Superman Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/superman/ un blog di approfondimento culturale Fri, 25 Mar 2016 03:50:10 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Superman Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/superman/ 32 32 Supereroi contro. Batman vs Superman https://minimaetmoralia.it/cinema/supereroi-contro-batman-vs-superman/ https://minimaetmoralia.it/cinema/supereroi-contro-batman-vs-superman/#comments Fri, 25 Mar 2016 06:30:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30372 Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

DETROIT. “In America due giorni soltanto?” l’uomo della frontiera mi squadra. Non gli bastano l’iride e le impronte digitali. “Perché due giorni soltanto?” chiede, rigirandosi il passaporto in mano. “Un lavoro” “Che lavoro?” “Visitare il set di un film” “E che film?” “Batman contro Superman” “Mi sta prendendo in giro?” “No. Batman contro Superman” “Vada da questa parte e aspetti”.

Era un anno e mezzo fa. Le operazioni di controllo all’aeroporto di Detroit non durarono poi troppo. Forse qualcuno della dogana era un appassionato di supereroi, ben informato delle nuove strategie della DC Comics, ormai pronta a sfidare la Marvel sul suo terreno, nella lotta immane a conquistare pubblico nel cosiddetto “universo cinematografico esteso”. O forse avevano sentito parlare della grande protesta che aveva messo insieme migliaia di appassionati uniti dallo sdegno di fronte all’idea che fosse Ben Affleck il nuovo interprete di Batman.

L'articolo Supereroi contro. Batman vs Superman proviene da Minima et Moralia.

]]>
batman1

Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

DETROIT. “In America due giorni soltanto?” l’uomo della frontiera mi squadra. Non gli bastano l’iride e le impronte digitali. “Perché due giorni soltanto?” chiede, rigirandosi il passaporto in mano. “Un lavoro” “Che lavoro?” “Visitare il set di un film” “E che film?” “Batman contro Superman” “Mi sta prendendo in giro?” “No. Batman contro Superman” “Vada da questa parte e aspetti”.

Era un anno e mezzo fa. Le operazioni di controllo all’aeroporto di Detroit non durarono poi troppo. Forse qualcuno della dogana era un appassionato di supereroi, ben informato delle nuove strategie della DC Comics, ormai pronta a sfidare la Marvel sul suo terreno, nella lotta immane a conquistare pubblico nel cosiddetto “universo cinematografico esteso”. O forse avevano sentito parlare della grande protesta che aveva messo insieme migliaia di appassionati uniti dallo sdegno di fronte all’idea che fosse Ben Affleck il nuovo interprete di Batman.

Erano arrivati a scrivere a Obama per chiedergli la testa di Affleck. Comunque sia, alla dogana non mi chiesero più nulla e mi lasciarono andare. Meglio così. Avevo rivelato già troppo rispetto agli accordi. Perché la segretezza assoluta fu la grande dominatrice in quei due giorni e nei quindici mesi che sono seguiti. Ero partito con un embargo in tasca in cui assicuravo che non avrei fatto parola del film con nessuno. La sera, a Rochester, a un’ora da Detroit, mi ritrovai assieme a una manciata di fortunati, arrivati da ogni parte del globo, e nel silenzio ovattato del grande hotel ci chiesero di firmare un altro documento: non avremmo rivelato nulla – su nessun giornale come su nessun social network. Fino al momento in cui ci sarebbe stata restituita la possibilità di raccontare.

Eccola qui la mia possibilità. La mattina seguente – 8 ottobre 2014 – è su un pullmino nero che attraversiamo le campagne del Michigan. L’autunno è nel suo splendore. Gli alberi scintillano in un freddo frizzante di colori giallognoli, rossicci, saturi. Tutto è già come in un film. Villette di legno bianco, sfilano al nostro fianco, con i loro piccoli giardini ben curati, nani e elfi, fiumiciattoli di acqua fredda tintinnante, eppoi i grandi capannoni dell’auto che fecero la fortuna e la disfatta di Detroit, molto grandi, sì, ma niente in confronto agli immensi spazi degli studios che infine compaiono protetti da cordoni di sicurezza più che se si entrasse al Pentagono.

