studenti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/studenti/ un blog di approfondimento culturale Wed, 07 Nov 2012 12:55:30 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg studenti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/studenti/ 32 32 Street Fighting Year https://minimaetmoralia.it/societa/street-fighting-year-3/ https://minimaetmoralia.it/societa/street-fighting-year-3/#comments Sun, 26 Dec 2010 08:35:09 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3560 Bomba o non bomba arriveremo a Roma
di Simone Caputo

“Tutto il tempo non trascorso a consumare o accumulare oggetti da consumare in modo dilazionato sarà considerto tempo perso. Si arriverà a sciogliere le sedi sociali, le fabbriche, le officine perché le persone possano consumare a casa propria mentre lavorano, giocano, si informano, imparano, si controllano. L’età limite per la pensione scomparirà, i mezzi di trasporto diventeranno luoghi di commercio...

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Bomba o non bomba arriveremo a Roma
di Simone Caputo

“Tutto il tempo non trascorso a consumare o accumulare oggetti da consumare in modo dilazionato sarà considerto tempo perso. Si arriverà a sciogliere le sedi sociali, le fabbriche, le officine perché le persone possano consumare a casa propria mentre lavorano, giocano, si informano, imparano, si controllano. L’età limite per la pensione scomparirà, i mezzi di trasporto diventeranno luoghi di commercio, gli ospedali e le scuole lasceranno il posto, per la maggior parte, a luoghi di vendita e a servizi post-vendita di autosorveglianti e autoriparatori. […] Più l’uomo sarà solo, più si controllerà e si distrarrà al fine di colmare la solitudine. La libertà individuale senza limiti, aumentata – almeno in apparenza – dagli autosorveglianti, porterà sempre di più le persone a considerarsi responsabili soltanto della propria sfera personale, professionale e privata, e a obbedire, in apparenza, solo al proprio capriccio e, nei fatti, alle norme che stabiliscono le esigenze della propria sopravvivenza. […] L’uomo di domani percepirà il mondo come una totalità al proprio servizio, nel limite di norme imposte dalle assicurazioni al suo comportamento individuale. Vedrà l’altro solo come uno strumento per la propria felicità, un mezzo per procurarsi piacere e denaro, o addirittura entrambi. Non penserà più a preoccuparsi per gli altri: perché dividere se si deve combattere? Perché farsi insieme se si è concorrenti? Nessuno più penserà che la felicità altrui possa essergli utile. E ancora meno si cercherà la propria felicità in quella dell’altro. Ogni azione collettiva sembrerà impensabile e, per questo motivo, ogni cambiamento politico inconcepibile. La solitudine comincerà dall’infanzia”.

Il movimento studentesco contro il ddl Gelmini sembrerebbe raccontare un futuro diverso da quello intravisto da Attali (Breve storia del futuro, 2006) appena qualche anno fa: c’è ancora qualcuno che vuole combattere, che desidera fare insieme, che spera in una felicità per se e per gli altri. E questo qualcuno non è solo: gli abitanti di Terzigno, gli operai della Fiom, i precari e i lavoratori extracomunitari sui tetti. Multiformi mobilitazioni, occupazioni di sedi universitarie, striscioni sulla Torre di Pisa e sul Colosseo, il parlamento assediato, blocchi metropolitani. Gesti più forti degli slogan, delle stesse idee che circolano viralmente in rete e nelle assemblee partecipate. Segni di un dissenso, di una consapevolezza che ribellarsi è giusto, di un desiderio di sfogo che va oltre le idee troppo spesso confuse, fin anche reazionarie. Perché in fondo, a volte, non è reazionario difendere a oltranza il carattere pubblico dell’istituzione università? Questi gesti sono un violento feedback del presente: gli studenti, bollati come parassiti dal potere, sfiduciati e delusi, gettano in piazza il vomito che gli viene da cibi andati a male propinati da più parti a tutte le ore del giorno: dai genitori, dalla televisione, dalla politica, dai banchi delle scuole e dell’università. Deboli eppure tra i pochi che provano a uscire fuori dal coro. Con a fianco una generazione, quella di quanti l’università l’hanno finita da un po’ e sono precari per la maggior parte, che il futuro previsto da Attali lo stanno vivendo a pieno: figli di commercianti, medici, avvocati, infermieri, poliziotti, amministratori, insegnanti, ricercatori, operai qualificati, funzionari, “la maggior parte non avrà più un posto di lavoro fisso. Continuamente raggiungibili, dovranno tenere costantemente sotto controllo la propria appetibilità e le proprie conoscenze. […] La delocalizzazione delle imprese e l’emigrazione dei lavoratori faranno scendere i redditi. Rimpiangeranno il tempo in cui le frontiere erano chiuse e il lavoro assicurato per la vita, gli oggetti durevoli, i matrimoni suggellati una volta per tutte, le leggi intangibili. Idealizzeranno lo status di funzionario, assimileranno un impiego garantito a vita a un patrimonio, e il trattamento corrispondente a una rendita. Coloro che lavoreranno per ciò che sarà rimasto dello Stato e dei suoi annessi e connessi saranno sempre meno numerosi, e il loro status diverrà sempre più precario. […] Per queste classi medie, assicurarsi e distrarsi saranno le principali risposte alle sfide poste dal mondo. Distrarsi: il loro modo per dimenticare”.

