno avuto salari stagnanti. È nata così una doppia convenienza. Quelli che avevano accumulato ricchezza avevano bisogno di investire in modo sicuro, di dare denaro in prestito. Le classi medie, le classi lavoratici, avevano bisogno di prestiti per comprarsi la macchina, la casa, per pagarsi le spese mediche. Si sono così combinati i due interessi. Con le invenzioni della finanza che abbiamo visto, trilioni di dollari sono stati prestati dal 10% più ricco al 40-50% meno abbiente”, d) “tra il 2011 e il febbraio 2012 la Banca centrale ha prestato alle banche europee oltre un trilione di euro, 1000-1040 miliardi. Le banche in parte hanno pagato i debiti che avevano nei confronti della Banca centrale, in parte li hanno usati per capitalizzarsi, con qualche piccolo prestito alle piccole e medie imprese, ma per oltre un terzo hanno comperato titoli di Stato, che rendono dal 3% di certi titoli francesi o tedeschi fino al 7-8% nel caso di titoli italiani, spagnoli eccetera… Loro alla Banca centrale pagano l’1%. Dovrebbe essere possibile, i cittadini dovrebbero chiedere, che prestiti del genere siano accessibili anche agli Stati. Se lo Stato italiano avesse un prestito anche solo di 40-50 miliardi all’1%, o magari allo 0,25%, vicino a 0, come fa il Giappone, le cose andrebbero meglio. L’interesse dovrebbe essere in ogni caso minore del tasso di sviluppo. Invece siamo al 5% pagato alle banche, che l’hanno preso all’1%”.

Questo per dire che la crisi non viene dallo spazio. Non è neanche il frutto di una congiura studiata a tavolino. E tuttavia va combattuta come se lo fosse. Nell’apologo di Orson Welles, lo scorpione non può fare a meno di pungere la rana sul cui dorso sta pure attraversando il fiume. Noi, a differenza della rana, per morire abbiamo bisogno evidentemente di più di una puntura. Non siamo ancora morti, ma è chiaro che qualcosa ci ha colpito. Siamo forse al secondo colpo. Per evitare il definitivo non possiamo purtroppo contare sullo scorpione. Non è infatti per sarcasmo se affermo che i cosiddetti padroni del mondo sono addirittura più impotenti di noi nel fermare questo gioco al massacro. Non è solo una questione di interessi ma di vincoli interiori. Per Maria Antonietta venire sfrattata da Versailles può risultare più temibile che finire sulla ghigliottina. Così, per Sergio Marchionne (consapevole di ciò che si muove oltre il suo naso quanto l’Henry Ford dell’esempio), perdere in competitività secondo le regole del neoliberismo è uno spettro più temibile rispetto a quello di intere regioni ridotte in sofferenza e schiavitù, per non parlare di cosa potrebbe diventare il mondo intero (il pianeta) viaggiando lungo il percorso che stiamo descrivendo. Per non tacere di cosa poi potrebbe capitare proprio a lui, il Marchionne dell’esempio, se un giorno (in virtù di un movimento identico e opposto rispetto a quello che ha spostato violentemente ricchezza, valori e stili di vita negli ultimi decenni) si mettesse a ferro e fuoco la Bastiglia.

Se un uomo come Marchionne (lo ripetiamo, si tratta solo di un esempio) fosse minimamente consapevole del mondo in cui vive nonché magari anche un po’ intriso della migliore cultura occidentale (economica, civica, letteraria, religiosa, filosofica), inizierebbe a guardare con sospetto al famoso rapporto di 1 a 435.

Chiamiamoli dunque per praticità Signori 435.

