Steven Pinker Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/steven-pinker/ un blog di approfondimento culturale Tue, 10 Feb 2015 10:10:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Steven Pinker Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/steven-pinker/ 32 32 Sanremo Reloaded https://minimaetmoralia.it/fiction/sanremo-reloaded/ https://minimaetmoralia.it/fiction/sanremo-reloaded/#comments Tue, 10 Feb 2015 10:10:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25378 di Raffaella R. Ferré

Venne il giorno in cui le note finirono.

Perché le note sono così: sette, dodici contando le alterazioni, pensi di averne abbastanza per ogni dito della mano ma ti sfuggono le limitate possibilità di combinazione. Ma che la canzone si sia mossa in questo secolo sullo stesso sistema impiegato da Mozart e Beethoven è cosa nota, e si sperava, allora, nelle parole: ventisei lettere tra alfabeto italiano e inglese, miliardi di lemmi, eventualità combinatorie pressoché infinite, tutte sotto la lingua, a disposizione. Nei corridoi, compositori, musicisti e parolieri, ciascuno di loro fornito di cartelletta color carta da zucchero contenente la segretissima “Guida alle parole mai utilizzate in una canzone italiana” si davano pacche sulle spalle immaginando i loro artisti melodiare frasi come “La borragine tiene unita la compagine”. Ma fornire tante rassicurazioni ad un uomo non è mai cosa giusta e il dubbio, uno solo, s’era insinuato già a dicembre: che fossero finiti i pensieri?

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di Raffaella R. Ferré

Venne il giorno in cui le note finirono.

Perché le note sono così: sette, dodici contando le alterazioni, pensi di averne abbastanza per ogni dito della mano ma ti sfuggono le limitate possibilità di combinazione. Ma che la canzone si sia mossa in questo secolo sullo stesso sistema impiegato da Mozart e Beethoven è cosa nota, e si sperava, allora, nelle parole: ventisei lettere tra alfabeto italiano e inglese, miliardi di lemmi, eventualità combinatorie pressoché infinite, tutte sotto la lingua, a disposizione. Nei corridoi, compositori, musicisti e parolieri, ciascuno di loro fornito di cartelletta color carta da zucchero contenente la segretissima “Guida alle parole mai utilizzate in una canzone italiana” si davano pacche sulle spalle immaginando i loro artisti melodiare frasi come “La borragine tiene unita la compagine”. Ma fornire tante rassicurazioni ad un uomo non è mai cosa giusta e il dubbio, uno solo, s’era insinuato già a dicembre: che fossero finiti i pensieri?

Non c’era troppo tempo per pensare, comunque.

La ferrosa macchina dello spettacolo non ha freni e tutto può essere rappresentato, anche lo stridere di marce: per cui, anche in quel febbraio che stentava ad ingranare, bisognò portarsi in scena, e restarci. Almeno quattro serate, il minimo. Le alte sfere avevano intimato al direttore artistico: “Stiamo rimpiangendo i Jalisse. Se nessuno canta stasera, inventati qualcosa”. Ma cosa ci si poteva mai inventare? Due anni prima avevano tentato il colpaccio della mezcla “cucina & dialetti”: ne era nato un caso politico quando un notissimo cantautore napoletano aveva vinto con “Tri pastiere cott in sul foeugh”. Per i dodici mesi successivi fu paventata la secessione, fino a quando un referendum non stabilì che i cittadini volevano sì un Italia divisa, ma più che in nord e sud, valutavano l’eventualità est e ovest. Bisognò ridurre a zero i conflitti e si tentò allora la carta di un solo concorrente sconosciuto in gara: risultato clamoroso. L’uomo aveva stravinto nonostante le sue qualità canore rimasero dubbie almeno quanto il suo nome, poiché si era portato in scena senza mai modulare una nota. Titolo della hit: Pausa.

Superato lo stupore del silenzio, però, l’anno in corso era quello del paventato crollo degli ascolti: le alte sfere, convintissime fosse colpa della novità delle canzoni in pidgin lanciata durante l’estate, fecero cadere un po’ di teste, senza rendersi conto che la gente da casa, dopo aver provato ad alzare il volume dodici mesi prima, aveva capito che poteva prodursi nella stessa esibizione cambiando canale già alla messa in onda degli spot.