I fratelli maggiori degli studenti di oggi sono gli stessi che alcuni anni fa, quando era ministro la Moratti, diedero vita alle prime forme di protesta serie che si vedevano nelle scuole e nelle università in Italia da molti anni a quella parte; gli stessi che manifestando per le strade di Genova nel 2001 andarono a sbattere rovinosamente contro la sordità e l’ottusità delle forze politiche occidentali. Da allora qualcosa è cambiato: il sogno, in molti, troppi, ha lasciato spazio all’autocommiserazione, alla voglia di farsi i cazzi propri, al sentirsi soddisfatti perché parte di proteste virtuali con cui convincersi di essere “tra i buoni”, all’esclamare di fronte agli inviti alla partecipazione dei movimenti studenteschi odierni “ma io non sono più un universitario”. “Si sono tutti integrati / i nostri amici problematici / diciassettenni sedicenti facinorosi / capipopolo meravigliosi / che ricordavano a docenti e padri / quanto fossero defunti di già / Chi vandalizzava o teorizzava occupazioni / o furti programmatici di beni preziosi / chi sparava sugli sbirri va in vacanza come niente fosse / da un emisfero all’altro / Tutti costoro avevano bisogno di un lavoro / e se lo sono trovato”, canta il trentenne toscano Mangiacassette. Gli studenti che protestano oggi, per le strade di Roma e d’Italia, sono per questo soli. Non sembrano, per la maggior parte, avere le idee ben chiare sul “cosa fare”, eppure sono tra i pochi ad offrire al paese una virtù dimenticata: la generosità. La generosità nel protestare in maniera diffusa, per se e per gli altri. Oltre l’oramai inascoltate pratiche del corteo sindacale e della svilente e mesta adunata politica in piazza; oltre la cecità di chi non ha compreso, dopo il Febbraio del 2003, quando 351 città in 54 paesi del mondo si fermarono inutilmente per protestare contro la guerra in Iraq, che manifestare semplicemente non basta più. Il movimento dell’Onda, la vera radice delle azioni di questo 2010, aveva investito tutti gli atenei nell’autunno del 2008 e rappresentato una boccata d’aria fresca nella palude italiana, il salto necessario oltre le logiche di destra e sinistra. Lo slogan “noi la crisi non la paghiamo” sintetizzava una lettura attenta del presente, la coscienza di essere la prima generazione dal dopoguerra in poi a non poter mantenere il livello di autosufficienza e benessere dei propri padri. Tra quell’ondata, capace di alzare finalmente il livello della protesta, di mettersi in contatto con le azioni che nascevano nel resto d’Europa, e i movimenti che rifiutano il ddl Gelmini esiste una differenza non da poco: allora il tentativo era stato quello di unire tutti i soggetti ugualmente colpiti dalla riforma che si preparava, docenti e studenti insieme, su un identico piano ideale e desiderosi di pensare insieme nuove strade per il futuro; oggi, se si esclude un forte gruppo di ricercatori, gli studenti hanno scelto la strada della protesta non “appoggiata” dai grandi, del colorato muro-contro-muro, riversando l’Onda oltre le strade, acqua alta che ha raggiunto i tetti degli edifici, i piani altri dei monumenti (con un unico errore: lasciar salire sui tetti chi non avrebbe dovuto metterci piede). E un’altra differenza ancora tra 2008 e 2010: la crisi globale dei mercati del 2009 che ha costretto i governi europei a drastici cambi in materia di politica economica. E se alcuni hanno scelto, in maniera che più che lungimirante è logica, di incentivare la ricerca e sostenere l’istruzione, paesi come l’Inghilterra e l’Italia hanno imboccato, senza se e senza ma, la strada della drastica riduzione del Welfare: da cui i volenti scontri londinesi e romani. Il tutto mentre il resto del paese vive come nelle visioni del Ballard di Crash, non più ipotetico futuro, ma presente tangibile e immediato: “ai suoi occhi di donna sofisticata io stavo ormai diventando una specie di videocassetta emotiva – mi inserivo tra tutte le scene di dolore e violenza che illuminavano i margini delle nostre esistenze: quei notiziari di guerra e disordini studenteschi, catastrofi naturali e brutalità poliziesche, che guardavamo vagamente sulla Tv a colori della nostra camera mentre ci masturbavamo a vicenda”. La violenza nasce dal silenzio di istituzioni che negli ultimi due anni non hanno mai voluto ascoltare una proposta che venisse dalla bocca degli studenti, quasi questi non esistessero; la violenza nasce dalle parole dei capocomici della politica che predicano giustizia preventiva e tolleranza zero quasi il modello greco e la morte del quindicenne Andreas Grigoropoulos non avessero insegnato nulla. Aldilà dei distinguo sul ddl Gelmini, delle possibili soluzioni, del dilemma pubblico-privato, delle proposte dei ricercatori, degli squallidi nepotismi dell’ultima ora, delle applicazioni regolamentari che attueranno la riforma più importanti del ddl stesso, pur stando a fianco dello slancio degli studenti italiani, quello che davvero rattrista è la dimensione solitaria della protesta: una tremenda peculiarità tutta nostra, tutta italiana. Si commenta il sangue e le vetrine rotte, si è con gli uni o con gli altri, si esprime compassione, si fa propaganda, ma non c’è spazio per la vera solidarietà sociale. La voce degli studenti, come quella degli abitanti di Terzigno, dei terremotati di L’Aquila, è rimasta affare non di tutti. Spettacolo da stare a guardare. L’opinione pubblica da che parte sta? Il movimento dovrebbe essere un insieme di soggetti diversi che si muovono insieme. In Italia, al contrario, i movimenti di questi ultimi anni, sono sempre stati azioni isolate: quella dei ricercatori dell’ISPRA (ex-ICRAM) quando sono rimasti per più di un mese sui tetti di via Casalotti 300 a Roma, quella degli gli Aquilani in Novembre quando sotto l’acqua hanno marciato dinanzi a Piazza D’Armi, Piazza Duomo, la Casa dello Studente. Sembra mancare a noi italiani un senso della giustizia, della solidarietà, della coscienza del presente che nasca effettivamente dal basso. Le idee vengono dalla televisione, dai programmi di approfondimento, dai santini della retorica dell’alterità, quasi dovessero rispondere a delle mode, a un tifo organizzato, al sentirsi parte di un gruppo, piuttosto che semplicemente nascere da un proprio senso della giustizia. Il paradosso è che nel bailamme di voci che si sono accavallate nei giorni scorsi e affrettate a pontificare sui fatti del centro di Roma, hanno trovato spazio tutti, intellettuali, professori, politici, scrittori, forze dell’ordine, a scapito degli studenti. La spettacolarizzazione vince su tutto: gli studenti che si battono per un’istruzione seria e migliore fanno già parte del circo, e tutto quello che aveva a che fare con le idee, ma in fondo anche col pane e l’acqua, viene dimenticato, nel silenzio a volte anche di chi alcuni mesi o giorni fa dimostrava contro la privatizzazione dell’acqua, il taglio del FUS, la negazione dei diritti fondamentali agli immigrati. I movimenti tutti dovrebbero spingere la protesta, con un’adesione partecipe, capace di andare avanti a oltranza, ben sapendo quanto costi in termini di sacrificio e fastidio. Perché c’è poco da sperare nella generazione dei padri e delle madri, ma anche dei fratelli maggiori, per i quali il lavoro non fa più parte dell’identità personale, mentre conta sempre più l’immagine che si fabbrica nel tempo libero e coi social network. Se errore grande c’è stato nel 2008 ai tempi dell’Onda è stato quello di non provare testardamente a trasformare l’ipotesi di cambiamento in lotta aperta e perseverante, vogliosa e ostinata nel radunare soggetti e gruppi, nel fare area, nell’essere consapevole che quello non era altro che un inizio. La capacità di ribellarsi, di esprimere solidarietà sociale possono essere radicali solo se tutto quanto è dietro la parola “muovere” non si arresterà alle votazioni pre-natalizie: porre in moto, spostare, agitare, dare la spinta, iniziare, cominciare a germogliare.
Un segnale diverso, bello viene proprio dal 22 Dicembre, dalla città di Roma: il movimento che protesta in maniera colorata attraversando le periferie della città, mostrandosi ai cittadini, ricevendo i sorrisi e gli applausi degli anziani, rifiutando le provocazioni e le istigazioni alla violenza della politica, rispondendo con freschezza e saggezza alle domande dei giornalisti dopo l’incontro col presidente Napolitano, chiedendo alla CGIL l’appoggio per coinvolgere quanti più soggetti in un grande sciopero generale, interrompendo i cortei per far ritorno alla Sapienza e poggiare dei fiori lì dove poco prima era morto sul lavoro Mohammed, giovane operaio straniero. Con un’immagine su tutte: quella della rampa che dalla via Prenestina porta sulla Tangenziale di Roma. Un fiume di studenti che sale verso l’altro, in mezzo ai palazzi, oltre i tetti delle case.