Quando scendiamo, l’aria è fredda, freddissima, ma chi ci accoglie è in camicia. Uomini e donne che si affrettano attorno ai capannoni sono tutti in camicia. Mentre contemplo questa magia, veniamo istruiti sui canoni di segretezza a cui andiamo incontro. Vietatissimo scattare fotografie. Possibile usare i registratori soltanto durante le interviste. Chi è in possesso di uno smartphone sarebbe meglio che lo tenesse spento. Non vedo l’ora di entrare, del caldo, del set di uno dei film che si prevede più costoso di sempre (400 milioni di dollari). Ma ci dicono che è meglio aspettare lì, visto che l’aria è mite.

E così mentre arrivano caffè e brioches ci spiegano che Zac Snyder, il regista più ambito per creare film che assomiglino ai fumetti da cui sono tratti, è già al lavoro su una scena difficilissima, che Ben Affleck e Henry Cavill (Superman) sono in scena. Che arriverà fra poco anche Jeremy Irons, il nuovo mentore di Bruce Wayne/Batman, il mitico Alfred. E che Wonder Woman, l’israeliana Gal Gadot, probabilmente non verrà. La notizia getta scompiglio nel gruppo più del freddo. Cerchiamo tutti il caldo del caffè. Un brasiliano saltella, uno spagnolo finge disinteresse. Eppoi finalmente entriamo.

Sono spazi enormi e labirintici. La nostra guida ci lascia attraversare una giungla di cavi e macchine e binari, indica la nuova Batmobile, i modernissimi studi di Bruce Wayne segnati da un hitech dove la nuova dimensione del Batman di Zac Snyder sarà chiara: molto umano, fin troppo umano. Entriamo in ascensori, attraversiamo sale di disegnatori, uffici di costumisti, spazi zeppi di armamentari di ogni genere, usciamo di nuovo nel freddo mostruoso del Michigan a ottobre e rientriamo in un altro capannone immenso. “Nessuno qui conosce la storia” ci dice la nostra guida.

“Tutto è segretissimo”. Continuiamo a seguirla e le masse di gente al lavoro improvvisamente mi sembrano come infinite comparse di un vecchio film di fantascienza in cui innumerevoli uomini e donne compiono lavori incomprensibili, senza mai fermarsi, ognuno incessantemente diretto verso la sua meta, ognuno consapevole della propria importanza e delle proprie mansioni nell’ambito di un gioco di cui tuttavia non conosce le regole né il senso. “Chi lavora qui non può sapere nulla del copione e della storia. Sono in media fra i trecento e i settecento, ma anche di più”. Della storia a noi invece qualcosa può essere raccontato. È un’ “espansione, non un sequel” di quanto capita in L’uomo d’acciaio, il Superman diretto da Zac Snyder.

Dopo la distruzione di Metropolis, irrompe sulla scena Batman. Gotham e Metropolis infatti sono città vicinissime, divise soltanto da un fiume. Bruce Wayne comincia a sentire su di sé i segni di una vecchiaia incipiente. Ha cinquantacinque* anni, è stanco della sua lotta contro il crimine e tuttavia deve tornare in pista perché Superman gli appare come un personaggio pericoloso, ambiguo, dietro lo schermo della sua scintillante giovinezza e della sua inumana potenza. A sua volta, Superman non può apprezzare Batman. Quest’uomo pieno di rabbia e rancore gli appare come un vigilante che ha preso troppo potere, uno che è sia giudice che esecutore.

