Street Fighting Year Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/street-fighting-year/ un blog di approfondimento culturale Wed, 07 Nov 2012 12:55:30 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Street Fighting Year Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/street-fighting-year/ 32 32 Street Fighting Year https://minimaetmoralia.it/societa/street-fighting-year-3/ https://minimaetmoralia.it/societa/street-fighting-year-3/#comments Sun, 26 Dec 2010 08:35:09 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3560 Bomba o non bomba arriveremo a Roma
di Simone Caputo

“Tutto il tempo non trascorso a consumare o accumulare oggetti da consumare in modo dilazionato sarà considerto tempo perso. Si arriverà a sciogliere le sedi sociali, le fabbriche, le officine perché le persone possano consumare a casa propria mentre lavorano, giocano, si informano, imparano, si controllano. L’età limite per la pensione scomparirà, i mezzi di trasporto diventeranno luoghi di commercio...

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Bomba o non bomba arriveremo a Roma
di Simone Caputo

“Tutto il tempo non trascorso a consumare o accumulare oggetti da consumare in modo dilazionato sarà considerto tempo perso. Si arriverà a sciogliere le sedi sociali, le fabbriche, le officine perché le persone possano consumare a casa propria mentre lavorano, giocano, si informano, imparano, si controllano. L’età limite per la pensione scomparirà, i mezzi di trasporto diventeranno luoghi di commercio, gli ospedali e le scuole lasceranno il posto, per la maggior parte, a luoghi di vendita e a servizi post-vendita di autosorveglianti e autoriparatori. […] Più l’uomo sarà solo, più si controllerà e si distrarrà al fine di colmare la solitudine. La libertà individuale senza limiti, aumentata – almeno in apparenza – dagli autosorveglianti, porterà sempre di più le persone a considerarsi responsabili soltanto della propria sfera personale, professionale e privata, e a obbedire, in apparenza, solo al proprio capriccio e, nei fatti, alle norme che stabiliscono le esigenze della propria sopravvivenza. […] L’uomo di domani percepirà il mondo come una totalità al proprio servizio, nel limite di norme imposte dalle assicurazioni al suo comportamento individuale. Vedrà l’altro solo come uno strumento per la propria felicità, un mezzo per procurarsi piacere e denaro, o addirittura entrambi. Non penserà più a preoccuparsi per gli altri: perché dividere se si deve combattere? Perché farsi insieme se si è concorrenti? Nessuno più penserà che la felicità altrui possa essergli utile. E ancora meno si cercherà la propria felicità in quella dell’altro. Ogni azione collettiva sembrerà impensabile e, per questo motivo, ogni cambiamento politico inconcepibile. La solitudine comincerà dall’infanzia”.