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Street Fighting Year https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/street-fighting-year-2/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/street-fighting-year-2/#comments Thu, 23 Dec 2010 08:06:38 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3549 di Tommaso Pincio

Non conosco i vostri nomi e nemmeno i vostri volti. Non so quanti anni avete, se siete sposati, felici, padri, tifosi, innamorati, in buona salute. Non so nulla di voi se non che avete identificato una ragazza di nome Alice. L’avete ammanettata e condotta in un centro di identificazione perché si trovava alla testa di un corteo.

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di Tommaso Pincio

Non conosco i vostri nomi e nemmeno i vostri volti. Non so quanti anni avete, se siete sposati, felici, padri, tifosi, innamorati, in buona salute. Non so nulla di voi se non che avete identificato una ragazza di nome Alice. L’avete ammanettata e condotta in un centro di identificazione perché si trovava alla testa di un corteo. Stando al suo racconto, Alice, che ha 23 anni, è stata tenuta insiemead altri giovani «in una cella vuota, senza bere, né mangiare, né poter andare al bagno. Chi chiedeva un po’ d’acqua o si lamentava per le ferite aperte veniva aggredito, deriso, minacciato». 
Ne è uscita con gli occhi pesti, un braccio al collo e una caviglia gonfia. Ma non è di questo che voglio parlarvi. Non metter la parola sua contro la vostra. Sono pronto a credere che nel vostro centro di identificazione Alice sia stata trattata con il rispetto che si conviene a qualunque fermato. Posso anche dubitare del racconto di Alice, ma non del fatto che ci siano stati dei momenti in cui lei abbia tremato. Perché una ragazza di 23 anni che legge tanto, che fa teatro, che ama David Bowie, che vuole occuparsi di “Altra economia”, che arriva dalla Sardegna in una metropoli, che vive in una casa di studenti pagando 250 euro per un letto e che, per pagare quel letto, non va mai al cinema né al ristorante e fa la spesa al supermercato cercando sempre i cibi meno costosi, una ragazza così, per forte che possa essere, trema in un centro di identificazione. Premetto dunque che vi credo. So bene cosa significa fare il vostro lavoro. So che ci sono moltissime persone straordinarie con indosso la vostra divisa.
Così abbiamo sgombrato il campo dai sospetti, dalla diffidenza, spero, e posso scrivervi cosa mi ha fatto più male del racconto di Alice. Mi ha fatto più male che uscendo dal vostro centro d’identificazione, abbia detto: «Oggi ho capito che per fare il mio lavoro me ne dovrò andare, qui per noi nonc’è più posto». Sulmomento Alice proverà a far finta di nulla, ad andare oltre, a non farsi piegare. Seguiterà a scendere in piazza per chiedere un futuro, la possibilità di una vita dignitosa, di un lavoro. 
Certe ferite, però, ti scavano nel cuore, nella testa. E io temo che pur seguitando a protestare Alice diventerà un po’ più cinica. Diventare cinici significa comprendere a cosa si riferiscono gli adulti quando dicono “così va il mondo”. E se succederà, se davvero diventerà cinica, noi avremo perso Alice, 23 anni, che fa teatro, legge molto e vuole occuparsi di “Altra economia”. Non importa se andrà davvero altrove, all’estero. Non importa se partirà o resterà. Importa il modoin cui la stiamo facendo diventare adulta. Il disincanto che le stiamo insegnando; il piccolo, infelice cinismo verso cui la stiamo conducendo. Io vorrei vi ricordaste che chi protesta è come se reagisse alla massima adulta e rinunciataria “Così va il mondo”. Chi protesta vuole che il mondo vada diversamente. E se non può volere, spera. Spera che qualcuno gli dia ascolto, che gli fornisca una ragione per continuare ad andare avanti anche se così va il mondo. C’è stato un tempo in cui si parlava di immaginazione al potere. Quelle strane parole intendevano proprio questo: che non c’è nulla di inevitabile nel nostro stare insieme, nel modo in cui organizziamo la società. In fondo è semplice, basta dire: così non sarà perché così non deve essere. 
Si narra che secoli addietro coloni portoghesi giunti in Congo per fare ordine illustrarono i loro codici giuridici al capo di una tribù dove l’idea della proprietà privata appariva stramba. Dopo aver ascoltato attentamente le spiegazioni, il capo della tribùdomandò: «E qual è la pena in Portogallo per chi poggia i piedi sulla terra?». Alice e tanti altri ragazzi sono nella condizione di quella tribù. Non capiscono perché gli si stia negando un futuro, la terra su cui poggiare i loro piedi.
E sapete una cosa, non lo capisco nemmeno io. Come non capisco perché un ministro debba tacitare uno studente gridandogli come un invasato, con gli occhi di fuoco e la bava alla bocca: Vigliacco, vigliacco… solo perché sta cercando di dare voce al proprio scoramento. In verità, questi ragazzi nemmeno protestano. Chiedono aiuto. E siccome chi dovrebbe ascoltarli e parlargli ostenta soltanto una sorda protervia, vorrei che almeno voi trovaste il modo di portare una ragazza di 23 anni in un centro di identificazione senza farle tornare alla mente le pagine di quel libro di Orwell dove si parla del Ministero dell’Amore.