I “temi filosofici” del film girano attorno alla giustizia e ai limiti da definire nella necessità di farla rispettare (di qui il titolo Batman v Superman: Dawn of Justice ossia Alba di giustizia). Filosofia o meno, l’inimicizia fra Batman e Superman è destinata a esplodere. Ne approfitterà Lex Luthor, il più giovane di sempre: Jesse Eisenberg. Mentre Wonder Woman in qualche strano modo farà la sua parte.

Tutto questo lo scopriamo mentre giriamo attorno a statue raffiguranti i personaggi e le loro tute di cui ci viene spiegato ogni minimo dettaglio. Strati, tessuti, prove e controprove, simboli, ricerche iconografiche, studi di ogni genere, dalle “mode guerriere” greco romane a trovate capaci di definire muscoli come rocce scolpite, fino a nascoste zip per permettere ai molto umani attori maschi di usare un gabinetto durante la lavorazione (il suggerimento migliore dell’ex Batman, Christian Bale). Mentre tavoli si riempiono e svuotano di panini, crostate, bibite, e le statue vengono portate via con una cura e un imballaggio che in vita mia avevo visto riservato solo per i Bronzi di Riace, entra in pista Jeremy Irons. “Datemi la Batmobile” dice “Voglio provarla”. Il meccanico gli apre le porte declinando ogni responsabilità.

Tutti si schierano a contemplare l’attore che in tenuta da cacciatore dandy sgomma su questa auto massiccia dal motore che gira come uno schiacciasassi. Applausi. Il nuovo Alfred spiega il divertimento nel partecipare a un cinema così diverso da quello che frequenta abitualmente. Spiega che il suo Alfred è molto lontano da quello dei fumetti: ha competenze infinite, deve prendersi cura di ogni aspetto e non solo della battaglia psicologica di Bruce Wayne. Sui meandri in cui questa battaglia si sviluppa deve però tacere.

Qualcosa in più la rivela Ben Affleck, dopo averci raccontato la sua maggiore fatica, ovvero il lavoro fisico per metter su tredici chili di muscoli in un anno. Tutto gira attorno all’umana paura nei confronti dell’ignoto, dove l’ignoto è Superman. La prospettiva mortale del Bruce che invecchia è uno dei nuclei del film, ovvero la necessità di confrontarsi con se stesso più che con l’essere alieno in cui vede il pericolo.

Oltre al dramma psicologico però c’è un dramma filosofico, ovvero lo scontro fra due uomini che perseguono lo stesso fine in due modi diversi, visto che provengono da due mondi diversi. Come potranno risolvere il problema del male a volte inevitabile quando si cerca di fare del bene? Sono questioni etiche e politiche all’ordine del giorno. Ma di più non può dire neppure Affleck.

Così, ci spostiamo attraverso il labirinto di corridoi inseguendo l’altra prospettiva, ma Superman è introvabile. Passiamo in rassegna tutte le armi che sono state create per Bruce Wayne, un arsenale che fa sbizzarrire gli appassionati, frutto di studio, immaginazione e sogno, fra dardi, lame, strani pezzi con cui l’uomo sarà capace di arrampicarsi ovunque, un’infinità di modelli strambi e iperrealistici. Qualcuno sogna la Batcave che tuttavia assieme alle Batwings deve rimanere segreta, come segretissimo è un nuovo mantello di cui ancora si stanno studiando i dettagli.

Intanto la voce che Wonder Woman è nei dintorni si rivela un falso che getta tutti in una specie di depressione da cui dovrà tirarci fuori Zac Snyder. Nel suo ufficio, Zac ride, spara parolacce, fa smorfie e mangia hamburger. Morde e parla, morde e parla e parlerà a lungo sempre mangiando questo hamburger enorme come il film che sta girando e come le sue aspettative e le sue passioni. Da pazzo amante di fumetti ci spiega come sia stata decisiva la collaborazione con uno che invece ha competenze di tutt’altro genere: Chris Terrio.