E, dunque, si era all’ultimo tentativo: il glorioso festival della canzone italiana si preparava alla disfatta quando, nel febbraio 2015, il conduttore salì sul palco e senza novità sostanziali da segnalare, non un guizzo, un accento, un’armonia di rilievo che non suonasse come un commiato, decise di tentare il tutto per tutto e a luci basse intonò l’unica canzone che sentiva di poter ancora cantare:

In questa notte di venerdì, perché non dormi, perché sei qui?

Perché non parti per un week end che ti riporti dentro di te?

Non era nostalgia, se lo stava chiedendo davvero.

Eppure si vide costretto a continuare oh sì, andò avanti fino alla fine perché il miracolo era avvenuto: i pochi presenti in sala avevano alzato la testa dando primi timidi cenni di vita, i social network erano schizzati al pari dei telecomandi e i giornali on line stavano già dando la notizia del primo caso di delirium tremens sullo stesso palco che aveva già ospitato disoccupati aspiranti suicidi, donne finto-incinte e seni inglesi scoperti. Al ritornello sembrava d’esser tornati al 1987.

Se note, parole e pensieri hanno, infatti, un tempo di ridondanza, le idee devono vedersela solo con l’obsolescenza, ma ad afferrarne una in tempo, si può star saldi e sicuri: il conduttore ebbe appena il tempo di dire: “Fermi tutti, ho capito!”, e prima che lo incoronassero vincitore morale, precipitarsi dietro le quinte alla ricerca del cellulare. La sera successiva il festival andò regolarmente in onda, come ogni anno, atteso come non era mai successo. Ma invece della sfarzosa diretta dal grande teatro della cittadina costiera, la trasmissione partì dagli archivi della televisione. Canzoni uscite dall’ombra per pochi giorni e subito, subito tornate indietro, ebbero così la loro seconda possibilità.

Franca ti amo, Ivan Graziani direttamente dal 1985, diventò gettonatissima da subito nelle assemblee degli istituti superiori; Antonella Arancio con “I ricordi del cuore”, anno di grazia 1994, seppe raccontare a tutte le donne che cambiare la carta da parati quando lui ti lascia è cosa buona e giusta; Rudy Marra con “Gaetano”, 1991, diede tantissimo da pensare a tutti chiedendo: E quanti soldi spesi senza mai niente in mano, ti ricordi di come eravamo, ti ricordi, ti ricordi, ti ricordi?!”. Ma a stravincere fu Enrico Ruggeri con un profeticissimo Nuovo Swing, e l’unico vero problema fu come premiarlo nel presente tornando indietro nel tempo, e precisamente al 1984.

L’edizione 2015 si rivelò così quel successo di cui tutti oggi conserviamo memoria. E a musicisti, compositori e parolieri, venne davvero riservata una sala stampa come raccontano le cronache dell’epoca. Le cartelline color carta da zucchero furono sequestrate – ne restano oggi pochissimi esemplari -, ma quello che non tutti sanno è che era possibile sentir snocciolare “L’istinto del linguaggio”, Steven Pinker, come un rosario (e da qui nacque quella liaison con il professore canadese che portò i nostri migliori artisti a tenere delle conferenze ad Harward come moderni scienziati delle possibilità combinatorie non già delle note o delle parole, ma dei tempi).

A recitare, senza alcun accento e senza aver quasi pubblico, una sconosciuta modella bionda che in quelle settimane viveva il brevissimo periodo che conoscono tutti gli esemplari femminili della specie quando, non più una ragazza e non ancora una donna, si aspetta, ferme, il collo teso e la testa puntellata da un filo invisibile, un cenno dal passato o dal futuro credendo decisivo ogni attimo, senza capire che anche gli attimi hanno un numero limitato. Una volta inanellati sui birilli, come nel gioco che si fa da bambini, nulla potrà più sorprenderci. Che non sia questa la moderna concezione di salvezza: un mondo in cui solo il passato merita la sua parte di destino. E in questo senso, Sanremo 2015 meritava pienamente di esistere.