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Street Fighting Year https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/street-fighting-year/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/street-fighting-year/#comments Mon, 20 Dec 2010 12:50:38 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3535 A seguito della manifestazione del 14 dicembre, molte voci e molti commentatori si sono cimentati nell’esercizio di racconti improvvisati ed elaborazioni semplicistiche, nessuna delle quali pensiamo abbia colto il senso ultimo e vero di quella giornata.

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Dopo la poesia di Christian Raimo pubblicata ieri, abbiamo deciso di aprire uno spazio per documentare quello che si preannuncia – dopo tanto tempo – come un reale anno di lotta. Ringraziamo la rete di AteneinRivolta per averci concesso di pubblicare la testimonianza degli studenti di Siena. Se l’inverno è già così caldo, aspettiamo che arrivi primavera.

A seguito della manifestazione del 14 dicembre, molte voci e molti commentatori si sono cimentati nell’esercizio di racconti improvvisati ed elaborazioni semplicistiche, nessuna delle quali pensiamo abbia colto il senso ultimo e vero di quella giornata.
Crediamo opportuno dare anche il nostro contributo, il contributo di chi quel giorno c’era e non rinnega di esserci stato, il contributo di un movimento che ha la maturità e le capacità di analizzarsi e di leggersi senza parzialità e autoreferenzialità.
Riteniamo doveroso mettere da subito in chiaro quelli che per noi sono dei cardini incontrovertibili: quel pomeriggio a Piazza del Popolo c’eravamo tutti. Non avrete da noi nessuna dissociazione e nessun distinguo. Chi si diletta in questo tipo di operazioni probabilmente avrebbe fatto meglio a non scappare da Piazza del Popolo, lasciando alla mercé delle forze dell’ordine i manifestanti, ma piuttosto mettere in campo un’altra gestione della piazza che era possibile, necessaria e che probabilmente, con la forza di tutti e tutte, ci avrebbe fatto arrivare ai Palazzi del potere.
Non riteniamo di dover dare conto della nostra azione a chi è intenzionato a mettere in piedi un gioco al massacro che ci vuole dividere in buoni e cattivi. Rifiutiamo questo campo di confronto che i media e il potere, ipocritamente, ci vogliono imporre.
Non ci interessa quindi discutere inutilmente sulla presenza o meno di infiltrati, presunte frange estremiste o fantomatici black block. Non ci interessa perché rivendichiamo una rabbia ed una indignazione giusta che hanno unito tutti coloro che il 14 hanno di fatto sfiduciato il governo. Un governo che, barricato e asserragliato oltre innumerevoli zone rosse, porte chiuse, blocchi della polizia, si presenta di fatto impermeabile e ottuso, chiuso nel binomio dei festini e delle decisioni autoreferenziali dell’oligarchia al potere. A questa dimensione la piazza del 14 ha opposto la sua forza e la sua disperazione, un ripetuto “tutti insieme facciamo paura” che esprime veramente il terrore che il palazzo ha di una moltitudine libera, consapevole, in lotta per il proprio futuro e che non accetta di confrontarsi a partire dai canoni che il palazzo stesso gli vuole imporre.
Chiariamo un altro punto: la vera dimensione di violenza, questa sì organizzata e ancor più feroce, proprio perché silenziosa e istituzionalizzata, è quella di un Paese che vede innumerevoli cassintegrati e licenziati in tronco, migliaia di terremotati ancora in attesa di casa, 3 morti sul lavoro ogni giorno e la strage quotidiana dei sucidi in carcere; la violenza di un paese che priva di dignità e di futuro una generazione che molto spesso non ha altra via d’uscita che la rinuncia alla vita stessa.
La nostra forma di violenza è quella che si legge nella storia di questa generazione, la risposta politica e sociale che porta avanti uno scontro diretto, che si esprime in una maniera radicalmente alternativa di interpretare i rapporti sociali, nel nostro rifiuto dell’individualismo e dell’egocentrismo come motore della società: al palazzo, simbolo chiuso del potere ridotto a mercanteggiamenti, noi opponiamo una piazza aperta e multiforme, libera; alla società dei consumi e della vuota comunicazione di massa noi contrapponiamo le facoltà liberate, le assemblee e la partecipazione collettiva: collettività che decide e non delega, che rappresenta la vera forma politica, che sceglie il conflitto come comunicazione contro chi è incapace di qualsiasi forma di dialogo.
Non riteniamo possibile altro confronto contro chi utilizza la moneta come unico strumento di dialogo e ribadiamo come questo movimento, proprio per la sua radicale novità e complessità, non è né rappresentato né compreso, ma solo stereotipato e strumentalizzato dalle varie forze e movimenti presenti nel paese.
Come chi difende la libertà noi abbiamo il dovere di resistere un minuto di più.

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La versione di Barnaby https://minimaetmoralia.it/societa/la-versione-di-barnaby/ https://minimaetmoralia.it/societa/la-versione-di-barnaby/#comments Tue, 14 Dec 2010 09:51:13 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3465 In questi giorni di manifestazioni di piazza sta venendo fuori una generazioni di ragazzi molto più consapevoli di quella che le nostre classi dirigenti si immaginano. Mentre il capo del governo li invita a studiare e mentre la letteratura diventa sempre di più una materia opzionale i ragazzi italiani adottano una nuova forma di protesta che vede proprio nella letteratura un loro riferimento centrale (i book block).

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In questi giorni di manifestazioni di piazza sta venendo fuori una generazioni di ragazzi molto più consapevoli di quella che le nostre classi dirigenti si immaginano. Mentre il capo del governo li invita a studiare e mentre la letteratura diventa sempre di più una materia opzionale i ragazzi italiani adottano una nuova forma di protesta che vede proprio nella letteratura un loro riferimento centrale (i book block). E quelli inglesi riescono a portare un piazza una generazione ancora più arrabbiata, incendiaria, ma soprattutto, come si vede nel video qui sotto, straordinariamente consapevole di essere tutt’altro che post-ideologica.

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Scuole normali per ragazzi normali https://minimaetmoralia.it/societa/scuole-normali-per-ragazzi-normali/ https://minimaetmoralia.it/societa/scuole-normali-per-ragazzi-normali/#comments Mon, 05 Jul 2010 08:44:49 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2633 Questo articolo di Nicola Lagioia è uscito nel primo numero degli Asini (luglio 2010), una rivista bimestrale di approfondimento, inchiesta e ricerca pedagogica e sociale. Da qualche anno mi capita di ricevere inviti nei licei per presentare i miei libri, o per discutere di problemi più o meno collegati all’educazione civica quali l’Unità d’Italia, la […]

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Questo articolo di Nicola Lagioia è uscito nel primo numero degli Asini (luglio 2010), una rivista bimestrale di approfondimento, inchiesta e ricerca pedagogica e sociale.