Il movimento studentesco contro il ddl Gelmini sembrerebbe raccontare un futuro diverso da quello intravisto da Attali (Breve storia del futuro, 2006) appena qualche anno fa: c’è ancora qualcuno che vuole combattere, che desidera fare insieme, che spera in una felicità per se e per gli altri. E questo qualcuno non è solo: gli abitanti di Terzigno, gli operai della Fiom, i precari e i lavoratori extracomunitari sui tetti. Multiformi mobilitazioni, occupazioni di sedi universitarie, striscioni sulla Torre di Pisa e sul Colosseo, il parlamento assediato, blocchi metropolitani. Gesti più forti degli slogan, delle stesse idee che circolano viralmente in rete e nelle assemblee partecipate. Segni di un dissenso, di una consapevolezza che ribellarsi è giusto, di un desiderio di sfogo che va oltre le idee troppo spesso confuse, fin anche reazionarie. Perché in fondo, a volte, non è reazionario difendere a oltranza il carattere pubblico dell’istituzione università? Questi gesti sono un violento feedback del presente: gli studenti, bollati come parassiti dal potere, sfiduciati e delusi, gettano in piazza il vomito che gli viene da cibi andati a male propinati da più parti a tutte le ore del giorno: dai genitori, dalla televisione, dalla politica, dai banchi delle scuole e dell’università. Deboli eppure tra i pochi che provano a uscire fuori dal coro. Con a fianco una generazione, quella di quanti l’università l’hanno finita da un po’ e sono precari per la maggior parte, che il futuro previsto da Attali lo stanno vivendo a pieno: figli di commercianti, medici, avvocati, infermieri, poliziotti, amministratori, insegnanti, ricercatori, operai qualificati, funzionari, “la maggior parte non avrà più un posto di lavoro fisso. Continuamente raggiungibili, dovranno tenere costantemente sotto controllo la propria appetibilità e le proprie conoscenze. […] La delocalizzazione delle imprese e l’emigrazione dei lavoratori faranno scendere i redditi. Rimpiangeranno il tempo in cui le frontiere erano chiuse e il lavoro assicurato per la vita, gli oggetti durevoli, i matrimoni suggellati una volta per tutte, le leggi intangibili. Idealizzeranno lo status di funzionario, assimileranno un impiego garantito a vita a un patrimonio, e il trattamento corrispondente a una rendita. Coloro che lavoreranno per ciò che sarà rimasto dello Stato e dei suoi annessi e connessi saranno sempre meno numerosi, e il loro status diverrà sempre più precario. […] Per queste classi medie, assicurarsi e distrarsi saranno le principali risposte alle sfide poste dal mondo. Distrarsi: il loro modo per dimenticare”.