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Intervista a Naomi Alderman https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-naomi-alderman/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-naomi-alderman/#comments Tue, 29 Apr 2014 14:40:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20356 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Naomi Alderman ha felicemente esordito nel 2006 con un romanzo dal bel titolo Disobbedienza. Il libro raccontava dello scontro tra una giovane donna e la comunità ebraica ortodossa da cui proveniva. Nata e cresciuta anche lei in una comunità ortodossa (quella di Hendon, a Londra), riusciva a fare della religione oggetto di investigazione dell'anima e motore del proprio immaginario. Dopo un secondo ottimo romanzo (Senza toccare il fondo, Nottetempo 2011), Alderman torna nelle librerie con una magistrale opera terza. Si chiama Il vangelo dei bugiardi (traduzione di Silvia Bre, Nottetempo/Feltrinelli, pagg. 290, 17 euro) ed è una riscrittura in quattro tempi della vita di Gesù in cui sua madre Maria, Giuda, il sacerdote Caifa e Barabba diventano narratori e coprotagonisti.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Naomi Alderman ha felicemente esordito nel 2006 con un romanzo dal bel titolo Disobbedienza. Il libro raccontava dello scontro tra una giovane donna e la comunità ebraica ortodossa da cui proveniva. Nata e cresciuta anche lei in una comunità ortodossa (quella di Hendon, a Londra), riusciva a fare della religione oggetto di investigazione dell’anima e motore del proprio immaginario. Dopo un secondo ottimo romanzo (Senza toccare il fondo, Nottetempo 2011), Alderman torna nelle librerie con una magistrale opera terza. Si chiama Il vangelo dei bugiardi (traduzione di Silvia Bre, Nottetempo/Feltrinelli, pagg. 290, 17 euro) ed è una riscrittura in quattro tempi della vita di Gesù in cui sua madre Maria, Giuda, il sacerdote Caifa e Barabba diventano narratori e coprotagonisti.

La storia a molti nota diventa così contenitore inedito di sentimenti e passioni, abitato da personaggi mossi da esperienze e pratiche condotte su questo nostro pianeta terra alla ricerca di un futuro che non abbia orizzonti più lontani della morte. Amatissima dall’amica scrittrice (nonché sua mentore) Margaret Atwood e selezionata nel 2013 dalla rivista Granta tra i migliori giovani scrittori inglesi, Alderman (che l’11 maggio sarà ospite al Salone del Libro di Torino) racconta oggi come la prima idea di scrivere Il vangelo dei bugiardi le sia venuta a sedici anni. “Pensavo fosse una buona idea scrivere un romanzo sulla storia di Gesù dal punto di vista degli ebrei”, racconta. “Lo dissi alla mia insegnante di ebraico che mi rispose che no, proprio non si poteva fare. E sappiamo tutti che quando ti dicono che non puoi fare una cosa è sicuro che la farai”.

Quando poi il romanzo su Gesù l’ha scritto, Alderman ha scelto Maria come primo dei suoi quattro narratori ebrei. “Vedevo un legame tra Maria e le madri dei martiri palestinesi e israeliani, e vedevo questa combinazione di orgoglio e dolore che appartiene alle madri. Mio padre si è suicidato quando ero ragazzina, e ho visto mia nonna perdere suo figlio in questo modo. Capisco la natura di quel dolore che nasce dalla perdita e dal sentirsi traditi e feriti e tutte le emozioni che entrano in gioco quando perdi qualcuno che pensi avrebbe potuto salvarsi”.

E gli altri tre? Perché proprio loro?

Giuda l’ho scelto perché m’interessava raccontare cosa si prova quando si decide che bisogna interrompere qualcosa che ha preso una brutta china. Leggendo le Sacre Scritture si vede l’evoluzione di Gesù come fosse un personaggio letterario, e all’inizio è un uomo che continua a ripetere che no, non è lui il Messia, e poi invece comincia a crederci lui stesso sempre di più, e dall’esterno di rendi conto di quanto diventi pericolosa una simile evoluzione. Caifa l’ho scelto perché viene sempre descritto come il cattivo che fa cose cattive, e ho iniziato a pensare che non poteva essere solo così, che nessuno è mai soltanto cattivo, che magari aveva anche lui qualcosa di buono, e che forse erano le circostanze difficili in cui si è ritrovato a farlo sembrare peggiore di com’era realmente. Ultimo c’è Barabba, che ho scelto quando mi sono resa conto che aveva vissuto una vita praticamente identica a quella di Gesù da un sacco di punti di vista ma su scala e con un’enfasi totalmente diverse. Tutti e quattro li ho scelti anche perché le loro storie vengono raccontate solo parzialmente, ci sono dei buchi narrativi da riempire, o semplicemente c’è la possibilità di riraccontarli da una diversa prospettiva. E poi non volevo credenti, le storie di chi credeva e ha continuato a credere in Gesù le sappiamo già.