Così d’accordo, il Signor 435 è più bravo di me a dirigere un’azienda, a giocare a pallone, a presiedere una casa di produzione cinematografica, a comporre una canzone, a progettare un edificio, a scrivere una legge, a piantare un chiodo nel muro, a inventarsi un software, a mettere a punto un algoritmo, a brevettare un’invenzione meccanica, a sintetizzare la molecola per un nuovo medicinale, a disinfestare una cantina, a progettare un derivato. Ma cosa, in virtù di questa maggiore capacità, può giustificare un reddito pari a 435 volte il mio se la mia unità non dà più alcuna possibilità di avere una casa in affitto, di pagare bollette e cartelle esattoriali, di comprare del cibo decente, di fare figli, di istruirli, di avere consumi culturali, di curarmi, di pagare i funerali dei miei genitori? E cosa soprattutto, nel Signor 435, può far difendere a spada tratta una simile diseguaglianza – con tutte le grandi sofferenze umane che ne derivano – se non una vita interiore totalmente preda (suo malgrado) della più antimoderna delle brutalità? E cosa infine desidera sotterraneamente (cosa evoca malgrado l’apparente buono stato di salute mentale) questo tipo di brutalità se non la violenza della controparte?

I Signori 435 sono troppo poco in contatto con se stessi per rendersene conto, ma tutto nel loro discorso invoca la barbarie. Aiutiamoli a smettere o sarà troppo tardi.

A nostra volta, guardiamoci allo specchio. Che faccia abbiamo? Siamo in buone condizioni di salute? Ci sentiamo ottimisti? Guardiamo con gioia al domani? O siamo sempre più invidiosi, frustrati e incattiviti anche oltre ciò che potremmo onestamente permetterci? Soffriamo di disturbi nervosi? Stiamo vivendo con pienezza il nostro tempo? Ci sentiamo più realizzati o più impotenti? E quanto durano, e di cosa sono fatti, i nostri eventuali stati di soddisfazione? Nel nostro desiderio di violenza tenuto a freno c’è un plusvalore che non è dato dalle nostre oggettive difficoltà ma è semplice e nudo (barbarico) desiderio di violenza che già comincia ad alimentarsi di sé medesima? Di quante prove le nostre menti e di quanti sintomi i nostri corpi hanno ancora bisogno per capire cos’è che sta davvero succedendo?

A questo punto del discorso, spero che mi si sarà perdonato l’attacco quantomeno bizzarro di questo pezzo. Avevo iniziato con l’obiettivo di salvare la vita di Luca Cordero di Montezemolo, Ignazio La Russa e altri Signori 435 per l’anno che verrà. Sono arrivato a questo punto del discorso. Ho tralasciato di citare l’ovvio, cioè il deficit di politica a livello mondiale, la spaventosa mancanza di leader in grado di risolvere rapidamente i problemi di cui stiamo parlando.

Non è certo un augurio ma un fatto, o meglio una disgrazia osservata in prospettiva unendo i punti sulla mappa: si avvicina sempre più il bivio oltre il quale le nostre società imboccheranno necessariamente la strada della schiavitù o quella della violenza. In un paese come l’Italia, con tutto quello che è successo negli ultimi anni, è in effetti sorprendente che le tensioni sociali non siano ancora esplose. Oltre che il buon senso, le hanno tenute a freno il vecchio familismo (ma adesso la marea sta salendo fino a toccare le riserve di padri e nonni, ora anche loro iniziano a perdere posti di lavoro, case, pensioni: si tratta di un ammortizzatore che inizia a propria volta a invocare aiuto), un triste amore per il particulare ormai ridotto all’osso, un servilismo endemico (ma i padrini adesso sono troppo occupati a salvare se stessi, e pazienza se si metteranno in salvo alleggerendosi di molti clientes).

Si profila davanti ai nostri occhi, insomma, un altro cambio di paradigma.

L’augurio per noi tutti è che un’alternativa venga messa a punto nel tempo non lunghissimo a disposizione.

 

 

 

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Merce e magia https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/merce-e-magia/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/merce-e-magia/#comments Sun, 27 Nov 2011 12:25:12 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5756 di Vittorio Giacopini

Più che un caso eclatante di pensiero unico (già la parola “pensiero” è esagerata) si è trattato di un’allucinazione collettiva, di un abbaglio. Scegliere tra i necrologi di Steve Jobs il più brutto o il più bello o il più melenso appare impresa titanica, impossibile e poi non si tratta di stilare classifiche. È il sintomo a colpire, impressionante; quest’eco planetaria, il contagio.