I fratelli maggiori degli studenti di oggi sono gli stessi che alcuni anni fa, quando era ministro la Moratti, diedero vita alle prime forme di protesta serie che si vedevano nelle scuole e nelle università in Italia da molti anni a quella parte; gli stessi che manifestando per le strade di Genova nel 2001 andarono a sbattere rovinosamente contro la sordità e l’ottusità delle forze politiche occidentali. Da allora qualcosa è cambiato: il sogno, in molti, troppi, ha lasciato spazio all’autocommiserazione, alla voglia di farsi i cazzi propri, al sentirsi soddisfatti perché parte di proteste virtuali con cui convincersi di essere “tra i buoni”, all’esclamare di fronte agli inviti alla partecipazione dei movimenti studenteschi odierni “ma io non sono più un universitario”. “Si sono tutti integrati / i nostri amici problematici / diciassettenni sedicenti facinorosi / capipopolo meravigliosi / che ricordavano a docenti e padri / quanto fossero defunti di già / Chi vandalizzava o teorizzava occupazioni / o furti programmatici di beni preziosi / chi sparava sugli sbirri va in vacanza come niente fosse / da un emisfero all’altro / Tutti costoro avevano bisogno di un lavoro / e se lo sono trovato”, canta il trentenne toscano Mangiacassette. Gli studenti che protestano oggi, per le strade di Roma e d’Italia, sono per questo soli. Non sembrano, per la maggior parte, avere le idee ben chiare sul “cosa fare”, eppure sono tra i pochi ad offrire al paese una virtù dimenticata: la generosità. La generosità nel protestare in maniera diffusa, per se e per gli altri. Oltre l’oramai inascoltate pratiche del corteo sindacale e della svilente e mesta adunata politica in piazza; oltre la cecità di chi non ha compreso, dopo il Febbraio del 2003, quando 351 città in 54 paesi del mondo si fermarono inutilmente per protestare contro la guerra in Iraq, che manifestare semplicemente non basta più. Il movimento dell’Onda, la vera radice delle azioni di questo 2010, aveva investito tutti gli atenei nell’autunno del 2008 e rappresentato una boccata d’aria fresca nella palude italiana, il salto necessario oltre le logiche di destra e sinistra. Lo slogan “noi la crisi non la paghiamo” sintetizzava una lettura attenta del presente, la coscienza di essere la prima generazione dal dopoguerra in poi a non poter mantenere il livello di autosufficienza e benessere dei propri padri. Tra quell’ondata, capace di alzare finalmente il livello della protesta, di mettersi in contatto con le azioni che nascevano nel resto d’Europa, e i movimenti che rifiutano il ddl Gelmini esiste una differenza non da poco: allora il tentativo era stato quello di unire tutti i soggetti ugualmente colpiti dalla riforma che si preparava, docenti e studenti insieme, su un identico piano ideale e desiderosi di pensare insieme nuove strade per il futuro; oggi, se si esclude un forte gruppo di ricercatori, gli studenti hanno scelto la strada della protesta non “appoggiata” dai grandi, del colorato muro-contro-muro, riversando l’Onda oltre le strade, acqua alta che ha raggiunto i tetti degli edifici, i piani altri dei monumenti (con un unico errore: lasciar salire sui tetti chi non avrebbe dovuto metterci piede). E un’altra differenza ancora tra 2008 e 2010: la crisi globale dei mercati del 2009 che ha costretto i governi europei a drastici cambi in materia di politica economica. E se alcuni hanno scelto, in maniera che più che lungimirante è logica, di incentivare la ricerca e sostenere l’istruzione, paesi come l’Inghilterra e l’Italia hanno imboccato, senza se e senza ma, la strada della drastica riduzione del Welfare: da cui i volenti scontri londinesi e romani. Il tutto mentre il resto del paese vive come nelle visioni del Ballard di Crash, non più ipotetico futuro, ma presente tangibile e immediato: “ai suoi occhi di donna sofisticata io stavo ormai diventando una specie di videocassetta emotiva – mi inserivo tra tutte le scene di dolore e violenza che illuminavano i margini delle nostre esistenze: quei notiziari di guerra e disordini studenteschi, catastrofi naturali e brutalità poliziesche, che guardavamo vagamente sulla Tv a colori della nostra camera mentre ci masturbavamo a vicenda”. La violenza nasce dal silenzio di istituzioni che negli ultimi due anni non hanno mai voluto ascoltare una proposta che venisse dalla bocca degli studenti, quasi questi non esistessero; la violenza nasce