La sfida a crescere rispetto a L’uomo d’acciaio del resto non poteva che essere vinta immaginando scenari filosofici, chiamando in causa anche una supereroina come Wonder Woman e trasformando l’amore che tutti abbiamo verso i personaggi classici dando loro la possibilità di crescere. Mito e cultura pop s’intrecciano al punto che non sai più cosa venga prima e cosa dopo. Mentre la sfida centrale, quella tra Batman e Superman, implica sia questioni concrete (l’altezza e la possanza di Affleck necessaria a dargli la possibilità di competere con Superman) che esistenziali (“il massimo che un uomo può fare è nulla di fronte a Superman – questo è il concetto filosofico decisivo”). Metropolis e Gotham sono giorno e notte, luce e ombra, ma luce e ombra sono dentro tutti noi.

La giornata volge al termine, la luce sta calando davvero e tutti noi seguiamo una scena incomprensibile in cui per decine di volte Henry Cavill volta la testa verso sinistra, prima di potergli chiedere come vadano le cose. Lui trattiene l’entusiasmo. Ci spiega più l’impegno fisico. Del futuro della razza umana e del modo in cui vengono manipolati i media (una delle armi di Clark Kent contro Batman) dirà tutto il film. Ogni cosa è nel copione, del resto. E lui non ha lasciato che gli originali dei fumetti lo distraessero. Si è affidato completamente al copione e al regista. Ci ringrazia e ci saluta.

È tempo di un rinfresco. È tempo di andare. Mentre abbandoniamo il Pentagono del film più costoso della storia, mentre qualcuno ancora sogna Wonder Woman, io penso che ovunque, per tutto il giorno, è stato un incessante via vai di alimenti, bevande, pizze, hamburger, insalate, panini, torte, cornetti. Dappertutto cibo, dappertutto caffè, liquidi, bottigliette, bevande. Un mondo di cibo in ogni stanza, angolo, corridoio, un’interminabile sovrapporsi di portate a tutte le ore, senza soluzione di continuità. E così, mentre il buio scende su quel misto di abbandono e futuro che è la Gotham/Metropolis della nostra realtà, ossia Detroit, vengo preso da un improvviso attacco di fame, vedo superbistecche volteggiare in mantelli di salse che percorrono il cielo nero e, cullato dalle strade del Michigan, finalmente mi addormento.

L'articolo Supereroi contro. Batman vs Superman proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cinema/supereroi-contro-batman-vs-superman/feed/ 2
Appunti su The Death-Ray https://minimaetmoralia.it/fumetto/appunti-su-the-death-ray/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/appunti-su-the-death-ray/#comments Thu, 14 Jun 2012 09:27:11 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8350 Pubblichiamo un articolo di Andrea Queirolo, uscito sul blog Conversazioni sul fumetto, su «The Death-Ray» di Daniel Clowes (Coconino Press).

di Andrea Queirolo

Notare bene. The Death-Ray è uscito originariamente nel 2004 sul numero 23 di Eightball, ultimo della serie. Il volume uscito di recente ripresenta la stessa identica storia. Quindi, diversamente da come è stato scritto da altri in modo errato, Death-Ray non è l’ultimo fumetto di Clowes, che per adesso rimane Wilson.

Supereroi e esseri umani. Il primo pensiero che può venire in mente leggendo Death-Ray è rivolto alla rivisitazione del genere supereroistico attuata da Clowes. In realtà, ragionando meglio, è evidente come invece l’aspetto supereroistico sia nettamente in secondo piano rispetto alla caratterizzazione dei personaggi. In effetti, se contiamo la copertina sono solo 7 le pagine in cui compare l’alter ego in costume di Andy e di queste solo in 3 Andy è realmente travestito, mentre nelle altre 4 ci sono solo rimandi immaginari. Escludendo la copertina e la doppia pagina di presentazione, invece, il raggio della morte fa la sua prima apparizione solo a pagina 23 e si rivede per sole altre 4 tavole.

L'articolo Appunti su The Death-Ray proviene da Minima et Moralia.