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di Vittorio Giacopini

Più che un caso eclatante di pensiero unico (già la parola “pensiero” è esagerata) si è trattato di un’allucinazione collettiva, di un abbaglio. Scegliere tra i necrologi di Steve Jobs il più brutto o il più bello o il più melenso appare impresa titanica, impossibile e poi non si tratta di stilare classifiche. È il sintomo a colpire, impressionante; quest’eco planetaria, il contagio. Abbagliati o allucinati o in mala fede, scrittori, esperti, pensosi artisti, grintosissimi blogger, opinionisti hanno adottato toni rapiti, lirici, ispirati, e l’effetto melassa è stato immediato.

Ovvio, ci sono state vette di prosa zuccherina impareggiabili – aprivi il giornale e ti veniva il diabete – e vere e proprie idiozie, vere indecenze (ma la palma del peggiore va a Jovanotti: “il suo discorso alla Stanford University è l’upgrade del sogno di Martin Luther King”…). Però neanche la “melassa” è decisiva: disgusta e lascia irritati, ma non conta. E poi, a farla breve, le parole ricorrenti erano più meno quelle, sempre le stesse. Tutti a scrivere e tutti a scrivere uguale, come per una curiosa afasia, ma logorroica. Il Mago della rete, il genio hippy, l’apostolo della “libertà”, il “Ceo della bellezza”, il “visionario”. Anche le voci di dissenso hanno rispettato il copione, poco da fare (il carattere di merda, la prepotenza, la gestione tirannica, l’impazienza: solo tocchi di colore, compiacenti).
Intrappolati in un marketing virale listato a lutto abbiamo finito per lasciarci risucchiare in un gioco di ruolo o in un imbroglio. Quando Walter Veltroni parla dell’“uomo dei sogni” (tipico suo) non ha neanche torto, tutto sommato. Sogni, appunto, il contrario della veglia, un’anticoscienza. Il “mago” ci ha stregati? Più che normale. È il mestiere dei maghi: turlupinarci (e Jobs, almeno nel farci credere di aver bisogno di cose di cui invece non si ha proprio alcun bisogno, è stato un mago). Bisognerebbe chiedersi perché abbia funzionato così bene, proprio alla grande, senza resistenza vera, senza dialettica. Nel Settecento, quando il conte Cagliostro pretendeva di essere l’uomo salvifico che sanava “tutti i mali” e tutto guariva, metà Europa abboccava, metà lo considerava un ciarlatano. Oggi è radicalmente diverso e fa un po’ effetto. Il mago è il mago (alla faccia della “scuola del sospetto”, del postmoderno). Più che di pensiero unico forse è il caso di parlare di “pensiero magico”.
Come si spiega quest’autentica epidemia di credulità beota e di devozione? Non so neppure se sia necessario complicare il quadro o semplificarlo. Certo, uno si domanda come diamine sia possibile che nei giorni della Grande Crisi Economica Globale, di Occupy Wall Street, della rivolta del 99% contro Ceo, banchieri, Vampiri del capitale, finanzieri, uno di questi (uno, appunto, dell’1%) poi sia diventato un Santo, anzi un’icona, e anche per i ribelli, gli “indignati”. Una prima risposta è quasi pietosa (nel senso della pietas e della pena). C’è stato un latente moto collettivo di sincera gratitudine mischiata a un larvale senso di colpa. Cosa ha dato (venduto) al mondo il “genio” di Steve Jobs se non una serie di gadget che hanno contribuito a infantilizzare il pubblico in modo quasi automatico e immediato? L’oscura consapevolezza di questa clamorosa dinamica di assuefazione, la non confessata vergogna per questo tornare bambini in versione 2.0, spiega qualcosa (non tutto certamente, ma qualcosa). Poi, sì, è anche un problema di comunicazione (sempre Veltroni ci spiega che Jobs ha “cambiato il mondo della comunicazione”). Ve li figurate i giornali che ormai puntano tutto sull’iPad o sull’iPhone a parlarne male?