dalle parole dei capocomici della politica che predicano giustizia preventiva e tolleranza zero quasi il modello greco e la morte del quindicenne Andreas Grigoropoulos non avessero insegnato nulla. Aldilà dei distinguo sul ddl Gelmini, delle possibili soluzioni, del dilemma pubblico-privato, delle proposte dei ricercatori, degli squallidi nepotismi dell’ultima ora, delle applicazioni regolamentari che attueranno la riforma più importanti del ddl stesso, pur stando a fianco dello slancio degli studenti italiani, quello che davvero rattrista è la dimensione solitaria della protesta: una tremenda peculiarità tutta nostra, tutta italiana. Si commenta il sangue e le vetrine rotte, si è con gli uni o con gli altri, si esprime compassione, si fa propaganda, ma non c’è spazio per la vera solidarietà sociale. La voce degli studenti, come quella degli abitanti di Terzigno, dei terremotati di L’Aquila, è rimasta affare non di tutti. Spettacolo da stare a guardare. L’opinione pubblica da che parte sta? Il movimento dovrebbe essere un insieme di soggetti diversi che si muovono insieme. In Italia, al contrario, i movimenti di questi ultimi anni, sono sempre stati azioni isolate: quella dei ricercatori dell’ISPRA (ex-ICRAM) quando sono rimasti per più di un mese sui tetti di via Casalotti 300 a Roma, quella degli gli Aquilani in Novembre quando sotto l’acqua hanno marciato dinanzi a Piazza D’Armi, Piazza Duomo, la Casa dello Studente. Sembra mancare a noi italiani un senso della giustizia, della solidarietà, della coscienza del presente che nasca effettivamente dal basso. Le idee vengono dalla televisione, dai programmi di approfondimento, dai santini della retorica dell’alterità, quasi dovessero rispondere a delle mode, a un tifo organizzato, al sentirsi parte di un gruppo, piuttosto che semplicemente nascere da un proprio senso della giustizia. Il paradosso è che nel bailamme di voci che si sono accavallate nei giorni scorsi e affrettate a pontificare sui fatti del centro di Roma, hanno trovato spazio tutti, intellettuali, professori, politici, scrittori, forze dell’ordine, a scapito degli studenti. La spettacolarizzazione vince su tutto: gli studenti che si battono per un’istruzione seria e migliore fanno già parte del circo, e tutto quello che aveva a che fare con le idee, ma in fondo anche col pane e l’acqua, viene dimenticato, nel silenzio a volte anche di chi alcuni mesi o giorni fa dimostrava contro la privatizzazione dell’acqua, il taglio del FUS, la negazione dei diritti fondamentali agli immigrati. I movimenti tutti dovrebbero spingere la protesta, con un’adesione partecipe, capace di andare avanti a oltranza, ben sapendo quanto costi in termini di sacrificio e fastidio. Perché c’è poco da sperare nella generazione dei padri e delle madri, ma anche dei fratelli maggiori, per i quali il lavoro non fa più parte dell’identità personale, mentre conta sempre più l’immagine che si fabbrica nel tempo libero e coi social network. Se errore grande c’è stato nel 2008 ai tempi dell’Onda è stato quello di non provare testardamente a trasformare l’ipotesi di cambiamento in lotta aperta e perseverante, vogliosa e ostinata nel radunare soggetti e gruppi, nel fare area, nell’essere consapevole che quello non era altro che un inizio. La capacità di ribellarsi, di esprimere solidarietà sociale possono essere radicali solo se tutto quanto è dietro la parola “muovere” non si arresterà alle votazioni pre-natalizie: porre in moto, spostare, agitare, dare la spinta, iniziare, cominciare a germogliare.
Un segnale diverso, bello viene proprio dal 22 Dicembre, dalla città di Roma: il movimento che protesta in maniera colorata attraversando le periferie della città, mostrandosi ai cittadini, ricevendo i sorrisi e gli applausi degli anziani, rifiutando le provocazioni e le istigazioni alla violenza della politica, rispondendo con freschezza e saggezza alle domande dei giornalisti dopo l’incontro col presidente Napolitano, chiedendo alla CGIL l’appoggio per coinvolgere quanti più soggetti in un grande sciopero generale, interrompendo i cortei per far ritorno alla Sapienza e poggiare dei fiori lì dove poco prima era morto sul lavoro Mohammed, giovane operaio straniero. Con un’immagine su tutte: quella della rampa che dalla via Prenestina porta sulla Tangenziale di Roma. Un fiume di studenti che sale verso l’altro, in mezzo ai palazzi, oltre i tetti delle case.