Da qualche anno mi capita di ricevere inviti nei licei per presentare i miei libri, o per discutere di problemi più o meno collegati all’educazione civica quali l’Unità d’Italia, la perenne messa a fuoco della nostra identità nazionale e così via.

Non essendo più un teen-ager da quasi vent’anni, rispondo sempre sì a queste chiamate, ritenendole degli ottimi pretesti per entrare in contatto con le nuove generazioni. Non ho la pretesa che l’ufficialità degli incontri nelle scuole mi spalanchi chissà quali porte sui segreti dei ragazzi di oggi (cosa sognano, di cosa hanno paura, come sentono il loro tempo, come si fanno risucchiare dal conformismo o come al contrario cercano di costruirsi un’identità, come infine si preparano più o meno consapevolmente a oltrepassare la linea d’ombra che li separa dall’età adulta). E tuttavia, seppure per via induttiva, qualche idea sul loro conto me la sto facendo. Questi incontri sono infatti per gli studenti un piccolo e spesso solo apparentemente indolore banco di prova, dal momento che li costringono a un duplice confronto con ciò che ancora associano al concetto di autorità: l’autorità per così dire interna incarnata dai loro professori, e quella proveniente dal mondo esterno, cioè per l’occasione il sottoscritto – e si sa, non solo per gli adulti, il modo con cui si reagisce al confronto con l’autorità rivela sempre qualcosa di importante negli esseri umani.
Le considerazioni che seguono non hanno la pretesa di completezza né tanto meno di scientificità. Sono più che altro schegge, spunti di riflessione, epifanie, provocazioni guadagnate sul campo delle presentazioni librarie nei licei, piccoli indizi sul funzionamento dei nostri sistemi educativi, e dunque – docenti e studenti – su chi vi è coinvolto.

Falsi pregiudizi

Non credo sia vero, come spesso negli ultimi anni è stato detto (specie dagli stessi docenti a scopo di difesa preventiva) che la scuola al tempo di Facebook e di Maria De Filippi poco sarebbe in grado di fare contro l’appiattimento delle menti dei ragazzi, e ancor di più contro l’imbarbarimento di alcuni loro comportamenti. Secondo questa teoria le fonti di diseducazione sarebbero ormai diventate troppo potenti e pervasive: la televisione innanzitutto, i nuovi media usati in modo dissennato, ma anche gli ambienti sociali degradati e le famiglie – abbienti e non – accomunate dall’analfabetismo di ritorno. A ogni gesto di bullismo esploso sulle cronache dei quotidiani segue puntuale la tirata di presidi e docenti: “cosa possiamo farci, se l’educazione che ricevono in casa loro è quella che è?” E se lo scandalo esplode perché in classe iniziano a girare jpeg soft- o addirittura hard-core di qualche studentessa la colpa è della tecnologia – la Rete, i social network, i siti porno, i telefonini multiuso – e di come la sua acefala volontà di potenza sarebbe in grado di schiantare qualunque volenterosa barricata di umanesimo.
Non credo che le cose stiano così, e a soccorso della mia opinione accorre molto pragmaticamente ciò che succede, con statistica puntualità, ogni volta che metto piede in un liceo come relatore. Gli incontri si tengono quasi immancabilmente nell’aula magna dei licei, dal momento che vi partecipano diverse classi della stessa scuola, i cui studenti rappresentano di conseguenza un campione piuttosto unitario (ragazzi che vivono nella stessa zona della stessa città, di condizione sociale redisribuita per ogni classe in percentuali di eterogeneità presumibilmente simili). Ebbene, nel corso di ogni incontro è sempre accaduto che da una parte gli atteggiamenti civili degli studenti (attenzione, partecipazione, contestazione appassionata e intelligente di quanto andavo dicendo) e dall’altra le condotte poco civili o scoraggianti per chiunque (totale incapacità di prestare attenzione a ciò che accade oltre il proprio naso, compulsivo utilizzo del telefonino, compulsivo utilizzo di un astuccio con cui percuotere i compagni, stato di assoluta catatonia…) non fossero ugualmente distribuite all’interno di ogni classe. A classi di studenti capaci di dare un senso al loro essere lì se ne contrapponevano altre in cui questo non avveniva. Segno che – a meno che non si voglia sposare già l’ipotesi delle classi-ghetto all’interno di una stessa scuola – l’interazione tra studenti e professori conta eccome, ancora e enormemente, sull’educazione e la condotta dei primi. Dal che se ne deduce che, al di là di ogni disfattismo e piagnisteo, la scuola risulta ancora fondamentale nella formazione delle coscienze.

Eterne costanti

A differenza di ciò che accadeva fino poco più di mezzo secolo fa, le élite culturali hanno ormai la caratteristica della trasversalità. Così come venire da una famiglia a basso reddito e precaria scolarizzazione non è un grave pregiudizio per la crescita intellettuale di chi ci nasce, l’abbienza e la presenza di lauree con lode nel pedigree di un teen-ager non garantisce affatto l’emancipazione culturale di quest’ultimo, anche perché spesso quelle lauree appartengono a genitori che – principi del foro o della compilazione dei 730 o professori di liceo che siano – spesso hanno cessato da decenni di esplorare il mondo posto oltre i confini delle loro specialistiche professioni, che per i professori sono ad esempio le colonne d’Ercole dei programmi ministeriali. Quando ero ragazzo, nella mia classe di 25 elementi soltanto tre avevano l’abitudine di maneggiare libri e dischi, o di staccare per propria scelta biglietti cinematografici e teatrali più di due volte all’anno. Questa esigua percentuale era una sorta di costante impazzita, del tutto indipendente dal background della famiglia di provenienza. Ho parlato di costante impazzita, perché si tratta di una percentuale che – misteriosamente – si rinnova nella stessa esigua ma incrollabile misura di generazione in generazione.
Quando vado a parlare nei licei, per ogni classe, ci sono infatti almeno due o tre o addirittura quattro studenti che sanno già tutto, e con i quali il confronto è praticamente ad armi pari. Questi due o tre leggono i libri e i quotidiani, vanno al cinema e alle mostre, divorano fumetti e scaricano (mai a caso) tonnellate di musica, usano internet in maniera molto mirata per andare a pescare dalla Rete esattamente l’informazione di cui hanno bisogno o per cui provano curiosità. Insomma, parlano e intendono una lingua che è già la lingua delle élite culturali, e si capisce che l’hanno appresa indipendentemente o addirittura molto spesso malgrado i loro genitori e i loro professori, rispetto ai quali rischiano di essere più culturalmente solidi, non ovviamente per numero di nozioni in magazzino ma per capacità di costruirsi una bussola con cui esplorare il proprio tempo.
La buona notizia è che queste piccole percentuali nascono e si rinnovano anche nell’Italia del XXI secolo. L’altra buona notizia è che i due o tre ragazzi su ogni venticinque di cui stiamo parlando sono già salvi: non nel senso che da adulti prenderanno sempre le decisioni giuste, ma perché saranno veramente liberi di naufragare e di fallire: la loro consapevolezza, infatti, possiede in nuce tutto quel di cui c’è bisogno per fare l’opposto con cognizione di causa o, al limite, per sbagliare da professionisti.
La cattiva notizia sono gli altri ragazzi, i cosiddetti “giovani normali”. Cioè di gran lunga la maggioranza, quelli che si stanno preparando a non saper leggere un libro né un quotidiano né addirittura a vedere un telegiornale né a individuare cosa si cela per esempio tra le righe di un discorso elettorale… e dunque – salvo tempestive manovre di salvataggio – a essere completamente schiavi della propria epoca. È su di loro, dunque, che si gioca la partita più importante.