]]>

Pubblichiamo un articolo di Andrea Queirolo, uscito sul blog Conversazioni sul fumetto, su «The Death-Ray» di Daniel Clowes (Coconino Press).

di Andrea Queirolo

Notare bene. The Death-Ray è uscito originariamente nel 2004 sul numero 23 di Eightball, ultimo della serie. Il volume uscito di recente ripresenta la stessa identica storia. Quindi, diversamente da come è stato scritto da altri in modo errato, Death-Ray non è l’ultimo fumetto di Clowes, che per adesso rimane Wilson.

Supereroi e esseri umani. Il primo pensiero che può venire in mente leggendo Death-Ray è rivolto alla rivisitazione del genere supereroistico attuata da Clowes. In realtà, ragionando meglio, è evidente come invece l’aspetto supereroistico sia nettamente in secondo piano rispetto alla caratterizzazione dei personaggi. In effetti, se contiamo la copertina sono solo 7 le pagine in cui compare l’alter ego in costume di Andy e di queste solo in 3 Andy è realmente travestito, mentre nelle altre 4 ci sono solo rimandi immaginari. Escludendo la copertina e la doppia pagina di presentazione, invece, il raggio della morte fa la sua prima apparizione solo a pagina 23 e si rivede per sole altre 4 tavole.

Esseri umani con superproblemi. Che è il motto di mamma Marvel dal quale Clowes sembra partire. È evidente il parallelismo fra Andy e Peter Parker. Entrambi sono sfigati, mingherlini, poco portati per lo sport, sfortunati in amore e orfani dei genitori. La stessa origine dei poteri è sia casuale che legata alla scienza: Peter Parker viene morso da un ragno radioattivo, mentre i poteri di Andy provengono da un ormone sperimentale iniettatoli dal padre che si aziona fumando una sigaretta (ma se Andy non avesse mai fumato?).

Death-Ray come Spider-Man. Vi è anche una notevole somiglianza fra il costume di Death-Ray e quello di Spider-Man, visibile dalla scelta dei colori, rosso e blu. Anche l’ambientazione metropolitana è comune a entrambi i personaggi. Inoltre è curioso che ci sia stata un’occasione antecedente nella quale a Clowes fu proposto di disegnare Spider-Man sui testi Peter Bagge, opportunità che non si realizzò per volere dell’autore.

Clowes e Ditko. È noto l’amore di Clowes per le storie di Ditko. In un’intervista all’Alternative Press Expo del 2010 Clowes ha raccontato di come lo ha incontrato nel 1979 mentre si trovava a New York: semplicemente aprendo la pagine bianche e trovandoci sopra “Steve Ditko, artista”. In un’intervista per AV Club (da noi tradotta qui) Clowes diceva riguardo Deat-Ray: “L’idea iniziale nasce da qualcosa che era parte di me quando avevo l’età di Andy, circa 16 anni. Ero ossessionato dai fumetti dell’Uomo Ragno di Steve Ditko, talmente intrippato che ho cercato di creare… Beh, non ho mai pensato che fosse “una mia versione” di qualcosa: la ritenevo unica, ma metteva in campo identiche emozioni. “

La motivazione della storia. Con quello detto sopra è evidente come Death-Ray sia la declinazione supereroistica del lavoro generale di Clowes, al quale non sono mai interessati i supereroi, ma le loro vite reali. Quindi, sgombrando il campo e a scanso di equivoci, Death-Ray non è una parodia del fumetto supereroistico, ne un omaggio a questo genere. Per rendere meglio l’idea, basta sapere che quando Clowes da ragazzino leggeva le storie di Superman, saltava a piè pari le parti in costume e si concentrava sulle vicende di Clark Kent e Loise Lane o, semplicemente, si trovava più a suo agio con le bizzarrie di una testata come Superman’s Pal Jimmy Olsen.