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Street Fighting Year https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/street-fighting-year-2/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/street-fighting-year-2/#comments Thu, 23 Dec 2010 08:06:38 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3549 di Tommaso Pincio

Non conosco i vostri nomi e nemmeno i vostri volti. Non so quanti anni avete, se siete sposati, felici, padri, tifosi, innamorati, in buona salute. Non so nulla di voi se non che avete identificato una ragazza di nome Alice. L’avete ammanettata e condotta in un centro di identificazione perché si trovava alla testa di un corteo.

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di Tommaso Pincio

Non conosco i vostri nomi e nemmeno i vostri volti. Non so quanti anni avete, se siete sposati, felici, padri, tifosi, innamorati, in buona salute. Non so nulla di voi se non che avete identificato una ragazza di nome Alice. L’avete ammanettata e condotta in un centro di identificazione perché si trovava alla testa di un corteo. Stando al suo racconto, Alice, che ha 23 anni, è stata tenuta insiemead altri giovani «in una cella vuota, senza bere, né mangiare, né poter andare al bagno. Chi chiedeva un po’ d’acqua o si lamentava per le ferite aperte veniva aggredito, deriso, minacciato». 
Ne è uscita con gli occhi pesti, un braccio al collo e una caviglia gonfia. Ma non è di questo che voglio parlarvi. Non metter la parola sua contro la vostra. Sono pronto a credere che nel vostro centro di identificazione Alice sia stata trattata con il rispetto che si conviene a qualunque fermato. Posso anche dubitare del racconto di Alice, ma non del fatto che ci siano stati dei momenti in cui lei abbia tremato. Perché una ragazza di 23 anni che legge tanto, che fa teatro, che ama David Bowie, che vuole occuparsi di “Altra economia”, che arriva dalla Sardegna in una metropoli, che vive in una casa di studenti pagando 250 euro per un letto e che, per pagare quel letto, non va mai al cinema né al ristorante e fa la spesa al supermercato cercando sempre i cibi meno costosi, una ragazza così, per forte che possa essere, trema in un centro di identificazione. Premetto dunque che vi credo. So bene cosa significa fare il vostro lavoro. So che ci sono moltissime persone straordinarie con indosso la vostra divisa.
Così abbiamo sgombrato il campo dai sospetti, dalla diffidenza, spero, e posso scrivervi cosa mi ha fatto più male del racconto di Alice. Mi ha fatto più male che uscendo dal vostro centro d’identificazione, abbia detto: «Oggi ho capito che per fare il mio lavoro me ne dovrò andare, qui per noi nonc’è più posto». Sulmomento Alice proverà a far finta di nulla, ad andare oltre, a non farsi piegare. Seguiterà a scendere in piazza per chiedere un futuro, la possibilità di una vita dignitosa, di un lavoro. 
Certe ferite, però, ti scavano nel cuore, nella testa. E io temo che pur seguitando a protestare Alice diventerà un po’ più cinica. Diventare cinici significa comprendere a cosa si riferiscono gli adulti quando dicono “così va il mondo”. E se succederà, se davvero diventerà cinica, noi avremo perso Alice, 23 anni, che fa teatro, legge molto e vuole occuparsi di “Altra economia”. Non importa se andrà davvero altrove, all’estero. Non importa se partirà o resterà. Importa il modoin cui la stiamo facendo diventare adulta. Il disincanto che le stiamo insegnando; il piccolo, infelice cinismo verso cui la stiamo conducendo. Io vorrei vi ricordaste che chi protesta è come se reagisse alla massima adulta e rinunciataria “Così va il mondo”. Chi protesta vuole che il mondo vada diversamente. E se non può volere, spera. Spera che qualcuno gli dia ascolto, che gli fornisca una ragione per continuare ad andare avanti anche se così va il mondo. C’è stato un tempo in cui si parlava di immaginazione al potere. Quelle strane parole intendevano proprio questo: che non c’è nulla di inevitabile nel nostro stare insieme, nel modo in cui organizziamo la società. In fondo è semplice, basta dire: così non sarà perché così non deve essere. 
Si narra che secoli addietro coloni portoghesi giunti in Congo per fare ordine illustrarono i loro codici giuridici al capo di una tribù dove l’idea della proprietà privata appariva stramba. Dopo aver ascoltato attentamente le spiegazioni, il capo della tribùdomandò: «E qual è la pena in Portogallo per chi poggia i piedi sulla terra?». Alice e tanti altri ragazzi sono nella condizione di quella tribù. Non capiscono perché gli si stia negando un futuro, la terra su cui poggiare i loro piedi.
E sapete una cosa, non lo capisco nemmeno io. Come non capisco perché un ministro debba tacitare uno studente gridandogli come un invasato, con gli occhi di fuoco e la bava alla bocca: Vigliacco, vigliacco… solo perché sta cercando di dare voce al proprio scoramento. In verità, questi ragazzi nemmeno protestano. Chiedono aiuto. E siccome chi dovrebbe ascoltarli e parlargli ostenta soltanto una sorda protervia, vorrei che almeno voi trovaste il modo di portare una ragazza di 23 anni in un centro di identificazione senza farle tornare alla mente le pagine di quel libro di Orwell dove si parla del Ministero dell’Amore.

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