Ridere di dolore

Se c’è un sentimento che i professori sanno trasmettere molto bene agli studenti, e gli studenti accolgono senza purtroppo riuscire a proteggersi adeguatamente, è il proprio ingiustificato complesso di inferiorità rispetto a tutto ciò che esiste oltre i cancelli dell’istituto scolastico in cui lavorano, cioè la convinzione che la scuola non solo sia ma debba essere per forza di cose l’istituzione intellettuale più inutile e arretrata tra tutte quelle operanti nel nostro paese. “Per favore, non facciamoci riconoscere!” Traduco: “per favore, non facciamo la figura di merda a cui siamo naturalmente votati”. È questo l’ammonimento che – fatto cadere dall’altro delle cattedre sugli studenti – serpeggia in aula magna quando vado a parlare di libri nei licei. Il sussurro si fa di solito voce squillante quando, subito dopo, mi si avvicina una professoressa chiedendomi di scusare preventivamente i suoi studenti. Scusarli di cosa? Alla domanda la professoressa reagisce scrollando le spalle, come a dire che sì, in fondo dovrei saperlo anch’io che i suoi studenti sono dei sempliciotti, degli sprovveduti, degli esseri intellettualmente addormentati, e che di conseguenza molto di quello che dirò – di qualunque si tratti – non verrà colto né compreso, e dunque (anche questo, quando non si esplicita, è compreso nella scrollata di spalle) perdonassi per favore anche lei e la scuola italiana tutta per la sua inadeguatezza.
Secondo questo presupposto indimostrato, io, che vengo da fuori, sarei dunque una sorta di cosmopolita coltissimo, preparatissimo, informatissimo su tutto ciò che accade nel mondo mentre loro, chiusi nella prigione arrugginita dell’istruzione secondaria, rientrerebbero a stento nel novero delle creature senzienti. I poveri studenti – stretti tra il mio imbarazzo e le scuse preventive dei docenti – iniziano di solito per reazione a ridacchiare e a fare casino, ed è qui che si spalanca il primo momento veramente angosciante di questi incontri: guardare dei ragazzi costretti a ridere dell’inferiorità che i loro professori gli hanno cucito addosso e che, purtroppo, finisce per rivelarsi la classica profezia che si autoadempie. Fingendo di insubordinarsi, i ragazzi in realtà ridacchiano e fanno casino per essere all’altezza dell’immagine da veri falliti che i professori fanno aderire su di loro. A furia di essere trattati come minus habens, si comportano come tali. Quei sorrisi sono di conseguenza le smorfie di dolore per la violenza appena ricevuta. Interrogarsi sul perché i ragazzi siano disposti a ricevere e fare proprie simili violenze senza quasi mai reagire, significa a mio parere addentrarsi in un luogo oscuro di fondamentale importanza per comprendere cosa significa vivere nel nostro mondo alla loro età.