La nemesi. In Death-Ray non c’è un cattivo da combattere come si confa a ogni supereroe, almeno che non prendiamo in considerazione il fatto di poter identificare il mondo intero e gli esseri umani come la vera nemesi di Andy, che in effetti è mosso molto più da idee morali generiche che da veri intenti anti criminali. Di sicuro, Andy utilizza il suo potere in maniera arbitraria infischiandosene ampiamente del consueto detto “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”.

Andy e Louie. Death-Ray è soprattutto la storia di due amici, Andy e Louie. Un’amicizia forzata che, data la passività di Andy, pone Louie in posizione di controllo. È Louie che decide cosa fare dei poteri di Andy e del raggio della morte ed è sempre lui che fantastica su un “dinamico duo” di supereroi. Il rapporto fra i due sfocia in conflitto: sul finire della storia Louie, forse invidioso dei poteri di Andy o forse dopo essersi reso conto della loro pericolosità, tenta di ucciderlo. Come per altre sue opere Clowes mette al centro della narrazione un rapporto fra due personaggi, pensiamo a David e Dot in David Borng, a Mr e Mrs. Ames in Ice Haven, a Wilson e Pippy in Wilson e a Enid e Rebecca in Ghost World.

Louie e Death-Ray. Senza Louie probabilmente Andy non avrebbe mai usato il raggio della morte o fumato una sigaretta. È sotto consiglio dell’amico che Andy fa sparire uno scoiattolo (situazione che causa a Andy un forte rimorso di coscienza) e polverizza il nuovo fidanzato della ex-ragazza di Sonny. È sempre Louie a spronare Andy a cancellare dalla faccia della terra il proprio rivale Stoob.

L’età adulta. Il passaggio del tempo e i cambiamenti dei personaggi sono un punto cardine del libro. Dal taglio di capelli al cambio vestiario fino alle rughe. Death-Ray è un trattato sul diventare adulti e sul prendere delle decisioni. Di per sé il fumare è già un’atteggiamento adulto e possiamo notare come Clowes evidenzi la spocchia dei due amici mentre passeggiano a mento alto con la sigaretta in bocca controllando chi li guarda e dandosi un tono. Lo stesso Andy si mette in discussione, decidendo di essere “adulto” e di poter scegliere dove vivere dopo la morte di suo nonno. Differentemente dal classico genere supereroistico, sempre fermo nel tempo, in Death-Ray ci troviamo davanti al nostro protagonista da vecchio.

Il giovane e il vecchio Andy. Il libro si apre e si chiude con un inacidito Andy di mezz’età molto diverso dal ragazzino silenzioso e insicuro che copre tutta la parte centrale del racconto. Il fiume di parole che scaturiscono dalla bocca del vecchio Andy comunica impotenza e frustrazione nei confronti del mondo e della razza umana; uno sfogo a cui Clowes ci ha spesso abituato, che qua viene ancor più accentuato dai superpoteri di Andy, che alla fine rifiuta di usare perché intanto “cosa può uno solo contro tutti?”. Con due matrimoni falliti e poche prospettive per il futuro, con lo sguardo truce e abbacinato, nella doppia splash page che chiude il volume Andy cammina solitario per la strada. È interessante notare come invece la doppia splash page in apertura ritragga Andy e Louie che giocano assieme.

Clowes e Hanna-Barbera. Comincio a sospettare che Clowes sia affezionato all’immaginario visivo di Hanna e Barbera. Nelle prime pagine di Death-Ray fa capolino George Jetson dei Pronipoti, mentre in Ice Haven c’era un rimando ai Flintstones. Inoltre, come nota Paul Gravett (in questo articolo da noi tradotto), le copertine originali delle ultime opere di Clowes riprendono il formato di quelle degli albi speciali di Hanna-Barbera.