In che relazione metterebbe letteratura e religione?

Domanda interessante, ma allargherei il campo. Di fatto la vedo più come un legame a tre: letteratura, religione e psicanalisi. Sono tre discipline che si basano sulla narrazione di storie che aiutano a capire il mondo. E tutte tre contestualizzano il senso di ciò che facciamo nelle nostre vite quotidiane. La cosa sorprendente della Bibbia è che non è altro che un libro, un libro di belle storie, storie così belle da avere reso il mondo un posto diverso. C’è gente che è morta per quel libro, e gente che è stata torturata, gente che ha raggiunto i vertici del potere per poi precipitare giù. Tutto solo perché sono delle storie eccellenti. Ed è incredibile che il semplice raccontare storie abbia un simile potere. Anche la psicanalisi ci rivela quanto le nostre azioni quotidiane siano influenzate da storie che arrivano dai posti più disparati. La psicanalisi ti incoraggia a tornare indietro, a guardare dov’è che comincia la tua storia personale e a capire se va bene continuare in quella direzione, se è una storia che continua a essere valida per te, se ancora ti si confà. Il mio romanzo parla proprio di questo, della libertà che arriva quando capisci veramente da dov’è che vieni, quando accetti la tua vita per quello che è, raccontando le cose in modo lineare e affidando la storia ai fatti e non al mistero. Trovo sia una cosa liberatoria.

Il suo romanzo è anche una storia di guerre, come lo è la Bibbia.

Sì, assolutamente. Sono pochissime le storie che non sono storie di guerre. Prendiamo i romanzi di Jane Austen, per esempio: non sarebbero gli stessi se non avessero come scenario le guerre napoleoniche. La guerra è una costante della storia dell’umanità, e quando si vuole scrivere grandi romanzi si finisce sempre con lo scrivere di guerre e religione.

Riesce a immaginarlo un mondo senza guerre?

Sì che ci riesco! E credo anche che senza guerre ci troveremmo benissimo. La guerra non è il modo migliore per risolvere le cose, si può fare di meglio. E credo che è la direzione verso cui ci stiamo muovendo. C’è un libro bellissimo scritto da Steven Pinker, si chiama Il declino della violenza, e mostra come la violenza stia diminuendo. Siamo tutti convinti che aumenti solo perché se ne parla di più, perché i media la amplificano, ma di fatto come modo per risolvere dilemmi la violenza è su una curva discendente. E io sono d’accordo con Pinker, credo sia una tendenza irreversibile: la violenza continuerà a diminuire, non scomparirà mai del tutto ma sarà presente in misura sempre minore. O almeno lo spero.

Un mondo senza religione se lo immagina?

No. Ottima domanda, ma la risposta è no. Riesco a immaginare un mondo senza religioni organizzate, ma non senza religione. La religione è per certi versi un modo per capire la tua vita e penso che ci sia gente che riesce a vivere senza credere nel soprannaturale, ma sono pochissimi quelli che riescono a vivere senza chiedersi né cercare il senso della vita. Forse solo i bambini ci riescono. Secondo i meccanismi che ha la nostra società di sostituire le cose, credo piuttosto che abbiamo sostituito l’amore a Dio, anche se molti cristiani direbbero che è la stessa cosa. In passato, comunque fosse la tua vita, era la relazione che avevi con Dio a darle un senso. Adesso a dare un senso alla tua vita è la relazione con qualcuno, che sia tua madre, i tuoi figli, il tuo partner, i tuoi amici, o anche solo della gente per cui fai volontariato. Se provi a vivere senza amare qualcun altro oggi la vita viene considerata senza senso. E anche questa è una forma di religione.

Quindi un mondo senza Dio se lo immagina?

La questione è complessa. Personalmente ho smesso di sentire la presenza costante di Dio nei miei pensieri. Ma resta comunque da qualche parte sul fondo. Se a un certo punto voglio parlare con Dio, so che c’è, che è sempre lì. Ma non credo nella sua esistenza soprannaturale al di fuori dello spazio e del tempo. Semplicemente trovo che ogni tanto sia utile parlare con Dio. So che potrei vivere perfettamente senza Dio, ma non lo farei. Mettiamola così: l’idea di Dio è utile come è utilissima l’idea che esista Buffy l’ammazzavampiri e la possibilità di chiedersi che cosa farebbe Buffy in una determinata situazione. L’idea che Dio esista è particolarmente bella.

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