Sadomaso in aula magna

Una delle scene più difficilmente sostenibili a cui mi trovo ad assistere con regolarità al culmine delle mie sortite nei licei, si svolge durante il cosiddetto momento delle domande. Esaurito il botta e risposta tra me e uno o più docenti sull’oggetto dell’incontro, i professori invitano i ragazzi a soddisfare liberamente la propria curiosità, a chiedermi cioè tutto quello che desiderano. Un paio di domande arrivano a questo punto effettivamente in modo libero, e provengono (non c’è bisogno di dirlo) dalle famose risicatissime élite studentesche di cui sopra. Sono quesiti belli, impegnativi, complicati, oppure liberatoriamente ingenui, in tutto simili a quelli che gli adulti pongono normalmente agli scrittori nel corso delle presentazioni in libreria meglio riuscite, con la differenza che mentre durante le presentazioni in libreria si respira sempre tra il pubblico un pizzico di diffidenza preventiva (lo spettatore adulto messo di fronte a uno scrittore che parla di letteratura si domanda per quale motivo non ci sia lui al posto del conferenziere, e dunque si chiede che titoli e qualità abbia mai questo scrittore per aver meritato prima la pubblicazione e adesso addirittura l’uso del microfono), i ragazzi sono disposti invece ad accordarti un credito preventivo (se sei lì, a parlare dietro una cattedra, un motivo ci sarà, si dicono con lapalissiana saggezza) che poi starà a te sprecare o incrementare a seconda di quello che dirai e di come ti comporterai, il che rende gli incontri con questi happy few spesso più difficili e responsabilizzanti e infine più belli di quelli nelle librerie.
Esaurito però questo tipo di domande (quando ci sono), l’aula magna si riempie di silenzio. È allora che accade. Fulminato/a dallo sguardo autoritario eppure insieme acquoso del docente – acquoso con la coda dell’occhio che punta verso me, autoritario nei riguardi della platea – un ragazzino o una ragazzina si staccano impauriti dal resto dei loro compagni e iniziano a balbettare una domanda. Peggio: recitano a memoria, balbettando, una domanda. Peggio: leggono, balbettando, una domanda scritta sopra un foglio accartocciato. Leggono senza spesso riuscire a – né sforzarsi di – comprendere che cosa stanno dicendo, sono all’oscuro di frasi che pure gli escono di bocca e che evidentemente i docenti hanno compilato in precedenza per loro (di solito anche piuttosto sciattamente), o che loro stessi hanno esteso dietro più o meno precisa dettatura dei docenti. Ovviamente, finita di recitare la domanda, e cioè esaurito il compito loro richiesto dalla scuola, piombano in uno stato catatonico e giustamente non si sforzano nemmeno di apparire interessati alla risposta che io a questo punto sto già formulando facendo finta di niente. Ma sono i lunghi secondi durante i quali la domanda viene letta balbettando sul foglietto accartocciato a essere per me insopportabili. Cosa può spingere dei ragazzi a umiliarsi in questo modo? Perché (continuo a domandarmi) non hanno mai uno scatto d’orgoglio e di vera insubordinazione e, in luogo della domanda in stato di lobotomia frontale, non mandano a cacare i professori che li hanno costretti a quella pantomima? Che tipo di emotività mostrano di coltivare costringendosi a queste forche caudine? È la stessa propensione a farsi umiliare o peggio a strisciare che (in forma totalmente diversa) da adulti mostreranno al cospetto dei loro adulati quanto segretamente disprezzati superiori, o comunque di uomini che, di volta in volta, avranno più potere di loro? Ovviamente inizio a farmi anche domande su di me… Perché non interrompo la tortura? Perché non sono io a insubordinarmi dal ruolo di conferenziere costretto a subire la violenza di una domanda espressa simulando la lobotomia frontale, a propria volta sillabata dal pilota automatico di una giovane mente schiacciata dall’inaudita violenza di un’intera tradizione di professori e professoresse intellettualmente suicidi, i quali, convinti in partenza che la scuola non possa reggere il confronto con qualunque corpo estraneo dotato di intelletto (“mi raccomando ragazzi, non fatemi fare le solite figuracce!”), anziché accettare la sfida di un bel silenzio pacificante caduto in aula magna dopo tante parole proferite, partono in difensiva con questa follia delle domande preconfezionate, con risultati umilianti e violenti senza che ovviamente vergano formalmente percepiti da nessuno come tali…
Quando va bene, riesco a osservare con reale ostilità lo studente che balbetta senza capirle, le domande scritte sul foglietto accartocciato. Trattandolo come avversario anziché come semplice burattino degli eventi, tento di restituire dignità sia a lui che a me stesso. Ma in fin dei conti non lo so, perché non mi insubordino in maniera plateale. Immagino per debolezza e per connivenza ambientale. Immagino perché – senza che la colpa possa essere fatta ricadere sui singoli professori, molti dei quali sono brave o bravissime persone senza per questo ascendere al ruolo di eroi brecthiani – è l’atmosfera culturale della scuola a favorire situazioni di questo tipo, così come le caserme di una volta favorivano e tolleravano gli atti di nonnismo di fronte ai quali diventavano inerti anche gli animi sensibili.
È ovvio che episodi come questo rappresentano solo un esempio, il quale, esteso analogicamente a molte altre situazioni che si consumano quotidianamente negli edifici scolastici, mostra se non addirittura dimostra che c’è qualcosa di radicalmente sbagliato nel modo in cui impostiamo i nostri sistemi educativi.

Se tre indizi…


Se tre indizi sono sufficienti per una condanna morale, la prova dello stato d’alienazione imperante nelle aule scolastiche si manifesta sotto le vesti di una domanda stranamente ricorrente nel corso di questi incontri, e che collocherei a metà strada tra le domande formulate in effettivo stato di libertà mentale e quelle sillabate col pilota automatico.
“Cosa dovremmo fare, secondo lei, per poter essere davvero liberi nella vita?”
Eccola, la domanda è questa, e almeno una volta per ogni incontro nei licei a un certo punto mi viene rivolta. Il problema è che a formularla è di solito uno studente o una studentessa il cui volto e la cui voce e la cui faccia esprimono inequivocabilmente il disinteresse più totale e verso il vero senso dell domanda e verso qualunque possibile risposta, ammesso che una risposta soddisfacente su questo dilemma sia formulabile. D’altra parte, si capisce però anche molto bene come la domanda in questione non rientra tra quelle suggerite dai professori. È una dichiarazione resa, per così dire, in modo spontaneo. E, allo stesso tempo, chi la formula lo fa in uno stato simile al sonnambulismo. Non è più un preciso qualcuno, un singolo professore o una singola professoressa ad avergliela suggerita, ma qualcos’altro. È, insomma, il tipo di domanda che lo studente in questione si aspetta che l’istituzione scolastica debba formulare per il tramite della sua persona. Una domanda e un’ingiunzione a porla che lo studente giudica totalmente svuotati di senso (da qui la sua espressione devitalizzata), il che però non gli impedisce di sentirsi ugualmente costretto a formularla. Ovviamente, la cosa più ironica e agghiacciante al tempo stesso è l’oggetto della domanda: cosa fare per essere davvero liberi in questo mondo.
Non ho dubbi che, fuori dalla scuola – e probabilmente fuori anche dai lacci famigliari – lo studente o la studentessa in questione provino a ricavarsi il proprio spazio di libertà. Lo cercano, e lo trovano, e probabilmente lo difendono fino a quando non sono costretti a cercarsene un altro, ma tutto accade nel privato. Il problema è che però il loro rapporto con uno dei pochi contesti di vita pubblica con cui hanno a che fare si sostanzia nel riconoscere, più o meno consapevolmente, in seno alla scuola: 1) una formale vocazione a renderli liberi e consapevoli, 2) una sostanziale sonora smentita di questa missione, e anzi la sostanziale fioritura di un autoritarismo sotto mentite spoglie (“il sapere rende liberi!”) 3) un non poterci far niente da parte loro, che tuttavia a quell’età sono già disposti a indorarsi la pillola, e dunque a prendere per il culo sia l’interlocutore che se stessi, e a mandar giù: “cosa dovremmo fare, secondo lei, per essere davvero liberi nella vita?” Suono della campanella. Tutti a casa.