Lo stile. A esser sinceri questo è il fumetto meno curato di Clowes. A scanso di equivoci cercherò di spiegarmi meglio. I disegni sono decisamente più semplici e sbrigativi del solito, quasi come se Clowes avesse avuto l’urgenza di disegnare velocemente per fermare su carta le sue intuizioni. Anche i cambi di stile abituali sono presenti in maniera minore rispetto al precedente Ice Haven o al seguente Wilson. Questo non è un male, perché se ne può accorgere solo un occhio ben allenato, ma è invece un punto a favore. Death-Ray infatti è la storia più diretta di Clowes: arriva veloce e colpisce duro.

Il montaggio. Archiviata la pratica Ice Haven, per Death-Ray Clowes ha puntato a essere più lineare. Quindi, ha suddiviso la storia in due parti: la prima, quella con Andy vecchio, apre e chiude il volume; la seconda, quella con Andy giovane, occupa la parte centrale. Evitando intrecci particolari Clowes avanza nel racconto montando in sequenza 33 piccoli capitoli. Con questo non intendo dire che Clowes abbia disegnato la storia in sequenza. Molto più probabilmente e come è consono fare, data anche l’autoconclusività delle pagine, ha disegnato le tavole senza procedere in maniera continuativa, cioè dalla prima all’ultima pagina, andando a comporre solo in seguito la storia in modo lineare.

La tecnica del gap temporale. Fra i “trucchetti”, come a me piace definirli, che Clowes impiega con grande maestria in questo fumetto, c’è il salto temporale fra una vignetta e l’altra. Una tecnica che Clowes usa da sempre, sconosciuta ai più, di cui voglio parlarvi. Durante il suo approccio alla tavola, Clowes è solito lasciare dall’una alle tre vignette vuote, indipendenti da quello che sta disegnando, sulle quali torna una volta finito il resto, per riempirle. Un metodo inusuale, dettato da una sorta di orologio interno dell’autore che permette di mantenere il ritmo della storia. Una soluzione istintiva che spiega le pause, le accelerazioni e i nonsense che rendono prezioso il suo lavoro di fumettista.

Le nuvolette e la dimensione spazio-temporale. Nella pagina qua sopra vediamo Andy che assiste al pestaggio di Louie mentre ci parla delle sue scelte e delle sue sensazioni. A narrare non è il giovane Andy, ma quello vecchio che ricorda il suo passato. Possiamo distinguere questa voce narrante dalla diversità della forma delle nuvolette. Infatti quelle di Andy sono più quadrate rispetto a quelle degli altri. Una differenza minima ricorrente in Death Ray, un esempio esemplare delle possibilità del fumetto, rafforzato dalle stesse nuvolette che sconfinano nelle vignette adiacenti.

Il disegno. Dal primo all’ultimo numero di Eightball lo stile di disegno di Clowes è cambiato notevolmente. Infatti, non solo ha raggiunto una semplificazione per certi versi estrema, ma ha anche spostato le sue basi e le sue influenze. Dalla EC Comics a Charles Schulz, da Nancy ad Archie. Da uno stile rigoroso fatto di retini e spigolature a uno semplice, rotondo, scarno di particolari se non quelli in primo piano, colorato in maniera piatta, teso alla massima leggibilità e scorrevolezza, nel rispetto di chi leggerà – non del lettore in quanto target – e quindi alla ricerca di una forma espressiva fumettistica personale e perfetta.

La copertina. Premettendo che l’edizione italiana della Coconino, anche se leggermente più piccola, si presenta meglio di quella originale, quello che colpisce di più in copertina è l’utilizzo del rosa, colore che non si ripete per tutto il libro. Siccome Clowes non è uno che fa le cose a caso, pensando alla motivazione dell’impiego di questo colore la risposta che mi posso dare è che il rosa, fra le altre cose, rappresenta la sensibilità e rifiuta quello che è arrogante e disarmonico. Inoltre è il colore delle emozioni e della giovinezza. Il rosa, quindi, può riassumere i concetti chiave del libro.

L'articolo Appunti su The Death-Ray proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/fumetto/appunti-su-the-death-ray/feed/ 1