Ma siamo ancora nel regno delle apparenze, in superficie (o, detta all’antica, alla sovrastruttura). L’aspetto più impressionante della vicenda sta in un vero sortilegio, strutturale. In morte di Steve Jobs, a farla breve, si è palesato un meccanismo (magico?) vertiginoso: l’annullamento di oltre un secolo e mezzo di pensiero critico. E come se avessimo rimosso i “fondamentali” e davanti al luccichio vezzoso di un iPod di un iPad o di un iPhone ci ritrovassimo a balbettare l’eterno ceci n’est pas une pipe di Magritte. Quando il guru dell’open source Richard Stallman rimprovera a Jobs di aver trasformato i computer in una “prigione cool” per incastrarci sfiora il problema vero ma resta al suo gioco (e poi è un regolamento di conti tra addetti ai lavori). Ceci n’est pas une pipe: l’incantesimo di Jobs (l’incantesimo che Jobs ha incarnato) sta in questa miracolosa scomparsa del carattere di mercedei gadget informatici che vengono percepiti e vissuti come protesi (persino intelligenti) di una soggettività mutante o già mutata.
È la rinuncia alla critica (minimale) dell’economia o a una teoria dei bisogni (elementare). Il web ne sembra come esentato, immunizzato. L’allucinazione o l’abbaglio nascono in questo arresto del giudizio. Nel punto di massimo avanzamento della modernità si retrocede al pensiero magico e il consumatore informatico torna a all’atteggiamento ingenuo di chi al posto della merce scorge il feticcio (e perde di vista rapporti di produzione, sfruttamento, alchimie della finanza, disuguaglianze). Così è naturale che si parli di maghi e di magie. Per capire questa svolta regressiva, oggi come ai tempi di Marx, a metà Ottocento, “dobbiamo involarci nella regione nebulosa del mondo religioso” e ricominciare a sfatare l’arcano delle merci, o l’impostura. È semplice e complicato, al tempo stesso. La mistica della rete ci ha fatto dimenticare la fantasmagoria del ‘feticismo delle merci’ e la retorica dell’immateriale è riuscita di fatto a ipnotizzarci. L’effetto non poco paradossale di questo altro tipo di ritorno all’infanzia (un’infanzia “pre-capitalistica”) poi è quello di vedere anche menti piuttosto affilate, sofisticate, inebetirsi dinnanzi a geroglifici improvvisamente vissuti, anzi subiti, come pure evidenze, irrefutabili (o per dirla con Marx come “cose naturali dotate di strane qualità sociali”). Ne viene fuori un’inversione di senso tradizionale quanto inavvertita tra “rapporti sociali” e “rapporti tra cose” e tutto si confonde e si ingarbuglia. Poi – ovvio – è anche questione di Brand, o stregoneria. L’enfasi paracula del marketing Apple sull’“I” (quando Christopher Lasch profetizzava l’avvento del “decennio dell’Io” non aveva davvero ancora visto niente) ha fatto in modo che la confusione tra la cosa e il soggetto si sia fatta definitiva, inestricabile (ed è il soggetto a diventare la protesi ottusa del gadget, una variante). Ceci n’est pas une pipe… La “critica della produzione digitale” (ne accenna Raffaeli nel suo pezzo) dovrebbe ripartire da una banalità di base – i gadget informatici sono “merce” – e dalla demisticazione di questo processo di trasfigurazione o rimozione che li fa cose-non-cose, non-prodotti (l’insistenza sulla “bellezza” di queste cianfrusaglie glamour è sintomatica: come a dire, sono quasi opere d’arte, mica merci…).
Poi resta l’ironia della cronaca, una beffa. Mentre scrivo, decine di migliaia di allucinati sono disciplinatamente in fila alle porte degli Apple-Store in attesa dell’ultimo modello di iPhone, il numero 4. Nello stesso paragrafo del Capitale in cui parla del ”carattere di feticcio della merce” Marx a un certo punto fa una battuta quasi sdrammatizzante. “Se le merci potessero parlare direbbero: il nostro valore d’uso potrebbe interessare agli uomini”. Povero passatista, vecchio umanista. Se le merci potessero? Ma possono! L’iPhone 4 pare possa parlare; fa di tutto. È la transustanziazione della forma-merce. Il Feticcio si è fatto Golem, per magia. E ceci n’est pas une pipe, naturalmente.

Questo articolo è uscito nell’ultimo numero dello «Straniero» ed è disponibile online anche al sito www.lostraniero.net

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