Il perfetto opposto dell’autoritarismo è l’autoritarismo

La controprova speculare di questa attitudine è incarnata dai professori di sinistra ancora sintonizzati sui rimpianti del Sessantotto. Nel corso di un incontro in un liceo scientifico, al quale mi sembrava tra l’altro che gli studenti stessero reagendo abbastanza bene, con compostezza e attenzione, a un certo punto la loro professoressa d’italiano, che condivideva con me la cattedra, nel bel mezzo di un discorso sugli eterni mali dell’Italia ha iniziato a criticare i suoi studenti – cioè i ragazzi che ci stavano davanti – accusandoli di una scarsa attitudine a sovvertire lo status quo. Non contenta di questa prima frecciata, la professoressa ha cominciato a provocare gli studenti: “anche adesso, ragazzi…”, ha detto, “io mi domando perché mai all’accusa che vi sto lanciando non reagite. Muovetevi, arrabbiatevi, fate qualcosa! Cioè… so che dovrei essere l’ultima a dirlo… ma insomma… perché non mi contestate?”
Gli studenti hanno continuato a guardarci attoniti, senza proferire una parola, e io ho provato più scandalo che pena per una professoressa che, cercando di parlare a nome (ancora una volta!) della spontaneità e addirittura della contestazione, non si rendeva conto di avere contribuito a creare intorno a sé un morbido, impalpabile, pervasivo clima di autoritarismo. È un autoritarismo relativamente nuovo, che ha molto più a che fare con la morbida totalizzante macchina della pubblicità che non con il vecchio autoritarismo patriarcale ormai quasi del tutto inoffensivo.
Infatti, questi sono gli stessi professori che poi si danno da fare (con grande generosità e spendita di energie, questo almeno gli va riconosciuto) per coinvolgere gli studenti in attività creative, quali per esempio l’ideazione e l’allestimento di una mostra fotografica o di uno spettacolo teatrale, oppure la scrittura e la realizzazione di un cortometraggio. Si tratta di prove creative dall’esito immancabilmente reazionario. Perché è ovvio, da questi esercizi non si pretende che venga fuori un Kubrick o un Ibsen o una Diane Arbus in erba, ma è invece lecito aspettarsi che, per degli studenti, inventarsi un cortometraggio o allestire uno spettacolo teatrale sia almeno un po’ pericoloso e li metta in gioco come ogni attività creativa dovrebbe fare. Dovrebbero usare i mezzi della creatività per parlare cioè una lingua diversa, e antitetica, rispetto a quella del potere. Dunque dovrebbero imparare, attraverso l’attività creativa, a diventare sanamente almeno un poco eretici. E invece – ben ammaestrati in questo dai professori – gli studenti imparano ad allestire una scenografia o a montare un cortometraggio esattamente come potrebbero imparare a scavare una trincea o a montare del filo spinato su una torretta. Solo, lo fanno fischiettando o mettendo in sottofondo (da questo amorevolmente autorizzati dai docenti) la musica dei Nirvana, in un contesto che ormai sarebbe in grado di disarmare e rendere innocuo persino l’heavy metal satanico o la lettura di Rimbaud. Dunque, in fin dei conti, che cosa stanno fanno veramente questi ragazzi con la scusa di Shakespeare o di Diane Arbus? Iniziano ad acquisire una prima spolverata di competenza. Quanto agli esiti linguistici (cioè al vero contenuto) della mostra fotografica o dello spettacolo teatrale o del cortometraggio… be’, alla fine è tutto così reazionario, poco spontaneo, morto, da ricordare alcune trasmissioni televisive per ragazzi del primo pomeriggio.
Ulteriore controprova di quanto vado dicendo, un episodio capitatomi qualche mese fa. Mi chiama l’ufficio stampa della casa editrice per cui ho pubblicato il mio ultimo libro e mi dice che una ventina di licei vorrebbero tendenzialmente invitarmi a parlare di letteratura ai loro studenti. I docenti di queste scuole hanno letto qualche mio libro e qualche mio articolo pubblicato sui quotidiani o sulle riviste, e insomma ritengono che un incontro tra me e i loro studenti possa essere interessante. Sì, d’accordo, ma cosa significa “tendenzialmente”? Significa – dice l’ufficio stampa – che per tre di questi venti licei l’invito è già formalmente valido, mentre per gli altri bisognerà aspettare che si capisca se ci sono i fondi, il che significa i soldi per pagarmi un biglietto ferroviario a/r e una pensione per la notte.
Questo stato di latenza è durato per circa due mesi, fino a quando cioè non sono stato invitato a presentare il mio libro a una trasmissione televisiva abbastanza popolare. A partire dal giorno dopo, non solo i diciassette licei ancora in forse hanno deciso di sciogliere le riserve e utilizzare i propri fondi per invitare me anziché un altro scrittore “non televisionato”, ma professori e presidi di molti altri licei si sono fatti avanti. Ma come? proprio la famigerata televisione generalista? Ecco che il cerchio idealmente aperto con i discorsi precedenti si va a chiudere.

Autobiografia di una nazione

Una cosa veramente illuminante, me l’ha detta un professore di lettere al termine di uno di questi incontri. Un uomo ben piazzato, sulla sessantina, che mi si è avvicinato e poi, con grande gentilezza, ha incenerito qualunque discorso implicito sull’argomento in questo modo: “lo sa fino a quando il nostro sarà un paese intimamente fascista?”
“Fino a quando?”, ho risposto sollevando le sopracciglia.
“Fino a quando sarà in vigore il tema di italiano”.
A questo punto deve aver visto la perplessità gonfiare i lineamenti della mia faccia, così si è affrettato a spiegare: “ma non capisce? Il tema d’italiano è circondato da un’aura di assoluto conformismo. Il foglio a righe ancora intonso dopo la dettatura della traccia già trabocca di aspettative: è esattamente da quel punto che insegniamo ai ragazzi a essere ipocriti, ruffiani, compiacenti, servili… Ci pensi bene, è tutto già lì dentro”.

Infine

Due mesi fa, stavo parlando del mestiere editoriale in un liceo classico. A un certo punto, nel bel mezzo dell’incontro, dal corridoio che portava in aula magna è risalito il grido di una persona adulta, seguito dalle urla dei ragazzi e da un rumore di porte sbattute e sedie scaraventate a terra. A poche classi di distanza, uno studente autistico aveva morso il braccio dell’insegnante di sostegno fino all’osso. Sono state interrotte le lezioni e anche il mio incontro con gli studenti. Dall’aula magna, ci siamo riversati nei corridoi, dove c’era l’insegnante azzannato in lacrime, i suoi studenti in lacrime, il ragazzo autistico visibilmente sconvolto. È arrivata un’ambulanza. Ma nel frattempo un morbido rinfrancante palpabile autentico sentimento di pace si era impadronito di tutti gli studenti. I ragazzi erano come tornati in sé dopo un lungo viaggio attraverso il paese della mistificazione: adesso all’improvviso apparivano seri, rilassati, liberi da un peso, addirittura felici e più belli, in pace con il mondo e con se stessi. La calma, una via d’uscita, finalmente la possibilità di un’isola.
Desiderare segretamente un vero shock che mandi tutto all’aria ma non essere capaci di evocarlo: in questa forbice c’è forse qualcosa di inaudito ma fondamentale per comprendere sensibilità, disagi e frustrazioni dei cosiddetti ragazzi normali.

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